VALORIZZARE I TALENTI. INTERGRUPPO PARLAMENTARE PER LA SUSSIDIARIETÀ

Partecipano: Federica Chiavaroli, Senatrice della Repubblica Italiana; Matteo Colaninno, Deputato al Parlamento Italiano; Stefano Dambruoso, Deputato al Parlamento Italiano; Dario Nardella, Deputato al Parlamento Italiano. Introducono Guglielmo Vaccaro, Deputato al Parlamento Italiano e Raffaello Vignali, Deputato al Parlamento Italiano.

 

VALORIZZARE I TALENTI. INTERGRUPPO PARLAMENTARE PER LA SUSSIDIARIETÀ
Ore: 17.00 Sala Neri
Partecipano: Federica Chiavaroli, Senatrice della Repubblica Italiana; Matteo Colaninno, Deputato al Parlamento Italiano; Stefano Dambruoso, Deputato al Parlamento Italiano; Dario Nardella, Deputato al Parlamento Italiano. Introducono Guglielmo Vaccaro, Deputato al Parlamento Italiano e Raffaello Vignali, Deputato al Parlamento Italiano.

GUGLIELMO VACCARO:
Grazie a tutti, un’apertura da ricordare. Vi abbiamo seguito insieme, avete scelto di essere qui con noi oggi, per l’annuale appuntamento, questa volta tremendamente anticipato al 18 agosto, dell’incontro che l’Intergruppo per la Sussidiarietà promuove all’interno del Meeting e che io e Raffaello Vignali abbiamo il compito di introdurre. In questo caso io parlo e introduco e Raffaello conclude, prendendo il testimone dal lavoro che hanno fatto negli anni passati Enrico Letta e Maurizio Lupi. Era da tempo che io e Raffaello volevamo dare una mano più decisa al lavoro dell’Intergruppo per la Sussidiarietà; per convincere Letta e Lupi a fare altro, abbiamo dovuto chiedere loro di fare il Presidente del Consiglio e il Ministro dei Trasporti e delle Infrastrutture, non so quante altre deleghe abbia Maurizio.
E’ una battuta per salutarli e per ringraziarli di tutto quello che hanno fatto portandoci fin qui quest’oggi e per quello che loro sono chiamati a fare al governo del Paese, a una responsabilità enorme in un momento particolarissimo, una responsabilità che l’Intergruppo per la Sussidiarietà intende accompagnare, stimare, sostenere, con il lavoro da fare in Parlamento. Questa la nostra missione, questa la nostra preoccupazione, a partire da alcune questioni che fin dall’inizio di questa legislatura con Raffaello e tutti gli amici che fanno parte del comitato promotore – alcuni dei quali oggi qui li vedete, li ringrazio per la partecipazione, molti altri seduti in prima fila, o comunque collegati idealmente a questa iniziativa – abbiamo scelto, questioni che sono poi quelle dell’agenda di governo: i giovani e l’Europa. Oggi parleremo di giovani, di talenti in movimento. Ne ha parlato all’inizio del suo messaggio il Presidente della Repubblica, quando ci ha ricordato che bisogna varcare i confini, diventare a tutto tondo un Paese che mobilita i propri talenti, li manda in culture nuove da incrociare, come è accaduto per tanti di noi anche con l’Erasmus. E l’ha ripreso Enrico Letta, rispondendo alla domanda di Matteo, in conclusione del suo intervento. Parliamo di talenti in movimento, ne parliamo presentando un’iniziativa di legge che il Parlamento dovrà valutare nei prossimi mesi, nel solco di quello che è stato fatto nella passata legislatura, con la legge già approvata nel Progetto Controesodo, che aveva proprio la prima firma di Enrico Letta e di Maurizio Lupi. Abbiamo tanto da dire, tanto da fare, proseguiremo poi incrociando l’altro grande tema, l’altra grande questione, quella di cui in maniera magistrale ha parlato Giorgio Vittadini quest’oggi: l’Europa, l’Europa che vogliamo, l’Europa che possiamo contribuire a costruire soprattutto dando ai giovani il senso di questa missione. Una missione carica di un protagonismo che può incentivare il desiderio e la speranza con l’idea che ci possa essere una memoria del futuro, come dice Papa Francesco nell’Enciclica che ci ha appena consegnato. Questa speranza, che dobbiamo alimentare, nell’idea di Europa, di Europa futura che i nostri giovani possono costruire, deve fare capo necessariamente anche all’agenda di Governo, alle scelte che il Parlamento sarà chiamato a fare in vista del semestre di Presidenza italiana del Consiglio. Siamo tutti impegnati, ne parleremo in un seminario autunnale, questo per darvi l’idea dell’inizio del lavoro dell’Intergruppo in questa legislatura, legislatura che non è scontata nell’esito, come tutti sappiamo, e che non ci consentirà di stare tranquilli. Voglio fare anche una citazione di Giussani: “Vi auguro di non essere mai tranquilli”. Ecco, noi parlamentari in questa legislatura non potremo mai essere tranquilli, e quindi siamo nella condizione ideale per fare bene. Ci sono diversi interventi. Seguiremo un ordine alfabetico, con lo sguardo e il cuore rivolto al destino delle giovani generazioni, che, come ricorda un rapporto, il “Rapporto giovani” che ha curato l’Istituto Toniolo, rapporto giovani su internet, non si riconoscono più in maniera classica nella destra e nella sinistra, anzi addirittura la maggioranza è quella che va oltre le distinzioni più note e, fra virgolette, schematizzate. A questo mondo noi dobbiamo parlare; ci sta riuscendo benissimo Papa Francesco: in pochissimi mesi ha conquistato questo desiderio di guida e di riferimento che hanno i ragazzi. Abbiamo il dovere di accompagnare questo lavoro di crescita, con la prospettiva dell’Europa che vogliamo costruire. Oggi ne parliamo grazie a tanti amici che sono qui, li ringrazio tutti, Matteo Colaninno alla mia destra, Stefano D’Ambruoso, Dario Nardella, la senatrice Federica Chiavaroli, l’unica credo, nonché unica donna; dovremmo anche qui bilanciare, perché devo scusare, lo dico, l’assenza di Mariastella Gelmini, che non è potuta partire stamattina per una esigenza familiare. La salutiamo e ringraziamo, così come rinnovo il ringraziamento a tutti i colleghi e promotori e Parlamentari presenti, per quello che insieme potremo fare di buono in questa legislatura e che speriamo di poter resocontare come ci hanno insegnato negli anni passati Maurizio, Enrico, e tutti gli altri colleghi di anno in anno qui al Meeting per l’amicizia tra i popoli. Grazie e buon lavoro. Cedo subito la parola a Matteo.

MATTEO COLANINNO:
Grazie e buon pomeriggio a tutti, anche da parte mia. Per me è un grandissimo piacere oltre che un onore essere oggi qui al Meeting di Rimini, aver potuto ascoltare l’apertura del Presidente Letta e il discorso, messaggio che ci ha inviato il Presidente della Repubblica. Saluto tutti gli amici presenti, il Ministro, i Presidenti di commissioni, Parlamentari, colleghi e soprattutto tutti quanti voi che fate del Meeting una realtà straordinaria e unica al mondo. E’ oggi per me un ritorno, sono stato qui nel 2005 o nel 2006, non ricordo bene l’anno, ma allora ero il Presidente dei giovani di Confindustria, in quegli anni tra l’altro, presentavamo un convegno sull’economia che aveva come titolo “L’economia dell’uomo”, in una fase in cui la globalizzazione già iniziava a segnare, senza evidentemente avere ancora acquisito quello che poi sarebbe accaduto, una nuova era del mondo che poi ha attraversato questi anni così pesanti dal punto di vista economico-sociale. Quest’anno sono ritornato invitato dall’amico Vaccaro e da Raffaello Vignali, quindi vi ringrazio veramente di cuore. Faccio anche parte dell’Intergruppo per la Sussidiarietà, l’intergruppo parlamentare a cui sia Enrico Letta che Maurizio Lupi e tutti gli altri amici, all’inizio della mia esperienza parlamentare nel 2008, mi hanno fatto partecipe ed è stata una, lo voglio testimoniare a tutti quanti, magari non lo conoscono da vicino, una esperienza estremamente positiva, un’esperienza importante, che abbiamo vissuto e che ho vissuto in un momento particolarmente delicato. Nel 2008, comunque, eravamo già in una fase di antipolitica molto spinta, di scontro quotidiano esasperato tra le forze politiche, e questa esperienza era invece il momento in cui si poteva testimoniare un rapporto diverso anche tra concorrenti o tra avversari politici. Siamo arrivati ad un punto ancora più delicato, dove l’antipolitica è quasi arrivata a diventare un rigetto della politica per una parte importante degli Italiani, e quindi a mio giudizio la possibilità di continuare, di perpetuare questa esperienza di Intergruppo parlamentare per la Sussidiarietà, ha un valore che, al di là della esperienza umana che personalmente mi ha arricchito molto, credo possa essere molto importante e molto utile anche in una svolta, in quella che dovrebbe essere una svolta, che oggi il Presidente del Consiglio Letta ha tracciato nel suo discorso. Il momento che più mi ha emozionato – “Nessuno interrompa quello che l’Italia, quello che il Governo italiano sta facendo in nome del bene comune”, riprendendo anche un passaggio di Giorgio Vittadini nella sua relazione introduttiva – trova anche nei valori, in parte dei valori dell’Intergruppo un ancoraggio essenziale fondamentale. Venendo ai talenti, qui ci sono alcuni degli autori di quella che possiamo chiamare una svolta, una grande discontinuità: lo stesso capogruppo della Sussidiarietà, lo stesso Presidente Letta se ne è occupato forse per primo tra i primi del Parlamento italiano; lo stesso Guglielmo Vaccaio. Ora, fino al 2012 quando la Legge sul Controesodo è diventata effettiva, fino a quel punto l’Italia non ha mai scelto di valorizzare i propri talenti, questa è la verità dei fatti, perdendo molti anni rispetto alla consapevolezza e alla capacità che hanno avuto altri Paesi. La “fuga dei cervelli” è continuata a dei ritmi spaventosi, centinaia di migliaia di talenti che tra il 2000 e il 2013 se ne sono andati dal nostro Paese. I picchi più alti, pensate, proprio dalle esperienze universitarie più elevate del nostro Paese. Un dato che mi ha colpito riguarda il confronto tra il numero di talenti che è uscito dal nostro Paese con lo sforzo della collettività per formarli. Sono i dati che individuano centottanta milioni di euro l’anno che l’Italia perde nel bilancio tra il costo della formazione per formare questi talenti e l’emorragia e l’esodo di queste persone che scelgono di andare altrove. Ogni scienziato, un altro dato che mi ha colpito, che se ne va, vale per circa sessanta milioni di euro per il Paese che lo ospita e i nostri venti migliori scienziati in giro per il mondo hanno prodotto un valore di brevetti di circa novecento milioni di euro. Sono alcuni dati per dire che questo è un tema, un problema competitivo del Paese, ripeto, che l’Italia, fino all’impegno dei nostri amici, ha sottovalutato e ha completamente tralasciato. Io dico però anche questo, che secondo me è ora di smettere di colpevolizzare anche i ragazzi che scelgono il mondo, che scelgono di andarsene. Non credo che la retorica negativa nei confronti di questi ragazzi che decidono di impegnarsi nel mondo perché vedono una minor opportunità del Paese debba essere vista come una propensione sbagliata. Per due ragioni: la prima, perché alla fine, un po’ di eccellenze, di cervelli, di grande potenziale italiano in giro per il mondo, in una fase che porterà una terza era globale, non guasta; molte imprese, molte aziende dovranno essere in grado di adattarsi a questa nuova era globale e molte aziende oggi lamentano il fatto che parte dei nostri migliori talenti possano costituire anche una grande opportunità per l’Italia nel mondo. E secondo, non li colpevolizzerei affatto, perché non è assolutamente in loro la colpa da ricercare, ma piuttosto in una capacità del Paese di accorgersi, come La legge del Controesodo ha fatto, che questa è una battaglia politica importante, che fino ad ora il Paese ha perso, e su cui oggi deve metterci la nostra capacità di invertire questa dinamica e questo trend. Anche dal punto di vista industriale, parlare di talenti significa parlare di politiche industriali. C’è un nesso molto spinto tra la capacità di un Paese di innovare, di stimolare la propria capacità di cambiare, di posizionarsi su filiere industriali compatibili con le sfide della terza era globale. Ci sono alcune ricerche che mettono in evidenza come i tre addendi: capitale fisico, infrastrutture tecnologicamente avanzate, capitale della conoscenza, ricerca e sviluppo, capitale umano, informazione, capacità di conoscenza siano i game changer che alla fine stanno facendo di nuovo tornare a crescere grandi Paesi come gli Stati Uniti d’America. Il Presidente del Consiglio Letta giustamente oggi ha puntualizzato che la finanza, la grande finanza, deve tornare ad essere al servizio della crescita, dell’economia, dell’intrapresa dell’industria, ma non dobbiamo dimenticare anche che è un po’ la benzina, l’apparato cardio-circolatorio che al nostro Paese è mancato. Se noi oggi dovessimo andare a vedere che cosa può fare un talento in un paese, non c’è dubbio che in Italia il problema del credito, della capacità di scommettere senza le garanzie che valgono una volta, due volte, tre volte, il rischio di talenti in grado di intraprendere, di rinnovare, di rischiare, è un punto che ha uno spread molto rilevante con Paesi come l’America. Gli Americani hanno certamente una capacità delle università e della finanza, con tutti i suoi problemi, di fare un sitting, così tecnicamente viene chiamato, una semina di progetti e di grandi investimenti che implicano per necessità anche grandi ritorni. Poi è ovvio che la patologia finanziaria ha ammalato gli Americani, e ha ammalato il mondo, ma le grandi università americane, la grande finanza americana, le grandi e piccole manifatture americane, sono in grado di produrre e di mettere la grande forza dei propri talenti, anche perché c’è un’osmosi tra questi mondi, che porta ad esempio un Paese e uno Stato come la Silicon Valley ad avere trasformato un intero Paese, un intero mondo rispetto alle capacità talentuose che possono nascere negli incubatori di ricerca, nelle università. Però, se una finanza, se un credito, se la diversificazione delle fonti di finanziamento non è al servizio anche dei giovani imprenditori che vogliono intraprendere e rischiare, difficilmente senza questa benzina si parte, si può partire. E la seconda questione, e chiudo, riguarda anche il tema della credibilità di un Paese. Per questo io non mi sento nel modo più assoluto di portare avanti la retorica di alcuni padri che dicono “i figli devono ritornare dentro”. Tornano dentro se sentono attrattività da un Paese, se sentono una prospettiva, delle aspettative che possono migliorare. Ecco, un Paese che non si dimostra credibile, difficilmente potrà mai portare avanti delle politiche per i talenti. Noi oggi siamo in una fase molto delicata, con delle aspettative di fiducia e di positività da non sottovalutare, per cui credo che tutte le persone di buona volontà debbano in questa fase tenere al centro la credibilità del Paese. Mettere al centro il bene comune, gli interessi generali. Per questo il Governo, queste larghe intese devono continuare, non possono essere interrotte, non possiamo in una fase come questa aprire una crisi politica disordinata, che non sarebbe in alcun modo giustificabile dalla comunità internazionale, né politica né finanziaria, perché non comprenderebbero questa scelta. E’ un modo importante per sterzare l’Europa ancora di più dall’austerità alle politiche del lavoro, alla valorizzazione dei giovani, dei talenti, risultati che non dobbiamo dimenticare. In parte ne abbiamo già acquisiti. Nell’ultimo Consiglio Europeo di giugno, l’Europa, lo ha ricordato spesso il nostro Capo del Governo, ha sterzato rispetto a questa idea che l’austerità potesse salvare l’Europa, potesse mettere in sicurezza i problemi del debito sovrano. Dobbiamo continuare, i risultati sono già stati acquisiti, altri li dovremo prendere, ma guai oggi ad avventurarci in percorsi senza ritorno. Siamo in una fase importante, concentriamo gli sforzi di Governo e Parlamento per mettere in campo atti economici rilevanti come il lavoro, l’occupazione, il credito, le imprese piccole, grandi e medie, la politica industriale, la scuola e mettiamo in sicurezza anche il Paese rispetto ad un tema che magari gli italiani alla sera quando guardano il telegiornale, non sentono prioritario, ma che è importante, mi riferisco alla legge elettorale, e alle riforme istituzionali. Noi, prima di tornare a consultare il corpo elettorale, a chiudere questa esperienza non ordinaria, dobbiamo mettere l’Italia nelle condizioni, quando ci saranno le prossime elezioni, di poter finalmente avere un Paese governabile, affidabile; la sera delle elezioni si deve sapere chi ha vinto e chi si opporrà, e quindi continuiamo questo percorso senza indugio e senza tentennamenti mettendo al centro soprattutto l’interesse generale.

GUGLIELMO VACCARO:
Grazie, Matteo, per le tue riflessioni che sono anche quelle dei responsabili economici del partito democratico, quindi particolarmente impegnative; chiedo a Federica Chiavaroli di prendere la parola, raccomandando a tutti di stare tra i sei e gli otto minuti.

FEDERICA CHIAVAROLI:
Bene, ti ringrazio soprattutto per avermi ricordato di essere breve. Saluto tutti, saluto il Ministro Lupi, i colleghi dell’Intergruppo e ci tengo a dire che per me è davvero un grandissimo onore sedere a questo tavolo dopo aver seguito i lavori dell’Intergruppo – l’intergruppo esiste da dieci anni – da quando è nato, dall’altra parte del tavolo e averne apprezzato non solo i contenuti – è stata ricordata la legge sul controesodo, lo statuto delle imprese, la stabilizzazione del 5xmille – ma soprattutto il metodo, perché l’Intergruppo nasce, come l’ha detto oggi anche il Presidente Letta, dall’incontro di persone che hanno probabilmente idee, storie diverse, ma che hanno a cuore il bene del loro Paese e allora si confrontano e cercano di contribuire e per questo non è un caso che l’Intergruppo oggi sia riuscito a fare quello che probabilmente in questo momento né i partiti, così ripiegati sulle loro questioni interne, e neanche il Governo, preso dalle urgenze che questa crisi così mordente gli impone di risolvere, riescono a fare, e cioè quello di alzare lo sguardo e guardare al futuro e immaginare un futuro per il nostro Paese. Scegliere il tema della valorizzazione dei talenti, come tema dell’Intergruppo, al bivio tra lo sviluppo e il declino, significa scegliere quale strada prendere, perché lo sviluppo di un Paese dipende fortemente, e io direi innanzitutto, dal miglioramento sia quantitativo che qualitativo del proprio capitale umano e cioè dei propri talenti, oltre che, come diceva Matteo, anche dalle condizioni generali di contesto che ai propri giovani un Paese offre. Io penso che in Italia noi dovremmo interrogarci sui problemi che abbiamo, sia dal punto di vista quantitativo, perché in Italia nascono indubbiamente meno talenti che altrove perché abbiamo un problema demografico, e quindi già per questo noi partiamo rispetto agli altri Paesi in una posizione di svantaggio. L’Italia è il secondo Paese più vecchio d’Europa. Questo è un problema che dovremmo affrontare e costruire politiche di welfare che incentivino la natalità e che mettano al centro il valore della vita, l’importanza della famiglia, che sostengano la famiglia come luogo privilegiato per l’educazione dei figli. Ma io penso che oltre a questo problema quantitativo, noi dobbiamo porci anche un problema qualitativo, e cioè il problema di quale educazione diamo ai nostri giovani, ai nostri talenti. Io penso che un Paese che voglia valorizzare i propri talenti sia un Paese che è in grado di valorizzare le capacità, le aspettative di ognuno e di ognuno dei propri giovani, di ognuno dei propri ragazzi, al meglio. E io purtroppo penso che venga in gioco il nostro sistema dell’istruzione, un sistema che nel dopoguerra, negli anni Sessanta, ci ha consentito di formare una classe dirigente imprenditoriale che ha fatto il boom economico di questo Paese, ma che adesso è in crisi e che ci costringe a interrogarci su come possa offrire ad ogni giovane la possibilità di valorizzare davvero i talenti che gli sono stati affidati. E allora io penso che il nostro sistema debba essere innanzitutto un sistema che differenzi i percorsi, un sistema che orienti, quindi, su questi differenti percorsi i giovani, a seconda delle loro possibilità e che non abbia paura, dopo averli orientati, dopo aver consentito a ciascuno di scegliere la via migliore, rivalutando anche il lavoro manuale del quale c’è tanto bisogno, di premiare il merito, a prescindere dal reddito del ragazzo meritevole. Vengo da una regione, l’Abruzzo, nella quale c’è un’università che ha un rettore che ha fatto quest’anno una scelta molto audace, secondo me, volta a premiare il merito, cioè ha deciso che dal prossimo anno accademico non pagheranno le tasse universitarie gli studenti che saranno in regola con i crediti, cioè che avranno conseguito tutti i crediti e frequenteranno regolarmente le lezioni, a prescindere dal loro reddito. Penso che questa sia una scelta molto coraggiosa e una scelta che va nella direzione giusta, perché è una scelta che incentiva i ragazzi ad impegnarsi, incentiva i ragazzi a fare bene. Quindi io penso anche che la nostra scuola debba, per consentirci di valorizzare i talenti di tutti i nostri ragazzi, fare prioritariamente queste due cose: differenziarsi e orientarli. Io poi penso chiaramente che la scuola dovrebbe fare tante altre cose. L e scuole dovrebbero essere più autonome, bisognerebbe rivalutare il ruolo dei docenti, facendoli passare da impiegati a professionisti e tante altre cose. Però io penso che se rimettiamo i ragazzi, i giovani, al centro e come diceva Plutarco “noi pensiamo che i giovani non sono vasi da riempire con nozioni, con conoscenze, ma sono lanterne da accendere”, noi avremo reso a questi giovani un buon servizio. Da ultimo io penso che per questi giovani bisognerebbe creare, come ha detto Matteo, un contesto favorevole per rimanere nel nostro Paese, per intraprendere nel nostro Paese e anche per rimanere a studiare nel nostro Paese. Perché un altro problema per cui tanti giovani dopo l’università vanno via, è che in Italia, una volta usciti dall’università, non si rientra più all’università, perché non ci sono più corsi superiori ad alto livello e non c’è la possibilità di continuare l’educazione permanente della quale noi abbiamo tanto bisogno, in un periodo nel quale le conoscenze diventano obsolete così velocemente. Bisognerebbe avere il coraggio di creare un contesto favorevole e quindi scegliere a quale modello economico l’Italia deve appartenere, cioè se vuole appartenere alla geografia dei nuovi lavori, alla quale io mi sono tanto appassionata. A proposito di talenti che noi esportiamo, io mi sono tanto appassionata di Enrico Moretti, che è un ragazzo milanese laureato alla Bocconi che è andato a fare il Ph.D. a Berkeley, è rimasto a fare il docente di economia e ha studiato proprio quali sono in questo momento le chiavi per una città, per un Paese per essere attrattivo e per essere vincente e chiaramente sono tutte puntate sulla conoscenza, sull’innovazione, sul grado di istruzione della propria popolazione. Enrico Moretti si interroga su cosa deve fare l’Italia, perché possa agganciarsi agli hub mondiali dell’innovazione, quindi stare al passo e non entrare in declino come le grandi realtà industriali – Detroit ha fatto bancarotta proprio in questi giorni – e quindi perché il destino del nostro Paese possa rifulgere, Moretti chiaramente ci invita a puntare sulla dimensione delle imprese e sul fatto che le imprese debbano fare più ricerca e sviluppo. Io penso che questa sia la chiave per creare ai nostri giovani un ambiente favorevole anche qui. Ci tengo a fare un esempio che nella regione Abruzzo sta aiutando molto: la regione Abruzzo ha molto puntato sui poli di innovazione, proprio per consentire alle imprese di mettersi insieme, di superare il limite dimensionale e di fare ricerca e sviluppo e contemporaneamente ha lanciato un progetto start-up-start-up, proprio per incentivare la nascita di start up da parte dei giovani, e creare così un ambiente per i giovani per rimanere, intraprendere ed investire in Abruzzo. Io, per concludere, penso che dai lavori di questo Intergruppo debbano e possano venire le risposte a questi, diciamo, nodi critici che abbiamo nel nostro Paese, in modo tale che i nostri giovani talenti possano dispiegare al meglio le loro energie, perché anch’io sono convinta, come ha detto il Presidente Letta, che se noi li metteremo nelle condizioni di poter esprimere al meglio le loro energie, noi usciremo da questa crisi e il nostro Paese sarà pronto a ripartire grazie alla voglia di intraprendere, di migliorarsi, di partecipare al bene comune, che tanti io in azione hanno dimostrato di avere in passato e dimostreranno di avere ancora oggi per il futuro. Grazie.

GUGLIELMO VACCARO:
Grazie Federica. Forse è importante, quando pensiamo a questi italiani che sono negli Stati Uniti, sapere che la metà dei brevetti americani dipende dalla contaminazione con cervelli che da tutto il mondo vanno lì a studiare e a fare ricerca. Anche il nostro Paese ha bisogno non solo di dare un biglietto di ritorno a chi è partito ma di attrarre talenti dall’estero e quindi questo grande movimento di stranieri che si muovono dalla Cina, dall’India, dal Sud America è uno dei punti del lavoro che intendiamo affrontare, perché, come dice la parabola, è chi traffica i talenti, non chi li mette, diciamo così, sotto terra che poi ha qualche merito in più. Do la parola al collega Questore della Camera dei Deputati, Stefano D’Ambruoso.

STEFANO D’AMBRUOSO:
Innanzitutto buonasera a tutti e grazie. Cerco di rimanere anche io nei miei sei minuti, tentando anche di dare un taglio al mio contributo che era originariamente previsto per parlare di come sia possibile declinare il principio di sussidiarietà in relazione a quello che è il mio expertise e la mia professionalità. Grazie alla mia professionalità sono magistrato in aspettativa. Oggi mi occupo della sicurezza del Palazzo sia in senso economico sia in senso lato, dell’edificio. Facendo il questore partecipo all’Intergruppo non solo e soltanto in questa veste, ma soprattutto perché nella trasversalità, nella logica trasversale del gruppo, essendo io un deputato di Scelta Civica, questa nuova formazione che per la prima volta si è approcciata alla Camera, sono stato col mio assoluto piacere invitato da Raffaello Vignali per partecipare e quindi sono qui per dare il contributo in materia di sussidiarietà e sicurezza, ma anche per parlare di talenti e per parlare di quella che è stata la mia esperienza. Io sono felice di tornare qui, sono felice di rivedere in prima fila l’amico Roberto Formigoni, Maurizio Lupi appena andato via, – ma lui è Ministro adesso, per cui viene chiamato mille volte -; sono felice di rivedere il mio amico Forlo, che nel 2005… appunto a proposito di persone, è troppo autoreferenziale parlare di talenti in questo caso, però, grazie alla professionalità espressa nel lavoro che facevo nel contrasto al terrorismo internazionale a Milano, ho avuto l’opportunità di andare a rendere il servizio in nome dell’Italia nell’organismo internazionale che erano le Nazioni Unite di Vienna. Il mio amico Forlani, su delega di Giorgio Vittadini e di Roberto Formigoni e dello stesso Maurizio Lupi, venne ad invitarmi per venire qui nel 2005, quando il tema del terrorismo, che ancora oggi esiste, il terrorismo di matrice fondamentalista, era ritornato di grande attualità, perché c’erano stati gli attentati di Londra, l’anno precedente nel 2004 c’era stato Madrid, per cui c’era un ritorno di suggestione e di apprensione negativa nei confronti del fenomeno. Lì spiegammo insieme quanto fosse importante la sussidiarietà verticale, che deve essere il più possibile applicata, benché nei limiti in cui questo può essere reso possibile. Quando si parla di ordine pubblico e di sicurezza, infatti, non è possibile rendere il cittadino direttamente arbitro del contrasto a questi fenomeni, ma è l’autorità centrale, lo Stato, che deve continuare ad avere la priorità su questa materia. Ebbene, in quell’evento eravamo qui con il generale Mori, che era il responsabile dei Servizi Segreti interni in Italia, Alfredo Mantovano, che era il Sottosegretario agli Interni, e sollecitammo, inascoltati per l’ennesima volta, una centralizzazione il più possibile del lavoro delle procure, delle magistrature investigative che si occupano del contrasto al terrorismo, per creare la Procura nazionale antiterrorismo, così come è accaduto grazie anche alle morti di Falcone e Borsellino. Solo dopo le loro morti si è creata la Direzione Nazionale Antimafia. Anche per il terrorismo, essendo un fenomeno che deve essere necessariamente combattuto avendo in vista l’insieme del fenomeno, doveva essere creata la Procura. Non ci siamo riusciti, sebbene questo fosse un luogo davvero importante di sollecitazione in questo senso. Ma nel frattempo sono cambiate molte cose nel contrasto al terrorismo e qui parlo volentieri velocissimamente del mio settore, ma per arrivare a parlare appunto di quanto invece quello che ci ha ricordato Enrico Letta sia importante anche in questo settore, ossia quanto l’uomo, il cittadino, possa e debba tornare attore principale anche nel fenomeno del contrasto. Che cosa è accaduto in questi otto anni? Abbiamo assistito davvero ad un forte affievolimento dell’azione degli organismi criminali terroristici: Al Qaeda è stata sostanzialmente abbattuta in termini transnazionali, vive ancora prevalentemente nei Paesi dell’Afghanistan e del Pakistan, ma non è più così presente, così attiva, così come l’abbiamo conosciuta tutti in un giorno, all’improvviso, l’11 settembre del 2001. Tutta quell’organizzazione così strutturata non esiste più. Ma cosa abbiamo visto in questi anni? Per esempio ricordo a me stesso, ma sicuramente lo ricordate anche voi, abbiamo visto episodi come quelli di Tolosa, di un arabo di religione musulmana che uccide prevalentemente giovanissimi ragazzi appartenenti alla comunità ebraica. Abbiamo visto Boston. Anche qui l’anno scorso abbiamo visto altri episodi per cui, sempre per pseudo ragioni religiose, si compiono stragi di quel tipo. Ma proprio perché non ha causato morti, lo dico qui per quei milanesi presenti, ma a tutti gli italiani che hanno voluto seguire quel tipo di cronaca, voglio raccontare un episodio. A Milano, che è la capitale industriale del nostro Paese e ha una centralità nel contrasto al terrorismo internazionale, nel 2009, solo ieri quindi, non 20 anni fa, ma solo ieri, un cittadino di origine libica, sposato a una donna italiana, convertita alla religione musulmana, con due figli che nascono entrambi in Italia e anche con un sussidio da parte del Comune di Milano, si perde in questo suo tentativo di integrazione ben riuscita perché perde il lavoro. Nel 2008 perde il lavoro, non tutti siamo capaci di reagire in una maniera normale alle difficoltà della vita, abbiamo bisogno di aiuto, in quel caso lui l’aiuto che riceve è dalla comunità più radicale religiosa musulmana che era vicino a casa sua. Lui nel giro di un anno si trasforma da essere un aspirante musulmano che va ad integrarsi piacevolmente con moglie italiana, con figli nati in Italia, con casa avuta dal comune di Milano, quindi con un’integrazione positiva, in un aspirante terrorista: va nella caserma dei bersaglieri in piena città di Milano e si fa saltare in aria. Fortunatamente aveva imparato a costruirsi le bombe sul Web, come oggi purtroppo avviene sempre più diffusamente, non se le era costruite bene e quindi salta solo una parte della miccia e lui perderà solo un braccio ed una gamba. È condannato a 14 anni di carcere in via definitiva dal tribunale di Milano. Questo episodio è però emblematico per dire che tanti di questi ultimi episodi, che noi attribuiamo al terrorismo di matrice fondamentalista, in realtà sono episodi che hanno una cornice religiosa necessariamente criticabilissima da questo punto di vista, ma che è fatta da soggetti disadattati, con difficoltà personali forti. Per capire quanti di questi soggetti sono in giro non esiste nessuna forma di prevenzione di polizia idonea e sufficiente, perché contro la pazzia è difficile creare qualunque strategia preventiva, però il contributo dei cittadini, quello sì è possibile. Dopo episodi di questo genere, in Inghilterra e in Francia sono stati istituiti dei numeri rossi o verdi a seconda dei numeri liberi a cui i cittadini possono chiamare, sono numeri della polizia, per segnalare alcune trasformazioni, alcune attività che loro ritengono sospette. C’è sempre in queste due nazioni un operatore che con professionalità e attenzione è capace di filtrare il mero allarmismo rispetto ad un episodio che può essere invece accertato con maggiore attenzione. Questa è una forma di cosiddetta capillarizzazione della prevenzione in cui il cittadino, in cui la sussidiarietà torna in primo piano, in cui il cittadino torna ad essere attore principale così come tutti, come ci ha detto Enrico Letta oggi, tutti auspichiamo, facendo un salto di discorso, che con una legge elettorale diversa il cittadino torni ad essere arbitro delle decisioni politiche e torni ad essere arbitro anche dei contributi alla politica che si vogliono dare in una nuova legge sui contributi ai partiti. Ebbene, anche in questo caso è possibile che il cittadino possa contribuire alla prevenzione. Ricordiamoci che non serve soltanto una strategia di formazione culturale diversa rispetto all’attuale, tutti abbiamo davanti agli occhi quelle immagini che sono state giustamente valorizzate da un elogio fatto dal Presidente della Repubblica Napolitano ai cittadini che erano al mare soltanto 48 ore fa a Pachino, Siracusa e sono andati spontaneamente ad aiutare così come avrebbero potuto fare, con le modalità che erano tipiche di persone non professionali, sono andati ad aiutare immigrati che arrivavano con i soliti barconi. Ecco questa è una forma di sussidiarietà che va davvero ascritta alla nostra cultura, al nostro approccio culturale che deve essere sempre più valorizzato. Mi dicono che giustamente devo andare a chiudere, sono contento di essere tornato e grazie per la vostra attenzione.

GUGLIELMO VACCARO:
Grazie Stefano, quando pensiamo ai talenti da importare bisogna tener conto di qualche controindicazione. A Dario Nardella, costituzionalista prestato brillantemente alla politica, è stato vicesindaco di Firenze, prima ancora capo dell’ufficio legislativo del ministro Chiti e oggi membro della Camera dei Deputati, il compito di chiudere questa carrellata di interventi, grazie.

DARIO NARDELLA:
Grazie, grazie per l’invito. Parlare, per chi fa politica oggi, anche magari se arrivato relativamente da poco, non è facile assolutamente parlare di talenti, perché il livello di credibilità che la classe politica ha nel nostro Paese davvero è ai minimi termini, e se guardiamo i dati, in parte li hanno ricordati i miei colleghi e amici qui stasera, si fa davvero fatica ad aprire uno squarcio di speranza e di ottimismo. Noi abbiamo in Italia, ci dice l’ISTAT, due milioni e duecentomila ragazzi cosiddetti net. Cosa sono? Sono uomini invisibili, donne e uomini che non hanno identità, perché non hanno un lavoro, non studiano e non hanno un percorso formativo. Due milioni e duecentomila! Al di sotto dei 29 anni. Se poi andiamo verso i 34/35, perché oggi il concetto di giovani, soprattutto nel nostro Paese, è molto relativo, molto ampliato, si arriva a livelli ancora più allarmanti. Allora io ho pensato di partire da una mia esperienza. Guglielmo ha ricordato l’attività che svolgo di professore nell’università, di docente nell’università dove mi sono laureato. Ogni volta che comincio il corso, ogni anno, il primo giorno io mi rivolgo ai miei studenti ponendo loro una domanda su cosa si aspettano dall’università e soprattutto dal loro Paese, e devo dirvi che il sentimento predominante che vedo negli occhi di queste ragazze, di questi ragazzi, che ascolto dalle loro parole, è un sentimento di disillusione. La cosa che più mi colpisce e che mi angoscia, penso anche a voi, è il fatto che questi ragazzi che hanno talento, hanno energie e hanno capacità, lo si vede, lo si verifica, si aspettano molto poco ormai da questo Paese, da chi lo guida, dalla generazione dei loro genitori. In realtà non cercano assistenzialismo questi ragazzi, cercano opportunità, chiedono opportunità da giocare, non chiedono come prima cosa il posto fisso, ma chiedono di poter fare ciò per cui hanno studiato, cioè chiedono di poter dare un esito ragionevole, logico al loro sacrificio, al loro impegno; non odiano l’Italia, però chiedono, lo si diceva prima, di non essere odiati perché decidono di andar via, perché si sentono ai margini. Allora mi chiedo: cosa posso dire a questi ragazzi? Intanto prenderei in prestito le parole bellissime che Papa Francesco ha utilizzato circa due mesi fa a proposito dei giovani, e ha detto loro, lo ha ripetuto anche a Rio de Janeiro in questo incontro straordinario, partecipatissimo: “Cari giovani, dovete avere il coraggio di andare controcorrente. Voi per primi dovete avere questa fierezza, quella cioè di rifiutarsi di rinnegare la voce della coscienza, la voce della verità. La verità porta il coraggio di cambiare”. Certo, questo messaggio è un messaggio molto forte che io sento anche mio, e che penso i giovani di oggi nel nostro Paese debbano sentire anche proprio. Anche perché lo ha detto il Presidente Letta oggi pomeriggio, noi dobbiamo sconfiggere questa idea dell’ineluttabilità. Quante volte ci siamo sentiti dire dai nostri vicini, dai nostri parenti, dai nostri datori di lavoro: “Sì, ma tanto in Italia nulla cambia, nulla cambierà, tanto noi siamo fatti così?” Questo sentimento di ineluttabilità, di impossibilità di cambiare le cose che sono intorno a noi, non so quanto sia consapevole questo messaggio, se vi sia una regia dei cosiddetti poteri forti, fatto sta che spesso noi avvertiamo la cappa di questa sensazione. Io la vivo molto forte. Allora l’esperienza che noi stiamo facendo con l’Intergruppo per la Sussidiarietà è già una risposta a questo limite, questo tetto, questa sensazione di ineluttabilità, intanto perché l’Intergruppo sta durando più della vita media di un partito politico italiano, e già questo è un bel risultato. Ovviamente non è merito nostro, ma è merito di chi ci ha preceduti, perché per portare in fondo grandi progetti, idee impegnative, bisogna andare oltre, non solo alla vita di un Governo, ma di una Legislatura. Le cose che ricordava anche la Senatrice Chiavaroli, per ultimo ricordo il cinque per mille e il consolidamento, sono progetti che chiedono tante energie e soprattutto chiedono ai Parlamentari che passano di Legislatura in Legislatura di sentirsi parte di un progetto ma non indispensabili a quel progetto, perché oggi ci siamo noi, ma il nostro augurio è che i prossimi colleghi che verranno, le prossime Legislature, portino avanti con lo stesso entusiasmo quello che si fa. L’Intergruppo è un modo per andare controcorrente, è un’esperienza che noi possiamo far vedere ai nostri giovani su come si vada controcorrente. Pensiamo alla legge elettorale per rimanere all’attualità: fino a tre mesi fa, lo ricorderete, sembrava impossibile rimettere mano a questa legge elettorale, poi è successo che qualcuno ha detto “No, ma perché non avviamo una procedura d’urgenza?” e tutti quanti “sì, sì, la procedura d’urgenza!” ed ora è un dato che a settembre noi siamo obbligati a discutere la nuova legge elettorale, eliminare quella stortura intollerabile per la quale il cittadino, appunto, non è arbitro, non può scegliere il proprio rappresentante. Si suol dire che la classe politica è lo specchio della società, è vero questo, ma dopo il Porcellum è perfino peggio della società civile, perché non è la società civile che la sceglie per certi aspetti. Allora di fronte a questo, mi avvio a chiudere, l’impegno, l’afflato, la vocazione che il Governo, io l’ho letto nelle parole del Presidente, sta mettendo in questo lavoro anche in questo caso sembra voler prendere la strada della verità controcorrente e lo ha fatto, ha cominciato a farlo, ad esempio con le misure di incentivo sul lavoro; non è abbastanza, non è sufficiente, lo ha detto il Presidente, io condivido, bisogna fare uno scarto, un salto di qualità, bisogna passare da questa dimensione di emergenza all’idea, alla determinazione di andare a fondo alle questioni e cominciare ad affrontare davvero le riforme strutturali. Il tema dei giovani è una delle prime strade intraprese. Mi avvio a concludere, oggi avrete letto, su un importante quotidiano italiano, un’intervista della Angela Merkel. Noi critichiamo sempre la Germania, facciamo un po’ come la volpe con l’uva, effettivamente sono un po’ antipatici questi tedeschi che ci dicono come dobbiamo fare, però a volte, se mi mettessi nei panni del cittadino europeo, sarei un po’ preoccupato di questi italiani indisciplinati che non capisci dove vanno a parare, ma la Cancelliera Merkel ha detto una cosa che mi ha fatto riflettere oggi nella sua intervista. Ha detto: “Io oggi non potrei dire quello che dico dall’alto della mia sicurezza, se Gerhard Schroeder – suo predecessore – non avesse varato nel 2003 la famosa agenda 2010”, se la Germania non avesse fatto dieci anni fa quelle riforme dolorose, innovatrici, profonde, che oggi consentono a quel Paese di essere la locomotiva dell’Europa. Schroeder, socialista, socialdemocratico, mise mano ad una delle riforme più incisive della spesa pubblica tedesca, tagliando 15 miliardi di euro di spesa nel settore sanitario, e oggi il sistema sanitario tedesco non ne ha risentito, attraverso un processo di riqualificazione, ma soprattutto investì sui giovani e sulla formazione. L’agenda 2010 del governo tedesco di allora partiva dal presupposto che le aziende tedesche nel 70% dei casi non investivano sulla formazione: oggi sono la metà, si è dimezzato quel dato. Schroeder decise di aumentare il 3% di investimento sui centri di ricerca e varò un piano massiccio di investimento sui giovani, integrando fin dai livelli più bassi di scolarizzazione l’educazione con la formazione professionale. E’ lì il nodo, e noi lo sappiamo, della risposta che oggi l’Italia deve dare ai nostri giovani talenti, al desiderio naturale che i giovani talenti italiani hanno di portare in fondo una propria attività. Del resto, ricordo, nel 2010 il titolo del Meeting era proprio legato al desiderio, alla natura che ci spinge a desiderare cose grandi. Che cos’è il talento se non l’inclinazione naturale? Il Paese però deve dare delle risposte. Come la Germania portò un cambio di mentalità, anche noi dobbiamo fare questo. Quante volte avrete sentito parlare del mito della Silicon Valley, che nacque nel 1939 perché due giovani, Signore Hewlett e Signor Packard, inventarono quello che oggi è il colosso della Hewlett-Packard in un garage. Nel ’39 gli Stati Uniti consentirono a questi due ragazzi di diventare quello che sono diventati. Oggi se due giovani aprissero un laboratorio in un garage in Italia arriverebbero i NAS, l’ASL e li farebbero chiudere dopo un giorno, oppure li arresterebbero direttamente, e non è solo una questione di burocrazia, perché poi c’è anche quella, è un fatto di mentalità, cioè di cultura, di modello culturale, secondo il quale lo Stato non è al di sopra di tutto, perché al di sopra di sé ha qualcosa e sono i cittadini. Questo è il passaggio di cambiamento culturale che noi dobbiamo fare, che non significa eliminazione dello Stato, ma significa ripristinare la scala di valori che c’è tra popolo, cittadini e Stato. Chiudo davvero, Guglielmo, con un riferimento al tema sempre di andare controcorrente. La risposta all’antipolitica non può essere il settarismo, non può essere l’apatia, questo lo dobbiamo dire anche ai nostri giovani, che spesso si sentono giustamente denigrati, posti al margine, ma deve essere la buona politica. Io vorrei chiudere con una citazione del Sindaco della mia Città, La Pira, che nel 1954 fece un intervento davanti al Consiglio Comunale durante dei dibattiti. Pensavate il Sindaco Matteo Renzi? Eh no. Siete attenti! Durante questo dibattito si trovò ad avere molte critiche sul programma su cui La Pira si era impegnato per gli sfratti, i licenziamenti che molti fiorentini in quei mesi stavano ricevendo, e lui disse: “Signori Consiglieri, si allude forse ai miei interventi per i licenziamenti, per gli sfratti, per le situazioni nelle quali si chiedeva a favore degli umili, e non solo di essi, intervento immediato, agile, operoso del capo della Città? Ebbene, io ve lo dichiaro con fermezza fraterna ma decisa: voi avete nei miei confronti un solo diritto, quello di negarmi la fiducia – questo si potrebbe dare come suggerimento al Presidente Letta – ma non avete il diritto di dirmi “Signor Sindaco non si interessi delle creature senza lavoro, senza casa, senza assistenza” ed è forse bene che voi vi decidiate, così se volete sfiduciarmi… io non sono fatto per la vita politica nel senso comune di questa parola -1954 – non amo le furbizie dei politici e i loro calcoli elettorali, amo la verità che è come la luce, la giustizia che è un aspetto essenziale dell’amore; mi piace dire a tutti le cose come stanno, bene al bene male al male, fare il bene perché è bene, alle conseguenze del bene fatto ci penserà Iddio”. Così Giorgio La Pira nel 1954. Sono questi i politici che noi dobbiamo scegliere e selezionare oggi. Grazie, grazie.

GUGLIELMO VACCARO:
Grazie Dario. Le belle suggestioni fiorentine, l’hai fatto apposta perché hai detto “il Sindaco della mia Città” non “uno che fu sindaco”, quindi ci hai portato sulla…

DARIO NARDELLA:
Mi sono sbagliato.

GUGLIELMO VACCARO:
Da parte abbiamo messo insieme tanti elementi utili anche per l’azione di governo; lo dico perché qui in sala c’è uno dei protagonisti dell’Intergruppo per la Sussidiarietà della nostra Legislatura, sembra che porti fortuna, quindi preparatevi all’azione di Governo. Parlo di Gabriele Toccafondi, che avrà poi tante cose da aggiungere a quelle che ha già in mente rispetto alle cose che ha ascoltato. Lo ringrazio per essere stato qui con noi tutto il tempo, così come voglio dire che io e Raffaello stiamo affrontando la navigazione di questa situazione di collaborazione e coordinamento dell’Intergruppo con un handicap fortissimo rispetto a quello che hanno fatto Maurizio ed Enrico Letta nella passata Legislatura, perché loro avevano nel motore Emanuele Forlani, noi invece ci stiamo arrangiando un po’ da soli. Abbiamo tante idee, credo che alcune siano emerse bene in maniera nitida quest’oggi, qui ne riparleremo l’anno prossimo, quando il Meeting sarà nel pieno del semestre di Presidenza italiana del Consiglio europeo, sperando di poter ospitare dibattiti che diano, diciamo così, già l’idea di un incontro reale tra questi governanti, per cui tra le tante cose che io e Raffaello ci scambiamo e pensiamo c’era anche l’idea di aprire il momento di lavoro, l’Intergruppo, a qualche esperienza europea, per essere in linea con il semestre anche qui al Meeting. Chiedo a Raffaello di concludere, ma in effetti diciamo così è solamente un nuovo inizio di questo lavoro che stiamo affrontando insieme e per la sua amicizia lo ringrazio, grazie.

RAFFAELLO VIGNALI:
Intanto io ringrazio tutti gli amici che sono venuti oggi, interrompendo le vacanze e anche chi non ce l’ha fatta, perché qualcuno ha avuto dei problemi seri, appunto Stella Gelmini, con la figlia piccola che ha la febbre alta e l’ha portata in ospedale, quindi non perché non volesse ma perché proprio non poteva, insomma anche i politici sono persone con famiglia, con figli piccoli, tante volte lo si dimentica. Io volevo dire due cose, poi dirvi un’iniziativa che lanciamo proprio da qui, dal Meeting, come Intergruppo. La prima è una cosa sul tema di oggi: in fondo dire valorizzare i talenti è un altro modo di dire Sussidiarietà. Tutte le proposte che abbiamo fatto in questi anni come Intergruppo, il cinque per mille, il controesodo1, lo statuto delle imprese, in fondo cosa sono stati se non appunto quest’idea di dire “creiamo un contesto in cui chi ha voglia di mettere in gioco le proprie energie possa essere premiato, possa farlo e possa essere premiato?”. Questo è un altro modo di dire Sussidiarietà, per questo anche abbiamo preso la stabilizzazione del cinque per mille e il controesodo2 che ha studiato Guglielmo come i due progetti di legge emblematici per questa Legislatura. Proprio perché dicono cos’è la Sussidiarietà. Prima considerazione, e non mi dilungo, perché premiare i talenti, valorizzare i talenti non è una questione soltanto per quelli “fighi”, è una questione per tutti. Il problema non è avere un talento o cento talenti, il problema è trafficarli, metterli in gioco. Mi ricordo sempre quando Giorgio Vittadini ci raccontava di un ragazzo down che lavora in un’azienda produttiva vicino a Varese e diceva: “Quello che io faccio – faceva un assemblaggio di pezzi di frigorifero – andrà in un frigorifero, che andrà in una casa, in una famiglia e quindi il mio lavoro è utile”. Questo non è merito? È merito, sì! Anzi è una coscienza del lavoro che forse vorremmo avere tutti. Questo è il merito. Il merito è per tutti. Non è per quelli che appunto hanno studiato ad Harvard, è di tutti e di chi ha voglia di mettere in gioco quello che è, tutto se stesso fino in fondo. E questo vale, ed è la seconda considerazione che faccio, che è sull’Intergruppo, anche per la politica! Oggi Enrico Letta ha detto una cosa bellissima: “L’incontro vince sul conflitto, sempre, il conflitto copre il vuoto di idee ed evita il merito dei problemi”. L’Intergruppo nasce esattamente con un’idea contraria a questa, cioè il fatto di volere entrare nel merito dei problemi, avendo identità chiare anche se diverse. Ricordo la prima sera a casa di Maurizio Lupi, a Roma, dieci anni fa, c’erano persone che uno da fuori diceva “ma cos’hanno in comune questi?”. Molti oggi sono nel Governo. Ed è proprio invece per un’identità che ci può essere un dialogo. Chi non ha un’identità non può dialogare. E per questo non abbiamo paura di incontrarci. E io credo fra l’altro, piccola nota, che l’Intergruppo dura da dieci anni, perché dura ormai da dieci anni, quando altre esperienze sono nate e morte nel giro di un mese. Non so chi si ricorda nel 2006/2007 “i volenterosi”. Sono stati pompati su tutti i giornali per un mese. Spariti! Incidenza zero. Ma anche un anno fa mi ricordo che qualcuno scrisse un articolo dicendo che in fondo l’Intergruppo faceva cultura ma non era un granché; dopo i fatti hanno smentito tutto, perché basta guardare la compagine di Governo, come dice sempre Guglielmo, ma è una battuta che gira alla Camera: “Questo è il Governo di Sussidiarietà nazionale”. In effetti, guardando chi c’è dentro, basta andare a vedere chi sono i promotori storici, quelli che in questi anni hanno portato avanti l’Intergruppo, non solo Enrico e Maurizio, ma anche tanti altri, Angelino Alfano, Gabriele Toccafondi, Mauro no, era a Bruxelles, ma in spirito c’era. Però abbiamo deciso di proseguire, allora se uno guardasse semplicemente l’Intergruppo come un progetto politico o uno schieramento, potrebbe dire: “Siamo arrivati, c’è il Governo di Sussidiarietà nazionale”; invece no, abbiamo voluto ripartire proprio perché l’Intergruppo non è questo. L’Intergruppo è innanzitutto questo luogo di incontro, dove si possono affrontare i problemi nel merito a partire da quello che si è, senza insultarsi, come spesso capita, discutendo anche in modo acceso, ma lavorando tutti per il bene comune. Ci sono le persone con le esperienze più diverse che hanno aderito all’Intergruppo; a parte il fatto che non è un caso, io credo, che a questo giro, in cui abbiamo voluto ripartire, sono cinquantasei i promotori, fra l’altro alcuni sono qua e io li saluto, perché poi non c’era spazio per far parlare tutti, ma penso agli amici Senaldi, Gigli e Albi, Margheretta e Formigoni, Tancredi, poi c’è Silvestri, che è il nostro agente a Bruxelles. Ma che cinquantasei dei vari partiti abbiano voluto dire “ripartiamo” e proporlo a tutti e le adesioni siano più di duecento, dice che è un’esigenza che è innanzitutto nostra, dell’Intergruppo, io lo dico innanzitutto per me, ma credo di interpretare quello che pensano anche gli amici qui, è una sfida innanzitutto a noi stessi, perché è facile pensare alla politica e ridursi a fare politica come conflitto, è facile perché la politica come conflitto non mette mai in ballo se stessa, non mette in gioco la propria libertà. Invece la politica come luogo di incontro, anche, ripeto, da parti diverse, serve innanzitutto, lo dico a me, a tener desto il motivo e il senso per cui si fa politica, che è innanzitutto il voler bene al nostro popolo, alle persone della nostra Italia, perché non si può far politica se non si vuol bene alle persone, perché la politica è questo. Per questo non è un progetto politico. Io non so cosa succederà, io mi auguro che questo Governo vada avanti, ma non perché è il Governo dove ci sono tanti amici dell’Intergruppo, ma perché credo che sia nato esattamente perché una volta nella storia, anche su grande spinta del Presidente Napolitano, i principali partiti italiani hanno messo davanti il bene comune al pur legittimo interesse di parte. Dalla crisi si esce soltanto con la gratuità, con una responsabilità che è una gratuità, così come abbiamo ricostruito l’Italia, come citava prima Federica, a partire dalla gratuità dei nostri genitori e dei nostri nonni. Non c’è stato solo il piano Marshall, c’è stato il fatto che i nostri nonni hanno fatto un altro buco nella cinghia, perché noi non avessimo a patire quello che avevano patito loro e hanno fatto più sacrifici dopo la guerra che durante la guerra. Hanno voluto valorizzare i nostri talenti. Esattamente questo spirito e allora l’Intergruppo, e chiudo veramente, è questo luogo di costruzione e si costruisce soltanto quando si ha a cuore come obiettivo il bene comune prima di tutto. Questa è la scommessa per cui l’Intergruppo c’è e resiste da dieci anni e io mi auguro vada ancora avanti. Proprio per questo, proprio perché siamo convinti che ci sia bisogno di dialogo, ci sia bisogno di pace in questo Paese, ci sia ha bisogno di avere la possibilità di costruire. Penso che ci fossimo tutti oggi all’incontro con Enrico Letta, quando quel ragazzo, o ragazza, non mi ricordo, alla fine ha detto: “Ho scoperto che critico significa “cogliere il positivo che c’è” non quello che non va, ma quello che di positivo c’è, perché è sul positivo che si costruisce” ed è per questo che non solo proporremo ai nostri colleghi Parlamentari di aderire all’appello del Meeting per la difesa dei cristiani nel mondo, che ci sembra una cosa assolutamente meritoria, perché non è che noi ci occupiamo dell’Italia, a noi sta a cuore anche chi è al di là dal mare, o chi è sull’altra sponda del Mediterraneo, ma come Intergruppo invieremo oggi stesso una lettera ai due Presidenti di Camera e Senato, Boldrini e Grasso, chiedendo che invitino Papa Francesco a tenere un discorso alle Camere riunite. Invieremo anche un messaggio a Papa Francesco, perché siamo convinti che le sue parole possano costituire un forte messaggio sia alla politica, perché si assuma fino in fondo la responsabilità di cui abbiamo parlato questa sera, ma anche al Paese tutto, perché, e chiudo con le parole di nuovo di Enrico di oggi, noi ce la possiamo fare alla grande soltanto se abbiamo il coraggio di volere essere quello che noi siamo e quello che siamo fino in fondo. Noi da questa responsabilità non ci tiriamo indietro, vogliamo andare avanti e ci auguriamo che tanti altri amici su questa strada vengano con noi. Tra un anno daremo conto anche dei risultati. Grazie a tutti, alla prossima.
Trascrizione non rivista dai relatori

Valorizzare i talenti. Intergruppo parlamentare per la sussidiarietà

Data

18 Agosto 2013

Ora

17:00

Edizione

2013

Luogo

Sala Neri
Categoria