UN VOLTO NELLA STORIA CHE CONTINUA AD ACCADERE

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Margaret Karram, presidente Movimento dei Focolari; Davide Prosperi, presidente Fraternità di Comunione e Liberazione; René Roux, rettore della Facoltà di Teologia di Lugano. Modera Silvia Guidi, giornalista Osservatore Romano

In occasione dell’uscita del libro “UN VOLTO NELLA STORIA. Il compito della Chiesa nel mondo (1969-1970)” di L. Giussani (Rizzoli). Nel fermento del Sessantotto, don Giussani coglie la sete profonda di autenticità che anima la contestazione. In una serie di incontri con un gruppo di giovani, invece di proporre una fuga spiritualistica o una soluzione ideologica ai problemi del suo tempo, Giussani indica nella Chiesa il punto sorgivo di ogni autentico tentativo umano di rispondere al bisogno di verità, giustizia, amore e libertà. Solo nella comunione cristiana viva possiamo sperimentare la liberazione, cioè l’avvento di un mondo più umano. Una proposta che resiste al passare del tempo e si rivela più necessaria che mai, per affrontare le sfide di oggi.

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SILVIA GUIDI

Buonasera, ben arrivati. È bello essere qui tutti insieme a scoprire un’altra, l’ennesima pepita d’oro che ci è stata consegnata. Dico pepita d’oro perché l’immagine logo di questo Meeting mi fa pensare ovviamente ai mattoni, a un mosaico, ma anche a frammenti d’oro che si nascondono nel quotidiano, nella vita quotidiana che a volte ci sembra così opaca, così pesante, così segnata da un inspiegabile male, ahimè, anche nel periodo storico in cui siamo con le guerre che divampano e l’umanità che sembra impazzita.

Ma passiamo a quello che di bello possiamo condividere stasera, alla scoperta di un libro che già dal titolo ci fa capire come riguarda ciascuno di noi. Ciascuno di noi ha un volto, ma è chiamato ad avere il suo vero volto unico e irripetibile come Dio lo ha pensato. “Un volto nella storia”: questo è il libro di cui parleremo stasera e ci aiuteranno a capire meglio, entrare dentro questo messaggio che ci è stato regalato: René Roux, il rettore della Facoltà di Teologia di Lugano, Margaret Karram, presidente del Movimento dei Focolari e Davide Prosperi, presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione, che però stasera è anche in veste di curatore del libro, quindi ha un doppio ruolo.

Io sarò rapida perché il tempo è prezioso, c’è moltissimo da dire e quindi passo immediatamente la parola al rettore della Facoltà di Teologia di Lugano che ci aiuti a capire il valore e la preziosità di quello che don Giussani ha filtrato e distillato dalla sua esperienza nel periodo storico in cui è vissuto e in cui poi ha scritto le lezioni che sono raccolte in questo libro, la Chiesa post Concilio, una chiesa che aveva subito lo tsunami del ’68, una chiesa che era però anche in ascolto nei confronti del grido del bisogno di autenticità, di verità che il ’68 è stato.

Lascio subito la parola al professore. Grazie.

RENÉ ROUX

Anzitutto ringrazio per essere stato invitato a questo incontro. Leggere Giussani è sempre un’esperienza interessante. Da un lato si respira una grandezza, dei panorami straordinari. Dall’altro ci si sente sempre molto interrogati, un po’ piccini, in particolare anche nel lavoro come teologi.

Guardando questa serie di dieci lezioni che lui ha tenuto tra il ’69 e il ’70 al Centro Péguy, mi sono chiesto cosa volesse fare Giussani esattamente. La mia impressione è che si tratti a tutti gli effetti di una sorta di introduzione al cristianesimo. Come Ratzinger ne aveva scritta una nel ’68. Un’altra la farà un altro teologo famoso, Karl Rahner, nel ’76. Giussani, in qualche modo, di fronte alla grande crisi del ’68, che aveva visto l’esodo di moltissimi ragazzi giovani di GS, ma non solo, anche la Fuci era andata nella stessa direzione, per non parlare di tantissimi ordini religiosi e sacerdoti che avevano lasciato gli impegni, di fronte al piccolo gruppo del Centro Culturale Péguy decide di tornare sull’essenza, sulle basi, sui fondamenti. Ecco dunque il senso di queste lezioni.

Per cogliere l’originalità, credo vada forse vista nel contesto di quella che era stata la problematica e l’evoluzione della teologia negli anni ’60, nel XX secolo in generale, ma in particolare in quel periodo. Se qualcuno di voi prende in mano un manuale di teologia pubblicato ancora l’ultimo volume nel 1962, la Summa Sacrae Theologiae di un gruppo di professori gesuiti spagnoli, una teologia ancora scritta in un chiaro latino scientifico, more geometrico con definizioni, conseguenze, citazioni probanti dalla Scrittura e dalla Tradizione, si accorge che è avvenuta una sorta di rivoluzione confrontando quel modello di manuale, usato fino al Concilio, con quello che nascerà subito dopo, il Mysterium Salutis iniziato in Svizzera in prospettiva di storia della salvezza. Si è passati da una teologia che era estremamente argomentata, logica, razionale, secondo un modello genericamente tomista o neotomista, a un tentativo di ripensarla in chiave storica.

Questo cambiamento voleva essere una risposta ad alcune esigenze che si sentivano già nel corso del XX secolo. Non è che quando arrivano i cambiamenti nei manuali è perché sono accaduti prima, ma ci fanno capire alcune problematiche e come anche le risposte non sempre furono semplici.

Una prima grande crisi della teologia cattolica del XX secolo è stata quella del rapporto con le scienze storiche, la filologia, l’esegesi storico-critica del Nuovo Testamento e dell’Antico Testamento, sembrava mettere in crisi le fondamenta stesse della fede. Allo stesso tempo, quella lettura molto analitica che si faceva nella manualistica dei testi della Tradizione era carente di senso storico e quindi sembrava non cogliere il vero nesso.

Ecco allora l’esigenza di recuperare una dimensione di autentica storicità, il metodo della nouvelle théologie, all’interno del ragionamento teologico. Ma il rischio, quando teologi e sacerdoti cresciuti in un metodo analitico senza mai aver appreso la vera tecnica della ricerca storica, compresi i suoi limiti, era quello di cadere in un’assolutizzazione di quei risultati che finivano col mettere in crisi le basi stesse della fede. Questo era un problema.

Un altro problema era forse la sconnessione che si accusava tra la formazione teologica e quella spirituale e la vita concreta. Anche lì, quella conoscenza teorica sembrava non avere presa sulla vita. Ecco che la ricerca di questo contatto a volte è avvenuta in quegli anni proprio attraverso il prevalere di un’ideologia marxista di sinistra che sembrava essere in grado di realizzare meglio il ponte tra l’ideale di giustizia, di autenticità e la vita, con il rischio di mettere in secondo piano l’esperienza stessa della fede o di trasformarla in una sorta di momento intimistico, di un benessere tutto interiore, ma non in grado di dire qualcosa nel mondo.

Una terza problematica era quella dell’apostolicità, l’esigenza dell’annuncio del Vangelo trasformata in esigenza di inculturazione, in esigenza di parlare il linguaggio di coloro ai quali noi portiamo il Vangelo. Rischiava però, se fatto in maniera acritica, di assumere le categorie che si attribuivano al destinatario, senza interrogarsi se quelle categorie, da un punto di vista antropologico, fossero davvero adeguate ad accogliere il messaggio cristiano, con il rischio di perderlo per strada.

Giussani reagisce di fatto con questo suo insegnamento, di cui in queste dieci lezioni abbiamo una testimonianza. Non era la totalità della sua attività, ma è comunque molto rappresentativa.

Permettetemi dunque, a mio modesto parere, di dare alcune pennellate di quelle caratteristiche di novità che renderanno questo suo insegnamento effettivamente fruttuoso, fertile da un punto di vista spirituale e sociale, per la crescita della Chiesa.

Anzitutto lui si rivolge alle persone che ha di fronte: si rivolge a quel gruppo di ragazzi giovani che erano al Péguy, che probabilmente erano, scusate l’espressione, quattro gatti. Non si fa il problema di andare a dire come vado a prendere tutti quelli che sono scappati fuori, come penseranno quelli che hanno altre categorie mentali. Quelli che io ho davanti a me, loro sono importanti come tutti gli altri, anzi se non passa da qui forse non arriverà nemmeno agli altri. Questo realismo iniziale, che è forma di umiltà, ma anche di realismo alla chiamata, mi sembra estremamente significativo.

Notiamo anche che con questo metteva in discussione i tentativi troppo astratti di modelli di inculturazione che immaginavano un essere umano perfetto, intellettuale, ma che non era quello concreto che tu hai davanti agli occhi.

Il secondo punto che mi pare estremamente interessante è il ritorno alla cristologia: Cristo, nostra speranza. Questo tornare alla speranza è sicuramente un aspetto geniale della sua sottolineatura in quel momento storico. Credere nella fede. La fede è una cosa importante, lo sappiamo, ma pensare che veramente Gesù sia Figlio di Dio, arrivato e poi c’era il presepio col bue e l’asinello, è un aspetto che già richiede un passo in più.

Ma in un momento in cui la totalità dei giovani andava alla ricerca di un mondo ideale, di un futuro fantastico, ecco che si presenta Cristo come speranza e diventa un modello autentico da scegliere, che ha, guarda caso, lo stesso livello di credibilità, se non addirittura superiore a quello dei progetti politici.

In qualche modo questa scelta della speranza mi sembra una risposta molto concreta al contesto storico e mi ricorda quella poesia di Péguy che piaceva tanto a Giussani, ma anche al gruppo del Centro dove Péguy parla di fede, speranza e carità come di tre sorelle. Le più grandi e le più importanti sono la fede e la carità, la speranza è la sorella piccolina, ma è lei che le prende per mano e le trascina avanti.

Detto questo, il suo modo di leggere la Scrittura e anche la Tradizione della Chiesa è molto particolare. Per lui l’aspetto storico è centrale, il realismo di questi fatti è autentico, ma ciò che va a cercare in questi è la profondità, l’autenticità del senso religioso. È questo che dà la verità di quelle testimonianze ed è questo che permette, se volete, la contemporaneità con noi dei testi della Bibbia, dai grandi profeti agli apostoli, a Gesù, a tutti quelli della Tradizione. In questo modo lui riusciva a mettere a frutto la vera scienza storica a servizio di quella che è una conoscenza di un’esperienza umana che ci trasmette, ci testimonia la presenza del divino attraverso questo aspetto del senso religioso.

La fede così concepita si trasforma in un criterio di giudizio. Rendiamoci conto cosa voleva dire in quegli anni, ma forse il problema non è finito, in una cultura italiana e non solo, che per tanti anni concepiva il cattolicesimo e la fede come qualcosa di buono per i bambini. Ma mano a mano che si sale nelle scuole si diventa filosofi, magari liberal, “liberal chic”, marxisti; poi la denominazione può scegliere.

E qui invece Giussani ha il coraggio, la fierezza di rimettere al centro la fede come criterio di giudizio delle cose del mondo. E da questo viene con chiarezza quello che è il compito del cristiano: costruire la Chiesa. È questo che dà la sua missione. Questo diventa il suo contributo. Quello che mi colpisce molto in questa costruzione – ogni tanto lui si ripete fra le lezioni, ovviamente anche le cose che diceva a latere – è che in questa visione del cristianesimo è una visione in grado di prendere dentro tutti gli aspetti: dall’esperienza intellettuale a quella spirituale e a quella della concretezza della vita.

E in questo modo lui riesce a recuperare anche l’importanza della Tradizione, perché la Chiesa diventa il luogo dove io posso fare esperienza della presenza storica di Cristo, di Cristo nella comunità che lui ha fondato, nel suo corpo mistico, nel suo corpo spirituale che continua.

Proprio attraverso questa presenza di Cristo nella Chiesa, io posso fare un’esperienza diretta e valutare se questo aspetto vale anche per me e a quel punto io entro in questa grande comunione. Giussani riesce in qualche modo, in questo suo approccio, a dare risposta a quelle che erano state le problematiche della teologia preconciliare. Non si vergogna di farlo per un gruppo di studenti universitari o di giovani. Si sarebbe potuto rivolgere tranquillamente anche ai grandi teologi, ma il suo affetto, la sua amicizia andava anzitutto per le persone che ha di fronte, perché questa concretezza della vita della Chiesa è la strada stessa dell’incarnazione che Gesù ha scelto. Mi fermo qui con queste mie considerazioni.

SILVIA GUIDI

A Margaret Karram chiediamo qualcosa che riguarda una parola guida dei Focolari: l’unità. Unità vuol dire vivere la dimensione comunitaria come costitutiva di sé, non superflua, non un optional, qualcosa che fonda l’identità del singolo. Nella sua esperienza,  com’è questo aspetto in rapporto ai temi su cui stiamo lavorando oggi pomeriggio?

MARGARET KARRAM

Buon pomeriggio a tutti, saluto tutti voi. Sono molto felice e onorata di essere qui e ringrazio soprattutto Davide che mi ha invitata. È la prima volta qui al Meeting. Mi ricordo quando mi ha chiamato ero stupita perché non aspettavo che mi invitasse a partecipare, ma sono molto grata, molto felice di questo invito e ho potuto assaporare e vedere alcune cose ieri e oggi che sono qua in tutte le mostre. Sono grata soprattutto per l’amicizia che ci lega personalmente, ma anche come comunità ecclesiali.

Per rispondere in sintesi alla domanda che mi fai, vorrei iniziare uno dei passaggi del libro di don Giussani che mi ha colpito di più, perché è di un’attualità straordinaria per tutti noi e per la Chiesa oggi. Lui afferma che per ogni persona – l’abbiamo sentito dal rettore – il rapporto più importante è quello con Dio e cito: “Il criterio delle mie scelte è Dio, è la sua opera, il suo operare, il suo agire.” La comunione cristiana si instaura in proporzione a questa iniziale conversione. Nella misura in cui c’è questo spirito di comunione, io collaboro a valorizzare quel che fai e così diventa sempre più potente il riverbero benefico sul mondo e la Chiesa si costruisce.

Mi ha colpito quello: “Io collaboro a valorizzare quello che fai ed insieme possiamo costruire la Chiesa.” Potrebbe sembrare davvero scontato sottolineare l’attualità del messaggio di don Giussani, ma è stata questa la prima forte impressione che continuo a custodire nel cuore dopo la lettura di questo volume. Questo non è un libro da leggere tutto d’un fiato, almeno non è stato così per me. Fin dal primo capitolo ho sentito che queste parole scritte oltre 50 anni fa mi chiedevano di riflettere e di interrogarmi. Don Giussani ha tenuto queste undici lezioni in una stagione incandescente, in un’epoca di svolta culturale ed ecclesiale. Si comprende come egli si sia sentito fortemente interpellato come cristiano dal tempo in cui, in un momento storico di forti contrapposizioni ideologiche, non aveva paura di sfidare soprattutto i giovani.

Anzi, con coraggio ha indicato loro la strada che parte da Dio e raggiunge tutti i luoghi del mondo, in ogni situazione in cui l’umanità è immersa. La missione di don Giussani continua perché ha sempre parlato al divino presente in ognuno. E questo è un cammino che non scade. La conversione a Dio che ci innesta nella comunione cristiana non passa di moda. È il nostro eterno presente. Tutto il percorso tematico che don Giussani ha trattato ci porta a fare un’esperienza nuova di un luogo di cui forse abbiamo bisogno di riscoprire la potente profezia evangelica, e questo luogo è la comunità, per assaporare l’amicizia con Dio e con i fratelli e le sorelle, una comunità aperta al mondo per la sua trasformazione in Cristo.

Anch’io, come te, Davide, sono rimasta molto impressionata e, come tu dici anche nelle prime pagine della prefazione, il costante riferimento di Giussani alla Sacra Scrittura. Questo è il primo autentico motivo dell’attualità del suo pensiero: quasi non c’è pagina in questo libro in cui non attinga a questa sorgente sapienziale. Da essa continua a scaturire la freschezza delle sue sollecitazioni. La Parola di Dio è il centro che ha saputo donare, spiegare e ritrovare in tutto quello che il Padre ha creato di buono e di bello. Un secondo motivo dell’energia trasmessa ancora oggi da queste lezioni lo riconosco nel dono dello Spirito che Giussani ha ricevuto, un carisma a beneficio del corpo ecclesiale e dell’umanità.

A pagina 39 leggiamo infatti che, perché il cristiano compia la sua, occorre che abbia la sua faccia nel mondo. E questa è un’espressione che mi è piaciuta moltissimo. Giussani spiega cosa significhi: “La propria faccia è quella della comunità vissuta, è la faccia della Chiesa vissuta.” Cristo, fatto speranza del mondo, è il fondamento dell’annuncio di don Giussani. Non ho potuto non notare la sintonia con il momento ecclesiale che attraversiamo, in particolare in questo anno giubilare in cui siamo tutti interpellati a rimettere al centro della nostra vita Cristo, nostra speranza, e a uscire dai nostri mondi per incontrarci, per fare esperienza di comunione nelle nostre comunità, ma ben oltre.

E siccome siamo cristiani, continua Giussani, siamo chiamati a vivere il mondo, ad entrare negli abissi più profondi dello smarrimento, della solitudine, del dolore, delle guerre e delle violenze terribili, e porteremo maggior frutto se lo facciamo in comunione, vivendo la comunione nel senso più autentico e universale che solo la Chiesa può rappresentare. I tanti eventi giubilari che il mondo ha guardato anche con stupore, come quello recente dei giovani, sono una forte presenza di Dio oggi, una testimonianza di una Chiesa comunità che attira e rende manifesta questa presenza in questo tempo difficile.

Potrete immaginare quanto mi abbia interpellata la centralità che Giussani pone alla dimensione comunitaria ai fini della missione del cristiano nel mondo. Mi ha dato gioia la lettura di alcune pagine in cui ho ritrovato grande sintonia tra i nostri carismi, quello di Comunione e Liberazione e i Focolari, attorno alla vita di comunione. In una di queste Giussani dice: “È la comunione cristiana il vero soggetto dell’essere dentro una situazione: quartiere, scuola, università, città, nazione, mondo. Il vero soggetto cristiano è l’uomo che vive e porta con sé e crea, costruisce la Chiesa là dove è. È la comunione vissuta, è la comunione cristiana.”

Come dicevo, ho trovato una grande consonanza, pur nella diversità dei rispettivi doni, con la spiritualità dell’unità di Chiara Lubich, la nostra fondatrice. Se posso dire anche qualcosa di personale, è stata proprio la qualità dell’amicizia tra un gruppo di giovani e la loro testimonianza di vivere le parole del Vangelo che, quando avevo 14 anni, mi ha toccato nel più profondo e mi ha fatto incamminare sulla strada del Focolare.

Chiara Lubich ha parlato infinite volte di comunione, trasmettendo la passione a migliaia di persone. Nell’89 ha definito l’espressione di comunione come il sacramento dei laici. Lei diceva: “Ho l’impressione che Gesù in questa epoca, attraverso noi laici, voglia uscire dai tabernacoli, voglia andare in mezzo al mondo, voglia venire in mezzo a noi. Anzi, questo Gesù in mezzo, secondo me, è il sacramento dei laici.

Se noi non entriamo nella società, nell’umanità, rimaniamo un movimento troppo spiritualista che non è quello che Dio vuole, perché Gesù si è incarnato, è diventato uomo. Ma le conferme che la vita in comunione è centrale per la Chiesa e per le tante situazioni che l’umanità vive non si esauriscono di certo qui. Un ulteriore importante esempio che ho vissuto è stato il Sinodo sulla Sinodalità a cui ho partecipato. Lo definirei una palestra di comunione non certo facile e tutt’ora un cammino da imparare e praticare, perché per poterla vivere richiede tempo, ascolto profondo, inculturazione, conversione continua del cuore per guardare gli altri nella loro vera natura, quella di figli di Dio. Ma ne sono certa, l’esperienza fatta rimane. È un seme che è stato gettato in tutta la Chiesa ad ogni latitudine e nel tempo porterà i suoi frutti.

Non posso non ricordare le straordinarie parole che Papa Leone XIV ha rivolto proprio a CL il 21 luglio scorso nella sua lettera autografa in occasione degli esercizi spirituali dei Memores Domini. Lui diceva: “Vi esorto ad essere relazioni fraterne e a costruire ponti, a dialogare apertamente e con franchezza all’interno della vostra associazione, a camminare insieme, ad essere concordi tra voi e nella Chiesa. È necessario perché il carisma ispirato da don Giussani continui a generare frutti di bene e aiuti particolarmente le nuove generazioni a incontrare il Signore per divenire segno profetico della sua bellezza.”

Una conferma importantissima per il movimento, per la comunità di CL, ma anche per i Focolari e per tutte le realtà ecclesiali in cui il Papa ci incoraggia a riconoscere il valore evangelico di trasformazione umana e sociale dei nostri carismi e ad aprire spazi di reciproco scambio e arricchimento a livello culturale, spirituale, esperienziale. Concludo offrendo un’ultima riflessione: parlare di dimensione culturale, di dimensione comunitaria ed ecclesiale in un mondo caratterizzato da individualismo, da solitudine, da isolamento, da laicismo, ma anche un mondo segnato da violenza sembrerebbe davvero un assurdo.

Eppure il messaggio di don Giussani risuona più forte che mai perché ci invita a non cedere alla facile via della rassegnazione e a non abbandonarsi alla disperazione chiudendosi nelle proprie zone di comfort. Ci invita a fare un’esperienza di salvezza che scaturisce dall’amicizia con Gesù nella fede incrollabile della sua morte e risurrezione, e ciò ci innesta nella vita ecclesiale, invitandoci ad una comunione più profonda e vera con tutti. Solo in questo modo non ci lasceremo abbattere, ma avremo il coraggio di continuare con pazienza laddove tutto sembra crollare, a intessere trame di pace e di dialogo.

La pazienza è una virtù che Giussani definisce così: la caratteristica fondamentale dell’atteggiamento del cristiano nella storia, l’energia che crea e vive la storia. Don Giussani ci invita oggi a vivere il nostro presente storico con questa stessa energia e ci chiama a stringerci ancor di più in comunione per edificare la Chiesa, per farla traboccare sul mondo, lasciandoci ispirare e sorprendere dalla fantasia dello Spirito. Grazie.

SILVIA GUIDI

Grazie per questa condivisione. Davvero di speranza è pieno questo libro. Comunicare speranza è un elemento, una cosa ancora più significativa perché l’autore, in quel periodo, don Giussani, aveva appena attraversato un periodo di deserto esistenziale, una prova pesante, e da cui sarebbero nati mattoni nuovi imprevedibili, di una fecondità totalmente impossibile da immaginare prima.

Ogni pagina è intrisa di questa passione educativa, di questo desiderio fortissimo di comunicare la sua speranza, sempre mantenendo altissima l’asticella della pretesa cristiana, come dice don Giussani, che è una risposta a tutte le domande dell’uomo, non alla parte religiosa di sé, ma all’io, all’interezza di sé. Il curatore del libro ce l’ha anticipato nella prefazione. È un tema che vale davvero la pena approfondire perché la tentazione di pensare anche noi stessi a compartimenti stagni – c’è la parte religiosa, c’è la parte del lavoro, c’è la parte del divertimento – e invece don Giussani ci ha sempre educato a percepirci come qualcosa di globale, con un desiderio globale che chiede una risposta altrettanto globale.

DAVIDE PROSPERI

Grazie. Buon pomeriggio a tutti. Ringrazio molto il Meeting per questo invito e per la possibilità di essere qui numerosi a incontrare ancora una volta don Giussani. Tra l’altro, devo dire che ringrazio in maniera particolarmente calorosa Margaret e René sia per la loro presenza, per aver accettato questo invito, ma anche per le parole che abbiamo ascoltato, perché in larga parte mi hanno anticipato, in quanto questo identifica lo scopo per cui la Fraternità di Comunione e Liberazione ha sviluppato tutto questo lavoro negli ultimi anni di recupero di alcuni testi di don Giussani inediti. Ricordo l’anno scorso l’uscita del primo volume, sempre degli stessi anni e nello stesso contesto del Péguy: “Una rivoluzione di sé”. Quest’anno, “Un volto nella storia” sempre con Rizzoli.

Questi sono testi attraverso i quali don Giussani continua a offrirci in modo affascinante. Mi permetto di usare questo termine perché la testimonianza stessa che abbiamo sentito oggi dai nostri amici ci mostra come non siano testi interni, ma testi che sono un contributo alla Chiesa tutta e al mondo.

Dunque continua a offrirci la sua testimonianza di fede e da questo punto di vista credo che, in particolare, quest’ultimo testo abbia un grande pregio. In un momento così per certi versi importante, un passaggio così delicato per la vita dei carismi, del laicato, dei movimenti e delle associazioni nella Chiesa, in molti dei quali, dopo la morte del fondatore, abbiamo inevitabilmente un periodo di approfondimento e riflessione sulla natura stessa del carisma che è stato consegnato alla Chiesa attraverso queste figure, e di cui la realtà umana, il movimento che ne è nato, ne testimoniano la continuità. Ecco, allora qual è il grande pregio?

Il grande pregio è quello di offrire al lettore, in maniera molto chiara, il nucleo incandescente del carisma di Giussani, e questo ha appassionato tante persone a Cristo e alla sua Chiesa in un periodo, come abbiamo ascoltato, particolare per la vita del nostro paese, ma non solo del nostro paese, ma della Chiesa. A me ha stupito, in modo particolare, la sorprendente attualità della sua proposta, perché qui lui denuncia quelle riduzioni che allontanano l’annuncio cristiano dalla vita reale della gente, dai suoi problemi, dai suoi interessi.

Per rispondere alla domanda, vorrei concentrarmi su ciò che Giussani indica come il punto centrale – cito le sue parole – di tutto quanto il discorso cristiano, che è sintetizzabile in questa affermazione. Dice: “Cristo è la nostra speranza”, ma aggiunge: “La difficoltà è comprenderne la radicalità.” Prosegue Giussani: “È infatti un’affermazione che si pone come carica di un significato globale per la mia vita, per me stesso, per l’esistenza, per la storia e per il mondo.” In altre parole, ha un significato globale che non lascia fuori nulla. Dunque, Cristo è la nostra speranza non solo per questo o quell’aspetto della vita, per la purezza dell’anima o per il pensiero della morte, ma per tutta la nostra esistenza. Quando preghiamo e quando lavoriamo, quando stabiliamo dei legami, quando affrontiamo i problemi della società e della politica. Tutto questo rientra nell’orizzonte di interesse del cristiano.

L’affermazione “nostra speranza”, come diceva Margaret, non è affatto ovvia, non è scontata, nemmeno per chi è cristiano. La sua portata viene molto spesso ridotta o perché collocata solo nell’aldilà fuori dalla vita concreta sperimentata da ciascuno di noi o perché confinata in un’introspezione psicologica. Appare allora come una speranza che non c’entra con la vita, non c’entra con la società, con il mondo, con le sue urgenze, con le sue contraddizioni davanti alle quali siamo messi ogni giorno.

Si tratta di un modo di intendere e di proporre il cristianesimo, purtroppo oggi molto diffuso. È questo il punto che Giussani ci aiuta a comprendere e che personalmente ritengo decisivo per la nostra avventura umana. Vi è – uso sempre le parole di Giussani – una concezione spiritualistica, emotiva, intellettualistica del fatto cristiano. E questa concezione ne svuota il senso, lo disincarna, lo butta fuori dalla realtà, separandolo dalla vita e dai suoi bisogni, e rende la speranza una fuga astratta dalle cose. Non ci si può stupire se un cristianesimo, ridotto a sentimento, non abbia alcuna presa forte sui giovani.

In questo contesto si situa la proposta di don Giussani. Lui usava ripetere spesso, anche in contesti conviviali, ma lo ricordiamo pubblicamente, che l’ideale per un cristiano è essere “impastati” – usava questo termine – “impastati con Cristo.” Cosa significa? Significa che quando Dio guarda l’uomo, cosa vede? Questa è la domanda che ci facciamo tutti. Ma quando Dio guarda l’uomo, ciò che vede è Cristo. Cristo è l’uomo, ovvero uno sguardo pienamente umano, una compagnia all’uomo. Non è solo un discorso teologico, una teoria, una morale, ma una compagnia all’uomo. E questo sguardo esprimeva un giudizio che non era più solo una legge come era stato fin dall’inizio della storia della salvezza fino a quel momento,  ma una presenza che camminava per le strade della Palestina, che incontrava, si commuoveva, si affezionava, che spiegava tutto, che faceva cose straordinarie, miracoli.

Nel suo libro Gesù di Nazareth, Benedetto XV fa questa analogia indicando Gesù come il nuovo profeta. Egli non è solo il nuovo Davide, ma è soprattutto il nuovo Mosè. I profeti, infatti, sono coloro che ci fanno entrare nello sguardo di Dio sull’uomo, sul mondo. È per poter conoscere questo sguardo che ci muoviamo ed è conoscere questo sguardo che dà speranza davanti a tutte le nostre tribolazioni, davanti alle cose che non capiamo, alle ingiustizie che subiamo o che commettiamo. Mosè è l’unico tra i profeti che ha visto Dio, quindi parla di ciò che ha visto di Dio. Gesù è colui che viene a condividere non solo ciò che ha visto, ma il rapporto che vive con il Padre.

Giorno dopo giorno la sua presenza diventa un’occasione per conoscere e comprendere, ed entrare nel mistero del rapporto che lui vive con il Padre. Gesù non solo ha visto Dio, Gesù vede Dio e lo vede in sé, in un’unità vivente. Si capisce che la cosa più desiderabile da quel momento in poi è entrare a far parte di quell’unità, di quella comunione profonda tra Cristo e il Padre. Giussani osserva, delineando sempre di più questo volto nella storia e rendendocelo sempre più prossimo: “Guardate per favore che Cristo, Cristo come speranza totale, questo Cristo è un avvenimento storico”, diceva prima René, ha una data, è nato da una donna, è fatto di carne, tanto è vero che l’hanno fatto fuori. Quest’uomo è tutto. È il fulcro della speranza, dell’esistenza, della storia e del mondo, del cosmo.

In che modo queste osservazioni così radicali, scandalose per la mentalità comune del suo tempo e del nostro tempo, valgono per la mia esistenza oggi, duemila anni dopo? La risposta a questa domanda è della massima importanza. Se Cristo è il fattore della nostra speranza, deve essere qui, deve essere dentro il presente, altrimenti il fattore della speranza sarebbe la mia o la tua interpretazione della sua vita e delle sue parole. Saremmo riconsegnati inevitabilmente alla nostra finitezza e quindi alla nostra impotenza.

Invece Gesù Cristo, che è nato, che è morto e che è storicamente risorto in un tempo preciso, è presente ora. È presente dentro il nostro presente storico, dentro la nostra esistenza – cito ancora – senza che nessuna interpretazione si debba interporre. È presente oggettivamente con una fisionomia fisicamente precisa, un volto nella storia come il tuo che vedo qui davanti, ed è il suo corpo mistico, la Chiesa. È questa l’integralità dell’annuncio cristiano, come ce la presenta don Giussani: una presenza fatta della carne e delle ossa di coloro che sono stati afferrati da lui e lo hanno conosciuto e lo hanno accettato. Dunque, l’incontro con Cristo accade oggi proprio attraverso la carne, i volti e le voci dei suoi testimoni, di una compagnia umana carica di attrattiva, di promessa, di proposta.

Certamente questo comporta anche dei rischi, perché è umana. Gli uomini, si sa, individualmente sono pieni di limiti e di errori. Guardiamo a noi stessi, ma è possibile accettare, anzi è giusto accettare perfino di correre questi rischi, perché senza questa strada il volto di Dio e la voce di Dio tornerebbero ad essere per noi lontanissimi. Puro mistero insondabile. Dire compagnia cristiana, comunità cristiana, quindi Chiesa, è dire il modo con cui Cristo risorto ha scelto di permanere concretamente presente nella storia per farci conoscere il Padre. Mi rendo conto che tante volte noi non guardiamo così la nostra compagnia, per cui non abbiamo verso la compagnia cristiana il rispetto, l’affezione e l’attaccamento che nasce dal riconoscimento che Cristo è oggettivamente presente. Per questo Giussani insiste nel libro sul fatto che “Cristo, nostra speranza”, significa che “la Chiesa è nostra speranza”, perché la Chiesa è il prolungarsi nella storia di Cristo che dalla Chiesa riceve il suo complemento intero e universale, come dice San Paolo, questo è il punto. Solo una presenza reale qui e ora cambia la vita in tutti i suoi aspetti, personali, sociali, e fonda la speranza.

Cristo, entrando nel mondo, continuando la sua presenza nel mistero della Chiesa, si pone come un principio di perturbazione della condizione umana. Chi ha conosciuto Giussani deve riconoscere che certamente questo aspetto lo ha trovato “impastato con Cristo”. Perturbazione della condizione umana.

Che convenienza ci sarebbe altrimenti ad essere cristiani? Saremo come tutti. Ma questo fissa anche il nostro compito nel mondo: costruire la Chiesa. Abbiamo già sentito da chi mi ha preceduto, costruire la Chiesa, perché costruendo la Chiesa, dice Giussani, noi abbiamo speranza di contribuire a creare quella perturbazione delle cose umane che mobiliti il loro andamento verso una migliorazione: non per dar fastidio, ma per andare verso un traguardo più giusto, più vero.

La costruzione della Chiesa inizia dentro il rapporto con le persone che ci sono state messe a fianco, proprio perché toccate come noi dallo stesso annuncio, vivendo quel modo nuovo, più umano di rapporto che Cristo ha introdotto nella storia. Dunque è qualcosa a cui siamo chiamati non come un acquisito, ma un diventare, una continua conversione.

Giussani dice che la comunità cristiana non è nient’altro che un pezzo di mondo in cui i rapporti e le strutture sono poco o tanto modificati dalla fede in Cristo. Questa conversione si comunica al mondo circostante, contagiandolo anche quando si è in situazioni di pressoché totale impotenza. Penso spesso, in questi tempi, come ciascuno di voi, alla piccola comunità della parrocchia di Gaza. Sappiamo cosa sta avvenendo proprio in queste ore drammatiche. I cristiani lì presenti, ma tutti i cristiani perseguitati nel mondo, la loro stessa presenza è testimonianza di un altro modo possibile di rapportarsi fra gli uomini. È un piccolo seme che opera e, nel tempo, misteriosamente porta e porterà sempre più frutto.

Tra l’altro, è di oggi il comunicato congiunto del Cardinale Pizzaballa insieme al Patriarcato Ortodosso, che i sacerdoti, i religiosi e le religiose presenti lì a Gaza hanno deciso di non abbandonare, hanno deciso di rimanere. È doveroso questo, ma non lo fanno – peraltro, a prescindere da come finiranno le cose, trovo una somiglianza, direi un’immedesimazione totale, con chi ha visto la mostra dei martiri in Algeria – nasce così, perché il martirio non viene ricercato, ma, come abbiamo sentito anche all’incontro dal Cardinale Vesco, è per stare vicino ai fedeli che sono lì, per far sentire il calore della propria compagnia, perché noi siamo un corpo solo e attraverso questo a tutto il popolo, anche a quelli che cristiani non sono, perché guardiamo tutti come figli di colui dal quale dipendiamo. Noi oggi, qui e adesso, siamo fieri di appartenere a questo popolo, a questa gente.

Vorrei citare il Cardinale Pizzaballa, scusate, quando dice che la Chiesa, anzi fa riferimento alla presenza della comunità cristiana come un unico punto di verità e di luce. Unico punto di verità e di luce dentro questa situazione di cui tutto il mondo, a fronte di logiche di potere contrapposte, di promesse, ha bisogno. Ha bisogno di una presenza reale. Giussani osserva ancora: “La Chiesa è proprio il luogo di coloro che partecipano nella fede al giudizio di Cristo e perciò tendono nel tempo all’espressione di questo giudizio.” E qual è l’espressione più grande che non offrire la propria vita per affermare Cristo? Cristo come risposta al bisogno dell’uomo. Sono tornato al punto da cui ho iniziato. Cristo vivo, questo Cristo incontrabile oggi, è il giudizio di Dio sul mondo. Quale ne è la conseguenza? Che la comunità cristiana vissuta diviene soggetto di un’azione nuova negli ambienti di vita, in tutti gli ambienti, non solo in quelli estremi: la propria casa, la scuola, l’università, gli ambienti di lavoro, i quartieri.

Innanzitutto come condivisione dei bisogni di tutta la realtà umana che si incontra nei luoghi di vita quotidiana e come instancabile tentativo di risposta ad essi a tutti i livelli. Certo, lì abbiamo visto come i nostri amici stanno vivendo, ma anche nella cultura il Meeting è un esempio di questo tentativo a livello sociale e politico, attraverso iniziative, opere educative, opere di carità, gesti di presenza, come il Meeting. Ma se vogliamo condividere da cristiani tutta la realtà umana piena di bisogno, dobbiamo vigilare su chi siamo e su cosa troviamo. Non basta pensare di essere più buoni. Giussani osserva: “Il vero soggetto cristiano è l’uomo che vive e porta con sé e crea, costruisce la Chiesa là dov’è. È la comunione cristiana.” Vado a concludere.

Ciò significa che non siamo autenticamente, da un punto di vista cristiano, dentro l’università, il luogo di lavoro, gli ambienti, e quindi veramente utile al mondo, se non portiamo ed esprimiamo quella realtà nuova che ci genera, se non portiamo là dove siamo la nostra comunione, dove Cristo è presente. Questo è il nostro compito, dice Giussani. Ogni altra partenza non è nostra. La personalità cristiana è definita dal termine missione. Tutto il significato della nostra vita, così vado a concludere, sta nell’essere noi stessi missione: nel portare Cristo, la speranza che è Cristo, la speranza che è la Chiesa attraverso la nostra libera appartenenza ad essa. Credo che questa libertà, che è una libertà personale, che ogni istante dice di sì a Cristo, e la letizia che da questa deriva, siano i segni di quella radicalità che, per don Giussani, possono davvero portare nel mondo, almeno come annuncio, la speranza e la pace che tutti cercano. Grazie.

SILVIA GUIDI

“Vigilare su chi siamo” mi ha fatto tornare in mente una delle tante frasi del libro, le classiche frasi di don Giussani che si possono tenere sulla scrivania per ricordarsele, per non perderle – dice con la sua consueta sintesi e franchezza.

“Se ci si allontana dalla realtà di Cristo, si rischia di scivolare nell’ideologia che giudica senza liberare. Un giudizio senza amore, un giudizio senza realismo vero che non libera nessuno.”

Un’altra frase, che ahimè sembra profetica su quello che viviamo adesso, cita il suo amato Reinhold Niebuhr. E dice che l’esperienza cristiana vissuta crea una cittadella di speranza costruita sull’orlo della disperazione, come in un assedio in cui il mondo cerca di soffocare questa scintilla di bene.

Un’altra frase che vi consegno per farvi venir voglia di comprare il libro, che è pieno di perle: “La novità che siamo chiamati a portare è qualcosa che ci è stato dato. C’è una povertà più radicale di questa.” Se ci fosse il tempo sarebbe bellissimo poter fare un altro giro di tavolo, come si dice. Questo tempo non c’è, chiedo ai relatori se volessero consegnare al popolo del Meeting un brevissimo commento. Non tutti perché non c’è tempo, ma chi vuole adesso può parlare.

MARGARET KARRAM

Volevo solo aggiungere, perché era legata alla domanda che mi hai fatto all’inizio, che fra Chiara Lubich e don Giussani erano legati da un’amicizia profonda. Non è perché si sono incontrati tante volte, ma c’era un’unità di anime; li legava ognuno un carisma dato da Dio che hanno potuto fruttificare nella loro vita e trasmetterlo a tanta gente per poter annunciare veramente Gesù, per poter annunciare il suo Regno e lavorare per il suo Regno nel mondo portando l’amore. Un momento particolare per loro è stato la Pentecoste ’98 in Piazza San Pietro, che ha segnato una tappa importante di questa comunione fra tutti i movimenti e le nuove comunità. Qualcuno ieri mi diceva: non è stato un momento di arrivo, ma un momento di partenza. Auguro che questa comunione, questa unità fra tutte le nostre realtà ecclesiali possa essere veramente un momento di partenza, perché in quel momento Papa Giovanni Paolo II aveva detto: “La Chiesa aspetta da voi frutti maturi.” Penso che sia arrivato il momento che possiamo insieme dare questi frutti maturi per la Chiesa, ma anche per l’umanità. Don Giussani dopo questa ha detto che ha fatto un’esperienza profondissima, mai fatta nella sua vita, di unità anche fra i fondatori, e ha detto: “Come non possiamo gridare questa unità!” Perciò sento che abbiamo questo compito, questa consegna che ci danno i nostri fondatori, noi che siamo della seconda o terza generazione, di poter gridare la nostra unità oggi. Questo è il mio augurio.

RENÉ ROUX

Un invito: prendete a pagina 80 del libro la definizione di preghiera che dà Giussani e la definizione di amicizia che dà lì. Svilupperà anche altrove, ma lì sono scritti in maniera estremamente sintetica e credo che in queste due definizioni si trovi la radice della fruttuosità spirituale di questo messaggio e di tutto quello che è venuto dopo, compreso questo Meeting. Grazie.

SILVIA GUIDI

Grazie ai relatori, grazie a ciascuno di voi che è qui stasera, perché ognuno di noi è un mattoncino di questo grande mosaico. Concludo e vi saluto con una frase bellissima di Papa Leone XIV – e anche mio attuale datore di lavoro – tratta dal messaggio: “Non possiamo più permetterci di resistere al Regno di Dio.” Non c’è più tempo, abbiamo perso troppo tempo. Grazie dell’attenzione, grazie della presenza. Questo è un luogo che genera dialogo.

Data

26 Agosto 2025

Ora

15:00

Edizione

2025

Luogo

Auditorium isybank D3
Categoria
Incontri