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MADRI PER LA PACE
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Layla al-Sheik, madre musulmana di Betlemme che ha perso un figlio piccolo, Qusay, nella seconda Intifada; Elana Kaminka, israeliana, madre di Yannai, soldato ucciso il 7 ottobre 2023; Azezet Habtezghi Kidane, religiosa comboniana eritrea, conosciuta anche come suor Aziza, attiva per anni in Israele e nei Territori Palestinesi, prima in Sudan e in Eritrea. Modera Alessandra Buzzetti, giornalista, corrispondente di TV2000 dalla Terra Santa. Saluto introduttivo Bernhard Scholz, presidente Fondazione Meeting per l’amicizia fra i popoli ETS
In una Terrasanta lacerata dalla più lunga e devastante guerra della sua storia recente, ci sono madri che non hanno gli occhi accecati dalla vendetta e riescono a trasformare il dolore della perdita di un figlio nel conflitto, in un cammino di riconciliazione. In nome del futuro delle giovani generazioni israeliane e palestinesi. Una testimonianza virtuosa che indica come sia decisivo nella mediazione del conflitto israeliano e palestinese il ruolo delle madri e delle donne. Lo dimostra anche la storia di suor Aziza Kidane, per 12 anni in Terrasanta al servizio dei più poveri, infaticabile costruttrice di ponti tra israeliani e palestinesi.
Con il sostegno di isybank, Tracce
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BERNHARD SCHOLZ
Grazie di essere venuti così numerosi per iniziare insieme la quarantaseiesima edizione del Meeting per l’amicizia fra i popoli. Benvenuti!
Abbiamo voluto iniziare questo Meeting nell’orizzonte di una speranza che ci invita a portare una nuova luce e una testimonianza di novità di vita per tutti. Potremmo iniziare con tante analisi sui mali che affliggono questo mondo, sulle tante incognite che gravano sul nostro futuro, ma nessuna di queste analisi, pur necessarie, sarebbe capace di liberare la nostra libertà a prendere iniziativa per un nuovo inizio, per iniziare dove tutto sembra finito. Il titolo di questo Meeting, “Nei luoghi deserti costruiremo con mattoni nuovi”, dice chiaramente che i deserti esistono, ma che anche questi deserti sono luoghi dove è possibile coltivare, luoghi dove costruire, anzi, dove costruire insieme. Questo Meeting vuole testimoniare di fronte a tanta rassegnazione che è possibile portare linfa nel deserto dell’indifferenza, accoglienza nei deserti dell’abbandono, amicizia nei deserti della solitudine esistenziale e soprattutto conciliazione nei deserti della guerra. Vogliamo testimoniare di fronte a tanto scetticismo che è possibile essere presenti nelle nostre famiglie, nelle scuole, nei luoghi di lavoro, in tutta la nostra società con una passione per il destino di ogni uomo, con un interesse educativo autentico, con un lavoro orientato al bene di tutti e con un impegno politico lungimirante e competente. Questi sono solo alcuni dei mattoni nuovi che non sono nuovi perché non siano esistiti prima. Sono nuovi ogni volta che accadono. Il vero, il buono, il bello sono sempre sorprendenti quando accadono, sono sempre novità quando si rendono presenti. A maggior ragione rifletteremo in questo Meeting anche sulle origini che ci permettono di costruire con vera originalità senza pretesa e senza presunzione. Siamo profondamente grati che questa nostra intenzione, che questo nostro desiderio di lasciarci coinvolgere da testimoni capaci di costruire luoghi di vita rinnovata, sia stato accolto da Papa Leone XIV con il messaggio che ha voluto inviarci e del quale do lettura.
Il messaggio è indirizzato al Vescovo di Rimini, Monsignor Niccolò Anselmi, eccellenza reverendissima. Il tema della quarantaseiesima edizione del Meeting per l’amicizia fra i popoli è un invito alla speranza: “Nei luoghi deserti costruiremo con mattoni nuovi”. Il Santo Padre Leone XIV desidera far giungere il suo saluto agli organizzatori, ai volontari e a tutti i partecipanti con l’augurio di riconoscere nella gioia che la pietra scartata dai costruttori è stata posta come pietra d’angolo, scelta preziosa e chi crede in essa non resterà deluso. La speranza, infatti, non delude. I deserti sono in genere luoghi scartati e ritenuti inadatti alla vita, eppure là dove sembra che nulla possa nascere, la sacra scrittura continuamente ritorna a narrare i passaggi di Dio. Nel deserto innanzitutto nasce il suo popolo, e infatti soltanto in cammino fra le sue asperità che matura la scelta della libertà. Il Dio biblico che osserva, ascolta, conosce le sofferenze dei suoi figli e scende a liberarli trasforma il deserto in un luogo di amore e di decisioni. Lo fa fiorire come un giardino di speranza. I profeti lo ricordano come scenario di fidanzamento al quale ritornare ogni volta che il suo cuore si intiepidisce per ricominciare dalla fedeltà di Dio. Monache e monaci da millenni abitano il deserto a nome di tutti noi, in rappresentanza dell’intera umanità presso il Signore del Silenzio e della Vita. Il Santo Padre ha apprezzato che una delle mostre caratterizzanti il Meeting di quest’anno sia dedicata alla testimonianza dei martiri di Algeria. In essi risplende la vocazione della Chiesa ad abitare il deserto in profonda comunione con l’intera umanità, superando i muri di diffidenza che contrappongono le religioni e le culture, nell’imitazione integrale del movimento di incarnazione e di donazione del Figlio di Dio. È questa via di presenza e di semplicità, di conoscenza e di dialogo della vita, la vera strada della missione. Non un’autoesibizione nella contrapposizione dell’identità, ma il dono di sé fino al martirio di chi adora giorno e notte nella gioia e fra le tribolazioni Gesù solo come Signore. Non mancheranno, come consuetudine, i dialoghi tra cattolici di diverse sensibilità e con credenti di altre confessioni e non credenti. Sono importanti esercizi di ascolto che preparano i mattoni nuovi con cui costruire quel futuro che già Dio ha in serbo per tutti, ma si dischiude solo accogliendoci l’un l’altro. Non possiamo più permetterci di resistere al regno di Dio che è un regno di pace. E là dove i responsabili delle istituzioni statali e internazionali sembrano non riuscire a far prevalere il diritto, la mediazione e il dialogo, le comunità religiose e la società civile devono osare la profezia. Significa lasciarsi sospingere nel deserto e vedere fin d’ora ciò che può nascere dalle macerie e da tanto, troppo dolore innocente. Papa Leone XIV ha raccomandato ai vescovi italiani di promuovere percorsi d’educazione alla non violenza, iniziative di mediazione nei conflitti locali, progetti di accoglienza che trasformino la paura dell’altro in opportunità di incontro. E ancora ci chiede: “Ogni comunità diventa una casa della pace dove si impara a disinnescare l’ostilità attraverso il dialogo, dove si pratica la giustizia e si costruisce il perdono”. La pace non è un’utopia spirituale, è una via umile, fatta di gesti quotidiani che intreccia pazienza e coraggio, ascolto e azione, che chiede oggi più che mai la nostra presenza vigile e generativa. Il Santo Padre dunque incoraggia a dare nome e forma al nuovo, perché fede, speranza e carità si traducono in una grande conversione culturale. L’amato Papa Francesco ci ha insegnato che l’opzione per i poveri è una categoria teologica prima che culturale, sociologica, politica o filosofica. Dio infatti ha scelto gli umili, i piccoli, i senza potere e dal grembo della Vergine Maria si è fatto uno di loro per scrivere nella nostra storia la sua storia. Autentico realismo è allora che include chi ha un altro punto di vista, vede aspetti della realtà che non si riconoscono dai centri di potere dove si prendono le decisioni più determinanti. Senza le vittime della storia, senza gli affamati e gli assetati di giustizia, senza gli operatori di pace, senza le vedove e gli orfani, senza i giovani e gli anziani, senza emigranti e rifugiati, senza il grido di tutta la creazione, non avremo mattoni nuovi. Continueremo a inseguire il sogno delirante di Babele, illudendoci che toccare il cielo e farsi un nome sia il solo modo umano di abitare la terra. Dal principio, invece, negare le voci altrui e rinunciare a comprendersi sono esperienze fallimentari e disumanizzanti. Ad esse va opposta la pazienza dell’incontro con un mistero sempre altro di cui è segno la differenza di ciascuno. Disarmata e disarmante, la presenza di cristiani nella società contemporanea deve tradurre con competenza e immaginazione il Vangelo del Regno in forme di sviluppo alternative alle vie di crescita senza equità e sostenibilità. Per servire il Dio vivente va abbandonata l’idolatria del profitto che ha pesantemente compromesso la giustizia, la libertà di incontro e di scambio, la partecipazione di tutti al bene comune e infine la pace. Una fede che si estranei alla desertificazione del mondo o che indirettamente contribuisca a tollerarla non sarebbe più sequela di Gesù Cristo. La rivoluzione digitale in corso rischia di accentuare discriminazioni e conflitti. Va dunque abitata con la creatività di chi, obbedendo allo Spirito Santo, non è più schiavo ma figlio. Allora il deserto diventa un giardino e la città di Dio, preannunciata dai Santi, trasfigura i nostri luoghi desolati. Papa Leone invoca l’intercessione della Beata Vergine Maria, stella del mattino, affinché sostenga l’impegno di ciascuno in comunione con i pastori e le comunità ecclesiali in cui è inserito. In sinergia con tutte le altre membra del corpo di Cristo agiremo allora in armoniosa sintonia. Le sfide che l’umanità ha di fronte saranno meno spaventose, il futuro sarà meno buio, il discernimento meno difficile, se insieme obbediremo allo Spirito Santo. Mentre di cuore unisco a quelli del Santo Padre anche i miei personali auguri, mi valgo della circostanza per confermare il consenso di distinto ossequio di Vostra Eccellenza Reverendissima, Devotissimo Pietro Cardinale Parolin, Segretario di Stato.
Ringrazio a nome di tutti voi il Santo Padre per questo suo incoraggiante messaggio. Con gratitudine abbiamo accolto un invito del Santo Padre a vivere questa giornata in digiuno e in preghiera, supplicando il Signore che ci conceda pace e giustizia e che asciughi le lacrime di coloro che soffrono a causa dei conflitti armati in corso. Chiederei perciò a tutti di pregare insieme la preghiera per la pace composta dal patriarca di Gerusalemme dei Latini il cardinale Pierbattista Pizzaballa, invitando chi vive un’altra fede o non si riconosce in nessuna fede di partecipare a questo gesto con una sua preghiera personale o con un momento di silenzio. Ci alziamo.
Signore Dio nostro, Padre del Signore Gesù Cristo e Padre dell’umanità intera, che nella croce del tuo Figlio e mediante il dono della sua stessa vita, a caro prezzo, hai voluto distruggere il muro dell’inimicizia e dell’ostilità che separa i popoli e ci rende nemici. Manda nei nostri cuori il dono dello Spirito Santo, affinché ci purifichi da ogni sentimento di violenza, di odio e di vendetta, ci illumini per comprendere la dignità insopprimibile di ogni persona umana e ci infiammi fino a consumarci per un mondo pacificato e riconciliato nella verità e nella giustizia, nell’amore e nella libertà. Dio onnipotente ed eterno, nelle tue mani sono le speranze del luogo e i diritti di ogni popolo. Assisti con la tua sapienza coloro che ci governano, perché con il tuo aiuto diventino sensibili alle sofferenze dei poveri e di quanti subiscono le conseguenze della violenza e della guerra. Fa che promuovano nella nostra regione e su tutta la terra il bene comune e una pace duratura. Vergine, Madre della speranza, ottieni il dono della pace per la santa terra che ti ha generato e per il mondo intero. Amen. Grazie.
Anche quest’anno il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ci ha onorato del suo messaggio. Il Meeting continua la sua storia proponendo nuove occasioni di incontro, di riflessione, di amicizia e di cultura. Un evento che ha messo radici nella società italiana e che ancora ambisce ad ampliare gli spazi di dialogo, a scavare oltre la superficie del nostro tempo per comprendere come la persona e le comunità possano nelle trasformazioni restare protagoniste. Desidero innanzitutto esprimere il saluto più caloroso agli organizzatori, ai volontari, ai giovani impegnati per la riuscita del Meeting e a coloro che ne saranno ospiti. Per questa quarantaseiesima edizione è stato scelto il titolo “Nei luoghi deserti costruiremo con mattoni nuovi”, una citazione che è anche una sfida, come tradizione per le giornate di Rimini. Abbiamo bisogno di costruttori di comunità, costruttori di convivenza, di pace, di partecipazione, di solidarietà, costruttori di una società capace di governare i mutamenti, restando umana nelle fondamenta e nella civiltà. Non possiamo dare per scontate le conquiste che le precedenti generazioni ci hanno trasmesso. Libertà, democrazia, pace e modello sociale vanno continuamente rigenerati nella fedeltà ai loro presupposti valoriali, rigenerati e condivisi. Le straordinarie facoltà e opportunità che scienze e tecnologie ci consegnano non bastano a garantire un sicuro e autentico progresso. Il tempo che viviamo è segnato anche dagli orrori delle guerre che pensavamo di aver cancellato dalla storia, da volontà di potenza che torna a mostrarsi minacciosamente, da egoismi personali e di gruppo, da spinte omologanti, da discriminazioni e povertà, solitudine. Non dobbiamo farci vincere dalle complessità e dalle paure. Le comunità deperiscono dove prevale il disimpegno o l’indifferenza. Costruire è rimettersi in cammino nella storia, anche se questo richiede di attraversare territori difficili. Il calo demografico ha ridotto la presenza dei giovani nella società, ma nessuna società che voglia avere futuro può rinunciare alla forza dei giovani e ai loro mattoni nuovi. Le stagioni che cambiano richiedono forze, idee, energie nuove. Non è vero che così rischiano di disperdersi i valori. Così i valori più profondi possono trasmettersi e dare nuovi frutti. Costruire vuol dire avere speranza. La speranza è il nutrimento più prezioso nella società. Si diffonde soltanto nell’amicizia e nella solidarietà. E questo è anche l’augurio più intenso che rivolgo al Meeting che sta per cominciare, Sergio Mattarella.
Iniziamo questo Meeting con un incontro con Layla Al-Shaikh, madre musulmana di Betlemme, che ha perso un figlio piccolo nella seconda intifada, con Elana Kaminka, israeliana e madre di un figlio ucciso il 7 ottobre 2023. Avrebbero avuto tutte le ragioni per rimanere chiuse nel rancore e nella logica della rivendicazione, ma si sono aperte per trovare una strada verso la riconciliazione tutt’altro che scontata. Incontreremo anche Madre Azizet Khidané, religiosa comboniana che avrebbe potuto scegliere una vita agiata, ma che invece si sta spendendo accanto a chi soffre nei territori palestinesi. Sarà Alessandra Buzzetti, corrispondente di TV2000 in Terra Santa, a moderare questo incontro. Vi ringrazio di essere venuti e vi prego di salire sul palco.
BERNHARD SCHOLZ
Questo incontro è paradigmatico per il messaggio che vogliamo rivolgere con questo Meeting a tutti, prima di tutto a noi stessi. Vorrei, prima di passare a loro la parola, esprimere la nostra ferma condivisione degli appelli rivolti da Papa Leone XIV al governo israeliano, affinché permetta, senza restrizioni, il soccorso umanitario alla stremata popolazione civile in Gaza, così come a Hamas, affinché liberi al più presto tutti gli ostaggi. Mi permetto di aggiungere che, di fronte a tutti i conflitti militari che purtroppo sono nati in tanti paesi del mondo, il Meeting per l’amicizia fra i popoli ha sempre rifiutato di identificare un popolo con le decisioni del suo governo, in particolare quando degenera in attacchi alla popolazione civile. Ci auguriamo che questo Meeting possa far emergere che la pace può rinascere dai popoli stessi quando si fa spazio a luoghi di riconciliazione e di accoglienza reciproca. Grazie. Grazie a voi.
ALESSANDRA BUZZETTI
Buongiorno a tutti. Come diceva anche Bernhard Scholz, i deserti che stiamo attraversando in Terra Santa ormai da due anni sembrano davvero immensi e invalicabili. Hanno tanti nomi terribili: di violenza, di sopraffazione, di pulizia etnica, ma anche di incomprensione e lacerazione a tutti i livelli, non solo tra israeliani e palestinesi, ma anche all’interno delle rispettive società, palestinese e israeliana. Lo vediamo anche in questi giorni, un conflitto che si acuisce anche militarmente in cui non si intravedono prospettive politiche al momento percorribili. E noi vogliamo attraversare questi deserti attraverso l’esperienza, l’esperienza di tre donne che anche io ringrazio. Sono davvero contenta che siano, che sono anche in qualche modo ormai mie amiche e che sono donne molto coraggiose perché decidere di intraprendere una strada differente da quella della vendetta e dell’odio nell’attuale contesto che viviamo è davvero una scelta difficile. Come anche diceva Papa Leone, ci vuole molta umiltà, ma ci vuole anche tanto coraggio. E il loro coraggio, la loro determinazione nasce proprio dalla loro esperienza personale di perdita. Come accennava Bernhard, Elana Kaminka, israeliana, madre di quattro figli, ha perso il suo figlio Yanai, ufficiale di 21 anni, il 7 ottobre, in una base militare sul confine con Gaza. Ha salvato 80 reclute e 20 civili prima di essere ucciso dai terroristi di Hamas. E Layla al Sheikh, lei è mamma di 5 figli, di Abed Abattir, che è un villaggio vicino a Betlemme. Il suo secondo figlio, che era più o meno a quell’età di Yanai, è morto 22 anni fa, a soli 6 mesi, perché il suo villaggio era stato teatro durante la seconda intifada di scontri con l’esercito israeliano. Quindi il bambino si era intossicato e nella corsa all’ospedale è stata fermata per quattro ore a un checkpoint israeliano, quindi non ha potuto raggiungere l’ospedale, il suo figlio le è morto tra le braccia. E poi Suor Azizet Kidane, che è nota come Suor Aziza, che è una missionaria comboniana, che ha vissuto 14 anni in Terra Santa, proprio accanto ai più vulnerabili, come poi ci racconterà, ma che di fatto ha vissuto la sua quasi intera esistenza in paesi che sono teatro di guerra. Quindi grazie davvero per essere qui con noi e anche per la strada che con grande determinazione continuate a percorrere. Allora io vorrei cominciare, Elana, con te. E vorrei ricordare e citare una poesia che mi aveva molto colpito quando l’ho letta, che tuo marito Eiala, che è qui con noi ad ascoltare, aveva scritto dedicandola a tuo figlio Yanai un anno prima che fosse ucciso, in un momento che, come dire, sicuramente di anche un po’ di crisi esistenziale. E tuo marito aveva scritto: “Il freddo ci avvolgerà e ci stringeremo forte, ma dobbiamo ricordarci che solo di notte si possono vedere le stelle”. Allora sicuramente non potevi immaginare quale notte avrebbe travolto non solo la tua famiglia ma anche il tuo paese. Come dicevo, Yanai è stato ucciso il 7 ottobre eppure tu, appena due mesi dopo la sua morte, quando ancora Israele è completamente sotto shock rispetto all’attacco di Hamas, hai scritto su un importante quotidiano israeliano queste parole: “Stiamo soffrendo tutti noi e quando soffriamo ci illudiamo che la forza e la violenza porteranno del bene a qualcuno, ci aiuteranno a uscire da questo pasticcio. Non è vero”. Sappiamo che la perdita di un figlio è una ferita che non si potrà mai rimarginare nel cuore, nel cuore di una madre, eppure tu subito dopo due mesi eri una voce nel deserto, nel dire in quel momento al tuo paese quelle parole. Ecco, dopo due anni ne sei ancora convinta? E in che modo anche la memoria di Yanai, che per te è stata un’occasione anche di invitare al dialogo, rimane per te una stella in questa lunghissima notte?
ELANA KAMINKA
Yanai era mio figlio, ma per me è stato anche un insegnante. Era molto giovane quando l’abbiamo perso. Non aveva ancora compiuto 21 anni, ma aveva delle idee molto chiare di leadership. Era un grande pensatore e si interrogava su cosa significa creare il cambiamento nella società, essere un leader. Alcune delle cose che ci ha detto prima di morire, ma anche dopo che è scomparso, abbiamo trovato dei documenti scritti da lui durante la sua formazione come militare. Gli era stato chiesto di scriverli sui valori come leader. Il primo per lui era amare le persone di cui si è responsabile e soprattutto far sentire questo amore, perché così le persone saranno più efficaci nel creare i cambiamenti, anche come leader si avrà più impatto. Il secondo valore chiave per lui era la responsabilità, questo aveva scritto. Per me Yanai è un esempio, tutto quello che faccio lui avrebbe potuto dare così tanto al mondo ma non ha potuto farlo, allora io cerco di lavorare per lui al suo posto. Yanai credo comprese molte cose che molte persone più grandi di lui non avevano capito, non capiscono, che le parole, le sensazioni sono solo vuote. Dopo che è stato ucciso ho subito pensato di aver perso tutto nella vita perché come genitore si ha la missione, la priorità di proteggere i propri figli, di mantenerli al sicuro e io non ce l’ho fatta. E quindi poi ho visto immagini orribili del 7 ottobre, persone rapite, brutalizzate, massacrate e ho percepito questa mancanza di controllo che sentivo e mi sono detta allora l’unica cosa su cui posso avere controllo è come reagirò. E allora ho preso l’esempio di Yanai e allora mi sono detta devo seguire le sue parole, i suoi messaggi, i suoi valori, devo cercare io di creare il cambiamento e devo anche cercare di mostrare come si può creare la pace ma non attraverso la violenza. Quindi ho cercato non solo di parlare ma di passare all’azione ed ecco perché ho deciso di unirmi al Parent Circle e ho conosciuto la mia amica Layla. Bene, sto cercando quindi di mostrare con i fatti i valori in cui credo e di portare avanti l’esempio di Yanai rispetto alla leadership, a che cosa può fare.
ALESSANDRA BUZZETTI
Grazie Elana, grazie davvero. E Layla, il tuo figlio, Kusai, abbiamo detto appunto aveva appena sei mesi quando ti è morto tra le braccia, di fatto in un checkpoint vicino a Hebron. Era il tuo secondo figlio e tu mi hai raccontato che ci hai messo sedici anni, di fatto per essere in grado di guardare quella tua ferita profonda. Che cosa è successo? Come hai potuto cominciare questo percorso di guarigione, anche se non si guarirà mai dalla perdita di un figlio?
LAYLA ALSHEIK
Dopo 16 anni, ho incontrato una persona amica che non vedevo da tantissimo tempo e che mi ha parlato del Parent Circle e ha cominciato a spiegarmi anche appunto che cosa si fa in questo ambito. Quindi mi sono chiesta come io avrei potuto partecipare a questa organizzazione e mi ha chiesto una cosa: “Beh, fino adesso tu non hai parlato ai tuoi altri figli di cosa è successo al loro fratello?”. Io ho detto: “Sì, perché non volevo portare avanti questo circolo di violenza, perché magari se lo raccontassi vorrebbero vendicarsi e io non volevo perdere un altro figlio, ne avevo già perso uno e per me era già qualcosa di terribile”. E quindi mi sono detta però magari partecipare a questa organizzazione può essere positivo, puoi aiutare altre famiglie, altre persone. E all’inizio pensavo che fosse però un qualcosa di davvero complesso. Devo dire che fino a quel momento non avevo mai creduto in questo tipo di organizzazioni. Poi questo amico un giorno, continuando a chiamarmi, mi ha invitato a una conferenza. Ebbene, c’era una conferenza con soli palestinesi, poi appunto qualche minuto dopo essere lì, che sono arrivati anche gli ospiti israeliani. Mi sono sentita che non era facile rimanere lì, nel senso che mi sono sentita a disagio, ma poi ho visto qualcosa di incredibile, perché ho visto palestinesi e israeliani parlare insieme, dialogare, ridere insieme. Era la prima volta nella mia vita che assistevo a una scena del genere e mi sono detta allora anche tu devi ascoltare, devi capire come sono riusciti ad avvicinarsi così tanto. E quindi ho sentito anche gli israeliani parlare di come avevano perso i loro cari, i loro figli. Era la prima volta che li vedevo come esseri umani, era la prima volta che ho provato profondamente il senso di condivisione delle stesse lacrime, della stessa sofferenza, perché siamo tutti umani e non c’è niente di peggio di perdere un proprio caro, un proprio figlio, solo appunto chi l’ha vissuto può capire. Da quel momento in poi ho deciso di essere membro attivo di questo forum e quindi ho potuto partecipare a tanti eventi in tutto il mondo per portare un messaggio di riconciliazione.
ALESSANDRA BUZZETTI
Grazie Layla. Tu anche hai guardato per la prima volta un israeliano come un essere umano, perché una delle grandissime ferite di questo conflitto è proprio la disumanizzazione, per cui si parla del nemico ma non si parla più dell’altro come qualcuno che è un essere umano come me. Avete spiegato anche perché avete aderito a Parent Circle, questa organizzazione che continua con anche coraggio e non senza difficoltà a fare incontrare i familiari delle vittime di entrambe le parti. Lo fa anche con dei ragazzi giovani, cerca di farlo anche con le giovani generazioni. Dei ragazzi soprattutto palestinesi non possono incontrare israeliani all’interno del loro territorio perché possono avere diverse e difficili, pericolose conseguenze. Io volevo farvi ascoltare la testimonianza di un ragazzo che si chiama Audit, 28 anni. Lo abbiamo incontrato a Jenin. Jenin sappiamo essere una città dei territori palestinesi, una roccaforte storica delle milizie armate. Negli scorsi mesi un’operazione molto pesante dell’esercito israeliano, 23 mila residenti del campo profughi sono stati sfollati e uno degli amici di Audit è stato ucciso da una bomba israeliana, era un suo amico con cui partecipava, aveva partecipato a uno di questi summer camp dove per la prima volta avevano incontrato dei coetanei dell’altra parte, israeliani. Allora ascoltiamo la sua testimonianza, vedrete che spiegherà perché non ha voluto farsi anche riprendere direttamente nel volto. Quindi ascoltiamo la testimonianza che ho raccolto nelle scorse settimane a Jenin.
VIDEO CON TESTIMONIANZA
Ho perso sette membri della mia famiglia in questo conflitto, alcuni dopo il 7 ottobre. A febbraio scorso è stato ucciso anche il mio amico Tamam. Faceva l’infermiere a Nablus, ma prestava servizio volontario di primo soccorso anche qui a Jenin. Durante l’assedio dell’esercito israeliano al campo profughi, Tamam ha ricevuto la notizia che suo cugino era stato colpito e aveva bisogno di soccorso. Era un infermiere e con la moto ha cercato di raggiungerlo ma un missile israeliano lo ha preso di mira ed ucciso. Non aveva alcun legame con la resistenza armata, amava la vita e amava la pace. Era per me come un fratello e un compagno nel cammino verso una riconciliazione. Avevamo partecipato insieme l’estate scorsa a un campo estivo in Svizzera per i giovani ambasciatori di pace. Abbiamo vissuto momenti bellissimi con gli altri ragazzi. Dopo che Tamam è stato ucciso il mio cuore si ribellava, era lontano da quel percorso di riconciliazione che avevamo fatto insieme. Ma poi ho riflettuto tanto e ho capito che il desiderio di pace era ancora più forte dentro di me. Non voglio perdere altri parenti, altri amici, non voglio più vedere altri morti. La soluzione è solo nel dialogo, nel poter incontrare e conoscere l’altra parte. Occorre molto sacrificio per farlo, perché ciascuno deve rinunciare a qualcosa di sé. Ma è molto difficile per me, a Jenin, anche solo parlarne. Sono state sfollate 23.000 persone dal campo profughi, molte famiglie hanno subito traumi e violenze da parte dell’esercito di occupazione. Incontrarsi con degli israeliani non è visto come qualcosa di appropriato. Lo posso fare all’estero, ma non qui. Chiunque parli di pace e chieda il dialogo viene visto dai palestinesi come un normalizzatore, come qualcuno che si schiera con gli israeliani contro i palestinesi. Se lo faccio, corro anche il rischio di essere arrestato dalle autorità palestinesi.
ALESSANDRA BUZZETTI
Layla, abbiamo ascoltato proprio dall’esperienza di Audit, che è un giovane ragazzo palestinese, quanto sia difficile per voi, soprattutto forse per voi palestinesi, intraprendere la strada che tu continui a percorrere con molto coraggio. Tanto più oggi, dopo due anni di guerra, più di 60 mila morti a Gaza, dopo anche le situazioni che sappiamo esserci nei territori palestinesi dove tu vivi, dove sappiamo ci sono anche queste continue violenze da parte dei coloni più estremisti che attaccano i villaggi. Anche tu vivi a Battir che di fatto è circondato da insediamenti israeliani che sono illegali secondo il diritto internazionale. Quindi ci spieghi perché è così difficile ad ogni livello anche parlare, tentare questi percorsi all’interno della società? Tu mi hai raccontato che la tua figlia maggiore, l’unica che si ricordava il fratellino, era molto arrabbiata con te per quello che comunque tu hai iniziato a fare con Parent Circle.
LAYLA ALSHEIK
Sì, sapeva che ero diventata membro dell’organizzazione e si è arrabbiata moltissimo. Mi ha chiesto appunto come mai e per me è stato difficile farle capire quanto fosse importante per me, perché siamo ancora appunto sotto l’occupazione. Ecco, la nostra vita dopo il 7 ottobre è diventata ancora più complicata e tutti coloro che lavoravano in Israele hanno perso il loro lavoro, quindi la situazione economica è drammatica e non abbiamo anche dei rifugi e non sappiamo nemmeno appunto che cosa sta succedendo. Anche spesso non sappiamo la situazione anche in Cisgiordania è una situazione difficile da decifrare, indipendentemente che si sia israeliani o palestinesi. E inoltre i bambini non possono più andare a scuola, se sono fortunati possono fare un giorno alla settimana. Un’altra difficoltà che è avvenuta dopo il 7 ottobre è che il governo israeliano ha creato, diciamo, nuovi ostacoli, nuove barriere. Ci sono ancora più blocchi, che sono ancora più difficili dei checkpoint, perché nei checkpoint ci sono dei soldati con cui si può cercare di parlare, cercare di convincerli a farti passare, ma questi punti di blocco sono chiusi, non si sa mai se saranno aperti e quindi, se c’è un’emergenza, non si possono attraversare questi punti di blocco. Tutto questo fa sentire le persone ancora molto più tristi ma anche arrabbiate. Mia figlia è la più grande e conosce la storia di suo fratello e lo ama ancora tantissimo. Lei ha sentito che io avevo tradito suo fratello. È anche una reazione normale, posso capire. Ogni anno teniamo una cerimonia, una giornata di commemorazione. In quella giornata ci riuniamo insieme palestinesi e israeliani per ricordare i nostri cari che sono morti durante il conflitto e vogliamo lanciare un messaggio a tutto il mondo mostrando che noi che abbiamo vissuto una tale tragedia, che viviamo l’occupazione, possiamo stare fianco a fianco e cercare di fare uno sforzo insieme per realizzare un cambiamento, tutto è possibile. Di solito abbiamo quattro relatori, due israeliani e due palestinesi e io sono stata uno dei relatori e ricordo che poi i miei figli hanno visto quel mio intervento e avevano paura, avevano paura perché io avevo paura perché non sapevo quale sarebbe stata la loro reazione, sapevo che mi avevano visto e mia figlia poi mi ha detto: “Adesso capisco perché hai aderito all’organizzazione” e mi ha detto: “Sono orgogliosa di te”, mi ha abbracciato e credo che questa sia davvero la cosa più importante del mio percorso, del mio cammino, perché se i miei figli hanno potuto capire quello che io sto facendo, credo che tutto per me da ora in poi sarà più facile.
ALESSANDRA BUZZETTI
Tu vivi in Israele e sappiamo che nella storia israeliana c’è una oggettiva maggiore libertà di espressione delle persone. Abbiamo visto da due anni, anche nelle ultime settimane, grandi manifestazioni contro la guerra, contro il governo, abbiamo visto anche gli israeliani durante queste manifestazioni avere in mano delle foto di bambini di Gaza morti di fame. Sappiamo che l’israeliana è profondamente lacerata, sappiamo che queste operazioni militari sono state richiamate, altri 60 mila riservisti iniziano diversi riservisti a parlare, a dire che non vogliono tornare a combattere. Sappiamo che ci sono stati anche diversi casi di suicidi tra giovani soldati che hanno combattuto dentro Gaza, sette solo nel mese di luglio e all’interno la società è lacerata profondamente. Chi come te sceglie un’altra strada rimane di fatto una minoranza rispetto al Paese, però tu come hai tentato anche di oltrepassare le barriere all’interno della tua società? E anche all’interno della tua famiglia se non mai ce ne sono state perché penso appunto che il primo dialogo sia proprio con tuo marito e con i tuoi altri tre figli.
ELANA KAMINKA
Credo sia importante capire che molto spesso la cosa che influenza di più le persone è la paura e questo vale anche per la mia famiglia. Pochi giorni dopo il 7 ottobre ricordo mia figlia di 16 anni che si è rifugiata nel lettone con me e mio marito e ha detto: “Ma se fanno irruzioni in casa dove ci rifugeremo?”. Ebbene, credo che la paura sia serpeggiante in tutta la società e questo porta le persone a volte a reagire anche in modo irrazionale. Credo che sia importante appunto sempre capire che la paura influenzi i comportamenti ma non è facile perché tutto quello che sta succedendo è spaventoso. Ci sono missili che arrivano continuamente e soprattutto per i palestinesi stanno avvenendo cose orribili e che negli ultimi mesi sono diventate sempre più terribili. È importante riconoscere la paura, capire da che cosa è originata e cercare di nuovo dare esempio alle persone non solo tramite parole ma tramite i fatti. È possibile vivere fianco a fianco con i palestinesi, lavorare con loro. Ebbene, ci sono tante minacce alla democrazia ma per fortuna possiamo ancora esprimerci liberamente in Israele e cerco di farlo il più possibile e soprattutto cerco di dare un esempio proprio con la mia vita personale. Mostro appunto come è possibile riportare la dimensione umana appunto perché se no la disumanizzazione è uno dei pericoli più grandi in entrambe i campi, in entrambe le parti. È possibile incontrarsi, dall’altra parte c’è un altro essere umano di fronte a me e già mostrare che questa connessione può generare un grande cambiamento in entrambe le società.
ALESSANDRA BUZZETTI
Grazie Elana. Adesso arriviamo da te, Suor Aziza. Suor Aziza, come dicevamo, ha vissuto 14 anni in Terra Santa, di origine eritrea, oggi cittadina britannica. Quello che mi ha sempre colpito di te vedendoti in azione è il fatto che tu hai sempre lavorato con tutti, ti ho visto lavorare con israeliani, palestinesi, ebrei, musulmani, cristiani e anche tanto con i beduini, che sono forse beduini che vivono nell’area C dei territori palestinesi, che sono proprio davvero i più poveri dei poveri, i più vulnerabili. E anche vediamo in questa foto, è una foto appunto di un villaggio beduino che è stato forzatamente sgomberato proprio dalla violenza continua dei coloni più estremisti. Nella tua esperienza mi hai spesso detto che, proprio anche per il fatto che sei straniera, che sei donna e che sei anche religiosa, questa cosa ti ha aiutato a costruire ponti che si costruiscono partendo innanzitutto dall’ascolto, dall’abbraccio, non dal giudicare direttamente la persona. Ci racconti cosa ha significato per te e anche perché secondo te comunque le donne, le madri di tutte le parti in Terra Santa hanno un ruolo dal basso così importante per cominciare questi percorsi di riconciliazione che sembrano inincidenti nella grande storia ma che siamo convinti che sono invece quelli che fanno davvero la storia.
AZEZET HABTEZGHI KIDANE
Prima di tutto, veramente, io vorrei ringraziare che sono parte di questo oggi, di questi due popoli con cui il muro non possono incontrarsi, che hanno coraggio a venire a testimoniare insieme. Tanta gente soffre come loro, però lo tiene per se stesso. Il coraggio di queste donne è Alessandra Buzzetti a fare avvenire questo evento. Abbiamo veramente bisogno di tanti, tantissimi di questi eventi, che portano due muri, abbattere questi muri che ci separano. Allora, noi, come Suore Comboniane e Medio Oriente, quasi in tutto il mondo, ci piace lavorare. Il nostro obiettivo è di essere ponti. Facendo questi ponti, dovunque andiamo, chiediamo a qualcuno che fa qualcosa per i più vulnerabili e chi erano quelli che capivano i più vulnerabili. Ve lo dico, erano i rabbini per i diritti umani e questi rabbini per i diritti umani ci hanno detto: “Quelli più vulnerabili, quelli che hanno bisogno, che non hanno strada, non hanno acqua, non hanno luce, quelli veramente bisognosi sono i beduini nel deserto di Giuda”. E noi con loro, con i rabbini per i diritti umani, siamo andati a chiedere loro che cosa avete bisogno e loro ci hanno detto: “Noi abbiamo bisogno due cose: i nostri figli non hanno futuro ad essere beduini con animali perché non abbiamo né territorio né acqua, abbiamo bisogno i nostri figli che si educano e secondo la sanità”. E noi abbiamo lavorato in questo tantissimo con i nostri beduini. Però questo non era solo per l’educazione, siamo accorti che c’è bisogno questo incontro con l’altro, questo incontro che è separato con il muro, specialmente mi ha colpito quando un beduino a Busleman mi dice: “Questo muro ci separa, di vedere il volto dell’altro, di vedere la bellezza dell’altro. E noi abbiamo paura di loro e loro hanno paura di noi. Perché?”. E poi questo, 14 anni fa me l’ha detto questo, e ogni anno questa separazione diventa più difficile. E io nella mia esperienza, nella nostra esperienza come Suore Comboniane, abbiamo visto centinaia di organizzazioni che si combattono per far incontrare questi due popoli. I primi, che sono veramente per me uno strumento di questo incontro, erano medici per i diritti umani. Ogni sabato, che sono musulmani, palestinesi e israeliani insieme, che vanno in West Bank o Cisgiordania, a vedere, a ascoltare e a fare qualcosa per questi popoli che non hanno lo stesso diritto, che soffrono da soli, che vogliono vederli. Per loro era uno strumento di vedere il volto dell’altro, quel ragazzo che diceva, è vero, non riescono a incontrarsi, quello a non incontrare crea tante pregiudizi e giudizi. Le donne del Al-Bahar si chiamano quattro donne, che ogni anno portano migliaia di palestinesi al mare, perché ce l’hanno tantissimi volontari come qui, che aiutano questi palestinesi a vedere il mare. C’è un’ora di viaggio, ma c’erano donne di 60 anni che non hanno mai visto il mare, perché non c’è questa possibilità di incontrare. Veramente, come Suore Comboniane, abbiamo sempre lavorato. E quelli combattenti di pace, che ci sono tanti palestinesi che erano in prigione, tanti militari, soldati israeliani, che credono con guerra, con violenza, non c’è nessuna speranza. Allora dobbiamo fare differente, e si sono chiamati combattenti di pace. Tutto questo veramente siamo stati parte a camminare con questo per poter farli incontrare, di vedere il volto dell’altro e quando si vede il volto dell’altro si vede Dio, si sente la sensibilità dell’altro e la sofferenza dell’altro, non si chiude nella mia sofferenza, però capisco che l’altro anche soffre come me.
ALESSANDRA BUZZETTI
Grazie Suor Aziza, e adesso io vorrei farvi vedere, aiutandoci da una mappa che abbiamo preparato, dove vivono Elana e Layla. Dal punto di vista chilometrico sono due chilometri e mezzo, Elana vive in questa cittadina israeliana, proprio sulla barriera di separazione, e come dicevo Layla a Battir. Per Elana, con un certo coraggio è possibile attraversare quel muro, per Layla è molto più difficile. Tu sei andata anche durante questi due anni di guerra, più volte, a incontrare Layla a Beit Jala, che è una cittadina in territorio palestinese vicino a Betlemme, però la tua conoscenza, perché bisogna usare questa parola, la parte palestinese è iniziata prima, forse anche da questo, come il tuo percorso è iniziato prima del 7 ottobre della morte di tuo figlio. Tu mi hai raccontato che hai visto la pace, la stella della pace per la prima volta negli occhi di un palestinese che si chiama Yaqub Araby, che hai incontrato nel suo villaggio dopo che sua moglie era stata uccisa da un colono ebreo estremista. E ha detto che non covava rancore, quindi per te come è possibile, se è possibile, perdonare anche appunto chi ha ucciso tuo figlio, ma nello stesso tempo continuare anche a chiedere verità e giustizia rispetto a questo conflitto. Sappiamo anche che tu come tantissime altre madri, come anche…
ELANA KAMINKA
Noi siamo qui sedute, siamo madri, siamo madri che sono diverse dai politici, perché noi tendiamo ad essere molto pratiche e concrete. Io sono molto pratica. Vedete questa cartina? Layla è la mia vicina a tutti gli effetti. E se qualcuno è tuo vicino e se lo chiami vicino e non lo consideri come vicino, allora la tua vita non sarà delle migliori. Bisogna avere dei buoni vicini per avere una buona vita. Israele e Palestina non è un territorio molto grande. Ci sono 7 milioni di palestinesi, 7 milioni di israeliani e i palestinesi non possono uscire. Gli estremisti delle nostre società pensano che potranno distruggere l’altra parte, l’altra comunità, ma questo non succederà. Dovremo comunque convivere, coesistere insieme per sempre. E bisognerà che succeda, perché non c’è altra possibilità. Il punto è quanti figli, quanti dei nostri figli, quanti Yanai, quanti Kusai, dovranno morire prima di imparare a convivere e coesistere insieme. Anche se perdiamo un solo figlio, che sia israeliano o palestinese, sarà comunque troppo. Prima ho detto che Yanai credeva nel gestire, grazie all’esempio. Come Alessandra ha detto, ho ricevuto un grandissimo esempio nel 2018, quando sono andata a visitare Jakob nel suo villaggio. Non sapevo cosa aspettarmi, perché Aisha, sua moglie, era stata uccisa da un estremista della mia società, della mia comunità, due settimane prima e noi siamo andati a visitarlo a casa sua con un gruppo di israeliani ebrei, alcuni avevano la kippah sulla testa e non sapevo come si sarebbe sentito, non sapevo cosa pensava della nostra visita. È una persona che ha gli occhi più gentili al mondo e ci ha aperto casa sua, ci ha aperto le sue braccia, ci ha aperto il suo cuore e ci ha invitato a entrare. Non mi ha dato la colpa per aver ucciso Aisha, sapeva lui che non ero io che l’avevo fatto e non ha fatto delle generalizzazioni e mi ha dato lui l’esempio. Le persone che hanno commesso il crimine il 7 ottobre hanno fatto delle cose a cui sono totalmente contraria, ma non è Layla che ha commesso questo crimine. Quindi perché dovrei dare la colpa a lei per quello che è successo il 7 ottobre? Sono queste generalizzazioni che sono estremamente pericolose. Alcune persone sono confuse, pensano che si possa fare una generalizzazione sugli altri, ma invece si vergognano quando viene fatta la generalizzazione nei loro confronti. Ma non è così che funziona. Io non do la colpa a lei per quanto è successo il 7 ottobre, so che lei non era coinvolta, e non do la colpa alla maggioranza dei palestinesi, perché la maggioranza dei palestinesi non era coinvolta. E non accetto che alcuni attacchino Israele oppure me stessa, perché è successo qualcosa o perché Netanyahu o Ben Gvir dicono qualcosa, ma non rappresentano me e i miei valori. Credo che tutti dobbiamo lasciare da parte e dimenticare questa generalizzazione, guardarci come esseri umani e trovare soluzioni pratiche per convivere insieme. Perché è urgente! Perché ogni giorno che faremo ritardo sarà un giorno in più da aspettare.
ALESSANDRA BUZZETTI
Ecco Layla, faccio anche a te la stessa domanda. Per te è possibile perdonare e insieme continuare a lottare per la giustizia e la dignità del tuo popolo, che sappiamo in questo momento quanto oggettivamente stia soffrendo.
LAYLA AL-SHEIK
Vi racconterò un breve aneddoto sul perdono. Quattro anni fa ero a Gerusalemme in un incontro con altre persone di altre organizzazioni, quindi dopo aver parlato della mia storia c’è un uomo, un uomo israeliano che era seduto lì che piangeva e sapevo che c’era qualcosa di lui che mi incuriosiva ma non capivo perché stava piangendo e piangeva moltissimo. Poi si è alzato, ha iniziato a raccontare la sua storia personale e ha detto che era un ufficiale dell’esercito e lavorava nella zona in cui abitavo io e ha detto che aveva impedito a una macchina palestinese che aveva alcuni bambini a bordo di andare in ospedale e lì è diventato difficile per me continuare ad ascoltare perché lui fondamentalmente ha fatto le stesse cose che i soldati israeliani avevano fatto a mio figlio. Per tutta la vita non avrei mai pensato che avrei incontrato uno di questi soldati e quindi è stato per me molto difficile accettare le sue parole. Non sapevo cosa dire, non sapevo cosa fare, ho cominciato a piangere e poi siamo usciti dalla stanza, abbiamo cominciato a parlare insieme e lui mi ha detto: “So, so che questo è difficile per te Layla ma è così importante per me raccontarti questa mia storia personale”. E poi ha aggiunto che dopo un po’ suo figlio si è ammalato, ha cercato di portarlo in ospedale ma è stato bloccato da alcune guardie che volevano fargli delle domande ma lui aveva molta fretta e lui ha detto proprio in quel momento quando non potevo andare via con mio figlio lì mi sono reso conto di cosa avevo fatto ai palestinesi. E poi è stato mandato in carcere e quando è uscito dal carcere ha creato un’organizzazione “Combatants for Peace” per porre fine all’occupazione e per cominciare a lavorare con i palestinesi. Quindi l’ho guardato e gli ho detto: “È molto difficile per me ascoltare questa storia, ascoltare le tue parole, ma voglio comunque ringraziarti perché non hai nascosto quanto hai fatto. Grazie perché hai avuto il coraggio e l’onestà di parlare di fronte a me e adesso riesco a perdonarti”. In quel momento mi sono resa conto che è molto facile parlare di riconciliazione, amore, pace, ma qualche volta dobbiamo veramente cercare di capire se pensiamo veramente questo, se possiamo perdonare veramente. Questo mi ha dato poi il coraggio di continuare anche in questo periodo molto difficile che stiamo vivendo. Proprio il perdono.
ALESSANDRA BUZZETTI
Suor Aziza, anche a te volevo chiedere, tu hai visto durante la tua missione in particolare interessante accadere questo miracolo del perdono e anche cosa ha significato per te, Cristiana, avere a che fare per la maggior parte del tuo servizio con musulmani e anche con ebrei e anche questa di fatto croce cristiana tatuata fin da quando sei piccola sulla fronte. Quindi che cosa hai visto accadere questo miracolo e anche, ripeto, cosa ha significato per te come anche religiosa cristiana?
AZEZET HABTEZGHI KIDANE
La prima volta quando abbiamo cominciato a lavorare con i beduini c’era il Summer Camp e i rabbini per i diritti umani ci hanno promesso: “Se voi cominciate il Summer Camp vogliamo portare israeliani”. Era la prima volta che cominciavamo io e Alicia e noi avevamo anche volontari spagnoli e questi israeliani. I bambini tra di loro, i beduini, si insultavano dicendo: “Ebreo”. L’ebreo è quel cattivo, una persona incontrollabile. Quando ho sentito uno che diceva così, vergognati, questi qua sono ebrei. Non hanno accettato che questi erano ebrei, perché li conoscono con la faccia, con la maschera, con tutti gli strumenti di ammazzare e di distruggere, per loro un ebreo, un israeliano, era un fantasma che venne di notte a distruggere, a fare, e non riuscivano a credere, e noi dicevamo che questi sono ebrei. Io per me, perdonare non è facile, riconciliare con le nostre ferite non è facile, però è possibile, solo con la Grazia di Dio. Io ho visto anche in Sudan, ho visto in tanti posti questa guerra che lascia una cicatrice che non si guadagna a nessuno, solo distruzione dell’umanità. Allora, il perdono è una grazia e questa grazia, accettando le ferite umane, accettando le mie debolezze, si può arrivare a questa riconciliazione, questa pace che veramente ognuna di noi ha bisogno ogni giorno, anche dentro noi stessi, con le nostre famiglie, con tutti, perché se non arriviamo a questo desiderio di pace, di riconciliarsi con noi stessi e con gli altri, non possiamo avere questa pace. Ho visto tantissime sofferenze, ma queste sofferenze se le tengo solo per me, io sono quella che soffro, non riesco a perdonare quello che mi ha fatto soffrire. E se non capisco, se non vedo a quella persona il volto di Dio, anche quella persona soffre. La riconciliazione, quella accettazione, è l’unico modo che ci dà speranza. L’unico modo che ci porta ad andare avanti è di accettare che l’altro è un uomo, una persona, un creato da Dio che ha speranza. Solo così possiamo veramente perdonare e camminare nella speranza di perdono. Le mie amiche, anche israeliane e palestinesi, mi dicono: “Aziza, voi come cristiani avete questo senso di perdono, veramente prega per me che io questo senso abbia dentro di me, per poter perdonare specialmente i nemici, quelli che non li vedo e non li conosco, ma li odio”. Allora veramente c’è il desiderio di perdonare, c’è il desiderio di riconoscere e di camminare in questa pace di perdono che è un tesoro.
ALESSANDRA BUZZETTI
Quella croce che hai stampata in fronte non è mai stata un problema anche per il tuo lavoro tra tutti questi villaggi musulmani e anche con gli ebrei israeliani con cui hai avuto a che fare?
AZEZET HABTEZGHI KIDANE
Io prima di tutto dimentico che ce l’ho in fronte, allora quelli che mi fanno ricordare sono i bambini e veramente io sono andata nei paesi arabi, in Sudan ero proprio nel paese dove la Sharia andava avanti, sono andata in Dubai, sono andata in Palestina e Israele, anzi diventa un modo di cominciare di parlare della mia fede, del mio cammino, della mia debolezza e della mia ricchezza, diventa uno strumento che io nel mio Paese era normale, ma quando sono uscita dal mio Paese è diventato uno strumento di evangelizzazione. Io sono entrata nelle sinagoghe, nelle moschee, nel Knesset tante volte e nessuno, non era un impedimento ma un incoraggiamento di essere testimoni, che questa donna che la mia mamma non voleva che io avessi, aveva ispirato che questo era uno strumento di testimoniare Dio.
ALESSANDRA BUZZETTI
La fa facile ma sappiamo che non è sempre facilissimo comunque in tanti contesti ma sicuramente anche insomma questa grande capacità di empatia che hai rispetto all’altro, appunto di guardarlo e non di giudicarlo come proprio primo approccio con lui. Ecco, in questo momento soprattutto in questo momento noi diciamo tra i deserti che stiamo attraversando in Israele e in Palestina c’è anche questo, vivendo a dire, come un punto interrogativo, quasi un deserto di Dio che nasce da cosa? Dal fatto che sembra che siano le parti più estremiste in qualche modo a condurre quello che sta accadendo, a non arrivare a nessuna soluzione realistica che, come dicevi tu, che almeno porti a una convivenza pacifica. Perché vediamo i due le due parti più estreme, sia musulmane che ebraiche, parlo chiaramente di Hamas in particolare e dei gruppi che scelgono comunque la lotta armata, l’uccisione del nemico, che dicono che la Terra Santa dal fiume al mare è loro e vediamo dall’altra parte queste ali più estremiste soprattutto dei sionisti messianici che oggi hanno ben due ministri all’interno del governo dire per un significato opposto la stessa cosa che la Bibbia dice che quella terra dal fiume al mare è loro. Quindi io volevo chiedervi, tu appunto Layla sei appunto come vediamo una musulmana, hai condannato fin da subito quello che Hamas ha fatto il 7 ottobre, mi hai anche detto che dopo la morte di tuo figlio hai avuto per diversi anni una crisi anche di fede. Quindi volevo chiederti per te perché hai condannato Hamas, perché quello non è l’Islam in cui tu credi e anche appunto il tuo essere musulmana che cosa aggiunge a questo percorso che stai compiendo per una riconciliazione?
LAYLA AL-SHEIK
Credo che Dio parli sempre di pace. In Islam la prima cosa che si dice quando si incontra qualcuno è “Salam aleikum”, che significa “la pace sia con te”. Anche in ebraico si dice “shalom”, pace a te. Quindi Dio è amore, è amore e pace. Non si parla di omicidi, di uccisione. Anche in Islam se c’è una guerra in Islam si dice non si può uccidere un bambino, non si può uccidere una donna e non si può uccidere un animale oppure tagliare un albero. Ma purtroppo alcune persone spiegano le regole come vogliono e le interpretano a modo loro e giustificano quello che fanno. Anche nell’ebraismo e nel cristianesimo fanno la stessa cosa. Questo non è l’Islam, l’Islam parla di amore, parla di pace, pace con i propri vicini, parla di provare dell’amore per i propri vicini, per i propri amici, ma purtroppo molti distruggono proprio questa idea e cercano di giustificare quello che fanno con altro. Anche io ho passato un periodo molto difficile dopo la morte di mio figlio, perché una persona mi ha detto che Dio ti ha punito perché hai fatto qualcosa di male e ha preso tuo figlio da te. Ma credo che se Dio mi avesse veramente fatto questo, dov’è la misericordia? Quindi per molti anni ho perso la fede in Dio e poi un giorno ho cominciato a pensarci e mi sono resa conto che il problema non è Dio, il problema sono le persone, sono quelle persone che cercano di spiegare le cose semplicemente con le loro idee.
ALESSANDRA BUZZETTI
Grazie Layla, anche per il coraggio che hai nel chiarire tante cose, sempre partendo dalla tua esperienza personale. Elana, noi abbiamo visto che all’interno della società israeliana non ci sono solo i sionisti messianici e estremisti, abbiamo visto che anche nei giorni scorsi ci sono stati 80 rabbini che hanno fatto un appello scritto proprio al governo israeliano perché fermi la carestia a Gaza, perché appunto fermi di fatto questo massacro. Quando ci siamo incontrati la prima volta a casa tua in Israele, tu mi hai anche detto che quello che il governo in questo momento sta facendo, il tuo governo sta facendo, è un tradimento dell’ebraismo. Ci spieghi perché.
ELANA KAMINKA
Credo che qualsiasi religione, a prescindere dalla religione di cui si parli, possa essere utilizzata per motivi buoni e motivi cattivi. Il cristianesimo è stato usato in passato semplicemente per giustificare l’inquisizione ed è usata anche per il meraviglioso lavoro che viene fatto da sorelle come Suor Aziza. La stessa cosa anche per l’ebraismo. Credo che l’ebraismo, quello che l’ebraismo ha dato al mondo è una serie di valori, valori anche tra gli ebrei, abbiamo diverse pratiche, abbiamo diversi tipi di osservanti, ma questi valori sono sempre stati valori fondamentali e il valore fondamentale più importante è la vita, vita che è una cosa che non può essere sacrificata secondo l’ebraismo e questo governo credo abbia dimostrato molto spesso la mancanza di rispetto per la vita. Rispetto per la vita dei palestinesi che vengono uccisi a Gaza, rispetto per la vita degli ostaggi israeliani rifiutandosi di fare un accordo e facendoli continuare a soffrire, che si tratti di rispetto per la vita dei soldati che vengono uccisi. Ci sono così tante vite che vengono assolutamente non considerate e la vita nell’ebraismo è sempre stato il valore più importante e distorcere questo valore dimostra che le persone che adesso sono al potere non capiscono veramente quali sono i valori fondamentali della nostra religione.
ALESSANDRA BUZZETTI
Ecco, prima di fare anche un’ultima domanda sull’arrivo, entrambe partendo da Layla, volevo anche aggiungere se voi siete proprio per il clima che stiamo respirando ormai da due anni, per questa guerra senza fine, se siete anche preoccupate che rispetto ai vostri figli, alle giovani generazioni, queste parti più radicali in qualche modo siano sempre anche più, influenzino sempre di più anche le giovani generazioni. Cioè avete questa preoccupazione perché sappiamo che saranno i più giovani a pagare il prezzo più alto di questo terribile conflitto, di questo terribile ultimo conflitto. Quindi sei preoccupata che questa distorsione, come tu hai descritto dell’Islam, possa in qualche modo però avere più consenso in questo momento per la situazione che i giovani palestinesi stanno vivendo.
LAYLA AL-SHEIK
Sì, ovviamente sono preoccupata e ho anche paura, perché le persone hanno sentito molto odio e molta rabbia dal 7 ottobre. Questo è aumentato. Anche molti palestinesi della Cisgiordania o che vivono in Israele o a Gaza sentono molto più rabbia e odio. I miei figli, all’inizio della guerra soprattutto mia figlia minore, all’epoca aveva 8 anni, aveva molta paura, continuava a piangere, non voleva andare a letto da sola, voleva che stessi sempre con lei, era molto molto impaurita. Dopo il 7 ottobre, dopo due giorni, una delle mie amiche israeliane mi ha chiamata e mi ha chiesto come stessero i miei figli e mia figlia minore mi ha chiesto: “Ma lei si è preoccupata di me, ti ha chiesto di me?”. “Ma sì, certo”, le ho detto. “Ma non mi voleva uccidere?”. “Ma no, ovviamente no, perché ti ama, ti adora e vuole che tu stia bene. Non tutti gli israeliani odiano i palestinesi”, le ho detto, “e non tutti i palestinesi odiano gli israeliani”, le ho detto. Abbiamo imparato come amarci e dovremmo imparare anche a vivere insieme. I palestinesi non lasceranno mai il loro paese, gli israeliani non lasceranno mai la loro terra e quindi dobbiamo imparare a coesistere in pace. Poi mia figlia minore ha cominciato a pensarci. Le famiglie devono trovare il modo, la chiave per parlare ai propri figli. So che molte persone sono arrabbiate, sono tristi e insegnano ai propri figli a vendicarsi. Noi, nella nostra organizzazione, cerchiamo di educare i figli e le giovani generazioni perché la violenza non porterà mai alla pace. La violenza non farà altro che sfociare in nuova violenza e non è quello che vogliamo per i nostri figli. Vogliamo una vita migliore, vogliamo la pace, vogliamo una cosa positiva per le giovani generazioni. Non vogliamo che rimangano lì ad aspettare, non vogliamo rimanere ad aspettare, dobbiamo fare qualcosa. Come madri abbiamo il potere e abbiamo il coraggio per farlo, dobbiamo fare qualcosa, non dobbiamo aspettare, non possiamo aspettare che i nostri leader facciano qualcosa, perché abbiamo aspettato per 77 anni, ma la situazione è ancora così e non faranno mai nulla.
ALESSANDRA BUZZETTI
Elana, rivolgo anche a te la stessa domanda se sei preoccupata per anche le nuove generazioni di israeliani. Sappiamo anche e ricordiamo che, diciamo, chi sta vivendo questa guerra nel servizio di leva sono ragazzi che hanno tra i 18 e i 21 anni, quindi che sicuramente avranno anche tante conseguenze nella loro vita futura.
ELANA KAMINKA 6
Sì, ovviamente sei settimane dopo che Yanai è stato ucciso, anche il mio secondo figlio è partito per andare nell’esercito ed è ancora nell’esercito adesso. Quindi, ovviamente sono preoccupata e ovviamente sono terrorizzata quando vedo i media e vedo tutta la propaganda che viene fatta per le giovani generazioni. Ma la cosa importante da ricordare è che gli estremisti fanno sempre un gran fracasso, un gran fracasso sia nei media che sulla stampa. Per noi è molto difficile perché a noi non piace alzare la voce e molto spesso non ci piace far sentire le nostre idee in maniera troppo violenta. Non ci sentiamo a nostro agio. Ma se non parliamo, allora gli unici che verranno ascoltati, che verranno sentiti, saranno le voci degli estremisti, soprattutto dei giovani. Quindi dobbiamo trovare la motivazione, dobbiamo trovare il modo per farci sentire, per far sentire la nostra voce e dare alle giovani generazioni una nuova prospettiva, una nuova possibilità di futuro. E questa è una cosa. I giovani credono, sono molto più intelligenti di quanto pensiamo. Parlo molto con i giovani di Israele, di vari contesti, di varie scuole, di varie organizzazioni e quello che cerco di insegnare loro e quello che chiedo loro è: “Qual è il futuro che vedi per te? Come puoi creare il tuo futuro?”. Sappiamo che il futuro non nascerà dalla violenza. L’abbiamo visto per 77 anni. Abbiamo visto qual è il risultato. Einstein ha detto che se fai sempre la stessa cosa e ti aspetti di avere un risultato diverso, beh, allora sei un po’ sciocco. Ed è esattamente quello che stiamo facendo. Israele è stato bravissimo in molti settori, nell’ high tech, nella medicina, nell’arte. I giovani sono creativi per natura e quindi devono utilizzare la loro creatività e il loro pensiero per trovare una soluzione nuova, una soluzione diversa al conflitto, perché sappiamo che cosa succederà se continuiamo così, lo sappiamo, quindi cerchiamo qualcosa di diverso. Magari funzionerà, magari no, però vale la pena provare e credo che i giovani siano aperti a questo messaggio e anche loro vogliono un futuro diverso per loro stessi. Se posso semplicemente aggiungere, prima si parlava di generalizzazione. Sappiamo che molte persone vedono dei soldati israeliani e pensano che siano una minaccia e che siano veramente pericolosi. Però abbiamo parlato con mio figlio di quello che significa prestare servizio nell’esercito e ho chiesto a mio figlio: “Pensa quello che vuoi fare, non è che posso decidere per te”. Ovviamente ha più di 18 anni e volevo che decidesse da solo se servire per l’esercito o no. Ha pensato di diventare un paramedico all’interno del servizio di leva e si è detto: “Se farò il paramedico allora almeno potrò prendermi cura delle persone”. E adesso lavora nel sud di Israele, fondamentalmente si sta prendendo cura dei beduini che vivono in realtà molto remote e che hanno condizioni sanitarie terribili e quindi sì, un soldato israeliano, i soldati israeliani possono causare sofferenze indicibili però ci sono anche molti altri soldati israeliani che si occupano di altro, che prestano servizio alla popolazione e li aiutano in tutti i modi.
ALESSANDRA BUZZETTI
Suor Aziza, parlando sempre anche del tuo rapporto con Dio, tu hai vissuto, come dicevamo, quasi tutta la tua esistenza in teatri di guerra, la tua storia, che sembra una storia di romanzo, se ogni pagina non fosse vera, fatta anche di tante lacrime e di tanto sangue, che è raccontata in un libro, inoltre prima qui al Meeting, “Oltre i confini”, edito dalla Libreria Editrice Vaticana. Tu racconti come un momento spartiacque quando, a trent’anni, come missionaria, sei andata nel Sud Sudan a Juba, teatro di una terribile, sanguinosissima guerra civile, dove hai visto la morte in faccia tante volte, ma hai visto soprattutto tantissimo dolore innocente e tu racconti che hai avuto un momento di profonda ribellione verso Dio, una crisi reale di fede che ha avuto bisogno di una lunga guarigione. Quindi come è possibile stare davanti a questa domanda di un senso per il dolore innocente e come sei guarita, quindi come la tua esperienza può dare una stella in questo buio che non solo la Terra Santa sta vivendo, ma lo vediamo in tanti altri conflitti, ma anche in tante relazioni interpersonali e lacerate a qualsiasi livello, magari anche qui in Italia.
AZEZET HABTEZGHI KIDANE
Veramente sì, in Sudan quando sono andata ho visto morire tantissima gente e la mia prima reazione era contro Dio. “Perché permetti tutte queste cose? Perché lasci nelle mani dell’uomo a distruggere l’umanità?”. Io sono andata in crisi, in crisi fortissima e questa crisi si è ripetuta anche in Israele, quando ho visto distruggere le case, baracche dei beduini e questa gente è rimasta che io non ho potuto fare niente, ma ho detto: “Dio, perché permetti questo?”. E proprio dopo un po’ di tempo in Israele, che ero in Israele, vado al Santo Sepolcro a pregare perché ero molto molto disturbata. E qui vedo una monaca ortodossa che si chiama Miriam in un angolo con la sua povertà, con la sua semplicità seduta a pregare, neanche vedeva la gente, era tutta coperta che ogni mattina e sera fa. Io guardando lei, quello che mi ha aiutato anche quando tu non sai che cosa pregare, anche tu dubiti del Dio, non sai cosa Dio ti risponde, la costanza della preghiera. Nel dubbio, nella sofferenza, nell’arrabbiatura con Dio, ma costanza nella preghiera. Questa per me è stata anche strumento in Juba e in Israele e poi di essere umani di accettare le nostre ferite, di dargli nome, di se tu non fai nel tuo che io anche il mio unico fratello era ammazzato dagli etiopi. Ho visto la mia mamma quanto ha sofferto, quanto ha fatto un cammino per poter dire “Fiat, sia fatta la tua volontà”, perché era l’unico maschio che è morto ammazzato. Io sono cresciuta con questo e vedevo israeliani, palestinesi soffrire, vedere i miei sudanesi, persone morire e io le presentavo che arrivino a quella sincera preghiera della mia mamma: “Sia fatta la tua volontà”, essere umani per poter veramente presentare sotto la croce le sofferenze e credere anche quando non credi, credere, credere per la speranza, per la fiducia, perché il Signore alla fine sotto la sua croce sempre sarà la pace. Se non facciamo questo, la pace non avverrà. Come dicevano le mie sorelle, senza pace non si costruisce niente, solo si muore. Grazie.
ALESSANDRA BUZZETTI
Grazie mille, grazie proprio anche per come avete mostrato dall’interno della vostra esperienza cosa significhi essere umani, cosa significhi vivere la propria identità, anche religiosa, come possibilità di conoscenza dell’altro e non come contraddizione. Quindi davvero grazie per essere state qui con noi e per averci insomma aperto anche il vostro cuore con grande sincerità.










