INTERGRUPPO PARLAMENTARE PER LA SUSSIDIARIETÀ. Crisi ed economia sociale di mercato. - Meeting di Rimini
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INTERGRUPPO PARLAMENTARE PER LA SUSSIDIARIETÀ. Crisi ed economia sociale di mercato.

Partecipano: Roberto Cota, Deputato al Parlamento Italiano, Lega Nord Padania; Maurizio Gasparri, Senatore della Repubblica Italiana, PdL; Maurizio Lupi, Vice Presidente Camera dei Deputati; Alessia Mosca, Deputato al Parlamento Italiano, PD; Savino Pezzotta, Deputato al Parlamento Italiano, UdC; Ermete Realacci, Deputato al Parlamento Italiano, PD; Barbara Saltamartini, Deputato al Parlamento Italiano, PdL; Ugo Sposetti, Deputato al Parlamento Italiano, Pd; Raffaello Vignali, Deputato al Parlamento Italiano, PdL. Introduce Stefano Zamagni, Presidente Agenzia per le Onlus. Modera Emmanuele Forlani, Coordinatore Segreteria Intergruppo Parlamentare per la Sussidiarietà.

 

MAURIZIO LUPI:
Buonasera a tutti. Innanzitutto noi volevamo, credo di interpretare il pensiero di tutti gli amici che anno accettato anche questo anno il nostro invito ad essere qui presenti, gli amici dell’Intergruppo, volevamo dirvi grazie, perché abbiamo vissuto tutti questa giornata insieme e vedervi qui ancora così numerosi, alle sette di sera, dopo immagino numerosi incontri, è la testimonianza che questo è un luogo dove si può ascoltare, dove si può discutere, dove ci si può confrontare, dove si può raccontare anche delle esperienze vicendevoli. Grazie ancora per la vostra presenza e per la testimonianza che siete per noi qui che siamo sul palco. Io devo solo ringraziare e presentare gli amici che sono qui sul palco con me e che durante l’anno con me, insieme a tantissimi altri amici parlamentari, fanno il lavoro dell’Intergruppo parlamentare per la sussidiarietà. Conoscete tutti dunque, è inutile perdere del tempo e ormai questo è un appuntamento tradizionale, Emanuele Forlani, che è il nostro segretario generale dell’Intergruppo, quindi ringrazio in particolare le persone che per la prima volta sono qui al Meeting, in particolare penso all’amico Capogruppo della Lega, Roberto Cota, che è qui con noi; Savino Pezzotta lo conoscete tutti, è comunque un amico tradizionale del Meeting; new entry, Barbara Saltamartini, del Pdl; bèh, Raffaello Vignali credo non abbia bisogno assolutamente di presentazioni, anche lui da presidente della Compagnia delle Opere in questa legislatura è arrivato con noi in Parlamento; Maurizio Gasparri è un grande, io lo conosciuto quest’anno da capogruppo al senato, poi ha iniziato a lavorare in maniera appassionata con noi. Come vedete la parità ce l’abbiamo, nel senso che nell’Intergruppo ci sono tantissime e carissime amiche parlamentari che lavorano con noi, l’amica Mosca del Partito democratico, brianzola; con Ermete Realacci, che penso non abbia assolutamente bisogno di presentazione, credo che sia uno degli amici più cari del Meeting di Rimini; ed infine l’idolo del Meeting di Rimini, del gruppo interparlamentare per la sussidiarietà, l’anno scorso ha detto: altro che festa dell’Unità al Meeting di Rimini, è un’altra cosa; parlo naturalmente dell’amico Ugo Sposetti. A Emmanuele Forlani la parola, non ho dimenticato naturalmente il professor Zamagni, che è un carissimo amico, presidente dell’Autorità per il volontariato, poi non si chiama così però la sostanza è questa, tante volte a partecipato ai nostri gruppi. La parola a Emmanuele Forlani.

EMMANUELE FORLANI:
Allora iniziamo i nostri lavori che, come è consuetudine degli ultimi anni del Meeting, sono sempre centrati attorno ad un tema, che è poi il tema sul quale l’Intergruppo ha lavorato nel corso dell’anno che intercorre tra un Meeting e l’altro. Il tema dell’economia sociale di mercato, legato alla questione della crisi economica, di cui tanto abbiamo discusso in questo Meeting, è un tema che è emerso nel dibattito all’interno dell’Intergruppo, ed è andato avanti con momenti anche di discussione e di confronto molto serrato, all’interno della Camera dei deputati e del Senato, con gli altri membri dell’Intergruppo, che ricordo essere oltre 320, tra deputati e senatori. Il tema dell’economia sociale di mercato anche in questi giorni è tornato fuori e ci interessa poterlo approfondire in quella chiave di sussidiarietà nella quale ci siamo domandati come la questione della sussidiarietà può essere e se può essere un modo, uno strumento attraverso il quale affrontare il tema della crisi economica. Abbiamo chiesto al professor Zamagni, che oltre ai tanti ruoli che conosciamo ha anche contribuito alla stesura della recentissima enciclica di Benedetto XVI, di intervenire per introdurre sinteticamente, con alcuni spunti, il tema, proprio perché alla luce degli avvenimenti degli ultimi mesi, quindi non solo con l’inizio di questa crisi, ma anche con gli avvenimenti di questi mesi, possa offrire qualche spunto in più rispetto a questo tema, nella convinzione che ha portato avanti i lavori nell’Intergruppo di questo anno, nel fatto cioè che la questione della crisi economica non può essere affrontata in maniera asettica o in maniera semplicemente rigida rispetto a modelli economici, ma che la questione del valore della persona che sta al centro del tema della sussidiarietà sia un elemento centrale. Gli lascio subito la parola per poi passare agli interventi, che per ragioni di tempo non saranno lunghissimi ma avranno tutto lo spazio per affrontare comunque il tema. La parola al professor Zamagni.

STEFANO ZAMAGNI:
Grazie molte. Mi è stato chiesto appunto una introduzione ed assolvo il mio compito partendo da una constatazione. Ci sono due tipi di crisi, così come sono noti nella letteratura. Ci sono le cosiddette crisi dialettiche, che sono quelle che avvengono tra gruppi sociali, all’interno di una determinata società, e sono le crisi dialettiche quelle che più frequentemente vengono evocate. Quella che stiamo vivendo non è di questo tipo. Quella che stiamo vivendo è quella che nella letteratura specialistica viene chiamata entropica. Entropica perché è un tipo di crisi che rischia di far collassare il sistema senza modificarlo. Esempi di crisi dialettiche sono la Rivoluzione americana, la Rivoluzione francese, la Rivoluzione d’ottobre in Russia. Abbiamo nella storia anche importanti crisi entropiche, pensiamo alla crisi che accompagna la caduta dell’Impero Romano, pensiamo alla crisi che riguarda, ad esempio, il passaggio del feudalismo all’avvento dell’epoca moderna. Pensiamo per portarci a giorni più vicini a noi, pensiamo alla crisi dell’Unione Sovietica. Cioè le crisi entropiche sono quelle che sono dovute non tanto ad attacchi dall’esterno ma dall’incapacità di un determinato sistema di generare quei valori e quei principi che ne garantiscono la sostenibilità, cioè la durata del tempo. La crisi che stiamo vivendo, non è questa la sede, non abbiamo il tempo, però questo ci aiuta a capire che male fanno quelli che mettono a confronto questa crisi e quella del ’29, nulla a che vedere! La crisi del ’29 non ha nulla a che vedere con l’attuale crisi. Quella era una crisi dialettica, quella di oggi è una crisi entropica. Allora la domanda diventa come si fa a superare una crisi di tipo entropico, questo è il punto. Ora non possiamo pensare di aggiustare il modello con pezzi di un tipo o dell’altro, in altre parole non possiamo rispondere alla domanda ricorrendo alla tecnica, perché la tecnica è necessaria, gli interventi di natura tecnica o amministrativa sono bensì necessari ma non sufficienti. Una crisi entropica la si risolve se riusciamo ad individuare quei principi o quei valori che, per un motivo o per l’altro, ne hanno determinato l’insorgenza e quindi agendo sui quei valori. Questa in un certo senso è la tesi che noi troviamo esplicitata in Caritas in Veritate, che è l’ultima enciclica di Benedetto XVI, che a molti forse è sfuggita, non è compito certamente di un Papa fare l’analisi dettagliata delle cause prossime bensì delle cause remote. E c’è anche qui un esempio importante, dei tanti che potrei citare. Quando cade l’impero romano, un personaggio che si chiamava Girolamo dice ‘basta non c’è più niente da fare, è finita la storia’, e come sappiamo si ritira nel deserto, perché aveva pensato che non ci sarebbe stato più nulla da fare. Chi lo richiama? Lo richiama un altro personaggio, che corrisponde al nome di Benedetto, e gli dice no, è adesso che viene il bello, proprio perché l’impero romano è caduto, dobbiamo ricominciare una nuova storia, e il famoso ora et labora di Benedetto aprirà la stagione della cosiddetta era delle cattedrali e via discorrendo. E altri esempi, se avessi il tempo, potrei portare, ma questo mi serve soltanto per dire che l’uscita da una crisi entropica la si fa se riusciamo a difendere quelle isole di resistenza e di testimonianza che ci sono in ogni società, a cominciare dalla nostra che è la società italiana. Concretamente vuol dire che dobbiamo avere la capacità di capire quali sono stati i principi di organizzazione sociale e i valori che riguardano propriamente la sfera economica finanziaria, che hanno determinato questa crisi. Ne indico tre. La prima ha a che vedere con il fatto che si è affermato, negli ultimi circa trenta anni, una concezione della impresa come merce. L’impresa come una merce, come tutte le merci può essere comprata e venduta a seconda delle convenienze. Cosa c’è d’errato in questa concezione, che non era mai esistita in precedenza? D’errato c’è che in questo modo si perde il capitale umano, perché il capitale umano non è come il capitale fisico, io posso comprare e vendere una macchina, trasferirla da una impresa all’altra senza che la produttività di questa macchina ne abbia a risentire, ma il capitale umano è incorporato nelle persone e se allora noi dimentichiamo questo aspetto e pensiamo che l’impresa sia una merce, che si possa comprare e vender oltre che le macchine anche le persone, i risultati di defaillance sono inevitabili e questa crisi ce li sta dimostrando. La seconda ha che vedere con un altro fatto, che è la ridistribuzione della ricchezza: per ridistribuire bisogna produrre. Ma chi produce ricchezza? La produce il mondo delle imprese. Allora che cosa è accaduto in questi ultimi decenni che ha provocato la crisi? L’infatuazione della sfera finanziaria della cosiddetta economia reale. Il sistema bancario finanziario è indispensabilissimo, però non è quello che genera al proprio interno la ricchezza, il sistema finanziario serve a consentire ad altri di generare ricchezza. Quando si parla di finanziarizzazione dell’economia, si fa riferimento proprio a questo, e cioè all’aver dimenticato chi è il fattore ultimo da cui si genera, viene generata la nuova ricchezza. Ed è ovvio che quando la speculazione a questo punto va a sostituire l’attività produttiva, ne deriva che la rendita prende il posto del profitto e prende il posto del salario e le conseguenze sono poi inevitabili. C’è infine una terza causa remota della crisi in atto, e questa ha a che vedere con una circostanza che forse, per colpa di noi economisti, quasi mai viene messa al centro dell’attenzione. Mi avvalgo di questo dato di Angus Maddison, grande e famosissimo storico economico, che recentemente ha pubblicato un’opera notevole, nella quale mette in evidenza, non sto a dire come è riuscito a ottenere questi dati ma è una persona sicuramente credibilissima, che nell’anno mille il reddito pro-capite a livello mondiale era di cinquecentotrentacinque dollari, a livello mondiale pro-capite, nell’anno duemila il reddito pro-capite è arrivato a ottomila dollari, il che vuol dire che nell’arco di mille anni la ricchezza media pro-capite è aumentata di tredici volte, più o meno questo è il rapporto tra 530 e 8000, al tempo stesso, però, aggiunge Maddison, se facciamo il confronto tra il reddito o la ricchezza del gruppo di testa della società e del gruppo ultimo della società, vediamo che il divario è aumentato di quaranta volte. Cosa dicono questi dati nella loro crudezza? Che la ricchezza è bensì aumentata e di questo siamo tutti felici, perché questo è un indice di efficienza, però questo aumento dell’efficienza, che non è cosa da poco, si è accompagnato ad un aumento della disuguaglianza. Cioè a dire che la disuguaglianza è aumentata molto di più dell’aumento della ricchezza pro-capite, è questo non è sostenibile. Non c’è bisogno di essere economisti, per capire che non è possibile che un sistema economico possa evolvere se all’aumento dell’efficienza corrisponde una diminuzione dell’equità. Perché, dicevo, forse è colpa degli economisti, perché gli economisti hanno, a mio modo di vedere, in maniera errata interpretato il loro ruolo come gli esperti dell’efficienza. All’economista si chiede come essere efficiente, cioè come evitare gli sprechi e come aumentare la ricchezza sempre di più. Questo purtroppo è un convincimento errato, perché se all’aumento della ricchezza non corrisponde anche un miglioramento della sua distribuzione, la insostenibilità è garantita. Allora se queste sono le tre cause remote, non prossime, le cause prossime ormai le conosciamo tutti, le cronache, i giornali in questi ultimi mesi ci hanno abbondantemente istruito al riguardo. Qual è la via d’uscita? Qui l’intervento del Papa nella sua Enciclica, direi che ci da un messaggio molto forte. Se queste sono, come io ritengo, le cause remote, solo agendo su queste possiamo pensare che fra dieci o quindici anni nelle proporzioni attuali non abbia a ripetersi. Diversamente attaccheremmo soltanto delle pezze, dei cerotti, come spesso si sente dire. E allora quali sono le vie d’uscita? Il primo compito è quello di superare la dicotomia tra sfera dell’economico e sfera del sociale; questo badate è una delle cose più difficili da far capire alla gente, a cominciare dagli studiosi. Come dire, noi fino adesso siamo andati avanti pensando che l’economico fosse la sfera dell’efficienza, e la sfera del sociale quella dell’equità. Abbiamo visto quello che è successo, bisogna che in altra parole la dimensione del sociale, che dice della solidarietà, della giustizia etc., entri dentro l’economia mentre si produce ricchezza, non dopo che si è prodotta. Intervenire post-factum, come si suol dire, è troppo tardi e quindi genera insostenibilità. Ma è vero anche il viceversa, bisogna che la dimensione dell’economico entri dentro la sfera del sociale. Non possiamo pensare che il sociale, proprio perché è tale, non debba fare i conti con l’efficienza. Ecco allora la prima via d’uscita, che molto chiaramente è tracciata in questa Enciclica, e cioè l’economico e il sociale devono tornare a unirsi, come fu agli inizi della nostra storia, cioè all’epoca dell’umanesimo, 1400, 1500 etc.. La seconda via d’uscita ha a che vedere con l’ingresso economico e sociale del principio di fraternità. Voi vedrete che il terzo capito della Enciclica reca il nome di Fraternità ed è una novità, perché anche nella Centesimus Annus la parola fondamentale era solidarietà, qui in vece è fraternità. E’ una questione semantica? No è una questione sintattica, cioè ha a che vedere con la sostanza del discorso. Perché ormai siamo arrivati a capire che l’orizzonte di una società giusta non è sufficiente. Vogliamo una società giusta, ma non ci basta una società giusta, vogliamo una società fraterna cioè una società nella quale i contratti e le leggi non sono gli unici regolatori. Purtroppo una deformazione che ci portiamo dall’ultima modernità, è che per far funzionare bene la società bastino contratti, capite bene cosa vuol dire contratti, relazioni di scambio ben oliate e leggi, e rispettare le leggi. No. Non si va avanti solo con le leggi, intendiamoci, le leggi sono indispensabilissime, ma non bastano. Così come non bastano i contratti, c’è bisogno cioè di una sfera di relazioni, che noi chiamiamo di reciprocità, che sono la espressione dei nessi di fraternità di persone; non si vive bene in quelle comunità, in quelle società dove la fraternità viene eliminata. E noi sappiamo che proprio una delle tre parole chiave della Rivoluzione francese era proprio fraternità, liberté, égalité e fraternité, e sappiamo anche quello che fecero i giacobini dopo la rivoluzione, che obbligarono a cancellare la parola fraternità perché, come voi capite, dava fastidio. Infine, e poi ho finito il mio tempo, la terza via d’uscita ha a che vedere con il principio di sussidiarietà. In questa Enciclica c’è una formulazione nuova del principio di sussidiarietà, ci vorrà del tempo perché avvenga, probabilmente. Cioè dire non basta che la sussidiarietà venga declinata nella forma, come tradizionalmente, si dice verticale e orizzontale, questa è già una grande forma di conquista di civiltà e a questo dobbiamo essere grati a tanti che negli ultimi decenni si sono battuti e i questo luogo gli amici del Meeting ne sanno qualcosa. Però dobbiamo fare un passo ulteriore, capendo che la sussidiarietà è minacciata sia dallo statalismo, e questo ormai lo sanno tutti, ma è minacciata anche dal privatismo. Cioè, il nemico della sussidiarietà non è solo chi afferma il modello centralistico, statalistico, questo ormai è acquisito, ma dieci, quindici, venti venticinque anni fa non era acquisito, in questo senso gli amici del Meeting hanno dato un contributo non indifferente alla maturazione di questo convincimento, e di questo tutte le persone in buona fede devono essere loro grati. Però siamo arrivati al punto di comprendere che c’è un altro nemico della sussidiarietà, che è il privatista, cioè voler rendere tutti i rapporti interpersonali o tra gruppi sotto la categoria del contratto, ma voglio essere più esplicito ancora. Se noi pensiamo al mondo del cosiddetto terzo settore, l’associazionismo, cooperative sociali, fondazioni, tutto questo variegato mondo, noi vediamo che oggi a questo mondo, i rischi maggiori e soprattutto gli impedimenti maggiori alla loro crescita derivano da coloro i quali ritengono che la fornitura, ad esempio, di servizi alla persona, dovrebbero essere regolati secondo i criteri del mercato in senso tradizionale. Questo è il rischio del privatismo. Questa è la ragione per la quale il Parlamento europeo, il 19 febbraio scorso, ha approvato un risoluzione, per la prima volta, sulla economia sociale, nella quale, al paragrafo 4, si legge che il Parlamento europeo invita i governi nazionali dell’Unione europea a modificare le legislazioni nazionali, per consentire ai soggetti della società civile, portatori di cultura, quelli che noi chiamiamo i soggetti del terzo settore, ad avere delle regole che riguardino la concorrenza che non travisino la loro identità. Badate, in Italia i mass-media non ne hanno parlato, all’estero sì, ma questa è un’affermazione di portata rivoluzionaria. Perché vuol dire se noi pretendiamo di imporre ai soggetti del terzo settore le stesse regole della competizione che valgono per le imprese for profit o di tipo capitalistico, questo vuol dire negare la sussidiarietà, cioè la seconda versione o la seconda gamba della sussidiarietà. Ecco perché io mi aspetto, e vado a concludere, che gli amici del tavolo si battano perché anche nel nostro Parlamento qualcosa del genere avvenga. Perché la concorrenza, la competizione è una cosa buona in sé, però non sta scritto da nessuna parte che le regole della competizione debbano essere le stesse per una cooperativa sociale o per una grande impresa s.p.a. quotata in borsa. Questa fra l’altro è la ragione per cui l’agenzia, che presiedo pro-tempore, sta portando aventi il progetto di una borsa sociale, cioè un mercato dei capitali dedicato ai soggetti del terzo settore che, diversamente, non potranno decollare o svilupparsi come vogliono. Su questo siamo già avanti, ci sono alcune Regioni, tra cui la Lombardia, che si stanno molto battendo per questo. Chiudo dicendo con una frase, che mi è sempre piaciuta, di Agostino d’Ippona, quando definisce la speranza nei seguenti termini: “la speranza è una virtù che ha due bei figli, la rabbia e il coraggio, la rabbia nel vedere le cose come stanno andando, il coraggio di vedere come potrebbero andare”. Ecco mi è sempre piaciuta questa definizione di speranza perché ci fa capire che coltivare e nutrire la speranza vuol dire arrabbiarsi, ma arrabbiarsi con il coraggio di modificare l’esistente, sapendo però che, come appunto fece Benedetto milleseicento anni fa e qualcosa di più, aprì una nuova stagione quando tutti pensavano che non ci sarebbe stato più nulla da fare. Grazie.

MAURIZIO LUPI:
Approfitto di tutti voi e di tutti noi per ringraziare l’arcivescovo di Palermo Paolo Romeo che è qui e che sta seguendo i nostri lavori. Lo ringraziamo con un caloroso applauso, e tutta la giornata che ci segue e questo è indice dell’affetto e di questo lo ringraziamo.

EMMANUELE FORLANI:
Allora iniziamo i nostri lavori parlamentari, essendo tutti parlamentari, sono tutti abituati a rispettare i tempi. Noi abbiamo fatto una suddivisione matematica, ce ne sono almeno sette a disposizione, essendo al Meeting, qualche manciata di secondi in più si regala. Iniziamo subito con Ermete Realacci, che è tra i primi promotori della primissima ora dell’Intergruppo.

ERMETE REALACCI:
Lasciamo perdere fra di noi i complimenti. Provo a concentrarmi su un punto che, essendo d’accordo, non casualmente, con tutto quello che ha detto il professor Zamagni, è questo: io sono convinto, assolutamente convinto che l’Enciclica del Papa porti un contributo importante. L’Intergruppo della sussidiarietà è nato chiaramente come intergruppo perché noi pensiamo che ci sono delle cose che spesso la politica non legge in maniera adeguata, che gli schieramenti politici così come sono fatti non sono in grado di leggere, così che spesso la politica non è in grado di individuare una missione comune del paese. Ma le cose che a noi stanno a cuore, una certa idea di valori di società, il ruolo della sussidiarietà, sono oggi una delle cose che può rendere più competitiva la nostra economia. Perché nella corteccia rettile, anche dei politici, ma di tutti, c’è come questa scissione, come diceva il professor Zamagni, l’idea che si possa operare sulla società indipendentemente da come è l’economia e che magari si possa agire sul terreno della questione sociale soltanto dopo che si sia risolto il problema della competitività. Io penso invece che, in generale e in particolar modo per il nostro paese, il ragionamento sia diverso. Devo dire che da questo punto di vista sono stimolato anche dallo slogan che è stato scelto quest’anno: la conoscenza è sempre un avvenimento. Io ricordo un bellissimo discorso di Amartya Sem, uno degli economisti che ci può essere forse più utile nel leggere la complessità della crisi e la prospettiva di un’economia a misura d’uomo, per dirla un po’ anche con i toni dell’enciclica, in cui lui citava un proverbio bengalese: “il sapere è un bene molto particolare, più se ne dà, più se ne riceve”. Allora la domanda è questa: siamo sicuri che nella sottovalutazione, che nel passato è stata spesso fatta, dell’economia italiana, non ci sia anche una incapacità di leggere i fondamenti veri della nostra economia? Noi molto spesso abbiamo avuto una lettura dell’Italia secondo cui i limiti sono trasversali e anche nella crisi, aggiungo i limiti sono trasversali fra il centro destra e il centro sinistra, lo dico in termini un po’ brutali. Il centro sinistra, a mio avviso, ha ragione nel sottolineare le criticità della crisi, molto probabilmente i mesi davanti a noi saranno i mesi più difficili, perché avremo un problema molto serio sul credito alle piccole medie imprese, sui lavoratori, sulle famiglie a reddito più basso e non è che la prospettiva, che tutti ci auguriamo, di una ripresa renda più facile affrontare i difficilissimi tempi che abbiamo davanti. Però al tempo stesso è insufficiente nell’ indicare la speranza, le due cose che diceva prima Zamagni, la rabbia e il coraggio che costruiscono la speranza, cioè la prospettiva, la visione, in che direzione muoversi. Ma per capire in che direzione muoversi, siccome non ho mai creduto ad una politica che è fatta come un rompighiaccio, cioè che indipendentemente dal sistema di riferimento fa quello che pensa sia giusto fare, ma ho sempre creduto ad una politica che è fatta più come ad una barca a vela – diceva Seneca “non esistono venti favorevoli per il marinaio che non sa dove andare” – e che quindi riesce a trovare nella società, nelle persone, nel capitale umano le energie per muovere nella giusta direzione, io penso che dobbiamo riflettere seriamente sulla sottovalutazione che nel passato c’è stata della maniera italiana di produrre ricchezza, e della maniera della nostra economia, economia europea in generale, ma quella italiana in particolare, di essere competitiva. Parto da un aneddoto, sul quale già con gli amici dell’Intergruppo abbiamo discusso. Due anni fa, a Davos, il responsabile economico della Goldman Sachs dichiarò che l’Italia era finita e che le rimanevano soltanto il calcio e il cibo. Questa sua dichiarazione, molto sprezzante, come spesso capita in sede internazionale sull’Italia, fu salutata dall’Italia da un peana da tutte le parti, tutti dissero che aveva ragione, non ci rimaneva neanche il calcio e il cibo, insomma appesantirono questo stesso giudizio. Peccato che in quegli stessi mesi il nostro paese aveva dei picchi nelle esportazioni in tanti settori come nessun altro paese europeo, tranne la Germania. L’87 si chiuse con un Italia che aumentò l’export più di Francia, Spagna e Inghilterra messi assieme, confermandosi il secondo grande paese manifatturiero europeo, con una grandissima capacità di competere in tanti settori, non solo settori tradizionali maturi, ma anche in altri settori. A distanza di due anni, poi, Lehman Brothers ha chiuso, Mary Linch ha cambiato mestiere, Goldman Sachs ha cambiato mestiere. Quella incapacità di leggere i fondamentali della nostra economia, siamo sicuri che non sia figlia anche dell’incapacità di individuare nella società, nelle culture la forza della imprenditoria italiana? Badate, il mondo sta cambiando con una rapidità impressionante in tanti campi. Io voglio fare un esempio che è più dentro le mie corde. Io sono un molto impegnato sul fronte ambientale, penso che la greeneconomy sia una prospettiva fondamentale per uscire dalla crisi. Ma chi c’avesse detto sei anni fa che la Fiat non solo avrebbe continuato a produrre autovetture, cosa che non sembrava così scontata, ma avrebbe acquisito, senza pagare un euro, la quota di controllo della Chrysler, solo perché sapeva fare autovetture più piccole, che consumano di meno e inquinano di meno, sarebbe stato considerato un pazzo. Ricordate che due anni fa la Fiat aveva ottenuto un bonus di due miliardi di dollari dalla General Motors, perché la General Motors, che aveva preso una opzione sulla Fiat, non trovava più conveniente entrare nella Fiat. Questo grande cambiamento, se poi lo caliamo nel cuore del sistema produttivo italiano, si incrocia proprio con un rapporto formidabile che c’è, e la Compagnia delle opere lo sa molto bene, perché è la forza del sistema della Compagnia delle opere, fra capacità di fare impresa e società. Il motivo per cui oggi una piccola impresa, una media impresa in Italia non licenzia, è molto diverso da quello dei fondamentali astratti dell’economia. Lo dico a Zamagni dai principi di Basilea 2, su cui negli anni passati tutti elevavano peana, io personalmente sono sempre stato molto scettico. Ebbene, non licenzia e avrà dei mesi molto difficili davanti a sé, uno perché il lavoratore che licenzia lo incontra per strada, è una cosa non banale dall’aver delocalizzato in Cina le produzioni, due perché le piccole medie imprese, che ce la stanno facendo e che si stanno attrezzando con il coraggio necessario alla ripresa, hanno scommesso molto sulla qualità. Che significa tante cose: significa innovazione, ricerca, conoscenza, significa, diceva Carlo Maria Cipolla, “produrre all’ombra dei campanili cose che piacciono al mondo”. Quelle imprese sanno che una componente indispensabile della qualità è la qualità del lavoro, è il capitale umano, e se loro licenziano quegli operai che sono oggi una parte importante di quella competitività, non è detto che li ritrovino. Vedo qui in sala degli amici pisani, pochi sanno che noi oggi da Santa Croce esportiamo pelli conciate in Cina e per la seconda volta, poche settimane fa, è venuto il capo dello stato cinese, poi è venuto il primo ministro cinese, nella visita in Italia è andato a vedere le concerie di Santa Croce. Perché? Come è possibile? La concia sembrava il classico settore maturo in cui noi dovevamo essere spazzati via, ma questo è stato possibile perché quei conciatori, che hanno dovuto imparare a depurare gli scarichi che inquinavano l’Arno, sono oggi i più bravi nel trattare gli acidi e nel produrre ogni anno pelli più morbide che cambiano colore, che se uno vuol fare qualità sono indispensabili. Quei conciatori sono impensabili senza quei lavoratori che sono all’altezza di quella sfida, anche quando questi lavoratori, lo dico a Cota, sono senegalesi. E anzi, il problema che hanno, è che quando quei lavoratori si comportano come gli italiani, e lo dico a Cota non perché è Cota, perché credo che su tutte le cose che ho detto sia d’accordo totalmente, quando quei lavoratori si comportano come gli italiani quando andavano all’estero, cioè mettono da parte i soldi per tornare a casa, per quelle imprese il problema diventa serio, per questa società che affonda le radici nella società e che è una elaborazione antica. Io ricordo che un grande francescano del quattrocento, San Bernardino da Siena, individuò delle cose che sono di una modernità straordinaria, nel cercare di capire quali erano le caratteristiche dell’imprenditore che produceva un bene per la società. Io mi ricordo che allora, andrebbe detto a tanti banchieri che hanno operato in maniera disinvolta nel passato, sosteneva che non si può vivere di rendita, se si è in grado di fare impresa. Perché se sei uno che è in grado di fare impresa e vive di rendita, per il linguaggio dell’epoca, sottrai talenti alla società. Individuava, allora, San Bernardino quattro caratteristiche per l’imprenditore che produce il benestare della società. Queste caratteristiche erano l’efficienza, la responsabilità, la laboriosità e il coraggio di intraprendere. Sono radici antiche della nostra capacità di competere e sono radici che oggi trovano una incarnazione nelle nostre imprese. Vi cito solo un aneddoto. A pochi chilometri da qui, a Cattolica, c’è una piccola impresa, una delle tante imprese che produce illuminazione stradale con minor consumo energetico. Questa piccola impresa di Cattolica ha recuperato un vecchio brevetto, ha vinto una serie di appalti nel mondo, anche durante la crisi, fra cui 130.000 punti luce in Arabia Saudita, incluso la Mecca e Medina. Cattolica illumina la Mecca, che se lo scopre Bin Laden pensa che è un complotto crociato, e invece è semplicemente una capacità dell’impresa italiana di muoversi, ma dietro questa capacità dell’impresa italiana di muoversi e di competere, come è detto nell’Enciclica del papa, c’è una società che tiene. C’è un proverbio africano che credo potrebbe esser considerato dall’Intergruppo come una base della nostra risposta: “Se vuoi andare veloce, vai da solo, se vuoi andare lontano vai insieme agli altri”. Se l’Italia si muove assieme, se la sussidiarietà diviene un fattore competitivo, usciremo dalla crisi più forti di quando ci siamo entrati.

EMMANUELE FORLANI:
Grazie. Maurizio Gasparri.

MAURIZIO GASPARRI:
Voglio intanto ringraziare l’onorevole Lupi che sicuramente è il più infaticabile animatore di questo Intergruppo, che negli ultimi anni ha registrato maggiore coesione, maggiore possibilità di crescita e offre a tutti noi l’occasione per fare delle cose utili. Oggi per esempio potevamo chiedere a Giulio qualche impegno in più su alcuni aspetti di sostegno a tutto il volontariato, a tutto il mondo della sussidiarietà, sul quale noi siamo impegnati. Speriamo perché nelle riflessioni del suo primo intervento, il secondo non l’abbiamo ancora sentito, si è dichiarato appartenente. Speriamo che se ne ricordi, quando andremo a chiedergli il parere sulla legge che deve stabilizzare il 5 per mille. E’ una delle iniziative che abbiamo preso, della quale ci siamo occupati e che speriamo di portare a compimento. Le problematiche che abbiamo di fronte con la crisi economica della quale tutti parliamo, anche oggi negli altri incontri della giornata con una maggiore enfasi, fanno sì che poi noi diciamo tutti le stesse cose. Il problema è: che cosa facciamo? Perché poi negli intenti la stessa definizione di economia sociale di mercato, a cui oggi dedichiamo questa riflessione, oltre che a riflettere sulla Enciclica che non si occupa solo di questi aspetti, ma di tantissime altre cose, è una espressione che tutti condividono. Chi è che non condivide una espressione che fu geniale, perché coniugava sia l’esigenza di un mercato, sia la competitività di imprese che devono produrre ricchezza – perché se annegano nei debiti e nell’assistenzialismo, diventano un problema – e il concetto di socialità. Però, ecco, che cosa fare? E dall’Enciclica noi dobbiamo prendere, tra i tanti motivi di riflessione, il richiamo ad una visione etica delle cose. L’Enciclica parla dell’etica in molti punti, fin dall’inizio, quando parla del vissuto etico, poi quando coniuga i principi etici con l’attività dell’impresa, della finanza, che è stato il vero imputato di questi ultimi mesi, dopo che la crisi si è manifestata nella sua crudezza e dove tante illusioni sono venute meno. Intanto noi dobbiamo mantenere una visione etica, cosa vuol dire? Anche questo sembra un atto scontato. Ma molte volte noi abbiamo avuto delle discussioni, ci sono dei termini che oggi vengono usati in maniera un po’ distorta e impropria. Alcuni aborrono quando si parla di etica, perché ritornano alla paura dello stato etico, che vuol dire un’ altra cosa, ed è quello stato totalitario che di tutto si occupa, e che tutti i comportamenti umani, non solo quelli dell’economia, ma anche quelli delle famiglie, delle persone vuole regolare. Però, con questa degenerazione che c’è stata, vogliamo buttare a mare tutto il concetto di etica? Anche sulla parola laico, ma non è il tema della giornata, si discute in maniera variopinta, abusando di un termine che dovrebbe essere riportato alla sua più limitata accezione di non appartenente ad un ordine religione. Invece a volte ci sono atei che non hanno il coraggio di definirsi tali e quindi abusano del termine laico, che invece vuol dire un’altra cosa. Ecco, io credo che i termini della sussidiarietà vadano scanditi in termini molto concreti ed efficaci. La stessa Enciclica ci riporta a termini planetari. Prima Realacci parlava della visita di autorità cinesi, che sono andate a vedere le capacità italiane di rigenerare antiche attività e di renderle eco compatibili, anche di qualità migliore. Oggi noi abbiamo un problema, nel mondo della globalizzazione, di maggiore giustizia sociale e tutela ambientale. Quando si è parlato recentemente, anche nelle occasioni del G8 del G20, bèh, è stato giustamente detto che alcune parti del pianeta, che oggi fanno parte autorevolmente di quei consessi, perché rappresentano in termini di produzione, di numeri, di fatti, qualcosa di rilevante, bèh inquinano il pianeta in maniera devastante. Allora come facciamo? Noi ci poniamo una serie di regole che, a volte, anche quella piccola media impresa, quel piccolo artigiano o quella impresa che opera nel mondo della sussidiarietà, prima Zamagni parlava del concetto di concorrenza da applicare diversamente a quelle realtà, deve applicare in modo rigidissimo nel campo della tutela dell’ambiente, anche l’ultimo esercente che fatica a pagare un paio di stipendi, e poi abbiamo pezzi di mondo dove milioni, miliardi di persone inquinano in maniera devastante. Quindi noi, per poter tutelare alcuni valori, dobbiamo renderli universali. Quindi c’è l’altra faccia della globalizzazione. Ci sono fenomeni di sfruttamento del prossimo in queste realtà emergenti del terzo, de quarto mondo, che rappresentano un problema sociale doppio. Noi abbiamo lo sfruttato nei paesi asiatici, africani, dove il lavoro viene offerto a condizioni di sfruttamento totale, dove non ci sono diritti sindacali e sociali e poi si fa la concorrenza sleale, all’impresa, anche alla piccola impresa italiana occidentale, che deve rispettare regole sociali e anzi, chiede una maggiore tutela rispetto a meccanismi di concorrenza. O noi affrontiamo i termini più generali di queste questioni oppure difficilmente ne usciremo. Quindi io credo che noi dobbiamo non vergognarci di recuperare una dimensione etica della politica, dell’economia, delle regole anche della stessa finanza che deve perseguire il profitto e il guadagno, ma credo che debba rispettare anche delle regole. Molte volte ci troviamo d’accordo sugli slogan, ma poi è più difficile individuare che fare. Io ritengo che ad esempio, una iniziativa importante, è stata la moratoria con le banche, dei pagamenti da parte delle imprese, con la battaglia che è stata fatta. Voglio dare merito pubblico a Giulio Tremonti. Perché poi i banchieri cosa ti dicono quando chiedi credito? Ti dicono che c’è Basilea 2, ci sono regole più stringenti a livello internazionale, quindi il banchiere va a chiedere il rientro anche al piccolo imprenditore. Quindi rivedere alcune regole mondiali, Io credo che, se non prendiamo consapevolezza che alcune regole generali nel mondo della finanza, del mondo bancario, dei governi mondiali che poco hanno funzionato, debbono essere riviste, sarà ben difficile riuscire a fare cose concrete per attenuare i morsi della concorrenza sulla piccola, media impresa o per dare uno spazio a tante realtà che hanno un valore sociale. Gli stati hanno ancora qualcosa da fare. Intergruppo della sussidiarietà si muove su quel concetto di sussidiarietà che è contrario allo stato, nel senso che se il privato, se il volontariato può fare una cosa meglio, è bene che lo stato, le parti pubbliche facciano dieci, cento, mille passi indietro. Tuttavia oggi abbiamo bisogno ancora di uno stato che si possa interfacciare, che abbia la forza di imporre alle banche una moratoria, che abbia la forza di fare quelle opere pubbliche che per alcune parti del paese non solo sono essenziali per recuperare i ritardi storici per sviluppare il turismo, per sviluppare l’economia, ma sono anche una grande occasione di occupazione, di crescita, di sviluppo, al di là dello sforzo delle tante piccole realtà. Ecco, quindi, credo che in questa dimensione di revisione delle regole mondiali, di una concezione etica nel campo dell’economia, della finanza, dobbiamo riportare il concetto di sussidiarietà. Ci sono molte occasioni di contrapposizione e la politica ne offre in quantità abnorme e molti di noi non si sottraggono ad un confronto sincero e talvolta aspro. Quindi pongo, concludendo e non abusando del tempo, all’ordine del giorno del nostro Intergruppo le questioni che già abbiamo deciso di affrontare, alcune proposte di legge sulle risorse da destinare al volontariato, al mondo della sussidiarietà, altre sulla giustizia sociale. Noi dobbiamo impegnarci a realizzare e portare ulteriori risultati e poi certo fare anche da stimolo, nei rispettivi schieramenti, per un maggiore coraggio nelle regole nazionali e globali, che riguardino la fine dello sfruttamento, che diventa anche un fenomeno di concorrenza sleale dall’esterno al nostro mondo, che riguardino le politiche di diversa gestione dei meccanismi finanziari, di diverse regole della finanza internazionale. Noi abbiamo avuto in questa crisi la dimostrazione che alcune organizzazioni non hanno funzionato e non solo quelle planetarie, i grandi consessi della finanza, ma anche la stessa Unione Europea, che forse deve rivedere i suoi meccanismi interni, per non diventare oppressiva di tante piccole realtà. Insomma, credo che nella grande formula della economia sociale di mercato dobbiamo scrivere qualche cosa forse di più limitato, ma di più concreto, perché la formula è talmente bella che non ho trovato mai nessuno che la vada a criticare, ma il problema è passare dal dire ai fatti. Il nostro lavoro comune, credo che possa dare, nella passione, nella diversità anche degli approcci e forse in qualche caso anche delle conclusioni, un contributo a quella politica del fare, dell’agire, perché dalla crisi economica si esce con le ricette giuste, con le soluzioni giuste, ma soprattutto con la determinazione. L’economia e le regole fondamentali vanno rispettate con le risorse morali, con l’attenzione ideale, con la voglia di fare, con quel credere anche nella capacità italiana in alcuni settori di essere leader. Se crederemo di più in noi stessi, nelle nostre capacità, avremo offerto un ingrediente fondamentale a una politica che operi all’insegna della sussidiarietà.

EMMANUELE FORLANI:
Ugo Sposetti.

UGO SPOSETTI:
Io vi ringrazio molto, ringrazio Maurizio Lupi per la cortesia di avermi accolto negli ultimi anni ai vostri incontri, alcuni di voi sanno, lui stesso sa, Forlani, che io venivo avendo fatto per alcuni anni un mestiere particolare nel mio partito. Venivo ad osservare come voi organizzavate la vostra convention, venivo, naturalmente non di nascosto, la mia faccia non era molto conosciuta, quindi nessuno si spaventava, né mi chiedeva perché fossi a Rimini. Quest’anno ho anche ascoltato degli incontri, ieri Tony Blair e il giorno precedente il governatore. Io mi sono appuntato le cose di cui nell’ultimo anno ho dovuto imparare a conoscerne il significato e non lo so quanti riescono, nemmeno io saprei spiegare che cosa è un subprime, che cosa è successo con il collasso del mercato del credito, la bancarotta delle principali istituzioni finanziarie, cioè che cosa è avvenuto e perché è avvenuto il collasso delle borse, delle carte di credito. L’ultima cosa che mi ha veramente angosciato sono i derivati. Io e anche molti degli economisti, non so spiegare ad un cittadino che sono i derivati. Allora io vorrei raccontare un fatto. In sala c’è una ragazza che ha avuto due anni fa, dai propri genitori, un premio per ragioni di studio, un premio di 10 mila euro e avendo avuto questo premio dai propri genitori ha chiesto al padre che cosa poteva fare con questi 10 mila euro, per non spenderli, per pensare a qualche sua studio e viaggio. Naturalmente il papà le ha consigliato la banca di fiducia, la banca presso la quale normalmente la famiglia opera. E il direttore dello sportello ha consigliato un investimento assolutamente redditizio, stiamo parlando di banca di fiducia e investimento assolutamente redditizio. Tra la fine di ottobre e l’inizio di novembre del 2008, questa ragazza, non ancora trentenne, ha ricevuto una lettera dalla banca, perché il deposito era di questa ragazza. E la lettura di questa lettera le ha fatto cambiare il colore del volto. Che cosa c’era scritto in questa lettera? Che l’investimento, la banca di fiducia, l’aveva fatto, era talmente redditizio che la banca l’aveva fatto nella Lehman Brothers, quindi fine di ottobre e inizio di novembre. Però che il valore dei diecimila euro erano 5150 se decideva di ritirarlo subito, e che comunque sarebbe stato di 10.000 euro al termine dell’investimento. Uno che deve fare? Ha sbagliato. Nessuno l’ha consigliato e nessuno l’ha protetto, perché in quel caso non c’è protezione per il risparmiatore. Si dia il caso che il papà ha bisogno di 10.000 euro a marzo del 2009, la banca di fiducia, lo stesso direttore nega il prestito, perché oggi non si fanno prestiti, per delle ragioni che ci sono. Ora io ho riflettuto molto su questo episodio realmente accaduto e sulle considerazioni che si leggono quotidianamente. Debbo dire che la lettura dell’Enciclica del Papa non vi deve né preoccupare né impressionare, io ho trovato dei riferimenti che dovrebbero proteggere il consumatore e il risparmiatore; e quando si fa riferimento all’etica nei comportamenti, l’etica nell’economia e l’etica nella finanza, guardate che nell’Enciclica ci sono delle parole veramente, veramente da sottoscrivere. E io penso che ci siano alcune cose, dato che sento che questa riforma non si può fare perché costa, che adesso dobbiamo fare quest’altro, ci sono due o tre cose in questo paese che non costano e che dovrebbero essere fatte. Allora ci sono delle cose che non costano, la cosa che non costa, lasciatemelo dire, è che ognuno dovrebbe fare il proprio mestiere. Questo è un paese in cui, se ognuno di noi ognuno facesse il proprio mestiere, tutto andrebbe molto meglio, perché se l’economista fa il politico, se il politico fa il professore, se il l’idraulico fa l’autista, tutti facciamo, questo è noto, facciamo la squadra della nazionale…
E questo l’Intergruppo della sussidiarietà lo potrebbe fare benissimo. Io non faccio una provocazione, perché oggi mi sono imposto di non fare nessuna provocazione, però una cosa ve l’ha chiedo, una cosa me l’ha chiedo: ci sono due parole che dovrebbero unirci, è la parola patria e la parola famiglia. Io amo leggere i discorsi dei dibattiti all’Assemblea Costituente, tutti allora, all’Assemblea costituente, adoperavano le parole patria e famiglia. Oggi queste due parole non devono appartenere ad una parte o all’altra, o uno è più bravo quando dice patria o uno è più bravo quando dice famiglia, queste due parole dovrebbero essere di tutte le parti politiche, di tutti. Quindi sono tre cose che non costano, ognuno faccia il proprio mestiere e queste due parole. Su questo ci dovremmo ritrovare tutti in modo convinto e unito. Grazie.

EMMANUELE FORLANI:
Roberto Cota.

ROBERTO COTA:
Buonasera, anche io ringrazio Maurizio Lupi per l’invito e devo dire in maniera sentita e non formale di essere veramente contento di essere tra di voi questa sera. Parlare della crisi economica e delle ricette in sette minuti non è facile, però vorrei provare a fare un’analisi rispetto a quello che penso io, che pensiamo noi, che ha tanti punti di contatto con quello che ha detto il prof. Zamagni e che ha tanti punti di contatto anche con gli interventi che ci sono stati. Ho sentito parlare di famiglia. Io sono d’accordo, però bisogna intendersi su quale famiglia! Se no i problemi insorgono! Che cosa vorrei dire, quello che è successo, la crisi che si è verificata, è secondo noi la crisi di una globalizzazione cattiva, sbagliata, che presenta il conto, senza regole, che non vuole dire che noi non dobbiamo più uscire dai nostri confini, quanto contesta un po’grossolanamente ed un po’ rozzamente, visto che a volte ci danno dei rozzi, le tesi della Lega. Ma vuol dire che questa globalizzazione senza regole, senza valori, ha fatto dei guai, ed oggi questi guai ci vengono presentati come conto. Ha fatto dei guai dal punto di vista industriale, finanziario, del mercato del lavoro industriale. Oggi si sente parlare del rilancio e delle nostre aziende che esportano in Cina, la Fiat. Io sono contento, però mi piacerebbe che questa operazione avesse poi un saldo positivo, nel senso che non è che prende la General Motors o i contributi pubblici, direttamente o indirettamente, attraverso il provvedimento sugli incentivi e chiude gli stabilimenti qui e li apre in Polonia e le Panda le facciamo in Polonia, perché cosi non va bene. Perché questo a noi non interessa. Dal punto di vista industriale: quando la Cina è entrata, nel 1994, nel sistema del commercio internazionale, vi è entrata, e tutti i paesi asiatici, vi è entrata avendo un sistema economico, sociale, produttivo completamente diverso rispetto al nostro. E’ entrata in un sistema dove dovevano esserci delle regole comuni, però queste qualcuno le ha rispettate e qualcuno no. Il risultato è stata la crisi del nostro sistema manifatturiero, perché abbiamo avuto un’invasione di prodotti da quei paesi. Allora quando noi dicevamo, qualche anno fa, che bisognava far rispettare delle regole a difesa dei nostri prodotti, non è che volevamo tornare al Medioevo, ma semplicemente dire che bisognava applicare delle regole in maniera tale che la concorrenza che arrivava da quei paesi fosse una concorrenza leale e non sleale, e che il mercato non fosse trasformato in un far-west, ma che ci fossero delle regole applicate a questo mercato. E che valessero per tutti, per i nostri industriali del biellese, cinesi, e anche per qualche furbo dei nostri che, in quel periodo, ha speculato fortemente, perché ha chiuso gli stabilimenti qui ed è andato a produrre di là, da dove poi reimpostava i prodotti e ci metteva il marchietto “made in Italy”. Ed anche qui una lotta che noi abbiamo sempre condotto sull’obbligo di etichettatura dei prodotti. Secondo: crisi finanziaria, e cioè la globalizzazione senza regole dal punto di vista finanziario. Professore, io sono assolutamente d’accordo con lei. Vede, quando la ricchezza non è più collegata al territorio ed al lavoro, per forza il sistema esplode. Quando la ricchezza è basata sulla speculazione finanziaria, schiacci un pulsante qui e poi ti ritrovi accreditati i soldi e non sai perché, non sai con quali operazioni, a 10.000 km di distanza, la bolla prima o poi esplode. Questa è la globalizzazione senza regole, cattiva, applicata alla finanza, che è poi una degenerazione rispetto ai valori, è una mancanza di valori che ha preso piede nella finanza. E poi una globalizzazione sbagliata dal punto di vista del mercato del lavoro. Vedi, Realacci, si discute tanto di immigrazione, vorrei qui, visto che ci sono tutte le condizioni, poter parlare in maniera pacata, ma anche libera. Noi non possiamo accogliere tutti. Allora dire che noi possiamo accogliere tutti è un errore gravissimo, nei confronti dei nostri sicuramente, ma anche nei confronti degli immigrati. Allora c’è stata una grande responsabilità nel tempo, dal punto di vista internazionale, nella gestione delle situazioni che riguardavano i paesi poveri, perché l’Africa in 20 anni, come continente, è sparita. E la soluzione non è l’emigrazione, non è questa la soluzione. Questo non è il punto di vista di chi è più o meno bravo, di chi ha fatto, su questo stiamo parlando tutti sullo stesso piano, maggioranza ed opposizione. La soluzione è veramente quella di spostare il piano e di dire: facciamo una politica di aiuti a casa loro, che coinvolga gli altri Paesi, che ci coinvolga tutti a livello internazionale, chiamando in causa l’ONU, l’Europa, facciamo questo. Non possiamo pensare che il problema si risolva con l’immigrazione e dicendo un falso, e cioè che noi possiamo ospitare tutti o che noi dobbiamo ospitare tutti. Noi non possiamo e, proprio perché non possiamo, non dobbiamo ospitare tutti. E quindi dobbiamo fare in modo che la domanda e l’offerta di lavoro si incrocino sul territorio, e questo è un principio fondamentale, nei limiti del possibile, ma devono incrociarsi sul territorio. Allora, se io abito in Piemonte e devo cercare lavoro e se uno abita in Africa, bisogna fare in modo, nel tempo, che gli aiuti, se il problema è la fame ed il lavoro, vengano dati a casa loro. E poi ne approfitto, anche perché si parla di argomenti di attualità, anche per dire sulle polemiche, su alcune affermazioni e posizioni. Il contrasto all’immigrazione clandestina è un contrasto che va nell’interesse sicuramente dei nostri cittadini, perché quando parliamo di presenze di clandestini abbiamo tutta una serie di ripercussioni che sappiano, dal punto di vista della sicurezza. Ma il contrasto all’immigrazione clandestina è contrasto di uno sfruttamento, perché chi vive in una condizione di clandestinità viene sfruttato e io da cattolico mi sento di essere convinto in questa posizione. Poi, si parla tanto di politica e di respingimenti. Esso non è altro che un pattugliamento congiunto, per fare in modo che gli immigrati clandestini non partano più dalla Libia. Questo è l’obiettivo di questo tipo di politica. Il respingimento non vuol dire che non si presta assistenza a chi è in difficoltà. L’assistenza certamente si presta, e trovo offensive le affermazioni ed il giudizio che sono stai dati, strumentalizzando questa tragedia della nave eritrea, perché noi abbiamo migliaia di persone che appartengono alla Marina, alla Guardia di Finanza, che tutti i giorni prestano assistenza in mare ed intervengono in queste situazioni. E dire che loro non hanno prestato assistenza, è offendere della gente che lavora e che ha dato prova di essere i migliori in Europa. E quindi, per favore, non strumentalizziamo. Perché è sbagliato, poi chiudo: se sono diminuiti gli sbarchi del 92%, vuol dire che c’è il 92% in meno di carrette del mare in quel tratto. Il risultato di questo non può che essere quello di aver salvato delle vite. Allora, che cosa fare? L’economia sociale e di mercato sono la ricetta giusta. Perché l’economia sociale e di mercato porta dei valori, ed è attraverso questi valori che si esce da questa situazione e che si fonda un nuovo mondo. Non è la fine del mondo, questa crisi. Però la fine di un certo mondo sì, perché da un male deve e può sorgere un bene. E su questo spero si possa lavorare tutti.

EMMANUELE FORLANI:
Grazie. Sabino Pezzotta.

SAVINO PEZZOTTA:
Buonasera a tutti. Io sono sempre felice di venire al Meeting. Ci sono stato tante volte in vesti diverse, anche quella di questa sera. Io credo che ci sia un’amicizia che va oltre le nostre posizioni. Un’amicizia che è fondativa, che nasce da alcune posizioni che noi condividiamo fino in fondo. Ci lega qualcosa di più dell’impegno sociale e dell’impegno politico. Credo che questo sia l’elemento che mi fa star bene al Meeting, perché vivo, pur nelle differenze, quelle posizioni a cui ci richiamava prima il prof. Zamagni. La Fraternità è la capacità di vivere da diversi, insieme. Io ho due figli, un maschio ed una femmina, estremamente diversi, ma sono fratelli. E sono fratelli perché sono diversi. Per me questo è un elemento importante di fraternità. Perché se la fraternità avviene tra uguali, è un disastro, diventa fratelli-coltelli. Per cui ringrazio dell’invito, sono contento di essere qui e cerco di fare dei ragionamenti. Guardavo il tavolo: io sono il più vecchio che c’è a questo tavolo. Purtroppo, o per fortuna. La fortuna di essere vecchio, perché l’alternativa di diventare vecchi è un disastro. Sono contento di essere vecchio, però questo mi fa venire in mente che io non sono mai stato nella mia vita, per la mia storia, innamorato del liberismo. Non ho mai avuto questa tentazione. Nella mia formazione, cultura, modo di essere, io sono sempre stato per l’economia sociale e di mercato, mi hanno sempre allevato cosi. Quando ero giovane, nel sindacato, nell’impegno politico, l’idea che l’economia non fosse solo mercato, ma che fosse una capacità di rispondere ai bisogni sociali, fosse un elemento di partecipazione, fa parte di una cultura, che è la cultura del movimento sociale cattolico, al quale io continuo a riferirmi, anche in tempi tribolati come questi. Ecco perché mi trovo bene a questo tavolo e vi posso dire che oggi mi sento moderno e contento di essere moderno, grazie anche di questo. E credo che questa comunque sia la prospettiva vera che noi abbiamo. Venendo alla quotidianità, ci stanno dicendo che sembra quasi che stiamo uscendo dalla crisi, che si sta cominciando a vedere la luce in fondo al tunnel, e sono ben contento di sentirlo. Quando torno a Bergamo, nella mia realtà, a quello che vi succede, dal punto di vista industriale i ricorsi alla Cassa integrazione, le aziende poste in concordato, le piccole aziende che non so se apriranno alla fine di questo periodo feriale, io qualche dubbio continuo a mantenerlo. Qualche dubbio che stiamo uscendo, lo mantengo. In Lombardia sono state erogate 96 milioni di ore di cassa integrazione, e questo è il segno di quanto è profonda la crisi che noi stiamo attraversando, ed è talmente profonda che ci obbliga a riflettere su alcune realtà. Dopo che abbiamo discusso molto di come salvare le banche, di come ristrutturare il sistema finanziario, tutte cose utilissime, di come aiutare l’impresa, credo che sia arrivato il tempo di guardare a due elementi di fondo della dimensione sociale, che in questi tempi non sono stati dimenticati, bensì marginalizzati. Il tema della famiglia e quello del lavoro. In autunno dovranno essere al centro del dibattito politico e dell’impegno sociale e delle nostre attività, perché su questo si sta giocando una grossa partita. Ho sempre presente quello che è successo il 12 maggio, con tutta quella gente in piazza sul Family Day, a rivendicare politiche efficaci per la famiglia. A queste persone voglio restare fedele come prospettive e come idee. Lo dico facendo un’analisi della situazione attuale, che mi fa dire quanto sia necessario riprenderle in mano, non so se si possa parlare di sussidiarietà senza recuperare la dimensione della famiglia. Perché dove nasce la sussidiarietà se non da questo nucleo primario? E quando questo gruppo primario si sgretola, è un’illusione pensare che possiamo fare della sussidiarietà su altri terreni. Credo che questo sia l’elemento di fondo, ma se io guardo la situazione italiana e faccio un confronto con altre situazioni, devo dire che l’Italia ha retto molto meglio di altri Paesi, perché, nonostante tante difficoltà, ha retto l’istituto familiare, la sua impresa in senso lato. Provate a pensare cosa significa, per la nostra economia, il risparmio delle famiglie, esso è quasi più del debito pubblico. Guadate che questo è un elemento di stabilità che ha pesato solo sulle famiglie. Pensiamo a che cosa significhi il suo ruolo di ammortizzatore sociale nel momento in cui ci sono i licenziamenti, le casse integrazioni, i figli che avevano un lavoro saltuario o precario e devono rientrare. Proviamo a pensare alla capacità della famiglia di organizzare il reddito. E’ vero che c’è la questione di arrivare alla fine del mese, ma per questo bisogna essere capaci di organizzare il reddito, ovvero nasce una dimensione dell’economia che viene prima dell’altra dimensione. Allora, se è vero che nella dimensione della crisi questo paese ha avuto forse meno scossoni di altri, noi lo dobbiamo perché questo istituto, in difficoltà, in crisi, con tante lacerazioni di cui potremmo discutere, ha retto. Ma non potrà reggere all’infinito. E qui si pone la necessità di cominciare a ragionare, di vedere come nelle nuove forme dell’economia la centralità sia della riorganizzazione sociale, che l’ economia faccia centro sulla dimensione familiare, non più dell’individuo. Ha ragione Zamagni, quando dice che noi stiamo privatizzando. Ma noi privatizziamo perché abbiamo centrato tutta la nostra attenzione sulla dimensione individuale. Se non rientriamo sui nuclei familiari, sugli elementi associativi, noi non ce la facciamo. Questo è il primo elemento. E credo che per fare questo occorrono politiche efficaci sul piano fiscale, il quoziente familiare, serve liberare la famiglia dall’impellenza e generare quegli elementi che sono importanti per la famiglia. Le esperienze che ci sono in giro per l’Italia, ho seguito le questioni del Terzo Settore per il Sud, le nuove scuole gestite dalle famiglie, le aiutiamo o no? I nuovi servizi, le cooperative sociali, la cooperazione familiare e questa soggettività nuova nel sistema sociale. Si parla molto di contrattazioni. Si parla molto di secondo livello, però se vogliamo detassare gli aumenti salariali legati alla produttività, al merito, la qualità, non possiamo farlo, se utilizziamo i soldi pubblici, perché detassare significa utilizzare i soldi pubblici, pensare solo ad una dimensione individuale. Io penso che questo sia il tempo di introdurre nel nostro sistema tra assegni familiari e quoziente, il tema del salario familiare come elemento importante, perché la vera disuguaglianza non passa tra i territori, passa tra le famiglie, perché chi ha figli determina le proprie condizioni di futuro, e sono queste le questioni su cui noi dobbiamo ritornare, e vogliamo creare fraternità e uguaglianza a cui ci richiamava Zamagni. Sul lavoro credo che ci siano degli elementi, ovvero come valorizziamo il nuovo lavoro, la nuova impresa non-profit come capacità creativa. Chi ha fatto un’esperienza come la mia, con la Fondazione per il Sud, ha visto che nel Mezzogiorno il terzo settore, l’impresa sociale, il non-profit, può essere un’occasione non solo di creare lavoro, ma di creare capacità imprenditoriale. Lì bisogna investire di più, non si può fare una politica per il Mezzogiorno se non si investe sul Terzo Settore, perché è l’elemento che fa scattare la capacità dei giovani di rimanere, di intraprendere, di rischiare, di guardare avanti. Io credo che quando parliamo di lavoro, dobbiamo parlarne in termini complessivi, sapendo che il tema del lavoro sarà il tema vero su cui dobbiamo concentrarci, per cui creare anche forme nuove di creazione di lavoro e possibilità. Sugli immigrati, devo dire che non condivido quello che ha detto Cota.

EMMANUELE FORLANI:
Barbara Saltamartini

BARBARA SALTAMARTINI:
Grazie, cercherò di essere brevissima. Permettetemi di ringraziare di avermi invitata, in particolare Maurizio Lupi, perché l’accoglienza del Meeting è un’accoglienza che tocca in profondità le corde della sensibilità del nostro cuore. E’ la mia prima volta a Rimini e credo che non dimenticherò tanto facilmente questa giornata, perché le persone che ho incontrato, le realtà che ho conosciuto oggi, sono realtà con le quali è bello lavorare insieme. Quindi grazie ancora. Parto immediatamente, dicendo che io condivido totalmente le preoccupazioni di Savino Pezzotta, anche dello stimolo che ci vuole dare quando parla dell’esigenza di investire realmente su famiglia e lavoro. Ma voglio andare un po’ più a fondo. La cosa che tiene insieme famiglia e lavoro è il valore della persona, la centralità della persona, altrimenti rischiamo di dare una visione distorta anche di quello che sono. Prima si parlava di famiglia e Cota ha detto a Sposetti che giustamente era d’accordo sul condividere famiglia e patria. Però la famiglia è una sola, non dobbiamo rincorrere tutte le volte questo termine, né dobbiamo tutte le volte dire che per famiglia noi intendiamo quella sancita dalla nostra Costituzione. La famiglia è solo quella fondata sul matrimonio. Le altre sono altri tipi di unioni, che nulla hanno a che fare con la parola famiglia. Per cui l’invito che faceva Sposetti, lo voglio cogliere in positivo, e sicuramente Sposetti parlava di queste famiglie. E allora come aiutare la famiglia in questi tempi di crisi? La ricetta di questa crisi è quella di mettere la persona al centro, come è stato richiamato dallo stesso Santo Padre, come Maurizio Sacconi ha voluto delineare nel Libro Bianco per il welfare. Ma per mettere al centro la persona, noi dobbiamo chiarirci una volta per tutte quali sono i valori della persona. Questa è la grande sfida a cui noi politici siamo chiamati, soprattutto perché questa crisi si vince se noi ridiamo alla politica il primato sull’economia, e dobbiamo far sì che la politica si fondi su valori, che sono quelli della sacralità della famiglia e della vita, quali valori inviolabili. Non si accettano lezioni di laicità né si accettano lezioni opposte in Parlamento, che è la molteplicità del popolo. Dobbiamo tornare ad una politica fondata sul lavoro, ed io credo che questo sia il lavoro più importante che noi possiamo dare anche alla famiglia italiana. Essa non ha bisogno soltanto di politiche assistenziali. La famiglia italiana ha bisogno di politiche fiscali, come ha detto Pezzotta, che in un momento di crisi non possono portare subito al quoziente familiare, come promesso al popolo del Family Day. Ma oggi si possono avviare delle politiche graduali, che possono portare ad una fiscalità premiale per la famiglia in maniera graduale, prima di arrivare al quoziente familiare vero e proprio, che tutti vorremmo. Ma nello stesso tempo dobbiamo sostenere politiche per l’educazione, perché l’educazione deve essere il primo vero obiettivo di un governo, di un intero Parlamento. Garantire l’educazione a tutti, sia a chi sceglie l’educazione pubblica che privata. Noi dobbiamo far sì che l’educazione sia il perno attorno al quale si sviluppi la società, perché è sull’educazione che si fonda anche il futuro della nostra società. I nostri figli devono andare a scuola e devono essere liberi di scegliere a quale scuola andare, e di essere sostenuti in eguale misura. Ma l’altro grande aiuto che dobbiamo dare alla famiglia, è l’aiuto alle donne. Io ho ascoltato a distanza sia l’intervento del ministro Carfagna sia quanto è stato detto ad una tavola rotonda a cui hanno partecipato Scholz e la Poletti. Io credo che se noi non investiamo sulle donne in Italia, perdiamo una grande occasione. Ed allora occorre investire sulle politiche di conciliazione, quella è la vera risposta da dare alla famiglia, ma soprattutto all’altra metà del cielo in Italia, perché non possiamo permetterci che nel nostro Paese le donne siano costrette a scegliere se essere madri o se essere lavoratrici. In un paese dove c’è la necessità di lavorare sia padre che madre all’interno della stessa famiglia, noi dobbiamo dare l’opportunità alle donne di poter essere anche mamme. Non per un’esigenza tutta interiore che è propria ed insita nelle donne, ma dobbiamo far sì che riparta la natalità in Italia, perché stiamo andando incontro ad un declino demografico che non ci garantisce più i ricambi generazionali. E allora politiche di conciliazione, politiche per l’occupazione femminile, per la natalità, ma tutto può avvenire, e chiudo, se veramente mettiamo la persona al centro dell’azione politica, con i suoi valori, che fa sì che in questo modo sia vero il nostro legame, sia vera e compiuta anche la nostra amicizia. Grazie.

EMMANUELE FORLANI:
Onorevole Alessia Mosca e poi Raffello Vignali, ci avviamo alle conclusioni.

ALESSIA MOSCA:
Grazie. Non posso non iniziare anche io questo mio intervento con un ringraziamento sincero. Anche per me è la prima volta al Meeting e spero che sia il primo di una lunga serie di mie presenze a questa che è veramente un’occasione straordinaria di confronto.
Vorrei prendere questo tempo per alcune considerazioni, ma attraverso la descrizione di un progetto concreto che, all’interno dell’Intergruppo, stiamo portando avanti. Perché mi sembra che questo particolare progetto ben si incroci con il titolo cosi efficace del Meeting, sia con alcune evocazioni che faceva Zamagni sulla valorizzazione del capitale umano come antidoto per superare la crisi. Il progetto sul quale stiamo lavorando si chiama “Controesodo”, con un titolo che potrebbe essere un po’ discorsivo rispetto all’obiettivo che vogliamo raggiungere. E’ un progetto che nasce da una considerazione: la crisi ha certamente esacerbato un problema che l’Italia ha, ma che però si porta dietro da parecchio tempo, e che è l’impoverimento del capitale umano. C’è un fenomeno che si registra e che sta diventando sempre più forte, sta riempiendo i giornali negli ultimi tempi, che è la fuga dei talenti e dell’incapacità dell’Italia di saper attrarre talenti da altri paesi, così come invece la grandi economie del mondo sanno fare. Questo è sicuramente un tema che, incrociandosi con la crisi, non fa che rendere ancora più debole il paese nel poterla affrontare. Il nostro progetto è molto semplice, certamente non abbiamo la presunzione che possa risolvere nel suo complesso la crisi, ma vuole essere un piccolo tassello per lavorare su quel settore ed è essenzialmente una collezione di disegni di legge, due dei quali sono già stati presentati in Parlamento, congiuntamente da maggioranza ed opposizione e proprio da rappresentanti che fanno parte dell’Intergruppo, e sono una serie di progetti di legge che cercano di incentivare il controesodo dei nostri migliori talenti, che, in questi anni, non hanno avuto occasioni per esprimere le loro capacità in Italia, e che hanno cercato altri luoghi dove esprimerle. Quindi un incentivo fiscale per fare rientrare in Italia questi talenti e contribuire alla crescita e al benessere. E al contempo una serie di incentivi per fare in modo che ci siano talenti provenienti da altri paesi che vengano a studiare e lavorare nel nostro paese, che possano contribuire anch’essi alla crescita. Sono quindi progetti di legge che lavorano in questa direzione, proprio per cercare di dare un segnale che a noi sta a cuore, che non ci sia questa dispersione e che ci siamo le occasioni in Italia per contribuire al suo sviluppo. Si concentrano soprattutto su una fascia di popolazione, che è quella della mia generazione, e bisognerebbe parlarne di più, perché è proprio quella che sta vivendo di più la crisi sulle proprie spalle, e che probabilmente la vivrà di più nel lungo periodo, perché tutto quello che sta accadendo oggi, probabilmente ricadrà con maggior peso sulla generazione che sta iniziando oggi a lavorare o che ha iniziato da poco. E’ una generazione che è stata spesso criticata, la mia, per la sua assenza di identità. Credo però che ci sia un elemento che deve essere la nostra forza ed il riscatto, il nostro modo per contribuire al nostro paese, per fare in modo che esca più forte di prima da questa crisi. Io credo che il filo conduttore che può dare un’identità alla mia generazione è quello della mobilità. Noi siamo la generazione Erasmus, siamo stati i primi ad avere l’occasione di muoverci, confrontarci ed aprirci al mondo e di avere in questo un’apertura, una crescita e un confronto. Chiudo con questo, ma credo che sia importante, e lo dico soprattutto alla Lega, con cui condivido la preoccupazione per affrontare il tema dell’immigrazione nel modo giusto e con le ricette giuste, per il bene nostro e di tutti coloro che si muovono. Però bisogna porlo bene questo tema della mobilità, perché la mobilità è un’opportunità. Allora la crisi, a mio avviso ma non solo la crisi, il mondo in cui viviamo con la globalizzazione, che ci impone la capacità di apertura e di adattamento e di confronto, io credo che questo momento si possa ben affrontare solo se sappiamo ben porre il tema della mobilità e lo poniamo bene se lo poniamo come una opportunità, una crescita. Dobbiamo stimolarla questa mobilità, perché possa essere un modo per affrontare questa crisi e gli anni che avremo davanti, con la capacità di aprirci, di una apertura e di un dialogo. Solo in questo modo noi possiamo avere la capacità di guardare al futuro con la speranza e non con la paura che genera chiusura e che certamente non ci fa uscire da questa crisi e non ci fa affrontare i prossimi anni con le giuste ricette e con la giusta determinazione. Grazie.

EMMANUELE FORLANI:
Raffaello Vignali.

RAFFAELLO VIGNALI:
Cercherò di essere telegrafico, e bèh, intanto è stato un bel esempio della discussione che c’è tra di noi e che è sempre molto franca e anche libera ma anche con la libertà di dirsi dove non si è d’accordo, senza però, come invece tante volte capita, offendersi. No? Credo che sia un aspetto bello proprio dell’Intergruppo. Ma io vorrei fare tre considerazione flash. La prima: questa crisi nasce da due fallimenti. Il primo è il fallimento di un certo modello di capitalismo, che, come diceva bene prima Roberto Cota, scambia la finanza con il lavoro. Un capitalismo basato sulla finanza e non sul lavoro, ma anche io credo da un certo modello di intervento dello stato. Non a caso la questione subprime nasce da un certo modo di rispondere al problema della casa, e a mio modo di vedere sbagliato, perché era in una logica assistenzialista, e non in una logica di rendere protagoniste le persone. Ma non la voglio fare lunga su questo. Tutte queste due posizioni però hanno in comune, e poi farò un altro esempio velocissimo, il fatto di ridurre l’economia semplicemente a numero. Tanti economisti sembrano ormai degli stregoni, degli algoritmi, dove comunque quello che viene fatto fuori è l’uomo. L’uomo, quando c’è, è semplicemente ridotto, è uno che alla fine si trova a reagire con il suo istinto economico a questi aggregati che si muovono. Su questo però il problema è che si innesti un rischio, che si legge ogni tanto nelle risposte che si danno, e cioè che le risposte che si danno siano della stessa natura del male cioè: più stato oppure più regole, che sono tutte e due, sono due mali, due rimedi presunti, ma sono della stessa natura dei mali che si vorrebbero curare. La risposta vera non o più stato o più regole, ma più sussidiarietà e più responsabilità, perché le regole non è che prima non c’erano, semplicemente venivano aggirate. Certo abbiamo bisogno di regole ma di regole nuove. Faccio un esempio velocissimo: Basilea2, non è che non le applicano ma è la prova di quello che dicevo prima, di una economia ridotta a numero, perché un’impresa non è i numeri del suo bilancio, è molto di più. Abbiamo parlato per anni di capitale umano, poi però il capitale umano, nella valutazione dell’impresa, non c’è mai, solo i numeri. Quando si riduce l’economia a numero e si toglie il fattore umano, succedono i disastri, perché il credito lo si può dare solo alle persone e se si dà credito poi si dà anche “il credito”, ma ai numeri non si può dare credito. Zamagni lo sa bene, il credito è una virtù della relazione, del rapporto e il rapporto è solo tra persone. Sussidiarietà e responsabilità sono esattamente i due concetti fondamentali dell’economia sociale di mercato. C’è una bellissima frase, velocissima, che leggo, perché chiarisce secondo me ed è del grande economista che ha fra l’altro coniato il termine economia sociale di mercato: “l’economia sociale di mercato parte dalla premessa che la natura dell’uomo è capace di bene e che si compie soltanto nella comunità, che la sua destinazione tende al di sopra della sua esistenza materiale e che siamo debitori di rispetto ad ogni singolo in quanto uomo, nella sua unicità. E’ ciò che ci vieta di abbassarlo a semplice mezzo, esso è perciò personalistico”. Questa è una delle più belle definizioni che ho trovato, anche perché è sulla economia sociale di mercato. Dice esattamente questo: partire dalla persona vuol dire partire da questa tensione dell’uomo al bene, che lo porta a costruire, a costruire impresa, a costruire lavoro, a costruire famiglia, a costruire socialità. Basta andare a vedere, e l’abbiamo vista in questi giorni, quella straordinaria mostra del quartiere Sanità di Napoli. Allora la sussidiarietà, che è il nostro compito, è veramente per far sì che chi ha energie da spendere le possa spendere, le possa mettere in atto e che non sia impedito e che sia guardato con fiducia e non con sospetto. Io mi occupo di imprese nella commissione attività produttive. Non è possibile che chi fa impresa sia sempre guardato come truffatore, sfruttatore, mentre invece è colui che costruisce il bene, perché nel tentativo di fare impresa cerca di dare un senso alla sua vita e per questo è capace di sviluppo e anche di carità. Io vivo in Brianza, la Brianza è un esempio di economia sociale di mercato realizzata; tanti posti, c’è un comune in Valsassina, si chiama Premana, che Ermete conosce bene perché è il distretto delle forbici e dei coltelli. Sono 2400 abitanti, 250 imprese, 45 associazioni, vorrà dire qualcosa, vuol dire che c’è un tessuto, che c’è una comunità. Allora il compito nostro è quello di servire questa realtà che c’è, togliere i vincoli, premiare il merito, ma premiare il merito vuol dire innanzitutto liberare queste energie che ci sono, semplificare la vita delle nostre imprese, delle nostre realtà non profit e premiarle. Il 5 per mille va esattamente in questa direzione: ridiamo il protagonismo a chi c’è e che la gente riconosce, lasciamo che la società si organizzi e lo stato intervenga solo là dove la società non ce la fa, cioè sussidiarietà. Noi ripartiamo da qua, perché, e chiudo veramente, le risorse per uscire dalla crisi stanno nella tensione di ciascuno al bene. Questo è il bene che genera il bene comune e prima che nei bilanci degli stati, le risorse per uscire dalla crisi sono le nostre energie di uomini e di donne, che cercano il destino del vivere.

EMMANUELE FORLANI:
Non aggiungo nulla a queste ultime parole di Raffaello Vignali e ringrazio tutti coloro che sono rimasti fino a chiusura della fiera e ringrazio di cuore i nostri relatori, perché hanno accettato anche il sacrificio di dover parlare pochi minuti. Mi sembra che ci siano anche tutte le premesse per un lavoro per il quale daremo appuntamento al prossimo anno. Grazie e buona serata.

(Trascrizione non rivista dai relatori)