BRACCATI DAL MISTERO NEL “DESERTO” DI BUZZATI

In diretta sui canali digitali di Corriere della Sera, Teleradiopace

In collaborazione con Fondazione Dino Buzzati

Lorenzo Viganò, giornalista Corriere della Sera. Introduce e modera Piero Vietti, giornalista Tempi. Letture a cura di Paolo Valerio, direttore teatro stabile del Friuli Venezia Giulia.

Che interesse avrebbe la realtà se non vi fosse implicata un’attesa? E attesa di chi, se non di colui che può farci felici? Per tutta la sua vita Dino Buzzati non ha mai smesso di interrogare il mistero che c’è dietro le cose. Lo ha fatto scrivendo articoli, racconti, romanzi, poesie e dipingendo quadri. Con il curatore della sua opera, Lorenzo Viganò, e il regista e attore Paolo Valerio, che ha portato in scena tra gli altri “Il deserto dei Tartari” e “Poema a fumetti”, incontreremo un autore inquieto che a oltre cinquant’anni dalla morte ha ancora molto da dire agli uomini contemporanei.

Guarda l’incontro

 

PIERO VIETTI

“…è che tutti vivono così, come se da un’ora all’altra dovesse arrivare qualcuno; non l’assalto di un nemico, ma qualcuno, sconosciuto; non si può dire chi”.

Questa frase è contenuta nel primo romanzo che Dino Buzzati scrisse e pubblicò nel 1933, “Barnabo delle montagne”, un romanzo in cui c’è già molto, se non tutto quello che fino al giorno della sua morte, nel 1972, il giornalista, scrittore, pittore e poeta di Belluno, trapiantato a Milano, avrebbe ripetuto in ogni sua opera: il tempo che passa e non torna più, le occasioni perdute, l’insoddisfazione al fondo delle cose, la morte come destino, ma soprattutto il mistero e l’attesa che vibrano nelle fibre dell’uomo e nelle pieghe della realtà. “Che cos’è l’uomo perché qualcuno venga a trovarlo? – questo sconosciuto che, lui dice, aspettiamo – Di che attesa siamo fatti noi tutti che viviamo tesi aspettando uno sconosciuto? Perché uno scricchiolio diverso dagli altri ci fa trasalire? E perché se guardiamo una porta aperta sulle scale siamo certi in fondo che prima o poi vedremo spuntare qualcuno?” I grandi scrittori dicono una e una sola cosa per tutta la vita e Buzzati lo ha fatto con la pazienza del cronista di nera, la passione dell’innamorato, la tenacia dello scalatore di montagna. L’incontro di questa sera, per cui ringrazio i due ospiti che sto per presentare, non vuole essere una presentazione men che meno esauriente dell’opera di uno scrittore che troppo spesso è stato trattato come minore, considerato nella vulgata uno scrittore pesante, ma è quella di andare a scovare nella sua opera vastissima e multiforme i segni di questa attesa che abbiamo dentro tutti e che Buzzati ha raccontato e rappresentato con drammaticità apparentemente disperata ma carica di domanda. Per farlo abbiamo con noi due numeri uno: Lorenzo Viganò, giornalista al Corriere della Sera, proprio come lo fu Buzzati, presidente della Fondazione Dino Buzzati e da anni curatore della sua opera. A lui dobbiamo la ristampa cresciuta e migliorata di tanti suoi libri e raccolte di articoli e poi molti altri che ancora sono in preparazione e usciranno. Grazie per essere qua.

LORENZO VIGANÒ

Grazie a voi.

PIERO VIETTI

Paolo Valerio, direttore del Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia, regista, attore, autore, già direttore artistico del Teatro Stabile di Verona, ha portato e porta in scena innumerevoli opere, ma è qui per aver fatto forse la più bella presentazione teatrale del “Deserto dei Tartari”. Non solo di Buzzati. Paolo Valerio ha portato in scena addirittura una graphic novel di cui vedremo qualche tavola più tardi. La prima graphic novel mai fatta in Italia fu fatta proprio da Dino Buzzati, che è il “Poema a Fumetti” con cui Buzzati ha rivisitato il mito di Orfeo e Euridice nella Milano dei giorni nostri. L’ho appena citato, non si può non partire dal “Deserto dei Tartari”, l’opera più famosa di Buzzati, quella che gli diede la notorietà in Italia e all’estero e con cui è stato forse fin troppo identificato, talvolta anche a scapito di altri suoi libri, racconti, articoli. Il modo migliore per farlo è sentirlo con le sue parole. Nell’incipit del “Deserto” c’è molto di Dino Buzzati. Paolo Valerio

PAOLO VALERIO

“Nominato ufficiale Giovanni Drogo partì una mattina di settembre dalla città per raggiungere la fortezza Bastiani, la sua prima destinazione. Si fece svegliare che era ancora notte e vestì per la prima volta la divisa di tenente. Come ebbe finito, al lume di una lampada a petrolio, si guardò nello specchio, ma senza trovare la letizia che aveva sperato. Nella casa c’era un grande silenzio, si udivano solo piccoli rumori da una stanza vicina. Sua mamma stava alzandosi per salutarlo. Era quello il giorno atteso da anni, il principio della sua vera vita. Adesso era finalmente ufficiale. Non aveva più da consumarsi sui libri, né da tremare alla voce del sergente. Tutti quei giorni che gli erano sembrati odiosi si erano ormai consumati per sempre, formando mesi e anni che non si sarebbero ripetuti mai. Sì, adesso egli era ufficiale, avrebbe avuto soldi, le belle donne lo avrebbero forse guardato, ma in fondo, si accorse Giovanni Drogo, il tempo migliore, la prima giovinezza era probabilmente finito. Così Drogo fissava lo specchio, vedeva uno stentato sorriso sul proprio volto che invano aveva cercato di amare.”

PIERO VIETTI

Paolo ci ha introdotto con le parole di Buzzati nel “Deserto”. Chiedo a Lorenzo Viganò di portarci dentro al deserto di Buzzati.

LORENZO VIGANÒ

Partiamo subito forti. Esatto. Intanto buonasera a tutti. Grazie a Piero Vietti per avermi invitato e a Paolo Valerio, due buzzatiani incalliti con cui abbiamo spesso chiacchierato di questo autore e grazie naturalmente a tutti voi per essere venuti così numerosi. “Il Deserto dei Tartari”, come diceva Piero, effettivamente è il romanzo più noto di Dino Buzzati, quello che viene spesso letto male a scuola e quindi lascia un ricordo non troppo positivo. È il romanzo della vita, sia di Dino Buzzati sia della vita in genere, di Buzzati perché lui lo ha detto più di una volta che ad essere stato onesto avrebbe dovuto scriverlo per tutta la vita e chiuderlo soltanto alla vigilia della morte, quasi fosse un’autobiografia. Ed effettivamente è un romanzo molto autobiografico, ed è, come dicevo, il romanzo della vita. Le pagine, le prime righe che ha letto Paolo già ci introducono immediatamente nella storia e in questo concetto. Allora, la storia immagino che la sappiate più o meno tutti, ma la riassumiamo in poche parole. È la vicenda di Giovanni Drogo che nominato ufficiale viene mandato alla fortezza Bastiani, che è l’ultimo avamposto che protegge l’impero dall’arrivo dei Tartari e lì trascorrerà tutta la vita nell’attesa che arrivino i Tartari, dovendosene andare malato e vecchio quando proprio i Tartari stanno arrivando. È quindi veramente un romanzo della vita. Quando uscì Pancrazi lo disse sul Corriere della Sera perché rappresentava il bilancio di un’esistenza, da un certo punto di vista, ma anche la prospettiva di chi alla vita si affacciava. Queste prime righe che introducono subito fanno vedere proprio quanto Giovanni Drogo sta per iniziare la sua vita. È spaventato, non riesce, guardandosi allo specchio, a trovare quella letizia e quella soddisfazione che dovrebbe invece accompagnare ogni nuova scelta, ogni nuovo capitolo della vita che si apre perché sa che il tempo migliore, la giovinezza è probabilmente finita. È una cosa questa che, quando trovo a parlare del “Deserto dei Tartari” agli studenti e soprattutto gli studenti che si affacciano alla maturità, cerco sempre di farglielo capire, di fare capire a loro, di spiegare a loro che il momento del passaggio tra il liceo, la scuola dell’obbligo e l’università rappresenta davvero l’inizio di una nuova vita. Come sarà l’inizio di una nuova vita quando dall’università si entrerà nel mondo del lavoro. Tutto quello che è stato prima, che c’è stato prima, la quotidianità scolastica, non ci sarà più. Da un certo punto di vista è sicuramente una felicità, un nuovo cambio, ma la consapevolezza che quegli anni, che quella cosa non tornerà più, naturalmente è una cosa che ci scombussola e scombussola anche Giovanni Drogo. L’idea del “Deserto dei Tartari” nasce al Corriere della Sera. Lui entra al Corriere della Sera non ancora ventenne, tra l’altro incerto sulle proprie capacità. Quando entra al Corriere annota sul diario: “Oggi sono entrato al Corriere, quando ne uscirò? Presto te lo dico io, cacciato come un cane”. In realtà non sarà mai cacciato, anzi farà tutta la sua carriera, 43 anni al Corriere della Sera, morendo nel gennaio del 1972 e ricoprendo tutti i ruoli dello scacchiere giornalistico. Nasce dalla sua esperienza al Corriere della Sera, in quelle notti – all’epoca il giornale chiudeva molto tardi, chiudeva intorno alle 4:00 del mattino – in quelle notti ripetitive, sempre uguali dove si attende la notizia, la grande occasione. Buzzati ironizzava dicendo: “Sì, quando arriva la notizia che il disco volante dei marziani è atterrato in piazza del Duomo, tu sei di corta”, vuole dire tu sei nel tuo giorno libero. E queste notti che si ripetevano dal ’33 al ’39, dove lui dice: “Vedevo i miei colleghi, alcuni già in età della pensione e altri più o meno giovani come me, che inseguivano e aspettavano e aspettavano e mi domandavo se anche la mia vita sarebbe stata così, se anch’io non avrei mai ottenuto il riconoscimento, la grande occasione, attendendo, attendendo, attendendo, aspettando che i Tartari arrivino”. Da lì lui ha l’intuizione, la scintilla per scrivere “Il Deserto dei Tartari” e quindi trasfigura il Corriere della Sera nella Fortezza Bastiani e trasfigura se stesso, Dino Buzzati, in Giovanni Drogo e tutto l’ambiente, tutte quelle notti e quindi i colleghi, quindi anche la paura delle punizioni e le notti passate sempre uguali diventano proprio “Il Deserto dei Tartari”, dove Giovanni Drogo aspetta la sua grande occasione. Per questo lui avrebbe dovuto scriverlo per tutta la vita. In realtà non lo scriverà per tutta la vita, lo pubblicherà nel 1940, quando Leo Longanesi gli chiede se ha un romanzo pronto da pubblicare e lui gli dice: “Sì, ho il Deserto dei Tartari”. È quindi davvero il romanzo della vita, è un romanzo di formazione, perché rappresenta la vita come noi ce la vorremmo immaginare. Che cosa saremmo disposti a sacrificare per ottenere il risultato che vogliamo? Giovanni Drogo sacrifica tutta la sua vita. Non vi anticipo il finale, ma sacrifica tutta la sua vita, attende, attende, ogni volta rimanda. C’è qualcosa all’inizio, quando arriva alla fortezza Bastiani se ne vorrebbe andare via subito, ma poi c’è sempre qualcosa che lo trattiene, qualcosa di molto romantico e poetico, lo squillo della tromba, un profilo di una montagna vista attraverso la finestra ed è incuriosito dal deserto, dal grande nord e quindi vorrebbe vederlo. Appena arriva chiede di essere portato a guardare il grande nord, a guardare questo deserto e all’inizio non glielo permettono, come se noi volessimo buttare un occhio su quella che sarà la nostra vita, su come sarà la nostra vita. Non glielo permettono, ma poi i giorni dopo sì. Allora, prima di chiudere in questi ultimi 2 minuti che mi mancano per poter ridare la parola a Paolo, volevo dirvi questo. Nella mia vita, nelle varie riletture del “Deserto dei Tartari”, mi sono spesso domandato il perché di quel titolo. Allora, il titolo originariamente che aveva dato Buzzati al romanzo era “La fortezza”. Non è mai stato un amante dei titoli elaborati, anzi, sosteneva che il titolo secco, molto semplice e minimalista, attraesse molto di più la curiosità del lettore di un titolo invece troppo arzigogolato. Così consegna il manoscritto a Leo Longanesi, ma Leo Longanesi vede in quel titolo, nella fortezza, un richiamo troppo implicito alla guerra imminente. Ricordo che uscirà proprio il 9 giugno del 1940, il giorno prima dell’entrata in guerra e quindi gli suggerisce di cambiare questo titolo. Lui gli propone altri due titoli: “Il messaggio dal nord” e “Il Deserto dei Tartari”. Longanesi sceglie “Il Deserto dei Tartari”. Ma mi domando perché “Il Deserto dei Tartari”? Questa differenza sostanziale tra la fortezza e il deserto: la fortezza è un luogo chiuso, è un luogo protetto, dove una persona si protegge, si ripara. Il deserto è un luogo aperto, invece, quindi aperto anche al pericolo, ai nemici che stanno arrivando. Allora come mai questo cambio? Allora vorrei azzardare questo. Vorrei azzardare che, come abbiamo detto che “Il Deserto dei Tartari” è il romanzo della vita, il deserto rappresenta proprio la nostra vita. Il deserto è un posto dove noi costruiremo la nostra vita. Ed ecco quindi il rapporto con la frase che fa da filo rosso a questo Meeting. Quindi nel deserto noi costruiremo con mattoni nuovi ed è proprio questo, in questo deserto, nel deserto della nostra vita che noi andremo a costruire, andremo a riempire con quello che riusciremo a fare, a realizzare, lì costruiremo in questo deserto con mattoni nuovi.

PAOLO VALERIO

“Quella notte cominciava per Drogo l’irreparabile fuga del tempo. Fino allora egli era avanzato per la spensierata età della prima giovinezza, una strada che da bambini sembra infinita. A un certo punto, quasi istintivamente, ci si volta indietro e si vede che un cancello è stato sprangato alle nostre spalle, chiudendo la via del ritorno. Allora si sente che qualcosa è cambiato. Il sole non sembra più immobile, ma si sposta rapidamente, ahimè. Non si fa in tempo a fissarlo che già precipita verso il confine dell’orizzonte. Ci si accorge che le nubi non ristagnano più nei golfi azzurri del cielo, ma fuggono accavallandosi l’una sull’altra, tanto è il loro affanno. Si capisce che il tempo passa e che la strada un giorno dovrà pur finire. Chiudono a un certo punto alle nostre spalle un pesante cancello, lo rinserrano con velocità fulminea e non si fa a tempo a tornare.”

PIERO VIETTI

Il tema del tempo che passa.

LORENZO VIGANÒ

Certo, perché lui lo ha detto, Buzzati ha detto che in fin dei conti, tra le varie cose, “Il Deserto dei Tartari” è un romanzo sul tempo. All’interno di un giornale che cosa c’è di più forte e di più strano, soprattutto all’interno di un quotidiano, del trascorrere del tempo? Pensate soltanto a questo. In un quotidiano io oggi scrivo delle notizie che voi leggerete domani, quando per me quel giornale non è più il giornale del giorno, ma è il giornale del giorno prima. Si crea una sorta di cortocircuito con il tempo. Tant’è vero che molto spesso capita a chi lavora in un quotidiano e che quindi ha il giorno libero che cambia continuamente all’interno della settimana, di non riuscire più a capire bene in che giorno siamo, perché effettivamente ci sono delle frasi classiche di chi lavora in un quotidiano, quando si chiede: “Ti chiedo un pezzo oggi su domani”, cosa vuole dire? Vuole dire che lo scrivo oggi, ma te lo chiedo oggi, ma andrà su domani. Oppure “Ti chiedo un pezzo domani su dopo”, quindi me lo darai domani e uscirà il giorno successivo. Il tempo, quindi, è un elemento fondamentale all’interno del quotidiano e quindi è naturale che questa fuga del tempo, questo precipitare del tempo che attraversa l’esistenza di Giovanni Drogo e di Dino Buzzati all’interno del Corriere sia un elemento fondamentale del romanzo, del “Deserto dei Tartari”. Quando uscì Pancrazi, e non solo lui, capirono subito che si trattava di un romanzo particolare, molto diverso da tutti i romanzi che erano usciti all’epoca fino ad allora. A volte gli studenti mi dicono: “Vabbè, ma non succede niente in questo romanzo”. Appunto, nell’attesa non succede niente. È l’attesa che crea il contenuto del libro. Pensate per esempio a Hitchcock, alla suspense. Quello che ci colpisce in un film di Hitchcock non è quello che succede, ma è la suspense, il sapere e il temere che succederà qualcosa. E quella è l’attesa. L’attesa va riempita e quindi è l’attesa, è proprio il tempo, il tempo che noi stiamo vivendo nell’attesa che succeda qualcosa. All’interno di un quotidiano, all’interno di un giornale, questo è sentito in maniera molto forte e la generazione “Deserto”, la generazione dei ragazzi, dei liceali che lesse il libro in tempo reale sentiva proprio questa cosa, sentiva il fatto del tempo che non passava mai, ma contemporaneamente del tempo che precipitava, che se ne andava via velocemente. Quando siamo stati costretti in casa nel lockdown più di una persona, più di un intellettuale ha ricordato “Il Deserto dei Tartari” perché lo riproduceva in maniera perfetta, quasi speculare, noi chiusi e protetti all’interno della nostra casa fortezza per proteggerci, in attesa dell’arrivo del virus che stava fuori. Lì abbiamo potuto provare un senso proprio distorto del tempo che non capivamo più perché avevamo tanto tempo a disposizione, ma contemporaneamente il tempo non passava mai oppure precipitava. Questo è proprio quello che in poche parole ha letto Paolo, il fatto che comunque qualcosa finisce. Giovanni Drogo sente, come all’inizio ha sentito nel passaggio dalla giovinezza alla sua prima nomina come ufficiale, sente che qualcosa finisce, che qualcosa si chiude. Noi non ce ne rendiamo conto. Noi siamo trasportati, andiamo avanti, ma a un certo punto dietro di noi il cancello si chiude e allora ecco che la nostra vita assume un significato completamente diverso.

PIERO VIETTI

Grazie. “Il Deserto dei Tartari” è il suo romanzo più famoso. Dino Buzzati è stato un grande scrittore di racconti, anche, se non soprattutto, è stato soprattutto tante cose, anche se lui diceva: “Io innanzitutto sono pittore”. Una delle raccolte più famose dei suoi racconti è “La boutique del mistero”. Proprio la parola mistero torna tante volte nell’opera di Dino Buzzati. Buzzati è stato un grande indagatore del mistero perché si rivolgeva a quello che c’è dietro alle cose, che non sono solo delle apparenze o degli inganni, ma piuttosto sono un segno, qualcosa che non si esaurisce lì. Buzzati era un giornalista, l’abbiamo detto, è il punto di partenza di ogni suo scritto, quindi, non poteva che essere l’esperienza delle cose viste. I suoi racconti, anche quelli più surreali, più strani, sembrano articoli di cronaca e viceversa, certi articoli di cronaca sembrano dei racconti surreali. Per lui il mistero è ovunque. Questa è una cosa che si vede tantissimo nella sua opera quando racconta, per esempio, che sotto a Milano durante i lavori per la metropolitana trovano la porta dell’inferno. Oppure quando racconta in “Una goccia” che si sente di notte il rumore di questa goccia e per le scale tutti si chiedono: “Ma chi è che ha lasciato il rubinetto aperto?” E invece si scopre che è una goccia che sale le scale invece che scendere e lui dice: “Non è la metafora di nulla, è una goccia che misteriosamente sale le scale e ci fa paura”. Oppure quando racconta con un’esperienza che tutti abbiamo vissuto da bambini, il fondo del letto. Il fondo del letto, lui dice, per noi che cos’era? Era una caverna che potevamo esplorare, al fondo della quale c’era tutto. C’erano mondi, streghe, draghi, fantasmi, cose bellissime e poi da lì cercavamo di scappare via. Insomma, il mistero ovunque. Buzzati poi ha una caratteristica unica, vive sempre con il continuo presentimento di cose terribili che incombono, ma ve lo faccio spiegare dalla sua voce, così oltre a vederlo qua nella sua fotografia lo sentite. Un brevissimo brano di un’intervista di molti anni fa in cui lui parla proprio della sua opera e di questo presentimento di cose terribili che aveva sempre. Chiedo alla regia di mandare il video.

[VIDEO]

PIERO VIETTI

Mistero ovunque, il presentimento di qualcosa di terribile che potrebbe succedere da un momento all’altro e poi i suoi personaggi che vivono un’attesa continua, l’abbiamo detto, che può sembrare frustrata, anzi in tantissimi suoi racconti è continuamente frustrata, i Tartari che arrivano quando ormai è troppo tardi, ma non solo. Però la sua opera è disseminata di indizi del fatto che questa attesa non è fine a se stessa, non è estetica, non è “aspettando Godot”, ma è l’attesa di qualcuno che c’è, buono, cattivo, terribile, che mi farà felice, un meteorite, dipende, ma c’è, è l’attesa di qualcuno che c’è. E questa cosa si vede in tantissimi racconti, uno dei quali, che è uno dei miei preferiti, c’è in questa raccolta meravigliosa che si intitola “In quel preciso momento” che è “Venuto a cercarci”, che chiedo a Paolo di leggere.

PAOLO VALERIO

“Anche a voi almeno una volta sarà capitato. Una sera tornate a casa e vi dicono che c’è stata una persona a cercarvi. Ha chiesto di voi con una certa insistenza, ma non ha voluto aspettare. Non ha detto chi era né perché vi cercava. Non riuscite a sapere niente di più. Al massimo arrivate a stabilire se era uomo o donna, ricco, povero, venuto o no da lontano, giovane o vecchia, bella. Inutile insistere. Chi andò ad aprire la porta non ricorda niente di preciso, si contraddice. Alla fine vi accorgete che pur di rispondere inventa di sana pianta. Tuttavia, da un complesso di piccole circostanze capite che non si trattava di un comune seccatore, né di un postulante, né di uno sconosciuto qualsiasi, bensì di un altro che portava qualcosa di insolito. Tornerà, concludete alla fine, rinunciando a fantasticare e il giorno dopo avete già dimenticato. Ma il visitatore non torna e all’improvviso parecchio tempo dopo sorge un dubbio sottile. Per caso quell’uomo o donna non era venuto per un motivo grande e decisivo? Non poteva essere quella, disgraziatamente l’occasione che non avete mai cessato di sognare e dalla quale l’intera vostra esistenza sarebbe mutata. Ma voi non eravate in casa. Per questa stupidissima coincidenza, siete mancati al destino. Mai più lo sconosciuto si è fatto vivo. Tuttavia, in alcune profondità dell’animo ancora aspettiamo che ritorni. Invecchiando, aspettiamo. Questo forse il motivo perché certe scampanellate alla porta esattamente identiche alle altre ci fanno battere il cuore.”

PIERO VIETTI

Qualcuno è venuto a cercarci, qualcuno ci aspetta. Cioè sono tantissimi i suoi racconti, qualcuno anche dalle sembianze mostruose, penso al Colombre, ma magari adesso ne parlerai tu, Lorenzo, ci insegue per tutta la vita e noi pensiamo che voglia farci del male, in realtà vuole darci la felicità. Lorenzo, aiutaci per quel che si può, col tempo che abbiamo, tu che da oltre 20 anni sei in un corpo a corpo quotidiano con l’opera di Buzzati, portaci là dove questo mistero e questa attesa sono più vivi nella sua opera.

LORENZO VIGANÒ

Che cos’è il mistero? È disseminato. Buzzati lo dice, alla fine lo scrittore per tutta la vita rimescola, usa proprio questo termine, sempre sugli stessi temi che affronta da punti di vista continuamente diversi e questo è uno dei temi, l’attesa, il precipitare del tempo, la morte, sono tutti pilastri della sua poetica. Il mistero. Il mistero che cos’è? Il mistero per Buzzati, dal mio punto di vista, non è quello che non si conosce. È anche quello che non si conosce, ma soprattutto è quello che non sappiamo vedere, che non sappiamo riconoscere. Ci sono degli indizi, “Qualcuno è venuto a cercarci”, oppure c’è un altro piccolo racconto contenuto sempre in “Quel preciso momento” che si intitola “Clac”. L’uomo entra in casa, chiude la porta e sente clac, un clac normale come era sempre stato, come probabilmente aveva sentito già molte volte, ma quella volta quel clac ha qualcosa di diverso. Contiene come un presagio di una strada che finisce, il cancello, che si chiude come qualcosa che cambierà, che non potrà più essere come prima. Quindi sono quegli indizi dell’esistenza che noi non sappiamo riconoscere ma che ci sono e che possono da un momento all’altro completamente stravolgere la nostra esistenza. È come se lui con un bisturi, con i suoi racconti che funzionano come un bisturi, tagliasse il velo che separa il mondo che viviamo, questo mondo, da un altrove, da un altro mondo. Ma chi ci dice che in realtà non sia lo stesso? Ci fa vedere che cosa può succedere se un foglio normalmente cade da una scrivania oppure se qualcuno ci sta guardando insistentemente una mattina e noi non capiamo esattamente il perché. Sempre in “Quel preciso momento” c’è questo piccolo racconto in cui c’è questo signore che esce di casa e quel giorno no, non è in “Quel preciso momento”, perdonate, è in “Egregio Signore, siamo spiacenti di” che è un’altra piccola raccolta anche lì di pensieri, mini racconti. Esce di casa e non si capisce, non si sa spiegare come mai lo guardano e sul tram una signora lo guarda, per strada lo guarda, lui addirittura si ferma di fronte ad una vetrina e si specchia per capire se la sua faccia per caso ha qualcosa di diverso che non gli torna, in realtà trova tutto normalmente. Allora a voce alta dice: “Ma vorrei proprio sapere come mai…” non riesce a finire la frase che un autocarro lo investe e lo spiaccica. E il racconto finisce così. Era un indizio, non sapeva spiegarsi come mai. Un altro racconto in “Cronache fantastiche”, molto simile, è sempre di questo signore che una mattina si sveglia, un signore anonimo, che nessuno ha mai degnato di uno sguardo, ma quella mattina non si capisce come mai sul tram la bella sconosciuta che lui incontra tutte le mattine lo guarda e gli sorride. Arriva in ufficio, ha un problema con il lavoro, il capoufficio gli dice: “Non ti preoccupare”. È come se in quel giorno tutti si fossero accorti di lui, finalmente gli avessero dato il valore che merita. Ed è contento e dice: “Finalmente qualcuno si è accorto di me”. Allora rimanda a domani tutto. Non ferma neanche la sconosciuta, non va neanche a chiedere l’aumento al capoufficio perché dice: “Tanto domani lo posso fare”. Il giorno dopo la sconosciuta non lo guarda più, il capoufficio gli fa la ramanzina. La sua grande occasione, quel giorno, quell’occasione aveva avuto e quell’occasione aveva perso. Questo è il mistero. Sono quelle cose che noi non sappiamo valutare e che invece Buzzati ci individua e ci racconta e ci dice per ammonirci, per metterci in guardia, per difenderci. Il racconto in Buzzati non è mai la semplice trama. C’è sempre una seconda lettura, una lettura che ci riguarda molto da vicino ed è questa, e qui chiudo, ed è questa la ragione per la quale per me Buzzati è il mio autore ed è questa la ragione per la quale mi ha conquistato perché io ritrovo in lui, vedo nei suoi racconti uno specchio che mette a fuoco quello che io sono, quello che io provo, ma non sono stato e non sono capace di riconoscere e di mettere a fuoco. Grazie.

PIERO VIETTI

C’è un passaggio bellissimo di un suo libro particolare, molto particolare, che è “Un amore” in cui questo mistero e anche tutta questa attesa improvvisamente hanno un senso. Tutto quello che c’è intorno improvvisamente dice qualcosa, dice qualcosa di chiaro. È una pagina bellissima che chiedo a Paolo di leggerci da “Un amore”.

PAOLO VALERIO

“Solo adesso finalmente si rendeva conto del segreto, un segreto molto semplice. L’amore. Tutto ciò che ci affascina nel mondo inanimato, i boschi, le pianure, i fiumi, le montagne, i mari, le valli, le steppe, di più, le città, i palazzi, le pietre, di più, il cielo, i tramonti, le tempeste, di più, la neve, di più, la notte, le stelle, il vento, tutte queste cose di per sé vuote e indifferenti si caricano di significato umano perché, senza che noi lo sospettiamo, contengono un presentimento d’amore. Quanto era stato stupido a non essersene mai accorto finora. Che interesse avrebbe una scogliera, una foresta, un rudere se non vi fosse implicita un’attesa? E attesa di che se non di lei, della creatura che ci potrebbe fare felici?”

LORENZO VIGANÒ

Beh, la pagina di “Un amore”, “Un amore” è un romanzo, l’ultimo romanzo che ha scritto Dino Buzzati, è la storia di un architetto di 49 anni che si innamora di una ragazza squillo minorenne e questo rapporto tormentato, terribile, oggi si direbbe tossico, lo coinvolge, lo prende. Ed è un romanzo che tra l’altro aveva destato molta polemica, intanto per il tema trattato, che oggi si direbbe politicamente scorretto, tant’è vero che tu mi hai detto che non si potrebbe rappresentare in teatro a cuor leggero, e poi perché rappresentava un cambio di direzione completo rispetto a quello che Buzzati aveva abituato. Infatti è un autore di letteratura fantastica, mentre questo è un romanzo non verista, ma è un romanzo realista, lui lo diceva, perché racconta effettivamente il tormento di quest’uomo. È una storia che nasce da un’esperienza autobiografica. Poi la prosa, perché è un monologo interiore, quindi ci sono pagine senza un punto in cui c’è proprio questa forma terapeutica della scrittura e l’unica per uscirne, aveva scritto sul diario, è scriverne, quindi è proprio una forma come vomitare tutta il suo tormento. Quindi c’è questo tormento, questa disperazione, gelosia, attaccamento che attraversa tutte le pagine di questo libro. Fino alla fine, questo tormento. L’amore che lui ammette quando gli dicono: “Ma come mai hai scritto questo romanzo così avanti con l’età?” E lui risponde: “In effetti mi ero sempre domandato perché l’amore avesse suscitato e suscitasse nei pittori, nei poeti, negli scrittori così grande attenzione, semplicemente perché non l’avevo scoperto, ma in tarda età ho scoperto l’amore” e quindi ne parla. Durante tutto nel questo romanzo il protagonista, e quindi anche la storia del romanzo, non fa alcun riferimento alla morte perché è talmente preso dalla storia e dal tormento e dalla sofferenza che questa storia d’amore comporta che si dimentica della morte fino alla fine. Alla fine, quando Laide, questa ragazzina si addormenta e tutto il libro, tutta l’atmosfera del libro assume come una quiete, una serenità e lui la guarda dormire e non si preoccupa più del domani, di che cosa sarà del loro rapporto e guarda Milano e guarda Milano dai tetti e vede tutti i tetti affacciati e lì finalmente sembra sereno all’interno di questo rapporto, in quel momento rivede la torre nera e rivede la morte. Nel momento in cui l’amore non è più tormentato, ecco che il tema fondamentale della sua poetica, cioè la morte, riappare come torre nera

PIERO VIETTI

E la morte è il tema di “Poema a fumetti” di cui adesso…

LORENZO VIGANÒ

Certo. La morte, appunto, è un tema che lui ha sviscerato. Montanelli diceva che lui ha vissuto, abbracciato la morte, l’ha sfidata, l’ha corteggiata, l’ha vinta, ci ha vissuto abbracciato e l’ha rappresentata in tutti i modi in cui poteva rappresentarla e l’ha indagata e uno dei modi è proprio “Poema a fumetti”. Il “Poema a fumetti”, come diceva Paolo, è la storia, la rivisitazione in chiave pop art del mito di Orfeo e Euridice e quindi la possibilità di oltrepassare la porta dell’averno e vedere com’è fatto l’aldilà. Ecco che Buzzati ci porta nell’aldilà e ci fa vedere esattamente come aveva fatto con un altro racconto che è “Lo strano viaggio di Domenico Molo”, che poi darà il via a un film mai realizzato insieme a Federico Fellini che è “Il viaggio di G. Mastorna”. Così ci porta nell’aldilà e ci mostra com’è questo aldilà, come saremo noi nell’aldilà.

PAOLO VALERIO

“Poema a fumetti”. Parole e immagini di Dino Buzzati.

“Rimpianti? Così è, ragazzo straniero. Rimpianto è la malattia del posto, come la malaria in palude, molto mal vista. Il peggior vizio vietatissimo è guardare nel mondo dei vivi attraverso certi finestrini clandestinamente per assaporare i paradisi perduti. Dico, ma qui che cosa vi manca? Quasi niente. Da qualche tempo hanno messo perfino la TV a colori, però manca il più importante, la libertà di morire. Esiste anche il Palazzo dei Maniaci, una grande costruzione. A due a due nelle celle fanno incredibili sforzi incitandosi l’un l’altro per ricordare, ricordare. Nel complesso, saranno pur felici di essere immortali. Certo, felici, non devono più morire, non devono più patire. Malattie, ferite non esistono più. Nessuno ha fame, nessuno ha bisogno, tutti uguali. Parlano uguale, mangiano uguale, si divertono uguale, sono felici. Sbadigliano. O morte, dono sapiente del Dio, da te le grazie del mondo, anche l’amore. E ora qui, dove tu non ritorni, con occhi vuoti guardiamo le nubi, il mare, le selve senza più misteri.”

E ora vi leggo e vi mostro le ultime tre tavole di questo capolavoro, “Poema a fumetti”. Io sempre penso che questo sia il testamento poetico di Dino Buzzati, perché accanto ai suoi temi, il lavoro che lui ha potuto creare sull’immagine, ci aprono infiniti e nuovi mondi.

“In quel preciso momento sulle creste della Gran Fermeda turbinava la tormenta con le sue solite anime in pena. Gli ultimi re delle favole si incamminavano all’esilio e sul deserto di Calari le turrite nubi delle eternità passavano lentamente.”

PIERO VIETTI

Questa attesa viva, spesso terrificante, anche abitata da creature terribili che comunque hanno qualcosa per te c’è fino alla fine della vita e dell’opera di Dino Buzzati. Nei suoi personaggi nessuno è felice, eppure tutti attendono qualcosa. Poi arriva la chiamata, il reggimento che parte, lui usa questa immagine: tutti quanti facciamo parte di un reggimento che è nascosto da qualche parte nella nostra città, magari lontano, magari proprio nella strada qua sotto casa e prima o poi questo reggimento parte, arriva la chiamata e noi dobbiamo partire. L’avviso fatale che arriva. La vita, l’abbiamo detto nell’opera di Buzzati, è attesa della morte, ma non solo morte come fine di tutto, come spegnersi delle energie prima di sprofondare nel nulla. Nell’ultima raccolta di suoi racconti e pensieri che si chiama “Il reggimento parte all’alba”, lui proprio lo dice, scrive: “Non è detto che dopo la partenza tutto sia finito. Si tratta anzi del massimo problema, della cosa fra tutte importante e terribile. Qual è la destinazione dei reggimenti in partenza?”

Lorenzo in pochi minuti, aiutaci a capire il rapporto di Buzzati con la morte, ne abbiamo già parlato, ma con il dopo, soprattutto.

LORENZO VIGANÒ

Sì. Una cosa velocissima, “Il Poema a Fumetti” che ha appena letto Paolo in realtà avrebbe dovuto chiamarsi “La cara morte” e le parole che ha letto lo spiegano bene, la morte è una cosa che dobbiamo tenerci cara perché è quella che dà il senso alla nostra vita. Senza i nostri tormenti, senza le malattie, senza la paura di morire la nostra vita non avrebbe nessun significato. Buzzati, l’ha esplorata in tutti i modi, ma l’ha esplorata da spettatore, l’ha indagata da curioso, l’ha pensata. Ha pensato come poteva essere, come appunto qui nel “Poema a fumetti”, ma a un certo punto si ammala e morirà per un tumore al pancreas. Durante la malattia scrive “Il reggimento parte all’alba” e il reggimento, come diceva Piero, è che tutti siamo affidati, assegnati a un reggimento, i reggimenti sono un po’ qui dappertutto e quando riceviamo la chiamata noi dobbiamo partire perché è l’unico reggimento che non prevede disertori. In questo caso ne “Il reggimento parte all’alba” cambia il punto di vista di Dino Buzzati perché non è più uno spettatore ma è un morto che cammina, un “dead man walking”, vive in questo mondo, ma non appartiene già più a questo mondo perché ha ricevuto la chiamata. Quindi in questo “Il reggimento parte all’alba”, che è un libro postumo perché è una sorta di “Spoon River” perché è fatto da tanti ritratti e l’agenda che lo conteneva aveva proprio anche un elenco di personaggi tra cui per esempio Gesù Cristo che avrebbe sviluppato, ogni personaggio contiene una parte di Dino Buzzati perché ogni personaggio attraversa le emozioni che attraversa una persona che sa di dover morire, la rassegnazione, la disperazione, la speranza, la serenità. Tutto questo Buzzati lo racconta e ancora una volta non si nasconde, ancora una volta scrive un romanzo in presa diretta. Che cosa si aspettava? Non aveva paura di morire, Buzzati, ma aveva paura, temeva quello che ci sarebbe stato dopo e che più di una volta aveva cercato di rappresentare. In questo rimpiangeva di non credere perché sapeva che se avesse creduto forse sarebbe arrivato, avrebbe avuto un’altra visione del dopo. Tant’è vero che c’è una bellissima poesia, una preghiera laica che si intitola: “Dio che non esisti, ti prego”. Questo è quello che lui prova, ma contemporaneamente ci avverte e ci dice che la morte però non è la fine di tutto, non dobbiamo avere paura perché può essere la conclusione di una nostra vita, magari sbagliata, magari non la pensavamo esattamente come l’abbiamo vissuta. Ma la morte può essere affrontata con coraggio, deve essere affrontata con coraggio perché in fin dei conti “Il Deserto dei Tartari”, racconta la storia di Giovanni Drogo che apparentemente rimane sconfitto, ma in realtà è un antieroe e quindi la sua battaglia la vince. Così possiamo fare noi, noi che riceviamo, che sappiamo. Noi viviamo come se non ci fosse il reggimento, come se la chiamata non ci riguardasse, riguarda qualcun altro, i nostri vicini, ma non noi. Invece Buzzati ci avverte un’altra volta, ci dice: “No, guardate che non è così. La chiamata c’è e ci sarà”.

PIERO VIETTI

Prima di sentire le ultime due letture di Paolo Valerio provo a dare una mia lettura di questo che hai appena detto perché mi ha sempre colpito, leggendo soprattutto quest’ultimo romanzo, ma leggendo tutto il rapporto di Buzzati con la morte, questo avviso terribile che tutti riceviamo, che i personaggi di Buzzati ricevono, questo reggimento che parte e bisogna andare, non ha in realtà a che fare solo con la morte, né con una partenza immediata. È una maledizione, il dono, l’illuminazione che ci fa incominciare ad attendere, è la goccia che risale alle scale, sono i Tartari, è Laide, la ragazza di cui si innamora in “Un amore”, è il Colombre, è lo sconosciuto che era venuto a cercarci, è quell’uno che ci attende. Inseguito dal mistero per tutta la vita, Buzzati non è riuscito a dargli un volto, ma lo ha sempre sentito, percepito sotto la crosta della realtà. Nel brano che tra poco leggerà Paolo si capisce benissimo. Un mistero che preme dietro a tutte le cose ed è lì per uscire ed è lì per lui. Lo scrittore bellunese ha voluto ripetere fino all’ultimo ai suoi lettori quell’unica cosa che incessantemente aveva scritto in ogni sua riga. L’uomo è un’attesa misteriosa e grande e quando se ne accorge, riceve l’avviso, la partenza del reggimento, non può più vivere come prima.

PAOLO VALERIO

“Duilio Ronconi, possidente”.

“L’infermo, come ogni sera, venne portato con la poltrona a rotelle sulla terrazza della sua casa di campagna, dominante una ondulata distesa di prati, di siepi e di boschi e lasciato solo. Come il sole stava calando dietro il profilo delle turrite montagne, così lui sentiva lentamente svanire da sé la vita. Tutto dinanzi era deserto, silenzioso e bellissimo. A un tratto, in una liscia vasta prateria in declivio che, recinta da un’alta siepe, da quella parte chiudeva la vista, cominciò a formarsi una gobba tonda, come un piccolo covone di fieno che a vista d’occhio aumentò raggiungendo la presumibile altezza di almeno due metri e mezzo e crescendo si spostava in direzione di lui riguardante, come se il prato fosse un’elastica coperta di lana sotto la quale strisciasse un essere animato, un mostro, una talpa gigante. La gobba, infatti, non appariva più tonda, bensì allungata, quasi corrispondesse allo sviluppo di una schiena ed era seguita da una protuberanza di gran lunga minore che si spostava di conserva e che poteva essere alla coda. Talpa gigante? Serpe sotterraneo? Creatura degli abissi o prodigio di nostro Signore? L’uomo fu tentato di chiamare, se non altro per far parte ad altri del miracolo, ma si trattenne. Preferiva assaporare da solo la vista inaudita. Per qualche istante si aspettò che la spaventosa escrescenza crepasse, lasciando uscire il mostro, ma la prateria, come pelle resistentissima, non cedeva. Meglio così si persuase, perché il mistero si manteneva più intenso. Ma erano le ultime luci di quel giorno privilegiato. Il vecchio capì benissimo che si trattava dell’annuncio fatale, messo in atto esclusivamente per lui. Doveva partire forse la sera stessa, tuttavia si sentì pervaso da una felicità quale nella lunga vita non aveva provato mai.”

PIERO VIETTI

Un breve racconto che ricorda le pagine finali del “Deserto”, Lorenzo.

LORENZO VIGANÒ

Certo, perché la serenità, quella che dicevamo prima, alla fine c’è la disperazione, c’è la rabbia, c’è la rassegnazione, ma alla fine c’è anche la serenità, il fatto di accogliere la grande signora che ci viene a prendere. Buzzati, nel “Reggimento parte all’alba”, nel racconto finale che è un racconto molto struggente ma è di una dolcezza enorme racconta che lui – ed è una cosa realmente accaduta, lui si chiama Ottaviano Sebastian, ma in realtà è Dino Buzzati – va a trovare la forza, lo spirito per partire, per affrontare questo viaggio, il viaggio supremo definitivo, torna nel cimitero di Belluno dove è sepolta sua mamma e raccontava Almerina che lei lo aspettava fuori dal cimitero e lui era entrato nel cimitero per cercare, per avere un segno, per avere un conforto da sua mamma. Nel racconto che lui poi fa di questo viaggio effettivo, durante il ritorno, a un certo punto vede la mamma seduta sul sedile di fianco e sua mamma gli dice: “Non ti preoccupare, Dino, ti accompagnerò io”. Lui dice: “Non puoi accompagnarmi”. “Ma sì, ti accompagnerò, mi farò piccola piccola e entrerò dentro di te”. Questa cosa lo rilassa, gli crea, gli dà quella serenità e quindi vede il suo reggimento che è lì vicino alla strada e a quel punto scende dalla macchina e parte con il suo reggimento.

PAOLO VALERIO

“La fortezza era lontana, non si scorgevano più nemmeno le sue montagne. Nel sommo del cielo, là dove l’azzurro si faceva profondo, brillarono tre o quattro stelle. Drogo era solo. Il maggiore Drogo per un istante sentì che il duro carico dell’animo suo stava per rompere in pianto. Proprio allora, dai fondi recessi, uscì limpido e tremendo un nuovo pensiero: la morte. ‘Coraggio, Drogo, questa è l’ultima carta. Vai incontro alla morte da soldato e che la tua esistenza sbagliata almeno finisca bene. Vendicati finalmente della sorte. Nessuno canterà le tue lodi, nessuno ti chiamerà eroe, ma proprio per questo vale la pena. Varca con piede fermo il limite dell’ombra, dritto come a una parata e sorridi anche, se ci riesci. Dopotutto la coscienza non è troppo pesante. E Dio saprà perdonare’. Questo Giovanni diceva a se stesso, una specie di preghiera. Con inesprimibile gioia Giovanni Drogo si accorse d’improvviso di essere tranquillo, ansioso quasi, di ricominciare la prova. E subitamente gli antichi terrori caddero, gli incubi si afflosciarono, la morte perse l’agghiacciante volto, mutandosi in cosa semplice e conforme natura. La camera si è riempita di buio. Solo con grande fatica si può distinguere il biancore del letto e tutto il resto è nero. Fra poco dovrebbe levarsi la luna. Farà in tempo Drogo a vederla o dovrà andarsene prima? La porta della camera palpita con uno scricchiolio leggero, forse un soffio di vento, un semplice risucchio d’aria. Forse è invece lei che è entrata con passo silenzioso e adesso sta avvicinandosi alla poltrona di Drogo. Facendosi forza, Giovanni raddrizza un po’ il busto, si assesta con una mano il colletto dell’uniforme, dà ancora uno sguardo fuori dalla finestra, una brevissima occhiata per la sua ultima porzione di stelle. Poi nel buio, benché nessuno lo veda, sorride”.

PIERO VIETTI

Grazie a Paolo Valerio, grazie a Lorenzo Viganò e grazie a Dino Buzzati. L’incontro di stasera voleva essere una pennellata, dare alcune pennellate. L’invito è quello di leggerlo, di scoprirlo e di apprezzarlo. Ci sono mille sfaccettature per conoscere e amare Dino Buzzati. Grazie a voi perché quello che secondo me ci portiamo a casa dall’incontro di questa sera è, oltre ad avere conosciuto un grande scrittore, è che nel deserto dell’esistenza si può cominciare a costruire partendo dal mattone di un’attesa viva, un’attesa di qualcuno che c’è e che viene. Grazie, grazie a tutti voi […]

Data

25 Agosto 2025

Ora

21:00

Edizione

2025

Luogo

Sala Neri Generali Cattolica
Categoria
Incontri