UN’ESPLOSIONE DI VITA. SAN FRANCESCO

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Maria Pia Alberzoni, già professore di Storia medievale, Università Cattolica del Sacro Cuore; Francesco Piloni, ministro della Provincia dei Frati Minori dell’Umbria; Davide Rondoni, poeta e presidente Comitato nazionale per l’ottavo centenario della morte di San Francesco d’Assisi; Marco Villani, vicesegretario generale della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Modera Annalisa Teggi, scrittrice e traduttrice.

Francesco è un santo che canta, cammina, incontra. E coi santi l’uso del presente non è retorico perché la loro relazione con il mondo è un racconto vivo e aperto. Da 800 anni San Francesco accompagna l’umanità con la proposta coraggiosa di ricordare che i mattoni più solidi per le nostre dimore sono le anime delle persone. Chi è questo povero, pieno di letizia, la cui voce ha cantato un rapporto così fraterno con Dio da chiamare ogni presenza fratello e sorella?

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Annalisa Teggi:

Ci avviciniamo a incontrare uno dei santi per antonomasia, uno dei più amati, San Francesco. E lo facciamo con gli ospiti che sono qui vicino a me e ve li presento subito. Parto dal centro: la professoressa Maria Pia Alberzoni, già professoressa di Storia Medievale presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Accanto a lei Davide Rondoni, che qui è a casa, poeta e presidente del Comitato nazionale per l’ottavo centenario della morte di San Francesco D’Assisi. Poi Marco Villani, che è vicesegretario generale della Presidenza del Consiglio dei Ministri e infine, qui accanto a me, padre Francesco Piloni, ministro della provincia dei frati minori dell’Umbria e anche tra i curatori della mostra su Francesco che qualcuno di voi forse oggi ha già visto o che vedrà nei prossimi giorni.

Adesso, finite le presentazioni e i saluti, l’argomento si fa scottante e infatti abbiamo scelto di intitolare questo incontro “Un’esplosione di vita”. Dicevo prima che San Francesco è tra i santi per antonomasia, tra i più amati. Le celebrazioni che si rincorrono dedicate a lui in questi anni che stiamo vivendo e che culmineranno l’anno prossimo nel 2026 con il ricordo della sua morte, ci ricordano appunto che è un santo vissuto e morto 800 anni fa. Eppure abbiamo voluto usare come verbi per raccontarlo verbi al presente, per cui questa è un po’ la provocazione di tutti i santi e anche di Francesco. Nonostante sia vissuto 800 anni fa, il suo rapporto con Dio è innestato, è così profondo da ricordarci, anche a così tanto tempo di distanza, che anche noi siamo vivi. Questa è la qualità dei santi: ricordare a noi che siamo vivi e perché siamo vivi, anche se sono vissuti tanto tempo fa.

La mia premessa finisce qui e chiedo subito a Marco Villani di aiutarci a entrare in un tema quasi scandaloso, perché tu Marco sei dentro la cosa pubblica e San Francesco si rivolse in una lettera ai reggitori dei popoli cominciando con qualcosa che le formalità metterebbero da parte. Lui esordisce, uso le sue parole, “ricordate, pensate che il giorno della morte si avvicina”. Ecco, potremmo dire che non rispetta il galateo di come si comincia una lettera formale, va dritto al punto. Dopo l’impatto che uno dice è lugubre e funesto, forse è tutt’altro, perché Francesco è un uomo che parla innestato nell’eternità e quindi ci chiede, o propone a chi ha a che fare con la politica e con l’economia: costruiamo qualcosa che rispetta i criteri del nostro permanere passeggero nella realtà, anche lungo che sia, oppure vogliamo mettere le fondamenta di una speranza che guarda all’eternità? Ecco, ti chiedo se per te questa provocazione, questo spunto di Francesco, è utile nel tessuto del nostro Paese.

Marco Villani:

Grazie. Certamente. Innanzitutto ringrazio chi ha voluto la mia partecipazione qui, gli organizzatori del Meeting. Ho la fortuna di essere il segretario del Comitato di San Francesco che Davide così abilmente presiede, con cui lavoriamo anche con padre Francesco, e mi ha portato qui con grande gioia. La premessa non è lugubre, perché prima c’è una frase che dice “poverello in Cristo, in Gesù Cristo”, qualcosa di molto simile, un’esplosione di gioia, e poi l’esplosione di gioia accompagna i reggitori dei popoli, chiunque essi siano, tra cui anche i magistrati, in cui mi trovo più a mio agio. Lì è un monito, è un senso di concretezza. Ricorda che nella sua e nostra visione eterna della vita, tutto ciò che facciamo qua, per quanto lo facciamo per un lungo periodo, è a tempo limitato. Ora, tutto sta a scegliere come vivere questo tempo limitato. Mia madre lo vive molto bene, sostiene che a 98 anni ce ne sono ancora tanti da fare, però c’è la possibilità di vivere nell’eternità già un tempo limitato e penso a Carlo Acutis, penso a Livatino, un esempio di magistrato eroe, penso a Frassati, persone che in vent’anni hanno rappresentato l’eternità su questa terra. Penso a Chiara Luce, che sosteneva che la morte non esistesse in quanto la vita è soltanto un passaggio, una corsa per poi lanciarsi col trampolino verso l’eterno.

Non ne vedo un richiamo lugubre, ma per tornare a quello che faccio quotidianamente, leggo il quotidiano, l’impegno dell’amministratore, l’impegno del giudice, l’impegno del dipendente pubblico con gli occhi di sorella morte, nel senso che diamo volontariamente un obiettivo, un valore, uno spessore a ciò che quotidianamente facciamo. Può sembrare un esercizio sterile, ma invece, fatto alla luce dei Vangeli proprio di agosto dove c’è un richiamo da stare attenti alla cupidigia, perché poi tu puoi fare tutti i silos che vuoi ma se questa notte ti viene richiesta la tua vita i silos rimarranno pieni per qualcun altro. Ma c’è anche il richiamo all’amministratore che deve essere onesto e c’è quindi la lettura di questi Vangeli fatti da Papa Leone ai giovani quando gli dice “attenti all’accaparramento, attenti alla cupidigia di costruire qualcosa per sé”, che letta in positivo significa: ogni mattina mi sveglio e intendo costruire qualcosa per qualcuno che non sono io. Quel qualcuno che non sono io, o che meglio sono anche io, perché poi la soddisfazione è di avere una fortuna insperata per ricoprire un ruolo, dei talenti che ti sono stati donati da Dio e su cui tu devi metterci del tuo per fare sì che siano un frutto collettivo. Tutta questa serie di fortune, tu le devi mettere al servizio di un qualcosa che coinvolge te in minima parte, che è il bene pubblico e il bene comune. È un qualcosa che tu ogni mattina affronti.

Per non essere lungo e annoiare, faccio l’esempio di Palazzo Chigi. Io arrivo a Palazzo Chigi dopo tanti anni che non lo frequentavo e tra le deleghe che ricevo ho alcune… Chiaramente sono un magistrato contabile, quindi un magistrato alla Corte dei Conti, a tutta la spesa, a tutto ciò che riguarda il bilancio, altrimenti non starei lì. Trovo un po’ di deleghe sparse che vengono da un passato quasi remoto, tra cui un progetto periferie. Cerco di capire di che si tratta e non riesco a capirlo finché non trovo l’architetto Giannino che ci lavorava da solo. Proprio per meriti, lavoro anche con Davide, perché è una persona che vive il lavoro come una missione, come lo chiedeva Francesco. Quasi due miliardi da spendere per le periferie e per rammendare le periferie, che sono il primo obbligo per un politico, cioè andare dove la politica non ha ancora rammendato un cuore, non ha ancora dato una risposta alla socialità, non ha ancora creato quell’infrastruttura che serve e creare quel bene pubblico che poi farà la soddisfazione di tutta quanta la comunità. In questo progetto, che era stato dato a me proprio perché si pensava fosse dimenticato, ci abbiamo messo tanto cuore e tanta passione. Abbiamo fatto come ha detto San Francesco, abbiamo rimesso al centro la persona, abbiamo ricordato a noi stessi, se mai ce ne fossimo dimenticati, perché poi tutti quanti noi ogni tanto ci dimentichiamo chi siamo, dove siamo, tutti quanti sbagliamo. Quindi se vogliamo leggerlo in termini etici magari pecchiamo e siamo fermi all’efficienza, economicità ed efficacia della pubblica amministrazione. Invece c’è anche l’etica. Abbiamo rimesso l’etica al centro e abbiamo riattivato un progetto che ad oggi, con il forte commitment del presidente Meloni, che vuole proprio questo, non è un esempio quello che ha fatto poi con gli interventi speciali, primo tra tutti Caivano, ma in ordinaria, nel silenzio del lavoro quotidiano, abbiamo già speso un miliardo. Per esempio, per chi conosce Rimini, posso dire con onore che tutta Rimini Nord, per merito dell’amministrazione ci mancherebbe, ma tutta la ricostruzione del Parco del Mare e Rimini Nord è stata quasi interamente finanziata dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri.

Questo è un esempio, essere esempi pellegrini nella pubblica amministrazione. In che senso? Nel senso che quando ero giovane pensavo che bisognasse anche un po’ tenere distinta l’idea del concetto del civil servant con la propria coscienza, la scelta religiosa. Ero giovane ed erano diversi tempi, ma erano tanti tempi fa. Ora io invece sono convinto che dobbiamo testimoniare che quello che facciamo lo facciamo perché ci crediamo, ci crediamo perché ce l’ha detto Gesù e siamo testimoni di una fede collettiva messa a disposizione di tutti. Come ha detto San Francesco, dobbiamo morire, ma non è un caso che io leggo in questi periodi, prima che mi invitaste, le lettere e l’autorità di Santa Caterina da Siena. E anche lei dice proprio questo, apre nel suo inno a Dio però poi dice “ricordatevi, al re di Francia, che metti in contatto il petto con la mente, il cuore con la mente, perché tanto signore mio l’unica cosa certa è che non sai quando devi morire”. Quindi a quando dobbiamo morire non ci interessa, perché speriamo di fare come Carlo Acutis, vivere in pochi anni un’eternità. Però non sprecare neanche un attimo del dono che ci ha dato il Padre Eterno su questa terra per fare qualcosa di buono nell’interesse pubblico ci sembra doveroso, oltre che pagato.

Annalisa Teggi:

Grazie. Mi sono appuntata “pellegrini della pubblica amministrazione”, è bellissimo, e hai aggiunto un tassello perché in effetti prima io avevo detto che coi santi si usa il presente, ma tu ne hai nominati anche di quasi santi, Carlo Acutis, Caterina, eccetera, perché è probabilmente l’altro tassello da dire: che i santi non usano il singolare, quindi fanno sempre compagnia e sono un plurale. Adesso, Maria Pia, passo la parola a te, perché Francesco è uno di quei santi che noi saremmo disposti, come si dice oggi, a fare santo subito, anche se Dio non c’entra niente. Perché rispetto a certi dogmi che non c’entrano niente con la religiosità, Francesco è già santo. È l’ecologista ante litteram secondo una certa lettura, poi è nemico del consumismo. Però non ci fa compagnia un santo guardato attraverso questa lettura e questo velo edulcorato. Le tue competenze di conoscenza ci aiutano a entrare nel merito: perché la figura storica di Francesco ci è di aiuto e come una risorsa salvavita oggi? Lo so, è grossa la questione.

Maria Pia Alberzoni:

Grazie, anche io volevo ringraziare per l’invito e per l’occasione. Mi scopro ogni volta, ritornare su Francesco è sempre scoprire qualcosa di nuovo, un arricchimento, quindi sono grata anche per questa occasione, non facile come hai detto anche tu. In questi anni, studiando Francesco, il contesto in cui vive, eccetera, mi sono posta anche spesso la domanda della sua santità, che cosa lo caratterizza. Perché noi conosciamo i santi della carità, i santi del lavoro, della giustizia, che si sono impegnati in una certa categoria. Per Francesco non c’era un programma nella sua proposta di vita, ma era proprio, quello che mi è sembrato di poter cogliere, una proposta di vita normale, ma una vita normale nella quale c’era dentro il significato e questo fa della vita normale una vita straordinaria. Sembra una cosa banale, ma proviamo a pensare: Francesco era uno che non aveva una dimora fissa, viveva praticamente di quello che gli potevano dare o del lavoro delle sue mani, perché lui dice che lavorava con le sue mani. Quindi, ai margini della società, dipendente dagli altri, che cosa poteva affascinare di questa persona? Questo per me è un problema, perché lui dopo cinque, sei anni da quando hanno cominciato ad arrivare i primi fratelli, ce n’erano cinquemila, quindi qualcosa di straordinario, di interessante, ci doveva essere. E per me non era facile capire quale aspetto, ripeto, perché non c’era uno specifico programma, non c’era un tipo di vita, non so, di successo, qualcosa di affascinante.

A me sembra di poter dare una risposta che volevo condividere un po’ con voi, che è il fatto che la cosa interessante, affascinante, era innanzitutto l’amicizia di questi fratres. Faccio notare che mi pare che l’italiano sia l’unica lingua nella quale il latino fratres può avere due traduzioni: cioè fratello o frate, come anche soror, sorella o suora. Ma questo vi dice già anche l’estensione del fenomeno di questa fraternità. Appunto, la cosa secondo me affascinante era vedere l’amicizia di queste persone, che non avevano di per sé nulla di particolare, erano al servizio degli altri e però vivevano effettivamente una pienezza di vita che affascinava le altre persone, altrimenti non penso che ci fossero degli incantesimi o altre cose che potevano convincere. Ed è un’amicizia sicuramente dai tratti umani, dai tratti molto concreti, però chiaramente centrata sull’amicizia per Cristo. Perché queste persone, il motivo che le teneva insieme e le coinvolgeva, era innanzitutto l’amicizia con Cristo, quello che consente di ritrovare un unico padre e quindi di essere fratelli.

A mio parere, proprio dentro questo clima, la gente rimaneva stupita, ci sono una serie di tentativi, comunque nasce il desiderio della pace. Io vedrei veramente legata questa esperienza unica, profonda, di un’amicizia proposta a tutti, che è poi amicizia con Cristo, e il desiderio della pace. Allora, innanzitutto, quando Francesco nel testamento racconta a grandi linee i punti centrali della sua vita, dice che il Signore gli rivelò quale doveva essere il suo saluto. A noi sembra banale questa cosa, però per uno che vive sulla strada, incontra le persone, le saluta. Non era come il monaco che stava nel monastero, magari arrivava qualcuno e lo salutava. No, la prima forma di annuncio è un saluto. E il saluto era “il Signore ti dia pace”, che è un po’ diverso dall’attuale “pace e bene”. In fondo è un po’ diluita, non c’è più il richiamo all’origine della pace, che è il Dominus, il Signore, l’Altissimo. Quindi capite che dentro questa amicizia era insita questa domanda della pace. E la pace, in un mondo come era il mondo comunale del XIII secolo nella penisola italiana, era un’esigenza vera, perché c’era uno stato endemico di conflittualità e quindi Francesco e i frati appaiono anche come una proposta, direi in questo senso, molto interessante. Quindi questo aspetto di amicizia, che innanzitutto, come dicevo, è amicizia con Cristo e che si propone a tutti, non è che c’è una categoria o un’altra che deve essere interessata. Non so se questo può in qualche modo contribuire, però aggiungo solo che questi frati, provate ad immaginare queste esortazioni al popolo o altro, che terminavano tante volte con canti e anche danze, proprio l’espressione fisica di questa letizia.

Annalisa Teggi:

Grazie Maria Pia. Infatti questa cosa che alla fine del fare pace si cantava e si ballava e c’era questa proposta è interessante, hai ragione. A proposito di cose scottanti, visto che padre Francesco adesso tocca a te entrare nel merito, perché Maria Pia ha ripetuto più volte la parola amicizia. E oggi ti chiedo di aiutarci sul tema delle relazioni, che è un altro ambito in cui noi non abbiamo bisogno di tante parole, ma abbiamo proprio bisogno dell’amicizia dei santi. Oggi relazioni vuol dire tutto e niente, siamo confusi e infelici sul tema delle relazioni, perché adesso dico qualche spot, poi dopo tu entri nel merito meglio di me. Da una parte noi abbiamo una narrativa fantastica sul fare squadra, team building, poi la cronaca ci butta addosso storie in cui la solitudine degenera nell’isolamento più tremendo. Ci siamo abituati coi social a credere che per dare l’amicizia basta fare click. E poi dopo, sempre la cronaca nera invece ci dice che nella realtà fattuale ci si accoltella. Allora, l’idea di fraternità di Francesco ci aiuta a ricapitolare il nostro bisogno di relazioni vero? Ecco, la metto così, poi so che anche questo è un argomentone.

Francesco Piloni:

Io sento di ringraziarvi, come hanno già fatto coloro che mi hanno preceduto, e ringraziare proprio anche per questo incontro, per la possibilità di cogliere Francesco, 800 anni, “un’esplosione di vita”, titolo che nasce da Davide e nasce dentro a una verità profonda, che parla di relazione e fraternità, amicizia, compagnia, possiamo allargare. Allora credo che ci siano degli ingredienti, mi sembra di cogliere nella vita di Francesco e nel francescanesimo, cioè negli 800 anni di storia che ci portano e ci avvicinano a Francesco. Non c’è solo Francesco, c’è anche una storia segnata da 800 anni, con un’eredità. E mi sembra che per entrare in questo ambito delle relazioni, Francesco diventa maestro oggi, con tutti gli elementi che hai segnalato, dalla cronaca nera all’uso dei social, perché è un uomo che sa ascoltare.

Ecco, o noi recuperiamo questo verbo, che tra l’altro è il primo comandamento, il verbo ascoltare, che si declina poi nell’imparare ad ascoltare se stessi, Dio, gli altri, il creato. Ma per ascoltare noi dobbiamo rallentare. Non è possibile dare qualità alle relazioni se siamo e restiamo così veloci, altrimenti sono slogan e noi siamo pienissimi di slogan. I social sono veloci, io penso solo alle notizie immediate su Instagram, sono così veloci e si scrollano così velocemente dentro di noi, ma che ascolto è? Allora Francesco ha un ingrediente fondamentale: o io ritorno ad abitare l’ascolto, e quindi mi do tempo per le relazioni, oppure non stupiamoci, non sorprendiamoci delle crudeltà, delle violenze o anche di relazioni che non sono più nutrienti. Credo che sicuramente questo è il primo verbo da riconsegnarci per una relazione che sia autentica. E che cosa ascolti? Chi ascolti? Noi nella mostra lo diciamo. C’è un passaggio nel quale Francesco dice: “Io ascolto le fragranti parole del Signore”. Questo ascoltare le fragranti parole del Signore significa che io nella vita divento ciò che ascolto. Ascolto banalità, programmi banali, sarò una persona superficiale. Ascolto le ansie, le paure, io sarò una persona ansiosa, dove la gente non vede l’ora di scappare da te. Ascolto il Vangelo, io divento espressione di una notizia buona, bella. Sicuramente la fraternità deve avere questa cifra nuova dell’ascolto.

E poi un altro aspetto che mi permetto fortemente di sottolineare per dare qualità alle relazioni, è la minorità. Francesco non solo vuole che i suoi frati si chiamino frati minori, ma questo non lo dice solo a noi, questo è un atteggiamento, la minorità è una postura. Se io mi relaziono sempre con l’altro dove voglio prevalere, voglio dominare, è chiaro che le relazioni sono ferite da subito e si gioca a nascondersi o a difendersi. Questa modalità è fortissima, la minorità. Tutti conosciamo l’episodio dei Fioretti del lupo di Gubbio. Ma che cosa accoglie Francesco dentro la storia del lupo di Gubbio? Che il lupo è violento, ma chiamatelo come volete, c’è anche la storia dei briganti di Montecasale, dove Francesco sia col lupo sia con i briganti fa un passaggio graduale meraviglioso da minore, cioè dice: “Ma perché il lupo è cattivo? Ma perché i briganti sono diventati ladri?”. E invece di accusare, li avvicina, li avvicina gradualmente, impara ad ascoltarli, impara a incontrarli e si accorge che il lupo non è cattivo, il lupo è infelice. I briganti non sono ladri, hanno fame. O noi ci rimettiamo in questa dimensione di ascolto e di minorità, o altrimenti le relazioni noi le pretendiamo ma non le arricchiamo, non gli diamo la svolta. E allora poi continueremo con i nostri slogan, parlando con quel pour parler che dicono tutti, ma non si cresce. Ecco, queste due realtà, minorità e ascolto, credo siano una cifra da recuperare per una postura vera di un cristiano.

Annalisa Teggi:

Grazie tanto. Mi sono appuntata, è vero, che il lupo è infelice. E quindi la disponibilità all’incontro, come diceva anche prima Maria Pia, non ha frontiere, non ha barriere, non ha biglietti di ingresso. L’incontro è rivolto a tutti. A proposito di incontri, Davide Rondoni, arrivo da te. Questo incarico oneroso e impegnativo legato al Comitato San Francesco ti avrà fatto diventare non pellegrino della pubblica amministrazione, ma poeta pellegrino, a incontrare tantissime realtà francescane che esistono, che rendono vivo ancora il tessuto del nostro Paese oggi. Quindi ti chiedo se ci racconti un po’ di appunti di questi viaggi, di questi incontri che stai facendo per questo impegno che hai assunto. E l’altra domanda è: come si fa a tenere viva una memoria in modo che non sia una ricorrenza in cui io disseppellisco un tesoro bellissimo ma morto? Come si fa a tenere viva una memoria?

Davide Rondoni:

Buonasera, grazie per l’invito. Un po’ poeta pellegrino sono sempre stato, non è che è cambiato molto, però devo dire che già queste persone che sono qui con me stasera sono dei begli incontri, persone che ho incontrato grazie a questa responsabilità che mi è stata chiesta. Ci sono due elementi che mi hanno colpito molto tra i tanti, girando e parlando non solo dentro le comunità francescane ma di San Francesco, un po’ ovunque, anche in contesti lontani dalla fede. La prima cosa è che San Francesco piace a tutti. Ed è strano, un po’ come diceva prima Maria Pia. Cioè, in un momento in cui anche se dici “viva la mamma”, qualcuno dice “no, scusa, però la mamma…”. San Francesco è come se avesse una specie di affetto generale. E questo, in un momento di divisioni, è una responsabilità. Voglio dire, guardare qualcosa di più grande di noi, delle divisioni che ci sono inevitabilmente nella vita, nelle famiglie, nei partiti, eccetera.

Però, per andare a fondo di due cose che sono state appena accennate, la domanda che faceva Maria Pia: “perché lo seguono? Da subito e fino adesso?”. È una domanda che nei Fioretti gli fa uno dei suoi amici, Masseo. Uno dei suoi amici gli dice: “Ma perché la gente viene dietro a te? Non parli come un chierico, sei anche bruttino”, come vedete nel ritratto di Cimabue in mostra. “Perché?”. E lui risponde: “Perché Dio ha visto che non ce n’era uno peggiore”. La minorità di Francesco non è un’umiltà di temperamento. Anzi, gli studiosi e grafologi di Francesco confermano che era più irruento di me, era proprio incazzereccio, e a volte si vede anche in certi atteggiamenti. L’umiltà di Francesco non nasce da un temperamento, ma nasce da una concezione per cui tu sei niente, sei quasi niente. Io sono quasi niente. Dire il piccolino, il minore, non era, come diceva a volte Gianni Brera di certi cattolici, quelli che fanno finta di essere umili ma semplicemente perché sono paraculi, cioè non vogliono disturbare, quindi stanno col collo torto. L’umiltà non è il paraculismo, non è il non dare fastidio mai. Francesco ha dato molto fastidio, a partire da suo padre. L’umiltà di Francesco era questa concezione di sé di fronte all’Altissimo. Ecco, la prima cosa che io ho riscoperto, oltre quel poco che sapevo di San Francesco, è questo senso della sproporzione incredibile, fortissimo, meraviglioso e terribile. Altissimo, onnipotente. Per questo puoi anche essere un re, puoi essere il più forte, il più bravo, il più ricco. Poi succede che un ottantenne prende l’autostrada in contromano e tu muori. Io sono quasi niente di fronte al destino. L’aria che mi rende vivo in questo momento non la faccio io. Questo è il realismo della piccolezza di Francesco, che non era una cosa di temperamento o di umiltà come “volare basso”. No, era “io sono niente di fronte all’Altissimo. Anzi, sono il peggiore”. Francesco ai suoi frati chiede varie volte: “Dimmi che non mi salverò”, perché è un uomo invaso da questa questione. Davvero onnipotente, Altissimo onnipotente, buono? Posso dire “buono per me”? Questo è tutto il cuore dell’esperienza di San Francesco, poter dire non solo Altissimo onnipotente, ma “buono”. Perché sennò tu sei niente e basta.

E invece, qui mi attacco alla seconda cosa, è proprio questa consapevolezza che Dio è buono con te, per cui ti ha dato la vita. Se sei quasi niente, ti ama lo stesso. È bellissimo, come si vede nella mostra, che nel suo testamento Francesco dice che il cambiamento lo nota perché ciò che prima disprezzava, i lebbrosi, non lo trova più disprezzabile. Cioè, comincia ad avere uno sguardo come di Dio sulla realtà. Nulla è disprezzabile. Nulla è vano. Nulla è futile. Questo elemento si chiama con la parola oggi più rivoluzionaria della nostra società, che è la parola creatura. Cantico delle creature. Scusate, da poeta cito questo testo meraviglioso che è all’origine della nostra civiltà. Perché molti pensano che il bello di questo cantico sia il sole, la luna, il fuoco, l’acqua, il vento, tutto meraviglioso. Cantico delle creature. La parola creatura, a mio avviso, è quella più rivoluzionaria del mondo di oggi, perché la maggior parte di noi, e soprattutto dei nostri giovani, si sente uno schizzo di vita buttato nell’universo, non una creatura. Un poeta che ha avuto a che fare con San Francesco, anzi andò ad Assisi per elaborare il suo film più importante che è “Il Vangelo secondo Matteo”, è Pier Paolo Pasolini. Nel ’75, quando, stupendo molti dei suoi compagni, prese posizione contro l’aborto in un articolo sul Corriere della Sera, Pasolini dice che nella nostra civiltà, nella nostra società – siamo nel ’75 – “indubbiamente un bambino che nasce oggi si sente meno benedetto”. Cioè, la nascita non è più una benedizione. Nei nostri dialetti si dice “a criatura”, no? In portoghese è “criança”, sono i bambini. Se non sei una creatura, cosa sei? Francesco vive intensamente questa questione, la creaturalità. Per sé. Non le creature, gli alberi… Lui scopre di essere una creatura. E oggi il fatto che un bambino si senta meno benedetto, cioè tradotto in maniera semplice, “non vai bene a prescindere”. Non vai bene a prescindere, non sei una creatura. Hai bisogno a ogni passo di una dimostrazione di andare bene. Una relazione, uno specchio, una prestazione. Devi avere conferma di andare bene, perché non ce l’hai più il bene alle spalle. Non c’è più il fatto che sei una creatura. Non c’è più una benedizione a prescindere. Non vai bene a prescindere. E siccome non vai bene a prescindere, devi cercare di andare bene per gli altri e per te. Questo è il generatore dell’ansia contemporanea, che non sono né i telefonini, né la velocità, né le relazioni. L’ansia contemporanea è un problema religioso, perché se non sei una creatura, hai voglia a chiedere tutti i giorni a qualcosa di confermarti che vai bene. Questo è ansioso.

Allora, finisco. Come accennava prima padre Francesco, siamo diventati amici in questo lavoro ed è bello che al Meeting siano qui a portare la mostra che hanno fatto con tanti altri amici. Come accennava lui prima, la fraternità è il modo con cui oggi si può conoscere San Francesco, così rispondo alla tua seconda domanda. Qual è il modo per tener viva un’eredità? Guardare negli eredi. Non c’è un altro modo. Maria Pia è una grandissima studiosa di San Francesco, ma lei per prima mi ha fatto capire che San Francesco non è quello che capisci perché leggi tutti i libri usciti su San Francesco. Io ne sto scrivendo uno adesso, che sarà bellissimo, ma non penso che attraverso la lettura del mio libro qualcuno potrà conoscere. Il modo per cui San Francesco, l’ha detto lui, è la fraternità. Chi come me ha vissuto tra l’altro 15 anni accanto a Don Giussani sa benissimo che i grandi riformatori della Chiesa non è gente che ha avuto solo delle buone, grandi idee. La povertà per Francesco, se vogliamo ci torniamo dopo, l’avvenimento per Don Giussani, ma ha fatto delle fraternità. Perché il modo per sperimentare il carisma di Francesco, di Don Giussani o di chiunque altro non è studiarlo, non è interpretarlo a parole, è viverne la fraternità. In questo senso ho incontrato tante comunità che si ispirano a San Francesco direttamente o indirettamente, perché tutti i grandi movimenti del Novecento, compreso quello di Don Giussani, sono nati da persone che erano ragazzini nel centenario scorso, anni ’20-’30. Quindi ragazzini che sono stati investiti da una pubblicistica su San Francesco enorme che ci fu allora, per cui che fosse Kiko Argüello, che fosse Chiara Lubich, che fosse Don Giussani, non a caso tutti questi hanno preso su qualcosa di francescano. Allora credo che questa indicazione, e devo dire che girando vedi le esperienze indirettamente o direttamente toccate dal carisma di San Francesco, sono di una bellezza commovente e che riportano in centro questo tema. Se non sei una creatura, cosa sei?

Annalisa Teggi:

Grazie Davide. Adesso mi correggi se sbaglio, pensavo che questa cosa di non avere più qualcuno dietro che ti chiama per nome ci ossessiona poi con il moltiplicare le etichette con cui riferirsi alle cose. E su questo Maria Pia torno da te, sul fatto che noi adesso abbiamo usato più volte la parola “fraternità” e non l’abbiamo usata come etichetta, tant’è che dentro è contenuta anche tutta l’amicizia e il mondo femminile con cui Francesco ha avuto a che fare. E non è un’etichetta dire “abbiamo detto fraternità allora adesso dobbiamo trovare un’altra parola per il femminile”. Quindi ti chiedo se puoi farci un affondo sul mondo femminile attorno a Francesco e so, questo te lo chiedo personalmente, se ci dici qualcosa anche sul tema della maternità che Francesco ha usato su di sé. Grazie.

Maria Pia Alberzoni:

Grazie a te per questa occasione di domanda. Allora, è vero e si vede bene anche nella mostra su Francesco di quest’anno che termina appunto con una stanza dedicata a Chiara, perché forse si è riflettuto anche poco su questo. Veramente queste esperienze femminili legate a diverso titolo a Francesco hanno contribuito anche con la loro presenza, con la loro esperienza, ad approfondire anche la minorità, o comunque l’idea di povertà di Francesco. Perché, per esempio, leggendo sia la regola sia gli scritti di Chiara, è evidente che c’è questa continua rielaborazione e anche ridefinizione di Francesco. L’ultima Voluntas, gli ultimi scritti che lei cita nella sua regola alla lettera, testimoniano proprio questo approfondimento. Ed è interessante perché in tutti i carismi, quello che era stato anche per lei l’incontro con Francesco, se non lo si approfondisce, se non si lavora su queste cose, si perdono. Quello di Chiara è un aspetto molto interessante per questo motivo.

Perché di presenze femminili nella vita di Francesco, a parte Chiara, ce ne sono anche diverse. C’è una matrona romana, donna Iacopa dei Settesoli, che Francesco la chiamava anche “frate Iacopa” proprio per la familiarità. Stava quasi per morire, fa scrivere una lettera dicendo: “Guarda, porta quei cantuccini che mi piacciono e poi porta anche un telo che servirà poi per la mia sepoltura”. È interessante questo livello anche di familiarità e di sicuramente anche di grande discrezione, ma proprio di condivisione della stessa esperienza. Poi ci sono anche delle monache di San Severino Marche, se non ricordo male, che addirittura regalano a Francesco un agnellino. Anzi, Francesco regala a loro un agnello e loro, quando ha sufficiente pelo, lo tosano e fanno una tonaca per Francesco. Quindi anche questo tipo di scambio di doni, i biscottini, l’abito, la pecorella, ci danno l’idea di una familiarità intensa ma consapevole del significato. Perché è vero questa cosa, come dicevi anche tu Davide, se non sei una creatura non c’è più l’idea di una paternità, di un’amicizia che consente anche questi gesti quotidiani, che dà a questi gesti quotidiani un significato più grande, tant’è vero che noi li troviamo ricordati nella geografia di Francesco. Questo è anche un altro aspetto della sua popolarità. E quindi, questa idea della presenza non solo di monache, di suore, di donne altolocate, eccetera, è molto interessante e ci consente anche di scoprire un lato poco forse sottolineato di Francesco.

Perché Francesco, nelle occasioni in cui parla di sé, si rappresenta spesso come madre, al femminile. Jacques Dalarun aveva scritto anche un libro su questo. È curiosa questa cosa, no? Perché uno diceva “ma quella era una fraternitas”. E fra l’altro stupisce che, per esempio, nel Testamento, e questo si capisce perché il Testamento non è una cronaca, sono dei punti che per Francesco sono importanti, nel Testamento non si parla di queste presenze femminili, ma solo “quando il Signore mi diede dei frati” o “dei fratelli”. Quindi c’è comunque questa presenza molto significativa che fa addirittura dire a Francesco “sono, ti parlo come una madre”. Guardate, è una cosa bellissima, abbiamo ben due autografi di Francesco, solitamente non si conoscono queste cose. Uno è conservato nella Basilica di San Francesco di Assisi e c’è la benedizione a frate Leone e le Laudes Creaturarum. Questa è una composizione poetica di Francesco scritta dopo o in occasione dell’esperienza della Verna, quindi delle stimmate. E poi abbiamo una letterina indirizzata a frate Leone dove appunto Francesco esordisce dicendo: “Guarda, come una madre (sicut mater) ti dico (dico tibi) che non devi preoccuparti di queste cose”. Leone doveva essere un tipo un po’ scrupoloso. “Non devi preoccuparti, ma fai come abbiamo detto. Però, se proprio vuoi venire a parlarne, va bene, vieni”. E questo “sicut mater” è molto familiare ma anche molto intenso.

Non è un caso che si trovi questa espressione anche nella regola o nelle regole, approvate o meno, di Francesco, dove Francesco dice che i frati devono trattarsi tra loro, come farebbe il superiore, ma anche i fratelli, come una madre nei confronti di suo figlio. Non solo, ma poi c’è un altro testo poco valorizzato forse di Francesco, che è la cosiddetta Regola per gli eremi. In questa regola, che poi è una paginetta a stampa, Francesco dice che i frati che stanno negli eremi devono essere quattro, non di più perché sennò l’eremo poi diventa un convento. Due fanno le madri e due fanno i figli. La madre cosa fa? Si preoccupa di fornire il cibo, preparare tutto il necessario ai frati che devono occuparsi solo della meditazione. Quindi i due figli si occupano della meditazione e sono quasi isolati dal mondo. Poi Francesco dice che questi ruoli si possono anche scambiare, perché non è giusto che ci siano sempre gli stessi. Sembra banale, però anche in questo caso vedete che i frati sono madri e anche figli. Ed è interessante questo richiamo a Marta e Maria, perché è un tema molto importante per la teologia anche del XII e XIII secolo, cioè che rapporto c’è tra la vita contemplativa e la vita attiva. La vita attiva è Marta e la vita contemplativa è Maria. Però si capisce che per Francesco c’è anche questa tensione alla contemplazione, che vede e prospetta come possibile anche per i frati.

E quindi anche in questo caso è notevole questo uso. C’è un testo dove c’è una definizione di tutti questi ruoli. Noi siamo figli se riconosciamo il Padre e fratelli di Cristo. Siamo madri se generiamo Cristo nel mondo. Siamo padri. È incredibile, ma c’è tutto un nuovo modo di definire le relazioni, anche una famiglia, una parentela sulla base della rivelazione, comunque dell’incontro con Cristo che cambia il nome, in tanti casi anche per Francesco stesso, era Giovanni diventa Francesco, ma anche tanti altri frati, e cambia veramente le relazioni e la qualità delle relazioni. Per cui, come aveva detto Gesù nel Vangelo: “Qui c’è tua madre e i tuoi fratelli. Ma chi sono mia madre? Chi sono i miei fratelli?”. Ecco, Francesco sicuramente riprende questa, come in altri casi della vita religiosa, ma mi sembra anche questo un modo interessante di come lui si immedesimi con l’annuncio del Vangelo e come la presenza di Cristo, sostanzialmente riconosciuta nel quotidiano, possa cambiare i rapporti rendendoli quelli di una nuova famiglia.

Annalisa Teggi: Famiglia. Padre Francesco, torno da te. È una parola a cui abbiamo girato un po’ attorno. Peraltro, avevo pensato di chiederti questa cosa e ho notato che per quelle coincidenze, che non sono coincidenze, nella giornata di oggi Papa Francesco ha chiesto una giornata di digiuno per la pace. Già prima Maria Pia aveva chiamato in causa il fatto che nel saluto di Francesco c’era sempre la parola pace, una pace di cui io, creatura, non sono capace, non riesco a fare la pace. Quindi ti chiedo un affondo su questa parola di cui evidentemente abbiamo un’urgenza, non solo perché il contesto internazionale è pieno di guerre, ma perché la guerra ha a che fare anche con qualcosa che è dentro di noi: le nostre ansie, le paure, le pretese. Ecco, uno schiarimento di un orizzonte.

Francesco Piloni: Ma certamente va purificato questo termine, pace. Mi sembra che sia stato molto chiaro quando Papa Francesco si è presentato e ha fatto il saluto del Cristo risorto. Noi di che pace stiamo parlando? Qui la questione è molto seria. Mi sono trovato in diverse occasioni, per dono, per amicizia, a parlare anche col Cardinal Pizzaballa. Di quale pace stiamo parlando? Noi qui dobbiamo mettere a fuoco le questioni. La questione è che noi vogliamo, e nel saluto di Francesco “il Signore ti dia pace” come ricordava prima Maria Pia, stiamo parlando della pace che porta il Risorto, il Signore Risorto. Quindi oggi quando ascolto queste parole spesso c’è una dimensione per cui cerco la pace che è mista a serenità, a quiete, a un benessere emotivo. C’è un impasto dentro di noi. E invece a me, che piace essere di temperamento non tranquillo e inquieto, perché beati gli inquieti, io dico sempre “beati gli inquieti perché erediteranno certezze”. Le certezze arrivano se tu sei inquieto. Se invece ti fai andare tutto bene pur di mantenere un quietismo e un pacifismo che è stucchevole e poi non regge il banco della prova della vita.

Ecco, credo che invece “il Signore ti dia pace” debba avere un’aggiunta chiara dentro di noi. Il Signore ti dà la pace, sì, ma non ti lascia in pace. Perché non è un Dio che ti dà la pace, ma non quella che tutti stiamo cercando a livello personale. Lui non ti può lasciare in pace, perché Dio è un grande provocatore, cioè lui è a favore della tua vocazione, è a favore del fatto che tu questa inquietudine la fai diventare un motore di ricerca. Allora credo che realmente la pace la trovi e poi vai più in profondità. Oggi spessissimo si parla della felicità, no? E la felicità è questo irenismo a volte, ma non esiste. Non esiste la felicità, esiste il motivo per cui sei felice, perché hai incontrato qualcuno, hai incontrato un senso, hai incontrato un significato. Allora credo che la pace a livello personale è proprio questo motore di ricerca, continuamente provocati dentro a questa inquietudine. E Francesco è un inquieto fino alla fine e dirà ai frati, per non lasciarli in pace, “Io ho fatto la mia parte, adesso il Signore vi insegni la vostra”, cioè non pensate di vivere l’eredità vivendo quello che ho vissuto io. Voi approfondite quello che ho lanciato, i semi che vi ho consegnati, fateli fiorire. È questa la pace di cui questo mondo ha bisogno.

E poi c’è la pace più allargata e credo che qui o facciamo un passaggio o ce la stiamo raccontando. E il passaggio è che io devo imparare a vedere ogni altro – marito, moglie, impiegato, collega – non più come nemico. Per Dio i nemici non esistono. E Francesco ha capito che anche quando i frati gli hanno fatto vedere i sorci verdi, quando i frati gli hanno creato grossi problemi, quando i frati rompevano il suo io e lui doveva fare spazio, lui ha capito una cosa: che il nemico non esiste. Fino alla fine Dio, ce lo ricordava Papa Francesco, chiamerà Giuda “amico”. Fino alla fine. Cioè, o entriamo nella categoria dell’amicizia e quindi della fraternità, per cui io non mi devo più difendere, perché se io ho dei nemici mi devo difendere, mi devo salvare e questo non salva nessuno. Allora credo, da quello che ho intuito dall’incontro anche di stamattina delle due donne, madri di pace, è questo: o lasciamo la categoria del nemico e allora entriamo nella verità e nella giustizia delle relazioni, allora nasce un perdono. E chiudo, Giovanni Paolo II disse in modo molto bello e molto vero: “Non c’è pace senza giustizia e non c’è giustizia senza perdono”. Noi di questa pace parliamo, di quella che è il frutto della morte e della risurrezione, ma prima ci devi morire. Allora è facilissimo guardare a Gaza, guardare in Ucraina, è molto facile anche dire frasi che ripetono tutti, ma occorre partire dalla pace che ci ha consegnato il Risorto e allora ci sarà, come frutto maturo dal perdono, la pace. Io credo che Francesco ci dia questo, perché il santuario della Porziuncola, al quale Francesco è fortemente legato, i messaggi sono pace e perdono, pace e perdono. Il tutto dentro una parola che si chiama Vangelo.

Annalisa Teggi:

Grazie. Davide, ci avviamo alla conclusione del ritratto, ovviamente non concluso, che abbiamo fatto stasera. Vangelo, parole vere, autentiche. Tu l’hai accennato già prima, ovviamente il tuo campo di battaglia come poeta è il Cantico delle Creature. Noi siamo pienissimi di tanti tipi di parole, fin troppo. Francesco è capace, inquieto, prostrato, di una parola che benedice, che dice grazie. Come facciamo noi a guardare questa cosa senza il velo zuccheroso dell’uomo che ringrazia? Ecco, ti chiedo una parola sulla parola che benedice. È una domanda difficilissima, questo non è giusto.

Davide Rondoni:

Parto da questo, dal fatto che Francesco era un uomo lieto. Lieto non vuol dire che girava col sorrisetto in mezzo a lupi e lebbrosi, facendo finta che tutto fosse carino, come si dice oggi. La letizia è una parola che viene dalla parola “letame”, perché la terra era lieta quando il letame la concimava. Quindi credo che per rispondere alla tua domanda e per evitare qualsiasi zuccherosità, per arrivare a quell’esperienza che è semplice, perché è semplice… La lettera che citava prima Maria Pia a frate Leone è bellissima, perché quella lettera finisce dicendo: “Ok, mi hai rotto i coglioni fino ad adesso con i problemi che avevi”, più o meno. Dice: “Però, come una madre ti dico, fai quello che puoi”, e poi aggiunge: “Però se vuoi, vieni da me quando vuoi”. Questa disponibilità è il cristianesimo. “Quando vuoi, vieni da me”. Questo è il vertice della disponibilità di San Francesco, che la vive con i suoi frati in maniera molto semplice, a volte anche pittoresca. I Fioretti, se non li avete mai letti, sono delle scene pazzesche, perché poi erano dei mezzi matti. San Francesco era mezzo matto, nel senso che la prima cosa che chiede al suo amico Bernardo, il primo frate, è: “Scusami, puoi passare il calcagno sulla mia bocca tre volte, perché io non mi salverò?”. Non è proprio una richiesta semplice per un amico. Oppure, quando dice a Rufino, che aveva detto qualcosa di bizzarro: “Sai cosa fai adesso? Tu vai a predicare nudo nella cattedrale di Perugia”, se non sbaglio. Poi dopo ci pensa e dice: “Ma forse ho esagerato un po'”. Quindi vedete, a Perugia questi due nudi nella cattedrale.

Era una gente mezza matta, nel senso che Francesco, che era un esperto di Apocalisse, sapeva che Dio vomita i tiepidi, come dice l’Apocalisse. Francesco non è un estremista, ma è un uomo estremo. È un uomo che da quel “tu” all’Altissimo onnipotente, e posso dire per fortuna “buono”, da quella cosa lì ha fatto il concime della sua vita. Allora l’unico modo per avere un atteggiamento di gratitudine che non sia zuccheroso, che non sia beota, che non sia a volte quel clericume per cui sembra che devi sempre fare un sorrisetto perché sei cristiano, no. Si può anche gridare perché sei cristiano. Si può anche bestemmiare perché sei cristiano. Per non ridurre il cristianesimo a un sorrisetto beota, il problema è il concime. Cioè, da cosa ti fai concimare? Pensare qual è il concime, intanto non è un’immagine molto poetica se volete, però il concime è il problema della vita. Da cosa ti fai concimare? Da amicizie come quella tra frate Leone, Rufino, Masseo? È quello che ti concima o che cosa? Questa secondo me è la base della gratitudine possibile e di quella cosa impensabile, che infatti in natura non esiste e che naturalmente non esisterebbe mai e si vede, che si chiama perdono. Il perdono in natura non c’è e naturalmente l’uomo non perdonerebbe. Occorre una diversità incontrata, occorre lo “tuo amore”, come dice nel Cantico. E il perdono è l’atto più libero in assoluto e che ci ricorda anche che la nostra natura – visto che tutti dicono “San Francesco, la natura, la natura” – sei d’accordo, però San Francesco, dicendo che ciò che qualifica l’essere umano è il perdono, mi sta dicendo che ciò che qualifica l’essere umano in natura non c’è. È un atto assolutamente libero che né i carciofi, né gli algoritmi possono fare.

E quindi anche in questo senso Francesco arriva puntuale oggi a darci un avvertimento. Se non sei una creatura, cosa sei? Un carciofo venuto bene? Un algoritmo venuto male? Credo che questo oggi sia assolutamente il problema della nostra cultura e della nostra civiltà, a cui non si risponde con le parole o solo con le parole. Anche perché, come diceva prima anche padre Francesco, la parola “pace”, se la si usa in modo banale, è terribile. Non c’è la pace, quella è la tregua. Quella che fa Trump, Zelensky, quella si chiama tregua. La pace è un’altra cosa, perché se quella fosse la pace, scusate se lo ridico come ho scritto l’altro giorno facendo arrabbiare qualcuno, se la pace vale solamente per i sopravvissuti, non è granché. È una pace anche un po’ ingiusta, perché se quei 40.000 bambini sono già morti, dire “pace” oggi, e loro? Cosa facciamo? Dividiamo il mondo in quelli che hanno avuto la pace e quelli che non ce l’hanno avuta? Oppure il Risorto dice che la pace si chiama resurrezione? Perché altrimenti anche la parola “pace” può diventare violenta. Si auspica la pace solo per i vivi. E gli altri? Sfortunati? Peccato. Non hanno vissuto la pace, no, non hanno vissuto la tregua. Ma la pace la dà il Risorto ed è possibile per tutti. Usare le parole, un po’ come Francesco ci ha insegnato, perché il Cantico è molto bello, i testi che Maria Pia ha citato sono bellissimi, invito tutti anche nella mostra a guardare con attenzione le parole di Francesco, perché sono parole nate da una vita concimata in un certo modo.

Annalisa Teggi:

Grazie. Marco, ho visto che hai preso appunti. Aiutami a tirare un po’ le conclusioni a come l’abbiamo concimato stasera il terreno.

Marco Villani:

La prima parola che ho scritto è concime. Abbiamo concimato un terreno, indegnamente. Con il fuoco di Davide, sicuramente in maniera positiva. Pensavo al concime e pensavo ai mattoni. I mattoni poi si fanno con qualcosa di molto simile al concime. Allora, che mattoni abbiamo provato nel nostro piccolo a costruire oggi? L’incontro sicuramente. È un incontro che, al di là del mio piccolo intervento, sicuramente arricchisce perché ci mantiene al centro, non riporta al centro San Francesco, perché San Francesco è al centro, come ha detto Davide, dagli anni ’20-’30, ma è effettivamente la figura di santo a cui si rivolgono gli altri santi. C’è questa pazzia di San Francesco, che poi divide pure un po’ con San Benedetto, ma mi ricorda molto il mio San Filippo Neri, che faceva cose molto analoghe in giro per il quartiere dove abito io. La presenza dei santi è forte e San Francesco è un emblema, sicuramente. Nella domanda iniziale era se si sente un alleato. San Francesco è molto di più di un alleato, perché San Francesco è la trasposizione della parola di Dio da noi, è il Vangelo vissuto, quindi è molto più che un alleato.

Quindi il concime sono questi mattoni che abbiamo costruito, che sono immagini belle che fanno parte, immagino, di un bellissimo quadro a mosaico, perché sono mattoncini oppure comunque sono strade su cui camminare senza sbagliare, perché la strada è una, non è che possiamo scegliere arbitrariamente. Anche il dipendente pubblico sa che la strada, se non la trova nella norma, la trova nella legge morale dentro di sé, che è l’etica di Dio. Per noi è una certezza. E va anche detto, io mi sono trovato nella mia vita a discutere con dei colleghi che mi dicevano: “Ti invidio perché tu hai questa certezza”. “Cercala”, dicevo io, non è che è roba solo mia. Ecco, quindi questi mattoni li abbiamo costruiti con il concime delle parole, dei concetti. Sono mattoni che giorno dopo giorno qui vediamo nei volti dei volontari. I volontari incontrano chiunque come se incontrassero Gesù, fanno qualcosa di meraviglioso, perché il volontario non è vero che fa le cose gratis, ci rimette, quindi ci mette del suo, di quello che perde. Quindi i volontari del Meeting sono l’incontro del giusto mattone che va costruito e lo fanno nella filosofia che diceva San Francesco, rivolgendosi ai potenti, diceva “servite” e quello è il più grande servizio.

Ti è piaciuta l’immagine del pellegrino? Il pellegrino è qualcuno che testimonia uscendo dal monastero, perché questo voleva San Francesco. E così dimostrano anche i piedi di Francesco, che cammina sempre testimoniando la figura del nostro santo. Ma questa pace che abbiamo richiamato, non rischio di andare a discutere del concetto di pace, però torna alla pace del Risorto e la vedo un po’ semplice. Il Risorto nella Pentecoste, come ha detto Papa Francesco, “Pace a voi”. Ma non lo dice “pace” perché stavano in guerra, “pace” perché stavano impauriti. La pace è un momento di forza. Quindi la pace è la scelta strategica, quasi scandalosa, quasi eretica, di coloro i quali sarebbe più comodo, come ha detto Davide, torcessero la testa. Gli dice: “Pace a voi”. E siccome non è una cosa facile la pace, niente è facile, nessuna scelta è facile, ma la pace è la costruzione più difficile che abbiamo su questa terra, gli manda lo Spirito Santo. Perché dice “pace a voi, visto che non ce la fate, visto che avete paura che i Romani, non sia mai, visto che avete paura che gli Ebrei vi riconoscano, vi mando lo Spirito Santo”. Ecco, non è una cosa facile e quindi bisogna cercare questa pace, costruirla in un pellegrinaggio, in un movimento che mi fa sempre pensare a San Francesco che nel 1219 si muove e va lui a Damietta dal Sultano. Lui va dal nemico, e quindi non c’è più un nemico, c’è un interlocutore, neanche un avversario, c’è una persona da scoprire, del perché, se è lupo, se è brigante, il perché di quell’atteggiamento. E quello voglia coraggio che ci vuole. Ecco, quella è la vera pace. E chi te la può dare se non il Signore? Solo il Signore può darti questa forza, perché è una forma di estrema, quasi pazzia, come diceva Davide.

Quindi in questo incontro abbiamo creato un pochino di mattoncini e ci portiamo tutti quanti nel cuore il concetto di minorità che nasce nell’ascolto. Io sono minore non perché sono falsamente umile o comunque umilmente approccio le cose, ma perché ascolto, perché ti faccio parlare, perché poi ti rispondo su quello che mi hai detto. Ecco, nel comparto pubblico l’ascolto che abbiamo messo noi con le amministrazioni ha corrisposto a risposte pronte e veloci, perché l’ascolto non è sterile, ma è costruire. Per costruire, diceva Papa Francesco, devi essere grato, perché se sei grato di quello che hai, puoi trasferire e traslare questa gratitudine alle persone intorno a te. Ecco, nella pubblica amministrazione è una risposta veloce.

Il concetto più intrigante per me è quello della fraternità. Perché bisogna avere il coraggio di dire che la fraternità di Francesco, che ci hanno raccontato loro, è una fraternità che dà quel fuoco che accendeva Davide, una fraternità vera, una fraternità di comunità, di cenacolo, esplosiva, e che però non è esattamente la fraternità che ha vinto adesso. Perché, pensavo al presidente Draghi che parlava prima, in Europa il concetto di fraternità è un’eredità di quella fraternità del 1789 che insieme con altri due vocaboli serviva per dividere, serviva per competere. Cioè, la fraternità della Rivoluzione Francese è figlia di una rivoluzione coi morti, non è figlia di una rivoluzione per costruire. Non c’era certo nella fraternità francescana questa volontà di dividere, ma di ampliare, di costruire. Io almeno la vedo così.

E questa creatura che cercheremo quindi da oggi in poi di far crescere in noi è una creatura che non ha paura. Una creatura che non ha paura è come ha detto Papa Francesco, fa il suo lavoro da foglia, fa l’erba. Questa mattina mi sento di contribuire e il giorno dopo contribuirà qualcun altro. Però nel concetto della pubblica amministrazione, in quello che ha voluto nella mia esperienza il governo Meloni, cioè di non buttare quello di buono che era stato fatto prima, che questa è la malapianta della politica. La politica che non serve è la politica che alimenta se stessa, concima se stessa e dimentica quanto fatto prima. Quindi, come dice il magistrato della Corte dei Conti, doppio danno: danno per quello che non farai e danno per quello che non hai permesso di fare. Ecco, cerchiamo di essere tutti quanti fili d’erba per partecipare alla costruzione di un prato che sia il prato della gioia, come abbiamo visto con questi giovani. E preghiamo anche per i politici, perché è troppo facile disaffezionarsi, il qualunquismo, dire che non va bene niente, che questi politici sono tutti quanti corrotti. Non è vero. C’è tantissima, io conosco tantissime persone che sono degli eroi sul lavoro, ma conosco tanti sindaci di piccoli paesi che sono dei pazzi scatenati in confronto al rischio che corrono per fare il sindaco di un paese che sta a 900 metri nella Marsica. Chi lo farebbe mai? Per avere poi una piccola comunità che poi ti rinfaccia sempre che non riesci, perché magari i soldi non arrivano mai. Nella pubblica amministrazione e nella politica c’è tanto di buono, perché c’è tanta parte di servizio quasi come fanno qui i volontari. Ma qualcuno deve essere chiamato a comandare e quindi è una responsabilità che se viene svolta col conforto e con il paracadute della nostra preghiera forse è una cosa buona. Io ci metto del mio nel pregare. Grazie.

Annalisa Teggi:

Grazie Marco. Grazie tantissimo di essere arrivato a una conclusione. Visto che abbiamo parlato di ascolto, ringrazio anche voi che avete esercitato la facoltà dell’ascolto molto bene. Vi saluto, ringrazio gli ospiti che sono qui accanto a me. Vi auguro di godervi a pieno tutte le occasioni che il Meeting ci mette a disposizione. Nel darvi la buonanotte vi ricordo che è possibile sostenere il Meeting attraverso una donazione e voi trovate lungo tutta la fiera delle postazioni “Dona Ora” caratterizzate da un cuore rosso. Vi ricordo da ultimo che la Fondazione Meeting è un ente del terzo settore e quindi chi sosterrà il Meeting può usufruire dei benefici fiscali al momento della dichiarazione dei redditi. Buonanotte e un abbraccio a tutti. Grazie.

Data

22 Agosto 2025

Ora

21:00

Edizione

2025

Luogo

Auditorium isybank D3
Categoria
Incontri