ISTITUZIONI EUROPEE E SVILUPPO DEL TERRITORIO

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Giuseppe Catalano, capo di Gabinetto Regione Puglia; Roberta Frisoni, assessora turismo, commercio e sport Regione Emilia-Romagna; Guido Guidesi, assessore allo sviluppo economico Regione Lombardia; Pina Picierno, vicepresidente Parlamento Europeo; Massimiliano Salini, vicepresidente Gruppo PPE; Antonella Sberna, vicepresidente Parlamento Europeo. Modera Emmanuele Forlani, direttore Fondazione Meeting per l’amicizia fra i popoli ETS

Lo sviluppo del nostro Paese passa attraverso la crescita e la valorizzazione dei singoli territori in un’ottica unitaria. La collaborazione tra i diversi livelli istituzionali ha come presupposto l’individuazione di un “bene comune” al quale tendere e per il quale adoperarsi. Regioni italiane e parlamento europeo che ruolo svolgono e quali sono le azioni che possono favorire lo sviluppo del territorio?

Con il sostegno di Engineering, APT Emilia-Romagna, McDonald’s Italia, Conai
Con il contributo di Philip Morris Italia

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EMMANUELE FORLANI

Buonasera, benvenuti a tutti a questo incontro che ha come titolo Istituzioni Europee e Sviluppo del Territorio. Siamo nella quarta giornata di Meeting e per molti è l’occasione per proseguire in un dialogo e un approfondimento iniziato già da venerdì 22. Questa sera proseguiamo in questo dialogo con un parterre importante, sia come numero che come qualità, però abbiamo la fortuna di sapere che i nostri relatori conoscono i tempi europei e quindi riusciremo a vincere qualsiasi tipo di record in questa oretta di lavoro. Perché abbiamo voluto mettere a tema Istituzioni Europee e Sviluppo del Territorio? Innanzitutto per provare ad approfondire qual è la vocazione e il compito che svolgono in ambiti diversi tra di loro le istituzioni per le quali stanno spendendo il proprio tempo e la propria vocazione. Qual è il ruolo che viene svolto, ma in particolare qual è il ruolo che viene svolto in vista di una chiave di sviluppo economico? Sappiamo bene che la distanza della vita quotidiana dei cittadini dalla politica è aumentata e tante volte la dimensione regionale viene vista come qualcosa di lontano, figuriamoci quella europea. Siccome non è così nella nostra quotidianità, perché l’incidenza è significativa, questa sera abbiamo con noi, e le ringrazio davvero per aver accettato il nostro invito, innanzitutto Pina Picerno, Vicepresidente del Parlamento Europeo, Antonella Sberna, Vicepresidente del Parlamento Europeo, in ordine di seduta l’assessore Guidesi, che è l’assessore allo sviluppo economico della Regione Lombardia, Roberta Frisoni, che è l’assessore al turismo, commercio e sport della Regione Emilia-Romagna, Massimiliano Salini, Vicepresidente del gruppo del PPE al Parlamento Europeo e Giuseppe Catalano che è Capo di Gabinetto della Regione Puglia. Benvenuti a tutti e grazie ancora per essere qua. Per non sottrarre loro del tempo, partirei immediatamente con questa prima domanda: chiedere qual è il ruolo delle istituzioni per le quali lavorano, soprattutto in una chiave di sviluppo economico. Pina Picerno.

PINA PICERNO

Grazie Emmanuele, grazie a tutti voi per essere qui e grazie per l’invito. Tre flash per economia di ragionamento e di tempo, visto che ci richiami anche alla necessità di tempi europei. Tre flash visti soprattutto con lo sguardo di chi è nata e cresciuta nel Mezzogiorno del nostro Paese, che ora fa l’esperienza di lavorare nel cuore delle istituzioni europee a Bruxelles, nel Parlamento europeo. Il primo flash: riaggiornare, rivedere, modificare la politica di coesione. È il dibattito che si sta facendo in Parlamento e in Commissione. Next Generation EU è stato un esperimento riuscito bene: grandi obiettivi di coesione e di sviluppo, una messa a terra decisamente equilibrata con uno stanziamento di risorse interregionali localizzato ed equilibrato, grazie soprattutto al ruolo dei Comuni. Al di là delle previsioni che erano state, vi ricordate, abbastanza nefaste, i Comuni hanno giocato un ruolo decisivo. Io penso che vada assolutamente superato il centralismo regionale che aveva caratterizzato, so di dirlo a una platea e sarà interessante discuterne insieme, le stagioni di spesa e di programmazione precedente. Le orme che bisogna seguire sono quelle dell’esperimento riuscito di Next Generation EU. Il secondo flash riguarda invece la revisione e l’aggiornamento degli strumenti di incentivazione alle imprese. Io penso che si debba virare decisamente verso l’adozione di strumenti automatici di incentivazione alle imprese e di semplificazione amministrativa. Cosa significa? Significa ridurre la dotazione economica dell’incentivazione arbitraria, per capirci, e invece aumentare la dotazione economica che noi destiniamo all’incentivazione automatica. Questo perché è importante? Perché favorisce il libero mercato, la sana competizione e limita l’arbitrio delle decisioni amministrative e politiche che non sempre sono state di aiuto, soprattutto in certe regioni e in certi momenti. La terza questione è forse la più complicata e riguarda la capacità che noi dobbiamo avere di non rinunciare a occasioni di dialogo per correggere quello che va corretto, evitando anche degli scontri inutili. Faccio un esempio macroscopico. È utile quando pensiamo ai mattoni nuovi, che è l’argomento che avete scelto. Tra i mattoni nuovi che ci servono per costruire il futuro, il corretto funzionamento delle istituzioni, il rapporto tra di loro e il rapporto anche con le imprese sociali, come ci spinge a riflettere Vittadini e quindi il tema dell’erogazione dei servizi fondamentali alle cittadine e ai cittadini. Io credo che ci sia un argomento macroscopico che attraversa tutte queste cose, che si chiama autonomia differenziata. Ve la ricordate la discussione che noi abbiamo attraversato nel corso dei mesi precedenti? Mesi e mesi di dibattito incredibile su una tesi di lavoro bislacca, su una dotazione finanziaria pari a zero e poi il nulla che ingoia il dibattito pubblico. Io penso che bocciare una cattiva riforma non significhi rinunciare alla necessità che noi abbiamo di riformare gli enti locali, di riformare le autonomie locali, superando il neocentralismo regionale che credo vada superato – ora non ho il tempo purtroppo di spiegare come e perché – ma provando a dare un nuovo slancio, un nuovo disegno alle nostre autonomie locali, anche in rapporto al lavoro che devono svolgere tra loro e soprattutto all’organizzazione sussidiaria e orizzontale dei servizi fondamentali che noi dobbiamo erogare ai cittadini. Così noi riusciremo a costruire un futuro e affrontare i temi giganteschi che esistono nelle regioni: divari economici, divari territoriali, l’inverno democratico. Tutto questo è possibile farlo ripensando completamente le nostre autonomie locali. Ed è incredibile, e chiudo, che alla vigilia di elezioni regionali importantissime che si svolgono nel nostro Paese si parli di tutto sui giornali, tranne che di come noi dovremmo ridisegnare e riformare le nostre regioni e le nostre autonomie locali. Mi piacerebbe un dibattito più attento al contenuto della sostanza e meno al gossip.

EMMANUELE FORLANI

Grazie, grazie Pina Picerno. Guido Guidesi.

GUIDO GUIDESI

Grazie dell’invito innanzitutto. Lo dico con simpatia all’onorevole Picerno: non vorrei, da assessore regionale che ha un valore federalista nel fare politica da sempre, scoprirmi questa sera un neo-centralista come ha definito lei le Regioni, perché io non lo penso. È proprio per questo motivo che penso che la presentazione della bozza di bilancio europeo sul tema dei fondi di coesione sia profondamente sbagliata, sia mettere a rischio lo sviluppo economico dei territori. Questo non vuol dire che noi non siamo disponibili a rivedere, nella semplificazione, nel come utilizzare quelle risorse… Noi siamo assolutamente disponibili a fare un dibattito, non vogliamo essere commissariati. Non vogliamo che ci sia qualcuno a Bruxelles o a Roma che decida come i territori possano fare sviluppo economico, possano occuparsi della loro comunità. Guardate, se io e la collega Frisoni facessimo lo stesso strumento, uno dei due sbaglierebbe. Noi abbiamo territori molto similari tra di loro, ma abbiamo filiere, dal punto di vista settoriale, di aziende complementari, non uguali. Allora sbaglieremmo a fare la stessa cosa. Se c’è qualcuno che pensa di poter omologare strumenti di incentivazione alle imprese e di incentivazione allo sviluppo economico, credo che commetta un gravissimo errore. Errore che, tra l’altro, ha dei precedenti con delle conseguenze nefaste. Oggi c’è il dibattito, guardate che sull’accordo che è il male minore, ma è sempre un male, dei dazi con gli Stati Uniti, ci sono due passaggi dove vengono citati due strumenti di inefficienza e limitazione da parte dello sviluppo economico e delle imprese, che vengono citati in quell’accordo, in quel comunicato stampa, dove gli Stati Uniti dicono: ‘Occhio, che noi non siamo disponibili al fatto che ci sia il CBAM, al fatto che ci sia questo strumento, perché limita la competitività delle imprese’. Allora, partiamo da quella roba lì. Da quella cosa ci diciamo che la Comunità Europea, per cui l’Europa, si può costruire in un’ottica di riordino anche delle autonomie locali solo se si riparte dalle comunità. Sono d’accordo sulla discussione se si riparte dalle comunità, se si riparte dal basso e se si riparte dalla differenza che ci sono e dalla loro valorizzazione. E perché questa valorizzazione di quelle differenze possa diventare potenzialmente sviluppo economico, opportunità per le nuove generazioni, opportunità di lavoro, innovazione e crescita, vanno tolti i limiti. Oggi le regole europee sono impositive, dirigiste, omologano le situazioni e limitano l’innovazione non facendoci raggiungere gli obiettivi ambientali, perché non consentono alle innovazioni di accelerare quel tipo di percorso attraverso anche il rapporto tra le ricerche e le aziende, ma grazie alle regioni. Perché se qualche regione sbaglia e non è in grado in Europa di mettere a terra i fondi di coesione, non è responsabilità di quelle che invece sono efficaci e che sono brave a utilizzare quelle risorse e che attraverso quelle risorse fanno moltiplicatore e fanno indotto. Per cui l’Europa deve ripartire dalle regioni, dalle loro differenze, dalla loro capacità di essere complementari tra di loro, dal loro ascolto, perché uno degli errori fondamentali, soprattutto della precedente Commissione, è stata l’incapacità di avere un dialogo e di avere ascolto con i territori. È in questo che noi stiamo provando, anche attraverso la guida dell’Alleanza delle Regioni dell’Automotive, attraverso la guida dell’Associazione dei territori della chimica europea, ma attraverso il rapporto diretto con i nostri parlamentari, con i parlamentari lombardi in Europa, a fare in modo di portare un po’ di sano realismo che può essere concretizzato solo ed esclusivamente attraverso le istituzioni territoriali. Le regioni sono quelle che possono coordinare questo percorso e sono quelle che possono costruire insieme, in maniera complementare pur con le loro differenze, un’Europa come quella che ci avevano spiegato a scuola.

ROBERTA FRISONI

Anche io vi ringrazio per l’invito. Uso il doppio cappello, se posso, perché fino a dicembre ero assessora a un Comune e per diversi anni abbiamo anche fatto investimenti importanti, attingendo anche alle risorse europee, e da dicembre sono Assessore al Turismo, al Commercio e allo Sport in Regione Emilia-Romagna. Perché dico il doppio cappello? Perché parliamo di enti, sentivo Pina. Assolutamente, l’Europa, secondo me, e forse non tutti ce lo ricordiamo, ha fatto crescere anche la consapevolezza delle comunità locali di lavorare insieme. Quello che le Regioni hanno fatto, perché non tutti i paesi poi hanno l’ordinamento giuridico di governance magari dell’Italia dove la riforma del titolo quinto dà potere alle regioni, ci sono anche nazioni nella nostra Europa che magari avevano un ruolo più defilato delle regioni, ma proprio l’Europa che le ha fatte dialogare insieme ha fatto crescere delle reti di comunità. Soprattutto tra Regioni e più di recente sui Comuni, ma anche quella è una cosa su cui lavorare. Ha consentito di fare squadra e di fare in modo che ognuno, nel suo pensiero, con i suoi bisogni e le sue esigenze di sviluppo, potesse dare all’Europa dei contributi su come fare meglio. Quindi io mi trovo un po’ in difficoltà a dire ‘è meglio se diamo i soldi ai comuni piuttosto che alle regioni’, così vi sgombero un po’ il campo da questo. Ma mi trovo assolutamente nella mia comfort zone a dire che secondo me bisogna cercare di utilizzare il meglio di quello che abbiamo imparato. Ci sono tante cose, bisogna che ce lo diciamo, che nella programmazione hanno funzionato, dove le Regioni hanno avuto tante cose da dire e non è che possiamo accantonarlo adesso e dire ‘magari andiamo verso delle politiche centralistiche che dimenticano tutto il bene e il buono che sappiamo fare’. Ci sono delle cose che possiamo fare meglio, anche magari con il coinvolgimento degli enti locali. Il PNRR alcune cose ce le ha dette, ma ce ne ha dette anche alcune che non è che sono andate benissimo. Perché, per esempio, e rimetto il cappello di esperienza comunale, abbiamo corso come i matti, tutti i comuni, facendoci anche un po’ la guerra tra di noi al tempo per accedere ai bandi e avere i finanziamenti. Questo non è sempre un bene, perché magari i comunelli un po’ più piccoli possono far più fatica a fare i progetti e magari sono quelli che hanno più bisogno anche di una mano, di essere tenuti dentro, di avere la coesione. Ecco, su questo per esempio le regioni possono avere un grandissimo ruolo di sinergia, di strategia. L’Europa ci ha insegnato e fa tantissimo su tutto il tema della concorrenza, io poi vengo da quel mondo lì, regolamentazione dei mercati, questo su tutti i settori e dove l’Europa ha spinto tantissimo. La politica di coesione ha controbilanciato in molti casi degli effetti delle politiche che sul mercato magari potevano avere qualche necessità in più di dare una mano a qualcuno che rimaneva più indietro. Ecco, questo secondo me è il buono che non dobbiamo perdere. Le Regioni hanno delle professionalità enormi che possono mettere a disposizione per cercare di fare dei passi avanti, ma assolutamente senza perdere tutto questo. La mia più grande preoccupazione è quella di tenere insieme tutti, di fare in modo che ognuno possa avere lo sguardo a quello che serve, perché i nostri cittadini vedono l’Europa troppo lontana quando non capiscono come dare risposte ai bisogni che hanno loro davanti, che sono le loro scuole, che sono magari il loro settore industriale. Un territorio può avere un tema piuttosto che un altro. Noi chiaramente qui abbiamo un tema madre per la provincia da cui io vengo, che è la provincia di Rimini, ovviamente adesso rappresento tutta la regione, che è quello del turismo, un settore che non è neanche mai stato considerato come un’industria. Ma ovviamente quello che serve a me non è quello che serve magari alla Lombardia, quello che serve alle nostre comunità non è quello che può servire all’Île-de-France, piuttosto che a un’altra regione europea. Quindi abbiamo però le capacità e anche tante professionalità, questo lo voglio dire, che sono cresciute nelle regioni per poter dare una mano a pensare il nuovo disegno. Non pensiamo che la soluzione sia accentrare tutto. Cerchiamo di mettere focus su questo e anche di coinvolgere, e qui chiudo veramente, anche i livelli successivi di governo, perché i comuni hanno anche al loro interno delle grandi professionalità e sanno bene quali sono i bisogni dei loro cittadini. Dobbiamo cercare tutti insieme di fare dei passi avanti senza perdere il tanto di buono che l’Europa ha costruito su questo fino ad oggi.

EMMANUELE FORLANI

Grazie.

MASSIMILIANO SALINI

Dal punto di vista del Parlamento europeo e dell’Istituzione europea, descrivendo la funzione che le istituzioni particolari, la funzione dell’istituzione in cui insieme a Pina ed Antonella svolgo la mia funzione, penso sia utile chiarire un po’ i termini. Perché esiste un Parlamento europeo e che utilità può avere per tutelare processi democratici dal basso, perché questa è l’origine dei parlamenti, a favore dei cittadini. Perché noi abbiamo già i parlamenti, abbiamo 27 parlamenti in Europa, uno per ogni Paese membro. Che bisogno c’è di un Parlamento europeo? Non ce lo domandiamo abbastanza probabilmente quando andiamo a votare. L’utilità del Parlamento europeo, che nella sua sostanza è unica come istituzione al mondo, non esistono istituzioni come il Parlamento europeo nel mondo, perché è l’unica istituzione costituita e votata da soggetti che mandano rappresentanti nazionali in una struttura che non è nazionale e che ha compiti che impattano sulla vita delle nazioni. Il compito del Parlamento europeo, a fianco della Commissione europea presieduta da Ursula von der Leyen, quindi un organismo di natura più esecutiva, e al Consiglio europeo, che è il luogo in cui siedono i 27 governi delle nazioni, il compito del Parlamento dentro un trittico di istituzioni che si distinguono per essere costituite in due casi, Commissione e Consiglio, da promanazioni di fatto nazionali, perché i 27 commissari sono indicati ognuno da una delle nazioni e il Consiglio europeo è costituito dai governi nazionali. L’unica istituzione che garantisce lo spirito della comunità, che oggi un po’ impropriamente definiamo unione, è il Parlamento europeo, perché quella è la casa di tutti, senza divisioni. Io, paradossalmente, sono eletto dal mio collegio nazionale nord-ovest, lo dico perché qualcuno in futuro venisse dal nord-ovest e fosse interessato ad esprimere… Detto ciò, io in Parlamento, come relatore dei dossier che mi sono affidati in qualità di parlamentare, devo tutelare l’interesse dell’intera comunità dei popoli europei. Come lo faccio per farlo bene? Dimenticandomi il territorio da cui provengo? No, portandolo laddove esprima best practices utili a tutti, non difendendolo a tutti i costi. Io non sono chiamato a portare in Europa un anelito politico di tutela del mio territorio a tutti i costi, ma a tutelare ciò che consente al mio territorio di essere fattore costitutivo di una dimensione realmente comunitaria. E perché lo faccio? Lo faccio perché so che in fondo quello conviene anche al mio territorio, a volte immediatamente, a volte tra qualche anno. Esattamente come mi accade con tutte le persone a cui voglio bene: a volte riesco a dargli qualcosa di utile subito, a volte gli chiedo la pazienza di attendere gli effetti futuri di un buon investimento. Se lo spirito è questo, il Parlamento è il luogo a cui i territori possono affidarsi per vedere tutelate le loro prerogative, a condizione che il mandato che viene dato ai parlamentari sia chiaro, ricordato in questi termini. Grazie a momenti di questo genere, divulgativi e di confronto, noi abbiamo questa possibilità. Allora, per arrivare a un punto conclusivo interessante in pochi minuti, la dimensione comunitaria: dobbiamo decidere se ci interessa o meno. Noi dobbiamo decidere se riteniamo che la dimensione comunitaria sia utile ai nostri territori oppure no, perché l’alternativa è il rapporto territorio-Unione Europea stile bancomat: ‘Ho bisogno di soldi, me li devi dare’. E questo non funziona. Funziona se il mio rapporto con l’Unione Europea, con la comunità a cui appartengo da soggetto che compone quella comunità, è un rapporto propositivo, attivo, all’attacco, in cui dico: ‘Io ho bisogno di questo per realizzare questo e questo è nell’interesse di tutti’. Quando io ho negoziato il packaging, non ho tutelato, insieme ai miei colleghi qua presenti trasversalmente senza frammentazioni partitiche, i produttori di imballaggi monouso italiani. Ho tutelato un modello di riciclo che in Italia funziona, ritenendo che quel modello sia utile anche alla Bulgaria, altrimenti non avrei avuto lo stesso spirito nel tutelare una buona pratica italiana da portare in Europa. O c’è una dimensione comunitaria per cui i figli chiedono ai padri di essere padri, oppure i padri si dimenticheranno di svolgere bene la loro funzione. I territori devono imparare a fare le domande giuste, quindi, nei tempi giusti, nelle dimensioni corrette. Io ho fatto il presidente della provincia come prima esperienza politica ed ero un richiedente ossessivo compulsivo nei confronti delle istituzioni superiori. Ho imparato che le richieste che vengono fatte guardando solo alla propria pancia sono bellissime da raccontare in campagna elettorale, ma servono a un tubo. Primo, perché porti a casa un quarto dei soldi che avresti portato se avessi raccontato il nesso che intercorre tra quel progetto e la dimensione comunitaria a cui intendi appartenere. Secondo, perché l’ossessione di portare a casa il risultato a tutti i costi prima delle elezioni normalmente gioca brutti scherzi. L’Unione Europea non l’ha ben capito nella formulazione del progetto di bilancio sulla coesione, perché è come se avesse rinunciato a questa possibilità che è in realtà quella di un rapporto costruttivo con i territori. Perché? Perché lì ci sta il segreto per evitare di ritornare a una formula che è stata messa in discussione esattamente quando dopo la Seconda Guerra Mondiale è nato il progetto europeo, cioè l’idea che gli Stati nazionali sono un’ottima cosa ma rischiano a volte di non essere in grado di assicurare una vera sovranità ai cittadini. La formula degli Stati nazionali, teniamocela cara, ma per tenerla veramente cara bisogna saperla mettere in discussione. E per saperla mettere in discussione abbiamo uno strumento che nessuno al mondo ha, che è il Parlamento europeo, e va usato per la funzione che ha, a mio modo di vedere.

EMMANUELE FORLANI

Grazie. Grazie Salini. Catalano.

GIUSEPPE CATALANO

Buonasera a tutti e grazie per avere occasioni di discussione come questa. Io sono un affezionato al Meeting perché trovo che sia uno dei pochi posti nel Paese in cui si può discutere seriamente oltre che liberamente, e tutti ci portiamo a casa qualcosa quando ne veniamo via. Vorrei abusare di questo. Anche io sono in una situazione di imbarazzo perché ho fatto per molti anni il dirigente apicale di strutture centrali erogatrici di finanziamenti e quindi ero corteggiato dalla Roberta Frisoni e giustamente da sindaci e Presidenti delle Regioni. Poi a un certo punto il presidente Emiliano mi ha chiamato a fare il capo di gabinetto in Puglia e quindi adesso è tre anni che vedo il mondo dall’altra parte, come è stato in parte già illustrato. E allora cosa mi aiuta da questa esperienza? Mi aiuta e ci dà una chiave di lettura fondamentale il concetto di sussidiarietà. Perché altrimenti, se non partiamo da questo e dalla consapevolezza dell’importanza di questo concetto e non lo facciamo nostro, e purtroppo Emmanuele non lo facciamo abbastanza nostro, non lo spieghiamo forse bene nemmeno ai nostri elettori, ai nostri cittadini, non riusciamo a dare risposte convincenti ai problemi che abbiamo davanti. Faccio qualche esempio banale. La sola provincia di Lecce, parlo di casa mia così non faccio errori, ha 100 comuni. Voi capite che il livello di investimento in infrastrutture, per esempio, non è governabile da una struttura di questo genere, ovviamente con una grande sproporzione tra la città più importante, che è Lecce, e i 99, quasi tutti piccoli, comuni della provincia di Lecce. Quindi è chiaro che noi dobbiamo capire qual è il livello appropriato delle politiche. Per fare le politiche di sviluppo economico noi abbiamo una batteria di strumenti che hanno funzionato in maniera molto efficace, che sono apprezzati dalle organizzazioni delle imprese, non dalla politica autoreferenziale, per cui con meccanismi di bandi a sportello siamo in grado di dare risposte immediate alle scelte degli investimenti degli imprenditori pugliesi. Ci eravamo buttati avanti un po’ ansiosamente, avevamo già in pancia, quando si è andati a trattare con il Ministro Fitto, un elenco di progetti presentati e valutati positivamente, pronti. I principali sostenitori, perché si chiudesse l’accordo di coesione tra la Regione Puglia e il Governo, erano gli imprenditori pugliesi che avevano fatto la domanda. Per aiutare i Comuni, la Regione Puglia ha costituito un’agenzia regionale di progettazione e valutazione dei progetti, perché è evidente che ci sono economie di scala nella realizzazione di questi interventi e solo così possiamo aiutare i Comuni a essere pronti ad accogliere le opportunità. Nel secondo intervento spiegherò meglio perché credo che il documento che la Commissione ha presentato all’Europa sul bilancio programmatico 28-34 è per noi altamente insoddisfacente, perché ignora il concetto di sussidiarietà. Questo non vuol dire che non si possano porre, come sono stati posti in questa politica di coesione dallo stesso Commissario Fitto e ci stiamo lavorando seriamente, dei meccanismi di priorità, di scelte strategiche globali (il settore idrico, tanto per citarne uno che per noi è indispensabile, e come tutti sappiamo il cambiamento climatico esiste e non è una novella giornalistica) rispetto a questi, la Commissione Europea, sapete cosa ha fatto? Io faccio il tecnico. Ha detto: ‘Se rimoduli i tuoi programmi che avevo già approvato e ti sposti su questi settori strategici, il cofinanziamento dello Stato si riduce’. Perché siccome io voglio che si investa in questi settori, il cosiddetto programma STEP, credo che la gran maggior parte delle regioni l’abbia utilizzato esattamente con questa filosofia. È chiaro che su alcuni grandi obiettivi europei il livello di governo non può che essere un livello di governo più alto. In questa sintesi di appropriatezza della sussidiarietà verticale c’è la risposta ai nostri problemi. Non perdiamo l’occasione di questa straordinaria programmazione, perché stiamo comunque parlando di 2000 miliardi di euro, non di bruscolini (magari si potrebbe anche pensare a un ampliamento con il finanziamento dell’Eurobond), ma questa è la chiave con cui giudicare le politiche europee e le politiche nazionali: un’appropriata applicazione del principio di sussidiarietà verticale.

ANTONELLA SBERNA

Buonasera a tutti, grazie per questo rinnovato invito al Meeting. Condivido il piacere dei colleghi a intervenire nuovamente su questo palco. Dopo che tanto hanno detto, io vorrei partire da un dato che ci dà l’ANCI, la fondazione IFEL, cioè che 7 euro su 10 di investimenti pubblici in Italia vengono fatti con fondi diretti o indiretti che arrivano dall’Unione Europea. Tutta questa discussione che noi stiamo svolgendo, la stiamo svolgendo su una base economica importante, che non è irrilevante, perché oltre il 70% degli investimenti pubblici vengono da fondi europei. Noi stiamo discutendo non tanto su come spendere le risorse, che tutti condividiamo esserci, direzionate o meno in maniera diversa, ma ci sono, quanto su come spenderle e su come governare le regole che le regioni e gli enti locali affrontano rispetto alle regole europee. Questo forse è il cuore del dibattito che noi stiamo svolgendo in questa sede. Il sistema regionale in questo gioca un ruolo fondamentale. Quindi Parlamento, Commissione e governi devono lavorare insieme affinché le regole, o la semplificazione di queste regole, possa essere messa a disposizione degli enti sotto ordinati rispetto a quelli europei, affinché si arrivi al cittadino, che poi è un po’ il cuore di tutta la nostra politica. Noi siamo al servizio dei cittadini, delle comunità, delle imprese, affinché tutta la catena istituzionale possa lavorare nel modo più ottimo possibile e arrivare a quel servizio puntuale che il cittadino percepisce fisicamente. La politica di coesione, che rappresenta in questo un terzo del bilancio dell’Unione Europea, è gran parte di questa risposta. Tre cose di questa politica di coesione vorrei citare in questa sede. Gli accordi di sviluppo e coesione che citava prima l’assessore, che negli ultimi due anni sono stati sottoscritti, grazie al lavoro dell’ex ministro Fitto, adesso attualmente Commissario, e alla presidente del Consiglio Meloni, a livello di Regioni, che hanno lavorato insieme alle stesse Regioni per potenziare le infrastrutture, che poi sono uno dei cuori e degli obiettivi delle politiche di coesione. Secondo, e vado velocemente, la revisione di medio termine che è stata fatta in questo semestre, perché chiaramente l’allora ministro Fitto è diventato commissario, quindi con una consapevolezza anche per il nostro Paese. È vero come dici tu, Massimiliano, noi siamo uno di 27 incastonati in un sistema importante, ma abbiamo avuto questa grande fortuna anche di possibilità di dialogo con questo commissario che si è insediato tra dicembre e gennaio e già a giugno ha mandato al Parlamento Europeo in votazione una procedura che cerca di rimodulare la politica di coesione su cinque priorità importanti. Una di quelle, citava prima l’assessore, è la priorità idrica. Io ne ho lavorato, vi parlo da vicepresidente del Parlamento, ma vi parlo anche da vicepresidente con delega ai rapporti con le regioni e gli enti locali, e per questo ho chiesto fortemente e ho ottenuto la possibilità, grazie al mio gruppo ECR, e lo ringrazio pubblicamente, di aver potuto lavorare in commissione REGI, che è la commissione che programma, rimodula e lavora propriamente per prerogativa parlamentare sui fondi di coesione e sui fondi di sviluppo. E queste sono la competitività, la possibilità di utilizzare questi fondi per la difesa e la sicurezza a seconda delle prerogative degli Stati membri, l’housing, la resilienza idrica e la trasformazione energetica. Queste sono le cinque priorità sulle quali dal prossimo autunno probabilmente le Regioni potranno lavorare alla rimodulazione di una programmazione attuale che possiamo criticare, possiamo apprezzare per tante cose, ma è stata fatta nel 2019, con una conformazione geopolitica e una condizione economica degli Stati membri e dell’Europa completamente diverse da quella attuale. Credo che sia stato un segnale molto importante, anche fatto a seguito di una consultazione con i Paesi e con le Regioni di questi Paesi. Terzo, il nuovo bilancio, che è la nota dolente se vogliamo in questo caso, ma non troppo. Nel senso che intanto ci dà la prospettiva di far funzionare la nostra prerogativa parlamentare, quindi di poter intervenire nel prossimo autunno caldo come ce lo aspettiamo in Parlamento. Dall’altra però vede già in questa prima fase una rimodulazione di quella prospettiva di bilancio di coesione che è diversa da quella che poi è arrivata in realtà e che arriverà all’esame del Parlamento, perché vengono inseriti i piani di partenariato che all’inizio dovevano essere solo nazionali e diventano anche regionali. Quindi già c’è stato un primo step di attenzione da parte della Commissione, proprio di ascolto alle regioni. Io penso che questi siano scenari che il Parlamento debba e possa considerare in questo momento e che possa mettere in campo nei prossimi mesi, anche grazie a dibattiti seri come quelli che stiamo svolgendo, e che possa essere utile per farci lavorare di più e meglio per rappresentare quei territori da cui tutti arriviamo. Perché poi tanti di noi hanno fatto gli amministratori locali e quindi sentono quella dimensione di servizio al cittadino molto forte, pur sedendo in uno scranno al Parlamento Europeo che sembra lontano, ma in realtà è veramente l’ultimo anello di una catena istituzionale che deve poter dialogare in modo veramente proprio e soprattutto anche efficace e veloce.

EMMANUELE FORLANI

Grazie Antonella Sberna. Allora, do atto ai nostri ospiti di essere stati capaci di stare perfettamente nei tempi. Era una scommessa che avevo fatto con altri, però fortunatamente l’ho vinta. Sto vincendo adesso, non fatemi per cortesia perdere la scommessa. Un rapidissimo secondo giro, a questo punto, nel quale vi chiederei di approfondire, se vogliamo, l’altra faccia della medaglia che in parte è già emersa in quello che dicevate. Qual è il contributo che la specificità territoriale offre alla dimensione comunitaria, anche in un’ottica di uno scenario che è radicalmente cambiato anche negli ultimi mesi? Potendo anche approfondire un po’ quello che diceva Massimiliano Salini riguardo al fatto che la difesa di una specificità del territorio può essere un contributo effettivamente alla collettività. Quindi, per chi è in chiave europea, anche qual è la modalità attraverso la quale si è in grado di capire qual è il contributo che la specificità del territorio dà al tutto? Perché è facile invece scendere a un livello di difesa corporativa, legittima, ma che non dà contributi al tutto. Rifarei lo stesso giro. Sì, grazie.

PINA PICERNO

Io avrei un sacco di cose da riprendere, perché il dibattito è stato già davvero molto ricco. Riprendo alcune considerazioni guardandole, perché non l’ho fatto nel primo giro di interventi, con lo sguardo di chi lavora al Parlamento europeo e quindi riprendo alcune considerazioni che ha fatto Max in particolare. Perché se ci pensiamo, in un’epoca come la nostra, che è caratterizzata un po’ dalla protervia delle decisioni che sono prese da singoli, da dittatori, da autocrati, persino su questioni delicatissime come aggressioni e conflitti, per davvero l’unico ponte tra una dimensione nazionale che è largamente insufficiente, dobbiamo dirlo, ad affrontare i problemi che noi abbiamo di fronte, le sfide che ci pone il nostro tempo, e una dimensione europea che è ancora incompiuta, ecco, l’unico ponte possibile è rappresentato dalla condivisione delle scelte, dai pluralismi nazionali e politici, dalla democrazia come sostanza delle relazioni civili, sociali e politiche. Se ci pensate, il Parlamento europeo questo è. E lo è anche in un momento di crisi generale del parlamentarismo, perché in tutto il mondo democratico le assemblee democraticamente elette sono costrette a fare passi indietro rispetto al potere esecutivo. Lo è anche nel momento difficile che stiamo vivendo, che è caratterizzato anche qui da un equilibrio delicatissimo tra il riemergere di pulsioni e di desideri nazionalisti da un lato, in relazione anche ai ritardi accumulati nel disegno di un’architettura europea che renda il nostro continente effettivamente efficace, efficiente, coeso e democratico. E questa architettura europea non può non trovare il suo centro di gravità proprio nel Parlamento. E perché? Perché banalmente è l’unica istituzione che è democraticamente eletta dalle cittadine e dai cittadini europei, è l’unica istituzione che conserva la volontà delle cittadine e dei cittadini europei. Guardate, questo è il punto. Il Parlamento europeo custodisce la volontà delle cittadine e dei cittadini europei. E quando De Gasperi, mi è capitato di citarlo proprio su questo palco, ci invitava per dare slancio all’Europa a scoprire il suo soffio vitale, De Gasperi ci diceva che le architetture istituzionali sono certamente indispensabili, sono come lo scheletro per un corpo, ma ci diceva De Gasperi, nessun corpo funziona se non ha un’anima. E l’anima dell’Europa è esattamente questa: è la volontà delle cittadine e dei cittadini europei, che è quello che ci permette di distinguere un mercato unico, che è indispensabile e giusto, da una costruzione politica che ci serve per guardare al mondo e affrontare le sfide che il mondo ci pone. E allora io ho ascoltato da questo palco, da questo luogo, Mario Draghi dire cose molto significative e molto importanti che io condivido. Però noi dobbiamo sapere alcune cose: che dar ragione a Draghi significa, per esempio, riconoscere che noi vogliamo e che ci impegniamo a costruire una sovranità europea. E la sovranità europea la si costruisce cedendo sovranità nazionale ed essendo consapevoli che quella sovranità europea che noi dobbiamo costruire, che significa capacità, potenza politica, capacità di incidere nel mondo, noi possiamo costruirla non come in uno qualsiasi dei paesi, non attraverso la volontà di uno solo al comando che tutto decide. In Europa non c’è il comitato centrale che programma e che decide tutto. L’unico modo per costruire la sovranità europea è rafforzare il Parlamento europeo e, fatemela dire così, la parlamentarizzazione dell’Europa. Questo è il punto. E allora io di questo penso dovremmo essere tutti largamente consapevoli e dovremmo essere tutti un po’ più capaci. Da Rimini, dal Meeting, l’appello che sento per davvero nel cuore: proviamo a trasformare insieme con Max, con Antonella, lo facciamo tutti i giorni, questo scetticismo in azione. Proviamo a trasformare questa frustrazione rispetto alla lontananza dell’Europa che vorremmo in capacità di incidere. La famiglia degli europeisti ha bisogno di una mano. Venite su a bordo e venite a darcela.

GUIDO GUIDESI

Mi ritengo un europeista convinto, chi mi conosce lo sa. E nella mia convinzione sto cercando, nel ruolo che occupo temporaneamente e con grande orgoglio in Regione Lombardia di assessore allo sviluppo economico, di essere propositivo nei confronti della Commissione. Per cui cerchiamo di avere un protagonismo anche come Regione Lombardia all’interno del contesto europeo. Lo facciamo non solo per scelta ma perché è nostro dovere farlo. Noi siamo la regione più manifatturiera d’Europa e ci spetta questo ruolo, per cui ci spetta il ruolo propositivo di costruzione di un percorso di cambiamento, perché cambiare si può e si deve quando le cose non funzionano. Allora in questo percorso di cambiamento noi stiamo cercando di proporre alla Commissione Europea alcuni cambiamenti assolutamente necessari. Stiamo chiedendo alla Commissione di tornare al concetto di comunità scommettendo sulle persone, scommettendo sulle aziende, scommettendo sui cittadini europei. Non possiamo continuare ad avere indicazioni omologate che diventano imposizioni, che spesso diventano interpretazioni a livello burocratico che mettono in difficoltà il tutto. Faccio un esempio specifico. Qual è l’obiettivo? L’obiettivo è quello di una mobilità a impatto zero? Bene, ma io non dico a tutto un settore, all’industria più importante europea, che c’è un’unica soluzione per arrivare a quell’obiettivo. Sarà la capacità di innovazione, di ricerca, l’attivismo dei nostri imprenditori, la qualità dei loro lavoratori, le università a combinare le iniziative più innovative per fare in modo di raggiungerlo prima quell’obiettivo. E la capacità di agire in maniera libera attraverso la capacità di innovazione di cui dispongono i nostri territori in maniera differente. Per cui noi mettiamo a disposizione questo, mettiamo a disposizione proposte, mettiamo a disposizione anche la condivisione in maniera complementare con gli altri territori a livello europeo. Se noi abbiamo un centro di ricerca e la Baviera ha un centro di formazione sullo stesso settore, facciamo in modo che la Baviera utilizzi il nostro centro di ricerca e noi utilizziamo il centro di formazione dei bavaresi. I giovani in questo senso sono molto più avanti di noi. Allora noi su questo siamo disponibili e su questo anche le altre regioni sono disponibili. Mi permetto di parlare delle altre regioni guidando due alleanze da questo punto di vista a livello regionale settoriali. Le regioni sono molto più avanti nel processo europeo rispetto a quanto sta facendo la Commissione e questo lo dico perché secondo me siamo davvero arrivati a un bivio. Il bivio sta nel fatto di tentare di costruirla l’Europa, la comunità che parte dal basso, o invece di continuare questo rapporto tra Commissione e Stati Centrali che poi arriva come definizione, sostanzialmente, a una standardizzazione della difesa di ciò che già esiste e non si guarda al futuro. Allora io credo che questo contesto di regioni che lavorano insieme possa essere la ricetta vincente per la costruzione vera dell’Europa e noi su questo siamo assolutamente disponibili, però dobbiamo essere messi nelle condizioni di poterlo fare. Nelle condizioni vuol dire essere ascoltati, vuol dire dopo essere ascoltati avere anche delle risposte alle proposte che facciamo e alla costruzione dei percorsi anche a livello di cambi regolamentari, di cambi a livello di indicazioni che sono arrivate dalla precedente commissione che ci devono assolutamente essere per ri-rendere competitivi i nostri territori. Perché la sostenibilità è ambientale, economica e sociale, deve andare di pari passo. E noi siamo convinti di potercela fare, di raggiungere gli obiettivi ambientali mantenendo però la tutela dal punto di vista sociale e occupazionale e mantenendo la competitività delle nostre imprese. È per questo che l’interlocuzione con la Commissione e con il Parlamento Europeo è molto attiva da parte nostra. Finisco dicendo che vogliamo essere messi nelle condizioni però evitando anche, se stiamo parlando di costruzione di un percorso europeo tutti insieme, un’ulteriore centralizzazione. E il tema dei fondi della coesione, permettetemelo di finire così, diventa il tema dei temi. Vuol dire che esistano o non esistano le Regioni, parliamoci chiaro. Il mio assessorato è l’assessorato dello sviluppo economico di Regione Lombardia, prima Regione Manifatturiera d’Europa, un quarto del prodotto interno lordo a livello italiano. Gestisce strumenti in aiuto alle imprese – il nostro obiettivo è quello di aiutare le imprese a raggiungere gli obiettivi che si sono prefissate loro il più velocemente possibile – al 98% lo facciamo con risorse europee. Oggi la discussione non è quella di chi partecipa, oggi la discussione è il rischio vero che sul modello del PNRR è che la cabina di regia di quei fondi passi dalle Regioni direttamente allo stato centrale. Non abbiamo il tempo di aspettare Roma. Qualsivoglia governo ci sia, lo dico in maniera chiara. Noi per essere competitivi non abbiamo tempo di aspettare le scelte di Roma ed è per questo che la nostra battaglia sul tema dei fondi di coesione del bilancio europeo è molto forte. Non è una questione di quante risorse sono, ma è una questione di esistenza o non esistenza delle Regioni nella loro funzione e nella loro funzionalità. E per quanto mi riguarda, se esistono o non esistono le Regioni vuol dire fare o non fare l’Europa delle comunità che ci hanno spiegato a scuola.

ROBERTA FRISONI

Ma devo dire che mi trovo d’accordo su molti punti che ha appena detto il mio collega. Io parto anche dalla riflessione che poi espanderà sicuramente Giuseppe. Io credo che noi dobbiamo cercare di far fare ai vari livelli le cose migliori che possono fare, che sia l’Europa, la Regione, siano gli enti locali, lo dicevamo prima, nello spirito del principio di sussidiarietà. Ci sono delle cose dove forse quello che ha fatto l’Unione Europea fino ad adesso non è sufficiente, ci sono dei settori. Penso a tutto il tema del cambiamento climatico nelle città. Sapete che le città, tra edifici e mobilità, sono il cuore delle emissioni climalteranti e anche di questo tema, per cui forse l’Europa ha cominciato a occuparsi un po’ tardivamente. Nel senso che se voi andate a vedere le politiche europee, ad esempio dei trasporti o anche ambientali, di città se ne è occupata solo recentemente. Invece forse questa è una delle cose su cui, per le risorse che servono e per le strategie da mettere in campo, bisogna cercare di fare più massa critica, perché altrimenti magari fanno fatica gli enti locali da soli ad affrontare quella sfida. Diversamente, ci sono delle cose che io penso come te, riceviamo tantissimi operatori e cittadini che proprio non capiscono perché una cosa che andrebbe assolutamente fatta, sarebbe non solo di buon senso ma utile per tutta la comunità, poi si trova il ‘ma non si può fare perché c’è quel regolamento europeo di non so quale anno che ti mette quel limite’. Se noi non abbiamo la consapevolezza che dobbiamo provare ad aprire un po’ questa cassetta degli attrezzi, che magari è costruita quando c’era tutto l’obiettivo fortissimo del mercato unico, allora vai a integrare il mondo dei trasporti, vi parlo di quello perché mi era più familiare fino a poco tempo fa, vai a integrare le politiche del movimento delle persone e delle merci. Questo è quello che ha fatto l’Europa molto bene per tanti anni. Ma adesso abbiamo tutta una sfera di altre politiche che sono politiche industriali e di coesione, che se non abbiamo la capacità di partire dal piccolo per capire cosa serve, ci possono essere aree, nelle aree più fortunate della nostra Europa, quelle più ricche, che magari hanno un grosso problema di svantaggio. E allora non è perché c’è quell’area che è svantaggiata in una regione ricca, allora lì magari certe cose non le posso fare perché ho solo quelle regole. E succede così, non è che sto dicendo delle sciocchezze. Ho solo quelle regole per quell’imprenditore che vuole investire dove invece ho una regione che è più svantaggiata, e allora lì ci sono delle modalità per cui l’imprenditore può operare in un modo diverso in tema di aiuti di Stato o di altre regole. Queste cose non le riusciamo a spiegare ai nostri cittadini. Per quello che bisogna fare è aprire a livello delle varie comunità, le varie comunità dicano quali sono i loro bisogni all’Europa. Questo è un mio sogno. E ci possa anche essere un’Europa che va a leggere quelli che possono essere dei bisogni più specifici senza aver paura che siamo tantissimi stati e quello dopo crea un problema. Perché è un problema più grosso se ai nostri cittadini non diamo le risposte per quelle cose che li toccano direttamente in quel momento. È chiaro che dobbiamo avere una visione allargata, ma non possiamo essere frenati dalla necessità di rispondere a questi bisogni per il fatto che ‘ah però se faccio questo poi a cascata magari devo rivedere tutto un meccanismo o un’impalcatura comunitaria’. Rivediamola. Rivediamola, prendiamoci il tempo che ci serve. L’altra cosa è che a livello locale poi non ci sono solo gli enti, per fortuna ci sono le comunità, c’è la società civile, c’è l’innovazione. Io sono fortemente convinta che dalle comunità locali venga, più che dai livelli superiori, l’innovazione di ogni tipo, che sia sociale, che sia tecnologica, che sia degli imprenditori. E queste innovazioni che sono nei territori e che magari già si parlano tra territori di un paesino in Italia o un paesino in Spagna o in Francia, perché le reti per fortuna – vivaddio – adesso funzionano benissimo, dobbiamo essere in grado di leggerle, di farle salire e di interrogarci magari come Europa: ‘Ma quale sarebbe il miglior assetto giuridico normativo di contesto per far crescere e sviluppare questa cosa?’. Ecco, lo so che è qualcosa di estremamente difficile e complesso, però o noi abbiamo l’ambizione di avere un’Europa che non si concentra solo, e lo dico da economista, quindi ho proprio il background di tutto quel tema lì, non ci dobbiamo concentrare come Europa solo su quei temi lì che sono stati il nostro cuore, perché adesso la sfida si gioca su tantissime altre partite, su politiche industriali di cui abbiamo bisogno in ogni Paese. E se vogliamo veramente che la nostra comunità stia unita e non veda magari poi dopo anche aspetti di tutela della concorrenza, che dobbiamo mandare avanti, come qualcosa che sia un lacciolo, ma come sia veramente un elemento che aiuta a raggiungere l’obiettivo perché nel frattempo sto facendo tante altre cose che stanno dando una mano a quella comunità. Se non abbiamo questo spirito, io credo purtroppo che davvero tutti noi vivremo questa Europa sempre come un po’ più distante, invece che essere uno dei tasselli fondamentali per aiutarci a crescere tutti insieme.

EMMANUELE FORLANI

Grazie. Grazie Frisoni. Salini.

MASSIMILIANO SALINI

Sempre per tentare di aiutarci anche a chiarire i termini della questione, spesso approdiamo in dibattiti come questi su tematiche che sono in parte di bilancio e in parte relative alle regole. Il bilancio europeo. Io vorrei che però a noi tutti fosse chiaro una volta di più che il bilancio europeo di fatto non esiste. Per fare una cifra, il bilancio europeo è meno di un quarto del bilancio italiano. A volte noi pensiamo che il bilancio europeo sia un bilancio che definirà le sorti del mondo. Il bilancio europeo ha più o meno 200 miliardi di euro, il bilancio italiano ha più o meno 900 miliardi di euro. Cosa incide sulla nostra vita? Non il bilancio europeo, perché noi siamo furbi. Noi preferiamo dare all’Europa il compito di definire le regole con le quali spendiamo i nostri soldi. Ce li teniamo e lasciamo la sovranità sulle regole all’Unione Europea e poi ci lamentiamo. Io non so se a voi sia capitato, a me è capitato nella vita che se io voglio incidere sulla definizione delle regole, ad esempio di un’azienda, devo mettere i piccioli per entrare nell’azienda. Devo entrare, devo spendere, devo investire, devo comprare azioni, devo sfidare il contesto di quell’azienda per contare in quell’azienda. Se io mi voglio tenere i soldi e pretendo regole corrette, ma non ho fatto un investimento reale su quel progetto, continuerò a lamentarmi tutta la vita. Oggi il punto nostro, noi non ci differenziamo nella comunità politica tra i deficienti che vorrebbero un bilancio europeo grande perché sono sognatori e vedono un mondo perfetto ma che non esiste nella realtà, e i ‘concretoni’ che invece dicono ‘i soldi teniamoceli a casa nostra’. La differenza è tra chi vuole incidere e chi no. Perché, e qui è il punto finale, potrebbe saltare questo ragionamento se noi ritenessimo di poter governare con i soldi nostri, con dinamiche totalmente territoriali, l’intera vita sociale delle persone con le quali stiamo. Se io avessi una società come quella di 400 anni fa, potrei permettermi il lusso di adottare una linea politica come quella che separa il mio territorio da una comunità più larga. Ma ahimè, oggi, non c’è sulla politica estera e di difesa, non parliamone, ma anche sulla politica economica. Chi abbia un minimo, e Guido lo sa bene, di assiduità col mondo delle imprese dei nostri territori, tutti i territori, non solo quello lombardo a cui io e Guido apparteniamo, ma tutti i territori, le nostre imprese vivono di relazioni internazionali e di dimensioni sovraterritoriali e sovranazionali. Se vogliamo bene al nostro territorio dobbiamo contare là dove si prendono decisioni che impattano concretamente sul nostro territorio. Ma noi conteremo là dove si prendono quelle decisioni, quindi parteciperemo alla definizione di quelle regole, se rinunceremo a un pezzo del nostro bilancio nazionale e lo collocheremo nel bilancio comunitario. A quel punto la comunità sarà la nostra comunità e non la comunità di altri. La narrazione va cambiata in questi termini per ottenere quello che anche Pina ricordava correttamente. Cioè, la logica di una dimensione comunitaria è favorita innanzitutto da un sacrificio personale. Il diritto delle nazioni è figlio del diritto delle persone. Come nella vita, anche in politica e anche tra le persone e tra le nazioni, il di più che attendi passa innanzitutto da un sacrificio che sei disposto a fare perché consideri quel sacrificio un investimento per te e per gli altri. Quindi, proviamo a dirlo tra di noi sempre di più: finché il bilancio europeo sarà pari a meno dell’uno per cento del prodotto interno lordo europeo, la discussione sulla valorizzazione dei territori è una discussione priva di senso. Nel momento in cui accetteremo una sfida che non è, e chiudo, rinuncia alla sovranità, non è rinuncia alla sovranità, è recupero di sovranità. Perché la rinuncia, se io chiedo a un territorio che non decide di alcune questioni che mi stanno occorrendo, di decidere su quelle questioni, sto perdendo la mia sovranità e la sto regalando al sovrano. La perdo io e la guadagna il sovrano. Se decido che quella sovranità sia assegnata a chi può decidere con la mia partecipazione nel bene mio, sto recuperando quella sovranità democraticamente. E anche qui il Parlamento potrebbe essere un utile strumento a vostra disposizione.

GIUSEPPE CATALANO

Condivido molto le ultime considerazioni che sono state fatte e anche un po’ l’approccio col cuore che Pina ha fatto prima, e da questo voglio partire. L’Europa è l’unica speranza che abbiamo, non ne abbiamo altre. Chi pensa di poter fare da solo, come è stato detto con molta efficacia, anche chi è tra i più forti in Italia, senza l’Europa non va da nessuna parte. Le vicende di questi giorni purtroppo confermano che abbiamo troppa poca Europa, non troppa Europa. Questo è un punto su cui bisogna essere chiari anche per chi poi nel merito, come farò fra due secondi, discute alcuni dei provvedimenti che vengono fatti. Ci mancherebbe altro, siamo in un mondo libero. Ma senza questo presupposto e senza l’idea di salvaguardare, soprattutto io ho i figli piccoli, se non lo spieghiamo ai nostri figli che cos’è l’Europa, abbiamo già perso. L’altro giorno su Rai Storia Romano Prodi ha citato dei sondaggi in cui l’attaccamento all’Europa è inferiore nei più giovani. Io, quando facevo scuola ormai tanti anni fa, ci facevano fare il disegnino della moneta unica europea. Oggi che l’Europa c’è, ha un’importanza significativa a scuola? Io sono uno dei pochi professori che insegni il bilancio dell’Unione Europea, perché non c’è questa materia nei piani universitari. Si discute giustamente nella sala accanto del bilancio dello Stato, lì dove ereditiamo questa differenza. Ci vogliono più soldi, fuori discussione, e ovviamente questo significa due cose: il debito europeo, il debito solidale europeo, su cui dobbiamo superare, soprattutto alcuni dei Paesi come il nostro, un po’ di pregiudizio, oramai penso in via di superamento ma non del tutto infondato, perché c’è bisogno delle risorse. Noi siamo molto grati in Puglia, perché abbiamo investito bene. Abbiamo subito un esame severissimo dal ministro e dal commissario Fitto, che con i propri amici è sempre più rigorosi che con quelli lontani, e l’abbiamo superato incredibilmente. Perché dietro c’è una macchina organizzativa della Regione, persone capaci, impegnate, serie, per cui sull’Unione Europea andiamo in overbooking, rendicontiamo di più di quello che ci dovrebbero dare per evitare il rischio che poi qualche pagamento non sia dato. La crescita del PIL della Regione Puglia negli ultimi tre anni è superiore a quella della media nazionale, perché ci sono state le risorse europee, perché le abbiamo spese bene, perché le imprese hanno ricevuto risorse per fare le cose che si dicevano prima. Ne siamo orgogliosi e vogliamo continuare su questa strada. Il prospetto di bilancio ha dei problemi che democraticamente vanno discussi. Innanzitutto una piccola cosa che è bene che si sappia: per finanziare una parte di queste risorse, i 2000 miliardi del piano settennale, si aumentano delle tasse o se ne costituiscono delle nuove. E bisogna spiegarlo ai cittadini perché, per come, dobbiamo studiarle bene. Uno è facile, e io la sostengo a spada tratta, è un’ennesima accisa sul tabacco. Però capite che non è che stiamo nella grande innovazione del futuro, stiamo lavorando su forse una cosa giusta del passato. E abbiamo bisogno di mantenere in un livello corretto di sussidiarietà un approccio in cui le Regioni giochino una partita importante. Perché la conoscenza del territorio, i rapporti con la propria comunità, con le proprie imprese, non possono che averle, per ragioni di dimensioni, di scala, le Regioni. Alcune sono addirittura troppo piccole per farlo, non troppo grandi, perché l’entità delle strategie, degli obiettivi che ci dobbiamo porre è enorme. Poi ci sono invece degli investimenti nazionali o europei. Io ne cito solo uno, perché ho citato il settore idrico, che come potete immaginare non mi fa dormire la notte, perché adesso cominciamo ad avere il rischio dell’uso civile, non dell’uso agricolo che abbiamo già cancellato. Noi abbiamo ereditato dai nostri padri cento anni fa l’acquedotto pugliese, una grande opera tra le regioni, di solidarietà tra le regioni che hanno l’acqua, la Basilicata e la Campania, il Molise, e la regione Puglia che non ha l’acqua. È stato chiamato acquedotto pugliese, in una logica quasi contraria alla realtà, una grande opera di solidarietà. Naturalmente discutiamo, trattiamo, ci litighiamo un pochettino, discutiamo il prezzo dell’acqua, ci mancherebbe altro, fa parte del gioco. Noi abbiamo bisogno, di fronte a questi grandi investimenti, insisto sul settore idrico che è uno dei più importanti e più delicati che ha a che fare con la vita quotidiana di tutti noi, abbiamo bisogno di un grande investimento che sarà l’acquedotto italo-albanese, che sarà l’acquedotto dell’Appennino. Sto parlando di cose che stiamo studiando e discutendo seriamente. E quello è chiaro che non si può fare come regione, è impossibile. Allora per questi grandi progetti strategici abbiamo bisogno di uno Stato nazionale sussidiario, non oppressivo, che non decide. Purtroppo quello che c’è scritto nei documenti è che ogni Paese deve avere un’autorità di gestione e dove c’è più di un’autorità di gestione, che ci è gentilmente concessa, noi ne avremmo 21 o 22, c’è comunque un’autorità di coordinamento nazionale. Queste cose, da europeisti, non vanno bene, non giovano né alla nostra economia né all’Europa.

ANTONELLA SBERNA

Dopo aver sentito tutti i vostri commenti, vorrei ritornare al tema della tua domanda, e cioè lo sviluppo del territorio, non per sottrarmi alle sollecitazioni che sono arrivate, ma perché penso che il rapporto tra le istituzioni europee, come ci siamo detti, e il territorio, che parte dal comune ma parte anche dalla società civile, dalle associazioni, dalle conformazioni territoriali, e tutto il dibattito sui fondi, sullo sviluppo, su tutta la politica di coesione di cui abbiamo parlato… Io ho fatto un intervento qualche mese fa in Parlamento Europeo dicendo che nel 2050 tutto questo potrebbe non servire più. Nel senso che lo sviluppo economico, gli investimenti che andiamo a fare sui nostri territori saranno utili e saranno di prospettiva se noi pensiamo pure a una dimensione che forse questa è la sede più opportuna per citarla, e cioè un occhio attento, importante e che ricomprende tutto quello che abbiamo detto: la demografia. Cioè noi stiamo andando nella direzione di perdita di cittadini europei e quindi tutti gli investimenti di cui stiamo parlando, la riduzione del divario, l’attenzione alle aree interne, tutti i temi che chiaramente nella mia commissione REGI noi trattiamo, dal punto di vista di non fare più figli, abbiamo una prospettiva veramente di perdita di tanti cittadini. Allora tutto il dibattito che noi stiamo svolgendo e tutta la questione della sovranità, la questione dei grandi temi che l’Europa deve affrontare… Io sono profondamente europeista e sono d’accordo con i colleghi. Io non mi sottraggo, anzi, all’importanza che l’Europa ha nella nostra vita. Io penso che noi non potremmo vivere senza l’Europa, ma secondo me l’Europa deve fare il suo lavoro, cioè deve pensare alle grandi questioni. Come diceva Pina prima, il posizionamento anche internazionale dell’Europa nello scenario mondiale è cambiato nei 50 anni, negli 80 anni di Unione Europea, e quindi noi dobbiamo ritornare secondo me a pensare a che cosa ci serve, prioritariamente anche nel dibattito sul futuro bilancio. E qui il Parlamento deve poter avanzare una proposta e io da questo palco mi sento veramente di lanciare un tema di cui a volte ho parlato, cioè un ‘family deal’ europeo, un piano di investimenti europeo che vada a sostenere la natalità, che vada a sostenere la demografia, non in chiave etica se me lo permettete, ma in chiave di sviluppo economico e sociale, cioè come un driver che possa consentire alla nostra Europa di poter cogliere tutti i servizi che la coesione ci mette a disposizione, le infrastrutture per prime ma i servizi in seconda istanza, affinché quel dialogo reale con i territori… Voi parlate di mattoncini. I mattoncini della nostra Europa sono i cittadini europei. Se noi fra 30-40 anni abbiamo veramente il 10-20% dei cittadini europei in meno, tutte le politiche di bilancio, anche quei 200 miliardi di cui parlava Massimiliano, probabilmente nemmeno servono. Allora secondo me è mettere insieme l’ascolto del territorio, una visione reale dei servizi al cittadino. L’assessore dell’Emilia-Romagna lo diceva perfettamente, e ripeto, chi come noi ha fatto l’amministratore locale e adesso si trova in una dimensione europea, vi posso garantire che non è facile. Non è facile poter fare una delibera in un comune e vederla operativa magari con un avviso, con un bando, con una misura dopo dieci giorni, e lavorare a un bilancio che sappiamo, quello su cui noi andremo a lavorare nei prossimi mesi, vederlo attivo dal 2028. Allora le revisioni di medio termine, il confronto con le regioni, e qui sono d’accordo con voi, io nella mia esperienza di quest’anno, anche pubblicamente, mi sono schierata più e più volte a favore della centralità e della forza che le Regioni possano avere. Perché su grandi temi e su grandi questioni forse gli Stati nazionali hanno e devono poter decidere per tutti, ma sulle prerogative, soprattutto delle specificità economiche, delle imprese del territorio, credo che le Regioni debbano e possano avere la loro voce. Quindi penso che sul lavoro di noi parlamentari, almeno per i presenti, ci si possa contare, perché venendo dalle nostre esperienze, la possibilità di tradurre un bilancio che noi andremo a discutere in migliore e in operativo rispetto a quello che poi le Regioni si troveranno a spendere, io penso che si possa fare. E il Parlamento, anche nelle rinnovate funzioni, perché io in questo devo ringraziare la Presidente Metsola che domani tra l’altro sarà qui, il Parlamento europeo quest’anno, e nell’ufficio di Presidenza l’abbiamo votato insieme a Pina, insieme a tanti altri colleghi, sta facendo una riforma per potenziare la sua capacità legislativa, la forza che all’interno delle commissioni possiamo avere anche in termini di personale e di organizzazione per essere più efficaci. In quella prospettiva in cui l’istituzione più grande del mondo, democraticamente eletta dai cittadini, possa veramente dire che cosa pensa e possa rappresentare chi ci ha mandato in Europa a fare l’interesse dei nostri cittadini. E mi riprendo quello che diceva Massimiliano: dei cittadini di tutta Europa, che al momento sono mezzo miliardo. Speriamo di poterci raccontare che questa tendenza anche dal punto di vista demografico si inverta e quindi tutti i nostri sforzi possano veramente essere utili ai nostri cittadini, a tutti i nostri figli che poi vedranno gli effetti delle nostre politiche nei prossimi anni. Grazie ancora al Meeting per questa opportunità e buona serata a tutti.

EMMANUELE FORLANI

Grazie anche a Antonella Sberna. Il nostro tempo a disposizione è finito. Mi avete suscitato una marea di domande che non abbiamo evidentemente il tempo di fare, spero avremo altre occasioni. Sicuramente una battuta finale mi permetto di farla nel ringraziare davvero i nostri ospiti. Ed è questa: voi l’avete citato in più occasioni. Il nostro titolo dice: ‘Nei luoghi deserti costruiremo con mattoni nuovi’. Ecco, penso ci faccia piacere poter constatare che è possibile anche in una dimensione così apparentemente distante o arida costruire con mattoni nuovi. E quindi l’auspicio è che per ciascuno di voi sia anche una strada che possa proseguire. Grazie ancora a tutti, buon Meeting e buona serata.

Data

25 Agosto 2025

Ora

19:00

Edizione

2025

Luogo

Sala Conai A4
Categoria
Incontri