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UNIVERSITÀ. UNA PRESENZA CHE COSTRUISCE PER TUTTI
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Elena Beccalli, rettore Università Cattolica del Sacro Cuore; Giovanna Iannantuoni, presidente CRUI (Conferenza dei Rettori delle Università Italiane). Modera Alfredo Marra, professore di Diritto amministrativo, Università di Milano Bicocca. In occasione dell’incontro intervento di alcuni studenti universitari
L’Università italiana si trova, oggi, a un tornante della propria storia, in bilico tra nuove opportunità e rischi di snaturamento. In un contesto di profondo ripensamento delle sue missioni e della sua organizzazione è fondamentale rimettere al centro della riflessione il rapporto tra docenti e studenti, valorizzando l’intelligenza, la creatività, il desiderio dei più giovani e la passione dei docenti che vogliono rischiare nell’avventura educativa. È solo in una relazione autentica tra chi insegna e chi impara, infatti, che l’Università può ridefinire il proprio volto.
Con il sostegno di Regione Emilia-Romagna, Università Cattolica del Sacro Cuore
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ALFREDO MARRA
Buongiorno. Buongiorno a tutti, benvenuti, spero che mi sentiate bene. Nonostante l’orario un po’ infelice, la sala gremita mi pare che documenti che qui al Meeting di Rimini l’università è ancora un tema di interesse. Non so se anche in altre città d’Italia, soprattutto a Roma, è ancora così. Mi fa particolarmente piacere essere qui oggi, dopo tanti anni, a presentare nuovamente un incontro sull’università. Ventitré anni fa da un palco come questo discutevamo con l’allora ministro Moratti. Io ero uno studente universitario, come la maggior parte dei presenti in sala, e con l’allora rettore del Politecnico di Milano, il professor De Maio, che era il principale consulente della ministra, discutevamo della riforma dell’università. Da allora tanta acqua è passata sotto i ponti, ma l’esigenza di riflettere in modo critico sull’università, sul suo scopo, sul suo destino non è venuta meno. Questa esigenza di riflessione è avvertita in modo particolare da coloro che in università abitano, perciò in primis dagli studenti, dalle studentesse e dai docenti.
Vi è tra costoro la percezione diffusa e condivisa che l’università stia attraversando una fase di profonda trasformazione, problematica e anche incerta per alcuni versi, perché in bilico tra nuove opportunità e rischi di snaturamento. Come ha notato alcuni mesi fa Lorenzo Ornaghi in un articolo uscito su L’Islander, in cui parlava di allontanamento inesorabile delle università dal suo Ideal tipo. Non c’è dubbio che in questi ultimi venti, venticinque anni l’università è cambiata significativamente. È diventata un’università per molti versi più efficiente, meno sprecona, meno autoreferenziale, più internazionale, più aperta alle esigenze del mondo esterno, più attenta alle istanze che vengono dal di fuori. D’altra parte però è anche vero che l’università è diventata per molti versi più ingessata, più burocratica di una burocrazia che talvolta soffoca anche gli entusiasmi più genuini. Con una didattica molto più standardizzata, sempre meno attrattiva l’università per i giovani talenti. Forse un’università anche poco attrezzata per rispondere alle grandi sfide del nostro tempo.
In effetti viviamo un tempo di profonde trasformazioni, il mondo sta cambiando rapidamente, lo vediamo tutti i giorni e se certamente è vero che il paradigma neoliberale sul quale avevamo confidato, al quale avevamo affidato le nostre speranze di crescita, ha evidentemente fallito, è altrettanto vero che nuovi paradigmi culturali che possano guidare il futuro stentano ad affermarsi. Perciò, come ha scritto Mauro Magatti, che è qui in prima fila e che saluto, in un libretto che ho avuto il piacere di curare e che uscirà tra poco per le edizioni del Mulino, viviamo in un momento della storia nel quale (riprendo questa affermazione di Mauro che condivido pienamente) viviamo in un momento della storia nella quale non c’è un mondo degli adulti che conosce le ricette per il futuro e un mondo dei giovani che deve semplicemente apprendere queste ricette e applicarle. No, siamo in una fase completamente nuova nella quale queste ricette sono ancora da scrivere e queste ricette le dobbiamo scrivere insieme. C’è bisogno, diceva Magatti, di costruire un nuovo patto tra le generazioni e perciò in università, innanzitutto in università, c’è bisogno di un nuovo patto tra docenti e studenti.
Come scriveva il filosofo britannico Whitehead, che ha molto influenzato il mondo universitario americano, il dramma del nostro mondo è che gli esseri ricchi di immaginazione mancano di esperienza, mentre quelli dotati di esperienza mancano di immaginazione. Il ruolo dell’università è di saldare l’immaginazione all’esperienza. Allora l’incontro di oggi vuole rimettere al centro proprio il rapporto tra docenti e studenti, perciò lo abbiamo concepito come un dialogo tra alcuni studenti universitari che porranno alcune domande e le due autorevoli ospiti che sono sedute qui alla mia sinistra: la professoressa Giovanna Iannantuoni, che è la mia rettrice, la rettrice dell’Università di Milano Bicocca e la presidente della CRUI, e la professoressa Elena Beccalli, che è la rettrice dell’Università Cattolica. Le ringraziamo sin d’ora per essere intervenute e passiamo subito alle prime domande. Prego.
LUIGI BIONDINI
Buongiorno, sono Luigi Biondini, studente della Statale di Milano. Volevo porre una domanda a entrambe le rettrici. Negli ultimi anni si è parlato tanto di riforma della didattica, seguendo soprattutto due direttrici: quella del rapporto tra didattica tradizionale e didattica innovativa e quello tra didattica in presenza e online, dunque sincrona e asincrona. Quale crediate sia il valore della didattica? Quale scopo dovrebbe perseguire una sua riforma? E infine, qual è il valore della didattica in presenza? Grazie.
GIOVANNA IANNANTUONI
Anzitutto grazie, per me è bellissimo essere qua. Grazie ad Alfredo per la tua introduzione ricca e stimolante. Sono particolarmente contenta di essere qua con Elena perché io e Elena siamo grandi amiche e quindi sono particolarmente contenta di essere qui con lei e veramente la congratulo come prima donna rettrice dell’Università Cattolica, quindi congratulazioni, bravissima. Ci aspettiamo grandi cose da te, Elena, complimenti. La domanda è molto interessante e voglio fare un preambolo legandomi anche un po’ al discorso che Alfredo faceva prima. È chiaro che ieri abbiamo tutti letto quello che Mario Draghi ha detto proprio qui al Meeting di Rimini. Come non iniziare ricordando proprio il suo rapporto che ha avuto così tanta influenza in Europa e non solo, in cui si sottolinea come una crisi di competitività delle imprese, ma anche generale della società europea, nasce ormai da più di venti anni. Da più di venti anni noi abbiamo vissuto un declino del ruolo che l’Europa ha sul piano internazionale, proprio rispetto ai due players che sono da un lato gli Stati Uniti, dall’altro la Cina, e proprio l’intelligenza artificiale è uno di quei punti su cui certamente siamo un po’ indietro rispetto a questi due players.
Ecco, qual è la risposta? Qui lo dico proprio anche da mamma, c’è mia figlia lì che ha tredici anni e dobbiamo disegnare un futuro per i nostri figli. Qual è la risposta che noi possiamo dare rispetto a un declino generale di cui tutti parliamo? Vedete, da economista le prime due risposte sono che non c’è crescita economica che non dipenda da un investimento serio su due che sono i due motori della crescita: da un lato l’investimento nel capitale umano, cioè la formazione delle persone, e dall’altro l’innovazione tecnologica, e non c’è innovazione tecnologica che non derivi dalla ricerca. Vedete, queste due cose, cioè la formazione del capitale umano da un lato e l’innovazione, cioè la ricerca, sono due meraviglie che avvengono all’interno del sistema universitario. Non c’è risposta al declino dell’Europa che non passi dall’università. Se noi davvero riflettiamo su questa mia frase e la accogliamo, non possiamo non essere quasi colpiti e feriti dalla sottovalutazione che il sistema universitario ha nel nostro paese, dal suo sotto finanziamento, ma anche dal fatto che noi non riusciamo davvero a far comprendere come la testimonianza e la presenza fisica nei campus universitari, nelle nostre città, sia irrinunciabile se davvero crediamo in una democrazia e nella coesione sociale.
Io vi lascio con due dati. Il primo è quello del cosiddetto ascensore sociale. Non so quanti di voi sanno che nei nostri due milioni di studenti universitari più della metà sono i primi laureati delle loro famiglie, cioè non hanno né il padre né la madre laureato. E questo per le ragazze è vero al 65%. L’università resta l’unico ascensore sociale che noi abbiamo. Quindi prima di buttarlo via o prima di abbassare il livello dell’università riflettiamo molto bene. Un altro motivo che mi rende molto felice di essere qua con Elena. Io oltre a essere la presidente della CRUI, quindi rappresento gli atenei statali e gli atenei non statali allo stesso modo, sono però la rettrice di Milano Bicocca, che è un ateneo statale. Elena è la rettrice di Cattolica, che è un ateneo non statale. Qual è la differenza tra questi due atenei? Nessuna. Siamo atenei no profit, cioè siamo atenei il cui agire ha come obiettivo la valorizzazione dei talenti dei nostri studenti, ha come obiettivo la ricerca, ha come obiettivo la passione e la voglia di cambiare nel meglio il nostro paese. Nessuna di noi due, quando disegna una strategia per i nostri atenei, ha come obiettivo quello di massimizzare il profitto, altrimenti prenderemo decisioni completamente diverse. Diciamolo a gran voce: offerte didattiche che hanno come obiettivo la massimizzazione del profitto sono un’altra cosa, hanno come obiettivo un’altra cosa.
Quindi venendo alla tua domanda, e mi scuso se rispondo così rapidamente, qual è il valore della didattica in presenza? La didattica in presenza è tutto. Pensate a Milano senza i suoi otto atenei e senza i duecentocinquantamila studenti universitari che portiamo nella nostra città cosa sarebbe? O pensiamo a ciascuna delle città a cui si toglie l’università in presenza, il campus universitario. Diventerebbero città vuote di giovani, di voci, di idee, di futuro, di passioni. Ecco, consideriamo la didattica in presenza e la presenza delle università all’interno delle città come il motore della democrazia, come il motore del futuro e come il nostro futuro, il nostro lascito alle prossime generazioni.
ELENA BECCALLI
Parto anch’io con un ringraziamento, un ringraziamento innanzitutto per l’invito ed è anche per me un grande piacere essere qui con Giovanna, grande presidente della CRUI che ha saputo interpretare questo ruolo con tanta passione e lungimiranza, quindi grazie. E poi è bello essere qui perché è noto il legame storico consolidato tra il Meeting e l’Ateneo dei cattolici italiani e sapere che tante studentesse e tanti studenti del nostro ateneo stanno lavorando in questi giorni come volontari, hanno contribuito all’ideazione di iniziative, di dialoghi, è per me motivo di grande speranza, perché vuol dire che i giovani sanno generosamente porsi in maniera attiva anche in azioni di volontariato. E questo è molto lontano dallo stereotipo che li vede come soggetti passivi che si impegnano poco per il sociale. Quindi grazie, grazie molte per questo invito.
Vengo alla domanda. Credo serva innanzitutto guardare oltre questa distinzione tra le varie modalità della didattica, perché questi sono tutti strumenti, ma quello che noi non dobbiamo perdere di vista è il fine della didattica. E allora per richiamare il fine autentico della didattica, voglio rifarmi a un passaggio di un intervento recente del Cardinal Tolentino in occasione dell’Assemblea Generale della Federazione Internazionale delle Università Cattoliche, quando richiama il fine ultimo della didattica come la realizzazione di uno spazio in cui ciascuna persona con la sua individualità possa crescere. E quindi possa rendersi protagonista del suo futuro, ma allo stesso tempo possa vedere allargati i propri orizzonti proprio per il tramite dell’azione dell’università. E quando questo si realizza, sottolinea il Cardinal Tolentino, si realizza non solo il bene personale, ma il bene comune. E quindi si ritrovano già due tratti essenziali del fine dell’università e della didattica: riuscire a valorizzare il percorso personale ma allo stesso tempo non perdere di vista l’orientamento al bene comune.
E tutto questo presuppone la possibilità di valorizzare le relazioni all’interno della comunità universitaria. È un passaggio bellissimo di John Henry Newman in cui ci dice che l’università è l’alma mater che conosce ciascuno dei propri figli, non è una zecca, non è un mulino. Oggi diremmo non è una fabbrica anonima di laureati. E questo è un punto essenziale che ci riporta a due corollari di particolare importanza per me. Il primo è quello di non ritenere le studentesse e gli studenti come degli utenti di un servizio. Le studentesse e gli studenti sono delle persone che desiderano vivere un’esperienza universitaria di didattica declinata sulle specificità di ciascuno e che sappia valorizzare i talenti di ciascuno. Il secondo corollario è che l’università non si può fermare alla professionalizzazione. Non è in alcun modo sufficiente, non può essere l’orizzonte unico del percorso universitario. Dobbiamo fare molto di più. In questo abbiamo una responsabilità come docenti, come soggetti chiamati a guidare le università, perché la tradizione anglosassone ci ha portato molto spesso a delle forme di specializzazione molto spinta che si sono tradotte in forme di parcellizzazione del sapere. Noi dobbiamo stare in guardia da questa parcellizzazione del sapere. Dobbiamo proporre una visione che sappia far dialogare le discipline. E allora le università italiane, la Cattolica, ma in generale il sistema italiano è meglio in grado, io credo, di far dialogare discipline umanistiche, discipline tecnico-applicate e questa è una chiave importante per saper affrontare le sfide del futuro, la rapidità dei cambiamenti che interessano questa epoca, perché se ci fermassimo alla professionalizzazione formeremmo degli studenti che già nascono con competenze e conoscenze vecchie in partenza.
Voglio tornare un momento al tema della didattica innovativa e tradizionale. Io credo che dobbiamo far combinare e dobbiamo far dialogare queste due forme di didattica, perché non possiamo limitarci a una didattica tradizionale che non si confronti con le nuove tecnologie: intelligenza artificiale, digitalizzazione. Possono apportare dei benefici enormi alla didattica, purché non diventino il fine. Il fine deve rimanere il fine autentico da cui siamo partiti. Ma quando sono dei mediatori che arricchiscono l’esperienza dello studente, ecco allora in quel caso possiamo ritrovare dei benefici notevoli anche dalle nuove tecnologie impiegate in ambito universitario. Certo è che questo richiede di mettere in discussione quelle che sono le forme di didattica tradizionale. Noi docenti siamo chiamati a ragionare su come integrare queste nuove tecnologie nei percorsi educativi e per questo, in occasione del mio primo discorso inaugurale lo scorso gennaio, ho lanciato questa proposta di un patto educativo per le nuove tecnologie e l’intelligenza artificiale. Sulla scia del Global Compact di Papa Francesco, l’idea è quella di capire come con un affondo approfondire le modalità con cui le nuove tecnologie possano evitare di diventare il fine della didattica, ma essere uno strumento a servizio di una didattica arricchita.
E c’è un altro elemento che mi porta a sottolineare l’importanza di questo patto per le nuove tecnologie e l’intelligenza artificiale. Senza digitalizzazione rischieremmo di avere delle università chiuse che non si sanno aprire a delle porzioni di potenziali studenti che con i mezzi tradizionali non riuscirebbero ad entrare in un percorso educativo di terzo livello. È una realtà che riguarda l’Italia, riguarda in maniera più ampia a livello internazionale grandi percentuali di popolazione. Se penso all’Italia, siamo di fronte a un divario in termini di numero di laureati importante rispetto alla media europea, quel 31% dell’Italia che si scontra con il 43% del dato medio europeo. Ecco, è qualcosa di cui necessariamente ci dobbiamo occupare. E forse un modo per aprire le nostre università è anche ricorrere al canale digitale, purché questo sia fatto con qualità e rigore. Perché io credo che la differenza stia nel modo in cui approcciamo le tecnologie, non nelle tecnologie che in sé sono uno strumento. E qui mi ricollego proprio a quello che diceva Giovanna. La differenza sta nel modo in cui un’università impiega il digitale. Se il digitale è impiegato per ripiegare il processo educativo sulla sola realizzazione del profitto, e ahimè questo lo vediamo in molti casi, allora siamo di fronte a un fallimento. Gli economisti direbbero che questo è un classico esempio di fallimento di mercato. E qui deve entrare in campo necessariamente l’azione politica, l’azione pubblica, perché per evitare un fallimento di mercato e rimediare a un fallimento di mercato in una potenziale riforma del sistema, io credo che un punto di partenza debba andare a distinguere tra le università profit e le università no profit, perché lì sta la differenza. E in quel caso, appunto, si potrebbe impiegare la tecnologia come un mediatore che facilita, arricchisce i processi di apprendimento e che non piega i processi universitari a delle logiche imprenditoriali orientate al profitto.
BENEDETTO CERMELE
Benedetto Cermele, Università degli Studi di Torino. Durante questi anni, purtroppo, la guerra è esplosa molto vicino a noi, prima in Ucraina e poi in Medio Oriente. Come possono le università italiane, oltre a esprimere una condanna della violenza, tradurre il proprio ruolo culturale, etico e politico in azioni concrete e strutturate che favoriscano la costruzione della pace, promuovendo dialoghi, solidarietà e collaborazione internazionale tra studentesse, studenti, docenti e ricercatori? Quali iniziative possono intraprendere per sostenere percorsi di pace dal basso?
GIOVANNA IANNANTUONI
Questa è una domanda assolutamente molto importante, dato i tempi che tu hai ricordato che stiamo vivendo. In realtà la situazione, come dire, internazionale è veramente molto complessa se si guardano le università. Tu hai ricordato ovviamente luoghi di conflitto, ne hai ricordati due a noi vicini e di cui leggiamo, no, le cronache quotidiane. Ce ne sono molti altri, come sicuramente tu sai. Ci siamo occupati, per esempio, qui rispondo più come presidente della CRUI, come sistema, insomma, più che come rettrice di Bicocca, ci siamo occupati per esempio delle ragazze afgane. Abbiamo creato un corridoio per garantire alle ragazze afgane la possibilità di studiare, cosa che all’improvviso, no, non era più possibile nel loro paese. Ma voglio anche aggiungere, diciamo, già alla complessità della tua domanda, altri motivi di tensione, per esempio quello degli atenei americani, no, e della possibilità di ospitare studenti non americani, appunto, negli Stati Uniti, cosa di cui ci siamo occupati perché anche diversi studenti italiani non hanno avuto il visto, no, per studiare negli Stati Uniti. Quindi, in realtà, la situazione della libertà della ricerca e anche della libertà dello scambio di studenti è, come dire, molto attuale, molto più attuale che in altri tempi recenti che abbiamo vissuto. E quindi in realtà ci viene chiesto da più e più parti di prendere una posizione, di prendere una posizione coraggiosa rispetto ai conflitti o a situazioni non di conflitto, ma comunque di, come dire, discriminazione rispetto agli studenti.
Ecco, io credo che su questo la nostra posizione, che è una posizione sempre stata molto ferma, è che la scienza non ha confini per definizione. Per definizione, la scienza, la ricerca, la ricerca della verità o la ricerca dell’esperimento scientifico o la ricerca sociale o quella umana, per loro nascita, per come nascono, anche l’università per come sono nate le università proprio nel nostro paese, nascono proprio in un senso di libera circolazione di ricercatori, quindi di docenti, di scienziati e di studenti. Quindi la costruzione della pace nel basso, che è una frase che tu hai appena pronunciato veramente molto bella, proprio ci riporta a una presa di posizione. La nostra presa di posizione è che noi siamo accoglienti, che nei nostri atenei possono venire a studiare tutti i ragazzi che hanno il desiderio, il talento, quella fiammella di passione per la ricerca indipendentemente dai paesi da dove provengono. È chiaro che a questo linea di principio, a questo valore, noi dobbiamo, come dire, supportarlo con risorse. Perché è chiaro che, per esempio, con risorse, ma anche con la necessaria, come dire, coordinamento con il MAECI, con il Ministero degli Esteri, con tutti i ministeri, con la politica, perché è chiaro che se noi vogliamo creare un corridoio umanitario, per esempio, come CRUI abbiamo fatto questa scelta di finanziare delle borse di studio per studenti palestinesi, ma poi c’è bisogno dei visti. C’è bisogno di accoglienza per i ricercatori che scappano dalla striscia di Gaza o che non hanno più le università della Cisgiordania dove poter, come dire, studiare. Abbiamo il tema degli atenei israeliani. Noi abbiamo scelto, questo lo voglio ribadire, di non boicottare gli atenei israeliani, perché questo sarebbe contraddittorio rispetto a quello che ho detto prima. Però, ecco, avere una posizione di equilibrio a volte è più difficile che non averla, perché ovviamente prendere una posizione pro o contro, come dire, semplifica. Invece avere una posizione come quella che noi come sistema stiamo cercando di portare avanti, cioè di accoglienza rispetto a tutti, non è semplice perché ovviamente ti espone a critiche da entrambe le parti.
Quindi quello che, insomma, io voglio dire è che noi abbiamo bisogno di supporto, abbiamo bisogno anche di comprendere che l’internazionalizzazione sarà un punto fondamentale per il nostro futuro. È chiaro, noi siamo un paese in declino demografico, come dire, chiaro, evidente. E se leggiamo i numeri del declino demografico ci colpiscono perché il declino demografico è già iniziato, siamo già nel mezzo del declino demografico. Abbiamo già interi classi superiori o anche medie o anche classi elementari, soprattutto nel mezzogiorno del paese, accorpate, che spariscono perché non ci sono bimbi. E quindi le università verranno colpite fortemente a partire dal 2027-2028, cioè da domani, ma in realtà già lo vediamo l’arrivo di questo declino demografico. E quindi siamo certi che una risposta a questo declino demografico sta nell’internazionalizzazione. Su questo, per esempio, Bicocca e Cattolica vogliono molto lavorare con dei progetti sull’Africa, ad esempio, che è il continente giovane per eccellenza. Quindi l’apertura di piattaforme internazionali, e di nuovo qui anche la digitalizzazione ci viene in aiuto, ma questa apertura deve essere un’apertura vera, cioè che si pone, che ha come base quello che dicevo all’inizio di questa mia risposta, cioè il rispetto gli uni degli altri, l’apertura gli uni degli altri e il riconoscimento dei talenti. I talenti che sono assolutamente indipendenti dai luoghi in cui siamo nati. Un ultimo punto lo voglio dire se mi permettete sulle ragazze, sulle studentesse che noi accogliamo provenienti da tutto il mondo, perché in tanti luoghi del mondo, in troppi luoghi del mondo, alle ragazze non è consentito studiare. O comunque non è reso, come dire, semplice e possibile, cioè quasi impossibile. Ricordiamocelo questo perché dobbiamo avere, come dire, un’accoglienza ancora maggiore, delle braccia ancora più aperte per tante di queste studentesse eccezionali, bravissime, che non hanno modo di studiare se noi non le andiamo a prendere e a portarle qua. Quindi, insomma, un pensiero particolare a loro. Grazie.
ELENA BECCALLI
Per rispondere alla tua domanda davvero molto complessa, mi rifarei alle parole di Papa Leone, perché recentemente ci ha dato un insegnamento molto grande. Per fare la pace servono istituzioni di pace, ci ha detto. E le università sono e devono essere istituzioni di pace. Giovanna lo ha già detto molto chiaramente, la CRUI e tutto il sistema universitario italiano è impegnato su vari fronti per fare in modo che le università possano continuare a rappresentare convintamente delle istituzioni di pace. E lo sono in maniera naturale perché possono costruire, come ci ha sottolineato recentemente Monsignor Gallagher, dei ponti tra le civiltà. Siamo in un Meeting in cui andiamo alla ricerca di nuovi mattoni. Ecco, le università da questo punto di vista possono essere quel nuovo mattone che innesca dei processi volti alla pace proprio grazie alla sua forza, che è l’education power. Questo che ho chiamato la forza dell’educazione è una forza molto rilevante pensando alla possibilità di educare le nuove generazioni in maniera rigorosa, convinta, ai valori della pace. Perché questi poi diventeranno il lievito che negli anni a venire potrà far potrà far nascere processi di pace e di pacificazione e di coesione sociale.
Quindi è per la loro natura che le università possono rappresentare, appunto, delle istituzioni di pace, perché accolgono, ma perché formano ai valori della pace. E ancora possono essere delle istituzioni di pace perché rappresentano delle arene neutre di dialogo tra religioni, tra nazioni e quindi possono innescare delle forme di dialogo interreligioso e geopolitico molto efficace. Porto alcuni esempi che hanno interessato il nostro ateneo nell’ultimo anno. La nascita dell’Istituto di Cultura Araba proprio nel segno di quell’apertura, di quel dialogo che ci vuole contraddistinguere come università che è nel mondo e per il mondo. O ancora, un dialogo storico avvenuto lo scorso dicembre tra il Cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato Vaticano, e il segretario della Lega Araba musulmana Al-Issa. Anche questa è un’occasione di dialogo interreligioso che è avvenuta proprio perché l’università è un luogo adatto a costruire delle arene di dialogo interreligioso. E ancora, con il Ministero degli Affari Esteri il prossimo dicembre ospiteremo gli ambasciatori italiani in tutto il mondo per dialogare con loro su modi per costruire la pace. E quindi l’essere un’arena dove il dialogo è una costante, avviene in maniera molto naturale, credo sia una seconda direzione con cui possiamo diventare delle istituzioni di pace.
E poi il nostro altro alveo naturale è quello della ricerca e quindi essere istituzioni di pace perché lavoriamo su progetti di ricerca che valutano e stimano, per esempio, l’impatto degli armamenti in termini di conseguenze economiche piuttosto che conseguenze sociali. È quello che in un centro di ricerca dedicato alla pace andremo a fare in Università Cattolica nei prossimi mesi. Senza dimenticare il valore che già Giovanna ha citato delle relazioni tra atenei, perché lì in maniera molto naturale si costruiscono ponti. E allora il piano Africa dell’Università Cattolica, tutte le iniziative rivolte al continente africano diventano dei modi per costruire dei paradigmi nuovi che riescano a scardinare questo flagello che sono i conflitti che sono così presenti nel continente africano. Non dimentichiamo che il continente africano è oggi il continente con il maggior numero di conflitti in essere. Sono 28 sui 61 che nel 2024 abbiamo osservato a livello mondiale e quindi è un continente molto colpito da quella terza guerra mondiale a pezzi di cui Papa Francesco più volte ci ha parlato. E allora sì, io credo che le università, anche da questo punto di vista, siano uno strumento estremamente efficace per costruire ponti tra civiltà.
NICOLÒ
Buongiorno. Nicolò, studente dell’Università di Bologna. Vi chiedo ad entrambe. In un tempo in cui la partecipazione studentesca è in crisi, qual è e quale può essere, a partire dalla vostra esperienza, il valore della rappresentanza in università? Non vedete il rischio che la nostra presenza sia sempre più costretta dentro le anguste logiche burocratiche di cui l’università soffre? Cosa può fare un ateneo per riconoscere la presenza degli studenti come esperienza viva e generativa di comunità, oltre le logiche formali e procedurali? Grazie.
ELENA BECCALLI
Io sono molto convinta del fatto che i veri protagonisti dell’università siano gli studenti e per me questa non è una formula retorica ma è il modo in cui intendo il vivere l’università. Parlo spesso dell’Università Cattolica come di una comunità educante in cui le varie componenti, docenti e personale ma anche gli studenti giocano un ruolo nella loro quotidianità che deve esser un ruolo attivo e di partecipazione convinta. E a testimoniare questo c’è il gesto che ho fatto come primo gesto da rettore dell’Università Cattolica che è stato inviare una lettera a tutte le studentesse e tutti gli studenti invitandoli a partecipare alla vita universitaria in qualità di tutor, di rappresentanti negli organi, di membri nelle commissioni, di partecipanti nell’associazioni studentesche e sono tante le modalità con cui la partecipazione può essere una partecipazione convinta e non formale o burocratica. E poi mi fa piacere segnalare proprio in questa sede che una partecipazione molto attiva in Università Cattolica quella del gruppo degli studenti di Comunione e Liberazione che da sempre, storicamente, è parte attiva della comunità educante dell’ateneo e che ancora oggi ritrova in don Giussani un segno forte e vivo. Perché? Perché ha rappresentato come vivere il senso religioso sia vivere una esperienza e allora vivere l’esperienza universitaria in prima persona credo sia proprio un tratto distintivo del nostro Ateneo. Anche padre Agostino Gemelli ha sempre invitato gli studenti e i docenti dell’Ateneo ad essere nel cuore della realtà. E questo è un tratto che noi dobbiamo difendere valorizzare gelosamente perché è il tratto che ci contraddistingue, contraddistingue ciascun docente dell’Ateneo ma contraddistingue anche ciascuno studente del nostro Ateneo. E in questo senso l’università non è più solo un luogo di trasmissione del sapere ma diventa sempre più un luogo di esperienza del sapere. È un salto grande questo. Siamo ancora come dire impegnati nel compiere questo passaggio culturale ma è la chiave di volta: l’esperienza del sapere piuttosto che la sola trasmissione del sapere. Questo presuppone la relazione tra docente e studente, presuppone la fiducia nei talenti dello studente, presuppone una educazione che sia rivolta alle grandi domande di senso e non semplicemente alle risposte ovvie che i paradigmi convenzionali ci danno. E presuppone il valorizzare la comunità e le relazioni all’interno della comunità. C’è un’ambiente in Università Cattolica e non solo dove la valorizzazione della comunità e della partecipazione attiva degli studenti è molto evidente e sono i collegi universitari. Nelle intenzioni dei nostri fondatori i collegi universitari sono nati molto presto perché se pensiamo all’Agostinianum nasce nel 1933, pochi anni dopo la fondazione dell’Università Cattolica per volere di Padre Agostino Gemelli e il Marianum nel 1936 per volontà di Ermida Barelli. Vuol dire che per i nostri fondatori l’università, l’idea di università, passava attraverso una idea di comunità che vedeva nei Collegi il perno attorno a cui valorizzare queste idea. E ancora oggi è così. Per esempio, l’equipe direzionali dei collegi vedono tutte la partecipazione attiva di nostri laureati che possono portare nei Collegi i valori che hanno respirato in Università Cattolica. E poi vediamo la partecipazione in molte attività culturali, spirituali, di volontariato, degli studenti nell’ambito dei collegi che sono molto lontane da una partecipazione burocratico passiva ma che invece vedono gli studenti coinvolti attivamente per andare verso quell’esperienza del sapere che vede il coinvolgimento sì della testa dei nostri studenti ma anche delle mani e del cuore come in tante occasioni Papa Francesco ci ha esortato a fare pensando a un processo educativo integrale che non si limiti alla sola trasmissione del sapere. E quindi la domanda è molto rilevante perché credo che una partecipazione attiva degli studenti possa fare la differenza tra una università dove c’è solo un processo di trasmissione del sapere e una università dove invece il sapere viene essere l’esperienza del sapere che coinvolge tutte le dimensioni di ciascuno dei nostri studenti.
GIOVANNA IANNANTUONI
Va bene. Sì, in realtà è una domanda molto interessante, perché anch’io vorrei farla a voi questa domanda, cioè, nel senso, io ti posso dire quello che vedo, però in realtà è una domanda che dovreste fare a voi stessi studenti: perché non partecipate di più alla vita universitaria? Perché non partecipate di più in maniera più attiva, anche più indisciplinata, fatemi dire? Perché sono anni, ve lo dice una che li ha che li ha passati, no, che non tornano più, perché sono anni eccezionali, sono anni in cui non soltanto voi investite su voi stessi, sul vostro pensiero, sulla coscienza di voi, capite meglio chi siete, che cittadini e cittadine sarete da adulti, ma sono anni in cui voi potete vivere, come dire, tra colleghi, tra colleghi studenti, quindi tra pari, tra peers, ma anche, e voi forse non so quanto ve ne rendiate conto, avete migliaia di persone, rettori, professori universitari, presenti di corsi di laurea che pensano a voi. Cioè noi vi pensiamo in maniera più di quanto voi ve lo possiate immaginare, vi vogliamo proprio bene, cioè, io spesso mi chiedo cosa posso fare per i miei studenti, per le mie studentesse? Che nuovi corsi di laurea possiamo pensare? Come possiamo arricchire la loro vita universitaria? Che eventi civici possiamo organizzare per voi? Abbiamo per esempio organizzato la giornata dell’università e il Quirinale, ci ha assistito e abbiamo fatto questa giornata in cui gli 85 atenei hanno le loro porte aperte ai cittadini, alle cittadine, a potenziali studenti. Quindi, in realtà, noi cerchiamo di occuparci di voi in ogni modo che siamo capaci di pensare. Però evidentemente dobbiamo fare di più. E, vedi, quando mandiamo i messaggi, quando proviamo a comunicare, c’è chi manda il messaggio e chi lo riceve. Quindi io posso mandare il messaggio più bello, più innovativo, più creativo, ma se chi lo riceve non è pronto ad accoglierlo, questo messaggio in parte si disperde, diventa più debole, diventa meno vero. E invece il nostro messaggio è pieno di passione e di amore per voi. Quindi sono io che vi chiedo, perché non partecipate di più? Perché è vero, quando facciamo le elezioni c’è una scarsa partecipazione alle elezioni studentesche e spesso quando io parlo con i miei studenti mi trovo a essere più indisciplinata io di voi, voi siete così buoni, bravi, precisi. Ecco, a me piacerebbe scuotervi, e dire ma uscite dagli schemi. Provate a ingaggiarvi davvero nel vostro vissuto, nella vostra vita. Provate a chiedere a noi cose che noi neanche mai abbiamo pensato. Quindi in realtà la domanda, poi dopo mi risponderai, però la faccio io a te. Cosa possiamo fare per cercare davvero di scuotervi da una vita, forse che abbiamo reso comoda, scomoda, non lo so, ma insomma… vedi, quello che noi abbiamo come obiettivo, almeno il mio obiettivo è quello davvero di farvi capire, far capire a tutti che l’università non è un’esperienza che si vive dai 18 ai 24-25 anni, ma è un’esperienza che si dovrebbe vivere dagli 0 ai 100. Perché noi con l’orientamento vorremmo arrivare, partire da quando i bambini fanno la scuola materna e presentare loro un progetto scientifico o una storia, una poesia e accompagnare fino alla terza età le bellezze della scienza e del mondo tutti, perché l’università è di tutti ed è per tutti. Quindi venite a trovarci e se non vedete quello che vi piace, chiedetecelo e noi con la passione che abbiamo, cercheremo di costruirlo per voi insieme.
ALFREDO MARRA
Credo… Su questa domanda, credo che forse è che facciamo troppo. Io ricordo che quando facevo lo studente universitario i gruppi di studio erano fatti da studenti per studenti. Oggi li fa l’università e li chiama tutorati, li chiama seminari di recupero. Anche l’orientamento non era istituzionalizzato come lo è oggi. Tante attività che oggi noi chiameremmo soft skills, sulle quali insistiamo moltissimo, ma sono istituzionalizzate, cioè forse facciamo troppo e quindi impediamo che la creatività che pure c’è in tanti studenti si possa dispiegare fino in fondo. Quindi cogliamo fino in fondo l’invito che ci fa la rettrice Iannantuoni e pretendiamo di più, di poter essere noi i protagonisti, noi studenti, mi metto tra di voi, i protagonisti di queste iniziative.
FRANCESCO
Sono Francesco dell’Università degli Studi di Milano e rivolgo la mia domanda alla rettrice Iannantuoni. La riforma dell’accesso a medicina sta creando molti problemi, non solo di carattere organizzativo, alle università e ai futuri studenti. La riforma, infatti, trascura completamente di considerare l’impatto umano del primo semestre universitario che dovrebbe essere un tempo di incontro e orientamento. Quali strumenti può mettere in campo un ateneo per accompagnare gli studenti in un momento così delicato del loro percorso? Come si può conciliare l’apertura dell’accesso con la qualità della formazione e la cura della relazione didattica?
GIOVANNA IANNANTUONI
Grazie. Io ho detto prima ad Alfredo che non ho voluto, appunto, sapere le domande prima e quindi però me l’aspettavo una su medicina. Vedi, questa è una domanda veramente molto complessa e io voglio dire chiaramente che questa è una legge dello Stato, la riforma dell’accesso a medicina, e quindi noi faremo del nostro meglio per realizzarla nel migliore dei modi. Detto questo, non posso nascondere tutte le mie perplessità. E prima di venire proprio al cuore della tua domanda, voglio delineare anche per tutti, perché non so qui in questa sala, oltre ai collegati, quanti di voi, come dire, fossero o siano contrari al numero programmato a medicina e chirurgia. E non dico numero chiuso, perché il numero chiuso è davvero scorretto. Numero programmato e, come dire, la lingua italiana è meravigliosa, la parola programmare, il verbo programmare è un verbo bellissimo, perché vuol dire che tu, come dire, prevedi, quello che sarà il futuro, le esigenze, per esempio di medici, e quindi come dire, ne dai un numero ragionevole.
È chiaro che 12-13 anni fa è stato fatto un errore di programmazione che noi abbiamo pagato come paese, perché non era stato previsto l’andata in pensione dei cosiddetti, diciamo, generazione dei boomers, per cui vanno in pensione 15.000-16.000 medici e noi ne formavamo 7-8.000. E quindi questo gap, come dire, è un gap che noi in questi anni abbiamo, come dire, vissuto semplicemente andandoci recando negli ospedali. Quando noi però vediamo i numeri a livello europeo, noi vediamo che come numero di medici per abitante, il numero dei medici per abitante italiani, in Italia, è leggermente superiore alla media europea. Dov’è che noi abbiamo dei problemi? Noi abbiamo dei problemi su alcune scuole di specialità: medicina di emergenza-urgenza, anestesia, medicina generale. Ecco, abbiamo delle scuole di specialità in cui i ragazzi non si iscrivono.
Quindi io voglio anche, come dire, essere molto, se volete, insomma, forte nella mia risposta. Vogliono fare tutti la mappatura dei nei. Cioè se noi andiamo a vedere i numeri di iscritti o di potenziali iscritti in alcune discipline, vediamo dei boom incredibili. Poi se andiamo a vedere, per esempio, medicina di emergenza-urgenza, in Regione Lombardia il 70% dei posti non è coperto, perché nessuno fa domanda. Questo è il punto. Ma noi dobbiamo chiederci, perché nessuno vuole fare la specialità di medicina di emergenza-urgenza? Perché i ragazzi non vogliono formarsi per andare nei pronti soccorso? Beh, basta leggere la cronaca per risponderci. Quindi forse noi dovremmo, forse (tolgo il forse), dobbiamo investire nel sistema sanitario nazionale e come dire, renderci conto che negli ultimi 5 anni 12.000 medici hanno lasciato il nostro paese per andare soprattutto Svizzera, UK, per andare all’estero. Dobbiamo trattenere i nostri medici attraverso delle condizioni che sono delle condizioni di lavoro, oltre che salariali, migliori.
Vedete, se noi andiamo a vedere, noi lo abbiamo fatto insieme all’associazione di categoria dei medici, quanti medici andranno in pensione tra 10 anni, perché una matricola oggi di medicina vuol dire un medico tra 10-11 anni, ok? Noi vediamo che andranno in pensione dai 7 agli 8.000 medici. Quindi quello che noi ci dobbiamo chiedere è, ma formarne, perché poi il numero programmato è di 24.000 unità, formarne 24.000 ha senso? Non ha senso? Lascio a voi la risposta. Una parentesi per una categoria a me molto cara, che è quella degli infermieri. Noi abbiamo meno della metà degli infermieri di cui avremmo bisogno e abbiamo intere strutture che non riusciamo ad aprire in maniera operativa al 100% perché non abbiamo abbastanza infermieri ed infermiere. Pensiamo anche a loro e alle condizioni salariali alle quali li releghiamo.
Ma voglio venire alla tua domanda, cioè come facciamo? Milano ha avuto un boom, no, di iscritti al cosiddetto semestre filtro, questo lo avrete letto dalle cronache. Per esempio Milano Bicocca, ma anche Milano Statale, abbiamo 10 volte più iscritti delle nostre matricole, Milano Statale ha sette volte più iscritti delle proprie matricole. A livello nazionale abbiamo più di tre volte il numero delle nostre matricole programmate. Come facciamo? Come facciamo a garantire questi tre corsi, chimica, fisica e biologia che dobbiamo fare, che poi permettano a fine novembre e a metà dicembre la prova, questi esami, appunto, che i ragazzi dovranno superare e poi si affronterà gli ammessi a medicina, poi gli ammessi a farmacia e a biologia biotecnologie, poi loro possono comunque iscriversi nel secondo semestre a qualsiasi corso, sia statale che non statale, perché ricordo che per ora questa riforma riguarda gli atenei statali e i corsi di medicina e chirurgia, veterinaria e odontoiatria in italiano, per ora parliamo di questi. Come ci siamo attrezzati?
Anzitutto, la prima risposta che noi abbiamo voluto dare è stata, sia come Bicocca ma anche come CRUI, quindi tutti gli atenei che hanno medicina e chirurgia, il numero maggiore di lezioni, di ore di lezione possibili in presenza. Questa è stata una sfida organizzativa, che riguarda i nostri direttori generali, grande, molto grande, perché ovviamente noi non abbiamo gli spazi per garantire questa immissione di studenti. Quindi inizieremo dagli inizidi settembre e tutto il mese di settembre, che è un mese in cui l’ateneo è meno, ha meno presenze di didattica, faremo il numero maggiore possibile di ore di didattica in presenza per i ragazzi che decideranno di venire a seguire questi corsi in presenza, quindi garantendo anche lo streaming, ma abbiamo la possibilità, quindi lo dico anche a chi ci sta ascoltando, di avervi in presenza.
Ovviamente abbiamo ingaggiato moltissimi docenti di questi tre corsi che non erano ingaggiati sui corsi di medicina, perché abbiamo bisogno di più docenti, e abbiamo investito moltissimo in attività di tutoraggio, qui necessario però Alfredo, dedicato a questi ragazzi. Cioè io voglio che ognuno dei quasi 60.000 ragazzi iscritti al semestre filtro sappia che noi come atenei abbiamo passato, trascorso queste vacanze proprio pensando a voi e troverete le università pronte ad accogliervi e a fornirvi una preparazione in fisica, biologia e chimica, appunto, che sono i corsi, i tre corsi che sono stati scelti per il semestre filtro, la migliore delle, nelle migliori condizioni possibili. Quindi vi accoglieremo in presenza, cercheremo di darvi la formazione migliore possibile per garantirvi un accesso a medicina o, se non sarà medicina, ad altri corsi in cui voi però siate stati i protagonisti del vostro processo formativo. E quindi, insomma, ci siamo, siamo pronti.
EMMA BIESOLO
Buongiorno, io sono Emma Biesolo e studio all’Università Cattolica di Milano, quindi avrei una domanda per la magnifica rettrice Beccalli.
Come in realtà emergeva dal primo intervento della rettrice Iannantuoni, all’interno del panorama educativo italiano, più specificatamente quello universitario, emergono una serie di realtà pubbliche non statali, quali ad esempio l’Università Cattolica. Lei è appena stata eletta rappresentante delle Università Cattoliche europee e quindi in realtà, come emergeva dai suoi interventi, volevamo in realtà chiederle di aiutarci a concentrarci sul valore aggiunto e specifico di una realtà universitaria cattolica e quindi come la cattolicità si esprime e si esplica sulla gestione dell’università, della sua didattica e della ricerca che dall’università promana e quindi da ultimo qual è il contributo originale che l’Università Cattolica può offrire?
ELENA BECCALLI
Grazie. Grazie per questa domanda che mi consente di partire definendo cosa non deve essere un’università cattolica. E un’università cattolica, e lo ha detto recentemente Monsignor Gallagher, non deve essere l’ennesimo operatore nel mercato globale delle idee. E la cattolicità di un’università, sempre citando Gallagher, non si misura solo dal numero di crocifissi appesi alle pareti o dal numero di messe celebrate nella cappella. Questa è la premessa che mi porta a dire invece cosa è un’università cattolica. Ed è un’università che si pone in una tensione auspicabilmente armoniosa tra la ricerca della verità e la certezza della fede. Questa è la sfida che quotidianamente ogni docente di ogni Università Cattolica del mondo porta avanti. È una sfida non semplice che si basa su un presupposto fondamentale che è educare a uno sguardo lungo e integrale. Educare i nostri studenti al senso critico, educarli alla formulazione delle domande di senso, andare prima ancora che alla ricerca delle risposte alla formulazione delle domande giuste. Questa inquietudine nella ricerca della verità, sempre però ancorati alla certezza della fede.
In questo abbiamo un grande ancoraggio nella dottrina sociale. La dottrina sociale ci ispira perché pone al centro delle questioni economiche, giuridiche, sociali la questione etica e antropologica. E allora se penso all’ambito economico, ritornando a uno dei grandi economisti dell’Università Cattolica, Francesco Vito, porre la questione economica, secondo Vito, come l’economia a servizio dell’uomo ci dà la direzione con cui un’università cattolica guarda alle questioni economiche. Un’economia non orientata semplicemente al profitto, ma un’economia che pone la persona, la dignità della persona al centro nella ricerca del bene comune. Ecco, questo è il contributo di pensiero che può portare un’università cattolica: dare spazio a nuovi paradigmi, nuovi sguardi sulla realtà, andando a individuare quelli che sono gli elementi critici nei modelli dominanti per proporre uno sguardo nuovo. E in questo senso le università cattoliche nel mondo sono chiamate a lavorare in maniera cooperativa e creativa. Le federazioni, la Federazione Internazionale, la Federazione Europea delle Università Cattoliche rappresentano a mio avviso un grandissimo patrimonio per la Chiesa, ma soprattutto per la società civile.
Se contiamo il numero di studenti iscritti nel mondo in università cattoliche arriviamo a 6 milioni di studenti. Questa è la forza delle università cattoliche. Poter formare un numero così importante di persone con un orientamento ai valori della dignità della persona, del bene comune. Sono questo il lievito che potrà cambiare i paradigmi che dominano oggi i sistemi economici e sociali e politici. Ecco, allora, la nostra forza, di nuovo, torno, la nostra forza sono gli studenti. Non solo. La nostra forza sono i docenti che dovrebbero essere orientati a dei processi educativi che pongono al centro dei percorsi didattici certamente le competenze e le conoscenze di ciascuna disciplina, ma che sono anche orientati alla trasmissione di valori. Questo è un punto un po’ ostico, ma che voglio sottolineare, perché se come università cattoliche non ci occupiamo di avere una didattica che sappia anche trasmettere dei valori, non in senso pedagogico, tanto meno in senso ideologico, ma questa tensione alla formazione di donne e uomini di valore e di valori, se noi perdiamo questo tratto come università cattoliche, credo perdiamo una gran parte del contributo che possiamo portare alla società intera. E in questo senso le federazioni internazionali sono un gran valore perché raccolgono istituzioni molto eterogenee tra loro, ma ciascuna molto radicata nei propri territori di riferimento. E allora sì che possono portare una voce che può innescare, dal basso, tornando a una delle domande che abbiamo ascoltato prima, dei processi inattesi. E i processi che nascono dal basso possono portare a delle conseguenze spesso inattese ma molto profonde. E allora la mia speranza, proprio nell’anno giubilare che abbiamo dedicato in Università Cattolica con tante attività in ciascuna delle 12 facoltà, declinando la speranza secondo le specificità delle discipline coltivate in ateneo, ecco, in questo anno giubilare la mia speranza è che le università cattoliche tornino a esercitare con vigore la loro finalità autentica e non si disperdano o non si ripieghino sugli adempimenti burocratici che tanto affliggono il sistema universitario, non solo italiano, ormai internazionale.
ALFREDO MARRA
Bene. Siamo giunti alla conclusione di questo incontro ma le nostre Rettrici sono state così brave, incisive, rispettose dei tempi che ci siamo dati che mi permetto di fare loro una domanda non programmata, una domanda che richiede una risposta flash e cioè di indicare con tre parole chiave quali, sono secondo voi, le priorità per l’università nel momento presente.
GIOVANNA IANNANTUONI
Grazie. Grazie Alfredo, anche per la richiesta di tre parole per me, insomma, che sono una chiacchierona, tre parole sono veramente poche, però insomma. Allora secondo me l’università sicuramente è in un momento, per tutte le ragioni che abbiamo elencato in questo nostro incontro, è in un momento storico, critico, proprio perché dobbiamo, come dire, indossare una veste nuova, una veste davvero moderna, una veste innovativa, che ci faccia stare vicino non tanto al presente dei nostri ragazzi, ma al loro futuro. Quindi per me le parole fondamentali sono futuro, proprio per dare ai nostri ragazzi una certezza di costruzione di futuro. L’altra parola molto importante è la democrazia, perché senza istruzione, senza educazione, senza dare eque opportunità a tutti, non c’è democrazia. Quindi l’istituzione davvero di libertà e di democrazia è l’università. E poi la passione, io sono una persona che crede molto nel fatto che dobbiamo amare quello che facciamo, dobbiamo amare chi ci circonda e credere davvero fino in fondo nelle cose che si fanno. Quindi futuro, amore e democrazia sono le mie tre parole.
ELENA BECCALLI
Io parlerei innanzitutto di relazioni, perché tornare a coltivare le relazioni in maniera autentica in università credo ci riporti alla finalità originaria. E dalle relazioni seguono le alleanze strategiche. Un’università deve essere aperta, deve essere in dialogo, deve sapersi confrontare con istituzioni, con altri atenei, deve portare la propria voce nelle sedi istituzionali per far nascere, appunto, nuovi sguardi sulla realtà. E in terzo luogo deve essere un’università per il mondo. Io auspico proprio che l’Università Cattolica, ma non solo, possa essere la migliore università per il mondo, non tanto del mondo, ma un’università per il mondo, nel mondo, a servizio della società civile.
ALFREDO MARRA
Bene. Vi ringrazio ancora per essere state con noi. Gli organizzatori del Meeting ci ricordano che ognuno di noi può dare un contributo decisivo al Meeting. Ogni dono è un mattone nuovo per continuare a costruire insieme luoghi di incontro, bellezza e speranza. Grazie a tutti.










