Volti che costruiscono… Pietro e Marco

2 Marzo 2026
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Il Meeting lo conoscevano entrambi fin da piccoli. Pietro ci veniva con i genitori. Marco seguiva con curiosità il padre, volontario agli spettacoli. Poi, crescendo, è arrivato il momento della scelta personale.

«Quello che cambiò tutto fu l’invito del nostro amico Aquila, nei mesi successivi alla laurea. Mi disse: “Guarda che qui c’è un modo di imparare a lavorare, che puoi vivere insieme a degli amici”. Quella è stata la scintilla iniziale». Per Marco, invece, è stato proprio l’incontro con Pietro a riaccendere il coinvolgimento. E per entrambi il lavoro nei Servizi generali è stato una bella fatica. Ti interfacci con i convegni, con i servizi tecnici, con la direzione, con il pubblico del Meeting, è un’orchestra in cui tutti devono suonare la loro parte, con gli orari da rispettare al minuto. Ma è anche un’occasione di scoperte preziose.

«La prima cosa che ho imparato è un metodo», racconta Pietro. Un modo di stare davanti a ciò che accade, affrontando le situazioni insieme alle persone che ti sono accanto. A renderlo possibile è la chiarezza di uno scopo comune: costruire qualcosa insieme. «Durante l’anno mi accorgo che questo metodo lo porto nel mio lavoro». Certo, esistono regole, contratti, procedure. «Ma la cosa più importante è conoscere l’altro: guardare la persona che hai davanti».

Marco conferma: il Meeting è un luogo dove incontri persone e storie che ti porti dietro tutto l’anno. «Non resta tutto chiuso in quella settimana. Conosci esperienze che cambiano il tuo modo di guardare la vita. Incontri persone che rimangono, che diventano parte del tuo cammino».

Da questa esperienza nasce anche la consapevolezza del valore del Meeting. «È sì un luogo di approfondimento culturale», dice Pietro, «ma soprattutto un luogo in cui emerge una bellezza, un modo più umano e più vero di vivere le circostanze, anche quando sono dolorose o critiche». «L’esempio più vivo che ho negli occhi è la mostra su Ermanno lo storpio del 2025», aggiunge Marco. «Raccontava la fatica della disabilità, di famiglie che accolgono figli fragili, di adulti che convivono con i propri limiti. Guardavo i volti di chi usciva: erano commoventi. Io stesso ne sono uscito “spaccato in due”, in senso buono. Rinfrancato nella mia esperienza di umanità fragile».

Per questo vale la pena sostenere il Meeting. «Sostenerlo», spiega Pietro, «significa riconoscere che ciò che accade lì può essere vero anche per sé, nel proprio quotidiano». Ti nasce quasi spontanea una domanda, completa Marco: come fa il mondo a non sapere che il Meeting esiste? «Sostenerlo significa dare la possibilità anche solo a una persona in più di incontrarlo. Permettere a qualcun altro di fare quell’esperienza di bene, di bellezza e di crescita che io ho potuto vivere».

E così quest’anno loro due ci saranno ancora e anche con nuove responsabilità. Pietro continuerà a coordinare le sale convegni, con un’attenzione particolare all’Auditorium, con 3.500 persone da accogliere una ad una per più convegni al giorno. Marco, insieme a Nicola, guiderà i Servizi generali, un plotone da oltre 500 volontari. Sarà ancora più impegnativo, certo. Ma in fondo già lo sanno che quelle fatiche, alla fine, li renderanno più leggeri.