UN POPOLO ALL’OPERA PER CUSTODIRE LA SPERANZA. Bene comune e sussidiarietà nel nostro tempo

Organizzato da Centri di Solidarietà

Francesco Botturi, già professore di Filosofia Morale, Università Cattolica del Sacro Cuore in dialogo con Carlo Tellarini, Fondazione Enrico Zanotti

La politica, governo per il bene comune, è oggi segnata da una crisi inedita, perché è entrato in seria discussione il suo presupposto: l’esistenza di un potere politico in grado di governare la potenza degli apparati tecnologico-tecnocratici. Evocare in proposito l’idea di comunità non è regredire a una cultura romantica. L’identità e le relazioni comunitarie costituiscono un fatto diverso, irriducibile, in cui l’umano prende dimora e produce effetti reali. L’umano genera la sua cultura e fa storia, in grado di soprav-vivere anche agli svuotamenti e ai regimi peggiori. Il punto è, come afferma MacIntyre, di vivere in comunità vere che non si mettono “da parte”, ma che fanno fino in fondo “la loro parte”.

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CARLO TELLARINI

Buonasera a tutti, benvenuti. Il tema di questo incontro nasce dalla vita della confraternita, che è una compagnia di opere nate in Italia e non solo, e che formano una rete di aiuto, di lavoro reciproco. In qualche modo anche il relatore Francesco Botturi ne partecipa. Ci ha offerto un contributo importante lo scorso anno, in questa sede, nel suo intervento qui in arena, ed ha anche partecipato a diversi momenti della vita della confraternita stessa. Il Festival della Fantasia a Ferrara a maggio, e partecipa anche di un’amicizia con molti di noi che coestende e dilata il nostro percorso di riflessione sull’esperienza che ci accade.

Quindi vorrei fissare brevemente il punto di partenza di oggi che introduce l’intervento di Francesco, riprendendo alcuni contenuti che ci hanno accompagnato.

Il primo, l’evidenza che all’origine delle nostre opere sta il riconoscimento di un bene comune. Bene comune che non è nostro, non appartiene a nessuna opera particolare ed è un patrimonio non nostro. È un patrimonio che ci viene da una paternità, è il dono di una paternità.

Il secondo punto è che questo bene ognuno di noi lo ha incontrato e lo ha giudicato come adeguato a sé, nel senso più profondo e vero. E questo bene ci ha mosso, ci muove. Ognuno, come può, ne ha fatto il contenuto di un tentativo permanente che si chiama opera dentro le circostanze più diverse di cui ci occupiamo. Potremmo affermare che la ragione più profonda per la quale ognuno di noi ha messo in piedi opere, incontrando essenzialmente bisogni e realtà di bisogni, è qualcosa che ha a che fare con una prospettiva di compimento e di realizzazione di sé e quindi anche dell’opera stessa, che non coincide con la risposta a quei bisogni particolari. Questo bene comune, che riguarda l’umano tutto intero, è riconoscibile, conferisce un carattere ideale alle relazioni fra gli uomini. Si moltiplica nell’essere condiviso. Non è proprietà di nessuno, tanto meno nessuno ne ha l’esclusiva. Piuttosto si comunica per attrattiva, lo si incontra e si giudica adeguato a sé, tanto profondamente che lo si giudica adeguato a tutti.

Terza osservazione che emerge dall’esperienza nostra. L’uomo, che è il soggetto dell’opera, è eccentrico, cioè ha il suo punto risolutivo fuori di sé. E quando lo incontra, lo riconosce come il suo punto affettivo. Tende a costruire ogni cosa a partire da lì. In qualche modo, ne riprende le mosse, ne vive i criteri, la mentalità e il fine. Le nostre opere sono movimentate da un fattore eccentrico, fuori dalle nostre opere, fuori dal nostro controllo o potere, e però costitutivo della nostra responsabilità, perché è un bene relazionale e può essere vissuto solo come risposta a qualcuno. Parte della nostra responsabilità in questi anni si è anche giocata nel dar vita a strumenti di ripresa e di approfondimento di queste ragioni, di questo ideale, di questo bene comune che riconosciamo presente e la confraternita è questa vita che si dipana in luoghi di ritrovo e di lavoro che ci hanno accompagnato in questi anni.

E qui si apre il tema di oggi. Per tantissimi tra noi l’appartenenza che genera questo fattore di luce e di mentalità nuova che vediamo nelle nostre opere è la vita della comunità cristiana. È la Chiesa vissuta dentro le circostanze della storia di ognuno di noi. Per tanti di noi è la vita di Comunione e Liberazione, per altri quella del movimento dei Neocatecumenali, per altri è la Familiaris Consortio, per altri è addirittura un ordine religioso, o cito la compagnia dei Tipi Loschi di Piergiorgio Frassati. Comunque, tutte queste realtà di Chiesa a cui apparteniamo hanno una caratteristica. Sono esplicitamente una comunità. Insisto, sono una comunità, il luogo reale di generazione dei criteri con i quali vivere l’umano. Vivere l’umano è per noi possibile per la partecipazione a questa vita generativa dell’io che è la Chiesa. Ma insisto, questa comunità è una vita. Che vuol dire tempo e spazio, vuol dire convivenza, vuol dire tempo passato insieme, vuol dire uno spazio di paragone non solo verbale, vuol dire la decisione di una forma dentro la quale crescere personalmente, dentro la quale impostare la vita familiare e il lavoro, con cui giudicare ogni aspetto dell’ambiente nel quale si vive fino alla politica.

Ci ha colpito quindi nel pensiero di MacIntyre la sottolineatura del tema della comunità come non separabile dalla moralità, ma anzi come il luogo in cui la moralità prende forma e significato, rendendo più facile la costruzione di una vita buona e comunicabile, come un sostegno a vivere la tradizione come qualcosa di nuovo e vivo. Paradossalmente, facendo le opere e condividendo questa esperienza, ci accorgiamo che all’origine dei nostri ideali e dei nostri criteri c’è un’appartenenza forte alla vita della Chiesa fin nella sua declinazione particolare della vita di una comunità. Qualcosa che paradossalmente sta prima dell’opera e che ci rende originali oggi nei criteri e nei giudizi con i quali costruiamo l’opera stessa, che forgia una mentalità diversa e che poggia su un’autocoscienza diversa di sé. Per cui ti chiediamo, Francesco, un aiuto ad approfondire questa dinamica opere-comunità nella sua dimensione più vasta, che non quella che noi traiamo semplicemente, come ho fatto io, dalla nostra esperienza personale, e anche di come questa dinamica sia decisiva per la vita sociale e politica e come possa dare anche un rilancio positivo a queste dinamiche. Ti ringrazio ancora una volta della tua amicizia e partecipazione e ti do la parola.

FRANCESCO BOTTURI

Grazie, anticipo anch’io i miei ringraziamenti perché naturalmente lavorare all’interno di un incontro così, e a quello a cui rinvia anche più personalmente, significa dare un contesto alle parole decisivo, perché queste parole non siano autoreferenziali ma aprano sulla realtà. Quindi la tua premessa è indispensabile per evitare il trattatello sul tema. Allo stesso tempo non sono qui a proporre qualche testimonianza della cosa, perché questa è già data altrimenti e forse il mio contributo può collocarsi appunto nelle cose finali che dicevi. Se c’è un’esperienza positiva che cresce nel tempo, nello spazio e che dà ragioni di sé, allora è importante cercare di capire la logica interna di quello di cui stiamo parlando, in concreto una comunità operosa, perché questo fa parte di un’attenzione giusta, non meramente intellettuale, ma esistenziale a trovare le parole, i pensieri per proporre, a far presente, a rendere significativo ciò che si vive a tutti i possibili interlocutori.

La questione di che cosa significhi oggi comunità è un atto di riflessione culturale che da una parte fa riferimento a un’esperienza vivente, ed è per questo che ne parliamo, dall’altra parte apre uno spazio culturale a riguardo di che cosa voglia dire oggi vivere in società, aggregare l’esistenza per opere che riguardano l’uomo e le sue necessità. Quindi il lavoro di riflessione culturale, come sempre, da una parte deve radicarsi su ciò che già esiste, per non essere pensiero vago, dall’altra parte, può aggiungere la dimensione di ampiezza che la cosa, nella misura in cui è vera, comporta. E questo mi pare che oggi sia particolarmente significativo. Già il fatto che si riprenda a fine del secolo scorso nel dibattito pubblico, culturale, filosofico, sociale a parlare di comunità, dopo che questo termine è rimasto escluso dal dibattito, dalla riflessione per molto tempo, il fatto che si ritorni a parlarne, cosa che è successo con il neocomunitarismo di MacIntyre e altri o con il liberalismo di Rawls in antitesi e in concorrenza, vuol dire che si avverte l’esigenza di fare spazio a ulteriori dimensioni rispetto a quelle a cui siamo abituati o a cui ci siamo ridotti.

Infatti il tema della comunità riemerge nel dibattito di fine secolo scorso, anni ’70-’80, proprio in riferimento al problema dell’individualismo, cioè il problema della dissoluzione progressiva della politicità dell’esistenza. Perché l’essere individui isolati, autonomi, ma soprattutto autoriferiti, come veniva detto anche l’altro giorno in questa sede, evidentemente vuol dire che la socialità, la politicità sono in crisi, sono in difficoltà. Se pensiamo a un discorso come quello che è stato fatto dall’ex presidente della Banca Centrale Europea sulla crisi dell’Europa, sul problema soprattutto della crisi della politica europea, ci rendiamo conto che parlare della questione della comunità non è soltanto rendere ragione di un’esperienza di qualche tipo come quella che Carlo rappresenta, ma significa anche rimetter mano al problema storico, concreto del politico. Non per una passione astratta o disciplinare al politico, ma perché ci rendiamo conto che tutto ciò che viviamo, se non trova poi la sua giusta proporzione nella vita comune, nella vita che ci accomuna, viene reso sterile, viene posto a lato dell’esistenza reale.

Quindi io credo che il tema di comunità sia un tema che non si esaurisce assolutamente in un incontro più o meno casuale come quello di oggi, ma davvero dovrebbe diventare un incrocio di questioni con cui riflettere su sé stessi, su cosa voglia dire vivere, cosa voglia dire avere relazione. Mi viene anche in mente una cosa un po’ dissacrante, che è la seguente: un fenomeno secondo me molto significativo, che ci stimola, ci provoca e anche potrebbe inquietarci, è che la genealogia del termine comunità e la tradizione culturale che ne ha trasmesso il pensiero, oltre che la parola, ha delle radici classiche importantissime. Con il termine koinonia, che vuol dire comunione, comunicazione, essere in comune, Aristotele indicava la polis, cioè la città degli uomini è koinonia, è comunità. Il che evidentemente vuol dire dare fiato a un discorso molto ampio che sottrae immediatamente il tema della comunità da una sua riflessione, una sua collocazione limitata. La comunità non è una cosa piccola che c’è in una cosa grande che si chiama società, ma così non è per la cultura occidentale, per l’umanesimo occidentale.

Dall’altra parte c’è anche la questione che volevo introdurre così, un po’ provocatoriamente, l’evidente tradizione cristiana. Se il tema della comunità è particolarmente vivo nella tradizione europea occidentale, lo è stato e comunque esiste, lo si deve fondamentalmente alla grande tradizione cristiana. Cristiana cattolica o anche protestante, cioè una tradizione per cui il tema della comunità non è uno dei temi tra i temi possibili, ma è un tema fondamentale, fondativo. L’uomo è il vivente voluto da Dio perché viva in comunità e abbia come suo orizzonte la comunità dei Santi, cioè la totalità del mondo riconciliata con Dio. Quindi il termine della comunità non è un termine specialistico o un arricchimento culturale, è un tema basilare. L’aspetto ha una corrispettiva notevolissima nell’ecclesiologia, c’è il discorso sulla Chiesa che il Vaticano II fece, recuperando il tema del popolo di Dio, antichissimo tema, fondamentale anch’esso, un popolo chiamato ad essere una comunità di uomini integrati che vivono insieme radicalmente.

Ora, noi stiamo assistendo a una difficoltà anche della grande Chiesa cattolica e delle chiese cristiane contemporanee ad usare il termine comunità. Fateci riflessione: è un tema pochissimo frequentato. Ed è curiosa questa cosa. Che cosa vuol dire? Vuol dire che non si è ancora capito che se non si recuperano certe dimensioni, poi il contenuto della fede, che evidentemente non si risolve nella comunità ma da lì parte, finisce ridotto. Una proposta di fede non può non essere una proposta di comunità. In fondo è la proposta della possibilità di una comunità finalmente umana e orientata, destinata a un compimento superiore. Quindi dire comunità cristianamente parlando è dire come ha da essere la vita dell’uomo e a che cosa è destinata: ad essere una comunione reale, concreta, storica e anche finale ed escatologica. Quindi stiamo trattando un tema di grandissima portata che la cultura contemporanea sta recuperando faticosamente e senz’altro con dimensioni ancora molto ridotte. Invece l’Occidente vive dell’idea di comunità, sia per la tradizione classica antica, sia per la tradizione cristiana.

Perché la comunità è decisiva? La comunità è decisiva perché è un modo fondamentale e qualitativamente assoluto, direi, di interpretare le relazioni umane. Le relazioni umane si riducono sempre più nella storia recente del nostro tempo a relazioni funzionali, a relazioni strutturali, a procedure, ma pochissimo a esperienza comunitaria. La questione della comunità riemerge proprio probabilmente dall’insoddisfazione che si avverte sul fatto che l’uomo abbandonato a sé stesso, ridotto ad individuo o incluso in relazioni funzionali ma che non hanno nulla di particolarmente vitale, è un uomo infelice. Ed è un uomo che non riesce neanche, mi riaggancio all’inizio del mio discorso, a far fronte alle grandi questioni storiche, concrete, politiche. Perché se ci viene detto che il problema dell’Europa è quello di avere una politica sulle basi nazionali ma allo stesso tempo universale, cosa vuol dire? Vuol dire che l’Europa deve trovare le forme della sua comunità, altrimenti non sarà in grado assolutamente di far fronte al problema storico che le è consegnato.

Questo è quindi come inizio della questione. Dunque c’è un’istanza di comunità che circola nella cultura contemporanea e circola anche nel desiderio dell’uomo contemporaneo. Perché è evidente che se non c’è questo recupero comunitario il singolo si perde e le relazioni diventano aride e sterili. Diventano qualcosa da cui non ci si può aspettare nulla per il ben vivere. Addirittura Carlo parlava di un’idea di comunità col suo bene comune che è fondante e che addirittura riguarda il senso della vita tutta. E questo, infatti, è il senso cristiano propriamente della comunità. Penso che bisognerebbe con coraggio aprire questo capitolo, cercando di indagarne più possibile le dimensioni.

Certo, la comunità ha una caratteristica che la distingue immediatamente da altre forme associative. La comunità non è una comunità di scopo, non è un’associazione di scopo. Il nostro mondo è pieno di associazioni di scopo, a ogni angolo ne troviamo che hanno come scopo questo o quest’altro, da grandi a piccoli obiettivi. Perché non è un’associazione di scopo? Proprio perché l’associazione si definisce per il suo scopo, per il suo obiettivo, è messa in essere perché si raggiungano degli obiettivi. La prima cosa che colpisce nell’idea della comunità, e che evidentemente chiede di essere attentamente considerata, è che la comunità non nasce così e non vive così. La comunità invece è essa stessa opera dell’uomo, un’opera dell’uomo decisiva. La comunità non serve a qualche cosa. La comunità serve al ben vivere degli uomini. Quindi la comunità è qualcosa che eccede tutti gli scopi che pure potrebbe darsi, e sicuramente si dà. Eccede le opere che può decidere di intraprendere. Perché, come diceva già Carlo, la comunità dà ragion d’essere, fornisce l’orizzonte di bene concreto e condiviso. La comunità è la prima e fondamentale opera. Un uomo che non partecipa, che non contribuisce a una vita comunitaria è per definizione un soggetto limitato, un soggetto profondamente minacciato nella sua grandezza umana. Quindi la prima questione è di rendersi conto che quando si tocca il tema della comunità si tocca qualcosa che è assolutamente essenziale per la vita umana in quanto umana. Ma non solo una vita umana in quanto umana, ma in quanto storica, in quanto concreta, in quanto progettuale, in quanto dotata di una soggettività forte.

Infatti, la comunità, questo terzo pensiero, è un termine molto interessante. Io, quando parlo di questo tema, richiamo sempre, perché è suggestivo e di per sé dice qualcosa di fondamentale, l’etimologia della parola. La parola comunità viene dal latino comunitas, dove si fondono due termini. Un cum, che vuol dire con, e un altro termine che è il munus. Il munus è il termine latino con cui si intende un dono che è anche un compito. Il termine veniva usato dal latino in ambito pubblico. Per dire una carica pubblica importante, è appunto un munus. Cioè viene dato, viene attribuito, nessuno può darselo da sé, ma viene attribuito dalle comunità già esistenti o comunque dalla realtà sociale esistente. Viene attribuito come qualcosa che viene affidato, quindi qualcosa che si riceve affinché venga coltivato, arricchito e trasmesso. La comunità implica immediatamente la questione non di una meccanicità, di qualcosa che proviene meccanicamente, proceduralmente, o che si giustifica perché serve a qualche scopo particolare, ma è proprio nell’originalità di un qualcosa che viene donato.

Questo evidentemente suppone un’idea molto importante che noi abbiamo molto perso, ma che anche questa va fortemente recuperata, cioè che all’origine della convivenza umana sta un gesto di gratuità. Se viene affidato un compito, viene donato un compito perché venga trasmesso il suo bene, vuol dire allora che c’è un’origine gratuita. C’è un momento di stacco in cui qualcosa viene preso, sottratto e invece affidato a qualcuno perché è ritenuto più capace o che viene sollecitato ad essere in grado di. E quindi si vede che c’è un comune vivere che ha come radice un attribuire, con una certa gratuità, un compito a qualcuno. Evidentemente questo vuol dire mettere in moto un dinamismo di relazione che non ha nulla a che fare con qualcosa di puramente amministrativo. E questo naturalmente nobilita tantissimo il compito politico, per esempio. Il politico dovrebbe essere uno sottratto ai compiti normali per occuparsi del bene comune. Quindi gli è dato questo munus con delle cariche relative affinché questo bene venga coltivato, esteso e trasmesso.

Quindi abbiamo già due idee fondamentali. Un’origine che non è meccanica, deduttiva da qualcosa, ma a un certo punto c’è uno stacco, qualcosa che viene dato. Tu occupati di questo per tutti noi. Voi capite che è lo stesso meccanismo che hanno i genitori, a cui viene dato con la nascita dei figli un compito, un dono e un compito. Quindi comincia qualcosa che non c’era prima e che non si sono dati propriamente, perché i figli non è che uno se li dà, in fondo se li trova. Seconda cosa, questo riguarda un bene che riguarda il tutto, come diceva già Carlo, è un bene non particolare. Così come l’essere famiglia non può mai essere ridotto, come a volte succede con proiezioni individualistiche, a un bene particolare tra noi. Perché l’essere famiglia di per sé è un bene sociale. È addirittura un bene politico e quindi bisogna che questa sia riconosciuta con un tale respiro. E in terzo luogo il tema della trasmissione. Quindi si inizia l’idea della tradizione, della consegna. La consegna di un bene perché venga accettato, coltivato, trasmesso, possibilmente arricchito. È necessariamente arricchito, sennò vuol dire che questo bene deperisce. E quindi c’è una gratuità, una totalità, un insieme globale della cosa umana che è questo vivere comune e una trasmissione che parte da una tradizione.

Voi capite che pensare con un minimo di serietà queste cose vuol dire ripensare radicalmente la società e riaprire anche il capitolo della politica. Perché la politica, il discorso sarebbe lungo, evidentemente non si fa affatto, ma viene destituita dal suo compito quando viene attribuita a un’istituzione, lo Stato, in età moderna, come qualcosa che pertiene allo Stato e che riguarda tutti. Ma qui non si parla di un ente superiore che attribuisce un compito, si tratta invece di un compito che viene attribuito a qualcuno che è parte di una comunità, affinché questa comunità continui ad esistere e cresca nella sua tradizione. Quindi inserire l’idea di comunità significa mettere in moto una dinamica che non sopporta più né i separatismi individualistici, né le scomposizioni sociali, ma che apre esattamente a una totalità di vita che va assunta. Quindi chiunque compia atti comunitari consapevoli, come quelli di cui parlava Carlo, è agente di una cosa di questo genere. E quindi immediatamente agente di una cultura, di un’antropologia, di una socialità e di una dimensione politica. Il comunitarismo contemporaneo, anche quello di MacIntyre, non è giunto ancora a questa ampiezza di discorso. Ma invece il discorso deve essere ampio, altrimenti la comunità diventa necessariamente qualcosa a sua volta di parziale e dunque qualcosa che è limitato nei suoi compiti, che è un pezzo di qualcosa. Invece bisogna rivendicare la fondamentalità della realtà comunitaria, perché questo è il comunitarismo della cultura occidentale, che è stata già ampiamente e profondamente pensata dai grandi classici, greci e romani, e poi venuta ritrasfigurata e ricostruita in un modo fortissimo e anche molto diffuso nelle sue forme, che è quella della tradizione cristiana religiosa.

Un’ultima cosa, qual è il problema della comunità? Il problema della comunità è quello di mantenersi all’altezza del suo compito, ma prima ancora del compito, all’altezza della sua realtà. Perché, naturalmente, quello che abbiamo detto è facile a dirsi ed è molto difficile a viversi. Ci vuole un’esperienza vitale in corso molto grintosa, perché la comunità non decada a circolo chiuso, non diventi un ente autoreferenziale, non diventi qualcosa di offensivo o difensivo, ma invece qualcosa che riguarda tutti. Allora, in questo senso, è fondamentale che la comunità sia vigile e trasmetta il suo DNA, questo penso che interessi molto la questione che ha posto Carlo, che trasmetta il suo DNA in ogni sua opera. Anche se non tutto ciò che è opera della comunità è a sua volta comunità. Diventano cooperazioni più limitate, più tecniche. Ma il problema fondamentale è che nel passaggio tra la comunità e le sue opere non ci sia un’interruzione. Come dire, la comunità è il luogo caldo dell’intesa, della fraternità, quel che vogliamo. Poi arrivano le opere che invece devono rispettare anche criteri piuttosto burocratici, organizzativi, sistematici. Certamente è vero, ma il vero problema è di inserire, immettere anche nelle opere, con tutti i loro limiti e le loro condizioni, lo stesso DNA che le ha generate.

E questo DNA è fatto di una relazione vivente, di una relazione che è fatta anche dalla condivisione del bene comune della comunità, che in ultima istanza è essa stessa. Che il bene comune non è un bene speciale o più grande, o un progetto. Il bene comune è un giudizio forte, articolato, ripreso, che l’essere insieme è bene, è volere il bene dell’essere insieme. Una comunità è viva a misura in cui mette tutti all’opera, ciascuno a modo suo e a suo livello, a operare questo bene, a volere questo bene, a cercarlo e a coltivarlo. Qui c’è anche un dovere di far partecipare la gente al bene comune. Le nostre società di oggi fanno questo lavoro malissimo. Il più possibile tengono fuori, attribuiscono funzioni particolari, ma una società viva è tutta preoccupata che dal più grande al più piccolo, al più colto al più ignorante, si dia il suo contributo al bene comune e questo dà vita. Allora vuol dire che anche l’opera che si farà, quella più particolare, sarà essa tutta sensibile per la questione comunitaria, per la sua origine comunitaria.

E la terza cosa, quindi c’è questa relazione fondamentale e poi la trasmissione, quindi la tradizione di questa comunità. Quanto è importante che una comunità continuamente ripensi la sua storia, la giudichi, la riproponga. E terzo, che l’autorità, qui arriva l’asino che casca, che l’autorità si mantenga autorità comunitaria, perché questo è il problema gigantesco, però ha anche dei frutti giganteschi se la cosa è positiva. Cioè un’autorità di una realtà comunitaria non è un gestore, non è un capo che riassume, ma è uno che in qualche modo ripropone la questione fondamentale, l’inizio, il dono fatto, e lo rigenera. Quindi è una funzione generativa, una funzione di trasmissione generativa. L’autorità comunitaria è sempre un’autorità che partecipa del carisma della paternità, maternità o fraternità. Possibilmente tutte e tre. Perché è impossibile che ci sia una trasmissione comunitaria se si interrompe questa presenza che ripropone il fatto originario, l’origine della comunità e la sua dinamica, che è un’appartenenza a cui ognuno contribuisce. L’autorità non è quella che distribuisce compiti, o che si mette al centro e fondamentalmente regola e controlla. Se esiste questo è tutto secondario, ma il bonum auctoritatis è un’altra cosa. Appunto, auctoritas è uno che fa crescere il dono originario. È chiaro che questo è difficile, ma è anche chiaro che questo, se è vissuto in qualche misura, è la novità irreversibile che porta la realtà comunitaria e che diventa giudizio potente nei confronti di tutte le riduzioni autoritarie o le dispersioni o le riduzioni delle relazioni a funzioni. Penso di essermi concluso, mi taccio e casomai rimando la palla a Carlo se ha qualcosa da rivedere nella proposta.

CARLO TELLARINI 

Ti ringrazio Francesco. Credo che l’approfondimento che ci hai proposto meriti la vita di quest’anno. Perché è esattamente nella linea di quello che noi vediamo. Noi facendo le opere ci accorgiamo che al fondo dell’ideale che intendiamo perseguire dentro i rapporti con gli uomini, perché le nostre opere sono opere relazionali, abbiamo a che fare con uomini. E gli uomini li si può trattare per i bisogni che hanno o li si può guardare per l’umanità che sono. E all’umanità che sono c’è solo una realtà divina che in qualche modo ha saputo porre una strada intera. Noi non possiamo tradire questa verità donata, questo dono che tu dicevi, e il primo tradimento che potremmo fare è trattare con sufficienza la realtà ecclesiale umana che ci ha generato. Ma il secondo grande tradimento che potremmo fare è non riconoscere ad ogni uomo quell’intero della propria umanità che la fede ci ha fatto scoprire come verità di noi. Amare l’altro come si ama sé, cioè il proprio destino, il proprio compimento. E il proprio compimento è fuori di noi. È l’incontro con un uomo vivo dentro la storia.

Questo non ha niente di confessionale, perché l’esperienza intera di questa umanità è casa per chiunque non abbia la fede. Quanti si sono accompagnati a noi in questi anni, riconoscendo in uno sguardo umano, senza aver la fede, non è necessario, la verità dell’umano, per come ci è arrivata addosso in questa storia. E la comunità, il luogo che ci corregge, che ci abilita a questa coscienza nuova di sé, come dono, ci fa fare questa esperienza di empatia, di fratellanza, di amore, di carità verso chiunque. Quindi la faccia che noi abbiamo incontrato nell’esperienza cristiana è la stessa faccia di chi incontriamo ogni giorno nelle nostre opere. Noi non possiamo tradire questa dimensione intera dell’umano. Quindi ti ringrazio. Ci prendiamo la responsabilità di raccogliere questi tuoi contenuti e di capire che strada aprono dentro le nostre realtà.

Per chiunque è interessato ad approfondire e conoscere, domani alle 12 qui, stesso luogo in arena, faremo un momento assembleare della Federazione Centri di Solidarietà e della confraternita. Avremo 45 minuti di assemblea, di reazioni, di domande, di esperienze. Quindi non abbiamo voluto fare domande in coda a questo incontro perché riteniamo che ci sia già il momento di domani. Altro avviso della confraternita è che per chiunque sia interessato a conoscere la vita della confraternita c’è lo stand per tutta la settimana della Federazione Centro di Solidarietà, uscendo a sinistra.

Concludo con due avvisi. Ognuno di noi può dare un contributo decisivo al Meeting. Ogni dono è un mattone nuovo per continuare a costruire insieme luoghi di incontro, bellezza e speranza. Lungo tutta la fiera si possono trovare le postazioni Dona Ora caratterizzate dal cuore rosso. Vi ricordiamo anche che la fondazione Meeting è un ente del terzo settore. Chi sosterrà il Meeting potrà usufruire dei benefici fiscali al momento della dichiarazione dei redditi.

Buon Meeting e buona vita.

Data

23 Agosto 2025

Ora

17:00

Edizione

2025

Luogo

Arena cdo C1
Categoria
Incontri