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UNA COMUNICAZIONE CHE COSTRUISCE COMUNIONE
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Javier Cercas, scrittore; Colum McCann, scrittore; Paolo Ruffini, prefetto Dicastero per la Comunicazione. Modera Linda Stroppa, giornalista Rai
In un mondo sempre più segnato da conflitti e polarizzazioni, fake news e semplificazioni bugiarde, hate speech e silenzi astiosi, la comunicazione rischia di essere ridotta a polemica, propaganda e notizie falsificate. È urgente l’impegno per una comunicazione capace di favorire dialoghi e confronti basati sulla realtà, una comunicazione in grado di creare relazioni, condivisione e comunione fra persone e fra popoli, che rifiuta l’omologazione e riconosce nella diversità una fonte di arricchimento reciproco. Solo una comunicazione tesa alla ricerca del vero e del bene può costruire una rete di relazioni vere, di legami autentici e duraturi, una rete di verità e di libertà
Con il sostegno di isybank, CSI-Centro Sportivo Italiano, Eni
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LINDA STROPPA
Non finirà finché non parliamo. Questa è una frase che scrive nel suo libro Apeirogon, Colum, che è qui con noi. Non finirà finché io e te non metteremo in comune la nostra storia, non ci offriremo l’uno all’altro, perché in qualche modo è una comunicazione che salva, è un uscire da sé, è rompere i propri schemi a patto però di essere veri. Questo l’ha chiesto Papa Francesco anche ai comunicatori in un incontro, chiedendo: “Ma tu sei vero? Nel tuo interiore, nella tua vita è una bella prova.” E poi vi lascio un’altra provocazione. È una frase che qualche settimana fa ha detto il cardinale Pizzaballa: “La pace si fa anche con il linguaggio, con le parole. Se tu deumanizzi l’altro con il linguaggio, crei tutte le premesse per passare alla violenza fisica.” E allora, quanto è importante quanto comunichiamo? Allora, do il benvenuto ai nostri ospiti, due giganti viventi della letteratura: Javier Cercas e Colum McCann, due vite diverse. Benvenuti. Ecco, due storie diverse, come è bene che sia. Colum McCann è nato e cresciuto a Dublino. Ora in America è autore di sette romanzi, tre raccolte di racconti. Ha ricevuto numerosi premi e al Meeting lo abbiamo conosciuto lo scorso anno, perché in Apeirogon, nel libro che era stato presentato, ha raccontato la storia di due padri, un israeliano e un palestinese che, nonostante la perdita dei loro figli uccisi da parti opposte, non solo non si sono odiati, ma sono diventati amici e portano la loro testimonianza in giro per il mondo. E poi l’ultimo libro, Una Madre, che verrà presentato poi martedì, narra la storia di Diane Foley, la mamma di James, un giornalista americano, lo ricorderete, decapitato in diretta video dall’ISIS, su una donna che ha scelto di incontrare e perdonare l’assassino di suo figlio. Javier Cercas, spagnolo, scrittore, docente universitario. La sua opera è stata tradotta in più di 30 lingue e nei suoi libri tornano spesso la storia della guerra civile spagnola, la dittatura franchista e anche negli ultimi libri, due gialli, c’è spesso questo tema: la storia e la memoria che tornano e condizionano poi la vita dei protagonisti. E poi è arrivato questo libro che spiazza, perché hai deciso di seguire Papa Francesco nel suo viaggio in Mongolia, lui ateo, ha scritto Il Folle di Dio alla Fine del Mondo e anche di questo fra poco ne parleremo. E poi do il benvenuto a Paolo Ruffini, giornalista, direttore di quotidiani, a lungo una carriera in RAI, direttore di Rai 3, poi a TV2000 e oggi è prefetto per il Dicastero Vaticano della Comunicazione. Non so se sei ancora l’unico prefetto non cardinale. No, ci sono altri. C’è il suo zampino oggi se ci troviamo qui insieme a Javier e a Colum. Un tema così importante è quello della comunicazione, da essere stato al centro all’inizio del Giubileo della Speranza, uno degli ultimi incontri che ha fatto Papa Francesco, quello con i comunicatori e poi uno dei primi incontri invece di Papa Leone XIV. Entrambi hanno legato il ruolo dei comunicatori a operatori di pace, giornalisti, scrittori. È pesante questa cosa, no? E allora la prima domanda che vorrei farvi, legata proprio al titolo dell’incontro di oggi e che non suoni come astratto perché abbiamo bisogno di capire: si può ancora comunicare con speranza, si può ancora comunicare la speranza o quella dei nostri giorni è un’informazione disperata in cui la cronaca nera ha il sopravvento? Lo vediamo spesso, la reazione è istintiva, non solo in politica. Allora, partirei da Paolo Ruffini, visto che voi dovete comunicare a tutti i cattolici del mondo, il compito è arduo. Questa comunicazione costruisce comunione.
PAOLO RUFFINI
Dunque, allora, parto dalla prima domanda. Si può ancora comunicare la speranza? Io penso che non solo si possa, ma si deve, ma che il tema è vederla la speranza, vederla in tante cose che ci accadono intorno e che noi non vediamo più. Noi siamo così accecati dal male che luccica, magari a volte sembra luccicare più del bene, che non riusciamo a vedere le storie di bene che stanno totalmente intorno a noi, anche laddove ci sembra che non ci siano. Quindi sì che si può raccontarlo e che lo si può condividere. E per quanto riguarda il Dicastero, il nostro sforzo, noi cerchiamo di parlare ai cattolici, ma anche ai non cattolici e di provare a dare un’interpretazione di quello che accade intorno a noi, che sia in maniera imperfetta, piena di errori, a volte anche sbagliata, perché siamo comunque uomini e donne che non sono infallibili, che provi a vedere qualcosa che spesso sfugge e a capire che anche dove ci sembra che non ci sia più niente da fare, non ci sia più niente da sperare, in realtà non è così. In realtà non è così. Questo serve ai cattolici, ma serve al mondo e dovrebbe servire, se ci riusciamo, a non costruirci uno steccato tra cattolici, a non definire il nostro essere cattolici come un confine, ma proprio offrirlo per quello che è, come un incontro che noi abbiamo avuto con il Signore, che ci aiuta a leggere la storia e che in questo modo può essere condiviso. E chiudo per essere breve, perché alcuni di quelli che sono qui probabilmente l’hanno già vista la mostra, ma se andate a vedere la mostra sui martiri di Algeria, qui a cui come Dicastero, grazie alla LEV, abbiamo collaborato, non spoilero troppo, ma l’ultima sala dove c’è il testamento spirituale di Christian De Chergé, spiega come il male assoluto possa essere redento, perché non c’è niente che non possa essere redento e che l’amore davvero redime tutto, che alla fine è questo, è il fondamento del cristianesimo, Gesù è stato crocifisso, è morto ed è risorto e in quel momento sembrava che non ci fosse nessuna speranza. Quel testamento è una cosa potente che spiega che cos’è la comunione, che cos’è la redenzione e che cosa può essere il racconto del male in chi crede che il male è stato redento da Dio che si è sacrificato per l’uomo. Ecco, questo per dire un po’ cosa proviamo a fare in maniera molto imperfetta.
LINDA STROPPA
Giro la domanda a Colum McCann. Ha scritto due libri, che sono gli ultimi due che sono, insomma, verrebbe da dire che speranza dalle premesse non c’era.
COLUM MCCANN
Hello everybody. Sono molto contento di essere tornato a Rimini. Io credo nella speranza, ma so anche che viviamo in un’epoca in cui è difficile credere nella speranza. E mi sembra che viviamo davvero in tempi molto complicati. Abbiamo sempre vissuto, in realtà, epoche all’insegna delle difficoltà, dei problemi, che fosse anche centinaia di anni fa, oppure durante la Prima Guerra Mondiale o la Seconda Guerra Mondiale o negli anni ’60, tutti quei momenti in cui si pensava che non ci fosse speranza oppure quando anche nel 2001 siamo stati animati da una mancanza di speranza, però alla fine in realtà poi la speranza ha sempre prevalso. Adesso viviamo in un’epoca in cui tutto diventa esponenziale, tutto avviene molto velocemente e quindi bisogna andare a riparare quello che si è rotto. Quindi è come se fossimo di fronte a uno specchio rotto, ma vogliamo ripararlo raccogliendo i pezzi. Ecco, e questo processo di riparazione è comunque complicato e ci sembra che sia impossibile. Ma se riuscissimo ad imparare a rallentare, potremmo avviare quel processo di riparazione a cui faceva anche riferimento Paolo in un certo senso, perché dobbiamo concentrarci sulla guarigione, la riparazione. Che cos’è? Come possiamo riparare tutto quello che è rotto e che ci circonda? Come possiamo rallentare per poterci ascoltare reciprocamente e capirci? Tante persone invece vogliono impedirci di ascoltare l’altro, perché ascoltare l’altro non è facile, però è bellissimo e soprattutto quando impariamo ad ascoltare non solo al di là delle divisioni, ma anche all’interno delle nostre comunità e mi sembra che questo faccia parte anche del ruolo della Chiesa, di essere raccolta, ma anche di collocarsi su una larga scala, di essere locale e globale. Quindi il dialogo inizia localmente, ma poi a poco a poco si estende globalmente e credo che questo faccia parte proprio dell’essenza della speranza.
JAVIER CERCAS
Javier, buongiorno. La prima volta che Roman Jacobson, il grande linguista russo, ha viaggiato a Harvard, l’Università di Harvard, è stato ricevuto dal presidente che gli ha detto: “Signor Jacobson, mi hanno raccontato che lei parla 14 lingue” e Jacobson ha risposto: “Sì, è vero, ma le parlo tutte in russo.” Allora, io parlo italiano, ma lo parlo come altre lingue, ma lo parlo in spagnolo, mi scuso. Grazie. Ma non so, io credo che quello che bisogna è ritornare alla cosa più elementare, che è raccontare la verità. La cosa più semplice e per una ragione evangelica. L’Evangelo dice: “La verità vi farà liberi”, quello significa che le menzogne, le bugie, fanno schiavi. Così semplice. Ma oggi viviamo in un tempo, a volte abbiamo l’impressione, molti di noi, che si raccontano, forse i giornalisti che lottano ogni giorno contro le bugie. I giornalisti, ci sono cattivi giornalisti, evidentemente, che oggi si raccontano più bugie che in tutta la storia, che mai. E non è vero, bugie si sono raccontate sempre. Quello che è vero è che oggi le bugie, come sanno benissimo i giornalisti, hanno un potere di diffusione che non hanno avuto mai, perché abbiamo internet, abbiamo i social, abbiamo l’intelligenza artificiale, eccetera. Allora le bugie hanno un potere di diffusione enorme, enorme, senza controllo, perché non per la nostra colpa, perché non abbiamo controllato queste cose o ancora non abbiamo controllato queste cose. Allora io credo che questa è un’evidenza, oggi il discredito della verità è enorme e secondo me questo è uno dei grandi pericoli del nostro tempo e questo è un’evidenza, non è un’opinione. Bill Clinton è stato vicino ad andare fuori dalla Casa Bianca per una menzogna, non per le sue relazioni sessuali, no, per una menzogna e oggi abbiamo nel potere, nella Casa Bianca, un uomo che ha fatto della menzogna uno strumento di governo. E questo è un fatto, ma non è lui da solo. Il problema è che questo l’hanno visto tutti gli altri politici, non soltanto politici, e hanno visto che questo funziona e allora andiamo con questo. Allora, il discredito della verità è enorme in politica, nella vita pubblica, eccetera. Allora, io non sono giornalista, io sono soltanto un romanziere. Io scrivo due volte al mese in un giornale, ma non sono un giornalista. Giornalista è Paolo, giornalista è Andrea. Avete un lavoro enorme, molto difficile, è una lotta enorme. È ovvio che siamo tutti a difendere la verità, perché è una cosa che non è soltanto dei giornalisti, ma di tutti i cittadini che abbiamo l’obbligo di farlo, perché se non diventiamo schiavi. Ma i giornalisti hanno un lavoro enorme. Si può fare? No, non si può fare, si deve fare.
LINDA STROPPA
E allora tra le narrazioni, tra i racconti più complicati, oggi lo vediamo, c’è proprio quello dei conflitti, ad esempio, no? Allora, la pace, quella pace che sembra inconquistabile, se ci fermiamo oggi a guardare il quadro geopolitico, in Apeirogon, ad esempio, passa attraverso due storie, appunto, quella di un papà palestinese, un israeliano. Colum, tu hai detto più volte che il mondo viene tenuto insieme dalle storie. Allora, ti chiedo di spiegarci cosa intendi con questo.
COLUM MCCANN
Sì, io ho scritto questo libro, Apeirogon, che riguarda la storia di un padre palestinese, un padre israeliano. Entrambi hanno perso le loro figlie in diversi momenti del conflitto e in un modo straordinario, le loro storie si intrecciano e si rendono conto che vogliono usare la forza del loro lutto, della loro sofferenza per cambiare in qualche modo il mondo. E credo in una cosa semplice. Noi non dobbiamo per forza amarci, non è nemmeno necessario che ci piaciamo l’un l’altro, però se non faremo niente, se non ci capiremo reciprocamente, allora saremo, per così dire, spacciati. E questo è molto importante, poiché capirsi. Capirsi attraverso il racconto di storie è la chiave e Papa Francesco l’aveva capito perfettamente, si era reso conto del valore della comunicazione di storie, dei comunicatori, degli artisti ed è per questo che li aveva sempre coinvolti e incoraggiati proprio a svolgere il ruolo per incoraggiarci a capirci al di là delle frontiere, dei confini, a capirci gli uni verso gli altri. Io ho avuto la possibilità di dire che osservare Papa Francesco attraverso anche video, ad esempio, quando visitava delle prigioni e si sedeva con i carcerati e addirittura lavando i piedi. È stata un’immagine fortissima e il suo messaggio di comunicazione era “Ti riconosco, ti vedo, non importa chi sei, non importa dove sei, la tua storia per me conta, è importante” e quindi in un certo senso l’estensione di questa metafora è molto importante. E proprio il messaggio che ci voleva dare Papa Francesco, che le storie possono lavare i piedi del mondo.
LINDA STROPPA
Quindi, in qualche modo, si riparte dall’uomo anche in un tempo in cui la tecnologia sembra rivoluzionare tutto. Le relazioni umane restano. Javier Cercas, anche lei è un cacciatore appassionato di storie, nei suoi libri racconta spesso vicende legate al passato. E forse siamo in un tempo in cui storia e memoria non vanno tanto di moda. O sì?
JAVIER CERCAS
La storia, la memoria non vadano in moda, forse no, non so la verità, forse mai non è stato di moda. Sì, io i miei libri sono molto diversi. Quest’ultimo libro è il più diverso, il più strano. Il responsabile è Paolo Ruffini di questo libro, il colpevole, si può dire, perché la Chiesa ha fatto con me un atto di temerità, ha fatto una cosa che non aveva fatto mai. Sempre ricordo quello che mi dicono alcuni dei miei amici oggi nel Vaticano, che mi dicono che Papa Francesco diceva a tutti, non so se a tutti, ma alcuni: “Prendete rischi, prendete rischi” e con me è stato un rischio perché per la prima volta nella storia, apparentemente, la Chiesa, il Vaticano, ha aperto le sue porte a uno scrittore, uno scrittore che non è un credente per raccontare un viaggio. Questo libro è la storia di un viaggio in Mongolia, che è un posto molto esotico, ma soprattutto un viaggio nel Vaticano, che è un posto molto più esotico di là e parlo davvero molto più esotico, soprattutto il viaggio nel Vaticano. Per me è stata un’esperienza straordinaria, completamente straordinaria. Questo la Chiesa non l’aveva mai fatto. Il grande lavoro per me non è stato leggere tanti libri e il grande lavoro per me è stato pulire il mio sguardo di pregiudizi. Questa è la cosa più difficile, perché la Chiesa cattolica è stata sempre lì e tutto il mondo ha pregiudizi sulla Chiesa cattolica, su cristianesimo, su cattolicesimo, su tutto in questi paesi come i nostri paesi, l’Irlanda, l’Italia, la Spagna che sono di una fortissima tradizione cattolica. Allora tutto il mondo ha, tutto il mondo crede sapere tutto sulla Chiesa cattolica, e tutto il mondo ha pregiudizi contro, in favore della Chiesa, mezzo e mezzo. Allora l’enorme lavoro per me è stato arrivare lì a vedere che cosa succede veramente. Non quello che io immagino, quello che mi piacerebbe che succede, no, quello che succede veramente. Chi è questa gente che lavora nel Vaticano? Di che cosa parla la Chiesa oggi veramente? Di che cosa veramente parla la Chiesa? Chi è questa gente che è nel Vaticano che non sono gente così strana? Perché quando io avevo l’idea del Vaticano: “Il Vaticano, segreti, misteri, ermetico, non si sa che cosa succede, lì orgie nella Cappella Sistina, riti satanici”, no? Questa è l’idea. Chi è questa gente? Chi era questo signore che si chiamava Jorge Mario Bergoglio che era al centro della Chiesa? Questo è stato il lavoro: vedere che cosa veramente succede, pulire lo sguardo. È questo che facciamo gli scrittori, credo io. C’era un grande teorico russo all’inizio del secolo scorso che diceva: “La missione dell’arte è deautomatizzare la realtà, è per vederla come se la vedessimo per la prima volta con tutto il suo”. E io ho fatto questo. Se fai questo lavoro con la Chiesa, con il Vaticano, eccetera, tutto è sorprendente. Tutto per me è stato sorprendente. A cominciare dall’inizio quando la Chiesa viene a me e mi dice: “Vuoi andare con il Papa Francesco a Mongolia e vuoi entrare nel Vaticano e parlare con la gente che vuole, eccetera, e scrivere quello che vuoi con assoluta libertà?” Bisogna dirlo. Questa gente neanche ha letto il libro prima di essere pubblicato. Soltanto Andrea Tornielli, perché io ho domandato per favore fai il fact-checking nel libro, ma non ha letto una parola prima di essere pubblicato. Questo è la verità, si deve dire tutto. È stato sorprendente perché la Chiesa, io non sono credente, ma la mia educazione cattolica, la mia famiglia molto cattolica, il mio paese molto cattolico, eccetera, e siamo abituati alla Chiesa. Ma la Chiesa è una cosa stranissima se la vedi, se lo pensi davvero, tutto. Duemila anni di storia, non è un’istituzione così nel mondo, non esiste. Tutti gli imperi sono caduti, l’Impero romano, l’Impero spagnolo e l’hanno per sempre. No, sono caduti, ma la Chiesa è lì, è molto strana e parla di cose stranissime.
Per esempio, il centro del mio libro è una cosa, la cosa più strana del mondo, si chiama La resurrezione della carne, la vita eterna. Questa è una cosa stranissima.
LINDA STROPPA
Lei dice: “Scandaloso.”
JAVIER CERCAS
Assolutamente scandaloso. Non lo dico io, lo diceva il Papa Francesco. E ogni cristiano lo sa che cos’è questo. E allora, non so perché sto raccontando questo, ma sì. Ok, va bene. Non continuo.
LINDA STROPPA
Dopo ci torniamo. E Ruffini, a partire dal libro, e si vede perché è stato chiamato in causa, è nata anche un’amicizia fra di voi e il Papa ha richiamato al fatto che serva un tempo lento per raccontare le storie. Si dice sempre che i giornalisti devono consumare le suole delle scarpe e non lo fanno più, perché stanno molte volte in redazione, stanno sui telefonini, non vanno a incontrare per raccontare le storie, non per forza belle o positive di per sé, perché dobbiamo anche raccontare tutto quello che succede, non è sempre bello e serve capire se in ogni fatto, come dicevamo all’inizio, c’è un germoglio di verità, quasi di redenzione. E verrebbe da dire che in un momento storico come questo, in cui viviamo di commenti sui social, velocità di video postati e di reazioni, questo tempo lento, lo abbiamo perso, siamo capaci di riconquistarcelo?
PAOLO RUFFINI
Io sempre si può riconquistare il tempo, la speranza e qualsiasi cosa. Un mio amico giornalista, un po’ scherzando e un po’ sul serio, diceva, non so se Colum è d’accordo, pensate come sarebbe stato terribilmente diversa la storia del cristianesimo se ci fossero stati i social in quel momento e avessero postato secondo per secondo il tradimento di Pietro, il momento in cui Gesù sceglie Pietro sorprendendo tutti e così via. Non sarebbe venuto né il libro di Javier che ha preso tempo per capire, né nella storia della Chiesa il Vangelo. E qui c’è bisogno di tempo, ma quello sta a noi, sta veramente a noi. E questo non è per dire i social sono da demonizzare, ogni cosa va vissuta con intelligenza e i social e l’era digitale può permettere di condividere delle cose, ma se non c’è il tempo per capirle e se tutto è soltanto un riflesso istantaneo senza nessuna profondità di ascolto e di condivisione, come quella che stiamo facendo adesso, provando a parlarci tra di noi, noi stiamo distruggendo il significato delle parole, il senso delle relazioni e quindi la possibilità di farla camminare la storia. Stiamo un po’ avvitandoci su noi stessi in un vortice che non ci porta da nessuna parte. È comunque molto facile e possibile scendere da questa giostra e prendersi il tempo e usare i social con intelligenza, convertirla all’era digitale. Noi una delle cose più assurde, secondo me, che noi diciamo tra di noi, più o meno esperti di comunicazione, è che noi dobbiamo vivere la cultura digitale. La cultura digitale, come tutte le culture, la costruisce ognuno di noi facendola, non adattandosi a dei paradigmi che magari non sono culturali, ma sono economici, per cui un click vale un tot di centesimi di dollaro o di euro e la verità è finita da un’altra parte. Quindi si possono cambiare le cose mettendosi insieme, ma con l’umiltà che questo insieme non sia contro qualcuno, ma offerto al mondo come una cosa buona. Dico una sola cosa su di lui. Non è vero che abbiamo preso un grande rischio, perché se non c’è questo rischio non c’è il cristianesimo.
JAVIER CERCAS
Sono d’accordo. Assolutamente d’accordo.
LINDA STROPPA
Pensando ai social, ti chiederei, per molti giovani non esserci sui social, non avere una visibilità significa quasi non esserci, no? Non tutte le storie belle finiscono lì.
PAOLO RUFFINI
Sì, ma anche lì, sembra che noi stiamo dicendo ai ragazzi e alle ragazze, anche ai bambini che appena fanno la prima comunione, magari un nonno, uno zio, gli regala il telefonino, che questo mondo è questo, che i social sono TikTok, non so, Instagram. Ma dove è scritto che io non sono Matusalemme e loro nemmeno, e siamo nati e cresciuti in un’era che non c’erano nemmeno i computer quasi, almeno io no, che non c’erano i social. Tutta questa cosa può essere cambiata. La sfida che deve essere data ai ragazzi: sviluppate gli algoritmi diversi, aiutate noi che siamo più vecchi a un mondo dove la comunicazione acquisti il significato che dovrebbe avere, dove “to share” significa davvero condividere, dove “like” significa davvero volere bene, dove le relazioni sono profonde e non fragili. Tutto questo si può fare. Non è che Zuckerberg o Elon Musk o chiunque dei protagonisti di questa era hanno scritto la fine dei tempi. Può nascere a Rimini o a New York o a Barcellona un ragazzino che inventa un modo diverso di vivere l’era digitale, di cambiarla, non essendone vittima, schiavo. Secondo me è da lì che bisogna ripartire, capendo che l’era digitale non è un surrogato dell’era fisica, un prolungamento di quello che siamo ormai, un ambiente, un prolungamento. Ma se non ci si incontra in carne ed ossa non c’è amicizia vera, non c’è famiglia, non nascono bambini, non succede niente, è tutto un vivere artefatto.
LINDA STROPPA
Ancora, vorrei chiedere a voi due che siete scrittori. Si parlava prima di un tempo lento, i libri nascono da tempi lenti. Voi dedicate la vostra vita, le vostre energie a raccontare storie. Prima Colum mi raccontavi anche di come sono nati gli ultimi due libri. Ecco, come scegliete a quale storia dare valore e che cosa finisce nei vostri libri?
COLUM MCCANN
Vorrei tornare su quello che diceva Paolo prima di rispondere alla domanda. Niels Bohr, un ricercatore del XX secolo, diceva che alla fine di una verità profonda c’è sempre un’altra verità profonda, quindi spesso si può anche raggiungere la fine di un’argomentazione e scoprire una nuova argomentazione. Il problema è che a volte c’è una tendenza a una semplificazione eccessiva di quello che viviamo oggi e magari si tende a semplificare dicendo: “La tecnologia è buona o la tecnologia è cattiva”. Il fatto è che la tecnologia può essere sia buona che cattiva, contemporaneamente sta a noi imparare a convivere con queste contraddizioni. Questo è molto importante e tutto comincia nelle scuole dove ci sono insegnanti e credo sia davvero importantissimo dire grazie agli insegnanti. Dovrebbero essere retribuiti di più, curati di più, dovrebbero avere anche pensioni migliori. È importantissimo, poiché la democrazia e la Chiesa cominciano anch’esse nelle scuole. È così che possiamo instillare idee, ispirarle che portano poi alle storie da raccontare. Tornando alla sua domanda, da dove traggo le scelte per le storie per i miei libri? Credo che in realtà non lo so da dove mi baso per scegliere le storie dei miei libri. Perché, ecco, non lo so. E perché viviamo, e questo è molto bello, viviamo in un mondo che è malato di certezze, tutti hanno certezze ferree. Sembra sempre che ci sia certezza rispetto a quello che le persone pensano, a quello che le persone votano, alle opinioni che hanno. Però bisogna essere aperti a coloro che invece la pensano diversamente, quindi essere aperti alla contraddizione. E quindi dov’è che si può trovare questa contraddizione più facilmente? Queste contraddizioni possono esserci nelle scuole, nelle università, quindi queste idee diverse e anche nelle nostre chiese. Quindi queste idee che non sono necessariamente sempre in sintonia possono venire da conoscenze che non possediamo ancora, ma che possono incuriosirci e che vorremmo acquisire. Quindi bisogna davvero essere curiosi oggi più che mai.
JAVIER CERCAS
Io anch’io voglio ritornare all’argomento di Paolo e Colum. Il problema non è la tecnologia, il problema è l’uso che noi facciamo della tecnologia e questo è stato sempre così, sempre stato così. Quando Platone nel Fedro parla di un re che si chiama Thanos e parla contro l’invenzione diabolica della scrittura, perché la scrittura sarà la catastrofe, sarà la fine della nostra cultura, perché “metterà l’oblio nelle nostre anime”, dice letteralmente, credo. La gente non avrà bisogno di ricordare, di utilizzare la memoria e sarà la fine della cultura e anche una cosa fondamentale per Platone, ovviamente, che era il dialogo fra discepolo e maestro, finirà perché ci sarà tutto scritto. Fine della cultura. E quando Gutenberg inventa la stampa.
La stampa è la fine della cultura di élite, perché arriverà a tutto il mondo, la cultura, e inevitabilmente si volgarizzerà, si farà più povera. E quando si inventa la televisione finirà la cultura, eccetera. E non è così, non è successo così. Iniziando un’altra forma di cultura dopo la scrittura, dopo Gutenberg, dopo la stampa, eccetera. Allora, è a noi. Io non utilizzo i social media per ragioni, ma io non credo che siano il diavolo. Dipende dal modo in cui noi utilizziamo queste cose, come l’intelligenza artificiale. È esattamente la stessa cosa. Bisogna utilizzarla per bene e non per il male. Allora, la seconda domanda, se le storie. Ho la stessa risposta di Colum, ma un po’, diciamo, nella mia esperienza, con una certa sfumatura. La sfumatura è questa: io non scelgo mai le storie, mi scelgono a me. È molto semplice. In questo, nel caso dell’ultima storia, sembra assolutamente evidente. È stato il Vaticano che è venuto a me, mi ha detto: “Vuoi scrivere su queste cose?” Sebbene io avessi pensato prima, questa è una cosa che io avevo in testa, non sapevo come formularla. Che cosa facciamo oggi in Europa, in Occidente, quando il cristianesimo è quando le chiese sono vuote, quando i seminari chiudono, quando il cattolicesimo non è quello che era prima, che dava senso al mondo? Che cosa facciamo con la religione oggi? E che cosa succede nel cattolicesimo, di che cosa parla? Eccetera. Ma in questo caso è molto evidente perché io non avrei potuto mai scrivere questo libro senza l’aiuto, senza l’opportunità che mi ha dato il Vaticano. Per me è stato un regalo. Grazie mille. Ma in tutti i miei libri è un po’ così, perché ci sono cose che diventano ossessioni. Non sai perché sono ossessioni, ma sono ossessioni. Un uomo salva la vita. C’è un libro che si intitola Soldati di Salamina che parla di un uomo, di un soldato repubblicano che salva la vita a un fascista quando tutto cospira perché quest’uomo uccida questo fascista in una guerra, eccetera. A me hanno raccontato questa storia, sono diventato ossessionato, ho detto: “Ma perché?” Sono allora totalmente d’accordo con te e la curiosità. Io scrivo per sapere, non scrivo perché so cose che voglio raccontare, scrivo per sapere. E in questo caso era esattamente la stessa cosa. Ho avuto l’opportunità di scrivere questo libro, ma questo viene da un’ossessione personale. La mia mamma, quando mio padre è morto, diceva che lei avrebbe visto mio padre dopo la morte. Questo lo diceva. E non lo diceva la mia mamma perché fosse una persona stravagante, una persona strana, lo diceva perché era una vera credente. Nel libro a un certo punto si dice che se si paragona la fede della mia mamma con quella del Papa Francesco, quella del Papa Francesco è un po’ dubitativa, un po’ non molto sicura. Era la verità. E quando mio padre è morto, lei diceva questo. Allora io ho ricordato questo quando Lorenzo Fazzini è venuto a trovarmi e a dirmi: “Puoi scrivere questo libro?” E ho immaginato immediatamente che il libro parlasse esattamente di questo, di un folle senza Dio, io stesso, un uomo normalissimo in Spagna, Italia, Europa, Occidente, che è stato educato nella fede, che ha perduto la fede, che va a trovare il folle di Dio, che è ovviamente Francesco, il Papa Francesco. Li chiamo il folle di Dio perché Francesco, per Francesco d’Assisi, come sapete molto bene, Francesco d’Assisi si chiamava se stesso il folle di Dio fino alla fine del mondo, Mongolia, per fargli questa domanda di bambino. Molto semplice. Quando ricordi, Paolo, quando sono arrivato, ricordi questo? Questo non l’ho inventato, questa è la verità. Non è niente inventato questo libro. Quando sono andato in Vaticano per la prima volta dopo quel discorso del Papa agli artisti, eccetera, ci eravamo conosciuti in quel momento con Paolo e Andrea Tornielli e io ho detto, mi hanno detto: “Di che cosa vuoi parlare con il Papa?” Io ho detto: “No, no, io soltanto voglio parlare di una cosa, della mia mamma, che la mia mamma dice questo. Voglio fargli questa domanda. Voglio parlare della resurrezione della carne, della vita eterna.” Ricordo il silenzio e lo sguardo che hanno fatto e mi hanno detto: “Di questo nessuno parla, nessuno ha fatto la domanda, questa domanda al Papa. Ma è la domanda fondamentale perché questo è il centro del cristianesimo.” Esattamente il centro del cristianesimo. Non lo dico io, non lo diceva il Papa Francesco, lo diceva San Paolo: “Noi resusciteremo perché Cristo resuscita. E se Cristo non resuscitò, vana è la nostra fede.” Senza questo non esiste il cristianesimo. E allora io ho pensato questo: che andrei a cercare il Papa per fare questa domanda e per ascoltare la sua risposta e portarla alla mia mamma. In un certo senso questo libro è un giallo in questo senso. Lo è assolutamente.
LINDA STROPPA
Non spoileriamo la risposta poi. No.
JAVIER CERCAS
Un giallo. Ma l’enigma non è un enigma qualsiasi, è l’enigma degli enigmi, l’enigma centrale del cristianesimo, l’enigma centrale della nostra o uno degli enigmi centrali della nostra civilizzazione. Ma senza questa ossessione, senza questa cosa, io non ho voluto sapere questo per motivi teologici, io non sono un teologo, era per motivi personali, per la mia mamma, che è una cosa molto importante per me. Allora, credo che sono le ossessioni che ci fanno e la curiosità che ci portano a scrivere.
COLUM MCCANN
Sono d’accordo. Sì.
LINDA STROPPA
C’è poi una questione di linguaggio e volevo cambiare argomento, perché oggi chiamare le cose con il loro nome non è scontato e mi pare che il rischio sia duplice, o banalizziamo le notizie, i racconti per piacere a tutti, oppure dall’altra parte si comunica a slogan, comprese di posizione violente che non lasciano spazio al dialogo. Questa è forse uno dei tranelli più grossi per i giornalisti. Allora, volevo, partendo da Paolo, volevo capire cosa ne pensate sull’eccesso di slogan.
PAOLO RUFFINI
È vero e purtroppo è vero. È vero nella comunicazione professionale, è vero nella comunicazione interpersonale. Quando io ho iniziato a fare il giornalista e non c’erano allora scuole di comunicazione, università, non c’era niente, si imparava facendole. Allora un vecchio giornalista mi disse: “L’importante è fare titoli accattivanti e usare parole accattivanti.” Questa cosa a me non piacque già allora e da allora io ho cercato di fare un altro tipo di giornalismo che secondo me è possibile e non è vero che non funzioni, perché già nella parola accattivante c’è la radice di farti prigioniero, di chiuderti dentro un recinto che ti imprigiona o ti rende più, e quindi ti rende anche più cattivo, se vuoi. Mentre è possibile, molto possibile e non è vero che non si fanno lettori, abbiamo qui due esempi illustrissimi di giornalisti che sono anche grandissimi scrittori. Quindi non è assolutamente vero che non si possa ridare un senso alle parole che abbiamo consumato logorandole di significato. Quanti titoli noi leggiamo sui giornali su guerra, duello, eccetera, per cose che non sono guerra e che non sono duello. E quanto raccontiamo ormai la guerra soltanto con le guerre, con statistiche di numeri, senza entrare nelle storie, come in maniera diversa hanno fatto Colum e Javier, perché è nata l’idea del libro di Javier, perché abbiamo chiesto a Colum di venire al Giubileo della Comunicazione, perché secondo me, che sono un giornalista, il giornalismo deve trovare questa capacità di vedere che adesso hanno di più gli scrittori che non i giornalisti e che i giornalisti stanno rischiando di far perdere anche nella comunicazione interpersonale ci si parla senza dare il senso della profondità delle cose. Però niente, anche qui niente di nuovo, queste cose in maniera diversa sono sempre successe nella storia della comunicazione del mondo, il non capirsi, il fraintendersi, da Babele in poi. E Babele, diceva il cardinale Martini, è il luogo degli incontri mancati, il luogo dei fraintendimenti. Ecco. E forse il nostro tempo in questo momento è un po’ Babele, ma la storia non siamo alla fine dei tempi, non siamo alla fine dei tempi, siamo nel tempo, siamo nel tempo e siamo, come diceva Guardini, siamo noi e anche Sant’Agostino, siamo noi il nostro tempo, quindi basta viverlo con la determinazione a cambiarlo e l’umiltà di sapere che non siamo noi da soli che lo cambieremo.
COLUM MCCANN
Grazie, sono d’accordo. Dobbiamo sviluppare questa umiltà. Dobbiamo essere umili per cercare di impegnarci nel raccontare le storie, ma credo sia anche importante non privilegiare il punto di vista del romanziere, oppure del poeta, oppure dello sceneggiatore o del cineasta. Non credo che siano più importanti dei giornalisti, credo che i giornalisti siano altrettanto importanti dei poeti. Il giornalista è importante tanto quanto il romanziere. È proprio il modo in cui racconta la storia e usa la lingua per raccontare la verità che importa. E qui ci si chiede che cos’è la verità. Qui si parla di lingua, quindi in che modo percepiamo la verità, come percepiamo la verità? Beh, i fatti sono un po’ mercenari. Si può dare una certa direzione a un fatto per arrivare là dove vogliamo arrivare, ma ci sono delle cose che non sono basate sui fatti, tipo l’amore, l’orgoglio, la compassione, il sacrificio, la violenza. Sono cose molto importanti che dobbiamo analizzare come giornalisti, anche come giornalisti. Ma come farlo? Beh, come si è detto prima, il giornalista non deve rimanere concentrato solo su se stesso, non deve vivere separato dagli altri, non deve mettere semplicemente le coordinate del GPS sulla sua immaginazione, deve invece uscire in strada, deve incontrare le persone e deve raccontare le storie che succedono, che funzionano, anche storie a volte che non vuoi raccontare. Mi sembra che a volte le notizie rimangano notizie. Se noi giornalisti raccogliamo le notizie, quanto succede nelle prigioni, nelle strade, in angoli anonimi dell’esperienza umana. Allora, se lo facciamo, faremo qualcosa di molto potente. Sono qui con Diane Foley, una donna meravigliosa il cui figlio James Foley, un giornalista che è andato in Siria e che poi è stato ucciso. Era uno di quei giornalisti che era pronto ad andare fino alla fine del mondo, a spingersi agli estremi. Non ha scoperto niente di nuovo nei corridoi del potere. Quello che voleva fare era andare nei mercati, uscire in strada, parlare ai bambini, parlare agli anziani per scoprire la verità che emana da un luogo onesto. E se possiamo incoraggiare i nostri lettori, i nostri giornali e noi stessi a leggere quelle storie, quelle storie di normalità, a interessarsi a quelle storie di normalità, allora credo che inizieremo a curare e guarire alcune delle ferite che abbiamo e spero veramente che possiamo andare al di là del concetto di giornalismo, di poesia e cominciare a parlare anche di storie, storie semplici che però sono storie della condizione umana. In questo momento siamo in una situazione molto complicata ed è il momento veramente di svegliarsi, iniziare a leggere, iniziare a sviluppare questa curiosità di cui abbiamo parlato e dipende da noi, dipende da noi raccontare le storie che possiamo raccontare nella maniera più potente possibile.
LINDA STROPPA
Quindi mi pare che la sfida sia trovare storie che nutrono la vita, che ricuciono, come abbiamo detto all’inizio, strappi. Non si tratta di tacere il male, ma trovare quei luoghi, quei volti, quelle testimonianze che all’interno di situazioni che sembrano non avere speranza, poi invece ci fanno presagire che qualcosa si ripara. C’è il titolo di un capitolo del libro Una Madre in cui, riprendendo un poeta nordirlandese, Seamus Heaney, tu scrivi: “Storia e speranza possono rimare.”
COLUM MCCANN
Sì, Seamus Heaney che ha parlato di trovare un momento nella vita in cui la storia e la speranza possono rimare insieme. Credo che sia molto importante. Fatemi dire una cosa. Per quanto riguarda Israele, Palestina, Rami e Bassam, i personaggi di cui ho scritto, quando sono andati sulla televisione israeliana e hanno cominciato a parlare del fatto di essere amici, allora faccio un passo indietro. Hanno incontrato Papa Francesco un anno fa ed è stato un momento meraviglioso. Ho visto che Papa Francesco lì stava ascoltando con attenzione e non ho mai visto ascoltare con così tanta attenzione come Papa Francesco ha fatto in quell’occasione. Quindi stava ascoltando questo israeliano, questo palestinese, è stato un momento bellissimo. Quando poi sono tornati in Cisgiordania e sono andati a Gerusalemme insieme come amici, sono stati invitati dalla televisione israeliana per parlare della loro esperienza col Papa e per i primi 10 minuti hanno parlato della loro esperienza col Papa e poi quando alla fine hanno parlato della situazione in Israele, in Palestina, la stazione, l’emittente televisiva li ha tagliati dicendo: “No, non possiamo ascoltare questo, non possiamo mandarlo in onda”. Come possiamo fare in modo che questi emittenti, questi giornali, queste riviste facciano censura contro queste persone che promuovono la pace e l’amicizia? Mi sembra essere un problema grandissimo. Due uomini, molto semplice, che avevano un semplice messaggio da dire: non è che dobbiamo piacerci, non è che dobbiamo amarci, ma dobbiamo capirci. Punto. E vengono tagliati, vengono tagliati, non vengono messi più in onda. Ma come può succedere questo?
LINDA STROPPA
Ci resta ancora qualche minuto. Io vorrei tornare alla questione del linguaggio, perché c’è una cosa che a Javier Cercas sta tanto a cuore, che è un po’ anche la sfida del linguaggio della Chiesa. Tu dici che anche la Chiesa deve cambiare linguaggio?
JAVIER CERCAS
Sì, è molto facile dirlo dal di fuori, come si fa, ma visto non al di fuori, perché almeno secondo Francesco non esiste il di fuori, il di dentro, fuori, ma visto come un non credente, io credo forse che la Chiesa ha un problema linguistico visto dal di fuori, è molto evidente. C’è un paradosso immenso nel fatto che il cristianesimo di Cristo è una cosa assolutamente rivoluzionaria. Lo è, no? Questa è un’evidenza. Questo ha cambiato il mondo. È un messaggio. Ritorniamo all’inizio. Cristo era un uomo, era un sovversivo, era un rivoluzionario, era un uomo che diceva delle cose pericolose. “Non sono venuto a portare pace, ma spada.” Gli diceva: “Tutti gli uomini e le donne sono uguali”. Questa era una cosa pericolosissima al suo tempo, con la schiavitù. Tutto questo e oggi è una cosa pericolosissima. Cristo andava per il mondo non con i ricchi, con la gente del potere, ma andava con i poveri e con le prostitute e con gente dubbiosa, così. Lui è stato crocifisso non per fare il migliore logo della storia dell’umanità, ma perché era un uomo pericolosissimo. La crocifissione era riservata per i criminali più pericolosi, eccetera. Allora è una cosa, è una rivoluzione, lui ha fatto una rivoluzione evidente sociale. Noi siamo il risultato di questa rivoluzione. Non si capisce Europa, non si capisce Occidente senza questa rivoluzione, ma una rivoluzione metafisica, la più forte, la ribellione contro la morte. Questo è il centro del cristianesimo. La resurrezione della carne e la vita eterna vuol dire questo, una ribellione contro la morte. Immagina, è una cosa veramente folle, uno scandalo, come diceva Papa Francesco. Allora, il grande paradosso è che da una parte io credo, io vedo due problemi. C’è un problema con cui non siamo sempre d’accordo, ma oggi saremo d’accordo con Paolo pubblicamente. Da una parte la Chiesa è un problema di linguaggio, perché da una parte è molto complesso, secondo me, ma da una parte è un linguaggio vecchio, un linguaggio che manca di vitalità, che manca. Che cosa aveva Gesù? Perché lui ha fatto questa rivoluzione? Per la sua vita ovviamente, ma anche per le sue parole che sono state rivoluzionarie, che hanno cambiato il mondo. Le sue parole erano attraenti per la gente e abbiamo il problema che la Chiesa è vecchia, che il linguaggio della Chiesa non è attraente, non è vitale, non è forte, manca una cosa importantissima, per esempio, per il Papa Francesco, che era il senso dell’umorismo, dell’ironia, tutte queste cose. Qual è il titolo dell’ultimo libro del Papa Francesco? È viva la poesia, dobbiamo, che cos’è la poesia? Linguaggio teso, linguaggio forte, linguaggio vivo, linguaggio attraente. Abbiamo bisogno, io leggo così questo titolo, abbiamo bisogno di cambiare il nostro linguaggio per arrivare alla gente, per fare che questo linguaggio rivoluzionario rivoluzioni la gente un’altra volta. E questo non è facile, lo so, ma senza questo non c’è niente. E dopo, e in relazione con questo, arriviamo alla nostra discrepanza, ma sarà un accordo. D’altra parte c’è un linguaggio spesso ermetico che la gente non capisce, che la maggior parte di cattolici, neanche i cattolici capiscono sempre. Andiamo a finire con questa parola. Sapete tutti che i papati, sempre con i giornalisti, parlano: qual è la parola fondamentale del papato di Francesco? E ci sono parole che definiscono il papato di Francesco. Questo i giornalisti parlano tantissimo, la parola periferia, la parola discernimento. La parola è una delle, forse secondo me, secondo alcuni, parola fondamentale di questo papato di Francesco. Nessuno la capisce qui. Immagino che sì. Alcuni, tu no. Andrea, la parola sinodalità. Se io domando di alzare la mano, alcuni alzeranno la mano. Ma la mia mamma no. Non capiva che cos’era la sinodalità. Che cos’è? E ieri parlavamo di questo e io sono d’accordo con te, Paolo, è la Chiesa che non ha saputo spiegare che cosa è questo e si deve spiegare. Che cos’è la sinodalità? Secondo me questo si spiega con facilità. Passare da una chiesa verticale a una chiesa orizzontale, fare una chiesa più democratica. Ma quando si utilizza, vedi, c’è gente che applaude e anche alcuni cardinali, ma c’è gente come Paolo che non è d’accordo. Lo capisco benissimo, ma perché? Perché quando pensiamo democrazia pensiamo a elezioni libere, parlamenti, eccetera. Ma questa è la nostra democrazia, la democrazia laica, liberale. Ma se torniamo al senso originale, etimologico della parola, le cose cominciano a cambiare. Che cosa vuol dire democrazia etimologicamente? Vuol dire potere del popolo. E allora, la sinodalità potrebbe definirsi, non la definisco, è una sorta di potere del popolo di Dio, cioè i cattolici. E questo non è un’invenzione, come sapete benissimo, del Papa Francesco e questo Vaticano II è i fatti degli apostoli, che si riunivano quando avevano un problema per discutere questo problema e arrivare a una soluzione comune. Allora, e questo è molto importante, è una forma, non dico di democrazia, ma sì di democratizzazione della Chiesa, cioè non è una cosa che il Papa decide e basta. Finito. Non è così. Una cosa, una delle tantissime cose che ho imparato con questo libro è che il Papa non ha tantissime cose, non ha tutto il potere, non può dire domani: “I preti, le donne possono dire la messa”, non è così perché non può, se lo fa abbiamo grandissimi problemi, gli scismi, eccetera. Allora, e abbiamo visto questo potere del popolo in alcuni momenti importanti. Credo che non, se mi sbaglio, ma credo che nel Sinodo dell’Amazzonia, quando il Papa Francesco aveva idee, come sempre “disruptive”, anche rivoluzionarie, come credo che era il fatto che i sposati potevano dire la messa, lui ha visto che la Chiesa non era preparata per questo, ha ascoltato il popolo, il popolo ha potuto dire quello che pensava e ha detto: “Basta, non si fa.” E questo sarebbe, non finisco, finisco, non sarebbe, sarebbe importantissimo dire questo, cioè questa democratizzazione, perché noi, la vita politica di tutti, forse dovremmo imparare da questa sinodalità della Chiesa, perché la democrazia oggi è in crisi, fra altre cose, perché la democrazia non può essere votare ogni 4 anni e basta, perché la gente, questa è una democrazia completamente insufficiente, completamente povera.
LINDA STROPPA
Allora, facciamo, visto che il tempo ci…
JAVIER CERCAS
Finisco, non è, non domando la democratizzazione della Chiesa, ma la sinodalizzazione della democrazia. Forse.
LINDA STROPPA
Fantastica. E adesso Paolo, devi dare una risposta. No, scherzo, prendiamoci un minuto per rispondere.
PAOLO RUFFINI
Dunque, aveva detto talmente tante cose che in nove secondi… Dunque, vado nell’ordine delle cose dette. Secondo me c’è sicuramente un problema di linguaggio, ma una delle cose su cui abbiamo discusso, chiacchierato io e lui, è che il linguaggio viene dopo le cose. Ora, ahimè, secondo me, purtroppo la Chiesa ha un problema che non è solo di linguaggio, questo è il punto. E la Chiesa, e qui penso che questa parola la capiate, è ancora più cara a voi. O è comunione o non c’è la Chiesa, o siamo un corpo solo o non c’è la Chiesa. E questo corpo solo e questa comunione non riguarda soltanto la Chiesa, riguarda credere che siamo tutti figli e figlie di Dio. Se noi viviamo in questo modo, le nostre parole sono significanti. Se due persone dicono di volersi bene, ma non si vogliono bene, possono dire in tutti i modi: “Ti voglio bene, ti amo, quanto ti voglio bene”, eccetera, ma quelle parole non parlano. Questo, secondo me, è il punto dove la Chiesa deve riscoprire la bellezza della comunione, riscoprire la bellezza e anche, poi volevo veramente leggere quelle quattro righe del testamento, perché veramente è la vita e anche la morte e anche la morte in croce e anche la morte dei martiri che spiega che cos’è la Chiesa. Quindi la sinodalità alla fine è una parola che come tante che forse ha perso significato, è una parola antica, ma quante parole, neologismi, noi abbiamo a che fare tutti i giorni. Ieri scherzando dicevo, chiediamo chissà che cosa vuol dire “Googleare” o “Google” e tutti lo sanno. Chiediamo cosa è sinodalità e non lo sanno. Quindi perché? Perché ha a che fare con dei comportamenti. Se non ci sono più i comportamenti, la parola perde significato. Quindi è da lì, secondo me, che dobbiamo ripartire per capire le parole. Così non ne uso di più belle di come non sarei capace io, se ci riesco, perché mi ero riportato il libro del catalogo. Se non avete visto la mostra, così faccio anche un po’ di annuncio. Eccola qui, perché è una cosa assurda, perché il cristianesimo che dici tu è assurdo, è scandaloso e noi l’abbiamo trasformato magari in una sfilata di gloria che non è così. Allora, questo è un testamento scritto prima di essere martirizzato e quanto ci parla in questi giorni, perché se lo aspettavano di poter essere martiri. E si aspettavano anche che qualcuno potesse dire: “Ecco, se l’è cercata”. Dica adesso che per tutte quelle cose che diceva, che senso aveva essere qui da cristiani. E allora qui lui scrive: “Ma costoro devono sapere che sarà finalmente liberata la mia più lancinante curiosità. Ecco che potrò, se piace a Dio, immergere il mio sguardo in quello del Padre per contemplare con lui i suoi figli dell’Islam, così come lui li vede, totalmente illuminati dalla gloria di Cristo, frutti della sua passione, investiti del dono dello Spirito, la cui gioia segreta sarà sempre stabilire la comunione e ristabilire la somiglianza giocando con le differenze di questa vita perduta totalmente mia e totalmente loro. Rendo grazie a Dio che sembra averla voluta tutta intera per quella gioia verso e nonostante tutti, in questa grazia in cui tutto è detto ormai della mia vita. Includo certamente voi, amici di ieri e di oggi, e voi, amici di qui accanto a mia madre, a mio padre, alle mie sorelle, ai miei fratelli, centuplo accordato come promesso. E anche a te, amico dell’ultimo istante, che non sapevi quel che facevi. Sì, anche per te voglio dire grazie e questo addio profilatosi con te e che ci sia dato di ritrovarci ladroni beati in paradiso, se piace a Dio Padre nostro di tutti e due. Amen. Inshallah.” Questo è il cristianesimo, questa è la Chiesa, questa è la comunione. E questo è il significato delle parole. Sinodalità poi vuol dire sinodalità, vuol dire farlo camminando, alla fine vuol dire farlo camminando insieme.
COLUM MCCANN
Brevemente, ma molto brevemente. Ho detto che ci sono tre parole che sono molto importanti. Non so, vi amo. E poi quello che è legato alla tematica di oggi e mi piacerebbe che dopo che finiamo tutti qui potessero trovare qualcuno che non conoscono e li salutino, li possano salutare e magari anche cominciare a raccontarsi storie con qualcuno che non conoscete. Quindi la terza frase che è legata al tema di cui abbiamo parlato oggi è che la comunicazione è la comunione. Questo direi.
LINDA STROPPA
Bene, chiudiamo. Ma che cosa abbiamo visto in quest’ora? Che è un’umanità che si comunica, una catena ininterrotta di storie raccontate che, venendo raccontate, penso ai vostri libri, penso a tutto il lavoro del Dicastero Vaticano per le Comunicazioni, che venendo raccontate trasformano la vita. “Vieni a vedere e ti racconto che cosa è accaduto”. Questo è il compito dei giornalisti, degli scrittori, di tutti noi. Quindi io ringrazio Colum McCann, Javier Cercas e Paolo Riffini per questo incontro e in conclusione dell’incontro vi ricordo solo che il Meeting è un’opera fatta da volontari. Oggi, parlando con l’hostess di Colum, scopriamo che tutti i volontari vengono qui gratuitamente. Il Meeting va sostenuto, ci sono dei punti che sono il “dona ora” dislocati per i vari padiglioni in cui potete sostenere anche questa grande opera. E grazie a tutti voi.










