DALL’ACCOGLIENZA AL LAVORO: LE NUOVE FRONTIERE DELL’INTEGRAZIONE

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In collaborazione con Compagnia delle Opere

Michele De Pascale, presidente Regione Emilia-Romagna; Matteo Piantedosi, ministro dell’Interno. In occasione dell’incontro interventi e testimonianze di opere sociali: Angelo Candiani, presidente ASLAM Cooperativa Sociale; Alessandro Menegatti, presidente cooperativa sociale Work and belong, Comacchio; Alberto Sportoletti, presidente e CEO SERNET e presidente Retemanager. Modera Andrea Dellabianca, presidente Compagnia delle Opere

Come si trasforma l’accoglienza in autentica integrazione? È la domanda al centro di questo appuntamento che mette a confronto come rappresentanti istituzionali il ministro dell’Interno e il presidente dell’Emilia-Romagna con chi ogni giorno sperimenta sul campo soluzioni concrete. Il dialogo parte da una convinzione: solo attraverso formazione e lavoro si costruisce vera coesione sociale. Non bastano più le buone intenzioni se mancano competenze spendibili e opportunità reali di inserimento professionale. Perché è proprio nei “luoghi deserti” – quelli dell’esclusione e del disagio – che bisogna saper costruire con “mattoni nuovi”: quelli fatti di dignità del lavoro, di competenze acquisite, di reti sociali che funzionano davvero

Con il sostegno di Regione Emilia-Romagna, Confagricoltura, APT Regione Emilia-Romagna, Illumia, CSL – Consorzio Scuole Lavoro

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ANDREA DELLABIANCA

Buonasera a tutti. Benvenuti a questo incontro dal titolo “Dall’accoglienza al lavoro le nuove frontiere dell’integrazione”. Questa sera affronteremo un tema decisamente importante che comincia ad avere a che fare con molta realtà e quotidianità con cui ci imbattiamo. Abbiamo stasera voluto mettere a confronto le istituzioni, sia dello Stato che di una regione, e gli enti di formazione e lavoro per cercare di dialogare e comprendere come il lavoro e la formazione possano essere un veicolo di vera integrazione, un’integrazione che ha dentro tutta la sfida di un contenuto di coesione sociale, di competenze, di lingua, di formazione, di bisogni lavorativi.

Questa sera questo dialogo accetterà questa sfida di come questo compito debba avere a che fare con una collaborazione fra terzo settore, formazione, profit e istituzioni.

Io li presento per intervento, così ci avvantaggiamo col tempo. Partirei con il primo intervento di Angelo Candiani, che è fondatore di un ente di formazione che si chiama ASLAM, con un’esperienza di molti anni nella formazione professionale. Ci racconterà dei temi legati a metalmeccanica, legno arredo e ha un percorso e accetta una sfida formativa che ha molto a che fare con i bisogni reali delle imprese e le tecnologie reali che oggi le imprese affrontano. Non mi dilungo. Il livello della formazione oggi è un primo fattore di integrazione per le persone, perché il lavoro parte dai più giovani, ma i giovani devono imparare un lavoro e questo è il primo passo verso una coesione vera e propria dei ragazzi all’interno di una comunità che diventa per loro un fattore di crescita e di sfida.

 

ANGELO CANDIANI

Grazie. Buonasera a tutti. Aslam nasce 30 anni fa, nasce in un territorio a nord-ovest di Milano, in una zona con un’altissima concentrazione di piccole aziende manifatturiere e nasce in un momento in cui i giovani non scelgono più di imparare mestieri che hanno fatto lo sviluppo economico dei nostri territori. Sto parlando dell’area attorno fra Milano e Malpensa, della Brianza, del Magentino, di Busto, Gallarate, di Rho, di tutte realtà dove ci sono delle professioni che ancora oggi caratterizzano lo sviluppo economico dei nostri territori. Noi abbiamo sviluppato, e se possono partire le slides, abbiamo sviluppato in questi territori cinque sedi: a Milano, a Malpensa, dentro l’aeroporto, a Samarate, a Magenta e a Lentate sul Seveso.

Abbiamo insegnato prima con l’istruzione e formazione professionale regionale, con l’accreditamento regionale i mestieri che vedete lì a fianco: dal meccanico macchine utensili all’elettricista elettromeccanico, all’operatore della logistica, a tutto il sistema dei trasporti, alla termoidraulica, alla manutenzione frigo nel settore del legno arredo, nel settore della pelletteria. Abbiamo visto che per i nostri giovani era un’opportunità incredibile per scoprire sé stessi, per vedere la possibilità di dare attraverso il proprio impegno, la propria responsabilità nell’imparare un mestiere, un contributo a rendere il nostro paese a mantenersi a quel livello di benessere, di possibilità di contribuire a un mondo civile sempre più a misura d’uomo. Lo abbiamo fatto per parecchio tempo, per 30 anni, con risultati impressionanti. Poi a un certo punto abbiamo avuto dalle aziende del territorio richieste ancora più ambiziose. Allora abbiamo dato vita a due ITS, due ITS che hanno proseguito con una formazione superiore importante.

Ma in tutto questo frangente abbiamo avuto dentro i nostri percorsi un discreto numero di ragazzi extracomunitari. Fino a quando sono minorenni, i minorenni possono entrare nel sistema di istruzione italiana, ma quando hanno compiuto i 18 anni è necessario avere un certificato di equipollenza con il percorso fatto nel loro paese e questo il 95% dei paesi con l’Europa non ha questa possibilità.

Allora abbiamo cominciato a fare dei piccoli progetti per quei ragazzi extracomunitari che rappresentano comunque una potenziale forza lavoro importante per il nostro paese. Abbiamo cominciato a fare con dei piccoli finanziamenti questo progetto fino a quando l’anno scorso, 2024, un bando della Fondazione Villum di Copenhagen, emanazione della Velux, l’azienda leader per le finestre dei tetti, ci ha finanziato questo progetto.

Se andiamo sulla slide successiva, abbiamo pensato di proporre a questi giovani gli stessi percorsi, le stesse figure professionali che proponiamo ai nostri ragazzi, utilizzando le stesse sedi, gli stessi laboratori, le stesse attrezzature e gli stessi docenti e le stesse relazioni con le imprese. Le imprese ci hanno immediatamente assecondato in questo. Abbiamo fatto un percorso di avvicinamento, abbiamo iniziato a lavorare con i centri provinciali per l’istruzione degli adulti che hanno in carica centinaia di persone di questo genere, extracomunitari, adulti, in cerca di un inserimento, e con loro facciamo l’insegnamento della lingua italiana e la licenza media che è un primo passo per entrare nel sistema di istruzione.

Abbiamo sviluppato anche con la Regione Lombardia la possibilità alla fine del nostro percorso di sostenere un esame di qualifica triennale in modo che i ragazzi possano poi ambire a un posto di lavoro come operaio qualificato e, dai primi contatti che abbiamo avuto con le aziende, le aziende ci hanno seguito in maniera interessante. Se andiamo sulla slide successiva, ecco, questa è la nostra partnership. Nel primo blocco a sinistra ci sono i livelli istituzionali. La Regione Lombardia è partner ed è partner perché ci permette di fare l’esame di qualifica.

Ci sono il Municipio 8, Municipio 9 di Milano, i Comuni di Magenta, di Lentate sul Seveso, di Samarate ma c’è anche la Confartigianato di Milano e Monza e Brianza. Ci sono tutti i CPIA, i Centri Provinciali Istruzioni Adulti delle tre province interessate: Milano, Varese e Monza Brianza e poi ci sono le realtà d’accoglienza, tutte quelle che fanno da catena di congiunzione con le persone che sono in attesa di un percorso di questo genere.

Andiamo sulla slide successiva. Insegneremo le stesse professioni, come detto prima, faremo dei corsi. Ne faremo otto un primo anno che partirà da ottobre di quest’anno con gli esami a fine giugno del 2026 e poi ripeteremo otto corsi fra un anno, 10 corsi l’anno successivo e 10 quello successivo ancora. Le professioni sono le stesse, ne abbiamo aggiunta una che stiamo sviluppando, che è l’autista di mezzi di trasporto, prevalentemente camion. Per i soggetti che sono candidati a questo corso, dovendo acquisire una patente abilitante, è estremamente indispensabile un’ottima conoscenza della lingua italiana, altrimenti non si riesce a superare il test.

Se andiamo avanti ancora con la successiva slide, riassume un po’ quello che ho detto fino adesso, innanzitutto partono con un titolo di studio. L’età, anche se non è rigida, l’obiettivo è concentrato fra i 18 e i 35 anni. Abbiamo la possibilità di dare tutte queste professioni che abbiamo visto prima, iniziando, come abbiamo detto, abbiamo la possibilità anche di seguire il loro percorso con 250 ore di tirocinio extracurricolare nelle aziende e lo abbiamo in questo caso già concordato con le aziende perché, essendo un tirocinio extracurricolare, deve essere retribuito.

Supporteremo questi giovani in tutto il loro percorso e, se giriamo l’ultima slide, concludo dicendo che i risultati minimi che prevede il progetto sono 300 persone da accompagnare in questi percorsi, con 250 di successo formativo e 200 inserite in azienda. Ma questi sono obiettivi minimi. Sono certo che li supereremo e con alcuni flash vado a chiudere e dico perché li supereremo.

Il primo è perché abbiamo già fatto una prima sessione di selezioni il 2 e il 3 luglio e abbiamo già individuato i primi 62 ragazzi. È stato per noi stupefacente vedere le loro storie, i loro percorsi, vedere le loro motivazioni, l’ambizione che hanno in questo, tale da farci capire che questo progetto è veramente un’occasione importante perché, come succede per i giovani dell’istruzione professionale minorenni che vengono da noi, anche per questi, non è tanto che risalta l’aspetto che trovo in un lavoro, ma quanto che iniziano un lavoro intuendo immediatamente che hanno una possibilità di crescere, di continuare a imparare e di continuare a contribuire a un sistema economico che è un bene anche per loro, come per tutti noi.

Il secondo aspetto è questo: ho detto prima che siamo stati finanziati dalla Fondazione Velux per 1 milione e 600 mila euro. 300 ragazzi formati fanno circa 5.500 per ragazzo. Oggi la IFP regionale in Lombardia viene pagata circa 6.200 a ragazzo. Quindi uno sforzo da parte delle istituzioni, regioni o stato, per sostenere in un sistema già approvato dalla Comunità Europea e anche dai nostri paesi per poter rendere stabile questo, sarebbe secondo noi uno strumento di integrazione molto interessante.

Da ultimo devo dirvi che, siccome il progetto può essere anche ulteriormente finanziato anche con altre implementazioni, abbiamo già visto le aziende disponibili a collaborare, ma stiamo incontrando diverse realtà istituzionali che sono disponibili a cofinanziare e a prolungare questa iniziativa. Quindi noi oggi lo presentiamo qui, lo presentiamo al ministro, al governatore dell’Emilia-Romagna, persone sicuramente sensibili. Lo presentiamo però a tutto il Meeting con un piccolo stand al padiglione C1. Chiunque volesse avere maggiori informazioni, ci auguriamo che possa diventare dal basso una proposta per dare un contenuto di legge o di qualcosa di normativo. Grazie.

 

ANDREA DELLABIANCA

Grazie Angelo. Prendo spunto da questa parte finale del tuo intervento per introdurre Alessandro Menegatti, che è presidente di una cooperativa sociale di Comacchio, sul territorio dell’Emilia-Romagna. Cambiamo regione. Si chiama Work and Belong, e si occupa di inserimento lavorativo di persone svantaggiate attraverso il lavoro. Non parliamo solo di immigrazione come integrazione, ma proprio di persone che hanno un tema di aiuto all’inserimento sociale lavorativo. Sul vostro sito affermate che alcune scelte di integrazione sociale, generazionale e territoriale, parlate di alcune scelte che possono cambiare le sorti di una comunità. Per questo cittadini, istituzioni ed enti locali di tutti i settori devono avere la possibilità di interrogarsi su cosa è possibile fare insieme per migliorare una condizione che a tutti i livelli riguarda ognuno di noi.

Cosa significa questo nel concreto per la vostra esperienza?

 

ALESSANDRO MENEGATTI

Intanto grazie della possibilità. Per rispondere a questa domanda mi sono fatto una domanda: che cosa significa davvero integrazione? Qual è l’etimologia? Qual è l’origine per capire la radice delle cose? Integrazione significa rendere intero, pieno, perfetto ciò che è incompleto. Guardandomi, ho scoperto che il primo ad essere incompleto sono io ed ognuno di voi. Per capire davvero fino in fondo che cos’è l’integrazione dobbiamo guardare noi, dobbiamo guardare l’esperienza e io ho cercato di guardare la mia. Chi sono? Io da ragazzo ho incontrato l’esperienza del movimento di CL all’università e questa dinamica ha cambiato completamente il mio modo di vivere e di guardare la realtà quotidianamente.

Questo incontro, che è la dinamica quotidiana della vita, l’incontro, incontrarsi, dialogare, ha generato in me, come in tanti altri amici, una dinamica, un modo diverso di muoversi, un metodo che è una strada che è il contrario della procedura. Spesso ci appoggiamo alla procedura. Il metodo è dinamico perché è relazione tra persone. Sai quando e come inizi, non sai dove vai a finire. Io non avrei mai voluto fare il cooperatore, studiavo all’università, dovevo fare ricerca e poi per tutta una serie di ragioni sono finito qui.

Che cosa ha generato questa dinamica? Non una procedura, un metodo, ma soprattutto un luogo, una dimora, un luogo di relazioni calde, vere, dove a tema ci sono io e il desiderio che ho di essere contento. Per cui, di fatto, è un insieme di persone imperfette, mancanti, che genera una comunità. La parola comunità è bellissima da un punto di vista anche etimologico, significa “cum munus“, un insieme di persone che ha dentro un dono, un regalo, un bene che ci viene regalato gratis. È un’eredità che i nostri padri e le nostre madri ci danno. La battaglia nostra è: usiamo il “Munus“, usiamo il dono che ci è stato dato e fatto dai nostri padri e dalle nostre madri per riguadagnarcelo, come dice Goethe in un vecchio titolo del Meeting: “Ciò che tu erediti dai tuoi padri, riguadagnatelo per possederlo”.

Per farvi capire il lavoro che facciamo, sono partito da me perché il mio lavoro è il tentativo di dire a tutti, e anche a voi, che questo è il cuore della vita: fare, muoversi, usare i soldi, usare il tempo, usare tutto per comunicare a tutti che la vita, nonostante tutti i problemi, le fatiche, i dolori, è bella, ha dentro una ricchezza e una bellezza straordinaria, ed è una cosa buona.

Per cui, come dicevo prima, il desiderio è quello di dirlo a tutti ed è possibile anche dentro la confusione, dentro il limite, dentro il fatto che io sono mancante, perché tutti siamo mancanti. Ci si innamora perché siamo mancanti, si lavora perché siamo imperfetti per costruire qualcosa di buono.

In sintesi il desiderio è di dirmi e di dirci tra amici e di dire a tutti che non dobbiamo avere paura. Non dobbiamo avere paura. Si può vivere, si può affrontare la realtà. La genesi del nostro lavoro è semplice. Finita l’università ci hanno detto: entrate all’interno di questa associazione di volontariato, il Centro di Solidarietà, per dare una mano ai disoccupati, a chi sta cercando lavoro. Siamo partiti da lì un po’ anche con l’idea di salvare il mondo, pensando di avere anche in tasca la verità, ma lavorando abbiamo capito che la verità non ce l’abbiamo in tasca e questo ci ha spinto ad avere bisogno di tutti.

Io sono laureato in filosofia, quindi non so fare niente fondamentalmente e quindi ho bisogno di tutti e questo ci ha spinto a chiedere una mano a tutti. Quando abbiamo iniziato ad accogliere le prime persone in difficoltà, davvero non sapevamo cosa fare, quindi abbiamo chiesto una mano agli imprenditori del territorio di dire: ci dai una mano, accogli queste persone. Noi le accompagniamo, le curiamo da un punto di vista educativo, culturale. Tu sostienici mettendo la parte tecnica professionale. Questo ha funzionato. Ha funzionato perché ci siamo accorti che ognuno di noi ha bisogno dell’altro. L’altro è portatore di un valore buono, diverso, complesso, ma vivibile e affrontabile.

Quindi abbiamo iniziato i primi percorsi di inserimento lavorativo all’interno dei nostri campeggi del litorale di Comacchio e la prima attività professionale che abbiamo fatto è stata lo spazzamento manuale e la raccolta degli aghi di pino sotto la pineta. Non una grande professionalità, però è stato un inizio e da quell’inizio sono nati tanti altri progetti.

Per fare alcuni esempi, l’ultimo fatto in collaborazione con il Parco del Delta del Po, il Comune di Comacchio, è stata una coprogettazione per recuperare un bene pubblico in disuso o usato parzialmente, che è la Manifattura dei Marinati, che in parte è museo e in parte è un laboratorio di trasformazione dove noi abbiamo riattivato la produzione delle anguille e dei pesci marinati delle Valli di Comacchio e le lavorazioni a chilometro zero dei pesci del nostro mare, perché nel nostro territorio tutte le aziende di trasformazione ittiche sono sparite, non ci sono più, sono tutte in Veneto.

Quindi noi, piccola cooperativa sociale, abbiamo 30 dipendenti, non siamo grandi, e abbiamo rimesso in vita una piccola parte produttiva e oggi sta in piedi, genera lavoro e crea opportunità. Questo è stato possibile perché anche come opera sociale, come cooperativa, non siamo da soli. Dentro l’alveo della CDO abbiamo coltivato, e anche fuori dall’alveo della CDO, abbiamo coltivato, rapporti e relazioni tra persone e questo ci ha permesso di diventare più forti di quello che siamo.

Rimaniamo piccoli, ma si è generata una rete di relazioni amicali dove ci regaliamo i progetti, dove condividiamo le esperienze positive, dove mettiamo a disposizione le professionalità gratuitamente. Lo raccontavo prima a uno dello staff del nostro presidente: abbiamo fatto un progetto da oltre 1 milione di euro di cooperazione internazionale, mettendo insieme 24 comuni italiani dove il comune capofila era Comacchio, che aveva esperienze zero da un punto di vista di cooperazione internazionale, sostenuti e accompagnati anche dalla Regione. E perché? Perché questo ha permesso di andare. L’abbiamo fatto in Terra Santa. Io la chiamo Terra Santa così non la chiamo né Palestina né Israele, che è il suo vero nome.

Abbiamo permesso di fare compagnia a persone che vivono lì, mettendo a fuoco il bene nostro, il bene loro, è una convivenza sana e pacifica, aiutando a costruire un piccolo albergo diffuso, ristrutturando case del centro storico messe a disposizione per un turismo più autentico, dove non vai nell’albergo, ma vai nella casa di qualcuno che ti accoglie.

Un altro esempio semplice è quello della “Contagiamoci”, all’interno di un rapporto con Fondazione Cattolica Assicurazioni sempre dentro una dinamica relazionale si è creato un gruppo di lavoro tuttora operativo dove si condivide il lavoro che si fa, ci si scambia le esperienze e non c’è solo a tema una relazione tecnica, perché se tu mi guardi per le capacità che ho, mi hai già in parte ucciso, perché io sono molto di più delle capacità che ho. Il valore dell’altro è più ampio di quello che sa fare. Altrimenti mettiamo a tema la nostra umanità e sicuramente la impoveriamo.

Chiudo dicendo questo: noi abbiamo fatto questo in una periferia, Comacchio, adesso si chiama Delta del Po perché è stato nobilitato. Quando io ero ragazzino si chiamava Bassa Ferrarese, era la Bassa, probabilmente una delle parti più povere della regione. C’era un cartello con la scritta “zona depressa”, eravamo equiparati alle zone povere del Sud.

Quindi cresci in un contesto dove pensi di essere un po’ sfigato. Nel tempo, dentro la relazione con qualche adulto, invece ci siamo accorti che non era il territorio ad essere sfigato, ma il problema era nei nostri occhi. Provate a fare un’esperienza semplicissima. Se voi vi concentrate sulle cose che mancano, ci si lamenta. Se invece ci si concentra sulle cose buone che ci sono, ci si fa una domanda: io cosa posso fare per far crescere quello che ho?

Grazie.

 

ANDREA DELLABIANCA

Grazie Alessandro. Questa domanda finale mi permette di introdurre Alberto Sportoletti, che è presidente di Sernet, una società di consulenza che si occupa di crisi aziendali e di Rete Manager, che è invece un ambito di aiuto al reinserimento di manager fuoriusciti dal mondo del lavoro.

Mi sembra interessante vedere come due aspetti, quello professionale che si occupa di riqualificare aziende che vanno in crisi e quindi affrontare e accompagnare un cambiamento delle persone affinché questa crisi aziendale non diventi una crisi sociale, e come ingaggiare la disponibilità a un cambiamento e a decidere di reimparare, di ripartire da zero, di riscommettere, di reinserirsi. L’aspetto invece di una caritativa, come Rete Manager, che fa di questo anche un fattore educativo per molti.

Per cui chiederei ad Alberto quali sono i fattori decisivi per affrontare la capacità di reintegrarsi in un contesto umano e sociale.

 

ALBERTO SPORTOLETTI

Grazie, grazie dell’invito ai responsabili del Meeting. Allora descrivo brevemente queste due, questa duplice esperienza che ha introdotto Andrea e poi cerco di evincere un paio di fattori decisivi per entrambe le esperienze.

La prima, quella professionale che conduco con l’azienda che dirigo, la Sernet, che è specializzata e ha introdotto in Italia un metodo per gestire le crisi aziendali di aziende medio-grandi in modo socialmente responsabile e sostenibile, cercando soluzioni per massimizzare la continuità occupazionale dei lavoratori coinvolti e possibilmente anche valorizzare gli asset produttivi che altrimenti verrebbero dismessi. Quindi quando una multinazionale, una medio-grande azienda decide di chiudere, ma crede nel fatto che non si possa utilizzare il vecchio metodo “paga e chiudi”, per essere sintetici, ma vuole in qualche modo facilitare uno sbocco lavorativo ai propri lavoratori che vengono estromessi dal lavoro, allora può adottare questo metodo.

Io per descriverlo faccio un esempio direttamente, visto che poi siamo in Emilia-Romagna. Il metodo l’abbiamo visto, per esempio, implementare nella crisi della Marelli di Crevalcore in provincia di Bologna. Qui vedo nelle prime file il vicepresidente Vincenzo Colla della Regione, che ha avuto un ruolo fondamentale nel buon esito di questa vertenza. Lì, per esempio, avevamo una fabbrica che faceva sia pressofusione di alluminio sia assemblaggio di componenti in plastica per il settore automotive. Conosciamo tutti le difficoltà della filiera dell’automotive in Italia e in Europa, direi. La Marelli decide di chiudere, 220 lavoratori coinvolti. Abbiamo lavorato intensamente. Qui sottolineo la necessità di una collaborazione stretta tra tutti gli attori coinvolti in questo tipo di crisi. Quindi, a partire innanzitutto dall’azienda che si ristruttura, che deve credere in questo metodo, e poi le istituzioni, sia dal punto di vista nazionale del governo.

Noi collaboriamo molto con il MIMIT, il Ministero delle Imprese e del Made in Italy, e con la Regione, e quindi anche con il governo locale, poi anche con i sindacati stessi, con le associazioni di categoria, con le associazioni di impresa. È fondamentale un lavoro di squadra, un condividere un obiettivo comune che è la continuità occupazionale dei lavoratori. Dopo un anno di intenso lavoro e di collaborazione con tutti questi attori, in cui, ripeto, la Regione ha avuto un ruolo fondamentale, abbiamo trovato una soluzione.

Abbiamo cercato potenziali investitori, imprese, e abbiamo trovato una soluzione in continuità produttiva con quello che si faceva. Non era facile e ha dato lavoro a 160 lavoratori sui 220. Gli altri sono stati trasferiti in altri stabilimenti Marelli, qualcuno prepensionato, altri ricollocati sul territorio in altre aziende attraverso il ricollocamento attivo.

Questo, ovviamente, è evidente come dia benefici a tutti gli attori coinvolti, ma anche soprattutto a tutte le parti sociali, ma anche l’azienda subentrante che trova delle condizioni agevolate. In questo caso era una piccola-media impresa della filiera automotive che ha trovato una condizione agevolata dal punto di vista sia finanziario che di competenze disponibili per crescere.

Ci dà particolare soddisfazione che questo metodo abbia in qualche modo dato anche per provvedimenti legislativi che vanno nella direzione di incentivare la gestione di crisi in questo modo. Per esempio, la legge 234 anti-delocalizzazioni che prevede un piano sociale per chi ha una certa soglia dimensionale di crisi aziendale e incentiva la definizione di un piano sociale condiviso con le parti sociali, imperniato su reindustrializzazione, ricollocamento sul territorio, ma anche l’articolo 44 del Decreto Genova del 2018 che ha reintrodotto la cassa integrazione per cessazione solo in presenza di sforzi per la reindustrializzazione e politiche attive del lavoro.

L’altra esperienza è Rete Manager.

Rete Manager è una no profit, un’associazione no profit caritativa, nasce nel 2006 dalla constatazione che profili manageriali over 40, over 50, ormai più prevalentemente over 50, hanno bisogno di un accompagnamento mirato quando perdono il lavoro e quindi un accompagnamento che consenta di aprire nuovi contatti, ma soprattutto di rimettersi in discussione.

Per avere una continuità lavorativa a quell’età è necessaria una discontinuità in qualche modo, rivedere le proprie competenze, ma soprattutto abbiamo visto nell’esperienza di quasi questi quasi 20 anni anche l’atteggiamento nei confronti del lavoro e quindi un cambiamento di mentalità dentro il lavoro. Da questo punto di vista abbiamo anche iniziato recentemente a offrire un confronto anche a giovani manager, manager tra i 30 e i 40 anni che devono a volte fare in quell’età scelte decisive, magari non hanno l’esperienza, i criteri per decidere.

Poi accompagniamo gratuitamente questi manager alla ricerca del lavoro. Per dare un’idea di cosa può succedere in questi casi, leggo semplicemente questo cambiamento di mentalità attraverso una testimonianza di un amico che ha superato la sessantina, dopo 20 anni di lavoro nella stessa impresa perde il lavoro. Si mette insieme agli amici di Rete Manager, sottolineo che è un’amicizia quella che conduce Rete Manager ancora oggi, e dice queste parole che sono emblematiche del punto vero di cambiamento necessario per la continuità lavorativa di questo tipo di figure. “Questo cambiamento, dice lui, la perdita del lavoro non l’ho cercato io, ma col senno di poi devo riconoscere che è stata una circostanza veramente provvidenziale perché mi ha permesso di riconoscere errori fatti, di aprire gli occhi su come stavo impostando la mia vita lavorativa e di cambiare prospettiva. Si è aperto un periodo molto intenso di ripensamento su qual è lo scopo che perseguo nel mio lavoro e su come perseguo questo scopo. Ho anche cominciato a studiare, è cambiato il modo di ascoltare le persone. In particolare il frutto più significativo di questo periodo di cambiamento riguarda la mia relazione con le persone, con i colleghi”.

Nel deserto, per riprendere il titolo del Meeting, nel deserto, in questo caso della disoccupazione, può fiorire la speranza di un cambiamento. In conclusione, sottolineo due aspetti decisivi che si evincono da entrambe le esperienze. Il primo è un principio culturale, il fatto che il lavoro è un principio culturale, ma che ha delle conseguenze politiche, oserei dire. Il valore del lavoro per la persona è enormemente più grande del suo solo risvolto economico. La persona non ha bisogno di lavorare solo perché è pagata. Certo, cosa ovviamente necessaria, soprattutto in un periodo di calo del potere d’acquisto dei salari, ma ha bisogno di lavorare perché questo le dà dignità, le dà coscienza di sé, coscienza delle proprie esigenze e coscienza di quale sia un senso del vivere all’altezza delle sfide che deve affrontare tutti i giorni, delle sue capacità e questo le consente di essere partecipe attivamente alla costruzione del bene comune.

Diceva Giussani, non posso non citarlo su questo, perché sono anche le parole manifesto di Rete Manager: “La stima sincera per il lavoro, questo è contenuto nell’io, il potere le opere, ha una prova del nove ed è l’insofferenza per la disoccupazione di tanti altri, che tanti non abbiano lavoro non può lasciare tranquillo me oggi. Non posso essere contento del mio lavoro che va bene e mi dà risultati e basta. La stima sincera per il lavoro, innanzitutto, dà un’intollerabilità al fatto che altri non lavorino, perché l’educazione alla libertà è astratta se un uomo non ha un lavoro da imparare”.

E va avanti poi dicendo: “L’uomo si conosce in azione, quindi chi è disoccupato subisce un grave attentato alla possibilità di coscienza di sé”.

Penso che anche la mostra della CDO sul lavoro affronti questo tema. Questo, dico, ha una conseguenza anche politica, il fatto che deve essere almeno fortemente disincentivato chi pensa di gestire crisi aziendali che generano licenziamenti solo usando la leva economica, con le buone uscite, con le tradizionali buone uscite. Non basta, bisogna dare e mettere risorse pubbliche e private insieme per la continuità occupazionale.

La seconda e conclusiva considerazione è che la persona per rimettersi in moto, perché tutte le norme del mondo, anche le più perfette, se non riescono a riattivare la persona, a coinvolgerla, è come se non incidessero, battono l’aria. Per rimettere in moto la persona non è solo uno sforzo personale che può bastare. Servono dei luoghi, dei luoghi di accompagnamento, dei luoghi educativi anche su questa del lavoro che poi investe alla fine tutta la vita e questo credo sia un compito di tutte le parti sociali coinvolte, delle associazioni, di noi sia come associazione no profit che azienda profit. Penso che sia il compito, “Munus” vuol dire anche compito oltre che dono, il compito fondamentale anche di attenzione, di facilitazione per chi ha l’onere e l’onore di governarci.

Grazie.

 

ANDREA DELLABIANCA

Grazie Alberto. L’aspetto interessante di questi contributi è che danno continuità ai relatori, non in alternanza, perché tutti e tre avete raccontato di come per fare il vostro lavoro oggi è in atto un rapporto con le istituzioni. Per affrontare questo grande compito dell’integrazione e della coesione sociale che parte dalla formazione lavoro, il rapporto terzo settore, formazione, imprese, istituzioni è realtà quotidiana.

Mi piace continuare, non in alternanza, ma proprio come esperienza l’introduzione delle nostre due istituzioni presenti.

Partirei dal presidente Michele De Pascale, che è presidente della Regione Emilia-Romagna che ci ospita e soprattutto partendo anche dalla formazione che è proprio un contenuto di responsabilità regionale e che molto spesso nelle vostre dichiarazioni affermate come formazione e lavoro siano un fattore fondamentale per la vera integrazione.

Anche il tema della formazione professionale dedicata sia ai giovani stranieri ma anche agli italiani, come segna e come imposta una politica di una regione e della sua regione in particolare?

 

MICHELE DE PASCALE

Innanzitutto grazie mille al Meeting per questo invito, grazie per le bellissime esperienze che ci avete raccontato. Alcune le conoscevo bene perché erano di casa, altre ovviamente sono sempre un’occasione di confronto. Grazie anche per questa occasione di confronto con il ministro Piantedosi che è un ministro che ama la nostra terra, ha lavorato in Emilia-Romagna tanti anni nella sua vita precedente e che, al di là delle diversità, è una persona con la quale abbiamo un’interlocuzione costante, una ricerca di Meeting costante nel ricercare soluzioni sia quando le troviamo, sia quando ovviamente non le troviamo.

Il tema è un tema centrale e penso che sia molto interessante affrontarlo proprio qui, anche perché siamo partiti da tante esperienze concrete, ma la storia del Meeting ci richiama sempre a partire dai valori di fondo, anche nell’affrontare le cose che poi devono essere molto concrete.

È evidente che il tema delle migrazioni e dell’integrazione, come veniva citata, con la stessa eccezione con cui l’hai citata, è un tema che attraversa la storia dell’uomo. Non c’è stata un’epoca nella storia umana nella quale il tema delle migrazioni non sia stato al centro delle tensioni, dei conflitti, delle difficoltà. Il migrante, per sua natura, unisce due delle caratteristiche più complesse nella storia dell’umanità: la diversità e spesso la fragilità, che sono due elementi che dentro le società sono due elementi sempre complessi, difficili da affrontare.

È evidente che nella nostra società, a questo fenomeno, in ogni epoca, in ogni tempo, in ogni spazio, hanno sempre convissuto due reazioni fondamentali culturali. Da un lato, ovviamente, il sentimento dell’accoglienza, il sentimento di riconoscere nell’altro, nel diverso, nel fragile, i tuoi stessi occhi, la tua stessa vita, la tua stessa esperienza e dall’altra parte la paura, la paura del diverso, la paura anche della fragilità. Dobbiamo dirlo a tante persone, non dobbiamo demonizzarlo questo fatto.

Anche la fragilità può generare paura e guardate, io rifuggo anche le semplificazioni. Questi due approcci non sono l’approccio di destra e l’approccio di sinistra. Io, per dire, ho ereditato, sento molto mia la prima di queste due sensibilità da mio padre che era un elettore di centrodestra che aveva un nonno morto annegato nell’Atlantico e quindi che aveva maturato la sensibilità, il dovere dell’accoglienza, il dovere dell’accoglienza dalla sua storia familiare, che è la storia di tanti italiani, soprattutto di chi ha cognomi come il mio che vengono dal Mezzogiorno.

Qual è però il tema? Queste due sensibilità nella comunità convivono, a volte in maniera esclusiva, perlopiù convivono entrambe. La maggior parte delle persone non è che sentono o solo il dovere dell’accoglienza o solo la paura dell’immigrazione. La maggior parte delle persone sentono entrambe queste pulsioni dentro di loro e quindi dove si possono incontrare anche sensibilità diverse su un elemento: senza un’organizzazione, senza una capacità di gestione di questo fenomeno, entrambi i due approcci finiscono per fallire, perché non esiste società matura, accogliente, sensibile, generosa che alla lunga resiste a un fenomeno non organizzato di flussi migratori.

La reazione della paura e del rifiuto prevarrà sempre se non c’è organizzazione. Anche la risposta di chiusura si dimostra alla prova dei fatti totalmente fallimentare. Nel corso della storia non c’è stata una società che abbia saputo affrontare il tema delle migrazioni con la chiusura. È stata sempre travolta una società che ha avuto solo quell’approccio e quindi nella capacità di trovare un sistema serio e capace di organizzazione, e guardate il lavoro, il lavoro per le parole di Don Giussani che sono nella bellissima mostra sul lavoro, il lavoro nella sua pienezza, nel fatto di essere pienamente ed efficacemente parte di una comunità e dei suoi obiettivi. Ecco, il lavoro è la chiave centrale.

Peraltro lavoro che do i dati dell’Emilia-Romagna: nel 2024 ha segnato 9.000 occupati in più rispetto al 2023 con una particolarità, che ci sono 12.000 lavoratori stranieri in più e 3.000 lavoratori italiani in meno. Perché in questo momento, oltre alle riflessioni che facevamo prima, noi abbiamo un settore produttivo e manifatturiero che per il drammatico calo della natalità che abbiamo avuto negli ultimi 20 anni e che non dobbiamo rassegnarci ad accettare, che dobbiamo contrastare, ma qualsiasi politica non è che produce effetti sul lavoro nell’immediato. Noi abbiamo che, ripeto, fra i pensionamenti degli italiani e le fughe all’estero dei nostri giovani, la nostra manifattura esiste e vive solo per un flusso di lavoratori stranieri.

E qui la chiave della formazione professionale è la radice. In un sistema dove ci sono tante eccellenze territoriali. Io ne potrei citare diverse dell’Emilia-Romagna che hanno fatto cose molto simili a quelle che avete fatto voi, che affrontano elementi burocratici drammatici. Avete citato questo elemento dell’equipollenza del titolo di terza media. Voi pensate a un ragazzo che è scappato da un paese in cui era perseguitato, che è stato in un campo di concentramento in Libia o di detenzione, che ha attraversato il mare per venire qui, che riceve la protezione internazionale perché magari ne aveva diritto e che prima di imparare ad andare a lavorare deve fare la fotosintesi clorofilliana o ha delle barriere all’ingresso rispetto alla sua possibilità di integrazione di lavoro che sono spesso assolutamente anacronistiche e che andrebbero fatte in parallelo rispetto alla prospettiva di formazione professionale.

Quello che dico è noi come regioni abbiamo un grande dovere, quello di innovare un sistema perché il nostro sistema non è strutturato rispetto ai cambiamenti e le evoluzioni e l’innovazione spesso sta in esperienze un po’ garibaldine, dalla Fondazione Velux a un’iniziativa del terzo settore, a un’esperienza che parte da un’azienda particolare e le dobbiamo invece mettere a sistema.

Oggi molte imprese si stanno facendo la formazione da sole, sempre di più, e non è quello il nostro tipo di risposta. Noi abbiamo bisogno di risposte di sistema che coinvolgono la ricchezza e i valori della formazione professionale che ci sono nella nostra terra. Dobbiamo però, e il ministro sa che su questo io batto sempre, abbiamo bisogno di un sistema più semplice. Abbiamo bisogno di un sistema più semplice perché oggi il quadro di norme che devono affrontare coloro che si occupano di progetti SAI, di formazione professionale, di integrazione, le reti dei comuni, hanno un coacervo di norme, di approcci che sono tutto tranne che ispirati al merito.

Allora, noi dobbiamo dire una cosa: abbiamo chiamato il Ministero dell’Istruzione “Ministero dell’Istruzione e del Merito”. Proviamo a iniziare a parlare di permesso di soggiorno per merito. Una persona che si trova in Italia, che impara la lingua italiana, che si inserisce in un percorso di formazione professionale, che trova un lavoro, che vuole essere parte della nostra comunità, contribuire alla crescita della nostra comunità, quella persona deve avere un permesso di soggiorno per poter essere parte di questa comunità. Non è magari la sede per scrivere la norma, però questo per me deve essere il principio di fondo.

Quando la norma prescinde dalla realtà, quando la norma prescinde dalla realtà diventa pericolosa e, parallelamente, concentrare invece tutte le forze che sono necessarie per rappresentare che, legate all’immigrazione, sappiamo che ci sono tante attività criminose nel nostro paese che vivono sull’immigrazione, che si nutrono di immigrazione, che speculano sull’immigrazione, perché chiaramente quella persona che non riceve lo status di protezione internazionale, come il caso che citavo prima, e che rimane clandestino in Italia, se è passato dai centri libici, non è che ha paura dello status di clandestino, non è che ha paura del caporalato. Il caporalato fa paura a noi, visto con gli occhi di chi vive qui, di chi è qui.

Chi è passato da un campo di detenzione libico non ha paura dello status di clandestino, non torna nel suo paese, non rifà tutta la traversia, rimane qui e rimane qui clandestino. Non ci piace, vorremmo che non arrivasse, vorremmo che ci fossero solo i permessi umanitari e i progetti internazionali di formazione all’estero per venire qui?

Sì, vorremmo che fosse così, però fra 3 giorni al porto di Ravenna arriverà un’altra nave e il 70% di quelle persone diventeranno clandestine. Questo lo sappiamo già, è già scritto nel libro. Poi gli sbarchi l’anno scorso sono stati meno e quindi un plus per il governo. Se quest’anno saranno uno in più, attaccheranno il ministro che non ha nessuna responsabilità del fatto che siano uno in più dell’anno scorso. Se fra 2 anni saranno ancora meno, gli faranno un plauso. Però il nodo è che una quota di ingressi di questo tipo ce l’abbiamo, ce l’abbiamo e al momento non riusciamo a intercettarla diversamente.

Allora io dico, ripeto, legalità, legalità ma merito. Per me la parola chiave rispetto al tema immigrazione, integrazione e lavoro è la parola opportunità. Noi dobbiamo essere il paese e la terra delle opportunità per chi le vuole cogliere, per chi vuol contribuire a creare la Repubblica di domani.

Grazie.

 

ANDREA DELLABIANCA

Grazie presidente. Ora la parola al ministro Matteo Piantedosi, ministro dell’Interno. Il tema è già stato sollecitato, il tema di opportunità, il tema di attrattività di un paese non dipende solo da regole o aspetti giuridici o di sbarchi o di meno sbarchi, anzi è importante, ma dipende da una capacità del sistema paese di essere attrattivo, di saper integrare e questo inevitabilmente ha a che fare con anche un tema di sicurezza, ha a che fare con un tema di sviluppo, ha a che fare con un tema di bisogni di aziende, di lavoro e di formazione.

Lei spesso ha citato e ha commentato positivamente il valore della formazione del lavoro come aspetto di integrazione e di coesione. Vediamo anche delle iniziative del Ministero volte a sviluppare positivamente questi aspetti.

Oggi c’è un tema che dagli interventi è stato provocato e che vede questo compito non facile e vede questo compito necessariamente coinvolto in una filiera di attori che sono differenti. Come questa strada può diventare più…

 

MATTEO PIANTEDOSI

Allora, buonasera innanzitutto. Grazie al pubblico che ci ascolta, che ha avuto pazienza, che avrà pazienza e grazie al Meeting di CL per questa bellissima opportunità. Ringrazio e mi complimento con tutti gli interventi, in primis dei tre primi intervenuti, anche perché hanno narrato un impegno che è anche soprattutto sociale e civile, degno di essere rappresentato. Io ringrazio anche il presidente della Regione Emilia-Romagna, col quale ovviamente abbiamo qualche leggera distinzione di vedute su quelle, come è normale che sia in democrazia, ma al quale riconosco la caratura, innanzitutto di amministratore degno di ogni rispetto e quindi anche di avere comunque una visione su temi di grandissima complessità che caratterizzano un po’ il dibattito in tutto il mondo e quindi questo vuol dire che stiamo parlando di temi che sono di dimensione epocale, sulla quale probabilmente se dibattiamo ancora e per le cose che proverò a dire, se me le ricordo tutte, non c’è una soluzione che è valida per tutte le prospettive.

Io voglio fare una premessa per sgomberare subito il campo che giustamente il presidente faceva riferimento alle visioni storicamente che vengono attribuite ad una visione politica di centrodestra o di centrosinistra sui temi dell’accoglienza, dell’integrazione e quant’altro.

Io mi vanto e sono orgoglioso di far parte di un governo che sui temi dell’integrazione, quindi sulla visione pragmatica, reale, concreta di quella che è l’importanza dell’integrazione, parliamo di immigrati, ma varrebbe un po’ per tutte le categorie sociali, ha investito profondamente perché noi, a fronte di un’azione molto forte che ha citato il presidente, di tentativo di contenimento degli arrivi irregolari, però abbiamo messo in campo, lo voglio ricordare, non senza qualche problema di confronto su quella che è l’opinione pubblica che solitamente sostiene i partiti che sostengono questa maggioranza di governo. Abbiamo messo una programmazione su due trienni di ingressi regolari che sono quasi 1 milione di posti di lavoro in più.

Abbiamo fatto di più, abbiamo, ricorderete forse, da notizie di cronaca prese un po’ alla spicciolata, abbiamo fatto in modo che per evitare quello che accadeva nel passato, che questi posti che venivano messi a disposizione, i decreti flussi famosi, volgarmente rappresentati con questa definizione, per evitare che finissero nella sostanziale inutilità, perché diventavano prede di organizzazioni criminali che in qualche modo li utilizzavano strumentalmente. Adesso non sto qui a dirvi perché ci vorrebbe un panel apposta, che cosa facevano, quindi finissero in mano a organizzazioni che in qualche modo favorivano illegalmente l’ingresso sul territorio nazionale e quindi erano meno serventi sulle reali esigenze del mercato del lavoro.

Abbiamo adottato delle cautele organizzative, anche un intervento normativo per fare in modo che questi numeri siano piena e totale espressione della volontà di favorire degli ingressi per motivi di lavoro, perché io sono, in gran parte, molto convinto che il tema del lavoro è un fattore importantissimo di integrazione. Poi però dirò qualcosa su questo.

Quindi abbiamo, credo, me ne darai atto, credo, con una programmazione su due trienni che mai nella storia repubblicana era stata adottata. Questo è un governo che ha programmato su due trienni l’ingresso di 927.000 nuovi ingressi di immigrati per inserirli nel mercato di lavoro, secondo quella che era anche l’incrocio tra la domanda e l’offerta, quindi la domanda di posti di lavoro che ci veniva dal sistema economico.

Potrei citare altre esperienze che sono in qualche modo esemplificative di una visione positiva dei temi dell’integrazione.

Pochi dicono, il presidente forse lo sa, il Ministero dell’Interno ha, tra i vari strumenti finanziari, il Fondo Asilo Migrazione e Integrazione, che eroga su una programmazione su 7 anni circa 1 miliardo di euro su progetti variamente declinati a beneficio degli enti territoriali sui territori per sostegno alle politiche migratorie di cui il 40%, quindi 400 milioni, sono destinati proprio a progetti destinati all’integrazione.

Ma potrei continuare sui posti che noi abbiamo nei SAI, tutti i progetti che anche in accordo diretto con alcuni enti territoriali facciamo. Abbiamo sottoscritto un accordo con l’UNHCR addirittura per fare sul modello di quello che avevamo fatto con comunità come quelle di Sant’Egidio, le chiese evangeliche sui corridoi umanitari, abbiamo fatto un protocollo che prevede la possibilità di incrementare e implementare i corridoi per motivi lavorativi da determinati paesi.

Questo lo dico per dire, non per appuntarmi la medaglietta sul petto, ma per dire che parliamo da rappresentante di un governo che con i fatti ha dimostrato di avere il tema dell’integrazione in cima all’agenda dell’azione di governo su questo tema. Potrei continuare su altri esempi e tuttavia credo che se noi agganciamo meritorie tutte le iniziative pratiche che avete adottato, ma se noi agganciamo il tema dell’integrazione solo ai temi del lavoro, il lavoro è importantissimo, ma non esaurisce, secondo me, il tema dell’integrazione, perché vorrebbe significare che noi abbiamo una visione esclusivamente economicistica di quello che è un fenomeno epocale, quello delle immigrazioni che ha sempre, come diceva il presidente, caratterizzato le società che si modellavano con i flussi migratori.

Quindi io sono d’accordo, immaginare di potere erigere dei muri è solamente illusorio, oltre che caratterizzato poi da valori o disvalori morali, a seconda di come la si vede, ma è profondamente illusorio. L’umanità si è modellata sempre con i flussi migratori, con i movimenti delle persone, quindi erigere dei muri è praticamente inutile.

Però questo non deve esonerare i governi a non tentare di governare questi processi epocali, perché dobbiamo essere noi, non i trafficanti di esseri umani, a decidere quali sono le politiche di ingresso sui territori di paesi come il nostro.

Qui vengo al dunque, cerco di correre perché vedo che il tempo fugge. Vedi, presidente, tu hai ragione. È in una logica, è in un frammento di dire: ma chi è qui e dimostra poi di volersi integrare e seguire dei percorsi, perché non gli devo dare un permesso per merito? Preso così come singolo caso, hai anche una qualche ragione. Peraltro il nostro ordinamento non è che non preveda in alcuni casi l’opportunità che questo si possa fare, ma nello stesso tempo però noi non possiamo creare un sistema di canali d’ingresso alternativi a quelli che normativamente sono previsti e che, lo ricordo e non è polemica politica, non ha cambiato nessun governo, neanche a guida del partito politico a cui tu fai riferimento.

Nessuno l’ha mai cambiato perché evidentemente c’è un qualche problema a dire: “Vabbè, arrivate qui in qualche modo, anche a costo, e lo ripeto, lo sottolineo sempre, di rischiare la vita per opera di trafficanti senza scrupoli e spietati, come è successo di recente, arrivate qui in qualche modo, fate una sorta di camel trophy, se riuscite a superare la grande prova della traversata pericolosa, poi in qualche modo, se dimostrate che avete del merito e ci mancherebbe altro, noi in qualche modo vi regolarizziamo”. Avremmo mezza Africa che cercherebbe di trasferirsi qui, ovviamente. Tant’è vero che questo non solo non è stata adottata come regola da nessun governo precedente a guida anche di ispirazione politica diversa, ma da nessun governo. Cito le normative europee: sarebbe fortemente censurato persino dall’Unione Europea. L’Unione Europea, pochi lo raccontano, censurò governi precedenti, quelli immediatamente precedenti al nostro, perché fece una sanatoria e ci disse: “Basta con le sanatorie, non potete creare”. Quindi non l’ha fatto nei confronti del nostro governo e l’ha fatto l’Unione Europea.

Non potete creare un sistema alternativo di ingresso a quello che le normative europee in qualche modo prevedono e non dovete incentivare gli irregolari. Quindi questo è un sistema molto complesso. Quando ci arriveremo, presidente, probabilmente, quando avremo sconfitto l’immigrazione irregolare, quando avremo sconfitto gli arrivi gestiti solamente dai trafficanti.

Però se esiste tutto un mondo istituzionale e culturale che si mette di traverso, lascia stare il progetto dell’Albania, ma sull’applicazione di norme che prevedono la procedura accelerata di frontiera e quindi la gestione immediata della valutazione del diritto a entrare o meno secondo le normative internazionali. Quindi il sabotaggio sistematico che è stato fatto di questo tentativo del governo di sposare in anticipo che dall’anno prossimo diventeranno cogenti in tutta Europa, quindi imposte dall’Europa. Se quindi viene sabotato ogni progetto, sabotato intendo dire contrastato culturalmente, ideologicamente, istituzionalmente, ogni progetto a dire: “Bene, affermiamo un sistema che ha delle regole ben chiare su come si arriva sul territorio nazionale e dopodiché pratichiamo tutto quello che dici sul tema del merito”.

Aggiungo, è tanto vero che secondo me non bisogna dare una connotazione esclusivamente economicistica al tema dell’integrazione e che vi cito un dato da cui partire. Io, da quando sono ministro di questo governo, quindi ormai siamo quasi a 3 anni, due anni e mezzo, mi è capitato di espellere per motivi di sicurezza nazionale più di 200 cittadini stranieri, alcuni ai quali preventivamente, in base alle leggi che abbiamo fatto, abbiamo preventivamente revocato la cittadinanza italiana che nel frattempo gli avevamo concesso. Sono quasi tutti i casi in cui da evidenze oggettive si è scoperto che avevano tendenze di radicalizzazione, di proselitismo, di matrimonio con cause terroristiche e quant’altro.

Ben 200 persone e tanti altri fenomeni intermedi, senza arrivare a questi estremi, evidenziano che il lavoro non basta per dare integrazione, come non basta un foglio di carta. Noi a volte viviamo, secondo me, l’illusione un poco ipocrita, se me lo concedi: “Basterebbe, sarebbe facile per tutti. Gli ho dato un permesso di soggiorno e ho risolto il problema dell’integrazione”. Non è così. Il permesso di soggiorno, se vi dessi i dati della conversione dei permessi di soggiorno per protezione internazionale in occasione dei rinnovi per motivi di lavoro, vedreste percentuali irrisorie rispetto all’idealizzazione di un percorso lineare di integrazione. Ti ho dato un permesso e quindi ti integri. Io dico una cosa, ma non per fare demagogia: chi sceglie di venire da noi in Occidente, in Europa, lasciamo stare l’Italia, in Europa, lo fa perché sceglie la nostra libertà, la nostra democrazia e la nostra società eguale e plurale, non solo il nostro mercato del lavoro.

Se noi dimentichiamo questo, non avremo mai processi di integrazione compiuta. Questo lo dico perché, faccio un esempio banale, un’esemplificazione. Se un episodio di negazione, per esempio, dei diritti ad una vita civile paritetica a quello dell’uomo, viene rivolta ad una donna, nel nostro paese molto spesso, se questo viene fatto in nome del patriarcato tradizionale italiano, europeo, diventa un episodio censurabilissimo e giustamente stigmatizzato sotto tutte le latitudini.

Se avviene sotto l’egida di una religione che è diversa dalla nostra, si dimentica che ci sono stati addirittura dei pronunciamenti giurisdizionali che in qualche modo l’hanno tradotti in una causa esimente. Allora dico questo per dire cosa? Attenzione, noi dobbiamo avere l’orgoglio di affermare che nel nostro paese si viene non solo per il mercato del lavoro e per come organizziamo il mercato della formazione e del lavoro, ma anche perché veniamo apprezzati, e di questo ce ne dobbiamo compiacere, non dobbiamo erigere dei muri ai nostri concetti di libertà, di democrazia e di uguaglianza. Questo non dimentichiamolo mai.

Chiudo dicendo, come dicevo, quindi io sono pienamente d’accordo che troveremo avremo un sistema compiuto quando questo sistema di merito che io sposo appieno però possa associarsi ad una più o meno definitiva, come diceva il presidente. Sarà sempre utopistico immaginare che non ci sia mai anche un solo ingresso irregolare, ma avremo un sistema in qualche modo che avrà risolto definitivamente questo vergognoso traffico di esseri umani che è appannaggio dei trafficanti.

Chiudo davvero dicendo e questo perché, e lo ricollego al tema di dire: attenzione, quali sono le motivazioni per cui veniamo scelti. Io da prefetto di Roma constatavo dai dati che mi portavano che molto spesso soprattutto i minorenni arrivavano già col bigliettino. Ci fu l’anno che arrivarono molti dalla Costa d’Avorio, dal Ghana, soprattutto dal Corno d’Africa, arrivavano già col bigliettino a chi si dovevano rivolgere: a San Basilio, a Tor Bella Monaca, alle principali piazze di spaccio per fare neanche operazione di partecipazione allo spaccio della droga, ma anche solo di sentinelle delle piazze di spaccio, guadagnando più di 100 euro al giorno.

Allora, se noi non abbiamo contezza di come dobbiamo contrastare in maniera netta tutto quello che, ripeto, parte da una visione proprio di ingresso legata a temi economici, ma del tutto illeciti, neanche illegali, illeciti, ma anche in generale al fatto che non basta un’integrazione sul circuito economico, ma ci vuole una possibilità di sostenere un impegno di integrazione che si fondi soprattutto su una condivisione di valori e di convivenza civile e soprattutto dobbiamo fare in modo che i cittadini tradizionali, quelli italiani, non siano né spaventati, come diceva il presidente De Pascale, ma neanche possano avere la sensazione che ad altri venga data un’opportunità che ai loro figli non è stata mai data. Quindi noi dobbiamo cercare di conciliare e mi compiaccio infatti che questi processi di formazione di cui avete parlato, credo che siano indistintamente rivolti a tutte le persone.

Noi, come le dicevo prima in apertura, prima di venire qui, noi anche come Ministero ci siamo molto impegnati su iniziative che tematicamente si riconducono a questo tipo di esperienza. L’abbiamo fatto incentivando dei processi di formazione all’estero e creando per legge, il famoso decreto cosiddetto Cutro, creando per legge dei meccanismi di benefici di ingresso legati all’aver compiuto processi di formazione all’estero.

Abbiamo degli accordi con CNA in Egitto, con l’ANCE, l’Associazione Nazionale Costruttori Edili, in Tunisia. C’è stato un soggetto, un player importante del nostro sistema imprenditoriale, peraltro di proprietà dello Stato che è Fincantieri, che sta formando operatori, lavoratori per i processi di lavorazione a basso valore aggiunto, le saldature più quelle che non vorrebbe fare nessuno e che non si riesce neanche a meccanizzare e stiamo facendo questo tipo di lavoro.

Andate a vedere a Monfalcone che cosa fa Fincantieri su questo. Lo stiamo incentivando, incoraggiando, facendo in modo che chi segue i percorsi, quelli sì, acquisiscono dei meriti partendo dal loro territorio di origine. Io credo che se riusciremo tutti insieme a deideologizzare questo tema che è un tema epocale che riguarda tutti e riguarda il futuro di tutti noi, se ci riusciremo avremo fatto un bel servizio e forse finalmente riusciremo ad attuare tante delle idee che si compongono atomisticamente di tutti i grandi e rilevanti spunti che sono emersi anche da una discussione come quella di oggi.

Grazie.

 

ANDREA DELLABIANCA

Ringrazio il ministro Piantedosi per il suo intervento e anche tutti i relatori.

Mi sembra che in questo dialogo sia emerso evidente che questo non è un tema né ideologico né di difesa di schieramenti. Richiede una mossa di responsabilità di tutti e questa idea che il nostro paese possa essere scelto per un sistema di valori, un sistema valoriale ed economico, che diventi quella terra di opportunità che si diceva, ha a che fare inevitabilmente con una diversità e una fragilità che si riscontra, che ha bisogno di luoghi e relazioni.

Luoghi e relazioni che non hanno a che fare unicamente con una semplice generosità, ma hanno a che fare con una cultura valoriale che abbiamo e ha a che fare con un’organizzazione che occorre mettere in campo, un’organizzazione che ha bisogno di una programmazione non a domani, ma che sia una programmazione, come è stato detto, di due trienni, che ha a che fare non solo con il lavoro, ma con il tema della casa, con il tema dell’integrazione fra istituzioni, corpi sociali, profit e no profit, ha a che fare con l’impegno di ognuno di noi nel ruolo che ricopriamo, nel nostro compito quotidiano.

Penso che questo e questo dialogo di oggi faccia emergere questo come responsabilità di ognuno per affrontare un tema che ha a che fare con la vita dei posti, dei luoghi in cui viviamo, ma ha a che fare con tutti noi.

Per cui io ringrazio ancora i nostri interlocutori perché al Meeting si vive questa esperienza, di idee diverse ma che vengono poste con la voglia di comprendere, di imparare cosa dice un altro. Questo è un esempio che penso possa essere un primo fattore di lavoro comune e di lavoro interessante.

Mi permettete solo di fare l’avviso che il Meeting richiede, perché per fare tutto questo occorre che il Meeting possa esistere e occorre dare anche un contributo al Meeting. Ogni dono è un mattone nuovo per continuare a costruire insieme luoghi di incontro di bellezza e speranza. Lungo tutta la fiera si trovano le postazioni “Dona ora” caratterizzate dal cuore rosso e vi ricordiamo che la Fondazione Meeting è un ente del terzo settore, quindi chi sosterrà potrà usufruire dei benefici fiscali.

Ringrazio ancora tutti. Penso che abbiamo risposto, abbiamo provato a rispondere al tema del Meeting, i luoghi deserti costruire con mattoni nuovi e penso che sia stato un esempio importante e molto significativo.

Grazie ancora.

Data

23 Agosto 2025

Ora

17:00

Edizione

2025

Luogo

Sala Gruppo FS C2
Categoria
Incontri