CORPI INTERMEDI E SVILUPPO ECONOMICO: IL LAVORO PER UN NUOVO PATTO SOCIALE

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In collaborazione con Compagnia delle Opere

Pasquale Frega, presidente e amministratore delegato Philip Morris Italia; Daniela Fumarola, segretaria generale Cisl; Giovanni Liverani, presidente ANIA; Adolfo Urso, ministro delle Imprese e del Made in Italy; Alessandro Zehentner, presidente Snam. Modera Alessandro Bracci, vicepresidente Compagnia delle Opere e presidente e amministratore delegato Teddy Group

Il panorama economico italiano attraversa una fase di profonde trasformazioni che esigono nuove risposte. Al centro della discussione emerge la necessità di ridefinire il rapporto tra lavoro e sviluppo, superando le tradizionali contrapposizioni attraverso la ricerca di convergenze concrete. L’incontro si inserisce nel contesto della riflessione sul “Buon Lavoro”: uno stimolo positivo per immaginare forme inedite di collaborazione capaci di coniugare crescita economica e benessere sociale, ponendo le basi per un patto condiviso che sappia interpretare le sfide del presente e del futuro prossimo.

Con il sostegno di Cisl, Italian Exhibition Group
Con il contributo di Philip Morris Italia

Guarda l’incontro

 

Alessandro Bracci:  

Buongiorno a tutti, benvenuti a questo incontro dal titolo “Corpi intermedi e sviluppo economico: il lavoro per un nuovo patto sociale”. Grazie a tutti voi per essere qua e ringrazio in particolare i nostri ospiti che vado subito a presentare senza indugio. Comincio dal ministro Adolfo Urso, ministro delle Imprese e del Made in Italy, Pasquale Frega, presidente e amministratore delegato di Philip Morris Italia, Alessandro Zehentner, presidente di Snam, Daniela Fumarola, segretaria generale della Cisl e Giovanni Liverani, presidente di Ania. Questo incontro nasce fondamentalmente da due provocazioni. La prima è quella contenuta nel manifesto del buon lavoro, redatto da Compagnia delle Opere, che ha generato anche una bellissima mostra che potete vedere in C1. Il manifesto parte da una constatazione molto semplice, parte dalla rilevazione della crisi in cui è entrata la relazione tra chi il lavoro lo fa e chi il lavoro lo dà, tra lavoratori e datori di lavoro. Una crisi dovuta fondamentalmente a un disallineamento, a uno strappo nelle aspettative dell’uno e nella capacità di immedesimazione nelle aspettative dell’altro. Il manifesto del buon lavoro cerca di dare un’ipotesi per ricucire questa frattura, partendo da un presupposto, oserei dire, ontologico. Cito dal manifesto: “Con il lavoro la persona non solo trasforma la natura, ma realizza se stesso e costruisce la propria famiglia e la società”. Emanuel Mounier ci ha insegnato che “lavorare è fare un uomo al tempo stesso che è una cosa”. Questa è la prima provocazione. La seconda nasce dalla constatazione di un’altra crisi, che è quella della identità dei cosiddetti corpi intermedi, che sono tutte quelle aggregazioni che storicamente hanno avuto il compito di permettere la realizzazione, di permettere l’evoluzione della personalità dell’uomo dentro a un contesto sociale. Aggregazioni che sono garantite dalla Costituzione, valorizzate dalla dottrina sociale della Chiesa. Quindi oggi ci chiederemo assieme se ha ancora senso parlare di scopo sociale del lavoro e qual è il ruolo dei corpi intermedi in questo dialogo e che le aziende possono a loro volta essere dei corpi intermedi. Comincio con la prima domanda a Pasquale Frega, amministratore delegato di una multinazionale come Philip Morris che ha investito tantissimo in Italia. Molto probabilmente ci ha trovato del terreno fertile, sia in termini di umanità che in termini di relazioni. Parto dall’ultima cosa che dicevo: “Lavorare è fare un uomo al tempo stesso che è una cosa”. Come in Philip Morris questa frase trova riscontro nella vostra cultura aziendale? Se ci può fare qualche esempio. Grazie. 

Pasquale Frega:  

Innanzitutto grazie. Buongiorno a tutti e grazie per questa opportunità in questo Meeting bellissimo. Fra l’altro, grazie per questo tema che è un tema che mi appassiona particolarmente, che mi vede impegnato tutti i giorni. Io partirei dal fatto che siamo in un’epoca di grandissimo cambiamento perché, come lei sottolineava, c’è un tema che diventa sempre più centrale: quello della qualità della relazione fra il datore di lavoro e i lavoratori. Io vedo un grandissimo stimolo, soprattutto dalle nuove generazioni, dalle quali vedo emergere un tema centrale che è quello valoriale rispetto alla qualità del lavoro. Credo che questo sia uno stimolo importante che dobbiamo cogliere per superare questa fase e dare risposte in un momento storico nel quale, partendo dagli ultimi 30 anni, fra l’arrivo di Internet e la globalizzazione, gli schemi economici sono un po’ saltati. Esistono rischi, ma quando ci sono rischi ci sono anche grandissime opportunità. Tutto questo credo che debba tornare un po’ più centralmente nell’agenda che noi abbiamo tutti i giorni, che incontriamo tutti i giorni. Ripeto, lo stimolo che ci viene dalle nuove generazioni che ricercano una qualità del lavoro superiore, che amano lavorare per aziende che sono impegnate nel sociale, che sono impegnate nella sostenibilità, nelle politiche ambientali e tutto il resto. Credo che sia un qualcosa che dobbiamo cogliere, saper dare delle risposte. Io volevo partire con una piccola provocazione perché ho letto con molta attenzione il manifesto del buon lavoro e speravo di non trovare una parola che alla fine ho trovato proprio quasi nell’ultimo paragrafo: quella del concetto di dipendente. Questa è una parola che io ho bandito dal mio vocabolario da tanti anni perché credo, dipendente di cosa? L’azienda non è un’entità reale, un’entità astratta, che è la somma delle persone che lavorano in quell’impresa. È l’azienda che dipende dai suoi collaboratori, non viceversa. Dico questo per dire che io oggi ho la fortuna di lavorare per una realtà che ha di fatto messo le persone al centro. Philip Morris, come lei giustamente sottolineava, ha investito in questo paese tantissimi anni. Siamo partiti nel ’62 con 50 dipendenti. Oggi siamo capofila di una filiera che conta 44.000 persone e 8.000 aziende impegnate in tutta la catena di valore. C’è un tema centrale che è quello di porre appunto le persone al centro della nostra attenzione. Questo lo si fa in due modi: da un lato lo si fa applicando politiche molto avanzate da un punto di vista, ad esempio, di certificazione salariale, di uguaglianza fra uomini e donne, tutti i diritti al periodo di paternità e maternità portate al massimo, elementi forti di partecipazione, ma anche capendo una cosa molto chiara: che la motivazione di chi lavora in azienda, la partecipazione alla visione, la condivisione di quelle che sono le strategie dell’azienda, ha un risultato fantastico che è quello di vedere ciascuno impegnato doppiamente nel risultato dell’azienda. Questo modifica completamente quella che è la dinamica fra datore di lavoro e lavoratore. È questo che crea quella magia di un successo di un’azienda che va al di là delle dinamiche che oggi sembrano essere un po’ in crisi e che, quindi, vede un po’ tutti allineati, tutti remare nella stessa direzione, tutti impegnati a creare il valore che ci si aspetta. Credo che Philip Morris abbia anche, come capofila di questo settore, l’obbligo di vedersi impegnata tutti i giorni, anche, ad esempio, nel formare il management delle aziende che lavorano con noi, nel condividere quelle che sono le nostre practices che abbiamo tutti i giorni. Quindi io lo vedo anche dalla qualità dei colloqui, dei confronti che abbiamo con le sigle sindacali o con altre rappresentanze, che è stato creato questo modello di condivisione, questo modello di grande soddisfazione reciproca del modo in cui ci confrontiamo e collaboriamo tutti i giorni. Quindi via la parola “dipendente”, ma una parola di contesto essenziale che è quella di sentirsi tutti parte di un progetto ed essere impegnati per andare tutti nella stessa direzione. Questa è la filosofia con la quale tutti i giorni lavoriamo in Philip Morris. 

Alessandro Bracci:  

Grazie. Grazie mille. Credo che sia già stato cancellato dal sito la parola “dipendenti”. Dopo verificheremo. Passo ad Alessandro Zehentner, presidente di Snam. Leggendo sul vostro sito alla sezione “Lavora con noi”, leggo: “Cerchiamo persone che mettano in primo piano il benessere comune, sapendo che questo è il modo migliore per fare anche il proprio bene.” Molto interessante questa cosa che viene ripresa anche nel manifesto del buon lavoro quando si dice che occorre tornare a un lavoro in cui si è rimessa al centro la persona e la sua libertà nel contribuire al bene di tutti. Come si attua nel concreto in Snam questa proposta di lavoro per cui fare il bene comune coincide con fare il proprio bene? 

Alessandro Zehentner:  

Fare il bene, fare il bene comune vuol dire anche essere proiettati verso l’esterno dell’azienda, non solo internamente. Ogni nostro lavoratore rappresenta la società all’esterno per tutto quello che fa, per cui noi siamo attentissimi a che questo collaboratore sia contento, soddisfatto, perché poi quando lavora all’esterno parlerà del lavoro che porta avanti con orgoglio personale, lavoro di quanto anche l’azienda sta facendo per il bene comune collettivo, che per me è importantissimo in questo momento. Se mi permetti, alcuni numeri veloci. Snam non è molto conosciuta, non è conosciuta in Italia, magari non all’estero, ma non stiamo facendo forse abbastanza per farci conoscere. 3.900 sono i dipendenti che in questo momento lavorano in Snam, altri 1.700 verranno assunti a breve. Ho chiesto in questi giorni di avere i dati più recenti sui lavori. I lavoratori indiretti sono 28.500, i lavoratori indiretti che lavorano con Snam. È una realtà importante. Parlavi prima di corpi intermedi. I corpi intermedi sono importantissimi con gli enti pubblici, le aziende, i sindacati. Sfugge di più, se mi permetti, che bisogna anche aiutare i corpi intermedi a lavorare perché in questo momento, almeno per quanto riguarda le aziende che producono energia, il tema è difficile. Non si capisce a sufficienza quanto sia importante per tutti noi la produzione di energia. L’energia che tutti noi usiamo in questo momento, l’energia che usano le persone a casa, va prodotta, trasformata in alcuni casi, va trasportata, va stoccata e va utilizzata. Parliamo di centinaia di migliaia di posti di lavoro. Senza quell’energia, questa energia, perché è la nostra energia, il nostro stato, a sua volta le aziende non potrebbero lavorare. Parliamo di milioni di posti di lavoro. Forse dovremmo lavorare di più per permettere a queste aziende di lavorare con serenità e ai nostri lavoratori di lavorare con serenità. I nostri lavoratori sanno quanto sia importante produrre, trasportare, trasformare, stoccare e utilizzare bene l’energia. Lo stanno trasmettendo. Forse siamo noi aziende che non riusciamo a farlo a sufficienza, magari anche i mass media non lo stanno facendo bene. I nostri lavoratori lo sanno perché poi arrivano a casa e lo spiegano. Chiediamo aiuto perché la nostra popolazione italiana in questo momento, in particolare, deve capire quanto è importante lavorare con serenità, con una programmazione a breve, medio e anche lungo termine. Parliamo di lavoro perché qua non si scherza. Parliamo di lavoratori, di stipendi, di famiglia e di benessere di tutti noi. Senza energia non c’è benessere. Questa è la cosa più importante che in questo momento mi preme trasmettere. È un tema caldo e a volte toccare temi caldi dà fastidio, però credo che sia anche il momento di risvegliare le coscienze perché le persone lo capiscono se il tema viene spiegato. Io non voglio parlare solo dell’azienda che rappresento, credo di poter parlare a nome di tutte le aziende. C’è una forte sofferenza in questo momento perché non siamo abbastanza compresi e non riusciamo a dare ai nostri lavoratori tutto quello che vorremmo dare alle famiglie dei lavoratori, ma anche soprattutto a tutta la popolazione italiana. 

Alessandro Bracci:  

Grazie, perché ci fa capire questa sua risposta una cosa: che il nesso tra il lavoro quotidiano e il beneficio che questo lavoro produce fuori dall’azienda è una cosa che va condivisa, va ricordata, perché è il motore, appunto, di quella motivazione che anche Pasquale Frega prima citava. Passerei a Daniela Fumarola, segretario della Cisl. Cisl, un grande sindacato italiano di matrice cattolica, ha fatto tantissime battaglie negli ultimi tempi, ha preso anche delle posizioni molto coraggiose su tanti temi dello sviluppo del nostro paese. Poi parleremo anche un po’, accenneremo anche alla legge, alla vostra proposta che è diventata legge sulla partecipazione dei lavoratori alle imprese. Parto anche qui dal manifesto del buon lavoro dove si dice che il successo di un’impresa si misura dalla sua capacità di generare valore duraturo per tutti, per i lavoratori e per la società, non solo per gli azionisti. Come nella vostra visione questi desideri e aspettative dei lavoratori non solo non confliggono, non possono confliggere con la visione dell’azienda, ma costituiscono anzi il motore proprio da accendere per la rinascita di un buon lavoro in Italia a servizio della crescita del paese? 

Daniela Fumarola:  

Grazie. Grazie intanto e buon pomeriggio a tutti. Grazie per questa opportunità. Vorrei partire dallo slogan, dal titolo che avete dato a questo vostro Meeting, che noi guardiamo sempre con molto interesse perché è un grandissimo laboratorio, oltre che un luogo di incontro di diverse idee. È un laboratorio importante. Avete scelto: “Nei luoghi deserti costruiremo con mattoni nuovi”. Parto da questo per dire che in questa vostra scelta si concentrano due parole: umanità e rinascita, ovvero i rischi che noi in questo momento stiamo vivendo. Ovvero un’umanità che si sente molto fragile, è molto fragile, è molto a rischio, ma anche una possibilità di rinascita. Perché dico questo? Perché il tempo nel quale noi stiamo vivendo richiede un esercizio, ma richiede anche una responsabilità completamente diversa rispetto a quello che si è messo in campo fino a qualche tempo fa. Lei diceva: “Noi abbiamo fatto delle scelte impopolari”, e non sono state scelte semplici, ma le abbiamo fatte nella consapevolezza che nulla può tornare come prima. Siccome questo io credo che sia a maggior ragione importante in queste settimane che noi stiamo vivendo, ecco, noi non abbiamo l’esigenza di rattoppare delle mura preesistenti, noi invece abbiamo l’esigenza di costruire con mattoni nuovi. I mattoni nuovi sono una visione diversa che noi dobbiamo avere del nostro impegno, ma che chiediamo anche ai nostri interlocutori, a partire dal governo, ai corpi intermedi, quindi le nostre controparti tradizionali. È un terreno, appunto, sul quale questi mattoni nuovi rischiano di non assemblarsi se noi non esercitiamo una nostra azione. Una nostra azione che deve essere positiva sia all’interno dei luoghi di lavoro, ma anche fuori i luoghi di lavoro, come si diceva prima. Questo che cosa significa per noi? Significa partecipare, significa avviare una stagione completamente diversa, significa mettere al centro la persona, continuare a mettere al centro la persona. Noi, come diceva, ci ispiriamo anche alla dottrina sociale della Chiesa e quindi vorremmo con questa premessa cercare di costruire un’alba nuova nel nostro paese e fare questo significa per noi unire le forze, farlo insieme. Abbiamo lanciato e rilanciato anche nel nostro congresso la necessità di arrivare a un patto, a un nuovo patto sociale che possa tenere insieme i soggetti e quindi parti sociali, governo, assolutamente in piena autonomia e liberi di decidere cosa fare, ma cercando di unire gli obiettivi. Gli obiettivi che noi ci poniamo in questo momento sono delle risposte da dare ai lavoratori, ai pensionati, alle famiglie. I nostri obiettivi si incrociano con i contenuti del manifesto al quale si faceva prima riferimento, che noi abbiamo apprezzato quando lo avete presentato lo scorso anno, perché ci sono molti punti di convergenza fra quello che voi scrivete e quello che noi abbiamo rilanciato, appunto, al congresso. Allora fare un patto per noi significa mettere da parte ciò che ci separa, cercare obiettivi condivisi che devono prima di tutto immaginare un mondo del lavoro più una qualità del lavoro diversa, più alta, perché se il lavoro è un lavoro di qualità genera un prodotto di qualità, genera una tranquillità tra l’impresa e i lavoratori. Serve tanta formazione, serve innovazione, serve un’attenzione a tutte le fragilità, soprattutto giovani, donne, ma anche a quei lavoratori che sono impegnati in settori più esposti al lavoro nero, al lavoro sommerso. Penso all’edilizia, penso all’agricoltura, ma non solo questi. Qual è il filo che tiene insieme queste due macro questioni? È la partecipazione. Noi quest’anno abbiamo raggiunto, grazie all’impegno delle forze parlamentari che hanno creduto dal primo momento. Abbiamo raggiunto la nostra proposta di iniziativa popolare, diventata legge, la legge 76 che dà attuazione all’articolo 46 della Costituzione dopo 77 anni. Quindi la partecipazione dei lavoratori all’interno dell’impresa, ma anche partecipazione dal punto di vista proprio come approccio culturale, perché oggi nessuno può tirarsi indietro. Le sfide che abbiamo di fronte sono talmente complesse che ognuno ci deve mettere il proprio pezzettino. Partecipazione nelle imprese sostanzialmente significa quello che prima i nostri amici che mi hanno preceduta in Snam, in Philip Morris, in qualche modo già viene realizzato. Laddove la partecipazione si è realizzata, c’è un contesto lavorativo più accogliente, più tranquillo per i lavoratori, ma anche per l’impresa. La partecipazione qualifica l’impresa e qualifica il lavoro, mette nella condizione il lavoratore e le lavoratrici di compartecipare alle scelte, di decidere insieme e di realizzare quegli obiettivi che sono obiettivi poi comuni. Noi nella nostra cultura non abbiamo mai visto l’impresa come un nemico da abbattere, ma come un soggetto fondamentale, perché se c’è l’impresa c’è il lavoro, c’è il lavoratore e di conseguenza continua a esistere anche il ruolo del sindacato che penso che sempre di più debba essere protagonista di una stagione diversa. Oggi più che mai serve stare insieme, trovare i punti di convergenza, fissare degli obiettivi comuni e cercare di raggiungerli nel più breve tempo possibile. Grazie. 

Alessandro Bracci:  

Grazie. Grazie. Molto chiaro. Dopo torneremo su questo tema della partecipazione perché lei ha toccato un punto, secondo me, molto importante: che la legge è uno strumento, è un seme. Occorre poi capire su quale terreno viene accolto e poi parleremo di questo. Prendo però un’altra cosa che ha detto sul tema della formazione, sul tema dello sviluppo delle persone e delle competenze. Passo la parola a Giovanni Liverani, presidente di Ania. Ania nasce fondamentalmente nel dopoguerra per dare alle imprese assicuratrici una sorta di base per poter costruire le competenze, le formazioni, le professionalità dentro a quel mondo. Parto però anche qui dal manifesto del buon lavoro. La migliore organizzazione, dice il Manifesto, è quella che mette al centro, insieme allo sviluppo dell’impresa, lo sviluppo dei propri collaboratori, ottenendo così il massimo per l’impresa e per la persona. Qui sempre l’impresa e la persona. Come Ania oggi continua a svolgere questa funzione di corpo intermedio atipico, un’associazione di imprese assicuratrici che nasce per generare competenze? Come ancora lo svolge? Qual è la prospettiva, secondo lei, di questo dibattito? 

Giovanni Liverani:  

Innanzitutto grazie per l’invito e soprattutto complimenti all’organizzazione per questo Meeting, nel quale vedo molta partecipazione, energia, entusiasmo. Sono stato assente dall’Italia all’estero, in varie giurisdizioni, per molti anni e quindi questa è la mia prima volta e sono veramente molto colpito e ammirato da questa iniziativa. Ania è un’associazione che rappresenta il settore assicurativo, che è un settore molto importante del sistema socioeconomico italiano perché raggruppa tutte le compagnie di assicurazione che raccolgono 150 miliardi di euro di premi all’anno, investono oltre 1000 miliardi in investimenti nel debito pubblico, nell’economia reale, in obbligazioni, eccetera. E dà lavoro a circa 45-46.000 dipendenti diretti e circa 300.000 dipendenti indiretti. Per noi come settore assicurativo l’elemento primario, il mezzo di produzione principale, in realtà non è il lavoro, ma è il capitale, perché senza il capitale l’assicurazione non si può fare. L’assicuratore deve essere in grado, in qualsiasi situazione, in qualsiasi scenario, anche nei più stressati, di essere capace di venire incontro alle promesse fatte a suo tempo ai propri clienti e quindi per fare questo ci vuole capitale accantonato e per avere il capitale accantonato ci vuole un ritorno sul capitale che è un po’ il fil rouge di tutte le compagnie di assicurazione. È sufficiente il ritorno sul capitale? No, è una condizione necessaria, ma ci sono altri stakeholder, come si usa dire oggi, altri soggetti che bisogna conquistare. Non basta produrre profitti per fare in modo che il capitale sia disponibile per poter operare, ma bisogna anche tener conto che ci sono dei soggetti come, ad esempio, le istituzioni, lo Stato che mettono a disposizione le infrastrutture, il quadro normativo, il quadro fiscale in cui operare. Ovviamente i clienti, che sono quelli che poi alla fine comprano i prodotti per poter fare in modo di coprire i costi e garantire quel margine di profitto che serve agli investitori per concedere il capitale alle compagnie. Ultimi, ma non meno importanti, i collaboratori. I collaboratori mettono a disposizione delle imprese di assicurazione una cosa molto più importante delle precedenti: il proprio tempo, il proprio tempo negli anni migliori della loro vita, nelle ore migliori del giorno. Quindi dobbiamo cercare di conquistarli con delle condizioni che siano attrattive rispetto ad altre alternative di lavoro. Da questo punto di vista Ania è il soggetto che con le parti sociali, con i sindacati, con i rappresentanti del lavoro negozia il contratto collettivo nazionale di lavoro, che per quanto riguarda il nostro settore è un contratto, direi, abbastanza rappresentativo del buon lavoro, del lavoro buono. Alcuni dati: nonostante le ristrutturazioni che ci sono e che ci saranno nel settore, finalizzate all’aumento della produttività, noi negli ultimi 5 anni abbiamo aumentato i livelli occupazionali del settore. I nostri contratti, i nostri dipendenti del settore sono nel 98% collaboratori inquadrati con contratti a tempo indeterminato, quindi non ci sono questo pullulare di stagisti o di contratti a tempo determinato. Da un punto di vista delle condizioni collaterali rispetto alla retribuzione, che già è una retribuzione relativamente migliore di tanti altri settori, abbiamo tutta una serie di garanzie che offriamo gratuitamente ai nostri dipendenti nell’ambito del welfare: le polizze sanitarie, le polizze sulla copertura della non autosufficienza, sia durante il rapporto di lavoro sia, molto più importante, dopo il rapporto di lavoro, durante la fase di pensionamento. Tutto questo evidentemente nasce dalla consapevolezza che è una fortissima e importante forza che noi dobbiamo convincere, conquistare per fare in modo che questo settore si sviluppi, cresca e produca i risultati che evidentemente dobbiamo produrre. Importantissimo è quindi l’aspetto contrattuale, ma altrettanto importante è l’aspetto motivazionale. Oggi le cose stanno cambiando, sono cambiate. È importantissimo dare una buona remunerazione, un buon lavoro, un lavoro buono in termini di condizioni contrattuali del rapporto di lavoro, ma è molto importante anche dare uno scopo. Lo scopo evidentemente si fa con le dichiarazioni, ma si fa anche con i fatti. Il settore assicurativo negli anni è cambiato moltissimo. Esistono ancora molti pregiudizi nei confronti della categoria degli assicuratori, ma posso dire che se 40 milioni di veicoli girano in Italia oggi e 40 milioni di persone che li guidano possono tranquillamente guidare senza avere il rischio di finire in rovina economica per colpa di un incidente banale, ma che potrebbe sicuramente rovinare altre famiglie, lo devono anche al settore assicurativo. Liquidiamo ogni anno milioni di sinistri e proteggiamo milioni di imprese, di famiglie e lo facciamo evidentemente non soltanto per garantire un’azione sul capitale investito, ma anche per svolgere un ruolo sociale. Questo ruolo sociale è lo scopo che motiva molto i nostri collaboratori. 

Alessandro Bracci:  

Grazie. Molto interessante. Questa è il terzo, come dire, è il terzo segno della stessa strada che tutte e tre le grandi imprese che sono qua dicono, che il tema proprio della motivazione oggi sempre più diventa la capacità di far percepire il nesso del bene che si fa attraverso il proprio servizio o il proprio prodotto con il proprio lavoro. Questo mi sembra uno spunto molto interessante che poi è ripreso anche molto dalla mostra. Veniamo al nostro ministro Urso. Per fare del buon lavoro ci vogliono delle buone imprese, ci vogliono dei buoni lavoratori, ma ci vuole anche un buon governo e un buon governo che in un momento come questo ci accompagni in una sfida competitiva internazionale che è veramente complessa. Lei sta conoscendo, ha conosciuto tantissime imprese in Italia. Se dovesse definire con poche parole qual è il genio delle imprese italiane e come questo genio guida la sua azione di governo? 

Adolfo Urso:  

Innanzitutto grazie ancora una volta dell’invito che mi avete fatto a partecipare a questo importante e significativo Meeting che ormai nei decenni segna la storia culturale e politica del nostro paese. La prima caratteristica che è emersa in tutta evidenza, con sorpresa da parte di tanti attori internazionali, nelle imprese italiane è la loro resilienza, la capacità di non perdere la speranza. Le imprese italiane sono quelle che hanno meglio saputo reagire alla crisi internazionale in atto e lo dimostrano tanti dati, perché sono più resilienti di altri, non hanno mai perso la speranza e nel contempo hanno saputo evidenziare quella che è forse la principale caratteristica di questo paese, della nostra nazione italiana: la creatività, tanto più evidente nei momenti di crisi. Essere creativi, significa certamente far emergere l’identità di questo Paese e la sua capacità di innovare continuamente. Quindi, se devo enucleare alcuni termini che caratterizzano le nostre imprese: resilienza, creatività, quindi identità e innovazione, non perdere mai la speranza. Io credo che questo sia anche l’essenza del Meeting di quest’anno, tanto più che avete voluto fare una parte preliminare. Non a caso questa mattina, mettendo insieme una madre palestinese, una madre israeliana, ferite, vittime con la loro famiglia di una guerra devastante, per dare il segnale che non bisogna mai perdere la speranza. Così si può costruire la speranza e si deve costruire la speranza. Tanto è vero che qualcosa si è riusciti a fare in questa legislatura. Non è un caso, perché la legge sulla partecipazione dei lavoratori, alla condivisione, alla gestione delle imprese, che era un sogno dei costituenti, è stata realizzata in questa legislatura. Dopo quanti decenni? Siete riusciti a raggiungere questo obiettivo che era un sogno dei costituenti. È stato possibile perché in Parlamento c’è una forza guida prevalente, Fratelli d’Italia, che ha sempre creduto nella partecipazione dei lavoratori all’impresa, altrimenti non sarebbe stata possibile. È stata possibile perché vi è un leader che ha saputo raccogliere al meglio, e pochi tra voi ci credevano, il testimone di Mario Draghi. Il fatto stesso che questo Meeting si aprirà ufficialmente tra poco con Mario Draghi e si concluderà con Giorgia Meloni, segna il successo dell’Italia in questi 3 anni. Il testimone tra un uomo sicuramente importante e significativo, un grande leader europeo che aveva però una zavorra sulle spalle che poi l’ha costretto a rinunciare alla guida del governo: una zavorra sulle spalle fatta da una coalizione impossibile dove era tutto il contrario di tutto. Nonostante questo, lui è riuscito a portare avanti il nostro paese con una zavorra sulle spalle. Ha passato il testimone a un leader invece che ha dietro di sé una coalizione coesa che governa il nostro paese da quasi 3 anni, segnando una fase del tutto diversa in Europa. Se ci raffrontiamo con gli altri governi della nostra stessa Unione Europea, ci accorgiamo che l’Italia è diventato il paese più affidabile in Europa, più credibile in Europa. È per questo che gli investitori stranieri stanno accorrendo nel nostro paese. Qui c’è l’esempio di Philip Morris, ma prima ho incontrato Amazon. Lo scorso anno, per la prima volta nella nostra storia, noi abbiamo ottenuto 35 miliardi di euro di investimenti in Greenfield, 10 in più della Germania e della Francia, segnando un’inversione storica perché siamo diventati il paese più affidabile con una capacità di governo continuativa che dà stabilità, sicurezza, certezza e che sa cos’è il Paese. A me ha colpito in uno dei vostri stand, e lo facevo notare prima, che c’era scritto che il lavoro è importante il lavoro che si fa, ma forse è ancora più importante con chi lo fa“. Con chi si fa quel lavoro? In quale azienda, con chi altri? Il “con chi” è la differenza che fa la forza del nostro paese rispetto ad altri contesti sociali ed economici. Di qui la forza degli 8.000 comuni italiani, alcuni leader anche economici e produttivi. Nessuno mai si immagina che una multinazionale possa nascere in una valle delle Alpi. Sarebbe irrealistico in altri paesi, lo è in Italia con i distretti industriali che sono localizzati nelle valli delle montagne, nelle aree interne del paese. 8.000 comuni, che sanno fare cosa? Ogni cosa che serva alla persona. Il Made in Italy si caratterizza per essere il migliore nel mondo sulle cose che servono davvero la persona, la centralità della persona. L’alimentazione, ciò di cui ci si nutre; l’abbigliamento, ciò di cui uno si veste; l’arredo, l’ambiente intorno a noi. Perché siamo leader in quello che serve alla persona, perché il concetto di persona è nato qui, prima con il cittadino romano e poi con la civiltà cristiana. È nato qui in questa terra e questo è quello che ognuno ci riconosce e sempre più. E concludo, perché il tempo è scaduto. Mi ha colpito nella mia infanzia una favola: la favola di Pinocchio. Cos’era quella favola che ha segnato l’unità del paese? La favola di Pinocchio era “fare un uomo, fare una cosa”. L’artigiano, non a caso un artigiano, non a caso un falegname, come Giuseppe che fa una cosa e quella cosa diventa una persona. In quell’artigiano che fa una cosa e quella cosa diventa vivente, vi è la civiltà del nostro paese di cui dobbiamo essere orgogliosi. Io credo che l’orgoglio dell’Italia sia tornato nel mondo. 

Alessandro Bracci:  

Grazie. Grazie ministro che ha accolto due aspetti che nella mostra sono molto presenti che sono, appunto, questo del “lavorare con chi”, di cui adesso cominciamo a parlare, e bellissima la metafora di Pinocchio perché è proprio la partenza con cui abbiamo cominciato questo incontro: Fare una cosa è allo stesso tempo fare un uomo“, come diceva Mounier. È molto bella. Io coglierei questo spunto per prendere, quando si parla di buon lavoro, ovviamente ci vogliono degli strumenti. La legge sulla partecipazione è, come si è già detto, una grande conquista del nostro paese, ma è uno strumento. Come ogni strumento va utilizzato, va accolto e ci vuole una cultura di impresa per accoglierlo, perché senza una cultura di impresa disponibile ad accogliere gli strumenti, i percorsi che sono dentro questa legge, quella legge rimarrà una bellissima esperienza narrativa. Ecco, io chiederei a Pasquale Frega, cominciando da lui, qual è la cultura di impresa necessaria da sviluppare per poter cogliere le opportunità di questa legge? 

Pasquale Frega:  

Esistono tre modelli organizzativi vincenti che conosciamo da diverse migliaia di anni. Uno è la Chiesa dove c’è un comandante supremo che riceve i poteri dall’alto. L’altro è l’esercito, gli eserciti nei quali c’è una gerarchia chiara e non si discute la decisione di chi sta sopra di te. Il terzo sono le imprese che sono nate con la filosofia della Silicon Valley, dove, per l’esigenza di creare innovazione, di una cultura di innovazione diffusa, si è passati oltre un modello organizzativo manageriale dove, appunto, chi sta al vertice dà la direzione di impresa e gli altri sono degli esecutori. A me piace pensare a un modello di impresa su questo schema perché le sfide che oggi sono dettate a livello globale derivano proprio dalla capacità di essere resilienti, come diceva il ministro, di essere innovativi, creativi. Quindi di avere un’organizzazione che veda tutti impegnati non solo nel conseguire il risultato, ma anche nell’immaginare e pensare come il risultato possa essere raggiunto. Philip Morris ha fatto una trasformazione, per chi non dovesse saperlo, negli ultimi anni direi epocale, ha deciso di andare contro la propria storia e abbandonare il fumo per creare un mondo senza fumo. La formazione ha raggiunto dei livelli inaspettati. Tutto questo è dovuto al fatto che si interpreta questo tipo di filosofia aziendale in questo modo. C’è una libertà di pensiero, una libertà di azione, una libertà decisionale, una catena decisionale che è molto più vicina all’azione, a dove accadono le cose, rispetto a chi invece magari vive un po’ più lontano e non sa e non conosce bene la realtà, ad esempio, di ciò che accade sul territorio. Questo ha due effetti. Il primo, ovviamente, questa partecipazione diffusa all’iniziativa, alla creatività, alle decisioni, crea molto ingaggio e ne facevamo riferimento prima. Io, pur lavorando per una grande azienda, sono ammirato dalle 380.000 piccole e medie imprese italiane che sono la vera ricchezza di questo paese, proprio perché rispondono ai criteri che sto provando a elencare e del quale il ministro prima ha fatto chiaramente riferimento. Dall’altro poi c’è, se sei un’azienda di successo che ottiene risultati, ovviamente la parte premiale, la capacità o la possibilità di tutti ai risultati aziendali, diventa comunque uno strumento messo in campo. Quindi, pur essendo impegnati da anni su questo tipo di approccio, la recente approvazione della legge 76 è stata accolta con molto favore perché ci darà uno stimolo ulteriore non solo a provare a fare sempre meglio, ma anche a condividere con le 8.000 imprese della nostra filiera quali sono le nostre practices con la speranza che possano essere adottate. Tema importante, tema fondamentale e tema che credo veramente distingua le aziende che hanno una visione strategica di lungo periodo con chi invece è focalizzato sul breve, prova a massimizzare i risultati del breve periodo, ma non si costruisce un futuro. 

Alessandro Bracci:  

Grazie. Giro la stessa domanda al dottor Zehentner. Quale cultura di impresa serve sviluppare per poter accogliere l’opportunità di questa legge? 

Alessandro Zehentner:  

Per quanto riguarda Snam, io sono orgoglioso di portare a conoscenza tutti voi di quanto abbiamo fatto in questo periodo. Parliamo di un mese fa, perché è un qualcosa di recentissimo per coinvolgere maggiormente e ulteriormente i nostri dipendenti. Mi piace poter dire che questa proposta è stata appoggiata da praticamente dal 99% dell’assemblea degli azionisti. Anche i “cattivi” investitori esteri, sto scherzando tra virgolette, hanno approvato questo piano. Lo dico in maniera proprio orgogliosa, hanno votato questa proposta che già è attuativa, sta funzionando. In questi giorni stiamo raccogliendo le adesioni dei nostri lavoratori, di tutti i nostri lavoratori. Lavoriamo con l’azionariato diffuso. Praticamente coinvolgiamo i nostri lavoratori, siamo una società per azioni, siamo quotati. Facciamo in maniera tale che i nostri lavoratori, a partire dagli operai agli impiegati fino ai dirigenti, diventino azionisti. Vengono premiati, per cui chi aderisce, facciamo l’esempio, un giovane impiegato entra in azienda, aderisce a questo piano di azionariato diffuso, gli vengono regalate 250 azioni solo per aver aderito. Gli viene regalata una ogni quattro azioni acquistate, che sono tantissime. Verrà premiato, se tiene questa azione 3 anni, di nuovo un’azione ogni quattro, cioè il 25% di premio. Se trasforma parte del proprio TFR in azione, di nuovo viene premiato un’azione ogni quattro. Parliamo del 25% di premi ogni volta che è tantissimo e con nostra grandissima soddisfazione, visto che sono già centinaia i lavoratori di tutte le età che stanno aderendo e di tutte le fasce. Questo è il nostro orgoglio. Più che portare i lavoratori concretamente nell’azionariato, di più non si può. Questi saranno presenti alle prossime assemblee. Noi siamo felicissimi perché li conosciamo uno per uno. Io come presidente credo di poterlo dire, sono orgogliosissimo di andare nei vari distretti e vado a conoscere ogni singolo lavoratore, da chi mi apre la porta quando entro con la macchina fino al massimo dirigente del distretto. Li voglio conoscere uno per uno. Sono contento quando li vedo di pensare: “Questi saranno a brevissimo, già lo stanno diventando in questi giorni, azionisti, saranno presenti nell’assemblea”. Io credo che più di così non possiamo farli partecipare perché sono seduti con noi a prendere le decisioni e avranno modo ovviamente di incidere in tutte le decisioni aziendali. Credo che questo sia concretezza e spesso abbiamo bisogno di concretezza. 

Alessandro Bracci:  

Grazie. Bellissimo esempio. Allora, se ci dà due battute dottoressa Fumarola su queste cose che sono appena uscite di spunto sulla cultura di impresa e la legge. Poi una domanda secca: ma qual è il contributo che ancora un corpo sociale come il suo può continuare a dare per essere di questo paese nel futuro? 

Daniela Fumarola:  

Mi pare intanto che le due imprese abbiano ben rappresentato il senso di che cosa può essere la partecipazione, che tipo di risultato può dare. Ci sono 150, noi abbiamo mappato 150 imprese che l’hanno realizzata prima ancora che noi facessimo, arrivassimo al risultato finale della legge. Mi pare che questi due esempi debbano essere delle buone pratiche da esportare, perché noi abbiamo sempre detto in questa lunga marcia della partecipazione che partecipare conviene. Conviene all’impresa, conviene al lavoratore sotto tutti i punti di vista. Mentre ascoltavo, pensavo all’importanza di decidere insieme, per esempio, su salute e sicurezza, che è la vera emergenza che noi viviamo nel contesto del mondo del lavoro. Quindi io credo che si possa fare sempre meglio, presidente, quindi credo che la strada imboccata sia quella giusta, ma si può sempre migliorare. Rispetto al nostro ruolo, fin quando c’è il lavoro, un’impresa, il lavoro e il lavoratore, il sindacato ha ragione di esistere. Io credo che a maggior ragione sia importante che esista un sindacato pragmatico, un sindacato responsabile, coraggioso, che fa del conflitto l’ultima arma da mettere in campo. Voglio specificare, precisare che spesso noi della Cisl siamo stati accusati di aver messo il conflitto in naftalina. Noi invece pensiamo che il conflitto, non lo abbiamo messo in naftalina, ma pensiamo di doverlo usare quando non abbiamo più margini per fare quello che ci siamo detti questo pomeriggio, lavorare insieme su obiettivi condivisi. C’è tanto bisogno di sindacato e noi ora apriamo una fase complessa. La prima sfida che abbiamo di fronte è la legge di bilancio. Noi al governo chiediamo al governo intanto di essere convocati e porteremo al governo le nostre proposte, a partire da un’attenzione diversa al ceto medio e alle famiglie che hanno sofferto in questo periodo più di altre categorie, verso le quali noi abbiamo provato già insieme al governo, con la vecchia legge di bilancio, a dare delle risposte. Serve mettere mano alle pensioni e mettere mano alle pensioni per la Cisl significa farlo insieme al sindacato. Dare risposte ai giovani, alle donne con Opzione Donna, cercando di renderla più facile, più appetibile, meno onerosa. Dare risposte a chi già è in pensione, dare risposte attraverso un intervento più incisivo sulla non autosufficienza, dare risposte sulla sanità, dare risposte, come dicevo prima, su salute e sicurezza. Questa è uno dei passaggi di questo lungo percorso che ci deve vedere arrivare all’anno prossimo. Il primo step è la manovra di bilancio con tante altre questioni sulle quali non mi attardo per necessità di tempo. Il secondo appuntamento che noi abbiamo è il 2026. Nel 2026 finisce l’applicazione del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Il 2026 è alle porte e quindi noi dobbiamo in questo arco temporale cercare di utilizzare al meglio tutte le risorse disponibili, cercare di riprogrammare quelle che non sono state utilizzate e che non hanno la prospettiva di essere utilizzate, quindi mantenere sempre un’attenzione alta verso le esigenze del nostro paese. Abbiamo però la necessità di concludere quel percorso e di legarlo anche alle risorse della coesione, perché noi abbiamo bisogno di far crescere il paese, abbiamo bisogno di unirlo, unirlo sul lavoro, unirlo sulle persone, sulle famiglie. Poi abbiamo il dopo PNRR. Cosa facciamo dopo il 2026? Perché questo è un tema che riguarda tutti quanti noi. Noi dopo il 2026 proponiamo il patto. Ritorno sul patto e ritorno su tre parole che per noi sono scelte politiche: concertazione, partecipazione e contrattazione. La partecipazione, ci siamo detti, può dare quelle risposte importanti dentro e fuori i luoghi di lavoro. Noi la partecipazione la immaginiamo e nella legge è scritto attraverso l’esercizio della contrattazione. I risultati che sono stati descritti dalle due imprese sono risultati che derivano anche da una contrattazione sartoriale fatta nei luoghi di lavoro, che è quella alla quale noi auspichiamo, cioè ogni lavoratore deve avere il diritto a una contrattazione di secondo livello, una contrattazione territoriale, una contrattazione aziendale, deve metterlo nella sua cassetta degli attrezzi. Quindi partecipazione che poi significa anche tanto altro. Contrattazione, come dicevo, concertazione. Noi abbiamo bisogno di unire le forze e farlo con tutti i soggetti riformisti, tutti coloro che pensano che attraverso un impegno e un esercizio di responsabilità quelle risposte alle persone e al nostro paese che il nostro paese richiede si possano dare. Grazie. 

Alessandro Bracci:  

Grazie. Grazie mille. Grazie mille per questo quadro molto chiaro di qual è il futuro del compito di un sindacato. Veniamo alla stessa domanda: ma un’associazione di imprese come deve evolvere per far fronte a uno scenario come quello che stiamo descrivendo? 

Giovanni Liverani:  

Io credo che ci si debba concentrare sul ruolo che un corpo intermedio come Ania deve svolgere. Naturalmente Ania continuerà a rappresentare gli interessi del settore assicurativo, è nata per questo ed è una delle sue attività principali. Ma cercheremo anche di porre molto più l’accento sul tema del rappresentare verso gli associati, quindi verso le imprese assicurative, le esigenze o le opportunità che vengono dal settore pubblico, dalle istituzioni, dalla società civile, dai lavoratori. Quindi corpo intermedio nel senso di un corpo che deve mediare tra gli interessi, evidentemente spesso di breve periodo, finalizzati alla generazione di utili delle imprese a fini di lucro, che sono i nostri associati, con le esigenze del sistema socioeconomico italiano. Laddove riuscissimo in questo intento, potrebbe aprire dei mercati nuovi molto importanti per il settore assicurativo, ma per l’Italia stessa, perché un’Italia più protetta è certamente un’Italia più competitiva e più forte. Cito solo tre esempi, non abbiamo il tempo di dilungarci. Il primo è quello relativo, è stato citato poco fa, anche a me prima, a un problema gigantesco che si sta piano piano ingigantendo ulteriormente: la non autosufficienza anziana. Qui ci sono delle risposte attive che possono essere messe in campo se da parte delle istituzioni ci sono delle condizioni normative e fiscali che possano favorire nello sviluppo. Il secondo tema è la sostenibilità del sistema sanitario nazionale, nella salute. Il sistema sanitario nazionale ci viene invidiato da tutto il mondo. Io ho vissuto spesso all’estero, quando avevo bisogno sono venuto in Italia a farmi curare. Ha due problemi. Il primo: che funziona benissimo da qualche parte, ma da molte altre parti funziona meno bene e questa è una cosa di cui noi non possiamo farci carico. Il secondo tema è il finanziamento del sistema sanitario nazionale che fa fatica e che la finanza pubblica non è più in grado di sostenere a lungo. Il settore assicurativo potrebbe fare moltissimo per intercettare la spesa privata dei cittadini che già oggi spendono oltre 40 miliardi di euro per curarsi privatamente e reindirizzarla su quelle strutture del sistema sanitario che funzionano e in questo modo ricatturando risorse che in questo modo sfuggono. Ultimo, ma non per importanza, è un tema molto recente su cui il governo, gli va dato atto, è stato molto coraggioso: il tema delle catastrofi naturali. L’Italia, purtroppo, dobbiamo ammetterlo, è un paese esposto alle catastrofi naturali. Il 93% dei comuni è in dissesto idrogeologico, il 40% del territorio presenta un rischio di sismicità medio-elevata. In questo è già stato fatto un grandissimo passo avanti perché si sono create le condizioni per assicurare tutte le imprese italiane in maniera tale da rendere queste imprese alla pari con le imprese tedesche, le imprese francesi con cui devono competere. Prima di questa legge solo il 7% era coperto. Oggi, nel momento in cui andrà a regime, il 100% delle imprese dovrà essere coperto. Questo ruolo, un ruolo di mediazione tra gli interessi collettivi e gli interessi privati, individuali delle singole imprese per fini di lucro, è quello che noi vogliamo spingere molto. 

Alessandro Bracci:  

Grazie. Grazie mille. Molto importante. Chiudiamo con il ministro. Allora, ha sentito tante imprese, ha sentito due che possiamo definire dei corpi sociali veri e importanti. Lei come uomo di governo cosa chiede perché la sua azione di governo possa essere aiutata a vincere queste sfide ai corpi intermedi oggi? Che spazio è disposto a lasciargli e che responsabilità gli chiede? 

Adolfo Urso:  

Io credo che la svolta possa essere proprio il patto sociale che avete proposto, che ci servirà a caratterizzare al meglio questa seconda fase, seconda parte della legislatura. Nella prima parte, in questi primi 3 anni, abbiamo garantito la coesione dell’azione di governo, l’unità di intenti e la condivisione che ci ha permesso di realizzare obiettivi importanti. Pensate, abolito il reddito di cittadinanza. In questi 3 anni sono stati creati 1.200.000 nuovi posti di lavoro e 1 milione e mezzo a contratto stabile, perché molti di coloro che avevano un contratto indeterminato lo hanno avuto finalmente stabile. Abbiamo anche invertito la tendenza ultradecennale sulla perdita di poteri d’acquisto delle retribuzioni dei lavoratori che lo scorso anno finalmente hanno riacquistato una parte di quello che avevano perso nei decenni precedenti, anche grazie ad alcuni contratti nazionali che io mi auguro siano sottoscritti gli altri velocemente, e il potere d’acquisto alle famiglie. Se vedete i dati, nel 2024 c’è stata la svolta, finalmente un’inversione di tendenza positiva nell’aumento delle retribuzioni che hanno recuperato qualcosa, non tutto, ma la strada è giusta, e nell’aumento del potere d’acquisto delle famiglie che hanno recuperato qualcosa. C’è ancora da fare, ma la strada è giusta e l’abbiamo fatto anche condividendo una politica industriale. Qui ci sono alcuni sindacalisti che io vedo quasi ogni giorno al Ministero in un clima di condivisione, di partecipazione. Tutti i casi di crisi nazionali che sono giunti al Ministero in questi 3 anni sono stati avviati a soluzione positiva senza licenziamenti. Non c’è stato un caso di licenziamento collettivo, ma un accordo dopo un confronto, talvolta anche dopo scioperi, ma un accordo sottoscritto dai lavoratori che ci ha permesso di portare a soluzioni crisi endemiche del paese. Pensiamo a Termini Imerese, a Piombino, a Piaggio Aerospace, crisi che duravano in alcuni casi da 10-12 anni, cassa integrazione perenne, l’umiliazione della cassa integrazione perenne. Abbiamo affrontato e risolto insieme crisi che sono sopraggiunte. Pensiamo a Becchi, con un accordo sottoscritto in un referendum con i lavoratori, l’88% ha sottoscritto i referendum, e tutti gli altri casi, uno anche qua vicino, La Perla. Nessuno pensava che fosse possibile, le lavoratrici hanno resistito con orgoglio e noi abbiamo trovato la soluzione migliore possibile. Investitori internazionali, Magneti Marelli, Crevalcore, Berco. Siamo ancora in lotta, ma i licenziamenti collettivi non ci sono più nel vocabolario di questo paese. Non era scontato. Ora si può fare il passo con un patto sociale e concludere la legislatura nel migliore dei modi. Unire il paese. Il governo ha dimostrato che si può lavorare insieme. E con il vostro patto sociale possiamo unire il paese, i vari attori, perché noi crediamo nei corpi intermedi. Qualcuno li voleva rottamare i corpi intermedi, e io l’ho detto ai sindacati nel primo giorno, l’ho detto alle associazioni di imprese, l’ho detto a tutti coloro che rappresentano lavoratori e imprese, qualunque forma esso abbiano, cooperative come grandi multinazionali. Tutti hanno gli stessi diritti in questo Paese, a prescindere dalla cultura politica che li muove. Abbiamo chiamato a raccolta le regioni e gli enti locali nel condividere questi patti che abbiamo sottoscritto al Ministero. L’ultimo, il più difficile, su cui c’è la grande sfida della rinascita industriale di questo paese, è il patto per Taranto. Il primo accordo dopo 15 anni, sottoscritto da tutti gli attori istituzionali e che deve essere ovviamente condiviso nelle norme, in forme in cui è possibile con i sindacati, perché la grande sfida non è facile, è titanica. Ma se riusciamo a Taranto a coniugare ambiente e impresa, salute e lavoro, se ci riusciamo lì dove ci sono state le più grandi ferite nel nostro paese, una divaricazione che sembrava incolmabile, vuol dire che abbiamo segnato la storia non d’Italia, ma la storia d’Europa. Per questo io credo che sia fondamentale la condivisione sindacale e mi appello al massimo senso di responsabilità. Se si raggiunge un patto sociale con le imprese e i lavoratori, io credo che possiamo concludere al meglio questi 5 anni di governo, segnando in questo modo anche la rinascita dell’Italia in Europa, perché quello che si può notare e tutti ormai lo notano è che l’Italia di Giorgia Meloni ha riaffermato il suo ruolo nel mondo, ha riaffermato il suo ruolo in Europa perché ha saputo dar vita, ha saputo far esprimere al meglio quella che è la natura del nostro Paese che tutti ci riconoscono: la capacità di comprendere le ragioni degli altri, di far partecipare gli altri alle scelte condivise. Che cos’è il Piano Mattei? E concludo, non è soltanto un riconoscimento a un uomo che ha per primo fatto capire agli altri che bisognava condividere l’energia anche a beneficio degli altri, ma è la capacità di questo paese di far capire nei momenti più difficili, e oggi il mondo è popolato da conflitti e quindi è il momento più difficile delle ultime generazioni, di far comprendere agli altri che bisogna farsi carico anche delle ragioni degli altri e, nel caso specifico del Piano Mattei, le ragioni dell’Africa, che è il continente del futuro. Questo segnale, che non è un segnale ma è una direzione di marcia, che è l’indicazione della strada da percorrere in ogni contesto, lo ha dato il governo italiano, l’ha dato l’Italia. Per questo noi siamo orgogliosi di dividere con voi l’ultima fase di questa legislatura. 

Alessandro Bracci:  

Grazie, grazie mille ministro, grazie mille a tutti gli ospiti. Concluderò velocemente perché molto probabilmente vinceremo il premio per il panel più puntuale del Meeting quest’anno. Veramente grazie. 

Data

22 Agosto 2025

Ora

13:00

Edizione

2025

Luogo

Sala Gruppo FS C2
Categoria
Incontri