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London Encounter, dalla nostra inviata

Monica Bianchini Massoni ci racconta il Meeting inglese

London Encounter: a seguirlo per noi c’era Monica Bianchini Massoni, responsabile International Meeting Point, l’hub di tutti i visitatori esteri del Meeting. Ecco il suo racconto.

Si è svolta sabato 3 novembre, a pochi passi dalla Cattedrale di Saint Paul, in una centralissima Londra, la V edizione del London Encounter, con titolo “The Human Being: a paradox of freedom” (L’essere umano: un paradosso di libertà). Il tema centrale della giornata, attorno al quale si snodavano tutti gli appuntamenti in programma, è stato la libertà, e la sua declinazione negli ambiti più importanti della vita di ciascuno di noi.

«Oggi predomina l’idea che libertà significhi vivere a mio gusto. È questa vera libertà?» Con questa domanda, posta all’inizio del primo incontro dall’arcivescovo Rowan Williams, già primate della Chiesa Anglicana, si apre il dialogo sul significato più profondo e sulla natura stessa della libertà. George Corbett, docente di teologia e arte all’università di St. Andrews, nota come apparentemente il Cristianesimo e i suoi dettami coincidano con l’opposto della libertà. Afferma però che è proprio obbedendo al volere di Dio che l’uomo raggiunge la pienezza della sua libertà, ed è esattamente questo il paradosso della libertà: la libertà cristiana è coerente perché è il legame con Dio che ci guida che la rende possibile. Aleksandr Filonenko, professore di teoria della cultura, filosofia della scienza e teologia presso l’Università Statale di Kharkov, collega poi il tema della libertà alla figura del metropolita Antonij di Surož, che ha accettato l’esilio come ennesima chiamata di Dio ad una nuova vita. La sua vita infatti, come ben spiegato dalla mostra allestita all’interno della sala conferenze, è la storia della progressiva perdita di tutto e della scoperta della periferia del mondo nel cuore dell’Europa. Ma il suo destino sarebbe stato quello di trasformare la tragedia in una nuova vita, concependo la propria condizione come una semina voluta da Dio: «Il Signore ci ha presi come una semente, e ci ha sparsi per tutto il mondo». La libertà umana è vista come dono di Dio. «Il Metropolita apparteneva alla generazione alla quale Dio ha concesso di perdere tutto purché fosse preservato il dono della libertà», dice il filosofo.

L’ultimo intervento è riservato all’esperienza di Heather Richardson, co-direttrice del St Christopher’s Hospice di Londra e specialista in cure palliative. «È possibile la libertà a fine vita, cioè proprio quando le scelte e l’autonomia sembrano venire meno, e quando gli orizzonti diventano sempre più ristretti? Secondo la mia esperienza, il concetto di libertà è un elemento molto importante per una buona morte», afferma la relatrice. Nonostante tutte le limitazioni può esserci libertà; è questo ciò che emerge dal dialogo (mai facile, ci tiene a sottolinearlo) con pazienti e parenti. «Il suggerimento per tutti noi è quello di vivere ogni giorno con la consapevolezza di chi ha potuto prepararsi alla fine della sua vita: vivere cioè consapevoli dell’importanza dei rapporti e di concetti quali il perdono». In conclusione, viene sottolineato come la tendenza attuale a scappare dalla realtà e dalla morte, dalle relazioni e dalle situazioni difficili, ci ricorda che essere liberi senza stare attaccati alla realtà è impossibile. «La nostra libertà si gioca qui ed ora, e dobbiamo esserne grati«, afferma l’arcivescovo Williams. Sullo sfondo del palco, l’immagine della mano di un bimbo stretta a quella del padre, a sottolineare il legame tra libertà e dipendenza.

Nel pomeriggio, la seconda tavola rotonda dal titolo: Freedom and work: can they coexist? (Libertà e lavoro: possono coesistere?). Nel mondo attuale, pieno di incertezza e competizione, è possibile fare esperienza di una pienezza reale anche nel mondo del lavoro? Vengono qui condivise le esperienze di Tom O’Connor, amministratore delegato di Providence Row, un’opera di carità per i senzatetto attiva a Londra, di Stefano Sala, amministratore delegato del gruppo PER, e di Richard Solomon, presidente del London Encounter. La discussione non ha alcuna pretesa di arrivare a soluzioni o ad istruzione per l’uso; l’intento è semplicemente quello di offrire spunti per poter riflettere sulle ragioni e sullo scopo stesso del lavoro, per non soccombere alla schiavitù dei soldi o alla paura del fallimento.

La seconda mostra che viene allestita all’interno della sala conferenze, ha come soggetto un altro paradigma di libertà in situazione di apparente contraddizione: David Jones, poeta e pittore inglese che partecipò alla prima guerra mondiale. Il centesimo anniversario della fine della Grande Guerra è occasione per chiedersi se la libertà fosse possibile anche nel momento di maggiore dolore e pericolo all’interno delle trincee. È proprio con alcune poesie tratte dal suo poema epico Tra Parentesi, che la mostra fa rivivere, accanto all’orrore della guerra, lampi di profonda umanità, tenerezza e solidarietà tra commilitoni. »È possibile fare esperienza di libertà anche tra i muri delle trincee, se uno ha chiaro che ogni momento è carico di bontà. […] La libertà sta nel riconoscere ciò che di buono c’è. «

L’evento si conclude con la rappresentazione teatrale del più grande inno alla libertà che sia mai stato scritto: La leggenda del grande inquisitore, racconto inserito all’interno del V capitolo dei Fratelli Karamazov. Il dramma è stato magistralmente interpretato dagli attori, con l’accompagnamento di una scenografia attenta e precisa. Nella Siviglia del ’500, ai tempi dell’inquisizione, Cristo fa il suo ritorno sulla terra e viene imprigionato dal Grande Inquisitore, che lo accusa di eresia. Egli infatti, sinceramente convinto di agire nel bene, accusa il Cristo di aver esasperato l’ideale evangelico di libertà, troppo duro da sostenere per la maggior parte degli uomini, condannati così all’infelicità: «[…] Non volesti rendere schiavo l’uomo con un miracolo, perché avevi sete di una fede nata dalla libertà e non dal miracolo. Avevi sete di amore libero […] Noi li convinceremo che saranno liberi soltanto quando rinunzieranno alla loro libertà e si sottometteranno a noi». La libertà del Cristo sembra qui opposta ai comuni criteri odierni: agli attacchi verbali del Grande Inquisitore il Cristo tace, mansueto, in posizione di totale ascolto. Tuttavia non appare per nulla sconfitto. È questo che scompiglia le convinzioni del Grande Inquisitore, appesantito dal suo silenzio. L’unica risposta del Cristo è un bacio, che scaturisce in un fremito e un sussulto nella figura del vecchio inquisitore: »Il bacio gli arde nel cuore, ma il vecchio persiste nella sua idea».

A fine giornata, tutti gli eventi vissuti all’interno del London Encounter sembrano chiederci: abbiamo il coraggio di scegliere la libertà che ci offre Cristo oppure preferiamo il quieto vivere di chi consegna la propria libertà a guide che si prendano questa responsabilità al posto nostro?

Monica Bianchini Massoni