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IL VALORE DEL LAVORO PER CHI SCONTA UNA PENA
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In collaborazione con Cdo Opere Sociali
Riccardo Capecchi, presidente Fondazione Lottomatica; Gianluca Chiodo, presidente Giotto Cooperativa Sociale; Stefano Granata, presidente Confcooperative Federsolidarietà; Emilio Minunzio, consigliere CNEL; Simone Rampin, dipendente della Cooperativa Giotto; Francesco Paolo Sisto, viceministro della Giustizia. Modera Maria Elena Magrin, delegata della rettrice, Università Milano-Bicocca per il Polo Penitenziario
Vogliamo indagare la rilevanza del lavoro nel percorso riabilitativo delle persone detenute, riconoscendolo non solo come strumento di riparazione e reinserimento sociale, ma come potente veicolo di crescita personale e di sviluppo dell’autonomia. Affronteremo il valore intrinseco del lavoro nel ricostruire identità, competenze e dignità, elementi fondamentali per una reale trasformazione individuale. Analizzeremo come l’impegno lavorativo all’interno del sistema penitenziario possa favorire l’acquisizione di nuove abilità, il potenziamento di quelle esistenti e la responsabilizzazione. Particolare attenzione verrà dedicata alla necessità di integrare il lavoro con percorsi educativi e formativi, per massimizzare l’efficacia dell’intervento riabilitativo e garantire una piena inclusione sociale al termine della pena.
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MARIA ELENA MAGRIN
Bene, buongiorno a tutti. Buongiorno a tutte. Possiamo iniziare questo incontro che ha come tema il valore del lavoro per chi sconta una pena. È stato voluto e ci ospita CDO e siamo qui proprio per parlare di lavoro. Riprendiamo un tema, quello della vita in carcere, di coloro che scontano una pena in carcere, che abitano il carcere, che è stato già affrontato nel corso delle scorse giornate al Meeting e per chi ha partecipato anche l’incontro che è stato organizzato ieri presso l’Arena Tracce, è emerso anche lì in quella sede dalle esperienze di coloro che ci hanno raccontato della loro vita in carcere, come il tema del lavoro sia un tema centrale e è emerso il tema della necessità sicuramente economica, ma anche di una necessità che va oltre un aspetto essenziale come la possibilità di sopperire le proprie necessità primarie, ma che va oltre, che riguarda un tema di dignità della persona e che porta al centro la persona come soggetto che lavora anche in carcere. Lo vogliamo riprendere da questo punto di vista, innanzitutto cercando di capire anche come si può rendere concreta questa esperienza di lavoro nel carcere o fuori dal carcere, per le persone che stanno scontando una pena in un sistema come quello penitenziario che evidentemente ha delle sue regole, ha dei suoi vincoli, è evidentemente di per sé intriso di necessità concrete, di sicurezza e al tempo stesso però come in un luogo, in una situazione come questa, si possa poi rendere altrettanto concreto ed effettivo la possibilità di lavorare. Lo facciamo attraverso un dialogo, uno scambio con gli ospiti qui presenti che introduco adesso brevemente, poi riprenderemo all’inizio del loro intervento.
Il senatore della Repubblica, viceministro della Giustizia Francesco Paolo Sisto, che ringraziamo per la sua presenza; il consigliere del CNEL Emilio Minunzio (e ringrazio ovviamente tutti per la loro presenza) ma in modo particolare il nostro senatore; Gianluca Chiodo, presidente della cooperativa sociale Giotto che opera presso il carcere delle Palazzi di Padova, che è accompagnato da una persona attualmente detenuta che lavora per la cooperativa, che è Simone Rampin (e ringraziamo anche lui per la sua presenza); poi abbiamo Stefano Granata che è presidente Conf Cooperative Feder Solidarietà e infine Riccardo Capecchi, presidente della Fondazione Lottomatica.
Siamo qui insieme a loro e in qualche modo queste figure rappresentano una sorta di possibile tavolo di lavoro di soggetti che sono diversamente impegnati per rendere concreta e fattiva l’esperienza del lavoro in carcere, perché sappiamo che è importante, sappiamo che è qualche cosa che costruisce la persona, ma per farlo ci vuole poi molta concretezza. Bisogna mettere a terra i progetti che rendono questo fattibile e questo è un punto fondamentale proprio perché noi sappiamo che ad oggi i numeri (che poi magari potrà riprendere anche nel dettaglio il consigliere Emilio Minunzio, proprio perché il CNEL poi su questo ha fatto un lavoro anche di rassegna), noi sappiamo che i numeri delle persone che lavorano in carcere sono bassissimi. Peraltro, tra questi, l’84% delle persone attualmente impegnata, in un lavoro lavora per l’amministrazione penitenziaria e questo vuol dire che fondamentalmente sono lavori che nascono e finiscono con l’esperienza in carcere, mentre noi se pensiamo a un lavoro come un ponte verso il futuro, verso la possibilità di un reinserimento lavorativo, non possiamo immaginare che il lavoro per il carcere, per l’amministrazione penitenziaria, possa in qualche misura rappresentare l’optimum da questo punto di vista. Quindi sappiamo questo, sappiamo però che c’è molto impegno, interesse perché si possa andare oltre, ma questo andare oltre richiede una concretezza, una concretezza che riesca a superare barriere di rapporto tra mondi che dialogano lingue diversissime (quelle delle istituzioni, quelle degli assetti di sicurezza, di rigidità) da un lato e il mercato del lavoro con la sua flessibilità, la sua dinamicità con tutto quello che richiede di velocità, esattamente l’opposto. Quindi, innanzitutto, creare un ponte tra queste due cose e dall’altro creare un ponte tra ciò che questo mercato del lavoro richiede in termini di competenze e…non so se qualcuno di voi ha partecipato o ha visto, l’ha visitato la mostra sul lavoro di CDO, chi abita il mondo del lavoro fuori, anzi cerca di scappare dal lavoro. Oppure parliamo di smart working, di intelligenza artificiale, di work-life balance. Questo è il mondo del lavoro fuori. Come mettere insieme questo mondo del lavoro con un mondo del lavoro in carcere in cui le figure di massimo riconoscimento anche istituzionale sono gli scopini o gli spesini. Di questo vogliamo iniziare a parlare dicendo come lo facciamo. Poi dobbiamo capire, magari lo potremo fare in un secondo momento, anche chi lavora, che esperienza fa concretamente, ma prima di parlare di esperienza dobbiamo parlare di un come e quindi io su questo vorrei avviare, lasciare la parola agli ospiti. Innanzitutto, chiederei a Emilio Minunzio, che dicevo prima è consigliere del CNEL, è attualmente anche presidente del segretariato permanente per l’inclusione sociale, economica e lavorativa dei detenuti ed è impegnato nel progetto “Recidiva zero” studio formazione lavoro in carcere voluto attualmente in essere al CNEL. Grazie.
EMILIO MINUNZIO
Grazie. Grazie soprattutto grazie per questa introduzione che ha toccato effettivamente tanti punti e che sono spunto per noi di riflessioni. Allora partiamo dal progetto “Recidiva zero” che oggi a distanza di poco più di due anni dalla sua nascita (perché nasce in seno ad un accordo inter istituzionale tra il CNEL e il Ministero di Giustizia) lo possiamo definire decisamente una felice intuizione. Una felice intuizione perché ci si è resi conto che era il momento di passare da delle azioni, di eccellenze che esistono nel nostro paese all’interno degli studi penitenziari per quanto riguarda l’introduzione lavorativa, formazione e lavoro, piuttosto che attività lavorative, ripeto, di assoluto pregio, a delle azioni di sistema. Per cui il CNEL, questo soggetto costituzionale con potere legislativo previsto dall’articolo 99 della Costituzione assieme al Ministero di Giustizia, si sono detti: “Cerchiamo di creare dei contenitori o comunque delle realtà che possano dare un contributo concreto”. Da lì la costituzione di questo Segretariato permanente e l’organizzazione del primo evento “Recidiva zero” 2024 che sono stati di fatto degli Stati Generali, sono stati coinvolti tutti gli attori che appartengono al panorama penitenziario nazionale. Non ultimo ovviamente la parte istituzionale più importante, il dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, perché il dipartimento dell’amministrazione penitenziaria è stato sempre visto come una sorta di controparte, quindi un soggetto con cui ovviamente confrontarsi, ma con il quale si è sempre fatta un po’ fatica ad interloquire e a dialogare, in realtà in questo momento che noi consideriamo un momento epocale, dei funzionari e dei dirigenti del dipartimento dell’amministrazione penitenziaria sono seduti nel tavolo del Segretariato permanente. Quindi, per dire, questo cuore nevralgico del progetto vede direttamente coinvolti tutti gli attori: quindi forze datoriali, forze sindacali, enti del terzo settore, amministrazione penitenziaria e rappresentanze della società civile. I passi concreti, dobbiamo passare a dei passi concreti. Noi in eventi come questi, che sono eventi che assolutamente meritano il plauso di tutti noi, spesso diventano delle carrellate di buone pratiche che, ripeto, il nostro paese è ricchissimo ed è pieno, quindi ci danno la misura di quanta possibilità c’è di fare cose di alto profitto. Però sono eventi che in realtà oggi devono servire per fare un momento di sintesi e soprattutto di passare dalle azioni individuali a volte un po’ deboli, proprio perché orfane anche di una copertura istituzionale di un certo rilievo, a queste azioni di sistema. Il CNEL si è fatto un pochino carico di questo, approfittando di tutte le rappresentanze che ha all’interno della propria assemblea (ricordiamo che un po’ tutta la società civile è rappresentata all’interno del CNEL, forze datoriali in primis), coinvolgendo in primis, appunto, le forze datoriali, le quali si sono già impegnate attraverso un protocollo di intesa che è stato firmato nel giugno 2025, a dare seguito attraverso le loro rappresentanze territoriali a delle attività affinché si promuovesse il lavoro in carcere, ma non in maniera estemporanea e a macchia di leopardo sul territorio, cioè con un’azione sistemica, quindi promuovere delle modalità di coinvolgimento e di formazione oltre che di lavoro, perché non scordiamoci che tra l’altro il nostro paese è pieno di paradossi, ci sono aziende che cercano collaborazioni in maniera estenuante e non riescono a trovare le collaborazioni. Un settore e siamo in una località turistica, un settore che grida vendetta è il food and beverage. Non si trovano operatori. Non si trovano operatori non solo, ma le aziende sono addirittura disposte a finanziare la formazione. Quindi tutte queste parti datoriali, partendo da Confindustria, Confagricoltura, Confetra, Confartigianato e quant’altro, si sono impegnate affinché si faccia match sui territori, anche andando a finanziare la formazione. Andando a finanziare la formazione è importante perché il ristretto poi deve essere anche incentivato a iniziare questi percorsi perché, come hai detto bene tu in apertura, oggi gran parte di loro sono coinvolti lavorativamente per l’amministrazione. Attenzione, è un lavoro che giustamente non dà la sensazione di lasciare qualcosa a fine pena, ma anche lì se si attenzionano alcune attività (ne banalizzo una, un addetto alla cucina) quelle sono attività che comunque con alcune attestazioni e certificazioni che occorrono (HCCP ed altre) per poter svolgere quell’attività, noi possiamo comunque riconsegnare alla società civile delle figure professionali perché comunque queste attività possono essere professionalizzate attraverso un riconoscimento regionale e quindi comunque rendere delle persone libere appetibili da un punto di vista di impiego lavorativo perché, ripeto, proprio nel food and beverage ci sono grosse lacune. A monte di tutto ciò (vado random, il tempo stringe come vedo) a monte di tutto ciò abbiamo individuato un macro tema che è quello della profilazione curricolare. Noi oggi non abbiamo contezza dei 62.000, 63.000 ristretti di quali sono le loro competenze, competenze pregresse, quali sono le loro attitudini, qual è la loro lingua, quante lingue conoscono, che attitudini hanno, anche per poter fare un processo di formazione all’interno degli istituti penitenziali. Abbiamo iniziato da un mese circa utilizzando peraltro la piattaforma SISL, che è una piattaforma che è già in essere, che gestisce attualmente le profilazioni dell’assegno di inclusione, ex reddito di cittadinanza, quindi una piattaforma che già faceva match tra eventuale ipotetico lavoratore e forze datoriali, abbiamo iniziato su otto istituti penitenziari e quattro regioni, tra le quali il Veneto e proprio a Padova. Padova è uno di questi istituti dove abbiamo iniziato la profilazione proprio per avere una mappatura corretta e poter già immettere dei nominativi all’interno del sistema che prevede un match. Quindi già da subito un datore di lavoro può andare a cercare questa o quella competenza. A un certo punto ovviamente scoprirà che è una persona ristretta, ma è una persona ristretta che porta anche dei benefici di legge, ovviamente in primis i benefici che dà la Smuraglia. A proposito della Smuraglia, abbiamo sempre detto: “Poco utilizzata” grazie anche alla volontà di raccontarla negli ultimi anni, abbiamo qualche dato confortante. Ormai le risorse a disposizione sono quasi tutte utilizzate, ma molti imprenditori hanno conosciuto questa opportunità, l’hanno sposata, l’hanno abbracciata e hanno fatto sì che producesse impiego. Sul beneficio e sull’abbattimento della recidiva in caso di reintroduzione lavorativa, i dati parlano chiaro, c’è un abbattimento importantissimo, si passa dal 70% al 2%. Oggi due detenuti su tre che attualmente in regime di detenzione sono stati già in passato ospiti dello Stato, se queste figure vengono reintrodotte nella società civile attraverso un percorso di formazione e lavoro, questo abbattimento, questa percentuale dal 70% passa addirittura al 2%. Il progetto si chiama “Recidiva zero”, chiaramente un po’ troppo ambizioso, ma non fosse zero, fosse uno, fosse due, fosse tre, direi che è un risultato molto importante. Risultato, attenzione, che deve essere assolutamente accompagnato da tutta la società civile perché se noi non risolviamo a monte dei problemi legati allo stigma o dei problemi legati all’accettazione poi della società civile di tali processi, rischiamo di rimanere sempre un pochino incardinati su dei retro pensieri che chiaramente non aiutano. Parlerei per ore e ore, ovviamente il tema mi appassiona, ci sono tanti aspetti e tante declinazioni, ma credo che…
MARIA ELENA MAGRIN
Perfetto. Grazie mille. Credo che questo aspetto della profilazione mi sembra peraltro essenziale perché in realtà al di là di una profilazione più precisa che ci consentirà di capire anche chi sono queste persone, che risorse portano, perché comunque le risorse non mancano, anche risorse personali, intendo dire, non necessariamente di competenze formative, ma le risorse ci sono da un lato, però anche quelle formative non vengono mappate. Noi nell’ambito dell’università, come poli penitenziali d’ateneo, ci ritroviamo sempre a non sapere qual è la nostra platea, non viene registrato attualmente neanche il titolo di studio in ingresso, ma questo ci dice solo al di là del dato oggettivo, ci dice di una ad oggi mancanza di attenzione a chi sta entrando. Parliamo di rieducazione, di trattamento, ma non sappiamo di chi. Credo che questo sia un passo davvero importante. E un altro passo che adesso non è stato citato per questioni di tempo, nei documenti anche recenti che il CNEL ha prodotto, si parla molto anche di sussidiarietà orizzontale, quindi questa possibilità e necessità di lavorare con la società civile, ma anche con coloro che già operano nell’ambito del carcere nelle realtà del terzo settore. Per questo volevo a questo punto lasciare la parola invece a Gianluca Chiodo che è Presidente della cooperativa sociale Giotto che tra le altre cose opera da tantissimi anni all’interno del carcere Due Palazzi di Padova e offre possibilità di lavoro a persone detenute e anche poi in uscita. Volevo proprio chiedere qual è la vostra esperienza, ma in questo momento proprio anche rispetto a quali sono gli aspetti più favorevoli da un lato e più critici nella messa a terra poi di questi progetti così rilevanti per il futuro delle persone che passano, scontano, una pena.
GIANLUCA CHIODO
Grazie, intanto, dell’invito da parte del Meeting e della CDO. È sempre un arricchimento essere qui. Ho partecipato anch’io agli incontri del CNEL. Devo dire che ho molto apprezzato il tentativo di costruire qualcosa di nuovo e di diverso. Provo a raccontare l’esperienza nostra sul campo, quella quotidiana. Premetto che noi siamo operativi presenti nel carcere di Padova da circa 35 anni. Abbiamo inserito circa 1500 detenuti, molti dei quali poi hanno continuato all’esterno con noi e negli anni d’oro, abbiamo avuto 150 detenuti dipendenti presenti dentro il carcere di Padova. Oggi sono meno della metà.
Questo è il primo punto che è un punto per noi fondamentale, cioè la popolazione carceraria è profondamente cambiata negli anni. Questo è un punto da guardare con molto realismo. Noi incontriamo quotidianamente persone che soffrono di depressione, patologie psichiatriche, dipendenze come la ludopatia che è terribile, tantissimi stranieri soli e disperati che vengono anche da posti terribili. A volte la detenzione è veramente l’ultimo dei problemi e l’altissimo numero dei suicidi documenta questo stato, questo profondo disagio. Molti detenuti per condizioni psichiche e sociali non sono nelle condizioni di poter lavorare. Noi le persone che presentano le caratteristiche che ho appena detto non riusciamo a farle lavorare. Ma ci viene continuamente posta la domanda: “Ma nel carcere di Padova ci sono più di 600 detenuti? Perché voi ne avete assunti soltanto 30-40?” Perché non riusciamo a farli lavorare? Questo è un punto da guardare con estremo realismo, altrimenti non riusciamo a fare un passo avanti. Per non parlare di quando escono dal carcere che si trovano senza casa, senza lavoro, soli e disperati e senza rapporti e la delinquenza a quel punto diventa un esito praticamente inevitabile. Il suggerimento che noi ci permettiamo di dare è di ripensare con molto realismo a una revisione proprio strutturale del sistema penitenziario ripensando, per esempio, la residenza carceraria e destinando nelle carceri dove c’è una possibilità lavorativa quei detenuti che hanno un minimo di risorse da poter spendere. Ci risulta che le carceri italiane dove ci siano spazi dove poter organizzare attività lavorative non siano tanti, anzi sono credo la minoranza rispetto ai più di 200 istituti che ci sono e il carcere di Padova è uno di questi, ma vengono destinati al carcere di Padova persone che non sono in grado di lavorare e noi non riusciamo ad assumerle. Questo è il primo punto. Il secondo punto è quello del ruolo del terzo settore, associazioni e cooperative sociali. Ci sono tantissime realtà oggi presenti in tanti istituti italiani da anni e disponibili a dare il proprio contributo dentro e fuori dal carcere con passione e professionalità. Noi ci permettiamo di suggerire che la soluzione più semplice non è una cosa nuova, ma è valorizzare questa realtà perché possiamo dircelo, se domani mattina le associazioni e le cooperative uscissero dal carcere, le attività trattamentali sarebbero finite perché non le seguirebbe più nessuno. Eppure ancora oggi siamo purtroppo considerati poco più che degli accessori e scontiamo quotidianamente infinite difficoltà, resistenze culturali, burocratiche, pregiudizi e ostacoli di ogni tipo. Se l’intenzione è quella di investire sul lavoro in carcere e poi anche fuori, quindi sulle attività trattamentali, crediamo che sia necessaria una collaborazione reale e stabile tra Stato, imprese e società civile, secondo quel modello di sussidiarietà circolare che ci suggerisce anche l’economia civile presente anche qui al Meeting. Però occorre la consapevolezza del contesto e occorre molto realismo e una visione condivisa tra tutti gli interlocutori e anche noi del terzo settore sicuramente dobbiamo metterci in discussione e fare la nostra parte uscendo dai nostri recinti, però credo che tutti assieme dobbiamo domandarci tutti i giorni il senso di quello che facciamo e lo scopo che vogliamo raggiungere. Grazie.
MARIA ELENA MAGRIN
Bene, allora su questo colgo l’ultimo spunto, proprio il terzo settore, in che modo possiamo renderci più efficaci in questo rapporto stante le condizioni o che cosa potrebbe essere fatto perché ciò che c’è possa essere valorizzato, ma quindi possa dare più frutto ancora di quanto non dia già. Su questo quindi lascio la parola a Stefano Granata che, come già detto, è presidente Confcooperative Federsolidarietà e quindi è la rappresentanza del terzo settore nel mondo, in modo particolare in questo caso del carcere. Grazie.
STEFANO GRANATA
Grazie Maria Elena e un saluto a tutti voi che siete intervenuti, un ringraziamento per l’invito di cuore. Intanto io rappresento una realtà tra cui c’è anche la cooperativa Giotto che è probabilmente la più presente dal punto di vista imprenditoriale in tutte le carceri italiane. Siamo più o meno in un centinaio di istituti. Siamo anche la forza più resiliente, questo dobbiamo dircelo, nel senso che per un’impresa stare nel carcere è molto difficile perché in una logica win-to-win, che sarebbe l’attrattiva vera per le imprese, nel carcere è molto difficile da raggiungere fino ad ora, nel senso che non è conveniente stare in carcere. È chiaro che un’impresa sociale, una cooperativa sociale la cui finalità non è semplicemente il profitto che comunque devono raggiungere perché altrimenti non stanno in piedi, ma è quella della persona al centro, cioè di favorire l’integrazione delle persone, si stabilisce una resilienza che va oltre la convenienza economica, motivo per il quale però i numeri in questi anni ci dicono di una ulteriore difficoltà, che è quella che raccontava poco fa l’esperienza della cooperativa Giotto.
Faccio due riflessioni riguardo a questa vicenda del carcere. La prima: bisogna tener presente la questione del lavoro che io vedo che sto seguendo (io seguo tutte le cooperative sociali normalmente solo del carcere). Il tema del lavoro oggi sta diventando una questione importante che vedo che anche qui al Meeting è trattato in mille sfaccettature perché se pensiamo per chi sta fuori più o meno l’80% delle persone non sono contente del lavoro che fanno per mille ragioni. Aggiungiamo a questa anche le mille fragilità che ognuno di noi sta attraversando nella vita e che ci rendono poco compatibile col lavoro. La ricerca, anzi, viene dato un comunicato due giorni fa dell’associazione dei responsabili risorse umane delle aziende dove dicono che nei colloqui di lavoro la richiesta dello stipendio non è più al primo posto, ma bensì quelle che sono quelle che possiamo chiamare di benessere, smart working, opportunità, benefit, part-time, tutto quello che vogliamo. Dove cosa sta succedendo? Viene messo profondamente in discussione il senso del lavoro. Il lavoro non è più visto come un modo per creare ricchezza per se stessi, per la famiglia, eccetera, ma è ovvio oggi, nel 2025, almeno per noi dell’occidente, ma non solo, è un luogo di realizzazione del sé dove stabilire delle relazioni, delle connessioni, pensiamo per chi vive determinate condizioni. Quello che poco fa Chiodo ci diceva cioè forse è vero che basterebbe un corso di formazione per abilitare le persone del carcere del lavoro e allora, probabilmente uno si chiederebbe: “Perché non le avete fatte fino adesso?” In verità quello che serve è quello che sta succedendo anche fuori, cioè se non c’è una modalità di accompagnare le persone e di rivedere i modelli organizzativi del lavoro, questa è un’impresa praticamente impossibile. Qual è la nostra speranza? Che quello che succedeva prima in un ambiente nella bolla del carcere dove sempre persone con tantissime difficoltà, che non è solo il lavoro, fanno fatica a integrarsi, forse delle lampadine si stanno accendendo anche fuori. Lavorare sul senso del lavoro, sull’accompagnamento, sulla reale valorizzazione della risorsa umana. Si parla tanto di capitale umano, capitale umano e valorizzazione, ma il punto è proprio quello. Cosa vuol dire valorizzare e mettere le persone al centro? Perché succede che uno che sta dentro in un luogo del genere una mattina si alza e non ha voglia di lavorare, non sta bene, ha una crisi. Questo sta succedendo anche fuori. Se parlate con qualsiasi responsabilità di risorse umane di un’impresa, anche le grandi imprese, si stanno moltiplicando i giorni di malattia. Basta un rimprovero sul luogo del lavoro. Le persone vanno in crisi. Chiudo questa parentesi. Guardate che la vera rivoluzione delle nuove generazioni è che stanno dicendo no a questi modelli organizzativi del lavoro e stanno mettendo in crisi le imprese. Poi si può sottovalutare, dire i giovani non vogliono sacrificarsi, i giovani non hanno voglia. È una balla questa. Non è vero. È andato in crisi un sistema di senso di fondo e i giovani ce lo stanno evidenziando. O siamo in grado di cambiare i modelli organizzativi, altrimenti perdiamo la partita. Da questo punto di vista le cooperative sociali possono essere un grande interrogativo perché hanno dei modelli organizzativi profondamente diversi dove al centro è la persona, non è la produzione. La produzione è un mezzo, è una finalità, ma questa è un’opportunità non solo per quelli che vivono nell’ambiente del carcere, è un’opportunità del modello organizzativo che vale per tutte le imprese. Vale per tutte le imprese.
La seconda questione che voglio affrontare è che in verità il problema riguarda sì, come diceva benissimo Minunzio, coloro che sono dentro le mura e che devono trovare un modo per dare un senso, non solo a stare dentro quelle mura, perché una a sera deve arrivarci trovando un senso che ovviamente riguarda anche il dopo, cosa farò della mia vita dopo, che sarà in alcuni casi un molto dopo, quindi è ancora più difficile trovare un senso, ma il punto vero è che oggi se andiamo a ben analizzare non solo le persone che stanno in carcere hanno tutta un’altra serie di problemi che ben venivano annunciati prima… Un problema è che tanta gente che oggi è dentro le carceri e che potrebbe uscire con misure alternative, ma che non può, perché se noi andiamo a vedere la popolazione carceraria più del 50% sono di origine straniera, non hanno una famiglia, non hanno una casa. Quindi non possono godere nessun tipo di permesso e l’alternativa è stare dentro e anche senza un lavoro. Non c’è una formazione, non c’è un apprendimento a un vivere sociale, a una connessione sociale. Guardate che questa cosa si sta estendendo in maniera drammaticissima nelle carceri minorili dove la popolazione è ben oltre il 50% di origine straniera, ben oltre, e anche qui stiamo parlando quando si parla di minori non accompagnati con questo termine che significa una cosa che non hanno famiglia, non hanno casa, questi anche con pene di breve termine sono costretti a stare dentro queste situazioni e ovviamente potete capire con quale prospettiva futura. Anche perché se uno esce su una breve pena e in cinque o sei anni non ha fatto nulla, non ha portato a casa competenze, una volta fuori di lì, dove volete voi che abbia? Non ha una casa, non ha un lavoro, non ha una competenza, la strada è sicuramente una soluzione di qualsiasi tipo sia la strada. Chiudo con una proposta, con un lavoro. Io la proposta che veniva fatto prima di aprire veramente sui cardini dell’economia civile, che sia la società civile a rispondere in maniera orizzontale, facendo veramente all’articolo della Costituzione che sancisce la sussidiarietà per questo paese. Facendo veramente verso quello, dico che anche il mondo della cooperazione sociale deve evolvere, deve investire di più su questo campo dove negli ultimi anni per tutte le difficoltà comunque qualche passo indietro l’ha fatto. Investire di più vuol dire in risorse umane, vuol dire in competenze, ma anche in capitali, perché bisogna dirlo questa cosa. Bisogna investire di più, però dall’altra parte ci vuole anche un’istituzione pubblica che sia in grado di recepire leggendo i dati, perché in questi anni comunque le imprese sociali sono quelle che hanno dato più risposte dentro e fuori dal carcere, perché ricordo a tutti che abbiamo 63.000 persone quasi dentro istituti carcerari, ma la popolazione carceraria è quasi di 250.000 persone (se mettiamo, poi ne parlerà il viceministro). Ma è anche dentro quella partita che le cooperative sociali, soprattutto dentro quella partita, possono offrire opportunità a chi sta fuori per costruire un percorso di vita che sia di reale ritorno per tutti noi, perché avere dei cittadini in più consapevoli delle opportunità, consapevoli del fatto che possono dare un contributo oltre che economico fiscale, perché se lavorano non sono più un costo, ma sono un beneficio per tutti noi, soprattutto in questo periodo dove la demografia ci sta dicendo tante cose. E lì dobbiamo fare una riflessione da cittadini, uscire dallo stereotipo dei social che ci dice: “Ah, chi ha commesso reato li chiudiamo dentro, basta queste cose” ma pensare a una dignità di persone, pensare a un’opportunità per tutte le comunità e dopo l’esperienza che sentiremo dopo ci farà capire che è un’opportunità per tutti noi.
MARIA ELENA MAGRIN
Grazie, grazie molte per tutti gli spunti che stanno emergendo e questo tema del richiamo alla società, alla società civile, sicuramente a chi la lavora, ma a tutti mi permetto di dire perché nominando anche tutti coloro che non sono adesso in carcere, sono fuori, questo richiama la responsabilità di tutti, la sensibilizzazione alla comunità civile, non soltanto a chi opera, perché è una responsabilità comune quella di farsi parte attiva per conoscere, per comprendere, per dare possibilità, per mettersi in gioco, per non sentirsi spettatori o coloro che possono indicare delle strade, ma comunque da un’altra parte. Questo credo che sia un messaggio importantissimo da recepire a coloro che sono qui e da riportare fuori perché ci sentiamo sempre dall’altra parte, per cui molto interessati a che qualcuno faccia, ma talvolta ci sentiamo estranei quando invece le persone sono a fianco a noi, perché nella maggior parte dei casi stanno espiando le loro pene fuori dal carcere, quindi sono dei nostri concittadini. Bene, a parte questo, molto il tema delle risorse umane, il capitale sociale e i capitali. Allora, in questo senso, chiaro, ci vogliono anche risorse economiche e allora lascio la parola su questo a Riccardo Capecchi, presidente della Fondazione Lottomatica, che è partner di diverse iniziative del privato sociale all’interno del mondo del sistema penitenziario, del mondo carcerario, per raccontarci che cosa si può fare, in che modo queste risorse economiche possono essere messe al servizio di questi bisogni. Grazie.
RICCARDO CAPECCHI
Grazie mille, grazie a tutti e io credo che si debba partire da un primo punto di riferimento. L’articolo più noto quando si parla di tematiche carcerarie è l’articolo 27 della Costituzione che parla dell’importanza della pena come elemento di riabilitazione. L’articolo 41 della Costituzione invece che fa riferimento all’impresa recita che l’iniziativa economica privata è liberae questa deve essere esercitata in condizione che non sia in contrasto con l’utilità sociale, con la sicurezza, con la libertà e la dignità umana. Se noi leggiamo questo articolo alla rovescia, non dal punto di vista negativo, ma dal punto di vista positivo, è chiaro che l’attività di impresa è un elemento essenziale per poter fornire quell’elemento fondamentale per la vita degli individui che sono sottoposti a pene detentive che è quello appunto del lavoro che diventa lo strumento di riabilitazione. Se diamo due numeri, come diceva Granata prima, la popolazione carceraria detenuta è intorno ai circa 60.000 persone. Di queste soltanto un terzo lavora, circa 20.000. Di questo terzo i 7 ottavi sono persone che vengono impiegate in favore dell’amministrazione penitenziaria, quindi che svolgono lavori erogati dall’amministrazione stessa. Rimane una quota assolutamente marginale, parliamo di circa fra le 2.500 e le 3.000 persone che svolgono funzioni in relazione ad attività erogate da soggetti che fanno libera impresa. Questo tema dobbiamo farci una domanda: “Perché i singoli soggetti imprenditori non utilizzano questa forza lavoro come risorsa buona per fare cose positive?” La domanda ha alcune risposte che sono alcune di natura burocratica, altre di difficoltà organizzative ed infine anche di tematiche di natura logistica. Però su questo un soggetto che è una fondazione costituita da un’impresa si deve interrogare e su questo abbiamo cominciato a ragionare su alcuni progetti. Abbiamo attivato un progetto insieme anche al viceministro Sisto, finalizzato a costruire un percorso di formazione di persone in stato di reclusione in fine pena con l’obiettivo che alla fine di questo percorso formativo queste persone venissero assunte in stato di detenzione, ma con la prospettiva di un’assunzione a tempo indeterminato post pena da alcune imprese. Questa è stata un’esperienza che noi abbiamo sviluppato negli ultimi due anni. Non vi nascondo che ci sono state una serie di difficoltà sia per motivi di natura logistica, come dicevo prima, sia per il fatto che spesso poi ciascun individuo per essere valutato come eleggibile a questo tipo di misure è sottoposto a una serie di valutazioni di soggetti diversi (dal personale dell’amministrazione ai magistrati che ne curano il processo detentivo attraverso l’attività di sorveglianza) e su questo abbiamo rilevato che vi sono degli elementi di complessità importanti. C’è poi il tema delle imprese sociali che in alcuni casi sono riuscite a realizzare una serie di attività, penso appunto alle imprese che sono qui intorno al tavolo, ma anche di imprese che si affacciano a questo tipo di attività e spesso non hanno le risorse. Noi crediamo molto semplicemente come impresa di mercato che ha costituito una fondazione e intende realizzare un processo di restituzione, si possano attivare delle iniziative come quelle che stiamo attivando con l’amministrazione penitenziaria volte a creare delle opportunità perché assumere una persona in stato di detenzione, assumere una persona messa alla prova, assumere una persona che ovviamente deve essere disponibile, non è un fatto di bontà. Come si dice managerialmente, questo è un byproduct, ovvero si fa anche del bene, ma se noi costruiamo un modello efficiente facciamo del bene alle persone, ma facciamo bene alle nostre organizzazioni. Facciamo del bene allo Stato, facciamo del bene alla collettività e incidentalmente creiamo anche un’opportunità e una prospettiva e una speranza per persone che, attraverso l’esperienza del lavoro, potranno essere messe nella condizione di scegliere quello che oggi non possono scegliere. Come diceva prima Granata, la strada è l’unica opportunità per qualcuno e allora per evitare che la strada sia l’unica opzione, dobbiamo scientemente e responsabilmente costruire dei modelli sociali in cui le opzioni siano multiple. Poi è chiaro che spetta all’individualità di ciascuno e al libero arbitrio di ciascuno scegliere di quale morte voler morire, quale strada e quale futuro volersi costruire, .ma noi che abbiamo in qualche modo un approccio alla vita positivo, dobbiamo ricordarci che questa cosa è una cosa possibile ed è un’opportunità che possiamo realizzare. Quindi in questo senso tentiamo di piantare dei semi, poi qualcuno cresce, qualcuno cresce meno, ma noi crediamo che ci siano grandissime opportunità e su questo vogliamo continuare a dare la nostra testimonianza.
MARIA ELENA MAGRIN
Benissimo, grazie. A questo punto lascio la parola al viceministro.
FRANCESCO PAOLO SISTO
Buongiorno a tutti, anzi buon pomeriggio e grazie per questo bell’invito che mi gratifica, gratifica molto il Ministero a cui appartengo e soprattutto mi dà la possibilità di parlare di un tema che molte volte viene affrontato dall’esterno, come se si guardasse dall’esterno all’interno di un istituto di pena. Bisogna fare esattamente il contrario. Bisogna guardare questo problema dall’interno del detenuto. Il nostro articolo 27 dice con chiarezza che le pene devono essere certamente afflittive, ma attenzione, devono tendere alla rieducazione. Questa tensione verso la rieducazione non ci deve mai abbandonare. Non è un concetto statico, non si fa mai abbastanza perché ci sia rieducazione. Ogni momento, ogni istante dell’esperienza interna agli istituti di pena deve vedere quella fiammella in fondo al tunnel perché il detenuto che uscirà dal carcere possa uscire dal carcere con una prospettiva, cambiato in meglio, quantomeno non peggiorato, ma con la possibilità di pensare che quando sarà fuori da quella soglia maledetta, quando l’ha varcata per quello che ha commesso, avrà comunque delle possibilità di essere degno di rientrare nel nostro sistema, nel tessuto connettivo sociale. Dice la Corte Costituzionale una bellissima sentenza, la 10 del 2024, quella sull’affettività carceraria, sancisce il diritto del detenuto ad avere una sua affettività. Guardate, l’affettività non è un dato secondario, come la salute, la tutela della salute. Il detenuto, il mondo del carcere… In altri termini… (io sono un penalista, ho fatto ora temporaneamente con la toga appesa al chiodo, ma l’ho fatto per oltre 40 anni). Il carcere non è un mondo diverso da quello esterno. Il carcere deve mantenere una sua dignità. La dignità significa il rispetto dell’umano e all’interno del carcere questo deve essere il punto di riferimento, il mantenimento della dignità dell’umano. Anche per il 41 bis, guardate, anche per coloro che si sono macchiati di gravi reati e comunque soffrono un regime di restrizione particolare, anche per quei soggetti, la dignità umana va sempre rispettata.
Questo è un discorso che qui in questa sede della Compagnia delle Opere mi sembra affronti direttamente il suo fulcro. È evidente che l’umanità, la parola umanità, deve assistere tutti coloro che lavorano all’interno e all’esterno dell’istituto di pena per garantire al detenuto una doppia non patologia negativa, scusate il bisticcio: lo sdegno e la depressione. Il detenuto che ha lo sdegno perché magari non viene curato, perché magari ha un modo di essere umano non perfettamente in linea con l’igiene minima, che vede mortificata la sua dignità, è incline alla rivolta. Il detenuto che è depresso perché non lavora, perché non ha sport, perché non ha…, va incontro a gesti autolesivi. Allora, sdegno e depressione sono i due fantasmi che noi dobbiamo esorcizzare in nome della parola dignità e il lavoro in questo è fondamentale. Gli sforzi del CNEL, ma gli sforzi di tutti gli amici che sono qui dimostrano come è necessario un gioco di squadra. È necessario che chiunque veda dall’interno del carcere la necessità di un’attività trattamentale lavorativa, unitamente, insisto, al diritto alla salute su cui le regioni hanno gravi responsabilità. La salute non dipende dal Ministero, dipende dalle regioni. Allora, il detenuto che si sente non curato, io ho assistito a scene apocalittiche, un detenuto che ha chiesto di essere curato dopo quattro mesi nessuno gli aveva detto né buongiorno né buonasera. Sono dovuto intervenire personalmente e pesantemente per redarguire quella struttura perché potesse rispondere a quell’appello. Capite? Quando io mi sento inascoltato perdo qualsiasi speranza e la perdita della speranza comporta poi quei gesti autolesivi a cui purtroppo troppo spesso assistiamo. Ma è evidente che qui ognuno deve fare la sua parte. Proprio qualche giorno fa, l’11 di agosto, il mio Ministero con una, direi, brillante intuizione dei nostri funzionari ha emesso un decreto, un decreto che finanzia per decine e decine di milioni progetti dei provveditorati regionali tesi proprio all’attività lavorativa. A Bari, che è la mia città, avremo un forno per panificazione e un forno per pasticceria. Nel carcere femminile di Trani ci saranno corsi per estetiste, per sartoria, tutta una serie di interventi non lontani anche … Perché voi capite bene, io non mi sottraggo alle responsabilità, noi abbiamo un fenomeno di sovraffollamento enorme, di difficile gestione, ma vanno affrontati e il sovraffollamento unitamente al trattamento, unitamente alla salute, è quello che deve contribuire necessariamente a rendere il rapporto detenuto-carcere più umano. Allora, che cosa facciamo per il sovraffollamento? Ripeto, questo recente finanziamento dà l’idea della cura che il Ministero ha nei confronti dell’attività trattamentale. Vi dico soltanto che sono previste anche delle ristrutturazioni di immobili demaniali per consentire a persone che non hanno un punto di riferimento di poter lavorare anche al di fuori della semplice realtà carceraria temporaneamente, un housing sociale con pagamento… insomma una serie di interventi importanti. Sovraffollamento. Primo, commissario per l’edilizia penitenziaria. Commissario per l’edilizia penitenziaria ha stilato un progetto che entro il 2027 ci dovrebbe portare un miglioramento di circa 9600 posti all’interno degli istituti carcerari, non soltanto per maggiore capienza, ma anche per risistemazione di quanto già esiste. In aggiunta al dato dei tossicodipendenti. Noi, i tossicodipendenti, riteniamo che sia giusto siano in strutture diverse rispetto al carcere, che possano essere curati. Un’altra iniezione di fiducia di migliaia di posti come l’intervento sulla custodia cautelare. Pensate che nelle nostre carceri noi abbiamo il 15-20% di gente che è in custodia cautelare. È proprio così necessario delle volte o si può pensare ad un criterio selettivo di maggiore giurisdizionalizzazione del criterio della custodia cautelare. Vedete, sono tutti interventi in cui il Ministero crede, che porta avanti con caparbietà e fatemelo dire, forse questo è il primo governo che se ne occupa davvero con consapevolezza, poi si può essere d’accordo, si può non essere d’accordo, qualcuno parla di liberazione anticipata da incrementare… Un tema su cui si può discutere e si discuterà quando magari queste idee e queste progettualità avranno dato adito a una maggiore capacità ricettiva delle carceri, ma fatemi dire una cosa in linea con questo incontro. Io sono convinto, lo dicevo prima, che le norme, gli interventi, le strutture da sole non facciano camminare il sistema carcerario. È necessario che ci siano uomini e donne che interpretino fedelmente la loro mission e che siano capaci anche con risorse, io ho visto delle cose straordinarie da parte di taluni direttori e direttrici di istituti che con poche risorse sono stati capaci di interventi importanti. Io credo che questo incontro di oggi mi convince che il gioco di squadra è fondamentale, ma un gioco di squadra che vede ciascuno di noi intimamente (e uso una parola che negli istituti di pena può sembrare eccessiva, ma non lo è), che spiritualmente interpreti il proprio ruolo, che sia capace di dare al proprio impegno qualche cosa che vada al di là del semplice sbarcare il lunario. Io credo che il sistema carcerario … dobbiamo entrare nell’idea che non è un mondo diverso rispetto a quello esterno, è la stessa realtà con privazione della libertà personale e con dignità. Da questo punto di vista il pragmatismo è fondamentale, quello che si fa, quello che si vuole fare. Ma credetemi, non si può affrontare il sistema carcerario senza capire la necessità di dignità di ciascuno di questi detenuti, senza provare, come io ho cercato di fare (giocare a calcio balilla con loro e sono fortissimi, imbattibili, non c’è niente da fare, non c’è nulla da fare, giocare a calcio balilla), provare a chiedere qual è la loro situazione personale, vedere negli occhi di una donna di Santa Maria Capua Vetere che era pasticcera e le ho chiesto: “Scusi, ma lei quanto deve scontare ancora?” “Tre anni”. “Ma sa, io sono tranquilla perché fra tre anni io mi aprirò una pasticceria”. Questo è il carcere che noi vogliamo cioè il carcere della speranza, il carcere della certezza della recidiva anche cinque (mi accontento) della “Recidiva zero”, ma una recidiva che in qualche modo convinca che siamo sulla strada giusta. Noi riteniamo di esserlo, riteniamo che quello che stiamo facendo può essere giusto, può essere utile e speriamo che questa nostra convinzione possa diventare realtà. Grazie.
MARIA ELENA MAGRIN
Grazie per questo intervento che ha portato a sintesi tanti degli elementi emersi e ce ne apre e ci dà lo spazio per un altro punto di lettura che adesso ci verrà introdotto attraverso l’esperienza di chi il carcere lo vive. Bisogna guardarlo da dentro. Lo vogliamo guardare anche noi da dentro, innanzitutto dando la parola a chi il carcere lo sta vivendo, lo vive e al tempo stesso ha avuto anche l’occasione di poter lavorare in carcere, lavorare presso la cooperativa Giotto. Ci piacerebbe proprio sentire questa esperienza, anche perché quello che è venuto fuori in tanti interventi, è questo richiamo alla dimensione del senso che apparentemente sembra quasi un’opzione ulteriore, cioè innanzitutto cominciamo a lavorare, cominciamo ad avere quel minimo di base di dignità economica, al senso penseremo dopo, come se fosse il lusso. Ce lo possiamo permettere noi che il lavoro più o meno ce l’abbiamo e allora, mentre per chi non ha proprio niente di cui vivere, innanzitutto diamogli il lavoro come base economica. Vorrei capire se questo è proprio vero, adesso lo ritraduciamo nel racconto di un’esperienza. Perché riprendendo… Mi sono annotata una frase che ho trovato nella bellissima mostra di CDO sul lavoro un po’ ripresa, un po’ rivista: “La finalità utilitaristica non è sufficiente nel lavoro. L’uomo cerca un orizzonte di senso”. Ce lo dice Eliot ma ce lo dicono poi tanti altri autori. Questo ci diceva adesso anche il viceministro. Chi sta in carcere non è diverso da chi sta fuori dal carcere, ce lo diceva anche Stefano Granata. Allora, è proprio vero? Per chi ha la fortuna di lavorare in carcere, che cosa vuol dire lavorare in carcere? Lascio la parola su questo a Simone Rampini, innanzitutto chiedendogli qual è stata la sua esperienza in carcere, come è arrivato al lavoro.
SIMONE RAMPIN
Io arrivo in carcere nel 2014, passo, vengo trasferito a Padova nel 2015 ad aprile.
MARIA ELENA MAGRIN
Più vicino al microfono.
SIMONE RAMPIN
Praticamente cosa succede? Avevo una lunga condanna, non è che hai in mente o l’idea che ti passi per la testa l’idea del lavoro. Il carcere all’inizio è TV, aria e basta. È già partita a carte. Poi cosa succede? C’è un giorno, fatalità, capitato in un momento fortunato nel male, ma capitato nel male, però un po’ di fortuna mi è girata che succede che faccio un colloquio con la cooperativa Giotto. Questo succede al carcere penale di Padova, però. Faccio un colloquio con la psicologa del lavoro, con l’addetta ai colloqui lavorativi della cooperativa. Mi interessa, mi danno, mi hanno dato quello stimolo, quella sicurezza, mi hanno proposto di fare una formazione prima. Mi hanno detto: “Guarda, c’è da fare, abbiamo una commessa grossa, devi fare un po’ di formazione, se la formazione va bene, se ti impegni proseguiamo quel discorso”. Fatto. Faccio la formazione. Premetto che non sapevo usare, non era un gran computer, non usavo tanto il computer, questo lavoro era proprio nel computer, non vi dico all’inizio un po’ un casino, però va bene dai, mi impegno, ci metto di tutto del mio. Passo la prima parte e allora mi fanno, mi dicono: “Va bene, siamo interessati a te come lavoratore e come persona, ti facciamo un contratto”. Ma io ho detto: “Vabbè, saranno i soliti contratti tra noi”, sai, tra noi detenuti o carcerati che sia, tra noi, “Vabbè, sono i soliti contratti truffa, è solito”. Insomma, noi siamo diffidenti, è normale. E invece no. Invece questo contratto è andato avanti per otto anni buoni, tutt’ora lavoro con loro. Adesso sono in regime di articolo 21, cioè l’istituto mi ha dato la possibilità di andare a svolgere il lavoro fuori sempre con loro e vuol dire che qualcosa devo avere trasmesso io a loro e loro hanno trasmesso a me, penso, no? Perché sennò non credo sia, il rapporto è durativo. Per adesso va bene, domani mi dicono però magari no. Dai, scherzo.
MARIA ELENA MAGRIN
E quindi questo impegno lavorativo ha trasformato l’esperienza in carcere, il rapporto con la famiglia, ci sono state delle… che differenza c’è stata, insomma, in questo nuovo modo di vivere il momento della …?
SIMONE RAMPIN
Allora, intanto bisogna capire una cosa. Il carcere sono tre metri per tre con le sbarre, quello è il carcere, poi hai l’aria, hai l’ora d’aria e hai le partite a carte. Questo è il carcere che se vuoi lo fai, sei libero, nessuno ti obbliga, nessuno ti obbliga di alzarti la mattina alle sei, alle cinque, alle quattro, alle otto e fare le cinque, sei, sette, otto ore di lavoro. Non ti obbliga nessuno. Nessuno viene là a dirti: “Vuoi fare così? Fai così. Vuoi stare a giocare a carte? Puoi farlo”. Però diventa un po’ più pesante. Cambia anche il discorso rapporto famiglia perché per una persona che ha una certa età come me, che io magari sono vecchiotto, non chiedere niente ai familiari, ma riuscire a comunque a gestire e a autogestirsi il danno, quello che non chiedere niente a casa è una roba fondamentale, non chiedere niente a nessuno, non sei di peso a nessuno, che è una roba per una persona è già alzare la testa e sembra poco, però dopo magari di nascosto le chiedo sempre, però va bene, qualcosa mi mandano, qualche pacco me lo mandano sempre, però scherzi a parte, è una roba importantissima quella lì. E dopo il rapporto con i familiari è importante perché ti vedono diverso. È una roba importante da capire quella lì.
MARIA ELENA MAGRIN
Un esempio su questo, cosa si intende “ti vedono diverso”? Se posso chiedere poi.
SIMONE RAMPIN
Sì, si può chiedere tranquillamente … Perché … ti vedono meno, sei meno stressato, meno cattiverioso, non cerchi mai … perché il problema di tanti il problema del carcere è che siamo dentro, siamo in un padiglione, tante etnie, tante culture, tanti modi di ragionare e un attimo può succedere quello che magari non dovrebbe mai succedere. Se hai qualcosa da perdere non vai a cercare quell’attimo che succeda, lo eviti. È fondamentale. Ciò fa essere più sciolto, più tranquillo. Quando vai al colloquio, non sei agitato che batti: “No, ma hai sentito l’avvocato qua”. Lo chiedi sempre: “Hai sentito l’avvocato”, che l’avvocato è la prima cosa che chiedi, però dopo magari parli anche ti chiedono anche “Ascolta, ma come va il lavoro?” E quello è, ma che sono quelle frasi che cambiano con la possibilità di avere un lavoro sicuro e stabile, quello è fondamentale e dignitoso.
MARIA ELENA MAGRIN
Grazie.
SIMONE RAMPIN
Niente.
MARIA ELENA MAGRIN
Volevo chiedere adesso a Gianluca Chiodo se può raccontarci di altre esperienze di questo tipo, ma prima volevo congedare e ringraziare per la sua partecipazione e per il suo intervento Emilio Minunzio, che per i nubifragi che hanno allagato tutte le strade di Rimini ha necessità di lasciarci. Grazie mille. Grazie.
E allora, intanto noi proseguiamo chiedendo a Gianluca Chiodo se l’esperienza di Simone Rampin è l’esperienza anche di altri, che cosa vuol dire un buon lavoro. Perché un conto è dare lavoro e un conto è dare un buon lavoro. Cosa si intende per questo? Quali altre esperienze possiamo riportare?
GIANLUCA CHIODO
Sì, l’esperienza di Simone è un’esperienza che noi abbiamo visto in tanti dei nostri detenuti che hanno lavorato con noi in questi anni. Il lavoro che noi proponiamo è innanzitutto un patto di fiducia, chiamiamolo così. È l’inizio di una relazione dove noi proponiamo di camminare assieme, però deve avere due caratteristiche, altrimenti non funziona. La prima caratteristica è che deve essere un lavoro vero, deve essere un lavoro serio, strutturato e credibile che vuol dire che ci vuole un contratto di lavoro, un capo, dei colleghi, degli orari di lavoro, uno stipendio a fine mese. È scritto anche nell’ordinamento penitenziario, non a caso l’articolo 20 di una legge del 1975, dice che: “L’organizzazione e i metodi del lavoro penitenziario devono riflettere quelli del lavoro nella società libera”. La seconda caratteristica è che deve essere un lavoro sfidante, un lavoro dove si è chiesto impegno, fatica, collaborazione e deve essere un lavoro fatto bene, perché il lavoro fatto bene, un lavoro quindi vero, è la possibilità per la persona di prendere coscienza di sé, cioè di capire che la persona ha un valore che va al di là di quello che del suo passato, di tutto quello che può aver commesso in precedenza, senza quindi essere definito dai limiti e dalle colpe. Uno può dire con soddisfazione: “Questo l’ho fatto io”. Questo è quello che cambia, questo è quello che genera. Quindi un lavoro vero è un lavoro impegnativo, un lavoro di qualità. Queste sono le due caratteristiche. Quando ci sono queste due caratteristiche la persona può iniziare a guardare il futuro dentro una prospettiva diversa perché cambia mentalità. Tra parentesi: sono percorsi difficilissimi, non son percorsi, non è mai una poesia, sono percorsi difficilissimi fatti di tanti errori e tante cadute, però sempre con la possibilità di ripartire. Appunto, quando ci sono questi elementi, la persona può guardare a sé dentro una prospettiva diversa, che è quello che diceva prima il viceministro. A me piace ricordare una frase che ha scritto un po’ di anni fa un nostro detenuto che insieme ad altri hanno preso carta e penna, perché l’email chiaramente non si può, e hanno scritto al Presidente della Repubblica Ciampi all’epoca e al Papa Benedetto XV. Leggo quello che avevano scritto due righe: “Occorre che pur pagando quello che ognuno di noi deve pagare, ciascuno sia aiutato a guardare a una prospettiva e ricordatevi che quando ci si rende conto del male fatto non si vorrebbe più finire di scontare la pena e anche quando la si è finita di scontare il dolore che rimane nel cuore è grande.” Questo è il frutto di un cambiamento di sé.
MARIA ELENA MAGRIN
Cambiamento di sé. Il lavoro modifica l’uomo, ci dice Mounier.
Su questo chiedo una battuta finale anche ai nostri ospiti per la loro esperienza, in modo particolare magari chi lavora anche sul campo, per cui Stefano Granata e chi vuole intervenire proprio per documentarci o per suggerire nella loro esperienza questa dimensione del lavoro che va oltre l’aspetto strettamente economico e come avete visto nelle vostre esperienze concrete, fiorire o perlomeno evidenziarsi mattoni nuovi in questo deserto di esperienza. Prego.
STEFANO GRANATA
Allora, io, avendo ascoltato Simone in particolare, vengo rafforzato nella mia convinzione, ovvero che, in un contesto di questo tipo, il buon lavoro è una risorsa che rafforza le persone che sono in stato di detenzione, che sono state in disagio con la giustizia, e rafforza le imprese. Questo punto di vista è un punto di vista che deve diventare sempre più una consapevolezza nei sistemi organizzati che producono lavoro perché fanno impresa. In un contesto come quello del Meeting, in un contesto come Compagnia delle Opere, credo che sia importante lavorare per creare delle testimonianze. Lancio un appello che stiamo discutendo con Stefano Gheno da qualche mese, ovvero perché non chiamiamo a raccolta tutti quelli che hanno voglia di fare e fare progetti che magari per motivi diversi non hanno ancora cominciato a farlo e possono mettere un pezzo della propria attività imprenditoriale con una logica di “cerchiamo forza lavoro” anche in quei posti dove non l’andremmo a cercare Perché quella non è la riserva indiana di un gruppo di imprese o di un gruppo di appassionati o di impallinati. È un luogo dove ci sono persone che per motivi vari hanno fatto dei percorsi diversi, ma probabilmente sono super motivati a fare delle cose e quindi per la nostra realtà di impresa possono essere un valore vero. Questo è l’appello che vi faccio e che possiamo provare a discutere anche nei prossimi giorni.
STEFANO GRANATA
Ma io credo che i contenuti li abbia già detti nel passaggio prima. Racconto una piccolissima esperienza, però che funziona un po’ di paradigma. Cosa vuol dire essere impresa a tutti gli effetti e soprattutto togliere lo stigma dalle persone. Una delle nostre cooperative, parlo di una (dove sono nato io come cooperatore) che è una cooperativa di inclusione lavorativa che è Spazio Aperto a Milano, nessuno lo sa, però chi è milanese sa bene di cosa sto parlando (ovviamente prima del Covid, perché il Covid ha messo in discussione il car sharing) gestiva totalmente, aveva partecipato al bando e l’ha vinto di Car to Go. Nessuno sapeva che Car to Go era gestita da una banda di scappati di casa. Cosa vuol dire? Che nelle squadre che lavoravano nella gestione delle auto riposizionamento, era esclusivamente fatto di detenuti in misure alternative, di persone con problemi psichiatrici e disabilità. Non lo sapeva neanche (e qui mi posso concedere il lusso perché poi ne hanno fatto ovviamente documentazione certificazione di vario titolo) la Mercedes che dopo otto mesi di azione della gara e di inizio della gara è venuta in Italia, ha fatto le visite del caso e gli si è aperto un mondo, si è accorta che il servizio che funzionava, ha detto: “Non avrebbero mai pensato che…” e sono state presentate le persone, una compagine che nel sentire comune ho chiamato non a caso “scappati di casa”, che gestivano in maniera scientifica alla Svizzera, neanche alla tedesca, il servizio. Ma qual è il vero beneficio? Che Mercedes ha colto in pieno questa cosa. L’Italia era la prima sperimentazione del Car to Go, poi Mercedes ha portato in tutta Europa. Quando ha aperto alla Spagna, a Barcellona, a Madrid il servizio, ha inserito nella clausola del bando che c’era una premialità per le imprese sociali che avrebbero inserito persone in situazione di fragilità. Vuol dire rompere il fronte, cioè passare da una parte di dire “questo è un problema” e trasformarlo in un’opportunità, diventa un beneficio per l’intera comunità, crea ricchezza per tutti oltre che per le persone e crea un’integrazione che sarebbe inaspettata, ma questo è il vero passo, togliere il pregiudizio.
MARIA ELENA MAGRIN
Grazie molto.
FRANCESCO PAOLO SISTO
Bene, tocca a me dire qualche cosa. Vorrei soffermarmi su un tema che ha affrontato Simone cioè quei detenuti che preferiscono giocare a carte, preferiscono alzarsi a qualsiasi ora, preferiscono vivere il carcere nel suo modo più inerte. Qui la responsabilità non è soltanto di coloro che scelgono questa non vita, ma di coloro che magari non li mettono nelle condizioni di capire l’importanza dell’attività lavorativa, dell’attività trattamentale. Qui c’è la necessità di percorsi formativi che mettano coloro che sono all’interno degli istituti nelle condizioni migliori per far capire al proprio interlocutore. Guardate, nel 1952 un tale Eugenio Perucatti andò a dirigere il carcere di Santo Stefano di fronte all’isola di Ventotene. Un uomo che ha rivoluzionato quel drammatico istituto. Pensate che si è anche inginocchiato davanti ai detenuti per dare loro l’idea di come il suo scopo fosse quello di rispettare l’umanità. Io credo che questa capacità di meritarsi il rispetto e la fiducia del detenuto sia assolutamente fondamentale, cioè far capire al detenuto che il percorso trattamentale è nel suo interesse. Ripeto, lo dice la Corte Costituzionale, noi abbiamo l’obbligo di dare percorsi rieducativi, il detenuto però deve aderire a questi percorsi convintamente perché se non aderisce convintamente poi il beneficio che gli deriva dal trattamento ovviamente lo perde. Quindi si richiede un’attività contrattuale obbligatoria per lo Stato, ma l’adesione, come nel caso di Simone, a questi percorsi deve essere chiara, totale, senza nessuna possibilità di sconti. Anche la giustizia riparativa, di cui io mi occupo al Ministero, è un altro passaggio importante. Parlavo di spiritualità. La riconciliazione fra autore del reato e vittima, il tentativo di trovare all’interno di questo rapporto drammatico un punto di convergenza successivo al crimine. Vedete quante opportunità, quante situazioni ci sono per fare del crimine, diceva bene Simone, un momento di crescita successiva di colui che l’ha commesso e metterlo nelle migliori condizioni di tornare nella società. È uno sforzo costante, comune. Come può ciascuno di noi contribuire a questo? Io qui sono perfettamente d’accordo, trasformando il pregiudizio in opportunità, parlando del carcere non come un luogo di segregati, non come un luogo patologico, ma provando a capire che è un luogo di recupero. Questa è la filosofia dell’articolo 27 della Costituzione: un luogo di privazione della libertà, ma che nella seconda, non meno fondamentale parte dell’espiazione della pena, vede il recupero, la rieducazione, la riabilitazione, chiamatela come volete, come punto fondamentale, ineliminabile della sanzione penale. Questo ce l’hanno insegnato i nostri maestri e questo noi dobbiamo cercare di portare avanti sia con dei provvedimenti pragmatici, ma torno a dire con una grande spinta individuale e spirituale che a mio avviso costituisce la vera soluzione, il vero antidoto a quelli che sono i problemi del carcere.
MARIA ELENA MAGRIN
Grazie. Bene, siamo in chiusura. Solo una parola finale. Mi sembra che alcuni elementi … sono tantissimi gli elementi che sono emersi, gli spunti di lavoro per lavorare su questo tema dove c’è tantissimo da fare, dove davvero tutti i soggetti che possono mettersi in campo lo devono fare perché la strada è ancora molto lunga. Però volevo chiudere riprendendo anch’io un spunto che ci ha dato Simone e che è stato anche adesso ripreso, e cioè quando un po’ in battuta adesso: “Ognuno è libero in carcere di scegliere”- dice – “Beh è libero fino a un certo punto”. Però invece è proprio così perché neppure la spinta utilitaristica anche è vero a volte non c’è, manca l’opportunità, ma anche di fronte all’opportunità ci si può sottrarre. Allora il punto è davvero che cosa muove una spinta verso un cambiamento non di vita, ma innanzitutto di prospettiva sul presente, sul presente della pena. Il valore lavoro per sconta la pena, non per un domani, ma per un oggi. E lì davvero laddove tutte le realtà, non solo quelle che si occupano di lavoro, ma tutta la realtà di volontariato, le realtà sociali, le persone che possono in tanti altri luoghi, c’è stato testimoniato questo, riportare quel punto di fiducia, di speranza, di ipotesi positiva che può combattere la diffidenza. Quello credo che sia il punto che poi potrà agganciare la formazione, che potrà agganciare una tenuta sul lavoro, perché bisogna riconquistare innanzitutto la fiducia in una possibilità dentro la pena, mentre si sconta la pena, allora anche il lavoro potrà diventare strumento di modifica e potrà diventare un punto di desistenza per arrivare alla “Recidiva zero”. Altrimenti temo che anche il confronto con quello che è la fatica del lavoro e la retribuzione del lavoro che noi potremmo garantire a chiunque potrebbe non essere competitiva con altre forme di sostentamento già sperimentate al di fuori. Allora, ci vuole proprio una nuova visione, una nuova speranza, ci vogliono mattoni nuovi.
Con questo ringrazio tutti e sollecito tutti quanti a mettersi al lavoro già da subito per sostenere la realtà del Meeting, per sostenere la realtà che ci consente di avere incontri come questi donando al Meeting. Trovate i “Dona ora” lungo tutti i corridoi. Sono contraddistinti da un cuore rosso e abbiamo anche la possibilità, essendo il Meeting un ente del terzo settore, di usufruire di detrazioni fiscali. Quindi speriamo di poterci rincontrare al Meeting anche grazie al vostro contributo il prossimo anno. Grazie a tutti per la partecipazione.










