INTERGRUPPO PER LA SUSSIDIARIETÀ. NETWORK DELLE FONDAZIONI - Meeting di Rimini
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INTERGRUPPO PER LA SUSSIDIARIETÀ. NETWORK DELLE FONDAZIONI

Partecipano: Luca Antonini, Vice Presidente Fondazione per la Sussidiarietà; Mario Ciampi, Coordinatore Organizzativo Fondazione Farefuturo; Daniele Donati, Associazione Arel; Stefano Fassina, Direttore Scientifico Associazione NENS; Giuseppe Lanzilotta, Segretario Generale Fondazione Magna Carta; Dario Nardella, Direttore Associazione Eunomia; Costante Portatadino, Presidente Fondazione Europa Civiltà; Ivano Russo, Direttore Fondazione Mezzogiorno Europa; Pier Paolo Saleri, Consigliere Fondazione Italiana Europa Popolare; Alessandra Servidori, Comitato Scientifico Associazione Giovane Italia; Francesco Soro, Associazione Glocus; Alex Voglino, Comitato Scientifoco Fondazione Nuova Italia. Introduce Emmanuele Forlani, Coordinatore Segreteria Intergruppo Parlamentare per la Sussidiarietà. Modera Alfonso Ruffo, Direttore de Il Denaro.

 

EMMANUELE FORLANI:
Se prendiamo posto possiamo iniziare. Benvenuti a tutti, buon pomeriggio. Diamo inizio a questo incontro, che verrà tenuto dal direttore de Il Denaro, Alfonso Ruffo, amico che ringrazio, appunto, per questa disponibilità. Come vedete, intorno al tavolo c’è quasi un plotone, e sono contento che ci siano tutti, anche perché l’anno scorso, in questa sala, avevamo avuto l’occasione di descrivere l’iniziativa, di descrivere questo lavoro iniziato assieme, che dura ormai da due anni. Di che cosa si tratta? Cos’è questo Network Fondazioni? Nel 2006 con l’avvento della penultima legislatura l’intergruppo parlamentare per la sussidiarietà si è ricostituito. Era partito già nel 2003, ma ha deciso di ripartire appunto con la legislatura passata. E nel farlo ha chiesto a Fondazione per la Sussidierietà, che già svolgeva l’attività di segreteria scientifica, di poter coinvolgere tutte quelle realtà, associazioni e fondazioni disponibili ad approfondire un lavoro di ricerca, un lavoro di dibattito, a stimolare appunto gli approfondimenti nei confronti dell’intergruppo e della politica. Nel corso di questi due anni il gruppo di fondazioni e di associazioni si è non solo consolidato ma anche ampliato, arricchito. L’anno scorso qualcuno non c’era, quest’anno abbiamo degli ospiti nuovi che si sono aggiunti nell’ultimo periodo. E il desiderio di oggi è quello di raccontare al Meeting il lavoro svolto in questi due anni, in particolare il lavoro svolto nell’ultimo anno, e soprattutto interrogarci assieme su quali possano essere le prospettive di questo lavoro comune, sia per quanto riguarda il sostegno ad un intergruppo, domani ci sarà l’incontro dell’intergruppo parlamentare per la sussidierietà anche con il ministro Calderoni, sia nei confronti appunto dell’intergruppo, sia per un lavoro che queste fondazioni e associazioni, di cui oggi sentiremo i particolari, stanno facendo nella loro vita e nella loro identità quotidiana. Sottolineo solo due aspetti, proprio per non rubare tempo agli amici che oggi sono venuti, e che ringrazio di cuore, perché sono venuti appunto da tutta Italia, abbiamo anche le traduzioni per cui ciascuno potrà parlare nel dialetto originale, proprio per dimostrare che siamo dappertutto, e li ringrazio di cuore, a parte le battute, proprio perché il lavoro che assieme a loro è stato iniziato, è stato portato avanti in questi due anni, dimostra non solo che è possibile un dialogo costruttivo, ma che il dialogo non si fonda sull’assenza o sull’annullamento di una identità. Il dialogo invece si fonda proprio sull’affermazione dell’identità, su un lavoro che ciascuna delle fondazioni e associazioni presenti sta facendo, e che tante volte parte, anzi direi nella maggior parte dei casi, da culture, da approcci completamente diversi, per giungere alla fine a lavorare su alcuni temi che hanno a cuore effettivamente il bene comune. Il bene comune non è rimasto un proclama, come poteva sembrare all’inizio del nostro lavoro, ma si è sviluppato su alcuni temi che oggi insieme approfondiremo. Nel corso dell’ultimo anno siamo stati particolarmente impegnati su un aspetto, che per quanto marginale da un punto di vista economico rispetto al bilancio dello Stato, è estremamente significativo, il fenomeno del 5 per mille. Ne parlavamo nell’anno precedente, nell’incontro dell’anno scorso qua al Meeting. Siamo stati particolarmente impegnati su cosa? Innanzitutto sul fatto di mantenere questa istituzione del 5 per mille, ma soprattutto di sottolinearne l’importanza da un punto di vista proprio di esempio. Di sottolineare appunto l’importanza del fatto che questo strumento, questo istituto, rappresenta un esempio concreto di applicazione della sussidiarietà. Il network nasce attorno a questo tema della sussidiarietà, ma dall’inizio si è imposto proprio di cercare una declinazione concreta. E il lavoro fatto è stato non solo all’interno del Meeting di Rimini ma anche in altre occasioni che tanti amici presenti delle fondazioni hanno organizzato. Ricordo il convegno che abbiamo fatto all’interno, è stato il primo, all’interno della Summer School, organizzata da Mezzogiorno Europa a Napoli. Così come la giornata conclusiva del master, anzi inaugurale del master fatto da EUNOMI a Firenze. Insomma, l’occasione che abbiamo voluto in qualche modo perpetuare, è stata proprio quella di trovare momenti di lavoro comune e momenti anche pubblici per testimoniare che è possibile un dialogo non ideologico, è possibile un dialogo non demagogico. E su questo oggi vorremmo davvero andare avanti. Abbiamo diversi temi, diversi punti in agenda, in programma nei prossimi mesi, e ci sono davvero tutte le premesse per poter costruire qualcosa assieme. Io non presento tutti i relatori, perché poi appunto verrà fatto dall’amico Alfonso Ruffo, mi limito semplicemente a sottolineare, in chiusura di questa breve introduzione, il fatto che in un momento nel quale sembra ancora prevalere un dialogo finto, un dialogo in qualche modo appiccicato e a volte demagogico, siamo convinti del fatto che questa esperienza possa essere uno strumento importante, non solo per la politica, ma per lo sviluppo del paese. Grazie.

MODERATORE:
Grazie, grazie a Emmanuele Forlani. Sono io che ringrazio lui, gli amici del network, della Fondazione della Sussidiarietà, della CDO per avermi invitato. Effettivamente il Network delle Fondazioni possiamo dire che sia un organismo in forma solida. Sono anni che ormai esiste, resiste, si incontra, scambia idee, informazioni, e riesce ad approfondire i temi centrali nel dibattito del paese. E’ un po’ un organismo che tiene insieme questo paese, che sembra invece tendere a slabbrarsi, mentre invece le fondazioni unite nel network riescono in ogni caso a tenere insieme, per lo meno, il pensiero, l’aspetto culturale che è al centro della sua attività. Noi cominciamo con Luca Antonini, che molti di voi al Meeting conoscono, perché è vice presidente della Fondazione per la Sussidiarietà, ed è Ordinario di Diritto Costituzionale all’università di Padova. E ultimamente sta avendo anche un po’ di attenzione, molta attenzione da parte della stampa, perché è il principale collaboratore del ministro Calderoni sulla riforma federale e in particolare su quella fiscale. E cominciamo da questo tema, che è un tema ormai centralissimo, un tema attuale: a settembre probabilmente il Consiglio dei Ministri affronterà la bozza di disegno di legge, e probabilmente darà l’avvio all’iter che porterà nel giro di qualche mese, probabilmente un anno se tutto andrà secondo le aspettative, alla definizione di un paese federale, con all’interno un federalismo fiscale che molti auspicano, altri temono. Vedremo poi come nel corso di questo dibattito affronteremo, i vari relatori affronteranno l’argomento. Quindi, Luca Antonini sul federalismo fiscale.

LUCA ANTONINI:
Si, grazie. Io vorrei dire questo semplicemente. Che non credo che sia un caso che esista questo Network delle Fondazioni in un momento così delicato per la storia del nostro paese, come è quello in cui si sta delineando un nuovo scenario istituzionale, quello del federalismo fiscale. E’ chiaro a tutti che il federalismo fiscale è una riforma epocale, più ancora della riforma di tipo federale, il cuore è il federalismo fiscale, che rappresenta la messa a regime di un vero federalismo. E’ il necessario completamento e è il necessario, diciamo, punto d’arrivo del processo di riforma che finalmente nel nostro paese dagli anni 2000 è partito, dopo una grande fase di stallo, ma che deve arrivare a compimento attraverso il federalismo fiscale. Io credo che sia una riforma decisamente epocale, forse la riforma più importante degli ultimi anni. E’ chiaro che è anche una riforma delicatissima. Che esista un Network delle Fondazioni, quindi un livello culturale mobilitato per cercare di orientare questa riforma nel modo migliore possibile, la ritengo una cosa senz’altro provvidenziale. Emmanuele Forlani diceva appunto del 5 per mille, una cosa con un carattere simbolico estremamente importante, perché vuol dire che tu fai tornare il cittadino padrone delle imposte. Quindi ha un messaggio straordinario, dal punto di vista del contenuto simbolico, culturale, ma marginale dal punto di vista dell’impatto economico. Il federalismo fiscale, invece, ha anche un impatto economico straordinario. E’ chiaro che andare a regime con un sistema di federalismo fiscale vuol dire, da un certo punto di vista, cambiare la storia d’Italia. E questa si può cambiare se il federalismo fiscale viene gestito in modo corretto, in modo bipartisan, quindi superando anche quella che è stata in fondo la grande anomalia italiana, di riforme costituzionali fatte a colpi di maggioranza, ma ritornando a quella che è invece la genuina tradizione italiana, quella di grandi riforme condivise, come prima fra tutte fu la Costituzione Italiana, approvata praticamente all’unanimità da soggetti che erano profondamente diversi dal punto di vista ideologico. Ecco, io penso che la riforma del federalismo fiscale, che è un passaggio storico del nostro Paese, possa trovare in questo Network delle Fondazioni un appoggio culturale straordinario. Proprio perché la questione vada nella direzione del bene comune. Perché parlo di una riforma epocale? Perché viene introdotto, forse per la prima volta in termini effettivi e concreti, il principio di responsabilità, il principio di trasparenza nell’uso delle risorse pubbliche, e la possibilità di razionalizzare la spesa pubblica, liberando risorse che oggi finiscono tante volte in inefficienza o nel finanziamento di rendite. Liberare risorse veramente per il bene comune, cioè per lo sviluppo del Paese, per lo sviluppo produttivo, per lo sviluppo sociale, per lo sviluppo culturale, in un momento che da tanti punti di vista è drammatico, perché è evidente la crisi che a livello internazionale è in atto. Per cui io credo che su questo tema sia provvidenziale che esista un Network di Fondazioni che, al di là dell’ideologia, voglia veramente tendere al bene comune. Un po’ come fecero i nostri costituenti nel ’47. Ecco, penso che questo possa essere il grande contributo che porta veramente a frutto questa storia di sintonia, di sinergia fra fondazioni culturali, che è iniziata qualche anno fa e che diventa provvidenziale adesso che il nostro Paese è di fronte ad una sfida così epocale come quella del federalismo fiscale. Per cui io ritengo appunto che questo Network delle Fondazioni sia un fatto da un punto di vista culturale straordinario, ma non solo da un punto di vista culturale, perché qui la cultura può diventare operativa e dare veramente un contributo importante, anche alla definizione del processo, facendolo uscire da tutta una serie di retorica, sia di destra che di sinistra, che non coglie il vero dramma italiano. E penso che allora il lavoro culturale qui sia indispensabile per rendere trasparenti quelli che sono i contenuti, quelle che sono le potenzialità, e quelli che possono essere tutti i nodi che mano mano verranno affrontati su questa riforma. Grazie.

MODERATORE:
Grazie, grazie. Grazie al prof. Antonini. Ho dimenticato di dire prima che ci siamo messi d’accordo per un intervento medio di cinque minuti per relatore, lo dico per tranquillizzare il pubblico, perché vede qui 14 persone schierate e pensa di fare notte. No, noi cercheremo di chiudere in un’ora o qualcosa in più. Il federalismo fiscale ha un addendo che è doloroso o può essere sfidante, per quanto riguarda il Mezzogiorno. E cioè come il Mezzogiorno vive la prospettiva del federalismo fiscale? Sappiamo che il federalismo fiscale muove un po’ una guerra all’assistenzialismo, al lassismo e alla mancata efficienza. E sappiamo che il Mezzogiorno deve fare passi avanti su questo terreno. E per parlarne c’è qui Ivano Russo, che il direttore della fondazione Mezzogiorno Europa, una fondazione molto attiva nel Mezzogiorno ma anche il tutto il Paese, dal momento che è presieduta da Andrea Geremicca, un ex parlamentare sempre molto attento e vivace sulle questioni del Mezzogiorno, che ha poi un riferimento morale nel Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.

IVANO RUSSO:
La nostra fondazione ha approcciato fin da subito il tema del federalismo fiscale con spirito e con animo assai positivo, perché fin dalla nostra nascita, nel 1999, lo ricordava prima Ruffo – Mezzogiorno Europa fu fondata da Giorgio Napolitano, all’epoca parlamentare europeo – si decise di dar vita a Napoli ad un centro studi, prima associazione, poi fondazione, che avesse come cuore del proprio interesse i temi dello sviluppo del Mezzogiorno nella cornice mediterranea, europea, e anche una rilettura critica della questione meridionale, mai autoassolutoria, per cui, diciamo, sul terreno della proposta del federalismo fiscale noi possiamo in qualche modo offrire qualche spunto di riflessione in questa direzione, partendo da un tema e dicendo una cosa con grande franchezza. Noi siamo convinti che chi nel Mezzogiorno pone il tema del superamento dell’economia duale, come sostanzialmente un tema rivendicazionista di maggiori risorse da trasferire dal centro alla periferia, evidentemente è in cattiva fede, perché io credo che il Mezzogiorno tutti i problemi abbia, meno quello di rivendicare o di chiedere più risorse sulla scorta di un’esperienza storica consolidatasi. Dalla Cassa per il mezzogiorno alle leggi speciali per il terremoto, fino alla gestione dei fondi europei, il Mezzogiorno ha sempre conosciuto politiche in qualche modo straordinarie o surplus di trasferimenti. E invece il dato vero su cui occorre interrogarsi è come è possibile che questa economia duale abbia avuto, come dire, i due estremi che sono andati via via allontanandosi nel corso di oltre cinquanta anni di storia repubblicana. Evidentemente il tema è un altro, è di qualità della spesa, è di efficienza della spesa. Perché dobbiamo, come dire, provare a mettere il dito nella piaga, noi possiamo, perché le fondazioni non sono partiti, sono meno condizionati da interessi, non vanno alla ricerca di consenso, sono dei veri luoghi di elaborazione, di confronto. E quindi noi possiamo in questa sede, come abbiamo già fatto, provare ad affrontare i temi della spesa pubblica, della riqualificazione della spesa pubblica, e questi temi nel Mezzogiorno sono particolarmente sentiti. Anche perché a tema di una visione distorta della spesa pubblica, come generatore di consenso più che di servizi efficaci, in qualche modo sono maturati e sono maturate esperienze di malgoverno drammatiche e casi limite, come quello della vicenda rifiuti di Napoli. Io credo che questo dibattito sul federalismo fiscale ci dia invece una possibilità di tornare a parlare della qualità della spesa pubblica e quindi della qualità dei servizi. Questo significa servizi sanitari, significa servizi legati al trasporto pubblico locale, legati alla formazione, legati all’istruzione, legati anche alla qualità della spesa del nuovo ciclo dei fondi europei, della politica di convergenza del 2007-2013. Ecco, se il dibattito e le scelte, che poi il parlamento, il governo faranno sul federalismo fiscale, ci daranno l’opportunità di immettere in qualche modo un elemento di responsabilità, di valutazione delle performance, di valorizzazione delle best practices territoriali, ma anche di sanzioni per le classi dirigenti incapaci di offrire governi dignitosi, diciamo così, a un pezzo importante, quasi metà del Paese, questo sicuramente aiuterà il Mezzogiorno a liberarsi, in qualche modo, da incrostazioni, corporativismi, e anche da alcune formae mentis che sono oggettivamente non riproponibili. Ovviamente ci sono tanti punti che potrebbero essere toccati e io eviterò di farlo, perché veramente si tratta di telegrammi, diciamo. E tuttavia è chiaro che noi abbiamo preso le distanze da alcune posizioni di merito, assunte anche da altre realtà prestigiose e significative nel campo della ricerca del Mezzogiorno, che tendevaNo e tendono a dire no al federalismo fiscale, non ad una proposta specifica di federalismo fiscale, no al tema. Questo noi lo consideriamo oggettivamente improponibile, anche se ovviamente ci fa piacere partecipare, vogliamo partecipare, stiamo partecipando, ed uno dei vari luoghi è il Network delle Fondazioni, ad un dibattito invece nel merito. Ecco, su tutto questo noi crediamo sia importante far arrivare dal Mezzogiorno una voce dinamica, europea, riformista, e non attardata in difesa di posizioni politico culturali francamente spesso indifendibili.

MODERATORE:
Grazie, grazie Ivano Russo, è il lavoro che svolge, è il lavoro che svolge la fondazione che rappresenta. Noi siamo partiti dal federalismo fiscale, dalla riforma federale dello stato perché è l’argomento centrale, è l’argomento di attualità. Però evidentemente sono anche altre le riforme istituzionali che ci aspettano, e di questo ci parlerà Nardella, che è in rappresentanza della Fondazione Eunomia, che è una fondazione che fa riferimento all’attuale vice presidente del Senato Vannino Chiti, ex ministro. Quindi le riforme istituzionali sul tappeto, che cosa dobbiamo attenderci, ne parla Nardella.

DARIO NARDELLA:
Grazie, grazie anzitutto, anche a nome di Eunomia, ai nostri ospiti, gli organizzatori del Meeting, in particolare l’amico Forlani che ci dà per la seconda volta l’occasione di riflettere nuovamente sul lavoro di questo gruppo. Il tema delle riforme istituzionali è stato tra gli argomenti centrali dell’attività di questa rete di associazioni e fondazioni. E tre anni fa, come oggi, penso che il nostro approccio rimanga lo stesso e parta da un punto fermo, vale a dire la consapevolezza di quanto l’argomento delle riforme istituzionali sia tanto noto ormai all’opinione pubblica quanto soggetto a quel rischio di logica degli annunci o di dialogo demagogico, al quale faceva riferimento proprio Emmanuele Forlani. E la consapevolezza anche di quanto questo clima di rissosità politica, che continua a coinvolgere il nostro Paese, le dinamiche di trasformazione sociale, culturale, istituzionale del nostro Paese, sia una delle principali cause di questo continuo arresto del percorso delle riforme. Questo è dettato da questa visione ideologica, per la quale una riforma avanzata o proposta da un governo deve essere necessariamente cancellata o addirittura rovesciata dal governo successivo, per il semplice fatto di avere un colore differente. Allora, tre anni fa, quando siamo nati, come oggi, pensiamo che sia proprio questo aspetto, il primo tra tanti da superare, e che la complessità di temi come quello delle riforme istituzionali, legati anche a patologie profonde, radicate nel nostro sistema, richieda assolutamente il contrario, cioè una continuità di impegno e di lavoro, una sistematicità di approccio a problematiche i cui contorni sono ormai noti e che trovano spesso anche analisi condivise da schieramenti diversi. Ecco, mi pare che questo sia stato uno dei principali atteggiamenti con cui questo gruppo di associazioni e fondazioni si è mosso. Tra i differenti appuntamenti, che si sono tenuti proprio sul tema delle riforme istituzionali in questi tre anni, vorrei ricordare quello molto significativo di Roma, al Senato, di un paio di anni fa, della fine del 2006 o inizio del 2007 per la verità, e il secondo a Firenze, dell’inizio di quest’anno. In entrambi gli appuntamenti noi abbiamo messo l’accento su due punti di fondo. Il primo, quello della sussidiarietà. Un termine, la Fondazione per la Sussidiarietà non smette mai di ricordarlo, tanto ostico anche all’opinione pubblica per la difficoltà semantica di interpretarlo, quanto invece decisivo, vitale, per interpretare un cambiamento vero del nostro Paese. Sussidiarietà declinata tanto in verticale quanto in orizzontale, cioè sia come valore, punto di riferimento nel funzionamento delle istituzioni pubbliche, le cosiddette istituzioni della repubblica, che come valore di lettura delle dinamiche sociali, del rapporto tra istituzioni pubbliche e società, dell’intreccio tra libertà dell’iniziativa e politiche pubbliche. Entrambi questi valori, entrambi questi volti della sussidiarietà sono dentro la nostra Costituzione, sono scritte nella nostra Costituzione. L’uno più antico dell’altro, la sussidiarietà verticale delle istituzioni della repubblica, intesa come valorizzazione del pluralismo delle istituzioni, che è nata con la nascita della Costituzione. La sussidiarietà orizzontale, più recente, che tuttavia è stata inserita nella riforma costituzionale del 2001, nel titolo V. Sono aspetti tra di loro fortemente collegati, sono due chiavi di lettura entrambe necessarie sulle quali dall’inizio del lavoro noi ci siamo soffermati. Secondo punto è il tema della Costituzione. Non dimentichiamoci che siamo ancora nell’anno che celebra il sessantesimo della Costituzione. Ebbene, i due grandi temi che ci fanno riflettere sulla attualità della Costituzione, sono appunto l’attuazione di quella parte della Costituzione che ancora oggi è carta e non vive nella società nel nostro Paese, e dall’altro lato la riforma di quelle parti della Costituzione che non sono, non fanno parte dell’architrave, ma sono elementi di corredo, che necessitano di un aggiornamento. Entrambi questi obiettivi chiamano in causa appunto il tema del federalismo e delle riforme istituzionali. Nel caso del federalismo fiscale, non mi soffermo, si tratta di attuare ciò che è già scritto nella costituzione. Nel secondo caso, invece, è da pensare una riforma vera e propria del dettato costituzionale, che sia tesa all’obiettivo di rendere più efficiente le nostre istituzioni. Pensiamo, cito solo un esempio sul quale abbiamo lavorato, al tema del bicameralismo perfetto. Noi abbiamo un parlamento che non funziona in questo Paese. Un parlamento pesante, farraginoso, un sistema bicamerale dove le due camere fanno le stesse cose, dove le differenze non sono così rilevanti da permettere un sistema efficiente. Chiudo dicendo che uno dei valori nel quale noi abbiamo creduto e continuiamo a credere è la necessità di mettere insieme le migliori energie del paese, senza fare, senza cercare il pedigree della provenienza di queste energie, ma guardando all’obiettivo e al raggiungimento di un bene comune e alla condivisione di un metodo comune di lavoro. Mettere insieme esperienze di grande qualità, anche mosse da sensibilità politiche differenti, vuol dire dare concretezza a quel senso di responsabilità che oggi ci chiama in causa, con drammatica emergenza, per il cambiamento di questo paese. Penso che non dobbiamo perseguire necessariamente l’obiettivo dell’unanimità, se dovesse giungere sarebbe comunque un risultato straordinario. Cominciamo a dire che il nostro obiettivo è tenere insieme la maggioranza di quelle realtà culturali e politiche che condividono appunto metodi e valori, e con queste cominciare a proporre strumenti e soluzioni concrete. Grazie.

MODERATORE:
Grazie. Grazie a Dario Nardella. Evidentemente le riforme istituzionali non possono avere effetto se non si modificano anche i regolamenti parlamentari. E’ un sistema che va cambiato, è un insieme di regolamenti, sono varie rotelle del sistema che vanno messe a punto per poter raggiungere quella efficienza istituzionale di cui Nardella parlava e a cui tutti quanti ovviamente aspiriamo. E di questo parla Giuseppe Lanzilotta, che è segretario generale della fondazione Magna Charta, che è una fondazione che fa riferimento al senatore Quagliariello.

GIUSEPPE LANZILOTTA:
Buonasera a tutti, anche io prima di parlare dell’argomento che mi è stato assegnato vorrei ringraziare gli organizzatori e l’amico Emmanuele per la splendida accoglienza e l’impegno che ci mette ogni volta nel lavoro comune, perché va avanti, è lui il vero motore del Network delle Fondazioni, bisogna riconoscerglielo, e gli va dato atto di questo suo impegno. Se siamo qui è per merito suo. Vengo invece all’argomento che mi è stato assegnato, i regolamenti parlamentari. A differenza del nostro moderatore, io li definirei non una necessaria conseguenza, forse fanno da corollario, ma un piano B rispetto alle riforme istituzionali. Perché piano B? Nel riformare i regolamenti parlamentari non si tratta di mettere mano a una riforma di rango costituzionale, quindi è più facile arrivare ad un accordo per poterli riformare. Ma perché sono importanti i regolamenti parlamentari? Facile dire al cittadino comune che sono un’altra elucubrazione mentale su cui i politici si arrovellano. Invece modificare i regolamenti parlamentari è un passaggio fondamentale se vogliamo dare a questo Paese, per quello che riguarda le regole del gioco, i meccanismi di funzionamento della macchina pubblica, dell’ordine costituzionale di riferimento, del parlamento, la possibilità di decidere. Una riforma dei regolamenti parlamentari introdurrebbe, fatta sempre in maniera condivisa, ma in maniera incisiva, potrebbe introdurre per la prima volta in questo paese davvero la cinghia del governo decidente. Perché questo? Chi è pratico dei meccanismi parlamentari sa che spesso dall’annuncio di un provvedimento all’adozione di quel provvedimento e all’espletamento degli effetti di quel provvedimento spesso passano periodi lunghissimi e gran parte di questo periodo si perde nelle secche del parlamento. Quante volte il governo vorrebbe annunciare un decreto di contenimento dei conti pubblici, e poi spesso quel decreto diventa un decreto omnibus in cui ci entra di tutto? Quante volte un governo non riesce a far approvare un provvedimento che reputa urgente, perché c’è un ordine del giorno su cui il governo non può intervenire per poter quindi dare davvero corsia preferenziale ad un provvedimento? Sono aspetti a volte anche noiosi, di scarsissimo interesse, che però hanno il potere di cambiare davvero la parte dell’assetto istituzionale di questo Paese. Veramente, quando si parla di riforme dei regolamenti parlamentari, si parla di una riforma che prende le mosse da una considerazione, quella del sicuramente mutato scenario politico. Ormai sono 15 anni, qui lo possiamo dire, che si è affermata in questo paese la logica dell’alternanza. Le ultime elezioni politiche hanno a questa logica dell’alternanza aggiunto l’idea della presenza di due partiti maggioritari di riferimento, uno nel centrodestra e uno nel centrosinistra. Quindi due grandi partiti, dei quali, nel parlamento, uno rappresenta la maggioranza di governo e l’altro l’opposizione che dovrebbe controllare. Come rendere all’interno dei meccanismi parlamentari più efficace il ruolo di queste due componenti? Esclusivamente attraverso la bonifica dei regolamenti parlamentari, che ormai risultano essere alquanto datati e impostati sulla logica di una frammentazione politica, che si spera superata per la stabilità di un governo del paese. Cosa dovrebbe cambiare in questo paese attraverso il meccanismo, la modifica dei regolamenti parlamentari? Si dovrebbe sicuramente superare il problema della frammentazione dei gruppi parlamentari, legando l’esistenza del gruppo parlamentare ad una lista che effettivamente partecipa alle elezioni, raccoglie voti ed elegge membri del parlamento. Ad oggi, regolamenti alla mano, è possibile costituire un gruppo parlamentare, costituire nel parlamento, fotografia in micro del sistema politico nazionale, la creazione di un nuovo partito, nelle forme di un nuovo gruppo parlamentare, con tutto quello che comporta. Significa entrare nella dinamica politica e incidere su quelle che sono le dinamiche tra maggioranza e governo, ricattando, uso questo termine in maniera impropria, l’eventuale governo nella scelta di alcune decisioni. Oltre a questo, bisognerebbe prevedere che il governo abbia, altra cosa fondamentale, la capacità di dire la sua. Dico una percentuale. Un terzo degli ordini del giorno e degli orari del parlamento deve essere demandato al governo, nella figura del ministro dei rapporti col parlamento, che propone per conto del governo un ordine del giorno, per un terzo deciso dal governo. Così se esistono provvedimenti davvero urgenti da approvare, il parlamento non può tirarsi indietro. Così come si potrebbe prevedere che il governo possa richiedere al parlamento che un determinato provvedimento debba essere approvato entro un termine preciso, per avere una certezza, per garantire alla politica la trasformazione in politica del fare. D’altro canto, non si parla solo di governo di maggioranza. I regolamenti parlamentari, la riforma dei regolamenti parlamentari sarebbe l’occasione ideale per istituire nel nostro paese la figura dell’opposizione, che alcuni autorevoli commentatori, giuristi hanno definito una istituzione costituzionale in altri paesi. Nel nostro non lo è, non esiste il portavoce dell’opposizione, non esiste rango per i ministri ombra. Oggi, se non ricordo male, è stata qui presente in un dibattito al Meeting il ministro dell’istruzione Rossella Gelmini, con la pari grado del governo ombra del PD, Maria Pia Garavaglia. E se tutto questo riuscissimo a tradurlo in una logica istituzionale, sicuramente riusciremmo ad avere, a portare avanti una riforma piccola e meno invasiva di una riforma costituzionale, ma che potrebbe dare effetti. Una sorta di primo passo verso un testo di riforma che renderà possibile sicuramente la riforma federalista e quella costituzionale, di cui si parlerà. Ma se ne parlerà ancora per tanto tempo, secondo me. Le riforme dei regolamenti parlamentari invece sono a portata di mano. In autunno si potrebbe già parlare di riforma dei regolamenti parlamentari. E noi come Network delle Fondazioni facciamo del nostro meglio per portare questo argomento nel dibattito culturale e politico. Grazie a tutti.

MODERATORE:
Grazie, grazie davvero. E’ una via molto pratica quella che si propone a questo tavolo ed effettivamente molto spesso inseguendo l’ottimo non si riesce a conseguire il buono. E invece siamo nella logica che il buono è meglio dell’ottimo in questo caso. Cioè, raggiungiamo almeno un risultato apprezzabile e poi dopo aspettiamo che il tempo faccia il suo lavoro e quindi consenta di realizzare le riforme. Stefano Fassina, il direttore scientifico di NENS, un’associazione che fa riferimento agli ex ministri Bersani e Visco. Parlerà del 5 per mille, una delle misure di cui ha parlato Forlani in apertura, una delle conquiste del Network delle Fondazioni. C’è un problema di come rendere stabile questa misura, di come stabilizzarla, lo vedremo con Fassina.

STEFANO FASSINA:
Si, anche io ringrazio Emmanuele Forlani, non solo per aver organizzato questo dibattito ma anche per il lavoro che con continuità svolge durante tutto l’anno animando in modo costruttivo e intelligente questo Network di Fondazioni e associazioni di cultura politica, che, come avete capito dalla sua breve introduzione, non nasce, diciamo, sull’onda dell’ultima moda della retorica del dialogo. E’ un gruppo che va avanti da alcuni anni, e che lavora seriamente. Non necessariamente arrivando sempre a condividere tutto, ma confrontandosi nel merito. Questo mi sembra il punto fondamentale. Perché poi alla fine dialogare non vuol dire essere d’accordo su tutto, ma vuol dire confrontarsi e riconoscere ciascuno le posizioni dell’altro. Sul 5 per mille voglio intervenire molto rapidamente, perché poi vorrei fare una battuta anche sul federalismo. Il 5 per mille come sapete, io penso che sia stata una delle più importanti innovazioni nell’ambito del patto di cittadinanza che regola la nostra vita collettiva. E’ stata un’innovazione importante perché, al di là delle quantità coinvolte, che pure sono andate crescendo nel corso degli anni – comunque stiamo parlando di circa 350, 400 milioni di euro all’anno, che vengono distribuite attraverso questo meccanismo – è stata un’innovazione fondamentale perché ha dato, se volete, sovranità, seppure in un ambito limitato, al cittadino contribuente, in questo caso nell’allocazione di una parte di risorse pubbliche, alimentando appunto quella sussidiarietà orizzontale, che è una delle riforme che credo dovremmo perseguire insieme a quella verticale di cui stiamo parlando molto in queste settimane. A più riprese, sia l’anno scorso quando la maggioranza era di centrosinistra, sia quest’anno quando la maggioranza è di orientamento opposto, abbiamo cercato di rendere questo meccanismo permanente. Sapete che oggi, a legislazione vigente, ancora non lo è. E cioè avviene che la finanziaria di anno in anno, come dire, proroga il meccanismo e trova la copertura, cioè le risorse per finanziarla. L’anno scorso, il governo aveva tentato di rendere, di introdurre questo meccanismo a regime, trovando una copertura di carattere permanente. Purtroppo poi nella discussione parlamentare sono prevalse priorità diverse. Quest’anno, nella conversione del decreto fiscale 112, sono state trovate risorse aggiuntive, sono state fatte delle innovazioni anche per quanto riguarda proprio i meccanismi di funzionamento. Io credo che l’intergruppo sussidiarietà debba avere come uno degli obiettivi immediati da conseguire quello di istituzionalizzare questo meccanismo e di innovarne e semplificarne le procedure, perché credo sia appunto fondamentale assecondare una domanda che è sempre più consistente da parte dei cittadini contribuenti. Quindi io penso che il nostro lavoro come Network delle Fondazioni, uno dei punti nell’agenda del nostro lavoro debba essere anche questo nelle prossime settimane, alla ripresa, per vedere se sarà possibile già con la finanziaria vera e propria che il governo presenterà a settembre. Chiudo rapidissimamente con una battuta sul federalismo. Innanzitutto, io lo so che sono in assoluta minoranza, ma mi ostino a riproporre un intervento di carattere semantico, nel senso che noi abbiamo tradotto in italiano il termine “fiscal” in inglese col termine fiscale. In realtà come sapete il federalismo riguarda sia la parte, fiscal è un aggettivo che comprende sia la parte di entrata che la parte di spesa. Perché ovviamente sono connesse. Quindi la traduzione più corretta sarebbe federalismo finanziario, perché riguarda entrambe le parti del bilancio dei soggetti coinvolti. Ma a parte questa operazione semantica, pur importante, io sono molto d’accordo sul fatto che questa sia una strada fondamentale per modernizzare il nostro paese. Non solo in termini finanziari, ma anche in termini proprio di democrazia, di responsabilità, di forma della politica. Però attenzione a non mitizzare questo meccanismo, nel senso che, come sappiamo, ci sono esempi eccellenti di stati centralistici, e esempi pessimi di stati federalisti. Quindi questo deve essere uno dei tasselli di un percorso più ampio, che deve comprendere certamente gli altri pezzi di riforma istituzionale, uno lo ricordava prima Dario Nardella, cioè un Senato che sia disegnato coerentemente con un assetto di federalismo finanziario. E poi io penso che ci sia un punto fondamentale, sul quale spesso noi come Network di Fondazioni abbiamo ragionato, e penso dovremmo continuare a ragionare, e che è quello dei soggetti politici. La riforma dei partiti politici, e quindi anche la riqualificazione di quel pezzo fondamentale della classe dirigente di un paese, io continuo a ritenere che rimanga una questione fondamentale, non ci sono scorciatoie, e i meccanismi istituzionali certamente aiutano, però non ci sono alternative ad affrontare anche questo tema. Spero che a settembre possiamo riprendere il lavoro sul federalismo finanziario che abbiamo iniziato a luglio con il seminario nel Network di Fondazioni, e contribuire ad un processo che non si chiuderà entro la fine dell’anno, perché poi come sapete è una legge delega, fondamentali saranno i decreti attuativi. E’ una riforma epocale, come diceva il prof. Antonini, e quindi è fondamentale che ci sia un coinvolgimento bipartisan, è fondamentale anche che ci sia una continuità di lavoro da parte nostra. Io credo che ci siano tutte le premesse affinché il Network di Fondazioni possa dare un contributo in queste direzioni.

MODERATORE:
Grazie, grazie Fassina. Adesso passiamo con Alex Voglino, che è nel comitato scientifico di Nuova Italia, una fondazione presieduta dal sindaco di Roma Gianni Alemanno. Io indugio su questi particolari, perché così possiate vedere come sia ricca la rappresentanza del Network delle Fondazioni, e come siano rappresentate tutte le parti politiche e culturali del paese, il che rende ancora più importante il fatto che siano in grado di incontrarsi, vedersi e confrontarsi da diversi anni. Quindi, è un motivo di rasserenamento per chi cerca un luogo nel quale si possa discutere e confrontarsi. Dicevo, con Alex Voglino affrontiamo il tema molto delicato della sussidiarietà legata al lavoro e al welfare. Come possiamo declinare in maniera positiva, come possiamo cancellare le minacce della sussidiarietà per qualcuno, e renderle invece un’opportunità?

ALEX VOGLINO:
Grazie, grazie mille. Ovviamente mi associo, alla fine saranno 13, ognuno lo dice, quindi mi associo per la mia parte ai doverosi ringraziamenti nei confronti del Meeting , innanzitutto, che ci ospita anche quest’anno, di Emmanuele Forlani del cui preziosissimo e paziente lavoro di tessitura dobbiamo essere veramente riconoscenti e, lasciatemi dire perché mi piace dirlo proprio in particolare in questa sede: la cifra del Meeting è sempre stata quella di essere il luogo in cui vengono lette, senza infingimenti, le realtà e gli argomenti, però avendo come caratteristica di fondo una visione positiva e una visione ottimistica. E credo che l’esistenza, ormai consolidata, di questo nostro network rientri fra quegli episodi, quei fatti, quelle circostanze che giustificano il guardare con ottimismo e con serenità e con positività all’evoluzione delle cose, anche in questo nostro paese che a volte, se ci si limita ad ascoltare i telegiornali o a leggere i giornali, sembra sempre sull’orlo di chissà quale catastrofe e che se, per carità di Dio, i numeri della crescita piatta, della recessione o dell’interruzione della crescita sembrano avvalorarlo, però poi uno viene qua e scopre che ci sono tanti potenziali da cui ripartire per poter disegnare uno scenario ben diverso.
Ora è ovvio che il tema sussidiarietà, welfare, lavoro è talmente vasto, è talmente complesso per essere declinato poi in termini tecnici, normativi, che non può essere affrontato in modo organico in questo contesto. Mi piace però fare due considerazioni e poi esprimere un auspicio. La prima considerazione, ci tengo molto a farla, è questa: trovo che sia già eccezionalmente positivo che oggi nessuno metta più in discussione l’opportunità, anzi la necessità, di discutere di welfare nei termini di come lo rendiamo compatibile con l’evoluzione del sistema economico, delle nostra struttura demografica, del nostro sistemo sociale, ma nessuno più discuta con la possibilità che il welfare, in quanto tale, possa essere un qualche cosa appartenente a un passato che in qualche modo va superato.
Questo oggi sembra assodato da tutti, dai grandi banchieri, dai grandi economisti, da Monti a Bazoli, dal “Corriere delle Sera” al “Sole 24 ore”. Da qualche mese si sente parlare soltanto della necessità di tornare all’economia sociale di mercato, di come va declinata, eccetera eccetera. Beh, mi piace ricordare che, solo un paio di anni fa, invece, il tema era se l’Europa non dovesse scivolare verso un modello di tipo statunitense in cui, invece, il concetto stesso di welfare era un impedimento a una crescita impetuosa, visto che l’Europa cresceva al 2 e qualcosa % di PIL e l’America viaggiava sopra al 3 verso il 4%. Oggi sappiamo, da un anno a questa parte, chi ha letto con attenzione i dati, oggi tutti sappiamo che più del 40% di quella crescita era fatta di artifizi finanziari e, in qualche caso, di operazioni ai limiti dell’imbroglio, il castello di carte si è smontato e oggi nessuno mette in discussione il fatto che certamente il modello di welfare italiano, così come il modello di welfare del resto degli stati europei, vada tarato come si fa col minimo (mi ricordo nelle vecchie macchine, una volta, c’era una vitina dove andavi col cacciavite, taravi il minimo se c’era qualche problema ma nessuno si sarebbe mai sognato di togliere il minimo alla macchina, perché la macchina non avrebbe funzionato). Quindi già questo è un dato di fatto determinante: nessuno mette in discussione il modello, la necessità, l’indispensabilità dell’esistenza di un welfare, si tratta naturalmente di capire, rispetto alle metodologie con cui ha funzionato fino ad oggi, cosa funziona e cosa non funziona. In questo senso l’intero sistema, mi pare, cammina in maniera evidente verso un avvicinamento progressivo delle possibilità di scelta, di decisione e di confronto al livello più vicino a quello del cittadino e dell’utente finale (siamo qui a discutere di federalismo, parliamo da anni di decentramento, di trasferimento di competenza alla regioni, poi di trasferimento di competenze ai comuni) quindi è chiaro che, probabilmente, anche dal punto di vista del malfare, in qualche modo bisognerà leggere le migliori opportunità possibili che questo tipo di evoluzione, di avvicinamento maggiore fra i regolatori e gli utenti potrebbe offrirci nel prossimo futuro, ovviamente salvaguardando sempre quel principio di uguaglianza a cui la Costituzione ci tiene e che è parte della Costituzione alla quale, credo, nessuno di noi abbia la minima intenzione di rinunciare. L’altra cosa che ci tengo a sottolineare è che se noi coniughiamo tra di loro il concetto di lavoro e il concetto di sussidiarietà, al di là delle metodologie specifiche, al di là delle normative specifiche con cui andiamo poi ad attuarle su scala nazionale e poi a declinarle nei singoli territori, l’elemento unificante senza il quale questi due termini, questi due concetti, questi due valori non possono essere coniugati, è in qualche modo di liberare il lavoro, di liberare al massimo le energie, quelle energie che magari esistono a livello di singoli territori, che magari esistono a livello di singoli comparti, ma che nell’attuale meccanismo, estremamente burocratizzato, estremamente centralizzato, estremamente complesso, estremamente ridondante dal punto di vista delle normative, non riescono a trovare, non l’energia che in sé avrebbero, ma lo spazio, la possibilità concreta di esprimersi fino in fondo. Allora in questo senso, tanto più riusciremo a introdurre meccanismi sussidiari, in tutti quei comparti e in tutti quei luoghi in cui sarà possibile farlo, con riferimento alla mille problematiche che oggi imbrigliano la volontà, lo spirito di intrapresa, di iniziativa eccetera, tanto più libereremo il lavoro inteso come concetto e come valore generale. A me non piace che quando si parla di lavoro si pensi sempre e solo esclusivamente al lavoro dipendente (tutti quelli che lavorano e producono un reddito e concorrono alla formazione delle ricchezza nazionale appartengono al comparto del lavoro e a tutti dobbiamo pensare quando pensiamo al concetto di lavoro). Detto questo, non c’è alcun dubbio che se invece vogliamo per un attimo fermarci al lavoro dipendente, che è il grande malato dell’economia e della società italiana in questo momento, questo ce lo dobbiamo dire con assoluta franchezza e non solo con riferimento alle fasce di reddito più basse. Il disagio vero del lavoro dipendente, ormai, per l’effetto combinato della pressione fiscale, della crescita dell’inflazione e dell’aumento dei costi, sta salendo e sta risalendo sempre di più la catena dei redditi. Sarebbe interessante vedere dove si ferma oggi, credo molto al di sopra di quello che ci verrebbe spontaneo dire in termini di teorico reddito lordo disponibile, soprattutto se lo leggiamo come capacità di mantenimento del proprio standard di vita, da parte dei nuclei famigliari e non solo dei singoli. Ecco allora, se tutto questo è vero, sicuramente dobbiamo ragionare con riferimento al lavoro dipendente in termini anche tecnici. Io credo che, non so se sia considerabile una forma di sussidiarietà, non vorrei essere bacchettato poi in separata sede dall’amico Forlani, ma insomma credo alla riforma del modello di contrattazione collettivo, che pare essere, dopo tanti anni che se parla, qualche cosa di un po’ più vicino ad una concretizzazione possibile (ne abbiamo sentito parlare anche nei giorni scorsi proprio qui al Meeting fra il ministro Sacconi e il segretario nazionale della CISL Bonanni). Ecco io credo che comunque sia fondamentale che ci sia uno spostamento consistente di competenze e di argomenti e di temi legati alla formazione delle busta paga, dalla mera contrattazione nazionale alla contrattazione aziendale. Questo, in qualche modo, non so se sia sussidiarietà, ma personalmente ritengo che sia un passaggio che naturalmente va accuratamente monitorato. Bisogna stare bene attenti che non generi effetti diversi da quelli auspicabili, ma se vogliamo liberare il lavoro, se vogliamo dare la possibilità a chi vuole profondere più energie e più entusiasmo e più creatività e più iniziativa all’interno del proprio lavoro, in qualche modo dobbiamo anche densificare il sistema di relazioni industriali che esiste oggi in Italia, il che passa, sicuramente anche in prospettiva, attraverso una riforma del sindacato, del nostro sindacato. Prima parlava giustamente ..

MODERATORE:
Dobbiamo chiudere purtroppo, Voglino, dobbiamo stare nei tempi.

ALEX VOGLINO:
Sì sì ho finito. Ultimissima veramente e definitiva considerazione in questa materia.
La cosa veramente fondamentale è che, in qualche modo, pur esercitando, su tutte le novità, su tutte le possibilità, su tutte le circostanze, il dovuto principio di precauzione (perché anche nell’introdurre riforme dobbiamo essere cauti), purtuttavia ritengo che siamo, come dire, a un punto di possibile cambiamento, veramente sostanziale in molti campi e in molti sensi. Probabilmente ci servirà, oltre alle cautele, anche un grandissimo ottimismo della volontà.

MODERATORE:
Grazie. Chiedo scusa se devo fare anche io marcatempo, ma poiché come dicevamo siamo in tanti, come vedete, e si è arrivati alla boa, cioè a metà degli amici relatori, devo far rispettare il tempo, altrimenti poi andiamo al di là del dovuto. Daniele Donati è qui in rappresentanza dell’Arel, una Fondazione presieduta dall’ex ministro Enrico Letta e parlerà di un tema legato ovviamente al lavoro del network, quella del rapporto fra sussidiarietà e federalismo e anche in questo caso cerchiamo di capire che tipo di sussidiarietà ci aspettiamo. Tra verticale e orizzontale, pare che andremo verso quella verticale, però qualcuno preferirebbe quella orizzontale. Cerchiamo di capire vantaggi e svantaggi delle formule, sempre ovviamente nei cinque minuti a nostra disposizione.

DANIELE DONATI:
Naturalmente il mio mestiere è facile, però anch’io voglio seguire lo schema, seguito finora cioè cominciare con un ringraziamento alla fondazione per la sussidiarietà, al Meeting e a Emmanuele Forlani, in particolare: è da sempre persona molto capace, abile, generosa nell’organizzare e nel metterci attorno ad un tavolo. Io ricordo il primissimo intergruppo per la sussidiarietà, pochissimi parlamentari che poi crebbero e poi ci fu il Network per le Fondazioni, ed Emmanuele era sempre lì a tenere il punto. Perché questo tavolo, questo intergruppo ha un valore? Perché noi prendiamo come valore o principio di riferimento la sussidiarietà e credo non vi sia oggi principio o valore più discusso e controverso della sussidiarietà. Quindi noi ci sediamo attorno ad un tavolo a discutere e a confrontarci, avendo come tema che ci accomuna un valore altamente discusso, in teoria: ho al mio fianco uno dei maggiori commentatori nella dottrina giuridica del principio di sussidiarietà e la sua posizione autorevolissima si confronta e si scontra con altre. Però credo che il tavolo per le fondazioni e anche l’intergruppo per la sussidiarietà trovi ragione d’essere nel fatto che condividiamo delle premesse. Abbiamo detto che è il sessantesimo della Costituzione, allora lasciate che faccia riferimento a quella, per dire che a noi non basta più la lettura che finora è stata data della libertà e dell’uguaglianza, ovvero dall’antagonismo fra i due valori; sussidiarietà è anche un ponte fra liberà ed uguaglianza. È una libertà responsabile, quindi è un welfare diverso, ad esempio. E così credo ci accomunino anche le priorità, cioè noi tutti ci rendiamo conto che c’è bisogno di un sistema diverso di relazioni fra cittadini e istituzioni, che non sia naturalmente di antagonismo ma che sia di partecipazione. Poi è vero che le soluzioni sono diverse, ma vorrei dire che studiando la sussidiarietà nelle Regioni e nei Comuni in questi anni, mi sono accorto che non esiste una sussidiarietà di destra e di sinistra; naturalmente la sussidiarietà in Lombardia è cosa diversa dalla sussidiarietà emiliano romagnola, ma non esiste una soluzione standardizzata di destra e di sinistra e questi tavoli esistono esattamente perché è importante confrontare la diversa lettura che del principio si è data, certo, nel bisogno di metterlo a fuoco, di capirlo e di limitarlo. Anche se sussidiarietà non è tutto, però in qualche modo il confronto in questo caso e in questo momento storico è fondamentale. E vedrete che in questa logica, il valore della differenza – il valore della differenziazione – è strategico anche per il tema che mi è stato assegnato, “sussidiarietà e decentramento, sussidiarietà e federalismo”. Sarebbe banale se io vi raccontassi che la sussidiarietà si pone al centro di quell’articolo che smista le funzioni amministrative fra lo Stato e gli altri livelli territoriali, no? Così come all’ultimo comma prevede un favore, per l’intervento dei cittadini a svolgere attività di interesse generale. Questo più o meno lo sappiamo tutti. Quello che invece mi interessa mettere in evidenza, nel tempo che ho, sono le ragioni di interesse di questa relazione fra decentramento e sussidiarietà. Intanto decentramento, che è parola antica nel nostro sistema, è presente fin dalla Costituzione del ’48, per noi decentramento è – sottolineo le prossime due parole – piena responsabilità nell’assegnazione agli altri livelli di governo di funzioni, di politiche e quando dico piena responsabilità, naturalmente, sottintendo che guardo con favore ad un buon federalismo fiscale, quindi ad una responsabilizzazione degli Enti Locali e delle Regioni nella loro spesa. Così come allo stesso tempo trovo che sussidiarietà orizzontale sia anche piena responsabilizzazione e non lavoro all’ombra della politica del terzo settore, quindi piena responsabilizzazione nell’allocazione di funzioni e di politiche a livelli di governo diversi da quello centrale. Ma dove sta il valore di questo spostamento? Personalmente, non parlo a nome del Network, io non credo, di base, che una certa politica sia svolta meglio a livello comunale che a livello ministeriale – non ci interroghiamo mai su questo – non è vero in sé che una Regione faccia meglio di un Ministero. Ma è vero che una funzione decentrata ovvero che decentrare le politiche significa A) permettere ai cittadini di segnalare quali sono esattamente i loro bisogni e i bisogni di un territorio sono diversi dai bisogni del territorio a fianco; B) consentire di fare vedere ai cittadini come i loro soldi sono spesi, se le risposte che vengono date ai bisogni che hanno sollevato sono adeguate; C) e qui si apre la porta al quarto comma del Art. 118, consentire a quegli stessi cittadini, se hanno soluzioni migliori, di proporle, di partecipare, consentire ai cittadini di partecipare non solo al dire, ma anche al fare. In sostanza quello che cerchiamo è la fine di quel paradigma per cui se qualcosa interessa a una collettività diventa di una istituzione, di interesse pubblico e se è di interesse pubblico è necessariamente fatto con gli strumenti e i soggetti del diritto pubblico: un Ente, un nuovo Ente. Possiamo arrivare a convincere le istituzioni che lasciare certe attività in mano ai cittadini è meglio. Però questo non è l’unico elemento – e qui chiudo – perché trovo strategico e fondamentale come ho già detto nella premessa, il fatto che ci rendiamo conto davvero che i territori sono l’uno diverso dall’altro, i bisogni che hanno sono diversi, le risorse che hanno sono diverse, non c’è sussidiarietà orizzontale se non c’è una cittadinanza attiva: è inutile andarla a cercare o tentare di attivarla. Quindi le risposte sono necessariamente diverse. Che cosa voglio dire? Voglio dire che per sussidiarietà noi dobbiamo anche intendere flessibilità, cioè necessità di ripensare alle soluzioni e differenziazione come valore. Da sempre il sistema Italia vede con disfavore la rottura dei modelli standard, ad esempio organizzativi – pensate alla sanità, alla sanità del ’68, forse ancora quella di oggi -, oppure vede con disfavore la disuguaglianza, cioè poca fiducia nei territori, poca fiducia nelle comunità locali. Ecco, noi dobbiamo vincere questa battaglia, che è una battaglia culturale che conduciamo da tanti anni, perché solo in questo modo potremmo consentire davvero – mi riallaccio ancora non solo alla Costituzione, ma anche al tema del Meeting – alla persona di realizzarsi e ogni riforma – non solo per noi, per il network, le fondazioni, ma in generale – deve avere la persona al proprio centro. Grazie.

MODERATORE:
Effettivamente la capacità di coinvolgere i soggetti attivi sul territorio, i soggetti collettivi, gli individui, le persone è fondamentale per la riuscita di un vero e proprio federalismo, per l’ applicazione di una sussidiarietà efficace e responsabilizzante. Francesco Soro è qui in rappresentanza della Fondazione Glocus che fa capo alla ex-ministro Linda Lanzillotta, che non ha niente a che vedere con l’amico Lanzilotta che è intervenuto prima. Con lui affrontiamo un tema molto particolare, che è quello delle sussidiarietà relativamente al fisco e alla capacità del fisco di essere anche un valore per il mondo delle imprese. Mi rendo conto che il tema è molto complicato. Lo tratteggeremo ovviamente nei limiti in cui possiamo farlo nei cinque minuti e anche ovviamente considereremo come un nuovo fisco, amico delle imprese, possa anche essere una liberazione da una morsa politica che oggi condiziona il settore. Prego.

FRANCESCO SORO:
Non mi sottraggo allo schema di rito, quindi aprirei ringraziando gli organizzatori del Meeting, la Compagnia delle Opere, la Fondazione per la Sussidiarietà, sostituisco Forlani che lo vedo con la pancia piena di ringraziamenti con Francesca Tomaselli, che ci coordina instancabilmente con tutto il network. Quindi insomma, un ringraziamento a Francesca.
Quando nel 2003 Linda Lanzillotta decide di fondare Glocus, scelse come sottotitolo “rinnovare per competere”. Fu una scelta sensata, fu una scelta mirata, voleva proprio stare a significare l’attenzione che il team avrebbe avuto per le tematiche relative alla modernizzazione economico istituzionale del paese, nel più ampio contesto europeo. È proprio in questo contesto europeo che nel confronto con il policy network ci soffermammo – era il 2003, 2004 – su due parole che noi definimmo chiave per lo sviluppo economico del Paese, che erano le parole di rischio e di merito. Ai tempi, rischio e merito non erano facilmente introducibili nell’agenda politica italiana. Oggi devo dire le cose vanno meglio. Prima, al dibattito del ministro Gelmini, c’è stato un boato di approvazione in sala, quindi vuol dire che almeno un po’ siamo riusciti nel tentativo di imporre all’agenda politica alcune parole che in quel momento non erano consuete. E così partirono i gruppi di lavoro di Glocus, agendo su come introdurre rischi e merito e i vari manager, professionisti e imprenditori, tutti a dire una cosa (compreso il sottoscritto, a dire la verità): sì, si fa presto a dire merito, si fa presto a dire rischio, ma se qua ci continuano a strangolare con le tasse, noi rischi e merito non riusciamo a introdurli nell’impresa, nella professione e qualcuno disse anche nella politica. E quindi si iniziarono ad esaminare quelli che erano i limiti del sistema fiscale italiano: è un sistema complesso, è un sistema che ha aggiornamenti continui, che assommano confusione su confusione e l’ultima riforma del sistema fiscale è datato 1971, quindi se noi consideriamo questo dato di partenza, con tutte le modifiche che spesso si sono contraddette a distanza di tre o quattro anni l’una dall’altra, è evidente che il sistema di tassazione italiana non abbia offerto un panorama coerente alle imprese, ai professionisti e anche ai cittadini. Io ho apprezzato quando prima Voglino ha detto che il lavoro non è solo il lavoro dipendente, il lavoro riguarda tutti, nella fattispecie è un lavoratore, a pieno titolo direi. E quindi era evidente che bisognava mettersi attorno ad un tavolo per cercare di capire come si potesse immaginare di ridurre la pressione fiscale, ma insieme all’urlo “riducete la pressione fiscale” c’era anche quello “semplificate la questione”, perché se voi continuate ad intervenire normativamente sul sistema fiscale, senza una linea coerente, sarà sempre più difficile per gli imprenditori districarsi nella giungla normativa fiscale. Messe insieme le due cose, ci siamo accorti, prima del governo Berlusconi che l’aveva utilizzato come slogan nel governo del 2001, poi del governo Prodi, poi oggi ancora del governo Berlusconi, insomma ci siamo accorti che non è proprio facile tagliare le tasse, non è una cosa che riesce immediatamente, bisogna mettersi tutti attorno ad un tavolo. E per mettersi tutti attorno ad un tavolo oggi cosa c’è di più facile del nostro Network? Insomma il Network riesce a fare quello che i partiti politici non riescono più a fare. Come mai? Abbiamo una crisi strutturale dei partiti che è oramai insopprimibile, è evidente, non ci sono spazi di confronto, dentro i partiti manca il ricambio della classe dirigente, perché questi partiti – per usare un termine finanziario – sono stati resi non scalabili da parte degli attuali vertici, cioè non è possibile ricambiare i dirigenti perché non è possibile riuscire a scalare il partito e diventare, in termini imprenditoriali, il proprietario del partito e conseguentemente a introdurre nuova linfa. Ecco che quindi interviene il lavoro delle Fondazioni, il lavoro delle associazioni che diventa alla fine questo: se i partiti sono respingenti per i giovani, per i talenti, le associazioni, le fondazioni hanno l’effetto di attrarre proprio quei giovani, quei talenti, o anche quelle energie che vogliono mettersi in gioco. È in questo contesto che noi stiamo cercando e cercheremo sempre più, con il passare del tempo, di trovare questo luogo dove, al di là di contrapposizioni ideologiche, come ci insegna l’amico Forlani, si possa riuscire a ragionare sul tema, semplicemente sul tema. E ragionando sul tema si riesce, l’abbiamo visto con il federalismo fiscale, l’abbiamo visto con le varie frontiere della sussidiarietà, non ultima (oggi non è stata introdotta, avremo tempo di parlarne in futuro) quella del rapporto fra sussidiarietà e servizi. Quello che diceva prima Russo della qualità dei servizi è essenziale, perché è legato alla tassazione: uno paga volentieri le tasse se poi ha il servizio. Se viceversa non ha il servizio e gli si chiede di pagare le tasse è evidente che gli vengano le bolle. Quindi in questo ambito, in questo gruppo, noi stiamo appunto cercando di trovare una chiave per mettere a sistema le varie sensibilità che risiedono in ciascuna delle nostre fondazioni. Detto questo vengo alle chiusura e torno sulle imprese. La riduzione cosa dà alle imprese? Dà aria, la riduzione delle tasse dà aria alle imprese, così come di aria hanno bisogno le fondazioni e le associazioni, aria che viene data e ritorno adesso al cinque per mille e cito Stefano Fassina, viene data solamente dall’indipendenza economica, perché una associazione, una fondazione può essere tanto più attrattiva nei confronti dei talenti, nei confronti delle nuove generazioni, quanto più è garanzia di indipendenza, di essere svincolata da logiche burocratiche, partitocratriche, gerontocratiche, che solamente l’indipendenza economica ti può garantire. Parliamoci chiaro, se te prendi i soldi direttamente dal finanziamento dei partiti, è evidente che non hai nessuna possibilità di attrarre qualcuno, di andare liberamente; e allora cinque per mille, per quello che riguarda associazioni e fondazioni, e comunque autonomia finanziaria e garanzia di indipendenza e attrazione dei talenti e lavoro che superi gli steccati ideologici. Per le imprese, riduzione della pressione fiscale, anche perché laddove la riduzione della pressione fiscale è stata tentata, penso con il primo taglio dell’ICI di Rutelli, col secondo adesso di Berlusconi, con la tax shelter nel mondo cinematografico, con la detassazione degli straordinari, ha sempre portato, non solo il sorriso sulla bocca dei contribuenti, ma anche un grande impulso alla crescita. Grazie.

MODERATORE:
Grazie a Soro. Alessandra Servidori è nel comitato scientifico della fondazione Giovane Italia che fa riferimento al Ministro Maurizio Sacconi. È una esperta nel campo del lavoro del welfare. Sarebbe interessante sapere da lei, che ha larga e profonda esperienza nel campo, come il network può lavorare per liberare questo campo dall’ideologia e portarlo invece sul terreno della vera convenienza, sul terreno delle riforme che sono davvero utili al modo dell’impresa e al mondo del lavoro.

ALESSANDRA SERVIDORI:
Bene. Un ringraziamento a Emmanuale Forlani non perché si deve ma perché rappresenta per noi il nostro mentore, nel vero senso della parola. Colui che riesce a fare sintesi essenziale spesso delle diverse posizioni e per questa ragione siamo riusciti a portare avanti parecchie proposte, che poi sono state assunte politicamente dal gruppo interparlamentare della sussidiarietà. E lì naturalmente ci giochiamo la forza della rappresentanza delle associazioni, ma anche la forza della rappresentanza della società civile. Devo dire che la fondazione Craxi ha questa costola fondamentale dell’associazione Giovane Italia che rappresenta il braccio armato politico della fondazione Craxi. I due comitati tecnici scientifici si stanno unificando, animatori e rappresentanti istituzionali di questa fondazione sono il Ministro Maurizio Sacconi, il sottosegretario Stefania Craxi e l’onorevole Pizzolante, che è qui in prima fila e ci segue con grande attenzione, anch’egli, devo dire, animatore di una serie di grosse iniziative. Noi abbiamo fatto, abbiamo presentato periodicamente alcuni rapporti, fra cui sicuramente uno sulle politiche sociali del lavoro che stiamo organizzando ultimamente e noi ci proponiamo come soggetto protagonista della sussidiarietà nel lavoro, cioè senza nessun tipo di.., come posso dire, molto pavidamente, molto direttamente, perché abbiamo ovviamente nel new deal del nuovo Ministro un’autostrada da percorrere, un’autostrada proprio in materia di welfare, ma non welfare inteso come il collega prima auspicava. Il passo in avanti che abbiamo fatto, è il “workfare”, quindi, sicuramente, una società attiva, una società dinamica, sicuramente il libro verde che probabilmente qualcuno di voi in questi giorni ha sentito, sotto questi grandi tendoni, illustrare dal Ministro Sacconi è la nostra bussola di riferimento ed è anche una sorta, come posso dire, di aree nelle quali noi ci muoviamo. Aree che sono state già ampiamente percorse, esplorate, nei gruppi di lavoro che questa rete, coordinata da Emmanuele, sta portando avanti con grande e robusta sistematicità. Anche questo, amici nostri che siete oggi qui con noi, è un elemento di forza: la costanza del ritrovarsi e del trovare alcuni elementi unificanti. Non solo ascoltarci, dobbiamo lasciarcela alle spalle questa idea dell’ascoltare. Bisogna, certo, ascoltare, ma proporre e rendersi protagonisti di quello che la società chiede alla politica, anche in una nuova stagione di rappresentanza. Sei aree, dicevo appunto, di regolamentazione e semplificazione che realizzano, secondo la mia fondazione ma secondo anche la mission che lo stesso gruppo si è dato, la realizzazione con efficacia sostanziale delle tutele, perché con la semplificazione – lo diceva l’amico ma lo dicevano tutti quanti in maniera diversa, a seconda delle domande che il nostro coordinatore ci ha posto – con la semplificazione noi realizziamo l’efficacia delle tutele. Sicuramente in queste 6 aree la prima è la gestione del rapporto di lavoro. Noi abbiamo davanti una stagione, anche negli ultimi provvedimenti che il Ministro Sacconi ha adottato, di abrogazioni di alcuni istituti, come le dimissioni, il libro paga, l’indice di congruità; le abbiamo sostituite con il libro della presenza, il libro unico, che è comunque il libro unico del lavoro, che è una semplificazione dalla parte del cittadino lavoratore, ma anche dalla parte delle imprese; la seconda area è contrastare il sommerso con più agevolazioni rispetto al rapporto di lavoro, per cui noi pensiamo ad una deregolamentazione, che è già negli atti della legislazione, non solo nei disegni di legge, è già legge; la semplificazione del contratto a termine e quindi un rimando alle parti sociali della responsabilità di farsi, a livello decentrato, fautori e protagonisti – non nessuno – ma protagonisti di quelli che sono poi i risultati d’impresa, compresa la defiscalizzazione dei premi di produzione e di quello che è il salario accessorio. Ancora, interventi formativi. Veniamo tutti da questo bel dibattito che è stato fatto, Gelmini, Garavaglia. È stato anche piuttosto interessante. Parole d’ordine? No assolutamente, parole di senso e di buonsenso, parole che tutti capiscono, per esempio individuazione di quelle che sono le risorse, di dove dobbiamo collocare le risorse. Perché è vero, sul versante formativo ha ragione Gelmini: non è vero che noi spendiamo poco, dobbiamo spendere meglio. Quindi interventi formativi, dice il ministro Sacconi, allora accompagniamo l’apprendistato all’interno delle aziende, miglioriamo l’apprendistato, perché l’apprendistato è il cordone ombelicale del lavoro, nel senso che chiunque faccia formazione ha bisogno del rapporto costante con le aziende. E quindi evidentemente anche questa è un’area sulla quale stiamo lavorando. Un’altra area importantissima, il processo di lavoro, per cui noi pensiamo a incentivare la conciliazione e l’arbitrato al posto del ricorso in giudizio, davanti al giudice, perché naturalmente conciliare è molto meno, molto meglio che arrivare in giudizio. Ancora, la deregolazione delle relazioni industriali; anche qui molti amici hanno portato in questo dibattito il senso di quello che è la forza dell’avere parti sociali che non concertano, fino allo sfinimento, ma arrivano ad avere delle soluzioni condivise, e quindi evidentemente non superano quelle relazioni complesse, e qualcuno prima di me diceva quasi esoteriche, che sono le relazioni fine a se stesse. Marco Biagi aveva già individuato la risorsa prima nel dialogo fra le parti sociali, perché Marco Biagi, prima di essere massacrato dalle Brigate Rosse, aveva già portato all’interno di quello che era il gruppo a Bruxelles sulle relazioni industriali questo concetto di relazioni industriali anche, se volete, informali, ma che possano poi portarci veramente ad una sintesi. E ancora, e qui diciamo è la nostra mission, la nostra ragione d’essere di oggi, la sussidiarietà responsabile. Un fisco responsabile vuol dire però un soggetto protagonista nella sussidiarietà, non c’è niente da fare, vuol dire assumersi la responsabilità, vuol dire anche prendere da quelli che sono i modelli che ci offrono che so la Regione Lombardia, tanto per fare un esempio, quelli che sono, appunto, i modelli di sussidiarietà responsabile.
I prossimi appuntamenti sono sicuramente la riforma del federalismo fiscale, poi affronteremo la questione dei regolamenti parlamentari. La questione del 5 per 1000, secondo me, è stata una grande vittoria che è stata spesso, come posso dire, offuscata da una serie di altre novità ed è stata minimizzata, invece, secondo la mia opinione, è stata una grande vittoria che abbiamo portato avanti. Si tratta quindi di concetti che si trovano, nel libro verde, e si tratta di concetti che in qualche maniera valorizzano quella che è la mission del nostro gruppo che lavora anche confrontandosi, porta avanti iniziative anche a volte coraggiose, perché, c’è da dire, noi, come gruppo, (da un paio di anni ho la fortuna e il privilegio di far parte di questo gruppo perché Stefania Craxi mi indicò come referente all’interno del gruppo) portiamo avanti elementi di vita buona in una società attiva. Su questo noi abbiamo probabilmente molte idee e anche molte chiare, con un pizzico di presunzione, molto chiare.

MODERATORE:
Grazie, Grazie. Abbiamo ancora un quarto d’ora. Dobbiamo starci. Ce la faremo in maniera tranquilla. Costante Portatadino è presidente di “Europa civiltà”, una associazione fondazione che si riferisce al presidente della Regione Lombardia, Roberto Formigoni, e ci parlerà delle formazione, dell’importanza della formazione per le fondazioni, per le associazioni, per il network e non soltanto dal punto di vista culturale, cioè la formazione è importante in sé, ma è anche il lavoro specifico che le varie associazioni, fondazioni svolgono sul territorio a beneficio della cittadinanza. Prego.

COSTANTE PORTATADINO:
Ricordo solo che noi nasciamo come gemmazione di una associazione che si chiamava e si chiama tuttora, perché esiste ancora, “Sussidiarietà e federalismo”, poi la “Fondazione per la sussidiarietà” con un balzo ci ha scavalcati, e quindi quando abbiamo dovuto costituire una fondazione siamo andati a trovare un altro nome, “Europa civiltà”. Sono venuto a questo incontro del Network delle Fondazioni con una certezza, due speranze e tre progetti. La certezza è che la parola sussidiarietà, almeno come tale, non è più una cosa esoterica. Mi spiace, io sono convinto che sia passata, da questo Meeting vedo che la cosa è passata. Ma è diventata una esigenza del sistema che concorre in maniera rilevantissima al bilanciamento di quello che è oggi il fondamento dell’azione politica, cioè la leadership, il suo riconoscimento sociale, la sua dimensione istituzionale. In qualche modo la sussidiarietà è ciò che consente che lo Stato non resti una piramide ma diventi un sistema (per stare nell’esempio egiziano: i canali del Nilo che portano l’acqua del grande fiume da tutte le parti fino all’ultimo coltivatore, l’ultimo contadino che ovviamente ha l’obbligo di tenerli sgombri, di tenerli efficaci). Le speranze sono due. Una è che si attui il federalismo fiscale, altrimenti non avremmo nessuna possibilità di rilanciare il paese. La seconda, che non è stata ancora sufficientemente evocata in questo incontro, è che il federalismo fiscale è possibile, diventerà efficace con una parallela riforma e potenziamento della dimensione degli enti locali. Si parla di tagliare le Province, si sono tagliate le “comunità montane”, credo che la stagione dei tagli debba essere affiancata da una stagione di ricostruzione e da una ricostruzione di responsabilità. Da questo punto di vista i progetti non possono che essere, almeno per noi, tre. Uno è quello che attuiamo da due anni, cioè la formazione per coloro che vogliono impegnarsi in politica. Siamo al secondo anno di una scuola di formazione, che vede 300 persone da tutta Italia radunarsi abbastanza sistematicamente, produrre tesine, produrre lavori. Se passerete allo stand delle Fondazione, avrò il piacere di farvi omaggio del libro che pubblica 10 milioni di tesine di questa realtà. Il secondo progetto è proprio quello che riguarda gli enti locali. Devo dire, chiedo scusa, una parola ancora sulla scuola di formazione. I partiti sono una realtà della sussidiarietà. Noi ci impegnamo nella formazione per questo, perché senza partiti non realizziamo la sussidiarietà, avremo l’invasione delle statalismo e il salto del canguro direttamente da determinate posizioni di rendita di potere nella società civile a posizioni, più alte ancora, di rendita di potere nella realtà istituzionale. L’eliminazione della mediazione dei partiti è un grave danno per il paese, un grave danno per la democrazia, un grave danno e forse rende impossibile l’attuazione vera della sussidiarietà. Torno al secondo progetto che è quello di lavorare sulle dimensioni degli enti locali, in particolare su tutti quegli elementi che potranno dare risorse aggiuntive agli enti locali e nello tempo affrontare alcuni dei temi difficili del paese, che sono difficili da affrontare proprio perché manca sussidiarietà: energia, localizzazione degli impianti di produzione energetici, gestione dei rifiuti, trasporto pubblico locale, tutta la questione della famiglia, questa del welfare che io richiamerei sotto alla dimensione famiglia, integrazione dell’immigrazione, integrazione. Il terzo punto è quello dell’educazione. Siamo reduci, quasi tutti, almeno molti di noi, dall’incontro col ministro Gelmini e Garavaglia. Ma non vi siete resi conto che l’unico schema proiettato ci diceva che il sistema della formazione in Italia è composto al 96,98% delle spese per il personale e che questo rappresenta il lavoro di 1 milione di persone? Ma come possiamo pensare di passare alla sussidiarità, di ricoinvolgere la gente, le famiglie, la responsabilità personale degli insegnanti, dentro un sistema di questo elefantismo, di queste dimensioni. Allora il nostro terzo importante progetto sarà come cominciare a far passare da una strettoia la sussidiarietà nel tema dell’educazione. La sussidiarietà ha già fatto un miracolo: in quell’incontro non si è parlato dell’articolo della Costituzione come di un vincolo che eviti la possibilità di finanziare strutture che non siano scuole dello stato. C’è un esempio che posso fare brevissimamente: la scuola materna o scuola dell’infanzia, come si dovrebbe dire oggi. La scuola dell’infanzia è costituita al 40% dei servizi erogati, cioè dei bambini raggiunti, al 50% degli enti da enti che non sono statali, da scuole che non sono statali. Se insisteremo nel porre difficoltà a questa scuola avremo un ulteriore aumento della non sussidiarietà. Se affronteremo il problema di una corretta definizione delle responsabilità attraverso la legge, di un corretto, tempestivo e sufficiente finanziamento, di una valorizzazione del cofinanziamento che nella scuola non statale viene dalle famiglie, otterremo due importanti risultati: allargheremo e renderemo generalizzato uno degli investimenti sociali-educativi più importanti, che è la scuola dell’infanzia, ed elimineremo quella, credo, odiosa discriminazione per cui il circa il 20% della popolazione italiana riesce ad avere accesso gratuito alla scuola dell’infanzia non statale, l’altro 80% se lo deve pagare (parlano dell’80% e non di una cifra residuale).

MODERATORE:
Noi dobbiamo andare veramente a chiudere.

COSTANTE PORTATADINO:
E con questo, credo, di aver dato un esempio veramente importante di come si possa passare ai fatti della sussidiarietà.

MODERATORE:
Grazie. Il tempo stringe perché dobbiamo lasciare la sala al prossimo incontro. Mario Ciampi in rappresentanza di “Fare Futuro”. Pier Paolo Saleri in rappresentanza di “Europa popolare” sono gli ultimi arrivati nel Network delle Fondazioni, quindi il loro apporto si misurerà da questo momento in poi, da poco tempo fa in poi. E quindi sarà interessante sapere dall’uno e dall’altro, prima da Ciampi e poi da Saleri, il motivo per il quale hanno voluto far parte del network e quale sarà il loro specifico contributo, per lo meno quale vorrà essere.

MARIO CIAMPI:
Grazie. Grazie direttore. Allora, da neofita, alla mia prima occasione pubblica in questo network, non posso esimermi dal porgere i miei ringraziamenti come “Fare Futuro” all’amico Forlani, alla “Fondazione per la sussidiarietà” e a tutti gli amici delle altre fondazione e associazioni rappresentate in questo tavolo per l’affettuosa accoglienza. Che cosa siamo venuti a fare? Quali sono le nostre aspettative? Le nostre aspettative sono tantissime, intanto perché, avendo noi poco più di un anno di esperienza, siamo venuti ad imparare. Fare, e lo dico senza retorica, fare una fondazione politica in Italia (e le fondazioni politiche in Italia sono una formula nuova recente), non è cosa semplice, soprattutto se queste fondazioni nascono, in qualche misura, legate ad leadership politica e legate a una responsabilità che, come è stato detto da Portatadino, Fassina e Soro soprattutto ma anche da altri, è in qualche misura legata ai partiti politici e alla loro evoluzione nella democrazia contemporanea e in particolare nella democrazia italiana. Qui siamo venuti per un progetto che condividiamo sin dall’inizio, cioè un progetto che va da oltre il dialogo. Il dialogo lo abbiamo visto anche in questi ultimi tempi, in questi ultimi mesi, è qualcosa di funzionale: oggi c’è, domani non c’è, per obiettivi più o meno congiunturali e di contingenza. Qui ci confrontiamo su un progetto condiviso sin dal punto di partenza. Cioè guardiamo all’Italia, guardiamo alle sue esigenze, guardiamo ai problemi concreti del nostro paese e cerchiamo delle soluzioni condivisibili sia dal punto di vista tecnico che dal punto di vista, perché no, politico.
Quindi è questo quello che ci entusiasma e ci affascina nel fare una scelta di adesione a questo network. Quindi vorremmo, con il network, amplificare il nostro sforzo sui problemi del paese, per cercare di risolverli. Quanto al merito, se mi è consentita un’ultima riflessione, della nostra missione, sappiamo che i nostri lavori sono intorno al principio di sussidiarietà. Inutile dirlo che lo condividiamo, in questa sede non ho bisogno di dire altro. Il centralismo amministrativo, a parte tutti i problemi di dottrina politica che pone, è fallito. Se, come dicono i commentatori, nel 2006-2007 abbiamo erogato 12 miliardi di euro a 5 regioni italiane per il loro disavanzo in materia di Sanità, e lo abbiamo fatto a piè di lista, con l’erogazione straordinaria, vuol dire insomma che il centralismo amministrativo è fallito. Volevamo fare un’Italia unica, ne abbiamo fatte almeno due e quindi dobbiamo prenderne atto e ripartire da una maggiore responsabilità dei governanti e dei governati, altrimenti ci riduciamo se mai a fare della sussidiarietà verticale ma non della sussidiarietà orizzontale. Il problema che mi pongo, e chiudo, è che dobbiamo fare tutto questo e mettere a punto la riforma federalista in un clima di emergenza educativa, in un clima in cui soprattutto le classi dirigenti locali e regionali, in alcuni casi, sono ancora del tutto impreparate a questo genere di responsabilità. E parlo anche di alcuni pezzi della società civile, che dovrebbero attivare una sussidiarietà orizzontale virtuosa. Quindi la riforma dei partiti politici, la circolazione dell’elite, delle classi dirigenti del paese. Questo penso che possa essere il contributo di un network come questo e delle fondazioni politiche in particolare.

MODERATORE:
Grazie. Grazie Ciampi. Pier Paolo Saleri per “Europa popolare”.

PIER PAOLO SALERI:
Grazie. Io, molto sinteticamente, ringrazio il Network delle Fondazioni, Forlani, il Meeting che ci ospita e lo faccio molto sinteticamente per la parentela più lontana che comunque ci accomuna. Fondazione “Europa popolare”, anzi, Fondazioni italiane “Europa popolare” nasce da una costola del “Movimento cristiano lavoratori”, come sapete, quindi nasce un po’ nel cuore del travaglio del mondo cattolico, diciamo così, e del mondo cattolico sociale. Io credo che la cosa più importante che ci ha spinto, appunto, a voler aderire, a voler fare con voi questa strada, è il fatto che il Network delle Fondazioni, mi ricollego, come è giusto fare alla fine, con quello che è stato detto all’inizio, non è probabilmente un caso che sia nato nel momento in cui in Italia si apre la possibilità che prenda consistenza reale una vera e propria riforma istituzionale, perché evidentemente questo processo va accompagnato da un network che abbia la possibilità di sostenerlo culturalmente e soprattutto che abbia la possibilità di far dialogare posizioni diverse. Far dialogare posizioni diverse, senza che queste perdano la loro identità, è l’unico modo portare questo paese al di fuori della sua crisi, superando quella forma di contrapposizione ideologica che comunque ci blocca, direi, quantomeno da 15 anni a questa parte. E direi che questo è probabilmente anche l’aspetto più importante, anzi è l’insegnamento centrale che viene dalla Costituzione, nella quale forse, al di là dei contenuti, che in gran parte per altro ovviamente condividiamo tutti, la cosa essenziale è che, in un momento che era di contrapposizione radicale non solo per quello che era avvenuto prima (la guerra e le tragedie che aveva portato), ma anche per la spaccatura dell’intero mondo, dico, in due blocchi contrapposti, riesce comunque a trovare un momento nel quale si converge su valori comuni essenziali. E credo che sia questo il fatto importante che questo network può aiutare a ricostruire. D’altra parte ho sentito, con particolare apprezzamento, il riferimento che faceva Costante Portatadino al fatto che l’articolo 33 della costituzione non è stato citato in occasione di questo dibattito che abbiamo tutti sentito tra la Giannini e la Garavaglia. Penso sia un momento di crescita, perché effettivamente significa che c’è una consapevolezza, che sta emergendo in tutti, che c’è un passo comune ulteriore da fare in questo spirito della Costituzione, non è quello del Talmud, ovviamente, cioè di una verità che in un certo senso blocca, ma è quello di averne recepito soprattutto la capacità di far collaborare su valori che non sono bloccanti. Nessuno ha detto: ma non si può fare perché secondo l’articolo 33 non è in realtà possibile dare alle scuole private i finanziamenti. Questo penso che sia un fatto notevolmente importante. Io credo che siano questi i motivi che ci hanno spinto ad aderire: il dialogo nell’identità che è un fatto essenziale, la non casualità di questo lavoro, un lavoro che credo possa essere effettivamente importante per sostenere non solo il federalismo fiscale, che è il cuore della riforma istituzionale, ma altre riforme istituzionali che verranno, perché, ovviamente, il modo essenziale per poter portare fuori l’Italia dalla crisi, credo, possa essere solo quello di riportare al centro del dibattito politico, di riportare al centro della esistenza della repubblica, la sovranità popolare. Se non si fa questo, evidentemente non si va molto lontano. E questo significa, però, che si andrà incontro ad altre riforme, non tutte condivise, alcune difficili, perché c’è il problema della magistratura, c’è il problema della riforma elettorale, c’è il problema del potere esecutivo. E poterlo fare con un sostegno culturale forte, di vera collaborazione, secondo me significa dare un grande contributo alla riuscita di questa impresa. Grazie

MODERATORE:
Grazie. Grazie davvero a tutti. Grazie per la pazienza, grazie per la capacità di sintesi. Questo dibattito è stato ripreso dalla TV del Meeting, ma sarà trasmesso da altre piattaforme come quella del Sussidiario.net e anche quella del gruppo che rappresento, che è “Il denaro”. Aggiungo anche che il sussidiario.net sta dando grandissimo spazio a questi temi ed è un portale che sta crescendo di giorno in giorno e che riunisce un poco tutte le riflessioni sui temi che abbiamo ascoltato. Grazie.

(Trascrizione non rivista dai relatori)