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LA DIFFERENZA FRA POVERTÀ E MISERIA MUOVE LA CARITÀ
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In collaborazione con Sistema Banchi
Stefano Barrese, responsabile Divisione Banca dei Territori Intesa Sanpaolo; Sergio Daniotti, presidente Fondazione Banco Farmaceutico; Fabio Mazzoleni, presidente Banco Informatico; Giorgio Medici, vicepresidente del Banco delle Cose; Marco Piuri, presidente Fondazione Banco Alimentare ETS; Ettore Prandini, presidente Coldiretti; Davide Rondoni, poeta. Modera Elisabetta Soglio, giornalista Corriere della Sera, responsabile inserto Buone Notizie
Secondo gli ultimi dati Istat, nel nostro Paese quasi un residente su dieci vive in condizione di povertà assoluta: parliamo di 5 milioni e 694 mila persone, appartenenti a 2 milioni e 217 mila famiglie che non riescono ad avere una dignità di vita adeguata. Per aiutarli esiste una rete di solidarietà diffusa che ogni giorno impiega volontari ed energie. Ma è il momento di interrogarsi: quale è la differenza fra povertà e miseria? E come si può fare esercizio di carità garantendo il rispetto altrui ed evitando di scadere nel pietismo?
Con il sostegno di isybank, McDonald’s Italia, Tracce
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Elisabetta Soglio
Buongiorno. La differenza fra povertà e miseria muove la carità. Siamo partiti da un dato. L’ultimo dato Istat ci dice che in Italia più di 5.600.000 persone, più di 5,6 milioni di persone sono in uno stato di povertà assoluta, quindi vuol dire che più di 2 milioni di famiglie vivono soltanto grazie a sostegni e sussidi e che un abitante su 10 è in una condizione, vive una condizione di povertà. C’è però una differenza possibile e da approfondire su quello che è povertà e quello che è miseria e che interpella un po’ ciascuno di noi perché non si scada soltanto nel pietismo, nel fare la carità che è necessaria, però non è una soluzione al problema e che ci responsabilizza sulla necessità di pensare alla responsabilità che ha ciascuno di noi per affrontare questa crisi della nostra società. Vi presenterò man mano i nostri ospiti che in modi diversi affrontano ogni giorno, si confrontano ogni giorno col tema delle povertà. E darei però per primo la parola, lo interpellerei e lo ringrazierei per essere con noi, a Davide Rondoni che come poeta non ha bisogno di presentazione ma che è anche il presidente del comitato nazionale per l’ottavo centenario della morte di San Francesco e quindi Francesco è proprio l’emblema della lotta alla povertà. Però Davide forse ci puoi aiutare a capire anche qual è la differenza fra la povertà e la miseria.
Davide Rondoni
Buongiorno. Per non sbagliare io parto da Dante Alighieri che è uno che ha sempre ragione e Dante Alighieri nel canto che dedica San Francesco ci fa vedere una scena pazzesca tra l’erotico e il mistico, come fanno tutti i grandi poeti, perché a un certo punto, lo dico sinteticamente, descrive il fatto che Madonna Povertà, che sarà poi la sposa di San Francesco dopo essere rimasta vedova di Cristo, entra subito in una metafora amorosa, che vuol dire che la povertà non è un problema, l’affronto della povertà non è un problema morale, ma è un problema affettivo, è un problema d’amore, non un problema di bontà. Dante appunto che quando Cristo va sulla croce, mentre la Madonna resta ai piedi della croce, Madonna Povertà è talmente innamorata di Cristo che sale sulla croce, che è una scena pazzesca, se ci pensate, si arrampica sulla Madonna Povertà, si arrampica sulla croce. Perché è talmente amante di Cristo che mentre sua madre resta ai piedi, lei sale su come una innamorata disperata. Da questa scena poi Dante va avanti, però cominciamo a capire una questione, che quando si parla di povertà nei termini con cui ne parla il cristianesimo, non stiamo parlando della miseria materiale. Se vogliamo possiamo dire che questa ne viene compresa, ma la povertà è la sposa di Cristo, l’amante di Cristo, l’amante, la sposa di San Francesco, è quell’esperienza del mondo per cui nulla è tuo, nulla. Nemmeno te, nemmeno te stesso. Infatti è per la povertà che Francesco può dire sorella morte, perché nemmeno io sono mio. La povertà è questa, innanzitutto è questo brivido che Cristo e San Francesco hanno portato nella storia, per cui quando guardi le persone che ami di più sai che non sono tue. È la differenza tra l’amore e il possesso. È lì che si sperimenta veramente la povertà. La dura povertà non si sperimenta perché hai 100 euro di meno o perché dormi per terra. La vera povertà si sperimenta quando abbracci i tuoi figli e sai che non sono tuoi, non sono in tuo possesso. Quella donna con cui vai a letto non è la tua. Ora questo lo dico perché altrimenti, ma magari ne riparliamo dopo, non voglio rubare tempo, la sovrapposizione completa dell’esperienza della povertà, che è un’esperienza di tutti, almeno di tutti quelli svegli, di tutti quelli che non hanno dimenticato di essere di non essere i padroni del mondo. San Francesco amava le creature, Cantico delle creature, ma non perché erano le sue, il padrone è un altro e tutta l’economia francescana, pensate che i Francescani hanno inventato quello che ha inventato la partita doppia. Che era Pacioli di San Sepolcro, Bernardino da Siena, dei grandi economisti del ‘400, le banche, San Francesco lottava contro la miseria, lui ha fatto un’esperienza estrema di libertà, di povertà come libertà, l’andar leggeri, ma non confondeva la povertà con la miseria. Non è quando ha dato indietro i beni a suo padre, famosa scena della rinuncia, poi ha detto a suo padre vendi la bottega, vai a dormire sotto i ponti, no, perché Francesco è uno che ci richiama al fatto che nulla è mio, nemmeno io sono mio. Questo è il vero brivido della povertà. La miseria è l’essere mancanti di qualcosa e tutti siamo un po’ miseri, noi poeti soprattutto, siamo persone più ricche. Ma perché il ricco fa più fatica del povero? Non perché il povero è meglio, ma perché il ricco può vivere più nell’illusione a volte di essere il padrone della realtà, perché siccome ha delle cose disponibili, sembra che la realtà gli risponda di più, ma non è vero. Abbiamo visto dei ricchi sprofondare nel Mediterraneo come l’ultimo dei poveri che lo attraversava. Ecco, lo dico perché su questo tema povertà e miseria occorre distinguere l’esperienza della povertà come ne parla San Francesco e come ne parla il Vangelo, dall’esperienza della miseria che invece è il dare una mano come si può a chiunque perché gli manca qualcosa, sapendo che a tutti noi manca ben più di qualcosa.
Elisabetta Soglio
Grazie. Forse proprio sapere che a ciascuno di noi manca qualcosa muove tante persone a cercare di donare una cosa che abbiamo, che è il tempo, donare un po’ del proprio tempo a favore degli altri per cercare di contribuire alla creazione, alla costruzione di una società più giusta, più solidale, più coesa. Quella che cerchiamo di raccontare ogni settimana anche sulle pagine delle nostre Buone Notizie. Un’esperienza di questo tipo di capacità solidale è quella del Banco Alimentare. Qui oggi noi racconteremo le esperienze di quattro banchi, dal Banco Alimentare poi se ne sono generati altri. Marco Piuri, fresco presidente della Fondazione del Banco Alimentare, può forse aiutarci un po’ a capire perché a un certo punto si è pensato di cominciare a intervenire. Peraltro ormai, quanti anni, dimmi tu, da quando?
Marco Piuri
89’. Grazie anche da parte mia dell’invito, ma io proverei ad andare, se ci riesco, in scia quello che diceva Rondoni, esattamente declinando questo, perché la sfida che prima Rondoni ha in qualche modo espressoo è esattamente questa: come da poveri tutti nei termini in cui l’ha descritto siamo in condizione di aiutarci anche partendo e facendo i conti con quelle che sono le mancanze materiali e magari le più elementari come il cibo. Allora, da questo punto di vista l’esperienza del banco che io sto imparando a conoscere è molto interessante perché in realtà la Fondazione Banco nasce mettendosi esattamente da una parte come interlocutore di un mondo che, quello del sistema agroalimentare, che è fatto dal sistema delle imprese agricole, il sistema delle imprese alimentari che produce in vario modo il cibo che poi deve essere consumato e che ha un suo tema, un tema, poi credo che Prandini ne parlerà sicuramente meglio di me, questo non c’è dubbio, ma che ha un tema di sua sostenibilità, che ha un tema di sua efficienza e che quindi genera eccedenze prima che sprechi. Nel processo produttivo si generano delle eccedenze. Il tema è: di queste eccedenze, visto che non siamo padroni di nulla, qual è l’uso che se ne può fare? E dall’altra parte ci troviamo con chi ha il bisogno materiale del cibo perché non ha la possibilità di acquistarlo o perché l’acquista di bassissima qualità. Allora, il punto sta esattamente qui, quindi collocarsi in questa posizione, dialogare col sistema agroalimentare da una parte e dall’altra parte capire come si può organizzare insieme, mettendosi insieme, un modo col quale rispondere a questo bisogno con la consapevolezza che la risposta al bisogno materiale è il punto necessario da cui partire, perché altrimenti saremo dei filantropi, ameremo l’uomo astratto e non l’uomo concreto, ma consapevoli che non risolveremo il problema della miseria e della povertà in senso più ampio, ma c’è l’opportunità per chi dona, per chi dà il tempo, per chi si rende disponibile, come le imprese, a sostenere questa attività e chi riceve facendo esattamente la stessa esperienza di carità. Questo è il punto qualificante dell’esperienza, per come lo sto capendo, del Banco Alimentare e degli altri banchi. Quindi è un sistema che mette la carità come metodo, la carità per chi fa e la carità per chi riceve. Questo lo fa con un’organizzazione, un’articolazione complessa quantomeno, perché c’è una fondazione, ci sono 21 banchi regionali, ci sono oltre 7.000 enti ed è il lavorare insieme di queste realtà sostenute dal sistema agroalimentare, dai donatori, dal sistema finanziario, che consente di provare a rispondere a questo bisogno, ma avendo chiaro che innanzitutto è un tema di relazione e di incontro con le persone.
Elisabetta Soglio
Questo tema dei banchi, dicevamo che nasce da questa provocazione, da questa condivisione della presa di coscienza del fatto che l’esperienza della povertà ci riguarda tutti, ha generato poi altre modalità di banchi che adesso affrontiamo un attimo prima di arrivare a Prandini e a Barrese, così vi dico già con chi parleremo dopo. Banco Farmaceutico. Sergio Daniotti, sei presidente della fondazione. Anche questo un argomento che colpisce, ancora recentemente con l’ultimo dato, avete anche appena scritto un libro e c’è anche un vostro stand all’interno del Meeting, ci sono persone che non hanno neppure i soldi per comprarsi una tachipirina. Com’è questo bisogno e come cercate di rispondere a questo bisogno?
Sergio Daniotti
Grazie. Questo bisogno, questo tema della povertà sanitaria che noi seguiamo ormai da 25 anni, perché esistiamo da 25 anni, è diventato anche il tema di un libro che abbiamo pubblicato con i nostri amici della Cattolica che ci seguono da anni e a parte che dovremmo cambiargli nome, dovremmo chiamarla miseria perché poveri siamo, quindi noi vogliamo lottare contro la miseria, non contro la povertà, ma purtroppo non è in diminuzione, anzi è in aumento la povertà delle famiglie, come ricordavi e l’aspetto preoccupante degli ultimi mesi che ci viene segnalato e che è segnalato bene anche dal rapporto Caritas è che cominciano a essere colpite anche famiglie con un reddito, monoreddito, mentre in passato il tema della povertà era forse relegato a chi non aveva un lavoro, a chi perdeva il lavoro, a chi aveva una situazione di disagio psichico o sociale. Ora ci sono delle famiglie monoreddito che si rivolgono a questa rete del terzo settore, come la chiamiamo, fatta di volontariato, ma di volontariato nella nostra esperienza di altissimo livello professionale. Ci sono tantissimi sanitari, medici, infermieri che operano dentro queste realtà, non solo quando sono in pensione, anche durante l’attività professionale. Questa è una cosa bellissima. L’altro aspetto che veniva già sottolineato, noi in realtà raccogliamo questi farmaci che ci vengono donati dai cittadini, dalle aziende farmaceutiche o che recuperiamo in farmacia, perché molti farmaci rimangono non utilizzati ancora intonsi e gli diamo questi enti che poi aiutano le persone più fragili. Ecco, l’aspetto importante è questo lavorare insieme. Io dico sempre che noi non faremmo niente se non ci fosse la catena. Noi, ad esempio, non abbiamo magazzini nostri. Noi usiamo spazi che ci vengono donati in prevalenza o in parte affittati da distributori farmaceutici, permetterebbe di farlo.
Elisabetta Soglio
Anche voi siete una rete diffusa comunque su tutto il paese.
Sergio Daniotti
Abbiamo un’organizzazione un po’ diversa dal Banco Alimentare perché abbiamo solo due associazioni federate a Milano e a Torino e le altre sono sedi locali del banco, però distribuiamo in tutta Italia. Ultimamente stiamo sperimentando anche la distribuzione di prodotti delicati, che devono rispettare la catena del freddo, ma non perché siamo bravi noi, ma perché tante persone di buona volontà vogliono collaborare a questa cosa, così come è stato possibile aiutare Gaza, perché abbiamo un accordo con le forze armate e quindi all’estero operiamo attraverso le forze armate. Sono piccole cose, come diceva Marco, non ci mettiamo in mente di sconfiggere la miseria, sono gocce nell’oceano, però io penso che siano gocce di speranza. Grazie.
Elisabetta Soglio
Grazie mille. Grazie Sergio. Siccome poi il tema della povertà si lega anche al tema della dignità dell’uomo, nel senso che non è che perché uno è povero, anzi uno è in miseria, non ha dignità, allora l’attenzione è sì a dare il cibo, sì a dare il farmaco, ma anche a dare gli strumenti tecnologici, perché oggi se non hai un computer, sei un po’ tagliato fuori dalla vita sociale. Allora, la nascita del Banco Farmaceutico, lo chiedo a Fabio Mazzoleni che è presidente, la nascita del Banco Informatico, scusami Fabio, risponde un po’ anche a questa necessità, la necessità anche di dotare le persone di uno strumento avanzato al passo con i tempi che consente alle persone di vivere al passo con i tempi.
Fabio Mazzoleni
Grazie per l’invito. Io quando ho ricevuto questo invito, la prima cosa che mi sono chiesto è ma perché io faccio il presidente del BIB, del Banco Informatico. Scusate, sono un po’ emozionato.
Elisabetta Soglio
Comunque la risposta di solito quando uno fa il presidente è perché ti hanno incastrato. Io te lo voglio dire.
Fabio Mazzoleni
Questo sicuro. E anche per me è stato così. Però prima di fare il mio intervento che durerà un minuto e mezzo. Lo leggo. Voglio leggere questa cosa qua che ho ricevuto proprio 10 minuti fa prima di entrare in sala da mia figlia, mia figlia Carlotta che mi dice perché faccio questo lavoro gratis. “Quando da piccola mi chiedevano che lavoro facevi rispondevo sempre: “Aiuta le persone a trovare lavoro”. Diventando grande, ho capito il significato di “aiuta le persone” in quella frase. Fondamentalmente lo fai per lavoro perché, come dici tu, voler bene è il lavoro dell’uomo e tu nella vita quotidiana fai questo. Il BIB è l’ennesima dimostrazione di quello che sto dicendo perché ha dentro l’aiutare, il mettersi al servizio di chi ha bisogno e questo viene riconosciuto e valorizzato. Oggi avrei voluto essere lì in prima fila a tifare per te, ma lo farò da qui amandoti con tutto il mio cuore ed essendo fiera di avere un papà così, un uomo così. Ti voglio bene e ricordati che per me sei sempre il numero uno. Grazie di ciò che sei, trasmettilo anche agli altri perché tutto il mondo merita di vedere e sentire che grande uomo sta parlando oggi”. Il compito del BIB è quello di sostenere il mondo del non profit con la tecnologia, aiutando soprattutto le piccole realtà a colmare il divario digitale, favorendo la crescita della conoscenza e della dignità della persona. Il Covid, che noi oggi abbiamo purtroppo già dimenticato, è stato lo spartiacque che ha reso ancora più chiara la drammatica situazione di questo divario digitale e ha evidenziato l’enorme bisogno di tecnologia. Tecnologia utile proprio per dare più dignità alle persone e renderle protagoniste della loro esistenza. Parole come didattica a distanza, spese online, smart working, call, non è che prima erano sconosciute, ma erano sicuramente meno usate. Oggi senza un dispositivo che sia portatile, tablet, telefonino, non si riesce a vivere e questo ha cambiato profondamente anche il banco che è passato dal donare i PC fissi e telefoni Voip al donare portatili, tablet e telefonini. In questo contesto il BIB si inserisce come facilitatore nel processo di riduzione di questo divario digitale. Il paradosso è che a scuole sprovviste di computer, associazioni e famiglie che non si possono permettere un PC, si contrappongono aziende che si sbarazzano dopo solo qualche anno di dispositivi ben funzionanti, ma obsoleti per le proprie attività. Recuperare tecnologia che sta per essere dismessa dalle aziende, ricondizionare e consegnare PC in ottimo stato. Ogni apparecchio che esce deve essere perfetto. Perché lavorare bene significa voler bene, a famiglie in difficoltà attraverso le onlus o ad associazioni. È la missione del BIB. Questo circuito virtuoso non offre vantaggi solamente a chi riceve, ma anche a chi dona e all’ambiente. Se ci pensiamo poi quello del BIB non è un compito diverso da quello degli altri banchi. Ognuno nel suo ambito contribuisce ad un bene riducendo la perdita di speranza e quindi rendendo meno misera la vita. Infatti, che cos’è la miseria se non la perdita della speranza. Rispondendo a un bisogno particolare si risponde al bisogno di totalità di ciascuno. Per me questo si chiama voler bene, che è il vero lavoro dell’uomo. Ma cosa vuol dire voler bene se non volere il bene dell’altro? Che gusto guardare alla vita sapendo che c’è qualcuno che rispondendo al tuo bisogno particolare ti aiuta a stare sulla realtà. Così la vita diventa affascinante e piena di gusto, perché tutto è senza un tornaconto se non quello della bellezza e questo si chiama gratuità. Vivere così, avendo a cuore questo compito e questa responsabilità cambia il mio sguardo e contribuisce a costruire un pezzetto di mondo migliore a partire dalle persone più vicine. Grazie.
Elisabetta Soglio
Grazie a Fabio Mazzoleni, così ne approfittiamo anche per mandare un abbraccio a Carlotta e a tutte le persone che ci stanno seguendo sui canali in streaming che stanno mettendo questo programma, questo evento e che seguiranno anche quelli dopo, tutte le persone che non hanno potuto essere con noi, ma che ci sono vicine e noi siamo vicini a loro. A proposito dei banchi, chiudiamo anche con il Banco delle Cose e il vicepresidente Giorgio Medici ci aiuta a capire, perché praticamente voi siete quelli che quello che è avanzato un po’ così.
Giorgio Medici
Esatto. Non siamo nati per ultimi, nel 2009, ispirati dagli altri banchi, non per un progetto di dover per forza completare e fare tutto quello che non facevano gli altri, ma in effetti noi raccogliamo tutto il resto. Tra l’altro lo spunto interessante è: in questo modo questi quattro banchi sono qualcosa che non è una battuta, non ce n’è altra roba al mondo che fa una roba del genere, di riuscire a dare una risposta, a ridurre lo spreco qualsiasi cosa ci venga proposto. Cosa fa il Banco delle Cose? Già Banco Building, ma il nome è stato poi cambiato in Banco delle Cose perché fosse più facile capire cosa facevamo. Lavoriamo sul materiale edile, tessile, arredo, beni strumentali, dai pannelli solari alle ambulanze. Abbiamo anche piazzato i gate provvisori di Linate nella Bergamasca a fare un centro della Protezione Civile, grazie agli alpini. Però noi facciamo, siamo pochi e facciamo una rete: 500 aziende collegate, circa 800 realtà del non profit. Grazie a queste 800 realtà del non profit, chi beneficia poi di quello che viene veicolato attraverso il Banco delle Cose è arrivato in 38 paesi nel mondo. Quindi sicuramente è una risposta a un bisogno. Sicuramente nasce dalla stessa ispirazione di dire vogliamo rispondere a un bisogno, ma anche per condividere quello che abbiamo incontrato, quindi ricondividere anche il senso della vita che abbiamo scoperto nella nostra esperienza e questo l’hanno inventato quelli del Banco Alimentare come slogan. La cosa interessante che sicuramente condividono tutti i banchi è per fare questo un’attenzione a quelle che possono essere le opportunità, una professionalità perché donare è difficilissimo. Poi se cominciamo a andare sui beni materiali veramente complessi, non oso, farmaceutico informatico, ma anche solamente donare un’ambulanza è complicatissimo perché fare il fuoriuso in un’azienda è complesso, poi tutte le leggi sono fatte per evitare la frode fiscale, quindi quello che fa il Banco delle Cose è anche offrire consulenza fiscale, consulenza legale, mettere insieme chi vuole donare qualcosa con chi sarà il beneficiario finale. Rispondiamo sicuramente, non direttamente, perché noi in realtà diamo gli strumenti a chi poi risponde a un bisogno e gli arredi non rispondono a qualcuno che ha fame o ha bisogno di strumenti per imparare per l’educazione a un farmaco e però chi ha bisogno di mettere in piedi una sede per lavorare nelle opere usa quello che viene raccolto dal banco. Poi c’è anche Laura Girotto che ci fa i mosaici dei suoi pavimenti nell’ospedale in Etiopia piuttosto che i famosi pannelli solari che sono andati ad Azeri in Siria di cui abbiamo parlato nella mostra due anni fa. La cosa interessante è comunque attraverso questo anche una risposta alla miseria intesa come un bisogno di incontro di una risposta più grande che non riguarda solo i destinatari, chi ha un bisogno finale, ma anche i donatori. E cito due cose, ovvero uno dei primi incontri che abbiamo fatto di un marmista di Grosseto che non potendo piazzare o dovendo ripiazzare una partita di marmo lo ha fatto attraverso le suore di Val Serena. Quel marmo è finito in Burkina Faso. Non era esattamente un marmo a chilometro zero, però lui ha fatto il suo incontro nella vita che è finita due anni dopo, ma è finita con una conversione e con un monastero che pregava per lui. Oppure recentemente noi lavoriamo con l’Alta Moda. Abbiamo avuto donazioni, non posso dire i nomi, ma comunque che sono girate fino ai profughi del Venezuela, fine serie di beni tessili, di prodotti finiti. Questo è sicuramente stata una cosa utile, ma io mi sono sentito dire dal Chief Operating Officer di una di queste aziende: “Io volevo che vi conoscessero perché le mie persone hanno bisogno di guardare a qualcosa che è diverso dal mondo che vivono loro.” Il mondo dell’Alta Moda è molto complicato da un punto di vista umano. Quindi secondo me questo è una delle cose che a tutti accade ed è uno dei valori sicuramente interessanti, belli, per cui quello che ha cambiato la mia vita attraverso la vita del banco diventa incontrabile anche per qualcun altro.
Elisabetta Soglio
Grazie. Poi è bello pensare che anche questa maggiore sensibilità delle aziende, delle grandi aziende, non sia soltanto legata a un bisogno, come si dice, di green washing, social washing, ma sia legato magari anche al fatto che c’è una diversa consapevolezza anche da parte delle imprese sul fatto che dobbiamo dare ciascuno un contributo. Se vogliamo che questo mondo sia migliore, se lo vogliamo lasciare migliore ai nostri figli. Con Ettore Prandini, presidente di Coldiretti, ci siamo conosciuti 10 anni fa all’Expo, dedicata al tema – eravamo più giovani, Ettore – dedicata al tema nutrire il pianeta energie per la vita. Lì abbiamo cominciato a parlare anche noi della comunicazione, abbiamo cominciato in maniera un pochino più approfondita ad occuparci di lotta allo spreco. Coldiretti si è proprio presa sul serio su questo tema e la lotta allo spreco alimentare è un po’ uno dei cardini delle vostre politiche. Prova a raccontarci un attimo perché lo affrontate e come lo affrontate.
Ettore Prandini
Perché pensiamo che il primo elemento di libertà è rendere le persone non obbligate a dover dipendere da qualchedun altro. E la situazione sulla quale noi oggi dobbiamo riflettere, che riguarda direttamente il nostro paese, è su un dato che tu davi all’inizio: 5,7 milioni di cittadini italiani sono nell’impossibilità oggi di avere un cibo che sia adeguato rispetto a quella che è una qualità della vita. Se pensiamo che gran parte di questi cittadini sono ragazzi, vuol dire pregiudicare a loro la possibilità di avere anche una vita che sia adeguata rispetto al proprio sviluppo, alla propria crescita, alle proprie ambizioni e quindi il desiderio è quello di creare sempre di più delle comunità di incontro, di interesse, di valori, perché se ne parla troppo poco. Allora il tema legato a quello che è lo spreco alimentare che vale oggi nel nostro paese circa 15 miliardi, di cui circa 12 miliardi li abbiamo all’interno delle famiglie su ciò che viene acquistato quando poi non viene consumato. Riteniamo che sia fondamentale ripartire da quelle che sono le esperienze di dialogo e confronto per riuscire ad educare la collettività, ad aiutare anche quelli che si trovano in una situazione meno agiata rispetto alla nostra. Con chi lo possiamo fare? Con chi ha dei valori? Con chi si ispira a determinati valori? E anche contro un’idea di globalizzazione del pensiero che tende sempre di più ad annacquare tutto ciò che ci ha caratterizzato nella nostra storia, nella nostra identità e negli elementi educativi che noi abbiamo ricevuto anche dalle nostre famiglie. E questo noi pensiamo che debba essere un elemento di comunione e non a caso siamo qua oggi perché su questa comunità noi ci ispiriamo rispetto a quello che è un percorso. Ripeto, di carattere educativo che deve partire dalle nuove generazioni. In che modo? Avendo anche l’umiltà di ritornare a portare degli esempi concreti nei confronti di quelle che sono le scuole, legato magari alle scuole primarie, all’educazione dei bambini, perché è da lì che bisogna ripartire, educando ad aiutare chi si trova in difficoltà, chi è più debole e non invece andandolo ad emarginare dalla società, facendo esattamente l’opposto. Tutto questo noi in parte siamo riusciti a costruirlo perché siamo partiti a nostra volta rispetto a un percorso legato a una formazione dei giovani agricoltori che sono oggi i più attenti rispetto a quello che magari non viene venduto perché non trova spazio nelle linee di commercializzazione, non perché non sia buono, ma semplicemente magari perché è un po’ meno bello e grazie al Banco Alimentare renderlo come un’opportunità da poter dare a quelle famiglie, quei nuclei familiari che si trovano in difficoltà. Abbiamo risolto tutti i problemi? Assolutamente no. Noi abbiamo un percorso che ci immaginiamo anche con realtà importanti, ne cito una, poi interverrà dopo di me, Banca Intesa. Durante il periodo del Covid noi abbiamo avuto un’esplosione di nuclei familiari che andavano in difficoltà economica e che non avevano cibo a sufficienza. In quell’anno, l’anno e mezzo, due anni è duplicato il numero delle famiglie che si trovavano in difficoltà. Gli agricoltori non si sono mai fermati un giorno, hanno continuato a lavorare per produrre cibo da dare alle persone. Noi come Coldiretti, grazie anche a supporto di Banca Intesa e grazie al Banco Alimentare abbiamo raccolto tutto quello che rischiava di essere sprecato e l’abbiamo donato, ripeto, a chi si trovava in difficoltà. Dobbiamo continuare a lavorare sotto questo punto di vista, dobbiamo sensibilizzare le istituzioni anche in termini di carattere normativo per quanto riguarda, mi ripeto, una semplificazione burocratica nel raccogliere tutto ciò che si avvicina alla scadenza sui punti vendita della grande distribuzione e rendere più semplici i passaggi perché possa essere destinato alle famiglie, mi ripeto, che si trovano in una situazione di criticità. Ecco, io penso che questo sia ciò che ci sta caratterizzando e il Meeting diventa un momento per il quale si ritorna a fare comunità con una visione di carattere strategico che ci deve accomunare su quelle che sono le sensibilità e quelli che sono i valori che storicamente ci hanno caratterizzato, poterli raccontare, poterli portare come esempio e creare un meccanismo di nuovo coinvolgimento dell’intera società nella quale noi viviamo. Grazie.
Elisabetta Soglio
Fare rete, l’importanza di fare rete. Ho lasciato ultimo in questo primo giro di riflessioni, Stefano Barrese, che è il responsabile della divisione Banca dei Territori di Intesa San Paolo. Barrese, uno dice, mi parlate di povertà e mi porti qui una banca. In realtà la provocazione è proprio quella, capire come anche una banca può aiutare ad affrontare il tema della miseria diffusa. In particolare, lei guida la divisione Banca dei Territori, quindi come si può andare sui territori e affrontare queste difficoltà?
Stefano Barrese
Ma direi innanzitutto, grazie a tutti i intervenuti, devo dire che ce ne sono cinque di banche, quindi non sono l’unico perché ce n’erano altre quattro che hanno descritto molto bene il contributo che quotidianamente danno alle comunità. Vediamo la banca che ha come missione primaria quella di fare il suo servizio dal punto di vista della gestione del credito e del risparmio. Il vero tema che io vedo e l’elemento collante di tutti i discorsi ascoltati fino adesso è su cosa si presta attenzione nel fare il proprio lavoro. È chiaro che una banca che fa l’attività che dicevo prima, prima di tutto deve essere orientata a fare profitto. Se questo non avviene è chiaro che non si creano le condizioni per qualunque altra opportunità per le comunità che sono agganciate con la banca. Allora, mi viene da dire sempre che il punto vero è che cos’è però al centro del DNA di chi svolge l’attività d’impresa, in questo caso la banca, se è la persona il vero fine o è il profitto in quanto tale. Ma dal punto di vista della banca, in questo caso Intesa San Paolo, è chiaro che è la persona il profitto in quanto tale e quindi fare un’attività al meglio delle proprie responsabilità per far sì che la banca sia solida, forte, capace di crescere e crescendo sostenere tutte le attività ad essa connesse è la prima responsabilità, ma in questo bisogna avere in mente chiaramente che sono le persone l’obiettivo della nostra attività. Attraverso questo principio per noi è chiaro che nel concetto di dare e portare, dobbiamo metterci in gioco in un modo che è industriale, che è strutturato e questa è una cosa che la nostra banca fa da decenni. Addirittura dopo il Covid abbiamo rafforzato questo principio e questo modo di operare creando un’unità che si occupa esclusivamente di sociale, quindi non soltanto coordina le attività legate al supporto che diamo ai tanti enti del terzo settore che grazie all’attività che la banca svolge possono poi fare il loro lavoro, ma anche si preoccupa di poter finalizzare quello che lanciato nel 2023 è a tutti gli effetti il più grande intervento di carattere sociale sicuramente in Italia perché un’entità privata che normalmente opera per fare profitto si sia data come obiettivo di erogare 1 miliardo e mezzo di interventi dal 2023 al 2027 oggi quasi 1 miliardo, siamo a 800 milioni. 60 milioni di interventi individuali fra pasti, abbigliamento, farmaci e via di seguito, posti letto. Quindi sono tutti interventi che vanno ad alimentare le tante sensibilità che abbiamo sentito prima, interventi che poi vanno a supportare anche iniziative progettuali specifiche perché poi come le tante altre realtà aziendali anche noi abbiamo il nostro fondo di beneficenza, abbiamo una piattaforma che ci consente di ingaggiare le sensibilità della popolazione. Abbiamo una piattaforma di raccolta fondi, peraltro, anche su questo ci tengo a sottolinearlo, fatta esclusivamente con la finalità di fornire mezzi finanziari per iniziative specifiche sulle micro-comunità, senza appesantirla di carichi commissionali. E questo è un altro elemento che non è banale, perché poi se andiamo a guardare le tante piattaforme di raccolta fondi sono anche magari finalizzate a fare redditi. Noi questo assolutamente è l’ultima cosa che ci immaginiamo di fare. Allora, questo rientra nel concetto del dare, quindi la banca facendo il meglio possibile il suo lavoro, nella responsabilità di essere un’istituzione chiave all’interno di questo paese per quanto riguarda il credito e risparmio, naturalmente lo fa con la finalità di aumentare, stiamo arrivando al ’27, ma non ho dubbi che nelle sensibilità del nostro amministratore delegato questa attività potrà solo crescere nei prossimi anni. Naturalmente lo facciamo e lo sforzo di tutta la banca, delle 100.000 persone che lavorano in banca è proprio questo, crescere per aumentare la capacità di impatto che possiamo generare direttamente o supportando queste realtà perché altrimenti queste realtà da sole non ce la farebbero. Sentivo giustamente il presidente del Banco Informatico e noi abbiamo 100.000 persone, ma una delle attività strutturali che facciamo, perché giustamente li cambiamo gli hardware, è proprio quello di rigenerarli e metterli a disposizione delle persone che ne hanno bisogno. Allora, questo secondo me è il modo con il quale si può immaginare un percorso dove ognuno fa la sua parte ed è l’unico modo con il quale questo paese può farcela e naturalmente partendo da chi ha più mezzi per poterlo fare. È il motivo per cui abbiamo bisogno di realtà forti, capaci di essere forti nella loro presenza sul territorio e nella capacità di generare reddito. Perché solo se le realtà dal punto di vista produttivo sono forti, ci sono i mezzi attraverso quello che naturalmente può raccogliere lo Stato, ma anche attraverso quello che fanno direttamente per supportare un paese che ha queste fragilità, i 5-6 milioni di poveri che dicevamo prima, assoluti o relativi, ma anche le tante difficoltà che abbiamo. Non dimentichiamoci che abbiamo un numero impressionante. Vedevo prima di venire che siamo ultimi in classifica per quanto riguarda i NEET e non finiscono i poveri, ma di fatto sono poveri potenziali e anche lì è un tema sul quale poi se abbiamo tempo possiamo anche ingaggiare su un discorso più ampio, i giovani che non lavorano, non studiano, non si formano senza poi tornare su alcune delle povertà relative dove sono giovani, perché parliamo di famiglie che sono fra i 18 e i 35-40 anni con un figlio che oggi sono pur lavorando in un’area di povertà relativa. Allora lì non è più un tema di dare, ma se avremo un po’ di tempo ne possiamo parlare, subentra un tema di fare e poi magari su questo possiamo parlarne dopo.
Elisabetta Soglio (
Grazie mille. Scusa Davide, prima non abbiamo fatto cenno, però al lavoro del comitato e della Fondazione San Francesco. Questo è un impegno che mi dicevi, per tutto il 2026 coinvolgerà molto. È una figura ancora di grande riferimento San Francesco?
Davide Rondoni
Intanto c’è il vantaggio che se si dice San Francesco sta simpatico a tutti, no? Questo è un momento in cui anche se dici “viva la mamma” qualcuno ha qualcosa da ridire. Se si dice San Francesco tutti “ah bello”. Quindi è una bellissima occasione di incontro con persone di tutti i tipi. Adesso non sto a spiegare cosa fa il comitato perché lo vedrete, per esempio faremo la raccolta prossima del Banco Alimentare sarà firmata anche dal comitato insieme a tante altre cose che si stanno mettendo in campo e perché è il patrono d’Italia e ci saranno un sacco di cose belle in Italia e nel mondo, possibilmente stiamo avviando cose stabili, cose che servono in futuro anche e non solo come manifestazioni transeunte. E posso dire una cosa?
Elisabetta Soglio
La stai dicendo molto pesante?
Davide Rondoni
E’ che non c’entra con la domanda.
Elisabetta Soglio
Certo, ma i giornalisti fanno le domande, ma non è che sempre si rispettano le domande.
Davide Rondoni
Non so se .. io so delle cose veramente molto belle, interessanti, alcune ne conoscevo, altre meno e veniamo fuori da 40-50 anni di retorica sul welfare. Allora perché le cose vanno peggio? Se c’è un sacco di brava gente e c’è uno stato che per 50 anni ci ha detto che il welfare era al centro della propria attenzione, perché questi dati invece parlano di un aumento in un momento, tra l’altro, in cui siamo, possiamo dire, in un’economia di guerra in cui, in genere, le esigenze dei più deboli passano in secondo piano. Questa è una domanda che io pongo. Non sono un politico, non sono tantomeno un esperto di economia pubblica, però evidentemente c’è qualcosa che non è andato bene, c’è qualcosa su cui bisogna intervenire perché probabilmente un eccesso di statalismo sposato a un eccesso di finanziarizzazione del mondo, di globalizzazione, qualcuno l’ha detto, questo combinato disposto ha prodotto più povertà. Bisogna cominciare a guardarlo, bisogna cominciare a fare qualche domanda del perché ci sono degli stipendi vergognosamente alti, vergognosamente alti anche nel campo di qualche banca e l’aumento della povertà. Allora, i poeti fanno domande scomode, sennò non serve a niente. Lo faceva già Pasolini anni ’70 quando diceva: “C’è una differenza tra sviluppo e progresso?”. Allora, in un momento in cui c’è ancora molta retorica sul welfare ma le difficoltà aumentano e c’è ancora una grande retorica sul potere della finanza, ma le difficoltà aumentano. Io credo che su questo combinato disposto bisogna un po’ ragionare, è compito non dei poeti sicuramente e nemmeno delle brave persone che sono qui che fanno delle cose molto belle, ma sicuramente di chi ha responsabilità politica e sociale pubblica. Sì, evidentemente se i dati sono quelli che tu hai detto non si può andare avanti così con uno stato pesantissimo e una finanza rapace. Questo combinato disposto sta rendendo più povere le persone. Bisogna dirlo, bisogna capire cosa si può fare in questo senso perché altrimenti io capisco, stiamo parlando di lotta alla miseria e mi sembra che ci sono bellissimi esempi in quello che abbiamo ascoltato, però se l’esempio vissuto non diventa anche cultura, permettetemi di usare questa parola, idee, cultura, provocazione anche alla politica, provocazione a chi fa società. Va bene, finisco che non voglio farla lunga, non voglio rubare tempo. Allora, c’era un grande poeta che si chiama Mario Luzi, che è stato uno dei miei maestri che diceva: “Essere molto amati non medica la solitudine, ti puoi sentire solo anche se ti vogliono bene un sacco di persone. È amare che parifica il mondo. È amare che parifica il mondo.” Oggi abbiamo una società che invece è molto attenta a chiedere amore, bisogna sentirsi amati, no, è amare che ti parifica il mondo. Don Giussani che fece iniziare la caritativa, ebbe questa intuizione geniale, dice: “Fai caritativa non per gli altri, ma perché amando compi te stesso”. Io credo che alcune delle cose che sono state raccontate sono molto interessanti questo perché è amare che ti parifica al mondo perché puoi anche lavorare bene, avere una bella famiglia, avere tutto quello che pensi sia necessario, ma se non ami un po’ più del dovuto, se non fai un po’ lo sproposito di amare un po’ di più, non sei parificato al mondo, non vivi bene. Io credo che queste proposte di banchi di carità sono molto interessanti perché hanno un grande valore sociale. Gente che non ama è gente più scontenta, gente che non ama è gente più improduttiva, gente che non ama è gente più sterile. Il dato sui giovani portato prima è impressionante. Giovani che non hanno voglia di provare. Perché abbiamo prodotto una società così? Ecco, qualche domanda bisogna farsela non per rimanerci sotto, ma per trovare degli alleati per affrontarle.
Elisabetta Soglio
Grazie Davide. Mi veniva in mente anche il cardinal Martini, solo con il farsi prossimo riscopri la tua umanità.
Davide Rondoni
Allora tu però tu mi vuoi istigare. Attenzione cardinali, attenzione virgola cardinali. Sento molti cardinali parlare della povertà dei poveri e anche vantarsi un po’ troppo degli interventi che si fanno per i poveri. Il Vangelo diceva “non sappia la destra cosa fa la sinistra”. Quindi un po’ meno retorica a volte servirebbe,
Elisabetta Soglio
Però “farsi prossimo” è stata una grande lettera
Davide Rondoni
Adesso no figuriamoci, sono un cattolico anarchico di rito romagnolo, quindi non critico mai i cardinali, però dico attenzione perché se sento parlare troppo le chiese di poveri devono saper distinguere tra la povertà, come ne parlavamo prima, e la miseria. Perché altrimenti il mio amico cardinale Zuppi, che tutti sanno essere il proprietario immobiliare più grosso di Bologna, quando parla di poveri non è molto credibile. Se stai nel palazzo più bello del mondo che si chiama Vaticano e parli di poveri, se confondi la povertà con la miseria non sei molto credibile. Allora bisogna stare attenti. La povertà è un’esperienza che può fare anche l’uomo più ricco del mondo. Se abbracciando i suoi figli sa che non sono suoi. Quella è la povertà. La miseria è invece un’altra esperienza. San Francesco diceva sia ai ricchi che ai poveri che dovevano restituire qualche cosa. Attenzione anche, lo dico, siamo al Meeting, anche nel mondo ecclesiale a non fare confusione tra la povertà e la miseria perché la povertà è uno sguardo al mondo e a sé stessi. La miseria è un’esperienza da combattere.
Elisabetta Soglio
Grazie. E salutiamo anche il cardinale Zuppi. Sta ascoltando e che secondo me l’idea anche di come stare vicino ai poveri ce l’ha anche abbastanza radicata. Ma non andiamo avanti su questo. Raccolgo questa provocazione, ci resta poco tempo, però raccogliendo la provocazione del fare rete, un’ultima parola a Marco Piuri, l’importanza però di essere rete per cercare di contrastare ogni tipo di bisogno di povertà e quindi rispondendo ai bisogni.
Marco Piuri
Allora se il tema è quello che abbiamo non è nostro ma è di tutti. Il tema è che si fa solo mettendosi insieme perché sennò non funziona. Poi mettersi insieme vuol dire tante cose. Io, se mi permetti, volevo solo dire una cosa che veniva fuori anche in particolare dall’ultimo intervento di Barrese, ma anche da parte di Prandini, io sono convinto che quello che il professor Zamagni dice da un po’ di tempo, quando parla di responsabilità civile delle imprese, che è di più della responsabilità sociale, mette sulle imprese una responsabilità che è quella di dire che facendo quello che devono fare devono tener conto di tutto e devono mettersi in testa che devono contribuire a costruire le condizioni per una convivenza civile dentro la quale c’è la risposta ai bisogni e la battaglia alla miseria. Secondo me questo è il punto su cui si può fare rete davvero mettendo insieme chi fa impresa e mettendo insieme chi invece dà vita poi a realtà di questo tipo che però possono funzionare solo in questa dimensione di rete. È così che allora le centinaia di migliaia di volontari e di persone anche che ci lavorano in queste strutture possono davvero fare l’esperienza di cui si stava dicendo e tirar fuori il valore che c’è.
Elisabetta Soglio
Grazie Prandini. Questa la possibilità di trovare una soluzione dimostrando questa responsabilità civile oltre che sociale, voi che tipo di strada potreste indicare?
Ettore Prandini
Ma io mi ripeto rispetto a quello che ho detto nel primo intervento. Noi riteniamo che la formazione sia un elemento basilare che va riscoperto partendo da quelle che sono le nuove generazioni che non vuol dire trascurare il resto della popolazione, ma noi dobbiamo portare anche degli esempi concreti. Rappresentare sistematicamente solo la negatività non fa crescere positività nelle nuove generazioni e rischia di appiattire anche tanti ragionamenti. Invece bisognerebbe riscoprire anche la possibilità di far percepire il bello. Il bello dello stare insieme, lo veniva detto precedentemente, il bello nell’amare il prossimo, il bello nell’aiutare chi si trova in difficoltà. Io cito alcune cose che noi come Coldiretti abbiamo voluto fare in silenzio. Food for Gaza, che era semplicemente riuscire a raccogliere una quantità di prodotti agroalimentari da destinare a una popolazione che si trova in una situazione drammatica e che è allucinante il fatto che ci siano migliaia di bambini che muoiono quotidianamente e dove bisogna stare attenti a quelli che sono gli equilibri di carattere politico. Io penso che ci siano due vittime, mi sbilancio, sia il popolo israeliano, sia il popolo palestinese, che è da distinguere rispetto a chi li governa da una parte e chi dall’altra parte con una forma di fondamentalismo utilizza quella popolazione per essere schermati e continuare a fare del terrorismo. Allora, anche queste cose bisogna avere il coraggio di iniziare a raccontarle e confrontarsi con la popolazione e con i ragazzi, non sminuendoli e aggiungo: in tutto questo c’è sicuramente una parte delle nuove generazioni che magari è meno interessata, ha meno voglia, però io sono uno di quelli che crede nelle nuove generazioni. Noi abbiamo una quantità di ragazzi che sono geniali e anche qua iniziamo a dare fiducia a questi ragazzi. Non voglio sembrare populista, mi permetta, sottolineo un aspetto. Che però fino a che noi saremo in una situazione dove un ragazzo con un contratto di formazione dopo che si è laureato, dopo che si è diplomato, guadagna 500-600 euro al mese, ma che futuro noi possiamo immaginare che questi ragazzi possano avere e poi ci lamentiamo che alcune intelligenze vadano in altri paesi? Anche questi sono fatti concreti per cambiare la società nella quale noi siamo e evitare che tanti giovani siano in una situazione di difficoltà economica e ritorniamo sull’argomento iniziale dove magari non si possono nemmeno permettere un cibo che sia dignitoso per quanto riguarda la loro vita e immaginandosi anche una vita che possa riguardare le loro future famiglie. Chiudo, sono già andato oltre il tempo che mi era stato dedicato. Come possiamo cambiare stando insieme, confrontandoci. Questa tavola rotonda in questa comunità è fondamentale perché mette insieme soggetti diversi che si ispirano agli stessi valori e allora ripartiamo dai valori, ripartiamo dall’educazione, ripartiamo dall’amore per il prossimo e io penso che il futuro anche per il nostro paese possa essere migliore rispetto a quello che abbiamo conosciuto.
Elisabetta Soglio
Grazie Prandini. Barrese, al netto di Rondoni che ci ha sistemati tutti. Adesso nel prossimo ultimo giro sistemerà anche i giornalisti. Adesso sto aspettando. Ma come può comunque una banca – poi voi siete la più grande del nostro paese – portare avanti un progetto proprio sistematico di lotta alla povertà, di riduzione delle disuguaglianze economiche?
Stefano Barrese
Ma sicuramente lui non faceva riferimento all’Italia perché di finanza rapace in Italia non mi pare che ce ne sia. Su questo non ci sono dubbi. In Italia ci sono banche che fanno il loro lavoro e se l’Italia cresce è anche merito di un sistema bancario che è vicino comunque alle famiglie, alle imprese e lo vediamo dal credito che viene fatto. Se c’è una cosa che in questo momento sta crescendo in modo importante è il credito alle famiglie per i mutui. Faccio questo passaggio perché torno sul tema del fare, perché dare uno ha la possibilità di poter erogare perché ha i mezzi e quindi giustamente contribuisce. L’altro tema è mettiamo le persone nelle condizioni di vivere meglio, di poter trovare un lavoro attraverso un’educazione che li porti ad avere non la licenza elementare, ma a questo punto un diploma universitario. Perché dico questo? Perché guardando delle carte sfogliavo e vedevo che è vero che le povertà sono aumentate. Ma se andiamo nel dettaglio le povertà sono aumentate per due motivi. Perché la maggior parte di quelle famiglie che dicevo prima, quindi sotto i 35 anni con un figlio, sono in affitto e non hanno una casa. La maggior parte delle persone che oggi si trovano in povertà relativa sono operai o senza lavoro. Quindi è un tema di redditi bassi, l’abbiamo detto adesso, o di non redditi. Allora, la cosa che si può fare, ognuno fa il suo e qui è inutile trovare colpe rispetto al dove siamo oggi. Quello che ognuno può fare è creare le condizioni attraverso la propria attività per accedere a strumenti che gli consentono di stare meglio. Allora, torniamo sul tema dell’educazione, per esempio. L’educazione non dobbiamo pensare soltanto al costo dell’educazione in quanto tale, ma è il mantenimento oggi che rappresenta un problema per i ragazzi o le ragazze che vogliono prendere un diploma. Il fatto che una banca faccia leva sul suo patrimonio per far sì che uno studente possa prendere annualmente da un minimo di 5.000 euro o in su per potersi mantenere agli studi a prescindere da quello che la famiglia può fare per lui. È una cosa importante che una banca può fare. Noi lo facciamo. Sono ormai anni che noi attraverso il patrimonio della banca mettiamo a disposizione con lo strumento “per merito” mezzi per far sì che le persone possano aumentare la qualità della loro education. E non è soltanto per l’università, questo lo fanno anche cinquantenni che visto il contesto attuale dal punto di vista delle richieste formative decidono di innalzare il loro livello di education per accedere a un livello retributivo migliore. E questo lo facciamo a interessi bassissimi con un rischio totale banca. Per dare un’idea, sono quasi 50.000 le persone che negli anni, da quando siamo partiti, dal 2016, hanno avuto accesso a uno strumento come questo. Allora, questa è il fare come il tema dei mutui. Sono ormai anni che come banca per i giovani mettiamo a disposizione mutui che sono strutturalmente più convenienti rispetto ai tassi medi di mercato. Su questo si è potuta fare una grande sinergia per esempio con le forze messe in campo dallo Stato attraverso, per esempio, il Fondo Consap. Noi già oggi davamo la possibilità di poter arrivare fino al 100% del valore della casa. Questo non è possibile per le banche, non perché sono cattive, perché per regole non è possibile andare oltre l’80%. Bisogna aggiungere un’assicurazione per normativa per arrivare fino al 100, ma è costosa. Il fatto di avere un fondo che lo supporta ti consente di poter colmare quel gap che porta quelle famiglie attraverso l’affitto portandole sul mutuo che è chiaro che risulta strutturalmente più conveniente rispetto a un affitto normalmente a parità di metri quadri, peraltro costruendo un risparmio, perché sappiamo che la casa diventa un risparmio a tutti gli effetti. L’affitto sono soldi persi, soldi che vengono consumati, che non possono essere utilizzati per altro. Attraverso questo ormai sono anni che tanti giovani accedono alla casa. Per dare un’idea, noi mediamente eroghiamo ogni anno quasi 16 miliardi nella media di mutui, di questi l’80% vanno a persone e famiglie sotto i 35 anni. Quindi questo è il fare. Poi se noi vogliamo trovare colpe sul perché siamo arrivati fino qui, secondo me, non basta un incontro come questo. Il vero tema è dimentichiamoci di quello che c’è oggi o del perché siamo arrivati fino qui e che ognuno faccia il suo. Quindi ci darà un grande contributo giustamente il poeta di cultura e di sostanza. Ognuno di noi continuerà a fare il meglio, aggregherà altre forze. Lo Stato farà il meglio che può, come fa annualmente. E ricordiamoci che siamo in una situazione oggi di conti, come non mai nella storia della Repubblica degli ultimi 10-15 anni e quindi ci possiamo anche permettere dei supporti che già solo qualche anno fa non potevamo fare, li abbiamo beneficiato perché ci trovammo prima col Covid e poi in una situazione di guerra. Attenzione anche su andare oltre rispetto a quello che ogni operatore economico, nelle forze e nelle capacità e nelle responsabilità che ha nel produrre bene il reddito della sua attività, può poi contribuire a sostenere naturalmente queste associazioni che fanno un lavoro, dal mio punto di vista, egregio.
Elisabetta Soglio
Grazie mille Barrese. Raccolgo, credo raccogliamo tutti l’idea che bisogna andare oltre e non fermarci alla polemica, appunto, leggo una delle pagine che si chiamano Buone Notizie per quello. Forse però avere chiaro se sono stati commessi degli errori per evitare di ripeterli, ecco, forse quella può essere la cosa. Dopodiché c’è una responsabilità di ciascuno di noi. Ciascuno di noi con la propria umanità e con la propria professionalità è chiamato a essere mattone nuovo. Andiamo in conclusione di questo incontro e chiedevo proprio un ultimo pensiero a Davide Rondoni perché il tema di questo Meeting, nei luoghi deserti costruiremo con mattoni nuovi. Allora, rispetto alla povertà intesa proprio come povertà materiale ma anche spirituale, qual è il mattone che ciascuno di noi, proprio come singolo, secondo te può mettere per costruire sopra il deserto?
Davide Rondoni
Tanto per chiarire, io voglio molto bene a Zuppi e ho il conto in Banca Intesa, è forse il conto peggiore che avete, ma insomma … E lo dico perché io non ce l’ho con nessuno, cerco di ragionare a voce alta ogni tanto. Un grande poeta francese che si chiama Baudelaire diceva: “Le crisi di civiltà sono crisi di avvilimento dei cuori”. Credo che la risorsa che tutti abbiamo è riaccendere il cuore. Il cuore non nel senso appena del sentimentalismo, di quello che ci anima, come diceva giustamente adesso Barrese, facendo ognuno la propria parte, ma se si ha il cuore avvilito non si va da nessuna parte. E ci si mette insieme anche con cuori ardenti e a volte anche discutendo, se siamo un cuore non avvilito. L’avvilimento dei cuori dipende solo dal fatto che lo nutri di cose avvilenti. Se nutri il cuore di cose avvilenti si avvilisce. Quindi credo che quello che possiamo fare tutti e anche il tuo giornale aiuta, è di nutrirsi il cuore di cose non avvilenti e questo rende tutti più pronti non solo ad aiutare gli altri ma anche ad affrontare i problemi senza paura e con una grande speranza. E sui nostri giovani, permettimi una battuta, Prandini, in questi giorni abbiamo visto quante medaglie d’oro hanno vinto i nostri ragazzi in giro per il mondo. Come mai sono così bravi in certi campi e in altri campi sembra invece volere scappare dall’Italia? Perché nello sport intanto le istituzioni puntano sul talento, non avviliscono i talenti. Secondo la misura reale, un minuto è un minuto, non è che il cugino dell’avvocato importante mi passa sopra. Quindi c’è un metodo nello sport che forse dovremmo imparare per non avvilire i nostri giovani, talento e misura reale. Grazie.
Elisabetta Soglio
Grazie. Grazie a tutti i nostri ospiti. Grazie a voi che ci avete seguito qui e a chi ci ha seguito da casa.










