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CARITÀ E GRATUITÀ: COSTRUIRE OGGI NEI LUOGHI DI CURA
In collaborazione con Medicina e Persona
Giovanni Cesana, medico; Debora Donati, Associazione Insieme a te, Faenza; Paolo Gardino, docente di scuola superiore. Modera Giorgio Bordin, presidente Medicina e Persona
Stare come curanti di fronte alla sofferenza e alla morte è arduo soprattutto da soli, oggi di più mentre diventiamo sempre più individualisti. Chi lavora in sanità vive un momento di smarrimento e disillusione legato sia alla perdita di senso, sia alla complessità crescente dei sistemi sanitari che modificano il modo di lavorare e la forma stessa della responsabilità. La cura nasce dalla carità, ma la carità si fa al malato, non all’azienda: come sta la gratuità insieme alla ricerca dell’equità nel lavoro? C’è ancora spazio per costruire: anzi è il momento di costruire.
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GIORGIO BORDIN
Buongiorno, benvenuti a tutti a questo incontro dal titolo “Carità e gratuità: costruire oggi nei luoghi di cura”. Perché abbiamo pensato a questo incontro in questa forma? La malattia ricorda agli uomini che abbiamo dei limiti, ricorda loro che c’è la morte e, a dispetto di quello che tutti oggi dicono, che non siamo autonomi. Se fossimo autonomi non ci sarebbero la malattia e la sofferenza. Ed è per questo che chi è malato, nella sua domanda di salute, chiede sempre di più; anche inconsapevolmente chiede la salvezza. Chiede di togliere una sofferenza più grande del suo dolore fisico, tanto che la guarigione biologica a volte non è neppure sufficiente per saziare questo desiderio di compimento. È per questo che prendersi cura dei malati è un compito arduo. Questa però non è una cosa nuova, appartiene all’origine, alla radice del nostro lavoro, ma anche del gesto di ogni uomo e donna che si prende cura di qualcuno che è sofferente. All’origine di questo flusso ininterrotto, che oggi però ha preso una forma molto ben definita di sistemi sanitari complessi, efficaci, tecnologicamente avanzati e costosi, dentro i quali l’azione di cura si svolge. Quindi da questo punto di vista questa è una sfida antica per la sanità, anche se il falso mito dell’onnipotenza che la scienza ci ha regalato, senza riuscirci, ha tentato di farcelo dimenticare, farlo dimenticare sia a chi cura sia a chi è curato. Il problema però è ineliminabile: più migliora la tecnologia e più la discrepanza fra l’efficacia della cura tecnologica e questo bisogno di desiderio di salvezza si rende evidente. Questo è un primo punto ineliminabile, però oggi a chi lavora in sanità sembra che si aggiungano anche delle altre sfide, sfide moderne, sfide nuove. Per esempio l’ingerenza della tecnologia, la complessità crescente in cui ci si smarrisce, una debolezza culturale e antropologica che smarrisce il senso di quello che si fa. È uno smarrimento facilitato anche da modalità di lavoro che oggi non sembrano lasciare spazio alla libertà. E poi c’è un più globale mutamento del senso e della percezione del lavoro, questo non solo in sanità, ovunque, ma alla quale anche il lavoro in sanità partecipa. Qualche anno fa Medicina e Persona aveva intitolato un congresso “Quel minuto in più”. In questo slogan voleva parlare di una necessità di gratuità dentro l’azione professionale, ma che cosa vuol dire la gratuità nel lavoro? Non è certo l’ingiustizia di lavorare gratis, di un lavoro non retribuito, e neanche sottrarre lo spazio alla vita familiare o all’esigenza di compimento di sé per il bene impersonale di un’azienda. La carità si fa ai malati, non la si fa all’azienda sanitaria o all’ospedale. C’è il desiderio di crescere, di essere valorizzati, di far fruttificare le proprie competenze e così tutte queste cose contribuiscono all’impressione che di fronte all’enormità delle sfide oggi siamo come schiacciati, ma soprattutto non ci sia spazio per il singolo per costruire. È l’impressione del deserto di cui si parla nel titolo del Meeting e di un’aridità. Ora, la carità è quella che ha dato via a tutto questo movimento, ha generato la cura, ha generato gli ospedali, si è armata di scienza per essere efficace. E tuttavia da molto tempo il positivismo ha cercato di farci capire che la carità non serve più, è inutile, anzi è anche forse un po’ di impiccio. E oggi, in un mondo post-moderno, il crollo di un’incertezza fa sì che anche chi ritiene che la carità sia un valore pensa che possa essere sostanzialmente inincidente nella costruzione. Cosa posso fare io per cambiare quello che c’è, per cambiare il servizio sanitario? È un po’ il corollario di quello che Cornelio Fabro diceva come “ateismo pratico”. Lui diceva: “Dio, se c’è, non c’entra”. Noi potremmo dire: “La carità, se c’è, non serve”. Ma è davvero così?
Sono stato ai funerali di Don Silvano di Firenze. Nel suo testamento spirituale c’era una frase che mi ha colpito pensando all’incontro di oggi: “Anche un solo rapporto gratuito può ridestare un’umanità nuova”. La carità è creativa perché è la stessa creazione che ha fatto il mondo, tutto ciò che contiene e che fa me ora, è il primo atto di carità. E poi la creatività è concreta, costruisce quei mattoni nuovi su cui costruire. Per questo oggi vogliamo farci raccontare, più che altro da tre racconti, tre esperienze a indicare non tanto un modello ma una dinamica. Una dinamica che si ripete, che si ripete da sempre e che può ripetersi anche in futuro per dire che il passato, di cui ci verrà raccontato nell’esperienza del Beato Cottolengo, o il presente, testimonia che il lavoro individuale può diventare opera quando si condivide il bisogno per condividere il destino.
Allora i nostri ospiti, che intanto presento, sono Paolo Gardino, docente di materie letterarie in un liceo classico che abbiamo invitato perché nella sua storia ha approfondito anche come storico le figure dei Santi Sociali del XIX secolo; Giovanni Cesana, che è medico chirurgo, lavora in un ospedale del Bergamasco e parlerà della sua esperienza; Debora Donati, che ha realizzato un’opera di cui ci parlerà e quindi io non anticipo nulla, interessante a favore di gravi disabilità e che racconta anche questo: che costruire è possibile. Lascio la parola a Paolo.
PAOLO GARDINO
Grazie e buongiorno a tutti. Io vi racconto l’avventura, la storia di carità e di costruzione nel deserto di un uomo che visse nell’Ottocento, San Giuseppe Benedetto Cottolengo. Il Cottolengo vive in un momento di grandi mutamenti storici, culturali e sociali. Nasce nel 1786, nel pieno della Rivoluzione francese, e muore nel 1842, quando abbiamo l’età del Risorgimento. La Torino in cui vive è una Torino che vede profondissimi cambiamenti. Da piccola e periferica capitale-fortezza di una monarchia assolutistica, nel corso degli anni diventa una città borghese aperta alle istanze culturali e politiche europee, diventa il centro di quel movimento di unità nazionale che arriverà al 1861. Per darvi dei dati, nel 1842 a Torino vengono censite 65.000 persone, nel 1850 abbiamo 160.000 persone. Un’esplosione demografica enorme che porta in città tantissimi contadini inurbati, che arrivano nella speranza di trovare un lavoro perché le campagne sono colpite dall’epidemia e dalle miserie. In molti casi sono giovani, giovanissimi, che vengono sfruttati lavorativamente e molto spesso cadono nelle trame della delinquenza, della prostituzione per le ragazze e dell’accattonaggio. Sono impressionanti i dati: nel 1842 a Torino vengono censiti 10.000 mendicanti e 2.000 prostitute. È una situazione sociale molto pesante, un deserto sociale molto pesante, rispetto alla quale le istituzioni dello Stato Sabaudo non riescono a dare risposte adeguate. Daranno risposte adeguate in maniera anche molto egregia, sia nel campo dell’educazione, che nel campo della sanità, che nel campo della cura dei carcerati, quelli che vengono chiamati “santi sociali”.
Giuseppe Cottolengo è uno di questi, ma la sua storia è particolarissima perché fino a 41 anni è un prete come tutti. Ha una buona disponibilità economica, è un teologo apprezzato, viene ricercato come confessore dai nobili, è un conferenziere, ma vive una profondissima inquietudine vocazionale. Lui scrive: “Che senso hanno le fibbie d’argento e la cappa di porpora – che indossava nelle cerimonie religiose ufficiali – in un mondo come questo?”. Questa sua inquietudine viene travolta da un incontro che fa un giorno preciso. La domenica del 2 settembre 1827, da Milano, giunge una donna povera, Maria Gonnet, madre di cinque figli, ha una gravidanza avanzata è febbricitante. Nessuno degli ospedali della città la accoglie, proprio perché aveva la febbre, e sta morendo in una scuderia di una locanda. Cottolengo viene chiamato, non può far altro che dare l’estrema unzione a questa donna e alla bambina che vive pochissimi minuti. E alla sera, a cena con i suoi canonici con cui viveva, dice: “Ho capito che il Signore mi chiede che tutta la mia vita dovrà essere dedicata agli abbandonati, alla cura di coloro che non ricevono nessun aiuto dagli altri”. Chiama il sacrestano della Chiesa del Corpus Domini, fa suonare le campane a festa e ai fedeli che accorrono dice: “La grazia è fatta, la grazia è fatta, sia ringraziata la Madonna”.
Un mese dopo affitta due piccole camere e inizia a ospitare e a curare due vecchi malati rifiutati dagli ospedali cittadini. Aiutato da un medico, il dottor Granetti, che è medico dell’esercito regio, e da alcune parrocchiane giovanissime, in quattro anni ospita e cura 210 persone. È quella che si chiama l’infermeria della Volta Rossa. Poi questa infermeria verrà chiusa perché arriva il colera. Cottolengo cosa fa? Utilizza quelle stanze che non poteva usare per la cura medica per ospitare dei bambini orfani. È l’esempio di uno dei primi asili d’Italia. Poi, due anni dopo, nel 1832, alla periferia di Torino apre un ospedale che c’è ancora adesso, si chiama la Piccola Casa della Divina Provvidenza. Piccola Casa della Divina Provvidenza dove lui, con l’aiuto di alcuni medici e di tantissime giovani ragazze, cura e assiste non solo i malati, ma anche i diseredati della città. Per darvi dei numeri, pensate che solo nel primo anno nella Piccola Casa c’erano già 400 ospiti: 200 bambini dell’asilo popolare, 120 malati, 700 adolescenti abbandonati e privi di risorse e 50 giovani assistenti.
L’opera di Cottolengo è un’opera pia sui generis, è un’opera di carità. I filantropi liberali del tempo, per risolvere il problema della povertà, avevano immaginato quelle che si chiamavano le “case lavoro”. Erano degli opifici dove i poveri venivano messi a lavorare, però più che altro erano delle case dove i poveri venivano isolati perché non dovevano essere visti dalla società e venivano visti come un problema di disordine sociale. Non c’era nessun modo di riscattare la dignità di queste persone. Cottolengo invece vuole che la sua sia una casa. Quindi immagina anche che la struttura, i reparti dell’ospedale, siano organizzati in famiglie. Che cosa vuol dire? Che assistiti e assistenti vivano insieme, condividano insieme tutta la vita, con l’idea anche che gli assistiti, lì dove possono, debbano contribuire al benessere della famiglia. Perché questo? Perché Cottolengo dice: “Il povero, il malato è l’alter Christus”. Scrive: “I poveri sono Gesù, non sono una sua immagine, sono Gesù in persona e come tali bisogna servirli. Tutti i poveri sono i nostri padroni. Ma questi, che all’occhio materiale sono così ributtanti, sono i nostri padronissimi, sono le nostre vere gemme. Se non le trattiamo bene ci cacciano dalla Piccola Casa. Essi sono Gesù”.
E allora, andando in giro per le vie di Torino, lui incontra i vari bisogni e costituisce le famiglie dei sordomuti, degli adolescenti caratteriali, degli orfani, degli anziani invalidi, degli epilettici, dei disabili mentali che vengono chiamati i “buoni figli” e le “buone figlie”. Muore di tifo nel 1842. Tutta la sua opera si dipana in 14 anni. In questi 14 anni ha curato e assistito 6.600 persone. Le giovani che vivevano con lui sono diventate delle suore perché ha fondato anche la congregazione di San Vincenzo per l’assistenza di questi malati e nell’anno della sua morte, pensate, al Cottolengo gli ospiti sono 1300, le suore sono 250. Vi è un seminario interno e all’interno del Cottolengo pregano cinque conventi di clausura. L’opera del Cottolengo poi, dopo la sua morte, ha uno straordinario sviluppo e valica i confini dell’Italia e dell’Europa. Attualmente a Torino il Cottolengo ospita più di mille malati, le Piccole Case in Italia sono 270 e sono una decina nel mondo.
Bene, tutto questo che Cottolengo ha fatto, che cosa ci può dare? Che indicazioni ci può dare nella nostra cura per quelli che hanno bisogno? All’entrata del Cottolengo vi è la scritta “Caritas Christi urget nos”. Cottolengo dava anche alle suore un piccolo cuore d’argento con questa scritta. “Caritas Christi urget nos” è la frase di San Paolo ai Corinti che, tradotta dal latino con il senso di genitivo oggettivo e soggettivo, può essere ambivalente. Può essere tradotta come “l’amore che Cristo ha per noi spinge la nostra azione”, oppure può essere anche “l’amore che noi abbiamo per Cristo ci muove verso gli altri”. Ma se andiamo a vedere il greco, il greco è univoco. Il greco è “hē tou Christou agapē hēmas synechei”. Il verbo “synechō” è il verbo che dice “l’amore di Cristo ci abbraccia, ci sostiene, ci costituisce”. Il nostro “synechon”, l’amore di Cristo ci costituisce, è il punto fermo del nostro essere. Quindi il Cottolengo ci dice che la carità è innanzitutto la presa di coscienza di questo commosso amore nei nostri confronti. Noi siamo fatti di questa misericordia e di questo amore, e quindi la nostra azione di gratuità non è altro che la gratitudine per la coscienza continua di questo amore che ci costituisce.
Secondo punto, Cottolengo come metodo della sua azione usa il metodo dell’inizio. Il suo cuore ferito, il suo cuore inquieto si è lasciato colpire profondamente da quella donna partoriente. Tutta la sua azione successiva segue questo metodo. Non è un’analisi progettuale intelligente sui bisogni della società, ma Cottolengo andava in giro per la città, incontrava dei bisogni e, mosso da quella coscienza che l’amore di Cristo ci costituisce, pensava le risposte. Un esempio per tutti: incontra dei piccoli sordomuti e successivamente incontra questo Paolo Basso, che è un sordomuto anche lui che aveva fatto a Genova una scuola importante per sordomuti, e inizia un’importantissima scuola per sordomuti. Quindi il metodo è il metodo non dell’analisi, ma di un cuore ferito che si fa colpire da quello che incontra.
Questo, il terzo suggerimento che ci può dare il Cottolengo, è che questo sguardo sull’altro fa sì che io possa guardare la persona nella totalità del suo essere. La persona non è soltanto un bisognoso, non è soltanto un malato, e questo dice di una modalità di sguardo e di azione nei suoi confronti. Sentite cosa scrive alle sue figlie. Dice: “Usate la carità, contentate i poverelli. Voi siete le serve e servendo loro servite Gesù Cristo. Voi non siete le monache ma siete le suore, che vuol dire sorella ai poverini, e per questi serviteli da sorelle. Contentate i malati, date il lesso a chi vuole il lesso, a chi vuole l’osso per rosicchiarlo dateci l’osso, così l’uovo, così gli ortaggi, purché non sia contro la prescrizione del medico”. E poi ancora dice: “Ciò che non fa il cibo, lo fa la buona grazia e la carità con cui si somministra. E perciò non abbiate le maniche strette, ma santamente liberali in Dio”.
Questa attenzione è un’attenzione puntualissima anche alla puntualità della cura. Il Cottolengo va a cercare anche dal punto di vista medico le cure più adeguate per i suoi malati. “Se nella spezieria c’è il rimedio” – la spezieria è la farmacia – “lo daremo subito, se non c’è lo faremo venire, perché chi comanda qua dentro e ci regala ogni cosa è la Divina Provvidenza, la quale non si è mai inceppata nei suoi affari”. È interessante per questa attenzione che arriva al particolare: nel 1838 il Cottolengo vuole che le sue suore frequentino dei corsi tenuti dai medici dell’università per conseguire un diploma in infermeria. È il primo esempio in Italia di specializzazione nell’esercizio della pratica infermieristica. Faccio notare che al tempo la cura infermieristica negli ospedali dello Stato del Piemonte era praticata da persone assolutamente prive di qualsiasi competenza e in molti casi prive di umanità. Molto spesso erano ex carcerate che venivano poi riutilizzate come infermiere negli ospedali.
Significativa è anche la battaglia che Cottolengo fa con il Ministero delle Finanze e con i responsabili delle Terme di Acqui perché vuole portare i suoi malati. I responsabili delle Terme di Acqui non vogliono che li porti nei mesi di giugno e di luglio. Dicono: “Portali a settembre, nei mesi di giugno e di luglio tutto il bel mondo che arriva da tutta l’Europa avrebbe disgusto nel vedere questi malati”. Lui fa questa battaglia e ogni anno porta dai 50 agli 80 malati nelle terme di Acqui ad agosto. Un episodio che a me piace moltissimo e commovente: il Vescovo di Torino dice che, un giorno, entrando nella casa dell’Arcivescovo di Vercelli, nell’ora in cui il Servo di Dio stava giocando a bocce con il suo buon amico Doro ed essendogli subito stato annunciato l’arrivo del Monsignore, rispondeva: “Signori, abbiano pazienza un tantino, sino a che la partita sia terminata, perché se si interromperà a metà, che cosa direbbe questo galantuomo?”. Questo galantuomo era un disabile mentale. Piacque sì fattamente la risposta del servo di Dio che l’arcivescovo volle assistere a tutta la partita, ammirando la carità e la semplicità a un tempo del Cottolengo. Un altro esempio per capire cosa vuol dire questa cura che arriva al particolare: nel bilancio tutti gli anni ci sono sempre 45 lire dedicate al tabacco e ai cioccolatini. L’attenzione alla totalità dell’uomo è anche attenzione alla totalità dell’anima dei suoi malati. Vuole che la chiesetta all’interno del Cottolengo diventi una parrocchia, in modo tale che i suoi sacerdoti possano portare i sacramenti e la comunione quotidiana ai malati, cosa che al tempo veniva vista molto male da molti sacerdoti.
Ultimi due punti. Che cosa ci dice ancora il Cottolengo? Che l’opera che lui fa, e lo dice in tutti i modi, non è opera sua, è opera di Dio. Lui dice di sé: “Io sono un povero ciabattino, un cantiniere, un bevitore di quartini, pianta cavoli e cavolo io stesso”. Quello che fa, tutto quello che fa, è la carità. Tutto quello che Cottolengo faceva si basava sulla esclusiva carità delle persone. Uno dei grandi sostenitori di Cottolengo era il re Carlo Alberto. Vi leggo brevissimamente questo dialogo. Arriva un incaricato dal ministro degli interni per valutare il riconoscimento giuridico della casa. Il dialogo è questo: “Scusi, reverendo signor Canonico, lei è il direttore di questo Paese dei poveri?”. “Eccellenza, quali onori? Non sono il direttore. Per la grazia di Dio sono l’ultimo dei preti di Torino, sono il manovale della Divina Provvidenza”. “Da dove ricava i mezzi per costruire questo palazzo e mantenere questa turba?”. “Eccellenza, qui ogni cosa è della Divina Provvidenza, la quale non lascia nessuno negli imbarazzi”. “Provvidenza, provvidenza, fa presto lei a dire, ma il governo ha il diritto di sapere. E se domani, reverendo signor Canonico, le accadesse qualcosa, tutta questa gente resterebbe esposta sulla strada?”. “Questa Piccola Casa vive sotto la protezione della Divina Provvidenza, la quale provvede con le elemosine spontanee. Se poi fossero necessari miracoli, essa è capace di farli”. “È passata l’epoca dei miracoli”. “Si persuada, eccellenza. Ella si preoccupa di un problema risolto. La Divina Provvidenza non manca e non mancherà mai. Spariranno gli uomini, verranno meno le famiglie, passeranno i governi, ma la banca della Divina Provvidenza non fallirà mai. Io sono più sicuro e certo di questa Divina Provvidenza che se esista la città di Torino. Io sono più certo della Divina Provvidenza dell’esistenza della città di Torino”. Questo è il suo metodo.
Questa radicalità affascina non soltanto tutti quelli che vivono con lui. Quello che fa non lo fa da solo, lo fa insieme a questi giovani affascinati che con lui condividono questa opera di carità, ma questo colpisce anche quelli lontani. Cavour, che farà poi la politica anticlericale, dopo una visita al Cottolengo scrive: “Il Cottolengo è un uomo semplice, senza mezzi di fortuna, ha fondato un’opera mirabile, dove si soccorre a tutte le miserie che affliggono il povero. Questa è la Piccola Casa della Divina Provvidenza, dove 500 sventurati sono albergati e nutriti, vestiti ed educati a proprio e altrui beneficio, dove è accolto l’uomo che nasce e l’uomo che muore, dove è la storia di tutte le umane miserie e di tutte le umane beneficenze. È quest’opera mirabile fondata e sostenuta da un solo uomo che altro non possiede al mondo che gli inesauribili tesori della sua immensa carità. Quivi tutto procede per ordine, poiché quelli che hanno parte dell’avviamento dello stabilimento sono gli stessi beneficiati e tutti hanno il pensiero della provvidenza. Brevemente, il Cottolengo è un vero uomo prodigioso”. Questo non lo dice il Papa, ma lo dice Cavour.
Ultimissimo spunto che ci può dare: la speranza che Cottolengo ha tra le pieghe e le piaghe dell’umano è quella di guardare al destino. Se io ho la coscienza che la carità mi costituisce, costituisce me e costituisce l’altro, questo ti unisce ineluttabilmente nel cammino verso il destino. Quindi stare davanti all’altro non è appena curarlo, non è appena rispondere ai suoi bisogni, ma è camminare con lui verso il cielo. Perché noi viviamo in un mondo che è così miseramente orizzontale, abbiamo bisogno di chi, mentre ci cura, mentre ci sta vicino, ci indichi qual è il nostro destino. E finisco con questa frase che è il lavoro che fa il Cottolengo. Lo sento per tutti: “Se sapeste qual è il mio grande desiderio! Non desidero a voi né ricchezze né altro sulla terra, vi desidero il paradiso e voglio che neppure uno della Piccola Casa ne sia escluso, ma tutti per la gran bontà di Gesù e della Madonna stiano insieme con Dio, con gli angeli e con i santi. Che bella festa, quando noi poveretti della Piccola Casa saremo insieme sempre per lodare Dio! Oh, come vorremmo benedire allora le preghiere che adesso facciamo, le buone opere in cui ci esercitiamo – sentite adesso – dunque siamo intesi: tutti in paradiso, nessuno eccettuato. Là vi do la posta, là vi aspetto, e chi giunge prima aspetti gli altri, che più o meno presto speriamo tutti di giungervi”.
GIORGIO BORDIN
Bene, un prete come tutti, ha detto, ma inquieto. Un prete come tutti ma inquieto. Raccontaci un po’ di questa inquietudine che ci tocca a tutti.
GIOVANNI CESANA
Faccio una premessa: tutto quello che racconterò e le considerazioni che farò non sono solo farina del mio sacco, ma sono emerse dal lavoro con un gruppo di amici medici, infermieri e amministrativi dell’ospedale in cui lavoro, con cui da qualche anno ci troviamo a parlare di quello che ci interessa, all’interno di un ambito più ampio di incontri, di vita, di amicizie, che è la vita di Comunione e Liberazione. E a me piacerebbe far emergere in questo racconto proprio questa amicizia all’interno dell’ospedale in cui lavoro. Quando si associa la parola “gratuità” alla parola “sanità”, normalmente si pensa alla devozione nei confronti del malato, al tempo che si dedica, all’impegno del medico, dell’infermiere. Ma direi che questo non basta. Non perché non sia una cosa bellissima e giustissima, ma perché semplicemente non dura. Per esempio, se voi pensate alla pandemia, soprattutto a quello che è stato nelle prime ondate, a questa collaborazione così generosa, in certi casi addirittura eroica e commovente fra medici e infermieri nei confronti del paziente, uno si potrebbe chiedere: di tutto questo oggi che cosa è rimasto nell’ospedale? Oggi è rimasta una ferita che ha fatto la pandemia, che si potrebbe dire è un riconoscimento della propria fragilità e della fragilità della struttura in cui lavoriamo. È rimasta una fatica, spesso e volentieri è rimasto un lamento, un’insoddisfazione e un’insofferenza per il pensiero che si dà tanto e si riceve poco. Anche i giornali internazionali, dal New York Times a El País, Le Monde, The Guardian, hanno parlato di burn-out dei medici e degli infermieri dopo la pandemia, descrivendo questa situazione di fatica che ha portato molti a cambiare lavoro. Non nel senso di cambiare ospedale, ma proprio di cambiare professione, cioè andare a fare un altro lavoro. Allora, cosa c’entra con tutto questo la gratuità? Alla fine del 2023 c’è stata un’assemblea di sanitari nell’ambito di un percorso di assemblee che si fanno in Lombardia con Bordin e Cesana, Giancarlo, che tra le altre cose è anche mio padre, dove in questa assemblea è venuto fuori un atteggiamento tra ribellione e rassegnazione nei confronti della gravità obiettiva della situazione sanitaria attuale. Cesana proponeva la gratuità dell’impegno personale, quale ultimo contributo positivo alla comunità lavorativa e alla società. A questo punto nell’assemblea c’è stata un’insurrezione, perché nessuno era d’accordo a dare un’ora in più a questa sanità da cui si sentiva sfruttato. Allora Cesana spiega che la gratuità non era solo lavorare qualche ora in più, ma innanzitutto un giudizio di speranza sulla positività della vita e per questo una disposizione a costruire e ad assumere responsabilità. Noi nel nostro lavoro, nella piccola nostra comunità dell’ospedale che vi dicevo, siamo partiti da qua. E la prima considerazione che abbiamo fatto è un po’ quello che ha già accennato Paolo, e cioè che la gratuità non è solo fare gratis, ma è fare perché si è grati. Quindi si potrebbe dire che la gratuità è fare gratis perché si è grati. Non si tratta di uno sforzo morale o di una strategia. La gratuità nasce dall’esperienza di essere amati e accolti in modo gratuito. La gratuità nasce da un incontro, per me e per i miei amici dall’incontro col cristianesimo nell’esperienza di Comunione e Liberazione. Rimane comunque la domanda: fare gratis per chi? Per la struttura sanitaria? Questo appare ingiusto al popolo sanitario, pensate all’insurrezione nell’assemblea. Allora fare gratis per chi? Per i malati, per i colleghi? Questo invece appare giusto, è buono, è vero. Però c’è un problema: non dura, non si regge alla lunga. Allora fare gratis per chi?
Seconda considerazione che faccio, come emersa nelle parole di uno del nostro piccolo gruppetto di comunità, un mio amico psichiatra che si chiama Luca. Lui diceva: “La gratuità, cioè essere grati per ciò che è accaduto nella vita, diventa esigenza di essere educati”. Diventa esigenza di approfondire questo dono, di conoscerlo di più. Quindi da qui nasce l’esigenza di un luogo, una realtà viva in cui possa maturare una coscienza critica e sistematica nei confronti della realtà che si vive. Di questo c’è bisogno per affrontare la realtà, per dare un giudizio culturale, per sostenere un’opera gratuita. Per questo, quello che io vorrei comunicare oggi è che la prima gratuità è nel costruire la comunità nell’ambiente in cui si vive e si lavora. Costruire una presenza viva e attiva nel contesto quotidiano che viviamo. Ma perché per fare questo ci vuole la gratuità? Ci vuole la gratuità perché altrimenti non sarebbe possibile, perché altrimenti prevarrebbero fra di noi tutta una serie di dinamiche di ruolo, di decisioni, di potere che immagino tutti conosciamo. Vi faccio l’esempio di come è nato e come si è sviluppato il nostro gruppo, la nostra piccola comunità, “comunità d’ambiente” si diceva una volta. Circa dieci anni fa è iniziato un gruppetto di Scuola di Comunità all’interno del nostro ospedale. Per chi non lo sapesse, la Scuola di Comunità è lo strumento di educazione permanente proposto dal movimento di Comunione e Liberazione. Appunto, la gratuità diventa esigenza di essere educati. “La Scuola di Comunità sono le parole essenziali di cui la nostra esperienza cristiana vive”, scriveva il servo di Dio Don Tommaso Latronico ad Aldo Moro in una lettera che hanno pubblicato recentemente, una lettera molto bella. Glielo scriveva proprio per invitarlo a Scuola di Comunità. Pensate, questo qua invitava Aldo Moro a Scuola di Comunità, perché non dovremmo farlo noi con le persone con cui lavoriamo? Il gruppetto è nato non come progetto strutturato, ma dalla richiesta di amicizia di un’infermiera. Eravamo sei persone, alcune del movimento, alcune no. Ci conoscevamo per il lavoro, non è che avessimo molto pensato a come impostare la cosa. Ci incontravamo in un’auletta alla sera in modo un po’ carbonaro, eravamo sempre noi, parlavamo sempre di noi, tra di noi, leggevamo il testo della Scuola di Comunità e poi cenavamo insieme. Il gruppetto, pur crescendo nell’amicizia, rimaneva un po’ isolato, un po’ avulso dal contesto lavorativo. Col tempo, a causa di cambiamenti lavorativi e personali, il gruppo si è sciolto. La svolta è stato l’arrivo di un nuovo collega anestesista che io conoscevo dai tempi della specialità e che stimavo molto sia dal punto di vista professionale che umano. E lui, arrivando, ha fatto una proposta nuova: propose di riprendere la Scuola di Comunità ma con un’impostazione diversa. L’impostazione diversa era invitare tutti. E io gli chiesi: “Ma tutti chi?”. E lui mi fece tutta una serie di nomi di persone che lavoravano in ospedale che io non sapevo nemmeno che esistessero. Ed era gente del movimento. Perché io non mi ero mai posto il problema, iniziando una cosa come quella che vi ho raccontato, di coinvolgere tutte le persone che facevano parte della mia esperienza. E lui fa anche il nome dell’amministratore delegato del nostro ospedale, che è uno del movimento, e io a quel punto gli dico: “Guarda che però se invitiamo lui metà della gente non viene”, perché a metà della gente stava antipatico. Avendo preso decisioni impopolari era antipatico ad alcuni. E lui mi dice: “Se la proposta parte già divisa per simpatie o inimicizie perde la sua forza propositiva e non è affascinante per nessuno”. Era vero. Sarebbe come regalare una cosa già rotta, non piacerebbe a nessuno. Quindi faccio una terza considerazione. Il primo segno della gratuità, cioè dell’impegno a trovarsi non per una convenienza ma perché grati dell’incontro che ha cambiato la nostra vita, è l’unità. Questa è la base per costruire la comunità d’ambiente, che affermi la sua ragione d’essere, cioè l’avvenimento cristiano, e non il proprio gusto personale. Dunque siamo partiti, abbiamo invitato tutti. Tanti sono venuti, alcuni hanno deciso liberamente di non venire. Abbiamo invitato tutti: quelli del movimento, quelli vicino al movimento, quelli amici del movimento, quelli anche solo curiosi di che cos’è il movimento, quelli che avevano una domanda che ci sembrava interessante intercettare. La cosa interessante è che il gruppo si è ingrandito, il tavolo della pizzeria dove andavamo a mangiare non ci conteneva più, per cui dovevamo spostarci. Una di noi, tra l’altro una del movimento, ha avuto l’idea di chiedere al parroco del paese dove c’è il nostro ospedale di ospitarci nel suo oratorio e così abbiamo iniziato a andare da lui. Abbiamo poi chiesto a questo parroco di venire a dire la messa all’ospedale e da allora tutti i giovedì c’è la messa in ospedale. Poi uno di noi si è preso la briga di organizzare le cose, quindi è lui che sa quanti siamo, ordina le pizze, sente il prete per l’oratorio. La cosa interessante è che, pur ingrandendosi, la cosa si è ordinata. Poi tra di noi c’era qualcuno più intraprendente, per cui abbiamo anche fatto delle proposte pubbliche, tipo un pellegrinaggio a Caravaggio dall’ospedale per i morti del Covid, per i nostri malati. Oppure avevamo organizzato un incontro sulla figura di Enzo Piccinini con Giampaolo Gollini e il mio primario che avevano raccontato.
Qual è l’esito di tutto questo? Racconto due esempi per concludere. Il primo è una cosa che raccontò il mio primario, che partecipa a questo gruppetto, in questo incontro sulla figura di Enzo Piccinini. Io faccio il chirurgo generale, quindi anche il mio primario è chirurgo generale. Lui raccontò di una notte in cui lo chiamarono per un intervento chirurgico urgente, una signora che aveva tutto l’intestino necrotico, cioè tutto l’intestino era marcio. E allora lui dice così: “Con un quadro clinico così grave, così esteso, molto probabilmente sarebbe morta, o per l’intervento chirurgico o per l’estensione dell’ischemia, e di solito di fronte a una situazione così drammatica non si fa nulla. Ed era quello che stavo facendo anch’io. Mi sono slavato dicendo ai miei collaboratori di chiudere”, che vuol dire che lui si toglie i guanti, va via e dice di chiudere la ferita, ha mollato. “Ho parlato con Giovanni”, che non sono io, ma è questo collega anestesista, che casualmente anche lui era reperibile quella notte ed era lì con lui. “Ho parlato con Giovanni, il collega anestesista, dicendo che anche se avessi continuato l’intervento, probabilmente le cuciture non avrebbero tenuto e anche se fosse vissuta, che qualità di vita avrebbe avuto e quanto tempo avrebbe vissuto. Poi ci siamo chiesti: ma che diritto abbiamo di decidere se questa paziente debba vivere o morire? Proviamoci. Mi sono rilavato, abbiamo asportato tutto l’intestino necrotico, fatto un intervento salvavita. La malata ha superato l’intervento riprendendosi rapidamente. Dopo alcuni mesi è venuta in studio con la madre per ringraziarmi di non essermi arreso di fronte ad una situazione così drammatica e di averle dato la gioia di vedere crescere le sue bambine finché le sarà data questa possibilità”. E conclude: “Piccinini direbbe che siamo strumenti di un miracolo”. Ecco, io penso che questo sia un esito, anche culturale e pratico, perché qua si tratta di una notte in sala operatoria. Ti cambia proprio la prospettiva, è come dare un giudizio che vuol dire, come ci hanno insegnato, introdurre qualcosa, un’alterità rispetto alla possibilità che tu vedi in quella situazione. Dalla rassegnazione, attraverso la compagnia di quei due che erano lì insieme quella notte – se forse non erano insieme quella notte non avrebbero fatto così, se forse non partecipavano di questo luogo forse non avrebbero visto la cosa così – fiorisce una speranza che è strumento di un miracolo.
Faccio l’ultimo esempio e concludo. Una volta c’era in ospedale un signore che da tanti anni aveva una malattia dell’intestino, una malattia del colon cronica, afflitto dalla malattia da tanti anni. Era una persona insopportabile, probabilmente perché da tanti anni soffriva. Maleducato, sempre insofferente, burbero, scontroso con le infermiere. E con lui c’era la moglie che era più insofferente, maleducata e scontrosa di lui, che probabilmente lo doveva sopportare da vent’anni in questa situazione. È un classico paziente che, se non incontri, so che non è molto caritatevole come frase, ma sono quelli da cui se puoi fai il giro più largo. E di fianco a lui avevano messo un altro paziente, un paziente neoplastico oltre i limiti chirurgici, che non aveva molte chance, anzi non aveva praticamente nessuna chance. E questo signore neoplastico non aveva nessuno, non aveva una moglie, un figlio, un nipote, non veniva mai nessuno a trovarlo. E mi ricordo un sabato mattina questo signore neoplastico si complica: inizia a respirare piano, la pressione va giù, la frequenza va su, entra in uno stato semicomatoso. Chiamiamo un rianimatore che lo visita e dice che non c’è più nulla da fare e allora decidiamo di accompagnarlo, come si dice in questi casi. Nel nostro ospedale, quando c’è un paziente che sta morendo, mettono dei separé fra i letti, perché in una stanza ci sono due letti. Quindi c’era questo separé e io mi ricordo a un certo punto passo dalla sua stanza e vedo la moglie del signore burbero, cioè la signora antipatica, con una sedia al capezzale di questo moribondo che gli tiene la mano. Io rimango molto colpito da questa cosa e le dico: “Signora, ma cosa sta facendo?”. E lei mi dice: “Mio marito mi ha detto di venire qua a tenergli la mano perché non si può lasciare morire una persona da sola”.
Ecco, noi abbiamo bisogno di un luogo che ci faccia guardare la realtà con speranza. Pensate a come era diversa l’impressione che avevo avuto dei due signori anziani rispetto al gesto fatto dalla moglie, dalla signora. Abbiamo bisogno di un luogo che ci educhi a guardare la realtà in modo diverso, con speranza. Solo così potremo costruire con pietre nuove anche nel deserto. Dobbiamo aiutarci a costruire luoghi così dove lavoriamo, per esempio io penso all’ospedale, che ci aiutino a guardare la realtà così. E questo da parte nostra è il gesto di gratuità più grande.
GIORGIO BORDIN
Io aggiungerei anche una cosa per tutti quelli che non lavorano in ospedale, e cioè che il miracolo più grande del primo esempio è l’amicizia fra un chirurgo e un anestesista, che è una cosa impossibile. E poi gli esiti si vedono. Adesso lascerei la parola a Debora anche per una storia che è proprio bella e che ci fa vedere che quello che ha fatto il Cottolengo nell’Ottocento non è distante da quello che abbiamo la possibilità di fare anche oggi, perché le circostanze ci sono ugualmente avverse e se uno guardasse avanti, in certe cose non ci si metterebbe mai, a meno di ripartire anche lì da un incontro. Debora, mandiamo il video? Mandiamo prima un video e poi Debora racconta. (Il video non parte).
DEBORA DONATI
Intanto buonasera a tutti e voglio ringraziare il dottor Bordin per questo invito che ho accolto veramente con grande orgoglio. Vorrei ringraziare gli interventi prima di me che mi hanno commosso, quindi davvero grazie. La nostra storia, la mia storia, nasce da un’esperienza personale. Io avevo mio marito malato di SLA nel 2013. Allora avevo tre bimbe piccoline: la piccola aveva un anno e mezzo, la seconda nove e la terza dieci. E Dario in soli sei mesi era completamente paralizzato, aveva la tracheo, la PEG e muoveva solo gli occhi. Quindi capite anche voi che la nostra vita in sei mesi si era completamente catapultata. Nonostante questo, la voglia di vivere non è mai mancata. Soprattutto quello che mio marito mi ha insegnato è che comunque, davanti alla difficoltà, quando è stata ora di fare la tracheo non c’erano dubbi che bisognava fare qualcosa per continuare a vivere. Quando c’è stato bisogno di fare altre cose non c’era mai il dubbio di riuscire comunque ad andare avanti e proseguire, nonostante la sofferenza che poteva avere. E questo oggi per me è la più grande eredità che lui mi abbia lasciato, a me, alle mie figlie e sicuramente a tutte le persone che hanno avuto la fortuna di stargli accanto durante la malattia. Dario e noi eravamo comunque una famiglia come tutte, che quindi aveva voglia ed esigenza di vivere una vita normale. Quella normalità che banalmente, mi ricordo, quando gli amici venivano a trovare Dario, dicevano: “Caspita, io cosa ci dico a Dario? È lì che sta male e non so cosa dirgli”. E lui mi ricordo che rompeva sempre un po’ il ghiaccio dicendo: “Ma raccontami, cos’è che hai fatto oggi al lavoro?”. “Ma no, Dario, la mia giornata a lavoro è stata stressante, bruttissima, non posso raccontarti questo”. E lui mi ricordo che diceva sempre: “Eh, ma a noi persone così malate manca questo, manca quella normalità, l’andare a lavorare, il rompersi le scatole, qualcosa che magari per noi è banale, semplice, alle persone così gravi manca davvero tantissimo”. Ecco che mancava anche una vacanza. Nel 2017 abbiamo deciso di andare al mare, però qui da noi in Romagna non c’era uno stabilimento che potesse accogliere persone così gravi. Ecco che abbiamo attrezzato un pulmino e abbiamo percorso 800 km con un pulmino che sembrava una piccola ambulanza, quindi due ventilatori, due aspiratori, tutto il necessario per lui, per arrivare a questa spiaggia in Puglia, dell’associazione “Io Posso”. Anche lui era un signore con la SLA e aveva attrezzato, anche se un pezzo piccolino, comunque una spiaggia che potesse essere accessibile per una persona così grave. E riuscimmo a fare una vacanza bellissima, una vacanza in famiglia, quella che a noi mancava tanto. E al ritorno da questo bellissimo viaggio ci siamo detti: “Caspita, l’Emilia-Romagna ha delle spiagge dove all’interno ci sono dei campi da calcio, ma non c’è un accesso per persone così gravi”. Ecco che ci siamo mobilitati. Ovviamente subito siamo partiti dal Comune di Ravenna, io sono di Faenza, e da lì il Comune di Ravenna, allora il sindaco De Pascale, disse: “O questi sono dei pazzi, o sennò hanno il progetto più bello che io possa incontrare nella mia vita”. E per fortuna, ancora oggi, dice che è stato il secondo. Quindi partiamo con questa…
GIORGIO BORDIN
Il video si può vedere.
VIDEO da 59:10 – 1:02:26
DEBORA DONATI
Grazie. Per me è importante sempre partire dal video perché sono importanti le testimonianze di tutti i miei ospiti e dei miei volontari, perché comunque oggi “Insieme a te” c’è grazie a tutte queste persone e grazie a tutta la rete che si è formata in questi anni. Sono passate quasi 2.000 famiglie dal 2018, famiglie che vengono da tutta Italia, anche dall’estero. Settimana scorsa è arrivato un signore che veniva dal nord della Germania, un signore con la SLA, ha preso l’aereo, è venuto per fare 15 giorni con noi. La cosa straordinaria oggi mi viene da dire è che sì, “Insieme a te” fa questo: porta le persone a fare un bagno in mare, persone gravissime, perché noi abbiamo ospiti con SLA, da quest’anno abbiamo anche una collaborazione con l’Istituto Oncologico Romagnolo, quindi vengono anche ospiti oncologici, magari passano dall’hospice e vengono da noi. Ma la cosa straordinaria oggi è la rete di volontari, ragazzini dai 16-25 anni, e ne sono passati quasi 3000, pensate, con i numeri di quest’anno. Sono ragazzi, sono scout, sono gruppi parrocchiali, che fanno un campo di servizio. Questo è il grande lavoro che stiamo facendo oggi, perché questi ragazzi, anche se passano solo una volta da lì, è lo sguardo che cambia. È importante per loro stare vicino alla sofferenza. Quando si parlava prima con il dottor Cesana che quando una persona sta per morire si tira la tenda, questi ragazzi lo sanno che sono vicino a ospiti che hanno patologie importanti, che sono ospiti che hanno patologie terminali. Lo sanno, ma nonostante questo io li vedo correre perché anche loro si sentono di valere qualcosa, di essere utili. E stare vicino alla sofferenza, io lo dico sempre, fa bene alla sofferenza. E tutti questi giovani sono sicura che comunque, anche solo una volta, il modo di vedere sarà cambiato. Abbiamo una collaborazione importante, adesso qui vorrei ringraziare il professor Gollini che è qui con noi, perché è grazie a lui se oggi l’università del campus di Ravenna di medicina accoglie gli studenti, quindi studenti di medicina che vengono. E sentirli che raccontano le loro testimonianze è bellissime, perché quando dicono “noi impariamo, studiamo a curare la persona, ma poi dimentichiamo a volte che quella persona è in un contesto familiare, è un papà, è un figlio, è una moglie” e dimentichiamo che queste famiglie poi a casa hanno una vita. Anche se c’è una patologia così gravissima, seppur terminale, hanno qualcosa di grande da vivere ancora insieme, di bello, di straordinario. Questi ragazzi vengono lì. Lo dico con commozione perché credetemi, vedere tutti questi ragazzi, che ne sono passati 500 anche quest’anno, e vedere che si commuovono, che cercano di fare qualcosa per queste famiglie è qualcosa di straordinario. Nel frattempo è diventato anche un progetto sociale che era oggi un progetto sanitario, perché comunque abbiamo anche la convenzione con l’azienda sanitaria ed è bellissimo vedere anche medici e infermieri che vengono lì e danno un servizio ai nostri utenti. E, come dico sempre, anche qui è bellissimo vedere il dottor Montanari qui con noi, i palliativisti che vengono con noi, sono vicini a noi in tutto questo contesto, perché si lavora tutti insieme per garantire che quella famiglia possa vivere fino all’ultimo momento – perché è giusto che viva fino all’ultimo momento – della sua vita un momento in famiglia, un momento normale, un momento di vita, che allo stesso tempo regala ai miei giovani. Perché i giovani hanno bisogno di questo, hanno bisogno di esperienze vere. C’è chi mi dice: “Ma però magari, sai, è un’esperienza molto forte, non so se mandare mio figlio”. Non è vero, quello che fa bene è questo. E noi collaboriamo anche con le scuole, quindi abbiamo anche progetti durante le scuole dove noi magari facciamo disegnare, esempio quest’anno il progetto era di disegnare le ruote delle nostre sedie mare. Qual era il nostro vero scopo? Che poi i bambini venivano al mare, vedevano la loro ruotina disegnata nelle sedie mare e portavano anche questi bambini bellissimi, anche bambini di 6-7 anni, che portano gli ospiti anche loro a fare un bagno in mare. Proprio quest’estate una classe prima elementare, quindi veramente piccolini, sono venuti, hanno fatto la loro giornata da volontari, hanno la loro divisa, tutto. La cosa bellissima, c’è un ragazzino che anche lui aveva la loro età, un ragazzino con la SLA, con la tracheo, e loro si sono avvicinate a questo bimbo e subito si sono rivolte a me e mi hanno detto: “A me però mi fa un po’ senso”. E ho detto: “Hai ragione, perché comunque non hai mai visto un bimbo che ha la tracheo, che ha tutto”. “Fa, però, anche se mi fa un po’ senso, io lo voglio portare a fare un bagno in mare”. Ho detto: “Beh, giustamente”. E quindi vedi questi bambini che comprendono che è un bimbo della loro età, che semplicemente ha avuto magari qualche difficoltà in più, che però fa il bagno in mare con loro. Questa oggi è la cosa straordinaria che ci sentiamo di dire di fare, è veramente la sensibilizzazione verso tutti questi giovani che passano. La cosa straordinaria è un progetto che è nato da un’esigenza, un bisogno che era mio, personale, ma è diventato un bisogno per tutti. Dario non è riuscito a vedere la spiaggia, perché Dario è venuto a mancare due mesi prima che aprissimo la spiaggia, ma come dico sempre, Dario, è in tutte queste famiglie che avete visto, in tutte le persone che toccano questa spiaggia di passaggio, questo progetto oggi è la spiaggia dei valori, è la spiaggia più attrezzata di tutta Italia. È gratuita per quanto riguarda le disabilità gravi, ma è uno stabilimento per tutti. Cioè uno può venire nella nostra spiaggia perché è uno stabilimento identico a tutti gli altri. È per tutti ma anche per persone che hanno gravi disabilità. Quindi il concetto di inclusione per noi oggi è questo. Ma non ci fermeremo qui, perché comunque oggi il vero scopo non è realizzare una spiaggia in accesso anche in una spiaggia libera. Il vero scopo oggi è che tutti i bagni che ci sono, almeno per quanto riguarda l’Italia, siano accessibili. Che io sia in Puglia, che sia ovunque, io ho diritto di poter andare in una spiaggia perché sia accessibile. Quando tutte le spiagge saranno accessibili, allora sì che avremo veramente raggiunto l’obiettivo. E concludo: questo progetto a giugno siamo stati convocati, abbiamo avuto la fortuna e l’orgoglio di portare questo progetto alla conferenza mondiale sui diritti delle persone con disabilità all’ONU a New York. Il ministro Locatelli ci ha convocato. Abbiamo avuto la fortuna e la bellezza di poterlo portare veramente a livello internazionale e forse questa pensiamo sia la strada giusta. Al ritorno dall’ONU, la settimana dopo è venuta una delegazione del G7 del Giappone ed è venuta a vedere la nostra realtà. Ma non si è stupita per quanto riguarda la struttura. Noi abbiamo postazioni che hanno colonnine per la luce elettrica, lettini più grandi, materassi antidecubito, tende che si chiudono al momento del cambio. La cosa straordinaria che ha colpito il ministro del Giappone è il valore sociale. Cioè, quanti giovani si dedicano a una cosa così bella, a una cosa comunque dove c’è magari paura ad affrontare questo. Ecco che allora il punto è di nuovo questo. Concludo. Noi forse un piccolo mattoncino rispetto a loro, il nostro è veramente piccolo, però credo che un piccolo mattoncino alla volta lo stiamo costruendo anche noi, forse in questo grande deserto, non lo so, però speriamo anche noi di aver fatto la nostra parte. Grazie davvero di cuore a tutti.
GIORGIO BORDIN
Io penso che non ci siano da aggiungere parole a quelle che sono state dette, se non di ricordare che questa dinamica, cioè partire dal desiderio e dall’inquietudine, dal desiderio di una salvezza totale che è lo stesso desiderio dei nostri malati, e stare sulle cose che succedono, però con dentro una determinazione che ci è stata raccontata come sistematicità, come volontà, come fiducia nella provvidenza che Cottolengo aveva e che anche tu, Debora, hai sempre detto. L’avresti detto che avresti fatto una cosa così? No. Quindi c’è spazio per costruire, ma occorre qualcosa da cui partire.
Tra l’altro, chiudendo, ricordo che anche il Meeting è un luogo che dà voce a queste possibilità e non è indifferente che ci sia o che non ci sia. Ognuno di noi può dare anche un contributo decisivo al Meeting perché ogni dono è un mattone nuovo per continuare a costruire insieme luoghi di incontro e di bellezza, che sono quello che desideriamo per costruire un cuore diverso e, attraverso ciò che muove il cuore dell’uomo, muovere anche la forma del mondo. Voi sapete che lungo tutta la fiera si trovano le postazioni “Dona Ora” e che, essendo un ente del terzo settore, le eventuali sostegni economici al Meeting possono anche usufruire dei benefici fiscali. Questo incontro sarà disponibile su YouTube e quindi lo si potrà riascoltare e penso anche cogliere tante analogie tra tre storie diverse: una dell’Ottocento, l’altra di un chirurgo di oggi, l’altra di una persona che ha avuto semplicemente l’incontro con una persona a cui voleva bene e che aveva bisogno di quello che anche il Cottolengo desiderava, cioè portare alle terme i suoi amici, e che il potere di allora non aveva pensato che fosse né opportuno né possibile. Invece è opportuno, è possibile e insegna a tutti a vivere meglio. Grazie










