UNA COMPAGNIA SENZA CONFINI. TESTIMONIANZE DI OPERE INTERNAZIONALI

Organizzato da Cdo International

Silvia Caironi, Aventura de Construir, Brasile; Lino Faccin, sacerdote missionario Operazione Mato Grosso, Perù; Juan Emilio Parada, Edudown, Cile; Giordano Pecci, OB Service – Città dei Maestri, Rimini. Modera Mauro Battuello, vicepresidente Cdo Opere Socialie Piazza dei Mestieri, Torino

La nostra è una compagnia che è nata senza confini. Riecheggia così la profezia di San Paolo VI che parlava di un popolo sui generis riferendosi alla Chiesa. Anche la nostra compagnia è un popolo: popolo di persone dell’opera che senza limiti, con creatività e fiducia, cercano di cooperare per costruire un mondo migliore. Lo scopo di questo incontro è quello di raccontare alcune esperienze emblematiche di lavoro di opere sociali in diverse parti del mondo che possono rappresentare uno stimolo alla generazione di nuove imprese e di un mondo migliore per tutti.

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MAURO BATTUELLO

Benvenuti a questo incontro organizzato qui in Arena CDO da CDO International. È un incontro in cui presentiamo e facciamo incontrare quattro realtà che sono in varie parti del mondo. Il titolo dell’incontro è “Una compagnia senza confini”. Per chi stamattina ha sentito il Cardinal Zuppi, nelle nostre opere, la nostra CDO, si è insieme su questa strada, ma l’unico confine è quello della carità. Sono quattro opere che lavorano per inserire al lavoro giovani e altri. Sono quattro realtà che costruiscono da molti anni, alcune di queste hanno più di 20 anni e sono persone che in questa situazione, nelle situazioni che si sono trovati ad affrontare, a vivere, hanno cominciato a costruire, costruire, come si dice in questa bella mostra che c’è al Meeting sulla pace, perché proprio oggi, nel nostro mondo di oggi, serve essere capaci di vedere delle realtà, delle realtà belle, di cercare le persone che spendono la propria vita per qualcosa di bello. Questi sono i risorti di oggi che ti dicono che c’è ancora luce. Questa è per me la speranza. Queste parole le ha dette il Cardinal Pizzaballa. Ecco, quindi l’incontro di stasera è incontrare quattro realtà belle. Sono una realtà del Perù, Don Lino Faccin, Operazione Mato Grosso. Lui è la prima volta che è con noi al Meeting. È qui perché alcuni nostri amici appassionati di montagna, andando a scalare sulle Ande, hanno visto quello che lui e i suoi collaboratori hanno costruito a parecchie migliaia di metri di altezza e hanno detto “Questo non si può non far conoscere, non raccontare” e l’hanno invitato e lui ha accettato per la prima volta di essere qui con noi, quindi lo ringrazio veramente. Poi Juan Emilio Parada, ci conosciamo da anni, Edudwn, 25 anni, un’associazione che è nata occupandosi dell’educazione di bambini con la sindrome di Down. I bambini sono cresciuti e adesso si occupa sempre di educazione, ma anche di educarli al lavoro, inserirli al lavoro e costruire per loro un futuro. Grazie Emilio. Giordano Peci gioca in casa perché è di Rimini, dopo una vita da imprenditore come allestitore fieristico, per cui chissà quanti stand hai montato qui anche al Meeting. Dopo un po’ ha smesso questo lavoro e ha cominciato a impegnarsi a formare giovani, giovani spesso con fragilità e con difficoltà, a diventare degli allestitori di eventi fieristici e anche altro, anche altre cose. È la “Città dei Mestieri”. Questo è Giordano Peci e Silvia Caironi che anche lei ha vagato per vari paesi del Sud America, ma ormai da quasi 15 anni, mi pare, è a San Paolo e con Avventura di Costruire si occupa di avviare all’impresa persone che vengono dalle favelas, vengono dai luoghi più difficili, creando imprenditorialità. Bene, l’incontro di oggi è proprio per questo: conoscere queste realtà, capire che ci sono dei punti di luce che ci fanno andare avanti. Iniziamo con Don Lino.

DON LINO FACCIN

Gratitudine e anche un po’ di timore essere qui stasera davanti a voi. Arrivo a questo incontro ubriaco di Meeting. Ma non per la confusione, per la sorpresa di trovare tante bellissime realtà di bene. La messa di stamattina, sono stato invitato da alcuni amici in un incontro casuale in Perù e che adesso è diventata un’amicizia bella, vera e che questa amicizia fa diventare vero anche questo momento anche se non mi viene tanto naturale, dicevo, io non ci volevo stare qui. Però ci sono, ci sono.

MAURO BATTUELLO

Grazie. Dietro vanno le foto della sua opera in Perù.

DON LINO FACCIN

Per non sembrare una meteorite caduta sopra il Meeting, vi devo raccontare del movimento dell’Operazione Mato Grosso a cui appartengo. Non è facile, non è facile. Siamo conosciuti comunemente con le iniziali, quelli dell’OMG, che potrebbe confondersi con una ONG, ma non lo siamo. Potrebbe sembrare un gruppo missionario, in parte lo è, ma non lo siamo. Non è riconosciuta l’OMG, non è riconosciuta, ma siamo presenti in varie regioni d’Italia, soprattutto il nord e il centro. In America Latina, in Brasile, in Bolivia, in Ecuador, in Perù e da un po’ di anni anche negli Stati Uniti a Baltimore. Non è facile farne una sintesi. Tutte le volte che io ci ho provato non ci sono mai riuscito, dunque non so come andremo a finire qui. Mi sembra più il titolo di una storia da raccontare che iniziò nel 1967, è molto simile a Giussani, il punto di inizio è uguale. Iniziò in una regione del Brasile, la regione del Mato Grosso. Da lì il movimento Operazione Mato Grosso, ricordando questa prima spedizione di ragazzi che andavano ad aiutare un missionario a costruire una scuolina, invitati da Padre Ugo De Censi, un sacerdote salesiano valtellinese, incaricato di tutti gli oratori salesiani del nord e del centro d’Italia. Erano gli anni ’60, quelli belli, anni della contestazione giovanile, ma anche gli anni della fuga, fuga dagli oratori, fuga dalle chiese, fuga che non si riusciva più ad arginare. Questa storia, come in Giussani, la storia di CL, al suo centro, la sua trama nella vita e nel cuore, nell’anima di Padre Ugo, come Giussani preoccupato, innamorato dei ragazzi e assetato di Dio. Poi sono stati i ragazzi a costruire questa storia, a viverla e a farla sempre. L’inizio dell’OMG è una cosa molto semplice, quello che ho vissuto io. Lavora, dai gratis, basta con le parole, prendi il piccone, il badile, lavora e tutto quello che guadagni dallo ai poveri. Questo dare gratis è la cosa più interessante, la più vera e la più difficile perché è la più semplice. Non riusciamo più a fare le cose semplici. È un cammino che sposta piano piano l’asse dalla testa, dal cervello al cuore.

È il cuore che si muove per primo ed è la battaglia che io faccio ogni volta che adesso nella mia casa a Vilcabamba in Perù c’è qualcuno che bussa, dico “Dai cuore, vai per primo”. Perché poi arriva la testa che fa i conti, che fa i calcoli. “Ma guarda questi poveri non hanno da mangiare, come si fa? Ma guarda questi ammalati, mamma mia, e questi orfani, come facciamo?” Dai, apri la porta, falli entrare, insegniamogli un mestiere, metti su la pentola, la legna c’è, cerca un po’ di patate, prepara la tavola. Chi mi aiuta? Così, questa cosa semplice, lavorare, regalare e dare tutto ai poveri, ha acceso nel cuore di tanti ragazzi un desiderio grande, profondo, a cui si fa fatica a dare un nome, però che ti muove e la voglia di mettere in gioco la vita e ha fatto nascere un movimento un po’ atipico, e risulta difficile a volte capirne alcune caratteristiche dell’OMG. Come non essere riconosciuto. Padre Ugo non ha voluto, anche i ragazzi non hanno voluto essere riconosciuti, non avere regole scritte, preoccuparsi più dello spirito che delle strutture, fidarsi di più dei giovani, ascoltarli, lasciarli anche sbagliare. Lasciare la libertà, pur essendo sui principi, non fissare dei capi che risolvono i problemi, responsabilizzare tutti e la cosa più importante: annusare l’aria. Renditi conto di quello che sta succedendo, di dove va il mondo. Siamo così dentro a questo mondo che non ci rendiamo conto del dramma che c’è, di dove sta andando. È molto più importante annusare l’aria. I giovani lo sanno fare, stanno male più che tante definizioni o postulati. Queste e altre caratteristiche dell’OMG provocano una ricerca di perfezione che non si raggiunge mai. Non posso non ricordare con molta commozione quello che è stato per me conoscere e incontrare nella mia vita Padre Ugo. Averlo accompagnato un po’, essere stato accompagnato e soprattutto essere stato raccolto in alcuni momenti difficili. Da lui sono stato invitato in uno di questi miei momenti difficili (io ho perso tre fratelli di leucemia e che mi hanno schiantato) e in quel momento lì sono stato raccolto dal Padre Ugo che mi invitò ad aprire una missione nuova in un luogo molto povero, isolato delle Ande del sud del Perù, Vilcabamba a 3500 m.

Fu un’avventura bellissima. Siamo andati in tre, ignari, nessuno sapeva bene dove e a che cosa andavamo. Sono partito nel 1993 assieme ad altri due volontari dopo aver lavorato tanti anni nei gruppi OMG qui in Italia, dove avevo imparato piano piano e sperimentato la gioia di regalare un po’ di tempo, un po’ di forze, i soldi che guadagnavo lavorando in fabbrica. Gli inizi della missione nuova furono stupendi. Avevo bisogno di una cosa radicale, pieno di stupore e meraviglia di tutto: i paesaggi incontaminati, la gente, le loro case, le profondità delle vallate che dalle cime innevate delle Ande scendono velocemente nella foresta tropicale. Distanze immense. Per 15 anni ho camminato per visitare tutte le valli, un reticolo di valli, il silenzio, il buio, l’intensità delle piogge tropicali, i fiumi che si ingrossano, le frane, la natura madre e padrona. Mai ho sentito la natura tanto padrona, io sentirmi parte piccolissima di qualcosa di più grande. Ma la paura e la solitudine iniziali hanno lasciato mano a mano una pace e una gioia profondissima. Piano piano scoprire i volti della gente, gli occhi dei bambini, i piedi e le mani consumate dei campesinos che vivono solo di patate e di pastorizia, stringere le loro mani, iniziare a conoscerli, a volergli bene, aprire la porta di casa, capire poi che dovevo regalare la vita e così iniziai il cammino per essere sacerdote. Ero partito come volontario. Nel 2000 sono stato ordinato, sono incardinato nel vicariato apostolico di Puerto Maldonado. Fin da subito, quando ti mettono l’alba e la stola, mi sono accorto che non potevo parlare di Gesù senza almeno tentare di voler loro bene, aiutarli un po’ e soprattutto condividere con loro gioie e pene e i pesanti fardelli. La salute, una situazione drammatica, portato fuori gente che moriva, donne di parto e la parte dell’educazione, famiglie numerose, figli che non studiavano, un reticolo di problemi sociali, economici, culturali, ambientali e politici avevano mantenuto queste valli in una povertà estrema e in un grandissimo isolamento. In Perù i sacerdoti vengono chiamati Padresitos, padre, papà e sentirmi chiamare padre fin da subito ho dovuto imparare a esserlo un po’.

Il mio cammino di formazione, passare da sacerdote a padre, imparare ad accogliere, ad aprire, ad ascoltare, ad aiutare, a voler bene. E credo che solo così si può dire un po’ dire di Dio. E velocemente la mia casa, io ho vissuto in una capanna per tanti anni, è diventata piano piano un punto di riferimento per tanta gente che a tutte le ore bussa e ho sempre voluto che ci sia qualcuno ad aprire e che non ci siano orari, che non fosse mai chiusa. Ci sono riuscito, 32 anni che non ho mai chiuso quella porta lì. Quanti angeli speciali hanno bussato? E sono entrati anche quelli di Rimini sono venuti lì e sono entrati, per quello che sono qui. Iniziai tra mille difficoltà, iniziai tra mille difficoltà la prima scuola di falegnameria. Difficoltà logistiche perché non c’era la strada, non c’era la luce, non c’era l’acqua, non c’era il telefono, non c’era niente. Siamo riusciti a mettere su la prima scuola di falegnameria trascinando le macchine da falegnameria, la famosa “invincibile” fin su là e iniziare quei primi 20 bambini, perché vivevano lontanissimo da famiglie molto povere. La scuola sin dai suoi inizi funziona come un collegio totalmente gratuito, dove gli alunni ricevono istruzione, formazione professionale, alimentazione e alloggio. I ragazzi sono scelti e accolti nella casa parrocchiale in base alla povertà delle loro famiglie, educati soprattutto a mantenere l’amore per la propria terra. C’è molta immigrazione a Lima. Lima è un inferno di 13-14 milioni di abitanti perché tutti scivolano a Lima. E rimanere legati alle loro tradizioni e alla fede in Dio. La scuola dura 5 anni e il corso di studi è riconosciuto ufficialmente dal governo. I giovani usciti ricevono in regalo gli attrezzi per poter lavorare e per evitare che i ragazzi emigrino in città si è creata la famiglia di artigiani don Bosco con la produzione di mobili d’arte ad alto livello. Anche lì il fine principale è mantenere i giovani in un cammino buono perché formino famiglie cristiane buone ed aiutino i loro fratelli, inizino a guardare indietro. Visti i risultati ottenuti con i ragazzi si pensò all’idea di creare anche un lavoro simile per le ragazze.

E così nel 1997 nasce una scuola di tessitura a un paesino a 2 ore a piedi da Vilcabamba, una zona molto povera e che in seguito si trasforma in una scuola di mosaico, grazie all’aiuto di un benefattore vicentino che mi visitò e mi disse “Ma perché – io ti aiuto – perché non provi a fare una scuola di mosaico?”. Abbiamo iniziato una cosa bellissima. Anche con le ragazze uscite da questa scuola sono state costituite due cooperative che portano il nome di Maria Ausiliatrice. In una preparano maglioni di alpaca lavorati a mano e nell’altra opere d’arte in mosaico. Non so se facciamo un secondo giro. Facciamo nel secondo giro. Lascio in sospeso.

MAURO BATTUELLO

Vi lascia in sospeso. Emilio, a te con l’associazione EduDown. Lui parlerà in spagnolo, c’è il traduttore.

JUAN EMILIO PARADA

Innanzitutto vorrei ringraziarvi per darmi l’opportunità di parlare in questo incontro e di presentarvi quella che è EduDown e vorrei partire dallo slogan della nostra fondazione: “Con il tuo aiuto e il mio sforzo per sorridere assieme”. E in questo contesto quello che si vive qui nel Meeting è una vera esperienza dove si costruisce e si cerca qualcosa di vero, qualcosa di buono, qualcosa di giusto a partire da una comunità. Perché pensa che il bene per l’altro e il mondo parte dal suo insieme perché siamo comunità. EduDown è un mattone nuovo che è nato grazie agli insegnamenti di don Giussani, Ci motivava a costruire delle iniziative verso la gratuità e la libertà e questo in contesti in cui vi era la mancanza di un contesto educativo o che erano segnati da un deserto di aiuti. Qui nel Meeting ci ritroviamo con diversi pensieri, diverse culture, però siamo istruiti, guidati da questo sguardo che trasmettiamo anche alle nostre opere e per questo vorrei ringraziare ancora una volta la CdO per poter essere qui. Adesso c’è un piccolo video che vorrei mostrarvi.

VIDEO (EduDown) da 26:38 a 29:09

JUAN EMILIO PARADA

Se avete visto, noi abbiamo sei sedi diverse in quattro città del Cile, ci sono diverse tappe di sviluppo. Partiamo da una stimolazione precoce dall’età che va dai 0 ai 4 anni, Questo è nato quando c’è stata la pandemia. Abbiamo fatto una app, EduDown app, che si può scaricare, la potete scaricare anche voi per poter fare questo tipo di stimolazione precoce nei bambini, non solo bambini piccoli, ma qualsiasi persona la può usare. Poi c’è la successiva tappa che riguarda i giovani dai 4 ai 15 anni che è proprio la fase più scolastica di avvicinamento al primo lavoro. Continuiamo con l’età della vita adulta, l’inizio della vita adulta che è l’adolescenza. Alcuni adolescenti alla fase successiva che è la transizione verso la vita adulta, quindi l’adolescenza e alcuni di voi sapranno cosa succede durante l’adolescenza. L’ultima fase è quella che avete visto un po’ nel video, proprio l’inserimento lavorativo e siamo contenti perché abbiamo almeno 200 giovani che lavorano con un contratto stabile, sono pagati e almeno 10 di questi con il loro lavoro sono la fonte di reddito principale per il sostentamento delle loro famiglie. Come organizzazione ci sono più o meno 200 persone che lavorano presso di noi e seguiamo un po’ i principi di Madre Teresa. Cerchiamo di occuparci nel modo più semplice possibile della parte amministrativa perché vogliamo concentrare tutte le energie e le risorse verso le attività che vanno a beneficio dei ragazzi.

MAURO BATTUELLO

Anche lui lascia un aspetto sulla seconda che dove proprio andiamo più sul presente nel rapporto col mondo dell’impresa. Io ho seguito EduDown da tanti anni e l’associazione è cresciuta assieme ai ragazzi. Accolti i bambini, adesso sono lì che lavorano e danno una mano anche le famiglie. Giordano.

GIORDANO PECCI

La mia esperienza nasce, come diceva prima Mauro, dal fatto che io per una vita ho fatto l’imprenditore e sono padre di quattro figli, di cui due con disabilità, una molto grave e una con un ritardo cognitivo lieve. Nella mia esperienza da imprenditore ho capito che i miei figli sono stati uno dei motori principali per essere un imprenditore migliore e un padre migliore. Nel momento in cui io nel 2018 ho venduto la mia azienda e mi è stata prospettata la possibilità di aprire la “Città dei Maestri” che è questo ente di formazione, da subito ho avuto due obiettivi. Uno, quello di trasmettere tutta la mia conoscenza e la mia capacità ai giovani per entrare nel mondo degli allestimenti, nel mondo dello spettacolo e anche in altri settori, anche nel settore della meccanica. L’altro obiettivo è quello di poter trasmettere agli imprenditori quello che io ho vissuto, quello che le persone con disabilità all’interno della propria azienda possono essere un valore aggiunto e non un problema. Ho lavorato in questi anni per riuscire a capire come mettere a terra il modo di far capire questo alle imprese. L’anno scorso, nel 2024, mi è stata data un’opportunità dal Comune di Rimini di fare un progetto sperimentale dell’inserimento lavorativo di quattro ragazzi con sindrome di autismo. È stata un’esperienza meravigliosa, nel senso che abbiamo messo a terra quello che io chiamo il metodo Giovanni, il metodo che io ho utilizzato con mio figlio Giovanni, quello di principalmente accompagnare l’impresa ad accogliere i ragazzi e quindi formandoli, aiutandoli a capire che non gli stavo girando un problema, ma gli stavo girando un’opportunità. L’altra è formare i ragazzi e riuscire più che altro a scoprire le passioni e le abilità che hanno in modo da poter fare il matching giusto con l’azienda. Spesso e volentieri le aziende che mi chiedono la possibilità di inserire dei ragazzi, io dico “Non c’ho un ragazzo per te”. Perché? Perché le caratteristiche delle aziende devono in qualche modo combaciare con le capacità dei ragazzi. L’altra cosa che facciamo è aiutare l’impresa a trovare delle filiere al loro interno per poter inserire i ragazzi. Quindi io entro in azienda, da imprenditore ragiono con un imprenditore e cerco di fargli scoprire la possibilità di inserire nella propria linea produttiva anche delle attività che magari loro sottovalutano o esternalizzano che possono essere invece svolte da dei ragazzi al loro interno come dipendenti della propria azienda. È stato un progetto molto interessante perché di questi quattro ragazzi che ci sono stati affidati nel giro di 7 mesi li abbiamo fatti assumere tutti e quattro, di cui due sono già a tempo indeterminato. La scoperta più grande invece è stata che stiamo cominciando a scardinare un po’ delle stereotipie nel mondo delle imprese. Quando tu parli con un imprenditore, dici “Guarda, avrei un ragazzo da inserire nella tua azienda”, la prima cosa che pensano è fotocopie e pulizie, magazzino. Invece noi abbiamo tantissimi ragazzi che hanno tante abilità e tante capacità per essere produttivi anche in altri settori e quindi questa cosa mi ha aiutato a comprendere anche cosa vuol dire poi formare l’impresa, ma anche formare i tutor che se ne dovranno prendere carico, perché riuscire a far tirar fuori da un limite qualcosa di grande è sempre una scoperta che per un imprenditore o per una persona è un valore aggiunto. Io dico sempre: è facile tirare fuori l’80% di chi può dare il 100. È più difficile tirar fuori il 30 di chi ti può dare il 20. Il problema è che le aziende non sono fatte di gente 100% sono fatte di tante capacità diverse. Quando noi abbiamo fatto la prima formazione all’interno di una grande azienda, abbiamo portato un’esperta del mondo dell’autismo a fare 2 ore di formazione e questa dottoressa ha esordito dicendomi “Siamo in 80, siamo tutti autistici”, ognuno di noi ha il suo modo di guardare la realtà che non è uguale a quella di quello che hai davanti e il vero lavoro è imparare a immedesimarsi nell’altro modo di guardare la realtà, non nel tuo, perché portare l’altra persona al tuo modo di guardare la realtà è la cosa più sbagliata. Ma questo non vale solo per le persone con disabilità, vale per tutti. Questo in qualche modo fa capire all’imprenditore che tu in quel momento gli stai dando un’opportunità per tutti i suoi dipendenti, non solo per le persone con disabilità. Noi stiamo portando avanti questo progetto, spero di poter continuare a svilupparlo. È chiaro che è un lavoro che viene dopo quello che fanno tante altre realtà che sono sul territorio che formano, accompagnano, aiutano le autonomie. Noi cerchiamo di fare quel passo in più che spesso negli ultimi anni mi è stato detto “No, ma questo non si può fare” e invece a me interessa proprio fare quello che gli altri dicono che non si può fare.

MAURO BATTUELLO

Questa è un po’ una sintesi, provare a fare quello che normalmente si dice che è impossibile. A proposito di cose impossibili che diventano possibili, ripassiamo l’oceano e andiamo in Brasile. Trasformare in imprenditori le persone che poi, ve lo anticipo, vedremo in un breve video ha qualcosa di incredibile.

SILVIA CAIRONI

Buonasera a tutti. Ringrazio gli amici della CDO per l’invito e come diceva prima Mauro, io sono italiana, ho vissuto 2 anni e mezzo negli Stati Uniti, poi in Perù per 8 anni e mezzo. Per questo vibravo molto quando Padre Lino raccontava della sua esperienza là, perché il Perù è qualcosa che io porto nel cuore e che mi ha aperto degli orizzonti che penso mi abbiano aiutato poi nel resto della mia vita. Adesso vivo da 15 anni in Brasile e sono andata per seguire un invito di una fondazione di Milano per iniziare a lavorare con microimprenditori di basso reddito, alta vulnerabilità delle periferie di San Paolo. Da qui è nata un’opera che si chiama Avventura di Costruir e quest’opera vive un’opera dentro un contesto che vorrei un po’ raccontarvi attraverso alcuni dati perché voi possiate capire che cosa vuol dire sviluppare capacità di gestione di microimprenditorialità con queste persone. In Brasile, nel 2025 è stata superata la soglia di 2,2 milioni di nuove piccole imprese, dove i microimprenditori individuali, che sono quelli con cui noi lavoriamo, rappresentano in questo momento il 77,4% delle nuove formalizzazioni. Il tasso di imprenditorialità ha raggiunto il 33,4% nel 2024 che è il livello più alto degli ultimi 4 anni con una quota di imprenditori consolidati in aumento dall’8,7 nel 2020 al 13,2 nel 2024. Quindi questo dimostra anche la crescita e la maturità del settore. Attraverso il video che adesso vedremo che è in portoghese, ha i sottotitoli in italiano, per cui spero che riusciate a vederlo. È un video in cui alcuni microimprenditori descrivono molto brevemente la loro esperienza. C’è anche l’esperienza di un finanziatore, di un’azienda con cui noi lavoriamo e il video è stato realizzato da degli studenti di una facoltà di comunicazione, una delle migliori di San Paolo. Questo fa anche capire il nostro interesse a generare un ecosistema in cui i ponti fra le diverse realtà possano rafforzare il terzo settore. Quindi passerei al video.

VIDEO da 42:12 a 45:02

MAURO BATTUELLO

Bene, Silvia, però adesso siamo a un passaggio diverso perché abbiamo visto “Aventura de Costruir”, ma adesso siamo in un passaggio diverso.

SILVIA CAIRONI

Sì, siamo in un momento diverso, perché io mi sono chiesta molto quale fosse la ragione per cui mi è stato chiesto di venire qui al Meeting a raccontare dell’Avventura di Costruir in un momento in cui c’è un passaggio che non è solo un passaggio generazionale, ma anche proprio un passaggio molto più profondo. Mi sembra che questo passaggio dialoghi molto con il titolo del Meeting: che cosa vuol dire creare e costruire con mattoni nuovi? Perché da questa provocazione che è nata dal fatto che un anno e mezzo fa la mia famiglia, in particolare mia mamma, mi hanno chiesto dopo tanti anni in missione di ritornare in Italia, io ho iniziato a dovermi chiedere “Ma che cosa facciamo adesso con quest’opera?”, non solo “Che cosa faccio?”, perché evidentemente c’è una governance molto solida con cui abbiamo lavorato in tutti questi anni, per cui è nata questa domanda e avevamo intrapreso una direzione e la direzione era quella di continuare a formare le persone che lavoravano con me, che lavorano con me, che sono persone tecnicamente molto preparate, umanamente molto disponibili aperte e che si identificano tantissimo con l’opera, però che sono persone che non vivono la stessa esperienza da cui è nata Avventura di Costruir. Per cui quasi casualmente l’anno scorso qui al Meeting di Rimini ho ascoltato un dialogo fra Andrea Della Bianca, presidente della CDO e Davide Prosperi, presidente della Fraternità. E quando loro parlavano dell’origine della crescita di un’opera, io ho dovuto ammettere a me stessa che avevo sentito questo dialogo e che non potevo far finta di non averlo ascoltato e che quindi c’era qualcosa da correggere nella direzione che io e la nostra governance stavamo prendendo rispetto alla costruzione del futuro. Per cui, con l’aiuto anche di tanti amici, è nata l’idea di fare una fusione. Cosa vuol dire? Faccio un piccolo inciso. Quando parliamo di fusioni nel terzo settore ci sono pochissimi esempi, per non dire quasi nulla, nel senso che noi abbiamo anche, se voi li conoscete mi interesserebbe dopo, alla fine dell’incontro che mi raccontiate, perché noi abbiamo anche cercato esperienze di questo tipo, ma non ne abbiamo trovate, anche se una rivista come lo Stanford Review parla e auspica che si possano fare fusioni tra organizzazioni del terzo settore, sia per rafforzare il terzo settore in sé, sia perché organizzazioni che si fondono nel terzo settore hanno la possibilità di generare un impatto e una trasformazione ancora più grandi. Però normalmente il fondatore, la fondatrice di un’opera è molto legata all’opera che ha generato, per cui pensare che si possa lasciare l’opera a qualcun altro, evidentemente non è qualcosa facile, ma nello stesso tempo non è un cammino normale che si intraprende. Per me dall’inizio è stata chiara questa cosa, che l’opera Avventura di Costruir non è mia, nel senso che io ho sempre avuto il desiderio di una continuità proprio per i dati che vi raccontavo prima, proprio per il fatto che risponde a un’esigenza, a una necessità che esiste in Brasile e che quindi c’è il desiderio che questa cosa possa continuare al di là di me. Quindi come si costruisce questo processo di fusione? Prima di tutto abbiamo identificato con l’aiuto di alcuni amici un’altra opera che si chiama CDM che nasce a Bel Horizonte 39 anni fa, che ha uno statuto simile al nostro perché anche loro lavorano con lo sviluppo territoriale inclusivo. Loro operano di più con progetti a livello comunitario, con educazione, efficienze energetiche e con volontariato corporativo. Noi lavoriamo sullo sviluppo territoriale inclusivo scommettendo sui microimprenditori come soggetto che trasforma le comunità periferiche, ma in fondo abbiamo non solo la stessa origine, ma la stessa e per quello è nata l’idea di poter fare una fusione fra queste due ONG. Direi che la cosa impressionante per noi, per me, per Ernani e per Marcionei che sono i due direttori della SDM, è che siamo davanti a una cosa totalmente nuova di cui noi stessi non sappiamo bene che cosa vuol dire. Evidentemente stiamo lavorando in un modo molto tecnico, molto professionale con un grande lavoro di pianificazione, con un coinvolgimento grandissimo delle nostre governance, veramente un lavoro professionale, però fondere due culture anche di due città che sono molto diverse tra di loro come San Paolo e Belo Horizonte e di due ONG che sono fra le riconosciute certificate come due fra le 50 migliori ONG dello stato di San Paolo e dello stato del Minas Gerais, quindi con una storia con processi con anche una costruzione di anni non è immediato. Se un’organizzazione fosse più fragile e un’altra più forte sarebbe più semplice. In realtà, capire che cosa c’è di positivo in entrambe perché diventi un denominatore comune è perché l’opera che nasce non sia solo la somma, ma sia la potenzializzazione. Si dice potenzializzazione delle due esperienze. Questa è una delle cose più difficili, ma su cui stiamo lavorando ed è impressionante come i primi a stupirsi di quello che sta nascendo siamo noi stessi, noi tre e le persone che lavorano con noi. Direi che è questo per ora.

MAURO BATTUELLO

Ecco, grazie Silvia. Voi capite che ho detto all’inizio, ci racconta delle cose belle, ma le cose belle sono dentro la realtà e devono fare i conti con tutto quello che capita nella realtà e la bellezza sta anche in questa capacità, come hai detto anche adesso tu hanno detto anche loro, di sentire propria anche l’opera di un altro al punto di fare anche questo sacrificio. Ci eravamo lasciati con Don Lino sul talier delle donne, su quest’opera qua. Oggi cos’è la tua opera? Il Meeting parla di costruire con mattoni nuovi. Io ho visto in una delle diapositive anche pietre, non solo mattoni. Avete costruito un rifugio a 4700 m portando le pietre, i ragazzi, portando ognuno le pietre per costruire questo bellissimo rifugio per chi ama andare a fare le scalate.

DON LINO FACCIN

In questi 30 anni sono nate tante altre attività. Il cuore di tutte le attività sono i ragazzi e penso che nel cuore dei ragazzi c’è il cammino che si fa sempre nuovo e il cuore dei ragazzi mi hanno portato a 4800 m a costruire questo rifugio dove l’aria è frizzante, dove c’è il silenzio, dove non entra internet, dove caricavamo il cemento sulle spalle, andavamo su e ti sentivi piccolo piccolo col fiatone che non sei tu onnipotente, che non sei. Volevo dire per finire che la cosa più preziosa che io ho là, tante persone che mi aiutano, tanti volontari italiani che vengono, soprattutto famiglie. Io ho sette famiglie con figli italiani che lasciano il lavoro, si pagano il passaggio e rimangono là gratuitamente. Per me come prete condividere la vita con delle famiglie è importantissimo perché a volte noi preti andiamo sulle nubi delle parole, l’amore. Ecco, mi aiuta tantissimo stare con, condividere con tante coppie, tanti ragazzi volontari che vengono. L’altra cosa preziosa è il lavoro gratuito e come formiche di tanti ragazzi qui in Italia dell’OMG, quelli che ho accompagnato io in questi mesi che facevamo sgomberi, lavori di giardinaggio, raccolta ferro come formichine. Fa sì che quei soldi che ti arrivano giù guadagnati così hanno un sapore unico e provocano ancora tanto amore. Conosco tante persone buone, benefattori che si commuovono, mi aiutano. È un miracolo di amore, di carità che si ripete. Padre Ugo non ha mai pensato di avere un cammino preordinato da proporre. È difficile vivere così, però è una cosa grandissima. Al contrario, lui ha sempre cercato di ascoltare, stimolare e farsi suggerire il cammino dei giovani. Seguendone gli slanci, la vita, il fiuto, i ragazzi aprono il cammino, la sua capacità di ascolto, la sensibilità e il suo grandissimo amore verso i giovani e un desiderio grande di Dio. E’ l’eredità che ci ha lasciato, perché è morto nel 2018 e che ora tocca a noi difenderlo, viverlo e farlo sempre nuovo. In tutti questi anni, tanti sono stati i ragazzi e le ragazze in Perù che hanno vissuto nelle nostre case, studiato nelle nostre scuole, alcuni si sono fermati nelle nostre cooperative, hanno cercato la loro strada. È bello pensare che quel granellino di bene e di amore vissuto in quegli anni in cui gratuitamente qualcuno li ha amati e loro si sono sentiti amati, questo granellino seminato nei loro cuori darà frutto ovunque essi siano e che in quel granellino di amore c’è il seme di una vita bella che vale la pena, che c’è il seme della pace, quella che tutti desideriamo e che dobbiamo costruire con tanti piccoli gesti di amore e che lì ci sono anche i semi per far fiorire tutti i deserti lì. E se guardo i miei 25 anni di sacerdote con un po’ di timore di vergogna tra libri di teologia e pastorale, cerco questi semi d’amore che fanno del sacerdozio qualcosa che vale la pena.

MAURO BATTUELLO

Grazie Don Lino. Juan Emilio, abbiamo parlato prima delle imprese, ci hai lasciato in sospeso sul fatto che questi ragazzi che avete accolto 25 anni fa bambini, che avete seguito nella scuola, che avete fatto la formazione da adolescenti e così via, e adesso continuate con tutto il resto che ho detto prima, però siete sulla sfida del lavoro per loro, per la loro dignità, ma anche per il sostentamento delle famiglie. Può andare il secondo pezzo di video che racconta di questa esperienza.

VIDEO da 59:00 a 1:00:32

MAURO BATTUELLO

Spiegaci brevemente cos’è questa nuova scommessa che hai messo in piedi.

JUAN EMILIO PARADA

Sì, nel video avete visto alcuni esempi di queste collaborazioni con le imprese, ne abbiamo già più di 20. Sono imprese internazionali, ma anche cilene, soprattutto con le banche. Un primo punto era fare le cose, farle bene a livello professionale perché quello che succede a volte è che si ricevono gli aiuti e poi le cose non vengono seguite nella giusta maniera. Quindi sì, dare un aiuto ma che possa contribuire bene alla professionalità. Quello che vogliamo fare adesso con EduDown è arrivare a dare loro degli alloggi dove vivono da soli in autonomia per un certo periodo di tempo. Tornando un po’ indietro al racconto che vi ho fatto prima, durante il periodo della pandemia siamo riusciti a sopravvivere grazie alle donazioni che la gente faceva con carte di credito. Adesso è una cosa che fanno tutti, ma noi l’abbiamo cominciata 25 anni fa. Quindi abbiamo creato queste unità di negozio. Io le chiamo così. Una EduDown Alimentos si mostra un po’ quello che si fa, ma abbiamo, andiamo per la quarta caffetteria che stiamo installando in diverse città del Cile, dove lavorano le persone con sindrome di Down. E quando è cominciata la crisi abbiamo cominciato a vedere un calo delle donazioni. È per questo che abbiamo voluto creare anche questi centri di impresa dove si possono generare anche delle risorse. Quindi abbiamo EduDown Alimentos con la produzione di alimenti e abbiamo quattro caffetterie in diverse città del Cile. Avevamo la necessità di poter essere capacitati e abbiamo anche Down Capacitation che sono i corsi di aggiornamento professionale che abbiamo cominciato a offrire anche all’interno delle imprese non solo alle persone con diverse disabilità ma a tutti i lavoratori in generale perché proprio richiedevano questi corsi di aggiornamento. Un’altra cosa che mi mancherebbe aggiungere, perdono se mi perdo un po’ nei vari discorsi che ho fatto, una cosa che volevo dire è che io comincio ad avere una certa età. È una cosa che ho notato all’interno del movimento con tante opere è che un’opera muore quando muore il suo fondatore e questo non deve assolutamente succedere. Quindi mi rivolgo ai giovani, giovani adulti del Movimento, ma anche fuori dal Movimento, questo non importa, perché si facciano avanti. Abbiamo già preparato un grande terreno e vogliamo invitarli ad osservare il tutto nella sua totalità come persone. Non siamo noi dei soggetti buoni che aiutiamo persone in difficoltà, no? Vogliamo avere una visione di tutta la persona.

MAURO BATTUELLO

Grazie. Grazie Emilio. Giordano, noi parliamo sempre della continuità, della sostenibilità, del non dipendere, non facciamo tutto noi, questo lo sappiamo..

GIORDANO PECCI

Io dico sempre quando parlo della mia vita che io ho ricevuto tanti doni. I miei figli sono uno dei doni più grandi che il buon Dio mi ha dato. Oggi devo ammettere di aver avuto un altro grande dono, nel senso che dopo i primi anni un po’ difficili, oggi mi ritrovo un’équipe multifunzionale che ha una grande capacità su tutto quello che è l’ambito sociale e formativo che mi sono ritrovato totalmente in maniera inaspettata e penso che questo sia il vero valore aggiunto di questo nostro progetto perché proprio ieri sera parlavo con un’educatrice e diceva “Io sto facendo l’università, il match tra capacità del ragazzo e bisogno dell’impresa c’è scritto sui libri. Ma come si fa?”. Io ho bisogno di un metodo, è un modo di lavorare. Noi stiamo proprio cercando di sperimentare questo e in qualche modo con la nostra équipe riuscire a farlo diventare un metodo istituzionalizzato, quindi che la politica possa accettare come modalità, ma soprattutto che possa essere divulgato a tante altre realtà che poi possano metterla in pratica. Grazie.

MAURO BATTUELLO

Silvia, prima ci hai raccontato di cosa sta capitando in “Aventura de Costruir” e tu in questa trasformazione?

SILVIA CAIRONI

È la domanda più piena di sfida, no? Allora, quando abbiamo iniziato a pensare parlando con alcuni amici della possibilità della fusione, questo amico mi ha detto “Ma tu non vedi altre opere in Brasile con cui questo si potrebbe realizzare?”. Io gli dicevo: “L’Avventura di Costruir è molto diversa, perché l’Avventura di Costruir è nel mondo, ma non è del mondo”. E molte volte l’impressione che io ho è che le opere siano un po’ chiuse nel proprio ecosistema. Invece noi, nonostante siamo un’opera piccola, abbiamo una rete di rapporti, di relazioni veramente amplissima che si è generata in pochissimi anni e quindi quando questo amico mi ha detto e la SDM, io ho detto “Sì, loro davvero per io capisco che per loro questo essere nel mondo ma non del mondo vibra nello stesso modo in cui vibra per noi”. Per cui fin dall’inizio c’era riconoscere quest’unità oltre a un’amicizia che veniva da anni. In questo senso vorrei leggervi una frase di Papa Leone che dice: “Il primo fattore di speranza oggi è vedere ambiti, luoghi dove è possibile fare l’esperienza dell’unità. Ciò che rende ragionevole sperare è che già nel presente si realizzi l’esperienza dell’unità, perché attraverso questo si capisce l’esperienza dell’unità della persona”. E mi sembra che l’esperienza che noi stiamo facendo e che stiamo proponendo a tutte le persone che lavorano sia alla SDM sia all’Avventura di Costruir è proprio questa esperienza di unità. Ma questa esperienza di unità non è possibile, non sarebbe possibile se non per un’esperienza di unità che viene prima fra noi tre, fra i due direttori della SDM e con me. Io capisco che questo è un aspetto da una parte di semplicità, ma anche di sincerità e di lealtà. Perché? Perché vuol dire che davanti a quello che noi stiamo costruendo, che stiamo imparando dentro questa costruzione, non è che non ci siano errori, non ci siano difficoltà, non ci siano aspetti che dobbiamo riprendere per migliorare, ma il fatto che questa unità venga prima ci permette di avere una comprensione, anche un perdono e un desiderio di costruire che abbraccia anche tutte queste difficoltà e questo è impressionante perché le persone che lavorano con noi lo capiscono, lo colgono e se ne sentono parte. Poi entrando un po’ di più a livello personale, io sono dei Memores Domini e per me in questo momento è una grandissima esperienza di gratuità e di verginità. Perché? Perché quando uno sta andando via potrebbe dire “Ok, lascio tutto”. Tante persone mi hanno detto “Ma Silvia, tu hai costruito tanto in questi anni e adesso stai costruendo ancora di più di quello che hai costruito prima” e vi assicuro che non è facile costruire in questo momento perché costruire qualcosa di cui uno non sarà parte o sarà parte in un modo diverso e soprattutto quando io capisco che chi sono io adesso è proprio il frutto di una serie di rapporti, di relazioni con le persone che lavorano con me, che hanno lavorato con me. Io non sono la stessa di quando sono arrivata in Brasile. E quindi mi colpisce che in un momento in cui uno debba dare un passo di distacco, un passo indietro, ponga tutte le energie per continuare a costruire, per lasciare un luogo, una casa che sia accogliente per chi continuerà. In questo senso c’è anche, direi, un’incidenza radicale a livello di esperienza elementare, mi spiego, di confronto continuo con il cuore e anche un continuo confronto tra di noi perché, come dicevo prima, perché possa emergere il meglio di queste due organizzazioni, vuol dire che dobbiamo poterlo riconoscere e poter capire come questo meglio aiuta a costruire qualcosa di più grande che va al di là di noi e delle nostre capacità o di quello che anche abbiamo costruito in questi anni. L’ultima cosa che per me è una grandissima compagnia è il vedere fiorire la coscienza dei miei colleghi. Recentemente abbiamo fatto un lavoro sulla cultura organizzativa dell’organizzazione, il patrimonio nostro e per me è stato bellissimo vedere come siano emersi non solo aspetti tecnici ed umani. Abbiamo fatto questo lavoro con dei post-it e quindi non sapevamo chi scriveva cosa e a un certo punto un post-it diceva “senso di donarsi” e questa cosa io a un certo punto mi è venuto da dire “Ma chi l’ha scritta?”. E una persona, Leonardo, ha detto: “L’ho scritta io”. A me questa cosa ha impressionato perché io ho capito che lui può non venire dall’esperienza da cui io vengo, però non può non riconoscere una cosa vera, nel senso di una persona, di un soggetto che vive totalmente quello che gli è dato e nello stesso tempo che si dona. Poi è stato anche molto interessante per me capire questa cosa, come dice Don Giussani, che con il reale si vive e con l’ideale si esiste e quindi che uno porti con sé un ideale, evidentemente contagia chi c’è intorno e quando si arriva a questo livello uno capisce che si è insieme per sempre.

MAURO BATTUELLO

Grazie. Grazie Silvia. L’incontro di stasera aveva come titolo “Una compagnia senza confini”. Sui confini ho detto all’inizio citando Zuppi, sulla compagnia noi siamo una compagnia. È possibile un sostegno alla propria responsabilità se si è insieme, se si cammina insieme come opere sociali, soprattutto con il Sud America, il Brasile in particolare con il progetto per gemelle. Questo è stato toccato con mano e continuerà anche nel prossimo autunno da ottobre, ma anche con la non può limitarsi solo a noi. Anche la Compagnia delle Opere, la CDO, a ottobre avrà un momento in cui metterà assieme opere sociali alla fine del nostro progetto e le opere profit e le altre realtà, perché come stasera avete raccontato anche voi e come diceva una mostra di qualche anno fa del Meeting: “Da solo non basto”, “Da solo non basto”, perché faccio tanto, faccio molto, ma ho bisogno per raggiungere il mio obiettivo che qualcuno sia con me, che sia in compagnia con me. Quindi 24, 25, 26 ottobre a San Paolo ci sarà questo momento di lavoro di CDO Internazionale e un inizio, un inizio di cammino che penso proseguirà e si allargherà ad altre realtà nel mondo. Chiudo come sempre questo incontro che è stato possibile grazie all’ospitalità, all’organizzazione e al sostegno del Meeting, ricordando che ognuno di noi può dare un contributo decisivo al Meeting. Ogni dono è un mattone nuovo per continuare a costruire insieme luoghi di incontro, bellezza e speranza. Lungo tutta la fiera si trovano le postazioni “Dona” caratterizzate dal cuore rosso. Vi ricordiamo che la Fondazione Meeting è un ente di terzo settore e chi sosterrà il Meeting potrà usufruire dei benefici fiscali al momento della dichiarazione dei redditi. Facciamolo perché dopo 46 anni ci deve essere anche il 47 e il 48 e così via. Grazie a tutti.

Data

24 Agosto 2025

Ora

19:00

Edizione

2025

Luogo

Arena cdo C1
Categoria
Incontri