Volti che costruiscono… Suor Barbara

31 Marzo 2026
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Si chiamano Suore di Carità dell’Assunzione, ma sono più note come le “suorine di Martinengo”, dal nome della strada milanese in cui ha sede la casa madre. Il loro habitat sono decisamente le periferie urbane.

Suor Barbara ha conosciuto quelle di Catania, Torino e, da diciotto anni, Roma. Assieme alle consorelle svolge un lavoro discreto ma prezioso di sostegno alle famiglie in difficoltà, soprattutto dal punto di vista sociosanitario, ma negli ultimi anni sempre di più anche come sostegno allo studio.

«Non risolviamo problemi», chiarisce, «condividiamo le vite delle persone». Che normalmente ne sono molto grate. Come gli amici musulmani che, nei giorni scorsi, hanno coinvolto le suorine nei festeggiamenti per la fine del Ramadan. O la giovane madre di un paese estero che la chiama «la mia mamma in Italia», tanto che, per sua figlia, suor Barbara è diventata ufficialmente una nonna.

«Io al Meeting ci sono sempre andata», racconta. «L’anno scorso però mi sono detta che, prima di morire, dovevo fare una volta buona l’esperienza della volontaria». Detto, fatto. Tra le oltre cento opzioni possibili sceglie senza esitazioni il fundraising: «Anche nella nostra congregazione lo facciamo».

Una suora al fundraising? Più che altro un vulcano. Una carica di entusiasmo che si tira dietro tutti. E quando le domandiamo cosa si porta a casa da questa esperienza, non ha dubbi: «Il fundraising è la bellezza di vedere le persone e la gratuità che esprimono».

Una gratuità che riguarda tutti, ma che la colpisce soprattutto nei bambini: «Arrivano al desk magari per i gadget, ma poi, quando spieghi di cosa si tratta, stanno attentissimi. E alla fine vanno a chiamare mamma e papà».

Il senso di questa esperienza lo riassume in una frase semplice e potente: «È bello risvegliare negli altri il desiderio di donare e di essere partecipi di un’opera bella».

Ma in che senso il Meeting è un’opera bella?

«Io l’ho sempre vissuta come un’esperienza di apertura e di respiro. Si percepisce un orizzonte sulla vita e sul mondo che non si trova in nessun altro evento pubblico». Poi cita Gino Paoli, scomparso da poco. «È il cielo in una stanza, il Meeting. Ti permette di abbracciare il mondo, di conoscere esperienze e situazioni che allargano il cuore. Quante volte ti capita di dire: “Questa cosa non la sapevo”».

E aggiunge: «È un’esperienza palpabile — culturale, religiosa, storica, scientifica — del fatto che tutta la realtà è attraversata da uno sguardo, da un giudizio che tocca il cuore e ti fa dire: “Voglio guardare così il mondo”».

Ecco quindi perché vale la pena di sostenere il Meeting: «Perché qui è come se tutto ciò che incontri diventasse tuo. Nasce il desiderio di farlo conoscere ad altri, perché è qualcosa che può fare vivere me e il mondo».


Tra i ricordi più vivi del Meeting 2025, le mostre sull’Ucraina e sui martiri d’Algeria: «Quante volte incontriamo persone, anche di altri Paesi, scoraggiate, con negli occhi la guerra e la distruzione. Non conoscono esperienze come queste, dove si vede che si può vivere anche dentro la guerra».

Infine cita a memoria don Giussani: è la nostra natura che ci spinge a interessarci degli altri, di ogni uomo. «Di tutti, non solo del cristiano».

Il Meeting è proprio questo: un luogo che risveglia il cuore dell’uomo, fatto per il dono di sé, per la condivisione. E la condivisione «è lo sguardo che Dio ha su di noi».