SUD SUDAN: TRA CONFLITTI CRONICI E DESIDERIO DI VITA

Promosso da AVSI, SPSE – CEI, Cooperazione Italiana

Gino Barsella, già rappresentante Paese di AVSI in Sud Sudan; S.E. Mons. Christian Carlassare, vescovo di Bentiu, Sud Sudan; Valerie Guarnieri, assistant executive director, Programme Operations, WFP; Piero Petrucco, amministratore delegato I.CO.P. SPA, presidente Consulta Nazionale delle Specializzazioni e vicepresidente ANCE, nonché vicepresidente della Federazione Europea delle costruzioni (FIEC) con la delega alla sostenibilità. Modera Maria Laura Conte, direttrice Comunicazione e Advocacy di AVSI

Il Sud Sudan sta affrontando una grave emergenza umanitaria: anni di guerra civile, instabilità politica, conflitti interetnici e gli effetti del cambiamento climatico continuano a minare le basi di una pace duratura. Qui, i progetti di AVSI si concentrano sul sostegno allo sviluppo e all’agricoltura, per dare alla popolazione una fonte di sostentamento, e sull’educazione. Proprio grazie al lavoro comune con la CEI sono stati realizzati progetti molto significativi in ambito educativo, in un Paese dove il 65% dei bambini non va a scuola.

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Gino Barsella, già rappresentante Paese di AVSI in Sud Sudan; S.E. Mons. Christian Carlassare, vescovo di Bentiu, Sud Sudan; Piero Petrucco, amministratore delegato I.CO.P. SPA, presidente Consulta Nazionale delle Specializzazioni e vicepresidente ANCE, nonché vicepresidente della Federazione Europea delle costruzioni (FIEC) con la delega alla sostenibilità. Modera Maria Laura Conte, direttrice Comunicazione e Advocacy di AVSI

MARIA LAURA CONTE

Buonasera, benvenuti a tutti. “Sud Sudan tra conflitti cronici e voglia di vivere.” È un titolo che contiene dentro tutte le tensioni di questo paese che oggi vogliamo conoscere da vicino, grazie a chi lo vive, lo abita o ci lavora o ci ha lavorato. Sono Maria Laura Conte, dirigo la comunicazione di AVSI e insieme alla collaborazione con la Conferenza Episcopale Italiana, il servizio 8×1000 a Sovvenire. Abbiamo voluto promuovere questo incontro in questo meraviglioso spazio che ci mette a disposizione la Cooperazione italiana. Il desiderio è lo stesso, quello che dice bene lo slogan di questo padiglione: nessuna crisi è lontana, ovvero i destini delle persone che vivono in questi paesi che ci sembrano lontani sono strettamente connessi al nostro destino personale. La vita di questi figli, di queste famiglie che stanno a Bentiu a Giuba, c’entrano con la nostra vita. Questo oggi vogliamo provare a sentire, a dirlo, a documentarlo con i nostri ospiti che vi presento. Sono monsignor Cristian Carlassare, vescovo di Bentiu Sud Sudan, che ha fatto un lungo viaggio per essere qui con noi. Applauso. Valerie Guarnieri Assistant Executive Director di World Food Program, questa importante, importantissima agenzia internazionale. Grazie Valerie. Gino Barsella che è stato rappresentante di AVSI in Sud Sudan, che non so più se sia più africano o italiano, ma mezzo e mezzo e non potevamo non averlo qui con noi oggi. Grazie. Piero Petrucco che ci porta questa interessante combinazione di esperienza, un imprenditore che proprio in forza di questa sua competenza professionale ha avviato dei progetti di educazione in Sud Sudan. Ecco, questa è la combinazione. L’aspetto interessante e caratteristico anche che ci teniamo sempre nei nostri momenti di lavoro di presentazione di AVSI è combinare queste prospettive diverse, l’organizzazione della società civile, la Chiesa, il settore privato, le istituzioni, cooperazione italiana, come dice sempre il direttore generale della cooperazione italiana, è l’Italia che coopera, la cooperazione chiama tutti in campo, anche voi che siete qui con noi oggi e che rendete questo momento così prezioso. Ora vi portiamo un momento in Sud Sudan con un video, 2 minuti, ma il rischio è di parlare del paese, ma lo vogliamo vedere. Prego, la regia.

Testo in inglese e sottotitoli in Italiano

I am a school administrator of primary school in South Sudan. The school is a day and a boarding school. There are learners who come from places. They are learners who are very vulnerable. The learners who are often. So a school accommodate them they can feel secured in environment where they are ced they sleep they learn and they get quality education I belong to Toposa ethnic group is not common for them to take into school because they value animal because majorly they are pastroids so they take animal as their pride and their form of wealth and it is very difficult to take either a boy or a girl to school. Our school is located in a region whereby it has an estimate of 1 million people. This the only school that serve an entry to education. We do agriculture in the school so that the children learn how to produce food and when they produce this food they now use it as for their own consumption. When open this school he open with only 25 children whereby 20 of them were boys and five were girls and currently we have a total number of 578 children in the school. Children come to school at different ages ranging from 7 to 33, to 65 to 70. We have my father who has seen the of education through me. At the age of 63 he is now enrolling himself to learn in adult education. One of the challenge in that in our community is that they fear or they reject, they don’t accept to send the girls to school but good enough there are 99 girls already mobilized to that school and currently they are learning in Good Shepherd Primary School because have a dream the next 80. All learners, all these vulnerable learners, they will see a brighter future in them through education.

MARIA LAURA CONTE

Chi lo ha visitato dice che è un paese meraviglioso, posso confermarlo anch’io, che però attraversa una fase veramente difficile. Violenza e crisi politica sono all’ordine del giorno, dice un recente rapporto del 18 agosto presentato dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Stallo politico, le istituzioni transitorie, le riforme della sicurezza e i preparativi sono fermi. 12 milioni compongono la popolazione, 4 milioni di questi sono sfollati senza casa, hanno dovuto abbandonare la loro casa. Circa 9,3 milioni di persone hanno bisogno di assistenza. Di questi 7,7 milioni soffrono di grave insicurezza alimentare, 83.000 rischiano la carestia. La crisi è aggravata dalla guerra in Sudan che ha spinto oltre 1,2 milioni di rifugiati in Sud Sudan. Questi sono i numeri, questi sono i report ufficiali delle istituzioni delle Nazioni Unite. Cristian Carlassare, padre Cristian, vescovo di Bentiu, sei andato in Sud Sudan che avevi 28 anni, 20 anni fa. Che cosa puoi restituirci di quello che hai visto e conosciuto in questo paese? Posso anche offrire un dettaglio della tua biografia che ricorderete che qualche anno fa padre Cristian è finito su tutti i giornali perché è stato vittima di un pesante attacco personale per cui è rimasto ferito e ciò nonostante è rimasto in Sud Sudan. Forse anche tu sei diventato sud sudanese.

S.E. MONS. CRISTIAN CARLASSARE

Certamente non si può rimanere liberi o non partecipi della storia di questo paese. Sono arrivato lì da giovane prete, appena ordinato, in un momento di grandi speranze per l’accordo di pace raggiunto tra la guerra di liberazione, il gruppo di liberazione del sud, il governo del nord e anche la gioia dell’indipendenza, ma soprattutto testimoniando la forza di questo popolo che nonostante la sofferenza, la povertà, il trauma della violenza, ha saputo sempre credere nella possibilità di vita e quindi anche noi come missionari siamo davvero diventati parte di questo popolo, nel senso che, arrivati in luoghi molto isolati dove la gente era davvero in grande difficoltà, abbiamo potuto camminare insieme a questa gente perché loro ci hanno accolto, perché loro ci hanno accompagnati. Io ho visto che in situazioni di grande povertà non si può vivere a meno che ci sia solidarietà. È questo che tiene in piedi il popolo del Sud Sudan, la solidarietà che c’è tra di loro. Allora nelle mie visite, perché questo era i primi anni di missione, fondamentalmente era visitare le comunità disperse in territori molto vasti portando la parola del Vangelo, ma anche la mia amicizia e solidarietà. Essere benvenuti nelle loro case, trovare la porta aperta, trovare qualcosa da mangiare, qualcosa da bere, a volte anche un vestito di cui vestirmi quando camminando sotto la pioggia si arriva fradici. Questa solidarietà del popolo sud sudanese e in particolar modo della popolazione Nuer con cui ho lavorato nei miei primi 12 anni di vita missionaria mi ha fatto essere parte di questo popolo e anche nel bene e nel male portare la sofferenza di ferite fisiche inflitte nel mio corpo, che sono le ferite inflitte nel corpo di tanti sud sudanesi e che vi assicuro sono le ferite del cuore di tanti sud sudanesi, perché un paese ricco è destinato, sembra, a vivere nella miseria perché ci sono troppi interessi o il potere non permette al paese di svilupparsi. Allora, certo, nonostante l’attacco personale, sono tornato perché i sud sudanesi mi hanno dato questo coraggio. Come Chiesa, dobbiamo testimoniare la speranza e testimoniare che c’è un pastore buono che vuole raccogliere le sue pecore e far sì che il futuro sia diverso da quello che è il passato. Non pecore uccise dai lupi, finite dai lupi, ma pecore che possono davvero svilupparsi in un gregge, in un gregge che è la Chiesa, che è una comunità di speranza, una comunità di resilienza, una comunità che dà speranza a tutto il paese. Allora, io prima ho lavorato in una realtà molto rurale, poi in capitale, poi ho aiutato le diocesi, prima di Malacal come vicario generale, poi mi sono spostato a Rumbek come vescovo nel 2021. Una diocesi molto bella impostata da un missionario comboniano, monsignor Cesare Mazzolari, un visionario per la sua capacità di lavorare e mettere insieme sia la pastorale di evangelizzazione, di proclamazione del Vangelo, ma anche di attenzione allo sviluppo umano e quindi la scuola. Nella diocesi abbiamo quattro pilastri che sono stati i pilastri dati da questo vescovo Mazzolari: l’evangelizzazione, perché ovviamente tutto viene anche dal Vangelo, da una conversione personale, ma insieme ad altri pilastri, perché l’evangelizzazione senza anche il resto resterebbe in parte e non completa. Quindi l’istruzione, perché ovviamente è l’istruzione anche che apre la capacità dei giovani di comprendere il Vangelo e anche di quanto sta accadendo e cambiare le sorti del paese, la giustizia e la pace, soprattutto nella cura del trauma di tanti anni di conflitto e poi lo sviluppo umano integrale con tutti i progetti che ne sono legati. Anche adesso che mi sono spostato a Bentiu, particolarmente povera perché è ancora più colpita dal conflitto dove due terzi della popolazione è sfollata prima a causa del conflitto e ultimamente a causa degli allagamenti, dall’inondazione data dal Nilo, quindi una diocesi che nasce e cammina insieme a una popolazione sfollata che ha perso tutto e quindi che si fa solidale. Buon Samaritano. Rimangono gli stessi pilastri e da questo sono nate le collaborazioni nel campo dell’educazione con AVSI, con un progetto nella diocesi di Rumbek con una scuola tecnica che insegna le arti e i mestieri. Una scuola che è cominciata ed è partita proprio dall’iniziativa di Sudin, che è una realtà di Udine che è arrivata in Sud Sudan attraverso la cooperazione italiana e quindi la costruzione di un ponte. Sentirete di questo. La CEI l’8×1000 che ha sostenuto questo progetto. Come Chiesa siamo presenti accanto alle persone cercando di creare unione, fare network e quindi non lavorare da soli, ma lavorare come tutte le realtà, anche le agenzie umanitarie e qui presente abbiamo una rappresentanza dell’ONU con cui collaboriamo non solo come WFP, ma anche nel lavoro di giustizia e pace, di riconciliazione, di dialogo, di portare le persone a un tavolo comune e superare quelle divisioni che sono nate dalle ferite gravi che si sono procurate dalla violenza.

MARIA LAURA CONTE

Grazie. L’accenno, la sottolineatura che ha fatto monsignor Carlassare è interessante, riprende quello che dicevamo in apertura, la cooperazione è un’impresa che chiama tanti soggetti a lavorare insieme e non è più pensabile che la complessità della realtà in cui viviamo sia affrontata singolarmente a spicchi, occorre un lavoro comune. Valerie Guarnieri, Assistant Executive Director del World Food Program, è qui con noi e la ringraziamo perché è anche importante capire come queste agenzie che hanno questa prospettiva globale, che hanno strumenti anche potenti, operano in questo paese e quali sono le difficoltà maggiori che incontrate in Sud Sudan, ma anche quali sono gli asset positivi su cui è possibile fare leva per avviare lo sviluppo in questo contesto. Prego.

VALERIE GUARNIERI

Grazie, grazie mille per questa domanda e grazie ad Avsi per aver organizzato questo incontro sul Sud Sudan. Davvero le parole del monsignore mi hanno dato grandi spiegazioni e anche il fatto che lui sia andato lì da giovane e sia rimasto per così tanto tempo è una storia davvero straordinaria e sono davvero d’accordo con lei quando dice che il popolo del Sud Sudan ti entra dentro e ti entra soprattutto nel cuore. Vorrei raccontarvi un aneddoto. Anch’io sono andata in Sud Sudan, quando ero molto giovane, avevo circa 25 anni e ho ricevuto la mia prima proposta di matrimonio lì. Ed era proprio un pastore, un ragazzo che aveva 12-13 anni e mi ricordo che ero lì e ero in visita della sua azienda agricola e mi ricordo che trascorsi un paio di ore con lui e gli chiesi anche quanti bovini avrebbe donato a mio padre per sposarmi. Non nascondo che non sono stata tentata perché era troppo giovane per me, però questo vi dà l’idea anche di come il Sud Sudan mi ha rubato il cuore, per così dire, mi ha fatto innamorare dall’inizio della mia carriera ed è rimasto dentro di me per più di 30 anni durante tutta la mia carriera e quindi questo sottolinea anche questo paese incredibile. Avete visto le immagini? È un paese bellissimo. Le persone sono altrettanto belle, sono così forti e hanno una grandissima forza, una grandissima resilienza e adesso il paese sta attraversando un periodo difficilissimo, davvero complesso. Abbiamo sentito queste cifre terribili all’inizio ed è un paese che purtroppo ha già vissuto tante crisi e quindi non è nuovo alle crisi, ma ora c’è una convergenza di fattori di crisi che sono davvero terribili perché c’è ad esempio una grandissima instabilità politica, ma che si unisce anche a un’ondata di crescente violenza, ad esempio, nella regione dell’Alto Nilo che sta provocando anche tantissimi sfollati e poi c’è anche instabilità politica e poi c’è anche la grande dipendenza dalle sue risorse minerarie. Inoltre, per anni ha dovuto combattere cinque e anche più anni con inondazioni violentissime e purtroppo quest’anno sembra essere e annunciarsi come un altro anno di gravissime inondazioni. Questo mette in pericolo la sussistenza e la vita delle persone, ma è anche un ulteriore ostacolo per l’accesso degli aiuti al popolo. Poi c’è la guerra in Sudan, un milione di rifugiati sono arrivati in Sud Sudan dal Sudan. Oltre a tutto questo, c’è un problema di fondi e finanziamenti. Il paese negli anni è stato beneficiario di tantissimi fondi. C’è stata una grande generosità e gli Stati Uniti hanno sempre finanziato molto questo paese, ma al momento sembra che questa intenzione di aiutare il Sud Sudan da parte degli Stati Uniti sembra venire meno e quindi in questo contesto la collaborazione e cooperazione diventano ancora più importanti. Avete già sentito le cifre terribili, non voglio ripeterle, ma voglio semplicemente dire che stiamo vedendo un serio rischio di carestia in due aree particolarmente e purtroppo temiamo che nei prossimi mesi questo venga confermato ufficialmente. Se sarà così, non solo sarà la prima carestia ufficiale del Sud Sudan dal 2017, ma questo significherebbe che ne abbiamo attualmente tre: quella in Sudan dichiarata ufficialmente l’anno scorso e quella a Gaza confermata soltanto ieri. Spero davvero dal profondo del mio cuore che nei prossimi mesi non venga confermata la carestia, ma nella regione dell’Alto Nilo ci sono due aree che purtroppo, Nasir e Ulang, sembrano andare in quella direzione. Il World Food Program è un’agenzia umanitaria molto grande e il Sud Sudan sicuramente rappresenta una delle nostre zone di attività più importanti. Sosteniamo 4,3 milioni di persone in Sud Sudan. Lavoriamo con partner come AVSI, come altre organizzazioni internazionali e locali per fornire cibo alla popolazione, ma anche denaro contante, ma anche sostegno nutrizionale, soprattutto per le donne incinte, i bambini e lavoriamo anche con partner per sostenere la sussistenza in generale della popolazione che sono pastori, agricoltori, pescatori. Noi cerchiamo anche di sostenere le loro attività di sussistenza affinché la popolazione del Sud Sudan possa essere autosufficiente dal punto di vista alimentare. Tuttavia questo sforzo che è già molto ingente, purtroppo è molto costoso perché fornire aiuto in Sud Sudan è molto costoso, non ci sono molte strade, la maggior parte delle strade che ci sono vengono inondate dal fango nella stagione delle piogge e quindi gli sforzi sono complessi perché bisogna cercare di consegnare più cibo possibile, farlo arrivare più vicino possibile alle persone quando le strade sono transitabili, poiché altrimenti l’altra opzione l’unica che c’è è basarsi soltanto sulle consegne per via aerea che sono molto costose. Noi per anni abbiamo fornito aiuti. Le consegne per via aerea sono molto mirate, però costano 10 volte tanto e non possono essere altrettanto abbondanti quanto le consegne per via strada. Poi ci sono anche delle reti fluviali che possono essere utilizzate, ma è sempre necessario poter raggiungere le persone là dove sono. Quindi è davvero molto complesso fornire assistenza e aiuti al Sud Sudan. Malgrado tutto questo, io sono animata da una grande speranza per questo paese, soprattutto perché so quanto questa popolazione è forte e resiliente. Abbiamo già visto che tante volte ogni volta che siamo riusciti a portare aiuti in Sud Sudan ha funzionato, quindi le persone sono riuscite a riprendersi e a contrastare la carestia, la fame. L’abbiamo visto anche nelle aree nell’area rurale del Nilo dell’Alto Nilo. Siamo riusciti a invertire la tendenza, una zona che era a rischio di carestia, invece fortunatamente è stata superata pienamente, però le tensioni sono gravissime al momento ed ecco perché dobbiamo fare il massimo. Abbiamo bisogno di sostegno politico per risolvere il conflitto in corso. Abbiamo bisogno di fondi, di risorse per sostenere gli aiuti e lo sforzo umanitario, soprattutto dobbiamo continuare ad investire nel popolo sud sudanese perché davvero se lo merita al 100%. Grazie mille.

MARIA LAURA CONTE

Un contesto difficile ma una popolazione che ha voglia di ripartire, di vivere e di resistere. Questo ci dice Valerie. Gino Barsella, è questa anche la tua esperienza?

GINO BARSELLA

Buonasera a tutti. È bello vedervi così numerosi, tanto che le sedie non bastano. All’inizio era il Sudan, infatti non esisteva un Sud Sudan come adesso, era un paese unico. Quando io sono arrivato in Sudan nel 1983 settembre, la guerra civile era iniziata da pochi giorni, guerra civile tra il Sud e il Nord. Questo ha comportato che al Sud i ragazzi, i giovani, o andavano a combattere oppure, visto che le scuole si chiudevano, venivano al nord in cerca di istruzione e siccome i ragazzi del sud non sapevano l’arabo, mentre al nord le scuole erano arabizzate, l’università era arabizzata, non restava che le scuole della Chiesa. Io lavoravo in una di queste scuole perché la Chiesa in Sudan, Nord e Sud, ha sempre investito tantissimo nell’istruzione, nelle scuole. Questi ragazzi studiavano a Khartoum, sono venuti e poi sono andati all’estero quelli che potevano, borse di studio, hanno vissuto in paesi che la guerra l’avevano conosciuta tempo prima e che ora vivevano in un momento in un processo di democrazia. Hanno conosciuto la democrazia più o meno bella, però hanno imparato tante cose. Io dopo la scuola ho lavorato anche un po’ di anni in supporto del negoziato di pace e la pace che è arrivata con la vittoria del Sud verso il Nord, praticamente è arrivata nel 2005 e questa pace ha poi portato il Sudan a dividersi, quello di oggi, il Sudan e il Sud Sudan. Ora, questo è importante per capire il Sud Sudan di oggi. La politica è ancora in mano ai soldati che hanno finito la guerra e si regge su equilibri difficili. Si è parlato di economia, di conflitti etnici, equilibri difficili che possono destabilizzare il paese in qualunque momento perché sono ancora i soldati della guerra a tenere il potere e al momento non sembra esserci soluzione. Le elezioni fanno troppa paura a tutti. Però io sono tornato in Sud Sudan stavolta con AVSI diversi anni fa. C’è tutto un gruppo di giovani, meno giovani oggi, si va dai 30 ai 50 anni, che hanno studiato invece che far la guerra e che sono tornati per ricostruire il paese. Io mi sono ritrovato con un sacco di miei ex studenti, con loro ho lavorato e questi non vogliono che il paese venga destabilizzato, vogliono costruirlo piano piano perché sarebbe una tragedia se si andasse al sangue. Per cui nel paese, vedete, quando tu riesci a vedere 30 anni di storia del paese, allora ti accorgi che comunque c’è stato un grosso percorso, che c’è tanta gente che sta costruendo un paese, nonostante tutte le difficoltà che abbiamo sentito. Oggi la politica è fatta da questi due grandi gruppi di persone, quelli che tengono il paese in piedi secondo i loro interessi, i conflitti tribali e quelli che stanno lavorando per costruire un futuro migliore. AVSI si trova in questo paese dal 2006, quindi dopo la pace, seguendo i profughi, i rifugiati che stavano in Uganda, li ha seguiti quando sono tornati in Sudan. Oggi AVSI lavora principalmente in tre stati: l’Eastern Equatoria, l’Equatoria Centrale e i Lakes, lo stato dei laghi, dove Cristian era vescovo fino a pochi mesi fa. Vedete, il Sudan c’ha una parte che è dove l’istruzione ha camminato meno, quindi è una parte del paese con più conflitti, con meno sviluppo, con più difficoltà. Poi c’è una parte di paese, e questa è anche quella dove lavora AVSI, che ha fatto già un percorso maggiore a livello di istruzione, a livello di sviluppo e questa parte di paese dove si lavora oggi non viene più dichiarata una parte di emergenza, ma lì si fa un lavoro più di sviluppo, di istruzione, di resilienza, di sostenibilità. Anche i progetti lì sono tutti basati sulla sostenibilità. Ora tutti i progetti che fa AVSI, dall’educazione, dall’istruzione, le scuole ai progetti di sviluppo agricolo, avvicinamento al mercato, alla riconciliazione, cercare di risolvere i conflitti, sono comunque tutti guidati dal principio dell’istruzione: se non si fa istruzione, se non si fa un processo di educazione, di formazione è più difficile poi mantenere la pace e costruire lo sviluppo. È importante proprio fare questo lavoro, qualunque lavoro si faccia, avere sempre l’aspetto del processo educativo come chiave. Prima di tutto, quali sono le difficoltà che AVSI ha incontrato in questi anni? Uno, lavorare in zona di grave insicurezza, soprattutto nella diocesi di padre Cristian e lì ogni volta che ci si muoveva da un posto all’altro dovevamo verificare la situazione perché era molto pericoloso muoversi anche a un’ora due di macchina di distanza e questo ha portato a impegnarsi fortemente e dopo quando vi racconto di un progetto brevemente vedere come si può riuscire anche facendo formazione ai contadini a costruire la pace, in insieme agli altri, insieme alle istituzioni, insieme alle Chiese. Poi è stato complicato il passaggio dei progetti di emergenza a quelli di sostenibilità e sviluppo, perché la gente era abituata a 60 anni di dipendenza dagli aiuti, due guerre civili. Allora, è stato molto complicato perché la gente diceva “Ma come, prima ci davano tutto, adesso ci venite a istruire e ci date meno?” Sì, perché adesso ti aiutiamo a fare da solo. Prima t’abbiamo dato la canna da pesca, adesso ti insegniamo a pescare. Fondamentalmente no. Non è stato un processo facile e qui c’era molto lavoro di istruzione, di formazione ai contadini, a chi lavorava, però è un processo che sta entrando e si vede dai risultati dei progetti e che vanno avanti. Adesso sto parlando di quella parte di paese che ha già fatto un certo cammino per cui l’emergenza è meno importante, però è importante l’educazione, la formazione. Poi AVSI ha fatto anche una scelta di formazione del personale locale e quindi far crescere, responsabilizzare sempre più il personale locale e rendere la missione di AVSI più localizzata e questo proprio per una sostenibilità maggiore, perché finché siamo noi stranieri internazionali a gestire le cose, è un po’ più complicato riuscire ad avere un progetto che continua anche quando il progetto è finito perché deve entrare nella capacità e nel cuore della gente. Questo fatto da personale locale è più importante. Due progetti. Noi abbiamo lavorato molto nell’educazione, soprattutto col sostegno della CEI e con le diocesi. Un progetto che abbiamo fatto con Cristian e con Sudin, ne ha già parlato un pochettino e ne parlerà ancora dopo Piero. Faccio un accenno a un progetto che abbiamo fatto per capire quanto la formazione e la costruzione della pace vanno affiancati. Avevamo un progetto sempre a Rumbek di sviluppo agricolo. La problematica era la sicurezza, perché i contadini hanno un’agricoltura di sussistenza, campano, ma non riescono a vendere, ad andare al mercato e lì bisogna fare un progresso. Però poi ci sono i pastori, quelli che hanno le mandrie, come il ragazzino che ha chiesto la mano della signora qui. E le mandrie quando è il tempo che i raccolti vanno su vanno a mangiare nei campi dei contadini e questo causa conflitto. Allora, cosa abbiamo fatto noi nel progetto? Siamo andati nei campi delle mandrie a fare prima dei gruppi di pace e avevamo le prime foto di questi giovanotti del gruppo di pace col mitra sulla spalla. Belli orgogliosi. Poi i mitra sono spariti. Poi abbiamo detto a questi giovani, vedete, giovani e formazione, educazione, abbiamo detto a questi giovani, ma perché non fate anche voi un po’ di campi? Lavorare un po’ di agricoltura. Questo porterebbe una dieta migliore nei vostri campi, alle vostre famiglie e anche un po’ di reddito. E questi hanno imparato a fare i contadini oltre che avere le mandrie e hanno anche capito i problemi degli agricoltori. Perché le mandavano anche nei loro campi a mangiare i prodotti che loro facevano e questo ha avviato il dialogo fra pastori e agricoltori. Le istituzioni sono messe, la Chiesa c’era, abbiamo lavorato assieme. Quello che era un posto dove la sicurezza era il problema più grande è diventato che adesso la sicurezza non è più un problema. Tutti abbiamo contribuito. Vedete l’educazione contestualizzata col lavoro dello sviluppo. Grazie.

MARIA LAURA CONTE

Grazie Gino. Abbiamo potuto percepire la tua conoscenza di dettaglio di questo terreno così difficile, ma che capiamo che ti ha permesso anche di vedere dei bei risultati effettivi. L’impatto dei progetti si vede, ci vuole pazienza, ma si vede e si viene restituito. Piero Petrucco, presidente della Federazione Europea delle Costruzioni. Ha un’esperienza particolare, un imprenditore che si è ingaggiato con questa sfida educativa. Prego, raccontaci come.

PIERO PETRUCCO

Grazie per l’invito, prima di tutto. La nostra esperienza nasce proprio nel 2005, subito dopo la pace, il cessate il fuoco. Noi in maniera del tutto casuale, dico noi come impresa, perché noi abbiamo un’impresa in costruzione come famiglia, siamo stati chiamati a fare un ponte dal vescovo Mazzolari che è stato citato prima, per congiungere questo paese di Yirol che veniva isolato durante il periodo delle piogge. Siamo andati là. È curioso, interessante sapere che non eravamo mai stati in Africa né avevamo mai avuto a che fare nessuno di noi con progetti di cooperazione, ma ci siamo andati. L’esperienza è stata interessante perché poi stando lì c’era stato affidato come tutor un comboniano che doveva aiutarci un po’ a muoverci sul territorio perché era un periodo in cui era pieno d’armi, come si è detto prima, e vivendo insieme, perché quest’opera l’abbiamo realizzata portando tutte le persone là dall’Italia, noi siamo partiti da Udine, abbiamo cominciato a chiacchierare, a capire un po’ questo mondo molto strano, molto interessante, molto diverso in cui ci trovavamo e dalle conversazioni così davanti a un bicchiere di vino serale è emersa questa forte idea che credo sia stata percepita anche nelle parole di chi mi ha preceduto del tema dell’educazione, delle formazioni. Il sogno di questo padre Giovanni, di questo comboniano, era di costruire una scuola di arti e mestieri, perché lui aveva questa idea e ha questa idea della formazione, ma di una formazione anche in quel territorio molto particolare, distrutto da tutti questi anni di guerra civile che ha sfaldato veramente la struttura sociale del paese, la volontà di una formazione che avesse anche una componente per far ripartire il paese e quindi siamo tornati in Italia, ci abbiamo passato un po’ di mesi, abbiamo detto questo tarlo ci era rimasto perché il Sudan è veramente un posto che una volta che viene visto e un po’ vissuto non esce dal cuore e quindi abbiamo deciso di provare a fare qualcosa. Abbiamo fondato questa associazione che si chiama Sudin, che già nel nome voleva mettere vicino un po’ lavoriamo insieme, studiare Udine, il Sud e un’altra componente importante nel pensare questa associazione era a chi rivolgersi e siccome era partita da un progetto di formazione professionale di arte e mestiere, abbiamo pensato di fare un qualcosa che fosse strettamente legato al mondo delle imprese. Quindi Sudin è un’associazione che fra i soci ha imprese o associazioni di categoria e così siamo partiti. Siamo partiti prima con una prima parte di progetto che era della realizzazione pratica fisica della scuola in un terreno che era stato donato alla diocesi. La diocesi poi ha dato in comodato a noi a Rumbek nella diocesi di Rumbek terreno molto grande e siamo partiti a fare questa costruzione coinvolgendo le persone della nostra impresa. Quindi moltissime persone hanno fatto un periodo di lavoro là, prima per il ponte e poi per costruire i luoghi. Questo è stato ed è un altro pezzo molto importante di questa esperienza perché secondo me quando io parlo del Sudan e di quello che ci è capitato di fare, cerco sempre di tenere vicine queste due polarità, quello che si fa là, ma anche la connessione con quello che si può e che a noi è successo di poter fare qua. E quindi dicevo, abbiamo costruito questa scuola con dei volontari che si sono succeduti poi una volta realizzata, perché noi siamo un’impresa e il nostro mestiere è quello, non siamo una ONG di natura e Sudin è un’emanazione, ma una struttura leggera da questo punto di vista e dico, abbiamo cominciato con errori, difficoltà, i primi anni erano stati molto faticosi perché quando si dice della difficoltà, c’è un problema culturale importante, nessuno voleva fare una scuola pratica perché per loro la scuola era associata a un altro tipo di percorso. La scuola è per un’attività intellettuale, quindi era una diminutio l’idea di una scuola votata a costruire, ad avere un aspetto professionale. Comunque siamo andati avanti continuando sin dall’inizio una collaborazione con la diocesi, con Mazzolari, poi con anni più complessi dopo la scomparsa di Mazzolari, perché Mazzolari è venuto meno nel 2011 e la situazione, come credo sia testimoniata ampiamente dalle cose che sono successe a Cristian, è complicata, ma noi siamo riusciti in qualche maniera a essere sempre presenti. C’è un corso che fino all’anno scorso è stato destinato alla sesta, settima, ottava, quindi una specie di scuola media con corsi pomeridiani di edilizia. Quando poi è arrivato Cristian e abbiamo cercato di rinnovare, ripensare il progetto, abbiamo avuto la grande fortuna e la grande opportunità di poter parlare da vicino con lui e abbiamo pensato che si potesse fare un salto che era maturo, un’evoluzione di questo progetto e quindi insieme abbiamo deciso di trasformare la scuola da questo corso, delle scuole medie in una vera scuola tecnica superiore che in quella zona non c’è. E ancora due poli abbiamo aggiunto. Uno è un progetto che è quello che ha citato prima Gino di agribusiness, quindi di sfruttamento, di coltivazione dell’area in cui ci troviamo per la produzione di prodotti agricoli, sicuramente in una prima fase per i consumi della scuola, perché la scuola, per esempio, quest’anno abbiamo 150 ragazzi iscritti, e sono tutti boarding perché vengono dai villaggi circostanti, quindi le persone vivono e dormono lì e quindi devono essere manutenute oltre a tutte le altre persone che lavorano nel compound, ma poi con un accordo insieme alla diocesi che quando saremo capaci, quando riusciremo a sviluppare nel prossimo ci siamo dati un respiro triennale come minimo con un progetto di 5 anni insieme ad AVSI e insieme alla diocesi di riuscire poi a coprire, una volta coperto il bisogno nostro, di poter avere un’attività di mercato e questo è il secondo tassello importante, importantissimo. Nel progetto agricolo, riusciamo anche a coinvolgere un po’ di persone e comunità locale che è molto importante per una serie di altri aspetti. Ultimo tassello fondamentale, da almeno 5-6 anni abbiamo deciso che dovevamo cercare di trovare delle forme di sostegno, di autosostentamento della scuola, che non fossero solo le donazioni che riusciamo a raccogliere e a poi inviare là o a progettualità, ne abbiamo fatto anche abbiamo fatto dei percorsi con la Regione Friuli Venezia Giulia, con la cooperazione internazionale, ma delle attività economiche a supporto di questa attività e quindi abbiamo cominciato in maniera anche sistematica e di nuovo il contributo di Cristian anche in questo è ahimè molto importante e lo sarà anche se non è più lì anche nel futuro. Abbiamo cominciato a realizzare per esempio dei pozzi, abbiamo cominciato a fare delle strutture anche per conto della diocesi. In passato avevamo fatto nel 2018-19 una la sala chirurgica dell’ospedale di Rumbek e queste attività vengono svolte da un soggetto economico che è una filiale della nostra impresa che però statutariamente destina tutti i profitti al mantenimento della scuola. Questa cosa ha due valenze. Una che è importante trovare la sostenibilità economica. Due, il coinvolgimento e il fatto di fare delle attività localmente, perché questo aiuta e favorisce lo sviluppo, ma il nostro sogno quando arriveremo al terzo e quarto anno della nuova scuola tecnica vocazionale intestata a Reneodud che per il Sud Sudan è una persona molto importante, il primo vescovo locale del Sud Sudan e dicevo quando riusciremo ad arrivare col terzo e quarto anno sarà un luogo dove potranno fare gli stage, potranno fare dei tirocini. Insomma, vorremmo riuscire a costruire un incubatore sociale in loco, agganciato completamente e connesso e in trascinamento e a valle del percorso formativo. È un sogno in questo momento, ma è un sogno anche vero perché dei primi tasselli, i primi mattoni sono stati messi, ma è questo quello che ci piacerebbe riuscire a fare. In tutto questo, come dicevo prima, stiamo cercando di allargare il numero delle imprese che è a supporto del progetto e ci stiamo anche riuscendo perché negli ultimi due anni siamo riusciti ad ampliare e non siamo più solo dei friulani, ma ci sono anche dei liguri e dei valdostani insieme a noi.

MARIA LAURA CONTE

Grazie mille Pietro. Dal tuo intervento emerge questo altro tassello, che lavorare nella cooperazione allo sviluppo richiede un alto tasso di ideale e passione, ma anche tantissima competenza tecnica. C’è tanto da giocare in questa prospettiva, nella sfida dello sviluppo ed è una possibilità anche professionale che tutti i ragazzi giovani che sono qui potrebbero cominciare a considerare, combina tanti aspetti e il mondo chiama, i paesi, i nostri paesi chiamano. A questo proposito devo aggiungere anche che proprio chi fa questo mestiere spesso si incontra con delle obiezioni che vi riassumerò raccontandovi un episodio personale. Invitata a un dialogo sui problemi dello sviluppo, un ospite, un panelist mi ha proprio incalzato dicendomi “Ma ancora ci credete? Sono 60 anni che investiamo in Africa e sono ancora così. C’è un problema loro. Cosa siete? Siete degli illusi? Buttate via i soldi.” E questa obiezione che mi ha proprio investito, se voi avete notato negli ultimi mesi con l’onda di quello che è successo, di come anche l’aiuto pubblico allo sviluppo e tanti paesi dell’occidente ricco stanno riducendo. Sembra accompagnata da questo sospetto che i soldi che noi tramite le nostre tasse dedichiamo a sostenere le spese che l’Italia fa per lo sviluppo internazionale o tramite anche la firma per l’8X1000, strumento potentissimo perché tanti di questi progetti sono sostenuti da una firma che a noi non costa nulla ma che ha un impatto altissimo o dal 5X1000 che spero molti di voi destinino all’AVSI, queste modalità o le donazioni dirette. Questi soldi, Cristian, padre Cristian, sono spesi bene? Ci dobbiamo ancora credere o vince l’obiezione pessimista? Tu vedi che hanno effetto, che servono, che cambia.

S.E. MONS. CRISTIAN CARLASSARE

Sì, hai parlato di sospetto. A me sembra che questo sospetto sia niente di meno che la zizzania che è piantata sul campo e non permette al grano di uscire e di germinare. C’è chi lavora e c’è chi lavora bene. Si tratta di riconoscere queste realtà che lavorano bene, rispondono a emergenze, ma anche promuovono sviluppo e quindi danno speranza in un paese. Ovviamente le problematiche sono così grandi che a volte si tratta di portare delle gocce in situazioni di deserto così grande che non sono di facile risoluzione. Però ogni goccia conta e da tante gocce arriva anche ad esserci il fiume, il lago e l’oceano e crea qualcosa di nuovo. Quello che ci tengo di dire è che si tratta di crederci non ingenuamente, ovviamente, e si tratta soprattutto di impegnarsi. Non pensare che siano le risorse che si danno, che cambiano, ma il fatto che si condivide, il fatto che ci interessiamo, il fatto che ci sporchiamo le mani, che non accettiamo il mondo così com’è e che facciamo qualcosa per renderlo un po’ più umano. Allora, più che di risorse materiali, abbiamo bisogno di risorse umane, abbiamo bisogno di cambiare logica e farci presenti non solo alle cose del nostro paese, ma alle cose che accadono nel mondo.

MARIA LAURA CONTE

Abbiamo ancora qualche minuto, Valerie, questa obiezione, questa sfida, di rendere, restituire con trasparenza come vengono investiti i fondi dell’aiuto, come voi la gestite, come monitorate che i progetti effettivamente portino dei risultati?

VALERIE GUARNIERI

Dobbiamo essere professionali nel lavoro che facciamo. Quando abbiamo lavorato nel Sud Sudan, abbiamo lavorato per decenni, abbiamo degli strumenti e lavoriamo non semplicemente come un’organizzazione che vuole fare del bene. Ovviamente vogliamo fare del bene, ma per noi è una professione. Dobbiamo capire prima di tutto la situazione, dobbiamo sapere chi ha più bisogno, che tipo di supporto è necessario e che cosa bisogna fare per ridurre la loro dipendenza da noi. Tutti vogliono riuscire a sostenersi da soli, quindi non dobbiamo concentrarci solamente sul lungo termine perché se c’è fame adesso bisogna dare supporto adesso, ma nel supporto bisogna gettare le basi e le fondamenta in maniera tale che le persone possano essere resilienti e possano autosostenersi a lungo termine e bisogna avere una prospettiva a lungo termine. Questo è fondamentale. Poi c’è un’altra cosa. Come organizzazioni dobbiamo anche fare in modo che le poche risorse che riceviamo vengano spese per sostenere noi e la nostra rete, ma la maggior parte di queste risorse debbano essere spese per sostenere le persone che ne hanno veramente bisogno. Ovviamente quando abbiamo dei finanziamenti in liquidità è più facile. Il 75% dei contanti che riceviamo vanno spesi per le persone che aiutiamo e anche tutti gli aiuti in natura che riceviamo, che si tratti di acqua, di alimenti, vanno tutti alle persone bisognose, ma contemporaneamente le persone hanno bisogno di trasformare questi soldi liquidi, questi contanti in cose di cui hanno bisogno. Devono avere a disposizione dell’acqua pulita, devono avere a disposizione del cibo, quindi dobbiamo fare in modo che l’assistenza alle persone possa veramente raggiungere l’effetto desiderato. Poi dobbiamo essere umili, le nostre organizzazioni devono essere umili, sosteniamo delle popolazioni, ma alla fine della fiera si parla della resilienza delle persone, sono loro che dovranno affrontare la crisi, quindi noi dobbiamo dare il nostro contributo, ma dobbiamo anche riconoscere che la maggior parte del lavoro viene fatta dalle persone stesse e quindi dobbiamo capire dove possiamo aiutarle e poi dobbiamo farci da parte e lasciare che le persone lavorino da sole.

MARIA LAURA CONTE

Per questo anche l’approccio interessante, molto realistico. Gino, vedo che sta scalpitando, ha qualcosa da condividere.

GINO BARSELLA

No, perché io alla provocazione che ti è stata fatta io risponderei con una provocazione. Perché è l’Africa che non capisce o magari è il cooperante o l’organizzazione cooperante che non fa bene il suo lavoro? Il cooperante per far bene il suo lavoro deve rendersi inutile, deve andar via. Prima ho parlato di sostenibilità, di formazione del personale locale e quindi in qualche maniera mi aggancio a quello che hai detto tu. Quando il cooperante, l’organizzazione cooperante dice “Ok, io non servo più”, allora hai fatto bene il tuo lavoro, fuori che questo magari non fa tanto notizia e magari tanti cooperanti pensano che se perdono il lavoro poi che fanno dopo? Allora forse è meglio mantenere il lavoro. Questo magari fa più notizia.

MARIA LAURA CONTE

Sì, lo diciamo spesso. Grazie Gino. Che il compito dell’AVSI finale è quello che non ci sia più bisogno dell’AVSI. Questo è il fatto. Sì. E che ci arriviamo pian piano con l’aiuto di tutti. E Piero, siamo alla chiusura proprio in un minuto. Da imprenditore, da educatore, da frequentatore pendolare. Qual è il volto che ti è rimasto più impresso dei tuoi viaggi dal Sud Sudan? Il volto che dire quando devi trafficare con il lavoro dici “Sì, per lui vale la pena”.

PIERO PETRUCCO

Non è un volto, è il luogo, sono i volti. Mi ritrovo molto nelle parole che ha detto Cristian che naturalmente conosce molto meglio di me i luoghi, ma la cosa che mi ha colpito è che tutte le persone della nostra impresa che sono andate in questi anni, perché periodicamente vanno, perché le macchine devono essere manutenute, quindi sono andati i meccanici, c’è una nostra impiegata che ha voluto stare là un anno a coordinare le attività. Tutte le persone rimangono colpite da questo paese che è un paese molto povero, ma è davvero molto interessante dal punto di vista dei rapporti. Credo che sia difficile qua, guardo loro, non andandoci a rappresentarlo in maniera adeguata. È un’immersione da fare, secondo me, ed è molto, molto interessante e da imprenditore dico che questo tentativo di far partecipare l’impresa nella sua realtà con le sue persone è un bel tentativo e che io consiglio a tutti di fare perché diventa anche un elemento di ricchezza per l’impresa oltre che per le persone che dell’impresa sono praticamente tutto. Le imprese sono persone.

MARIA LAURA CONTE

Grazie mille. Per chiudere io vorrei riprendere, rilanciare una parola che ha usato Valerie: umile, quando ha detto che l’approccio con questi paesi e con questo lavoro occorre essere umili, perché è una parola, intanto segnatevela perché ci farà compagnia nei prossimi mesi, ma è una parola potentissima perché sembra richiamare un atteggiamento quasi fragile. In realtà ha in sé la forza del realismo, perché umile è ciò che sta attaccato alla terra, humus, alla terra, quindi che sta attaccato alla realtà, che ci fa i conti con la realtà fino ad appassionarsi completamente. Questo penso che sia il contenuto che quest’oggi dalle vostre testimonianze così vicine alla terra possiamo trattenere e per alimentare continuamente la curiosità e il legame con queste crisi che non sono lontane da noi. Alla fine devo dirvi che ognuno di noi può contribuire e ringrazio qui il Meeting di Rimini che ci ha ospitato a questa grande iniziativa. Ogni dono un mattone nuovo per continuare a costruire insieme luoghi di incontro, bellezza e speranza. Lungo tutta la fiera si possono trovare postazioni per donare e sostenere questa realtà. La Fondazione Meeting è un ente del terzo settore, chi la sosterrà potrà usufruire poi anche dei benefici fiscali. Io vi ringrazio tutti da parte di AVSI, dei nostri ospiti qui, nell’8×1000 Sovvenire che ci hanno reso possibile ed è dalla cooperazione italiana tutti i giorni tornati qui a trovarci.

Data

23 Agosto 2025

Ora

17:00

Edizione

2025

Luogo

Arena Internazionale C3
Categoria
Incontri