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LA COESIONE CRESCE DAL BASSO. LA SOCIETÀ PROTAGONISTA
In diretta sui canali digitali di askanews, Corriere della Sera, Play2000
In collaborazione con Intergruppo parlamentare per la Sussidiarietà
Graziano Delrio, senatore della Repubblica, Partito Democratico; Tommaso Foti, ministro per gli Affari europei, il PNRR e le politiche di coesione; Mariastella Gelmini, senatrice della Repubblica, Noi Moderati; Maurizio Lupi, presidente Intergruppo parlamentare per la sussidiarietà; Stefano Patuanelli, senatore della Repubblica, Movimento 5 Stelle; Anna Maria Poggi, presidente Fondazione CRT. Introduce Giorgio Vittadini, presidente Fondazione per la Sussidiarietà. Modera Luciano Fontana, direttore Corriere della Sera
Il termine coesione assume un significato specifico nel contesto attuale, in un tempo in cui forze dirompenti condizionano gli scenari globali e i territori europei, sfidando la vitalità delle comunità e la libertà e l’uguaglianza dei cittadini. Lo sviluppo dei popoli non è un progetto astratto, ma il risultato del dialogo tra la società e la rappresentanza nelle istituzioni parlamentari. Ne è un esempio la genesi della politica di coesione, nata per riequilibrare i divari esistenti tra le regioni dell’Unione europea. Il futuro della parola coesione richiede un dialogo virtuoso tra i livelli di governo e le libere associazioni, per promuovere una crescita sociale ed economica reale. Solo il dialogo può superare la contrapposizione tra sviluppo economico e solidarietà sociale, anche promuovendo l’innovazione di modelli e pratiche esistenti.
Con il sostegno di isybank, Italian Exhibition Group
Con il supporto di JTI Italia
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Luciano Fontana
Buonasera. Buonasera a tutti e grazie di essere presenti così numerosi anche a un’ora che chiude una giornata intensa di confronto e di dibattiti a questo Meeting. Stasera parliamo di coesione. Il titolo dell’incontro l’avete visto, “La coesione cresce dal basso, la società protagonista”, un programma interessante, vasto e da riempire di contenuti, di indicazioni, progetti, perché siamo in una società che ha bisogno di coesione. Lo vediamo ogni giorno: i segnali di disgregazione, di diseguaglianza si moltiplicano. Cercheremo, siccome siamo tanti su questo palco, di essere i più contenuti, rapidi ed efficaci possibili per fare un dibattito che vada al cuore delle questioni. Per cominciare io do la parola a Giorgio Vittadini, presidente della Fondazione per la Sussidiarietà, che ci offre alcuni spunti di partenza su cui poi discutiamo. Grazie.
Giorgio Vittadini
Grazie. Voglio provocare un po’ su quello che, secondo me, è stato il modello di coesione positivo su cui è nata l’Italia nel dopoguerra, come l’hanno pensato i costituenti, che ha permesso all’Italia di essere un grande paese. Non per tornare indietro, ma per lanciare una provocazione su quello che può essere questa idea, perché questo è stato un lungo tratto di strada che va dal ’45 a quella svolta neoliberista europea che in Italia ha portato il 5% della popolazione più ricco a detenere quasi la metà della ricchezza nazionale, e quando si è arrivati lì, a fare la coesione si fa fatica. Che cos’è che ha determinato uno sviluppo diffuso ed equo all’inizio della storia repubblicana? Oserei dire anche a differenza dell’Europa, perché noi spariamo sempre sull’Europa, però l’Europa è l’unico posto nel mondo in cui il welfare e la coesione sono tenuti presenti. Io non vorrei mai andare a abitare in America, in India o in Cina da questo punto di vista.
Primo aspetto: un lavoro dignitoso con l’obiettivo della piena occupazione. La coesione parte dall’idea, a destra e a sinistra, al centro (la DC e il PC e gli altri partiti), che è il lavoro il punto di partenza. Penso che non ci siano dubbi, visto che l’articolo primo della Costituzione lo dice con nettezza. Parto dal lavoro, un lavoro, e lontani anni luce da un’idea di sviluppo in cui non si tenesse conto innanzitutto del problema occupazionale. Devi lavorare, devi poter lavorare, devi poter fare uno stipendio che ti permette di crescere.
Secondo aspetto: devi poter risparmiare, perché il risparmio è il fattore secondo. Io mi ricordo quando ero piccolo a scuola che c’era la giornata del risparmio col salvadanaio e la gente, anche povera, risparmiava. Quindi il secondo aspetto: il risparmio tuo e quindi un sistema bancario mutualistico a supporto all’economia reale, a questo risparmio, differente dalle banche d’affari, come lo stabiliva il Glass-Steagall Act del 1933 che fu eliminato da Bill Clinton nel ’99. Il sistema bancario era per aiutare il risparmio della gente, non per speculare su questo. Una finanza impostata con grandi limiti alla speculazione in mano alle banche d’affari e non commerciale.
E in questa situazione, grande vivacità nella costituzione di corpi intermedi, di realtà sociali che hanno una capacità relazionale di solidarietà e partecipazione alla vita pubblica. Faccio degli esempi: per la casa c’era un enorme supporto a tutto il sistema delle cooperative sociali che ti permettevano di costruirti la casa. L’Italia aveva il 70% di persone con proprietà nella casa e per fare la stessa cosa l’America ha fatto la crisi finanziaria che ha portato in tutto il mondo e non c’è riuscita. Pensiamo a tutto il sistema mutualistico. È stato un gran passo in avanti fare un sistema sanitario nazionale. Ma cosa abbiamo perso distruggendo tutto il sistema mutualistico su tanti aspetti? E poi realtà di supporto alla povertà fatta dal mondo dei corpi intermedi, un lungo periodo che nasce addirittura dall’Unità d’Italia, perché nel 2011 abbiamo fatto una mostra, inaugurata da Napolitano, sui 150 anni di sussidiarietà che il welfare state ha voluto dire anche tutto questo sistema, compreso il mondo sindacale, un mondo di piccole imprese non da sole ma che lavoravano insieme, il sistema cooperativo.
Voi capite che quando parlo di coesione non vuol dire semplicemente dire, come è stato detto da tanti nel dopo il 2000, “ci penserà al mercato, poi magari mettiamo a posto in qualche modo”, oppure “lo Stato deve intervenire a sostituire questo sistema fondamentale, aiutare i poveri”. Nelle diverse forme tutti sono d’accordo che quando uno è povero devi dargli un sussidio, ma questo è una parte del sistema. Il sistema di coesione vuol dire l’idea di allearsi con questo sistema occupazionale in cui la persona si mette insieme per aiutarla. Quindi la mia provocazione è: quando parliamo di politica e coesione, ci rendiamo conto di questa storia? Vogliamo ispirarci a questa storia? Vogliamo dimenticarla, dimenticando, secondo me, una delle più grandi capacità europee e che l’Italia ha saputo dimostrare?
Luciano Fontana:
Bene, grazie. Grazie a Giorgio Vittadini, naturalmente. Per parlare di coesione abbiamo il ministro, il ministro Tommaso Foti, che oltre a essere ministro per gli affari europei e per il PNRR, è anche, appunto, ministro per la Coesione. Come abbiamo visto, dietro la parola coesione alla fine ci stiamo mettendo tante cose che cercheremo di tirare fuori in tutti gli interventi. Al ministro della Coesione, però, intanto voglio chiedere alcune cose che hanno molto a che fare con il lavoro che deve ogni giorno svolgere, perché intanto esistono dei fondi di coesione europei. Questi fondi di coesione sono stati ideati e messi in pratica fondamentalmente per ridurre le differenze tra le aree geografiche in Europa, in Italia, particolarmente nel meridione d’Italia. L’accusa è stata che alla fine questi fondi, e abbiamo visto il passaggio da quando il paese metteva a frutto le cose a quando sono diventati solo assistenzialismo, si sono parcellizzati, sono stati fatti di pochi obiettivi e tanta diffusione di sussidi. Adesso si sta pensando, Ministro, a una riorganizzazione. C’è anche una discussione abbastanza accesa con le regioni sui fondi di coesione. Come possiamo farli diventare qualcosa che serva davvero a riportare l’idea di coesione insieme a quello di sviluppo e di mantenimento di un sistema che difende i cittadini, difende le persone, le fa crescere in tutti i loro aspetti?
Tommaso Foti:
Buonasera a tutti. Beh, innanzitutto direttore, facciamo una considerazione. La coesione, per come viene intesa a livello europeo e poi con i fondi di coesione italiani, è una coesione che ha dato dei risultati con luci e ombre. È indubbio. Voglio dire che il 31 luglio 2025 abbiamo finalmente certificato la programmazione coesione 2014-2020 e possiamo essere orgogliosi, nel ritardo, di un dato: il 99,18% dei fondi assegnati sono stati rendicontati. Rispetto al passato, comunque, dobbiamo dire, è un risultato quantomeno apprezzabile perché in passato noi avevamo dei risultati molto diversi. Poi come vengono spesi i fondi di coesione? Anche sotto questo profilo dobbiamo interrogarci un attimo e farci qualche riflessione. Oggi la politica di coesione è una politica che sta cambiando profondamente sia a livello europeo che a livello italiano. Abbiamo visto nel quadro pluriennale finanziario, che è stato presentato il mese scorso, come si tenda a voler portare un modello PNRR, tanto per intenderci, sulla coesione.
Sotto questo profilo dobbiamo essere chiari: non dobbiamo necessariamente pensare che il modello PNRR sia un modello perfetto. Perché molte delle missioni che hanno avuto una rigidità nelle scelte possibili hanno finito, certo, per far impegnare fondi importanti. Dobbiamo poi vedere se quell’impegno e quella spesa daranno frutti in relazione al sacrificio che si va a fare, tenendo presente che, come sappiamo, 72 miliardi del PNRR sono a fondo perduto, ma ne abbiamo 120 a debito e quando si va a debito forse è il caso di pensare bene alle misure che si vanno a declinare. Sotto questo profilo, però, è vero un fatto, è innegabile: se noi facciamo un confronto della coesione 2021-2027 con il PNRR attuale, abbiamo una situazione che è fortemente sbilanciata verso il PNRR perché lì abbiamo oltre il 90-92% di fondi che sono impegnati. La coesione ad oggi, e mancano due anni alla scadenza temporale (poi tradizionalmente ha due anni di coda), siamo al 20% di impegni. Il PNRR ad oggi, la spesa è esattamente il 60% dei fondi incassati, quindi, più di 80 miliardi la coesione, siamo al 4% di spesa. Cosa che non va sottovalutata: non è un problema italiano, perché questi dati, più o meno, stiamo parlando dell’1% di differenza, ma sono gli stessi della media europea. Significa che forse una politica così come viene concepita, di una programmazione che supera temporaneamente quella dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche (perché si fermavano a piani quinquennali), ha qualcosa che non funziona veramente, perché diventa una programmazione, e del resto la Commissione Europea ha fatto un intervento di recente molto puntuale dicendo: “Dobbiamo dare la possibilità alle regioni nella riprogrammazione di andare anche verso altri lidi, non solo quelli che abbiamo identificato o individuato inizialmente”. Quindi si è aperto al rafforzamento di almeno cinque missioni proprio all’insegna della possibilità di avere una rispondenza diversa tra quella che è una programmazione che viene fatta con un accordo di partenariato che, sappiamo benissimo, quest’anno dovrà essere rivisto per tutte le regioni a livello nazionale. Ma è un accordo che è stato stipulato nel 2023 su una programmazione che era del 2021, perché quando parliamo di cose concrete, finché non arrivano i fondi è inutile pensare che vi sia una grande programmazione. Quindi, secondo me, il ragionamento che oggi dobbiamo fare è quale politica di coesione fare, perché effettivamente la coesione non rimanga una serie di scelte fatte tra istituzioni, ma cresca all’interno di un processo di coinvolgimento che, vorrei ricordare, dal 2014 dovrebbe essere ben più ampio. Perché quando vi è stato il codice di condotta europeo relativo al partenariato 2014, si dicevano una serie di parametri che dovevano essere rispettati per dar vita a una coesione che, come dice un po’ il tema del nostro dibattito oggi, nascesse dal basso. Mi pare che invece in alcuni aspetti vi sia stata più una tendenza a voler cercare di chiudere la partita, spesso, in un rapporto stato-regioni, con un po’ di attenzione per gli enti locali, ma non troppa. Teniamo presente poi che la coesione, concludo, è una politica che di per sé, proprio perché deve portare coesione e superare le differenze tra le regioni, vede un’allocazione delle risorse che mediamente è 75-80% Sud, 20% regioni in transizione (le tre che sono, in questo caso, Abruzzo, Marche e Umbria), e poi le regioni cosiddette sviluppate a cui arriva molto poco della coesione. Oggi, però, vi sono temi che, penso, anche sotto questo profilo devono essere declinati, perché SVIMEZ dice che nel 2023-2024 i due terzi dell’aumento del PIL del Sud dipendono dai fondi PNRR. Scusatemi, mi chiedo: perché la coesione non dà questo stesso rimbalzo all’interno del PNRR? Non diventa un effetto moltiplicatore come la logica vorrebbe? Perché se non diventa un effetto moltiplicatore e fallisce nel suo obiettivo principale, non riesce a far superare quei gap che da anni ormai si consolidano. Anzi, paradossalmente il gap, anziché ridursi, in alcuni casi si è aumentato.
Luciano Fontana:
Sì, Ministro. Questo, naturalmente, è un punto importante, perché si è parlato tantissimo del modo: A, come non vengono utilizzati; B, vengono utilizzati male anche per cose veramente inessenziali che non fanno sviluppo. Lei parlava di utilizzo in altre forme per altre missioni. So che ha considerato, qui se ne sta parlando tantissimo, perché si è parlato tantissimo di pace, di sicurezza, di difesa. Naturalmente la missione della difesa per l’utilizzo dei fondi di coesione è un punto di discussione. A che punto siamo in questo momento? È ragionevole che vengano utilizzati questi fondi anche per obiettivi di questo genere?
Tommaso Foti:
La possibilità che viene data, perché attenzione, la Commissione non dà un obbligo, dà una facoltà ed è una facoltà che ovviamente deve essere contrattata poi regione per regione anche sotto certi profili. Vede, io penso che in realtà nelle cinque missioni che sono state presentate ve ne sono due o tre che vengono prima di quella della difesa, che tra l’altro, a livello centrale, scusatemi, c’è già il fondo SAFE, quindi fino al 2030, se si vogliono utilizzare dei fondi, sono quelli. È inutile volerli trasferire sulla coesione. Lo dico anche sotto il profilo dell’industria della difesa che non è industria solo militare, ma industria della difesa che ha un aspetto duale, che serve anche per difendersi dagli attacchi cyber, che serve anche per evitare situazioni difficili, ad esempio, come quelle di una guerra che oggi è in atto ed è una guerra che non viene fatta solo sul campo, ma viene fatta attraverso la diffusione di notizie, di fake news continue a tappeto che servono a destabilizzare i paesi. Quindi io penso, invece, che sulla coesione noi abbiamo un argomento ed è una sfida alle regioni. L’housing sociale oggi viene definito e si dice: investimenti per quanto riguarda l’alloggio a prezzo equo. Benissimo. Ma soprattutto le regioni del Sud, il problema della casa è un problema radicato, ma oggi, mi permetto di dirlo (lo diranno poi i colleghi), è un problema anche al nord, perché chi vuol lavorare in certe città e ha un affitto che come costo gli assorbe l’80-70% dello stipendio. Quindi noi dobbiamo andare, mi rifaccio a quanto diceva prima il professor Vittadini, all’inizio della coesione: lavoro, casa, scuola. Questi sono i tre elementi che danno coesione. Poi possiamo declinarli in vari modi. Oggi abbiamo anche la necessità di superare un digital divide che è qualcosa che diventa un fattore che non consente elementi di coesione. Ma torno a ripetere, abbiamo tre delle cinque ipotesi. Una è quella della casa. La seconda, che io penso si possa tranquillamente declinare, è quella dell’innovazione del lavoro, che sono due elementi essenziali. Guardate, la piattaforma STEP è una piattaforma che prevede investimenti sulle materie oggi più forti sotto il profilo tecnologico: intelligenza artificiale, microelettronica e altri settori che sono all’avanguardia. Sotto questo profilo la piattaforma STEP è una piattaforma che ha assegnato 6 miliardi alla coesione in tutto a livello europeo. A livello italiano siamo arrivati a 3 miliardi di prenotazioni. Il che significa, scusatemi, che senza che nessuno abbia fatto campagne promozionali, oggi c’è un’Italia del mondo della produzione del lavoro che di per sé stessa capisce che quelli sono settori vincenti per poter creare occupazione, innovazione, ricerca, marginalità diverse dal passato. E quindi, anche sotto questo profilo, mi pare che sia un campo sicuramente importante e che mi auguro, ecco, se devo dire, vorrei fare un incontro con i presidenti delle regioni per rappresentargli, ovviamente, cinque menù. Perché ci può essere anche una regione, tanto per essere chiari, che se ha un’industria importante della difesa che vuole aprire uno stabilimento in quella regione, beh, scusatemi, sarà meglio che lo apra in Italia, anziché pensare di dire a quell’industria di andarla a aprire all’estero, no? No, perché qui poi dobbiamo anche ogni tanto intenderci su come vogliamo realizzare la coesione. Però principalmente i temi forti sono lavoro, scuola e casa. Sono i temi, lo diceva prima professor Vittadini, dell’Italia post ’45, ma come i cicli della storia a volte si ripetono, sono temi che hanno ancora una loro rilevanza fondamentale. E soprattutto lo si nota perché non appena escono iniziative e misure che vanno nell’idea e nella linea dell’innovazione, contrariamente al passato e contrariamente a quello che molti di noi pensano, le piccole imprese italiane queste cose non le fanno. I dati ci dimostrano invece, anche rispetto proprio all’accesso alla piattaforma STEP, le piccolissime imprese italiane sono le più sensibili a quel tipo di innovazione, a quel tipo di ricerca.
Luciano Fontana:
Ministro, solo un’ultima battuta sintetica, perché ha parlato molto di imprese, di piccole imprese, ha detto pure che le dovremmo aprire in Italia, mentre Trump ci sta dicendo che le dobbiamo aprire tutte da loro se vogliamo sopravvivere. Si è parlato però di una specie di tesoretto proprio dai fondi di coesione e quelli del PNRR che potrebbero essere dirottati e utilizzati per aiutare le imprese colpite dai dazi. È una possibilità concreta su cui si sta lavorando?
Tommaso Foti:
La battuta è molto breve. In questo senso, noi non possiamo pensare di fare una politica di tipo industriale che si preoccupi di andare, a seconda dei casi, a tamponare i dazi, perché sarebbe formalmente sbagliato e fondamentalmente sbagliato. Noi possiamo fare e indirizzare quella politica industriale soprattutto nei settori più colpiti, perché grazie all’innovazione, grazie alla ricerca, grazie all’investimento fatto di cui molti non parlano, il lavoro oggi è competenze, non è la parola lavoro in generale. Quando noi sappiamo e tocchiamo con mano che il sistema dell’industria oggi richiede personale e non trova quel tipo di personale perché è personale specializzato e non si trova, allora noi abbiamo il dovere di rispondere a quel tipo di domande. Perché diversamente cadiamo, direttore, in quella parola che è stata pronunciata prima, nell’assistenzialismo, non nel protagonismo dell’impresa che mette al centro la persona e non una società che mette al centro la persona.
Luciano Fontana:
Grazie, Ministro. Adesso, siccome parliamo di coesione e parliamo di cosa si può fare, ma soprattutto cosa i cittadini ci chiedono, io vorrei con Anna Maria Poggi, presidente della Fondazione di origine bancaria CRT, una delle più importanti in Italia, capire che si occupano tantissimo di utilizzare i fondi dell’attività della fondazione per iniziative molto anche molto diverse. I cittadini soprattutto cosa chiedono quando chiedono di superare diseguaglianze e coesione? Quali sono i filoni di intervento più importanti che possono riempire questa parola di contenuti?
Anna Maria Poggi:
Sì, grazie. Buonasera a tutti. Le fondazioni di origine bancaria, che in Italia sono una realtà abbastanza importante, credo che l’Italia anche a livello europeo sia un paese molto caratterizzato da questo tipo di fondazioni, perché di fondazioni ce ne sono di origini diverse. L’Italia è un paese in cui le fondazioni di origine bancaria sono molto rilevanti, sono circa un’ottantina. Sono ovviamente investono territorialmente, quindi per esempio CRT investe sul Piemonte, sulla Val d’Aosta; Cariplo su Lombardia; Compagnia di San Paolo su Piemonte, Liguria. Soprattutto in questi ultimi anni quelle più importanti, le due o tre più importanti, tra cui sicuramente anche Fondazione CRT, hanno potuto godere del benessere del sistema bancario, perché i nostri dividendi che ci arrivano sono aumentati moltissimo e anche le risorse che abbiamo a disposizione sono delle risorse importanti. Proprio questo fattore pone all’interno delle fondazioni il tema di come utilizzarle.
Rispetto a questo direi che nel sistema delle fondazioni ci sono alcune acquisizioni ormai consolidate. La prima è che noi non possiamo sostituirci agli enti territoriali perché non siamo enti territoriali, quindi noi non abbiamo una legittimazione politica. Non siamo enti territoriali e quindi dobbiamo in qualche misura avere una relazione con gli enti territoriali che è una relazione di dialogo, dobbiamo insieme agli enti territoriali (le regioni e i comuni, le comunità montane, le province) capire come possiamo diventare agenti di sviluppo di quel territorio. E questo cosa vuol dire concretamente? Vuol dire che noi dobbiamo sostenere principalmente la sussidiarietà. Questo è il punto vero. Noi dobbiamo sostenere i soggetti della sussidiarietà. I quali soggetti della sussidiarietà sono sicuramente già gli enti locali. Le faccio un esempio, direttore, così ci intendiamo. Adesso si parlava di PNRR. In Piemonte noi pensiamo di lanciare in autunno un bando come Fondazione CRT che chiameremo “L’ultimo miglio” e che è un bando rivolto agli enti locali a cui manca l’ultimo miglio per realizzare gli investimenti e le opere per cui hanno avuto i soldi dal PNRR. Questo credo che sia un esempio emblematico di come opera una fondazione bancaria, non si sostituisce all’ente territoriale, ma aiuta l’ente territoriale a realizzare la sua missione.
Principalmente il tipo di rapporto che una fondazione ha con il territorio è che prima di tutto ascolta i bisogni e quindi è consapevole di quella che è la realtà di quel territorio. Una fondazione non può agire su un territorio se non lo conosce e quindi se non sa quali sono i soggetti che operano in quel territorio. Non si deve sostituire a loro, ma deve cercare di dare loro quegli strumenti per cui possano operare, secondo un po’ la logica che diceva Vittadini prima: noi non guardiamo ai soggetti della sussidiarietà come a soggetti che vanno assistiti (come direbbe Sen, a soggetti pazienti, da assistere), ma come a soggetti che possono agire. Quindi cerchiamo di dare loro quelle leve che gli consentono di agire. Il terzo settore, da questo punto di vista, che ultimamente è molto in sofferenza anche come risorse, ha molto bisogno delle fondazioni bancarie. Quindi da questo punto di vista, il tipo di popolazione che più frequentemente si rivolge a noi. Ma per cosa? E questo è il punto fondamentale: sostanzialmente per servizi alle persone, alla comunità. Quest’anno abbiamo fatto un bando in cui abbiamo, credo, triplicato i fondi per i centri estivi perché ci siamo accorti che il problema dei centri estivi sta diventando un problema enorme per le famiglie, le associazioni non hanno le risorse per metterli in piedi. Questa è una modalità: noi non facciamo noi il centro estivo, ma ci rendiamo conto del bisogno e facciamo da agente di sviluppo. Cerchiamo di moltiplicare partendo dal presupposto che il punto vero è capire dove c’è un soggetto che può essere un soggetto che agisce per il territorio. Certo, questo è un po’ complicato e da questo punto di vista posso dire che possiamo a volte anche permetterci il lusso di non sbagliare. Magari non è che sempre azzecchiamo la politica giusta. Ma questo non è importante, perché dal mio punto di vista è più importante seguire la logica di aiutare lo sviluppo della sussidiarietà, magari facendo qualche volta qualche errore (cosa possibile), piuttosto che imboccare strade diverse, la strada della distribuzione di risorse a pioggia che, come diceva Vittadini, a volte servono, ma devi sapere che devi bilanciarle con una politica di sviluppo, perché altrimenti sono, come dire, soldi che non agiscono veramente. Noi agiamo molto sulla cultura. Le faccio solo un esempio: grazie, credo, alla Fondazione Compagnia di San Paolo e a noi, a Torino, il Museo Egizio, tanto per fare un esempio, è diventata un’eccellenza non solo italiana, ma anche europea. Laddove c’è un nucleo di possibilità di sviluppo, la Fondazione bancaria, attraverso la sua azione, cerca di moltiplicare questo, dal piccolissimo oratorio che fa il centro estivo al grande Museo Egizio, con l’attrattività che può aiutare il territorio. Spero di averle risposto.
Luciano Fontana:
Bene, grazie. Se mi permetto una battuta, ho visto che non riguarda le fondazioni che non sono banche. Ieri Giorgetti ha chiesto alle banche, visto che hanno fatto tante risorse, di fare un po’ di più, e che forse è un tema che avremo nei prossimi mesi. Il secondo punto, e qui voglio: adesso abbiamo quattro parlamentari di partiti diversi che però sono uniti dal fatto che firmano un documento comune per la sussidiarietà che ogni anno pone un tema al centro rispetto ai temi della sussidiarietà e della coesione. Graziano Delrio è parlamentare del Partito Democratico, con un’esperienza di governo importante nel passato. Quando si parla di coesione si parla di cose molto importanti che però spesso agitano subito due spauracchi. Il primo l’abbiamo visto: quello dell’assistenzialismo, la parcellizzazione, fondi che poi non creano davvero risultato e non creano sviluppo. Il secondo punto, molto collegato all’assistenzialismo, è un po’ un modo della politica di non trovare poi un terreno comune sulle priorità da fare. Con questa partecipazione all’Intergruppo, si cerca un tentativo di trovare un terreno comune che non è molto usuale in questo momento nella politica italiana. In realtà nemmeno in passato lo era, da un bel pezzo.
Graziano Delrio:
Sì, grazie. Buonasera. Non è molto usuale, però è tanti anni che ci proviamo a dialogare insieme e molti provvedimenti. Adesso io penso, in termini di sussidiarietà, all’assegno unico che ho promosso in Parlamento, ma fu approvato dalla Meloni, da tutto il centrodestra. Quindi ci sono anche occasioni in cui riusciamo a convergere su grandi obiettivi. Quello della coesione che, come dice la parola, vuol dire unire, tenere unito. Quello della coesione è senz’altro uno dei problemi più grandi. Anch’io ho fatto il ministro della Coesione per due anni agli inizi della mia esperienza a Palazzo Chigi, avevo la delega alla Coesione. Ma che cosa vedo? Io vedo una difficoltà enorme nel nostro paese: noi non valutiamo. Qui Vittadini ha fatto un’introduzione molto acuta, perché ha parlato di politiche centrali, politiche centrali che avevano una loro visione unitaria, la visione di portare un paese con un tasso di analfabetismo altissimo, con delle difficoltà nell’abitazione, nel lavoro. Sostanzialmente c’era una visione che diceva, faccio un esempio: “L’istruzione è un costo, no? Ma l’ignoranza è un costo maggiore, quindi è meglio investire nell’istruzione, giusto?”. Questo è il tema per cui facciamo le scuole per tutti, la scuola pubblica.
La coesione, penso, per la poca esperienza che ho da sindaco e da ex sindaco e dai 5 anni che ho fatto il ministro, si costruisce innanzitutto investendo sulle infrastrutture sociali. Le infrastrutture sociali non sono il capitale sociale, sono i luoghi in cui le persone entrano in relazione. In un ospedale pubblico, se è un ospedale che deve funzionare bene, perché nell’ospedale pubblico devono andare i ricchi e i poveri. Altrimenti non è un’infrastruttura sociale. Se noi alla fine per l’impossibilità di riformare il sistema sanitario non saremo in grado di fare in modo che nella scuola pubblica, nell’ospedale pubblico, vadano i ricchi e i poveri, la coesione fallisce. Il problema, quindi, è quello di non solo costruire infrastrutture sociali (scuole, piazze, oratori, favorire questi luoghi), ma anche fare in modo che questi luoghi siano di qualità, dove si eroga un’educazione di qualità.
Il ministro diceva prima che, alla fine, i temi essenziali sono la scuola, il lavoro, la casa. Oggi, per esempio, noi adesso abbiamo fatto una proposta sulle cosiddette compensazioni immateriali. Però oggi, per esempio, io credo che sia un’esigenza visibile, tangibile, che nessuno può negare: l’esigenza del tempo pieno per le famiglie nelle scuole. Il tempo pieno è una grande operazione culturale, è una grande operazione di sostegno sociale, di aiuto alle famiglie. Bisogna pensare a dei grandi programmi sulla casa e su questo tema che siano programmi incisivi nella vita quotidiana delle persone.
La seconda cosa che mi sembra si possa dedurre è questa. La politica, di solito (noi, me culpa), di solito non vede la società, non la vede. La presidente ha detto che ascolto. I sindaci fanno lo stesso, cercano di vedere la società. La politica in generale non si accorge della ricchezza che c’è nella società. Tendiamo a non vedere la vita, l’iniziativa, le capacità di auto-organizzazione. Molti dei fallimenti delle politiche di coesione dipendono dal fatto che lo sviluppo è centrale, è Roma che ha pensato ai programmi (o le regioni, ancora peggio di Roma, su certe cose), e non è mai stato il territorio che cercava una via di sviluppo autentica, autopropulsiva, come direbbe Derrida, capace di interpretare se stesse e di dire: “Questo è quello di cui ho bisogno io, io come territorio delle Marche, che è un modello di sviluppo magari diverso da quello di cui ha bisogno la Puglia”.
Quindi il fatto che noi non vediamo la società. A me è molto piaciuto che il Meeting sia iniziato con la testimonianza di queste donne, della donna palestinese, della donna israeliana, perché io penso che anche quando commentiamo i grandi scenari, noi omettiamo di vedere la società. Noi parliamo di Israele e non vediamo la società israeliana in piazza a fare la guerra. Parliamo degli stati, parliamo di astrazioni. Invece quelle due donne lì con la suora hanno detto: “Che cosa posso fare io? Come supero il mio lutto, la mia difficoltà? Come costruisco io coesione, unità?”. Intanto, facendo uno sforzo verso gli altri e costruendo qualcosa dal basso. Mi colpisce il fatto che noi come politica, ma anche noi come società, quando ragioniamo anche di grandi problemi, non vediamo le risorse che ci sono nella società, che sono presenti. Sono stato recentemente in Calabria a trovare vecchi amici delle cooperative sociali antimafia. È evidente che ci sono dei problemi nella Calabria, ma queste cooperative generano lavoro, creano legami di fiducia, creano senso di appartenenza, danno uno scopo collettivo, perché non c’è una comunità se non c’è uno scopo collettivo. E noi, non so, parliamo di Israele, Palestina, ma nessuno di noi ha fatto partire una raccolta fondi per combattere l’antisemitismo e favorire la ricostruzione di Gaza che i sindaci di Gaza, della zona di Gaza, stanno progettando. Arriverà un grande piano, un grande Master Plan dei G7, mentre i sindaci di Gaza sono gli unici che sanno come ricostruire Gaza. Spesso non vediamo quello che c’è. Ci sono i sindaci di Gaza, ci sono le donne, c’è Edna Calò che mette insieme israeliani e palestinesi, ci sono le due donne che abbiamo ascoltato. Queste sono persone che stanno costruendo.
Il successo dell’Italia è stato in gran parte dovuto al mix di questi due fattori: alla visione politica (elettricità per tutti, scuola per tutti, opportunità di lavoro per tutti) e alla capacità di lasciare che la società sia protagonista dal basso. Quindi noi con l’Intergruppo Sussidiarietà, credo, (ma poi Maurizio dirà meglio di me) cerchiamo di ricordare a noi stessi prima di tutto che questa società esiste, che ci interroga e che forse è in questa società il segreto dello sviluppo futuro. È in questa capacità di tenere insieme iniziativa individuale e grandi scopi collettivi. Concludo con questa cosa. Mi viene in mente un romanzo dove c’è Marco Polo che racconta al Kublai Khan, all’imperatore dei Tartari, di un bellissimo ponte. Quindi si siede e gli comincia a descrivere ogni pietra. E il Khan: “Perché mi parli delle pietre? A me interessa l’arco, mi interessa l’architettura.” E Polo gli dice: “Senza pietra non c’è arco”. Ecco, il tema è questo: se vogliamo costruire grandi architetture per il nostro paese dobbiamo imparare a descrivere, a vedere, a riconoscere le pietre che la società di suo mette insieme e aiutare a mettere cemento in queste pietre, perché altrimenti è molto complicato affrontare il futuro, anche con tanti soldi. I soldi non hanno risolto il problema del Mezzogiorno e non lo risolveranno se non ci sarà una società civile responsabile, piena di iniziativa, capace di prendere in mano il suo destino.
Luciano Fontana:
Bene. Non chiederò ai prossimi partecipanti di contare tutte le pietre del ponte sullo stretto, anche perché probabilmente non sarà fatto di pietre. Però mi sembra con Mariastella Gelmini, senatrice del gruppo di Noi Moderati, ma con un passato anche di ministro (qui siamo tutti ex ministri o attuali), in un settore importantissimo per la generazione di coesione, perché senza istruzione, senza crescita, senza formazione, senza cultura è molto difficile che questa parola diventi concreta. Delrio ha detto: “La politica non vede la società”. È una sensazione che sta vivendo? E come la risolve chi politica la fa ogni giorno?
Mariastella Gelmini:
Intanto buonasera a tutti e un ringraziamento a Maurizio Lupi, all’Intergruppo per la Sussidiarietà, a Giorgio Vittadini per questo invito e un ringraziamento a tutti voi, perché venire al Meeting è sempre una ventata di ottimismo e di positività. Il Ministro, nella sua premessa, insieme a Giorgio Vittadini, ha fatto una lettura molto onesta del tema della coesione, mettendo in evidenza anche le criticità, ha parlato di luci e ombre. Sicuramente, se guardiamo all’impatto, alla ricaduta dei fondi di coesione non solo nel nostro paese, ma anche a livello europeo, è aperto un dibattito e sono molte le possibilità di miglioramento dell’investimento di questi fondi. Però io, da convinta europeista, voglio difendere fino in fondo il concetto di coesione, perché la coesione, prima che fondi, è innanzitutto un metodo, un’attitudine e una responsabilità. Diceva uno storico latino che nella concordia anche le piccole cose crescono, mentre nella discordia le grandi vengono dilapidate. Quindi io penso che la coesione sia innanzitutto una scelta di campo, perché qual è l’alternativa? La disgregazione, o il correre, come spesso avviene all’interno dei vari livelli di governo, al contenzioso. Si può ricorrere al conflitto di attribuzione, al ricorso al TAR, al ricorso al Consiglio di Stato, ma così si va verso il conflitto, verso la dittatura dell’io che non è un “noi”.
Quindi io penso che noi siamo, tra virgolette, condannati alla coesione e dobbiamo viverla positivamente, perché vuol dire che siamo gli uni connessi agli altri. La coesione non è solo un’attitudine e un metodo, ma è anche un’assunzione di responsabilità rispetto a ciò che ciascuno può fare per concorrere al bene comune. Ed è anche la consapevolezza che uniti siamo più forti ed è, non da ultimo, anche uno strumento prezioso per contrastare le diseguaglianze. In genere, quando nel nostro paese si parla di diseguaglianze, si pensa alla diseguaglianza nord-sud, ma sono molto di più le diseguaglianze, perché c’è una diseguaglianza tra il centro e la periferia, tra la montagna e la pianura, tra la terraferma e il territorio che c’è all’interno delle isole. Ed è solo contrastando queste diseguaglianze che insieme si può recuperare quella visione di comunità di cui parlava Giorgio Vittadini quando faceva riferimento alla ricostruzione del dopoguerra. Perché la coesione affonda le sue radici dentro le comunità e quindi dentro quella società che Delrio prima diceva molte volte non si riesce a vedere.
È chiaro, ripeto, che ci sono margini per migliorare i fondi, ma io non vedo una strada diversa rispetto alla necessità, anche in tempi come quelli che stiamo vivendo dopo il Covid, con una guerra nel cuore dell’Europa e con una condizione economica che comunque ancora ci porta a delle sfide importanti. Si parlava prima del lavoro, della casa e della scuola e vengo al tema anche della scuola. Io penso che la coesione sia un elemento imprescindibile della sussidiarietà. Una sussidiarietà che non deve essere un dato formale, ma la presa di coscienza che da un lato serve uno stato forte, ma dall’altro non bisogna cedere al centralismo, ma sapere ascoltare, dialogare e rendere partecipi i corpi intermedi da un lato e il territorio dall’altro. Io penso che anche i criteri che informano la coesione possano essere migliorati. Però oggi, ancora una volta, difendo la scelta che l’Europa ha fatto di destinare questi fondi in primo luogo alle regioni più povere e poi il metodo del partenariato sociale ed economico, pubblico e privato.
Io penso che ancora una volta, attraverso il dialogo e la sinergia tra i diversi livelli di governo (da quello comunale a quello regionale, a quello statale), ma anche attraverso il coinvolgimento del mondo dell’impresa, anche attraverso il coinvolgimento del terzo settore, dell’associazionismo, si concorre alla ricostruzione di uno spirito di comunità e si va incontro alle esigenze della comunità. Io sono una liberale convinta, però l’analisi che Vittadini ha fatto su questo turbo-capitalismo che ha portato alla dittatura dell’individuo e ha fatto perdere il “noi”, il concetto di comunità, l’identità, la famiglia e la rete di impresa, tutto questo ha infragilito la nostra società. Quindi io penso che, pur difendendo fino in fondo l’impresa, il privato, noi abbiamo bisogno di recuperare un “noi” e penso che la coesione sia una strada maestra, anche una strada obbligata. Se ci sono margini di miglioramento a livello europeo, dobbiamo… Io credo che quello che si è fatto, per esempio, sul PNRR, anche se non sarà perfetto, però è tanto. Il nostro paese ha incassato la settima rata del PNRR. Lì le risorse sono state spese e governi differenti hanno creduto nel PNRR. Per una volta la politica non si è divisa, non è diventato uno strumento di questo o quel partito, ma è diventato un piano per il paese e oggi il paese incassa 140 miliardi dal PNRR. Certamente sulla coesione, se venissero spese tutte le risorse, ancora una volta l’Italia incasserà decine e decine di miliardi da quel tipo di investimenti.
Miglioriamo gli strumenti, ma ripeto, non c’è un’alternativa alla coesione e non possiamo nemmeno tutte le volte dare la colpa all’Europa, perché c’è qualcosa che anche a livello nazionale possiamo fare. È passato un po’ in sordina perché è capitato a metà agosto, ma in Senato è approdato un provvedimento di Calderoli sui livelli essenziali di prestazione. È chiaro che sull’autonomia ci sono posizioni diverse, però la messa a terra dei LEP, dei diritti sociali e civili, non è un atto partitico fazioso, ma è un’attuazione di un principio costituzionale. E voi direte: “Ma cosa c’entrano i LEP con la coesione?”. Secondo me c’entrano, e come, perché attraverso i diritti civili e sociali garantiti a tutti i cittadini, indipendentemente dal luogo di residenza (da nord a sud), vuol dire da un lato misurare i risultati, dall’altro consentire ai cittadini di poter valutare l’efficienza, dall’altro si va verso un risparmio e un uso accorto delle risorse. Allora io mi auguro che per migliorare la coesione si individui nella definizione e poi nel finanziamento progressivo dei livelli essenziali di prestazione (che non sono altro che i diritti sociali e civili) un modo per rafforzare la nostra coesione e per concorrere tutti insieme a un miglioramento della qualità di vita dei cittadini. È un percorso difficile, si sono persi decenni, però oggi questa opportunità è lì in Senato e io mi auguro che questo provvedimento possa avere un’approvazione più ampia dell’attuale maggioranza, perché è un qualcosa che è incardinato nella Costituzione e può veramente introdurre efficienza, trasparenza, un uso accorto delle risorse e una corresponsabilità nel rafforzare la nostra coesione proprio alla luce di quell’esempio che Vittadini ha fatto all’inizio della ricostruzione.
Se dopo la Seconda Guerra Mondiale siamo riusciti con la sussidiarietà, con un concorso di responsabilità con il pubblico, il privato, con i diversi livelli di governo a determinare dei notevoli passi in avanti, io penso che anche oggi non possiamo ignorare gli strumenti che abbiamo a disposizione. Sul lavoro è stata appena approvata una legge voluta dalla CISL che non suggerisce lo scontro tra i datori di lavoro e i lavoratori, ma va verso una compartecipazione dei lavoratori agli utili di impresa. Per quanto riguarda la scuola, abbiamo come Intergruppo sulla Sussidiarietà approvato le soft skills, che sono un modo per guardare alla persona, non solo alle nozioni e alle competenze, ma anche alla qualità, al carattere della persona, al problem-solving, all’empatia, al gioco di squadra, alla resilienza. Si è fatto con l’Intergruppo sulla Sussidiarietà, dove abbiamo ragionato di scuole paritarie, di ITS, sono tanti passaggi in avanti. Allora, io penso che dobbiamo usare questi strumenti, queste ricette e provare ad ascoltare il territorio e la società, esattamente come suggeriva prima Graziano, ma dall’altro lato ad uscire dalla polarizzazione, dallo scontro e sapere che solo con la coesione, solo con il “noi”, solo con la sussidiarietà possiamo riprendere quella capacità che è tipicamente italiana, che emerge durante le emergenze, ma che deve diventare un dato consuetudinario: quello dell’ascolto, della compartecipazione alla soluzione dei problemi.
Luciano Fontana:
Grazie. Allora, Stefano Patuanelli, senatore del Movimento 5 Stelle. Naturalmente il Movimento 5 Stelle ha una posizione molto critica e dialettica rispetto a questa maggioranza, una visione sui temi della coesione che è stata anche in passato diversa, avendo al centro, ad esempio, come uno degli elementi fondamentali il reddito di cittadinanza, molto contestato e anche rivisto radicalmente dall’attuale maggioranza. È importante, credo, però la sua partecipazione all’Intergruppo e il fatto che su alcuni temi che riguardano le persone e i loro bisogni ci sia una politica che riesce a mettere insieme quali sono le cose che possono mettere insieme il mondo politico e non trasformarlo in questa guerriglia quotidiana a cui assistiamo.
Stefano Patuanelli:
Intanto grazie direttore, grazie a Maurizio che inspiegabilmente per il quinto anno consecutivo mi invita al Meeting, dove vengo con grande piacere. Anche se non ci fosse stata questa domanda introduttiva che in qualche modo sottolinea le asperità del confronto politico, volevo proprio iniziare dicendo che auspico che questo tipo di dibattito si possa fare anche in Parlamento con questo approccio, con questa serenità, con questa serietà e con questo grado di approfondimento. Perché alla fine hanno parlato esponenti di quasi tutte le forze politiche, ma lo stiamo facendo con un confronto sereno e nel merito. Io credo che si possa fare innanzitutto partendo da un’analisi condivisa di dove oggi la società italiana ha le maggiori fratture e dove è più necessario intervenire per ricucire la società e quindi dove c’è maggiore necessità di coesione e di sussidiarietà e di società civile che compartecipi alle ricuciture. Diversi temi sono stati toccati.
Io condivido, ad esempio, l’analisi sul tema della casa. Il ministro ha detto che una parte eventuale delle risorse potranno essere spostate sul tema dell’housing sociale. Credo che sia una delle prime emergenze, dove l’elemento critico riguarda tutto il paese, non soltanto il sud. Sul tema della casa l’Italia ha una grande peculiarità, che è quella di vedere la stragrande maggioranza dei cittadini proprietari di casa. Questo comporta che il modello dell’abitare è un modello diverso da quasi tutti gli altri paesi e cercare di importare, ad esempio, la finanziarizzazione degli interventi immobiliari per il nostro paese è un problema maggiore che in altri stati. Oggi il problema dell’accesso alla casa è un tema emergente. Emergente non soltanto per la fascia vicina alla soglia di povertà. È un problema che sta emergendo per il ceto medio, che viene espulso dai centri delle grandi città e che deve vivere in periferia perché non può più permettersi di vivere nei centri delle città, e vale per tante aree metropolitane di questo paese. Allora, su questo dovremmo provare a fare un ragionamento di come invertire questa tendenza e penso che possiamo farlo tutti assieme. Un elemento che può unire le forze politiche sulle risposte da dare sui territori.
Io credo che ci sia un grandissimo problema di coesione sociale, di aspettativa di migliorare la propria condizione di vita. Giorgio Vittadini prima diceva che più del 50% della ricchezza in mano a una percentuale del 5% della popolazione. Questo è un elemento di frattura sociale, perché se le distanze aumentano è evidente che c’è chi sta male ha come prospettiva quella di stare sempre peggio e chi sta bene ha la prospettiva di stare sempre meglio, ma questo aumenta le distanze sociali. Allora credo che tutti assieme dovremmo ragionare su come implementare misure che accorcino invece le distanze della società. Noi abbiamo provato a dare delle risposte, come forze politiche anche diverse, a questo tema. Non ci metterei… Lei ha citato il reddito di cittadinanza. È evidente che per noi è una misura che aveva tanto senso e che lo ha ancora, perché il mondo del lavoro, molto spesso, anche in una fase storica come quella attuale dove i dati sull’occupazione (intesi come possibilità di lavoro) sono positivi, nascondono però l’esigenza di cambiare molto spesso attività professionale lavorativa e di avere dei periodi di pausa tra un lavoro e l’altro dove le persone vanno formate per trovare nuove opportunità e probabilmente alle quali va dato un sostegno che non può essere soltanto quello dell’assegno di disoccupazione, perché non è sufficiente per vivere e arrivare a fine mese. Allora, uno strumento universale di sostegno al reddito, secondo me, è fondamentale. Poi io credo che bisognerà cambiarne quantomeno il nome, perché probabilmente nella narrazione collettiva la parola “reddito di cittadinanza” ha avuto una narrazione talmente negativa (purtroppo sia nel dibattito parlamentare che in quello sulla stampa) che probabilmente riproporlo sarà sbagliato. Chiamiamolo in un altro modo, troviamo il modo per migliorare alcune delle evidenti distorsioni che ha prodotto, però credo che uno strumento universale di sostegno al reddito sia un bisogno e sia necessario perché sta aumentando la povertà assoluta del paese.
E poi sulla coesione territoriale abbiamo sempre declinato, credo forse da 70 anni, le differenze territoriali come se fossero soltanto un problema nord-sud. Come diceva prima la senatrice Gelmini, oggi non c’è più soltanto un problema nord-sud, c’è un problema tra i centri e le periferie di disomogeneità dei servizi che vengono offerti e forniti ai cittadini. C’è un problema tra le aree interne e le aree dei nuclei abitati. C’è un problema tra chi abita negli Appennini e non ha più alcun tipo di servizio rispetto a chi abita sulla costa. C’è un problema di insularità. C’è un disegno di legge, tra l’altro, che proviene dalla scorsa legislatura sull’insularità che vorrei che il governo si impegnasse a portare avanti e a concludere, perché ha bisogno di essere implementato e completato, perché serve un sostegno a chi vive sulle isole e soprattutto sulle isole minori, non soltanto in Sicilia o Sardegna. Poi, se volete, dico anche qualcosa sul Ponte dello Stretto, più da ingegnere che da politico, perché è un’opera che da ingegnere mi affascina, da politico molto meno. Credo che su questi temi ci siano gli spazi per ragionare assieme. Si diceva che il Meeting è sempre un momento che stimola la positività ed è sicuramente così. Nonostante questo non riesco a essere ottimista sul futuro della coesione. Sono certo che se c’è la possibilità di implementare strumenti di coesione e di sussidiarietà si passa attraverso la società. L’hanno detto tutti e io ne sono convinto che sia la strada giusta. La coesione parte dal basso e la società che deve essere protagonista. Ho paura che lo stress e le distanze tra tante parti della società italiana siano talmente ampi che oggi non basti più parlare di coesione, che serva qualcosa d’altro e di nuovo che dobbiamo provare a costruire insieme, mettendo da parte gli slogan della politica e le ideologie e la volontà di creare consenso con la contrapposizione, ma per una volta, invece di pensare a noi stessi, pensiamo al paese e ai nostri cittadini e cerchiamo delle risposte per loro.
Luciano Fontana:
Grazie, Patuanelli. Adesso Maurizio Lupi. Siamo quasi in conclusione del nostro tempo. Maurizio Lupi è qui non come presidente del gruppo di Noi Moderati, ma come presidente dell’Intergruppo parlamentare per la Sussidiarietà. Una battuta: aleggia lo spirito di De Gasperi, mi sembra, e della sua famosa frase che “i politici guardano le elezioni, gli statisti pensano alle prossime generazioni”. Non so se siamo in questa condizione, però prendiamolo come un buon punto di vista, e lo dico perché in questo documento, nel documento dell’Intergruppo, c’è un aspetto molto importante che guarda, per quello che chiede davvero, a qualcosa che è decisivo per le prossime generazioni in termini di interventi sociali, compensazioni. Maurizio Lupi.
Maurizio Lupi:
Sì, intanto veramente grazie a nome dell’Intergruppo parlamentare per la Sussidiarietà, di quelli che sono qui, ma anche dei colleghi che durante l’anno, di tutti i gruppi parlamentari, lavorano ormai da 23 anni al Meeting di Rimini, perché ci ospitate. Non è una formalità quello che ogni anno qui veniamo a fare. Fatemi ringraziare anche il direttore del Corriere che ogni anno accompagna i nostri incontri. Credo che gli vada un ringraziamento particolare non solo per la sua presenza, ma anche perché ospita poi quello che noi definiamo il manifesto che detta il lavoro di tutto l’anno insieme con la Fondazione per la Sussidiarietà e la Fondazione PWC. Rispondo alla tua domanda in maniera schematica. C’è innanzitutto un filo conduttore, un filo conduttore che ha visto in questi 23 anni il lavoro dell’Intergruppo attraverso le leggi che ha proposto e che ritorna oggi col tema che abbiamo voluto darci, che è quello della coesione che cresce dal basso e che vede la società protagonista. Noi siamo partiti dal 5×1000 che ormai è diventata una cosa che se togliamo, viene giù il mondo. Eppure ricorda Giorgio Vittadini, quando l’abbiamo proposto sembrava una rivoluzione, anzi avevamo grandi opposizioni, perché dare un pezzo delle tasse a chi è protagonista della società e che lo scelgano i cittadini.
Poi abbiamo voluto riportare al centro la persona, i talenti e la legge per il ritorno dei talenti, e poi l’assegno unico citato da Graziano, e poi la legge che abbiamo appena approvato dopo tanta fatica sulle competenze non cognitive nella scuola, cioè che la scuola è il luogo che ritorna a educare sulle competenze ma che rimette al centro la dignità e la qualità della persona e dell’alunno, perché la sfida, lo dicevamo prima, è quella, più che le competenze delle conoscenze, della capacità di affrontare la realtà nelle sue sfide. Oggi ritorniamo da questo, e il Meeting insieme all’Intergruppo… faccio solo questo esempio rapidissimo. Io ho partecipato insieme a degli amici a vedere una mostra. Il curatore Gino, non ciellino, così lo dico al direttore, che è qui a un certo punto alla fine della mostra parla coi ragazzi e dice: “Guardate, il Meeting è la più grande università popolare d’Europa”. Ecco, qui sta il punto di congiunzione. Perché è la più grande università popolare? Università, perché tu metti il tutto insieme, dalla cultura alla società, alla politica, alla scienza. Scuola, perché attraverso questo tu impari, ma con chi è protagonista, che è il popolo, il popolo del Meeting, ma il popolo, quella realtà che noi abbiamo voluto chiamare società. E allora la coesione, per arrivare al punto, è quel mattone che è sempre stato ciò che ha permesso e nel documento noi l’abbiamo voluto richiamare quell’articolo 3, dimenticato tante volte, della Costituzione che dice che la Repubblica si impegna a superare il divario che impedisce la libertà, la partecipazione, la dignità della persona, l’economia, la cultura. La coesione è quel mattone. E chi lo decide questo mattone? E come lo costruiamo questo mattone? Siamo noi politici? Tanti fallimenti ci sono stati. Oppure quello che abbiamo cercato di dire, ognuno partendo dalla nostra responsabilità, realismo: fotografiamo, capiamo che cosa c’è nella società, come si evolvono i bisogni e quindi diamo una risposta, perché la politica è questo, nelle diversità delle risposte che noi ci diamo. C’è una mostra meravigliosa al Meeting che invito (lo dico anche per gli amici che ci ascoltano da casa, non solo quelli che qui oggi sono presenti; eroi, grazie per essere qui alle 8:20. Vi dovete fare un applauso. A me ha colpito, visitandola con Draghi, tra l’altro, noi (io lo chiamo realismo, Draghi l’ha chiamato il pragmatismo), ma il realismo è: osserva la realtà, parti da ciò che la realtà ti dice e la società ti detta dove andare e crea le condizioni perché Vittadini oggi ha scritto un editoriale sul giornale del Meeting: “più società e più stato”, no? Perché questo possa accadere.
La mostra su Giannini, banchiere, e lì si vede come in maniera concreta l’infrastruttura finanziaria (che potrebbe essere infrastruttura materiale) e la persona sono messi insieme. Perché Giannini, uno studente della Bocconi, ci ha raccontato che faceva una cosa semplice, diceva: “Come faccio a decidere il finanziamento ad una persona? Gli guardo le mani e se ha i calli gli do il finanziamento”. Ecco dove si unisce la coesione, la risorsa, l’infrastruttura, ma che mette in campo la dignità della persona. Finisco dicendo che proprio per questo, quest’ultimo anno e mezzo ci vogliamo impegnare su questo tema che ha tante sfaccettature, ma come il 5×1000 può avere un grande esempio. Le compensazioni che per la realizzazione delle opere che nei comuni in tutta Italia si fanno non siano solo materiali (le scuole, gli asili, le infrastrutture eccetera), ma siano anche quelle immateriali. Perché non finanziare l’intervento e la presenza per tre anni, contemporaneamente, sotto la guida del pubblico, delle suorine che in quel quartiere danno una risposta e rispondono alla povertà educativa? Perché non aiutare in quella zona una società viva che c’è, il terzo settore, piuttosto che? Quello diventa una compensazione per quell’opera, perché questo dimostrerebbe e, ho concluso, esattamente che cos’è il valore della coesione. Poi noi utilizzeremo al meglio le risorse che, ovviamente, perché il compito dal ministro al mio amico Patuanelli sta esattamente nel dare risposte concrete alla responsabilità che noi abbiamo come parlamentari, che governiamo e facciamo politica. Grazie ancora al Meeting.
Luciano Fontana:
Grazie, Maurizio Lupi. Siamo in conclusione. Solo una battuta, Ministro: Patuanelli ha detto: “Non riesco a essere ottimista”. C’è qualche ragione invece per cui si possa in qualche modo sperare, essere ottimisti e che le politiche di coesione in qualche modo funzionino, e che poi vada in porto la proposta di legge che mi sembra molto importante e interessante?
Tommaso Foti:
Sulla proposta di legge ovviamente non mi posso pronunciare, perché io ho letto i principi della proposta di legge e sono quasi tutti di competenza di un altro ministro sotto il profilo tecnico. Sotto il profilo politico, sono pienamente d’accordo, quindi sono due cose diverse, no? Io volevo dire a Patuanelli, se un elemento di ottimismo è che io sono perfettamente d’accordo di fare in Parlamento un dibattito sulla coesione partendo dai fondi di coesione, perché tra l’altro quest’anno ricorrono i 50 anni dei fondi europei di sviluppo regionale e sono una di quelle gambe importanti dei finanziamenti della coesione. Gli altri due sono il Fondo Sociale Europeo e il Just Transition Fund, ma sono molto meno rilevanti. Dico questo perché chiaramente a me sarebbe piaciuto partecipare al vostro dibattito e dire, ad esempio, che io nella coesione vedo un po’ di sussidiarietà verticale e molto poco orizzontale per il momento. Forse noi avremmo il diritto-dovere di cercare di promuovere invece un’autentica solidarietà verticale e un’autentica solidarietà orizzontale. Quando l’onorevole Delrio ha fatto un riferimento importante rispetto ai comuni, guardate che io lo devo dire oggettivamente: ho un sacco di sindaci che mi vengono a dire: “Noi in questa coesione non siamo stati neanche chiamati”, e questo è un problema. Però è un problema che non nasce dal sistema Italia, nasce ad esempio dal fatto che, voi sapete, anche di recente, quando c’è stato il dibattito sulla coesione, il Comitato delle Regioni ha detto subito: “È una materia regionale, sono fondi regionali, dobbiamo gestirli a livello regionale”. Il problema è di non confondere la gestione dei fondi con la partecipazione ai programmi che si vogliono andare a finanziare. Poi nessuno vuole togliere come autorità di riferimento la Regione, però questo è un passaggio che dobbiamo fare. Ne aggiungo un secondo. Mentre istituzionalmente poi nella Conferenza Stato-Regioni c’è un’intesa sulla coesione, sotto il profilo della società civile rimangono soltanto (io ho guardato cosa sono arrivati) 300 contributi. Non c’è, tanto per essere chiari, il CNEL potrebbe essere un soggetto che almeno fa da contraltare a quello che è il ragionamento della Conferenza Stato-Regioni, perché diversamente noi facciamo una consultazione pubblica, acquisiamo una serie di pareri che ci vengono dati dagli organi sociali intermedi… conclusione: la trattativa poi è a due e dobbiamo decidere, tra parentesi, spesso, di non violare il principio di addizionalità, perché molto spesso il tentativo non è di aggiungere strumenti per superare gli attuali divari, ma finanziare con la coesione strumenti che c’erano già e questo sarebbe un tradire i principi della coesione. Quindi in conclusione io dico, dato che siete (almeno due capigruppo ci sono, ma gli altri due colleghi sono due colleghi che pesano nei loro partiti), se la conferenza dei capigruppo Camera e Senato vuole individuare un giorno… poi ovviamente il dibattito sarà tra i soliti noti, perché ahimè funziona così e la votazione sarà invece con tutti i banchi pieni. Però, dato che io penso che sia un tema di arricchimento personale, politico, ma sia un arricchimento del paese, parlare di certi temi, altrimenti continuiamo a ripeterci su tutte le minuzie per le quali l’opinione pubblica ormai ci schiva. Quindi, benvenga questa proposta che io accetto a pieni polmoni in questa sede. Grazie.
Luciano Fontana:
Grazie, Ministro. Abbiamo chiuso. Vittadini, a lei padrone di casa, un saluto.
Giorgio Vittadini:
Per avere una politica di coesione bisogna avere un Parlamento coeso, nel senso detto da Patuanelli, cioè un luogo dove il potere legislativo, che è fondamentale ci sia ancora, ci siano dei partiti che possono parlare e non si riduca l’Italia all’esecutivo e al giudiziario. Un Parlamento dove si discuta, si possa dialogare è un fattore fondamentale senza cui la coesione non c’è. È il secondo fattore di coesione che questo Parlamento, come è stato detto, ascolti la società civile, dopodiché si possono fare le politiche.
Luciano Fontana:
Grazie. Allora, grazie a tutti i partecipanti a questo dibattito, grazie soprattutto a voi che siete stati qui ad ascoltarci. Messaggio finale. In fiera si trovano le postazioni con un cuore rosso per chi vuole contribuire e sostenere il Meeting di Rimini. Grazie, buona serata a tutti.










