SOSTEGNO ALLA NATALITÀ: UN IMPEGNO DI TUTTI

In diretta sui canali digitali di Famiglia Cristiana, Play2000 (vod)

In collaborazione con il network associativo “Ditelo sui tetti” e con Movimento per la Vita

Mario Bolzan, studioso senior e già professore di Statistica Sociale, Università di Padova; Agostino Carloni, direttore comunicazione, stampa e progetti associativi Farmindustria; Marina Casini Bandini, presidente Movimento per la Vita; Domenico Menorello, coordinatore network associativo “Ditelo sui tetti”; Matteo Rizzolli, professore di Politica Economica, Lumsa. Modera Angelo Picariello, giornalista Avvenire

Di fronte al persistente declino demografico in Italia e in Europa, il sostegno alla natalità emerge come una priorità che interpella l’intera società. Non si tratta solo di riforme strutturali o incentivi economici, ma di un cambiamento culturale profondo che riconosca il valore generativo della vita e della famiglia. Il convegno intende affrontare la denatalità non come destino, ma come sfida condivisa: quali condizioni culturali, sociali, economiche e simboliche sono necessarie perché tornare a generare sia vissuto come un bene possibile e desiderabile? Come superare la solitudine e l’insicurezza che spesso accompagnano il desiderio di diventare genitori? A partire da esperienze concrete del mondo sociale, imprenditoriale e civile, l’incontro propone un confronto aperto su politiche di sostegno alla natalità, responsabilità collettiva, alleanze tra pubblico e privato, e sulla necessità di un nuovo racconto della vita e della speranza, capace di motivare e sostenere le scelte familiari.

Con il contributo non condizionante di Farmindustria

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ANGELO PICARIELLO

Allora, benvenuti a tutti. Il tema di oggi è chiarissimo: sostegno alla natalità, un impegno di tutti. Chiarissimo il titolo, purtroppo ampiamente controcorrente, perché dovrebbe essere il primo dei temi, ma è un tema ampiamente negletto. Dovrebbe essere un tema di tutti e diventa ampiamente spesso, purtroppo, per ragioni dal mio punto di vista inspiegabili, un tema di parte, di contrapposizione, attraverso il quale invece passa la stessa sopravvivenza del nostro paese e anche dal quale traspare un tasso di fiducia nel futuro che purtroppo, stando ai dati, sembra essere ai minimi termini. Abbiamo dei relatori oggi per poter andare a fondo di questo, sia dal punto di vista delle buone pratiche, sia dal punto di vista dell’analisi. Le due cose stanno insieme. L’aritmetica ci aiuta a stare nella realtà e ne faremo ampiamente uso. Abbiamo Mario Bolzan, studioso senior e già professore di statistica sociale all’Università di Padova. Alla mia destra, subito a fianco, Agostino Carloni, più vicino a me, direttore di comunicazione stampa e progetti associati di Farmindustria. Marina Casini Bandini, un cognome, una garanzia, starei per dire, presidente del Movimento per la vita. Domenico Menorello, un po’ il padrone di casa perché è l’inventore e anche il coordinatore del network associativo “Ditelo sui tetti”. E infine Matteo Rizzoli, professore di politica economica alla LUMSA. Infine, il moderatore sottoscritto: Sono giornalista di Avvenire, mi occupo di Quirinale, di politica, spesso su questi dovrebbero unire il Parlamento. Mi occupo delle divisioni e anche delle dimenticanze che ci sono, insomma, nel nostro panorama parlamentare. Io, prima di partire, mi veniva proprio in mente oggi una cosa che mi è capitata a un Meeting di 20 anni fa. Forse il più bel complimento che mi è capitato nella mia vita professionale, Marina Casini ride perché sa di che cosa sto parlando, capitò che il cantautore Bruno Lauzi, che credo tutti conosciate, aveva fatto una testimonianza, ospite del Meeting, aveva fatto una testimonianza al Meeting, in cui aveva raccontato con molto dolore l’esperienza di un aborto di sua moglie che aveva lasciato una traccia silenziosa e molto drammatica nella loro famiglia. La cosa non rimase chiusa nei pure ampi padiglioni della fiera perché un’agenzia diede la notizia e quindi dal giornale mi chiamarono per vedere se potevo approfondire questo argomento. Contattai Bruno Lauzi ed era molto dubbioso perché dice che non aveva parlato con sua moglie, non sapeva se era il caso o non era il caso. Io gli dissi che ormai la notizia, feci il mio mestiere, era ormai in agenzia e che io mi sarei prodigato per trattarla nel modo più rispettoso e delicato possibile. Lui accettò e poi la cosa finì anche su altri giornali che non cito. Il giorno dopo il meeting era finito, vedo squillare il telefono, riconosco il suo numero e riconosco poi anche la sua voce inconfondibile, ricorderete. “Signor Picariello, lei è un…” Non immaginate quale cattiva parola che non ripeto mi ero prefigurato e lui dice “Lei è un galantuomo.” È una cosa che mi colpì moltissimo perché avevo trattato questo argomento. Ora, al di là della vanteria, che è una malattia professionale dei giornalisti, secondo me questo episodio ci dice un po’ dell’argomento del titolo e poi mi fermo. Un laico come Bruno Lauzi che conserva un ricordo così doloroso di un evento del genere ci dice che non è un argomento da cattolici e ci dice anche di un fatto che è assurdo considerare la presenza del Movimento per la vita o degli operatori per la vita nei consultori, negli ospedali come una presenza incombente oppure contro le donne. È la possibilità, dal mio punto di vista, che viene offerta alla donna in un momento drammatico e soprattutto alle donne povere, le quali proprio per condizioni di disagio rischiano di non avere altra scelta, invece a loro viene offerta una possibilità, una possibilità. Non so se ho spiegato bene la cosa. E quindi sostegno alla natalità, un impegno di tutti. Mi sembra che questo racconto in chiave un po’ autobiografica ci aiuti ad entrare nel tema e ci entriamo subito con le statistiche, con il professor Bolzan per capire come siamo messi sulla denatalità. Parlando di statistica, io mi aiuto anche con la clessidra che è un format di Menorello che ci aiuta a stare nei tempi e quindi ognuno che parte, parte la clessidra 10 minuti, poi probabilmente avremo anche un secondo giro se tutti staranno nei tempi. Professor Bolzan.

MARIO BOLZAN

Ringrazio dell’invito. I numeri non dicono tutto, ma senza i numeri, senza le quantità, non si ha la visione del tutto, diceva Pavel Floreschi. Allora, cerco di entrare un po’ nel tema, nel rispetto dei tempi e di un messaggio che sia efficace, tenendo conto, partendo da un presupposto, che la natalità è sì un impegno per tutti, ma è un impegno di ciascuno prima che di tutti. Quali sono le cause della denatalità? I sociologi convengono che le cause siano fondamentalmente tre: crescente deruralizzazione in molti paesi, maggior accesso alle donne alla scolarizzazione e ai livelli superiori di istruzione, i metodi anticoncezionali ampiamente accessibili. Ovviamente ciascuno di questi interagisce con gli altri due in modo coerente col contesto geografico, culturale e storico. Un elemento è certo che il calo è apparso evidente sin dall’inizio del millennio, 2007-2008 è apparso evidente. Noi abbiamo dedicato molto tempo a parlare del terrorismo della sovrappopolazione. Adesso si è passati in modo nevrotico a parlare del problema della denatalità. Alcune previsioni vengono smentite in modo anche clamoroso a livello mondiale, sono peggiori del previsto. È molto omogeneo, molto più omogeneo nei paesi industrializzati di quanto lo sia nei paesi sottosviluppati. Conosce delle varianti anche in questi paesi, ovviamente non particolarmente significative ma importanti da tenere conto. L’Europa è diversa dagli Stati Uniti, dall’America Latina. Vi sono alcuni paesi dove queste tendenze sono opposte, come il Medio Oriente, Israele, Iraq o alcuni paesi africani. In alcuni paesi sta assumendo dimensioni preoccupanti, nel senso che sta assumendo delle dimensioni che risultano anche complesse e che interagiscono con tutto il tessuto sociale umano del paese. Qual è la premessa che mi accompagna in questo criterio di lettura? Uno, è un fenomeno composto che si muove in parallelo a una punta di iceberg con altri che con la natalità hanno uno stretto legame. Interagiscono. La natalità è il risultato di una relazione fra un uomo e una donna. Interpella la natura, le modalità e finalità di questa relazione e ne evidenzia l’effetto sulla creazione, sulla storia dell’uomo. Genitorialità, una forte declinazione che è la coniugalità. La vita, direbbe Pavel Florenskij, la vita di una famiglia e di una comunità è un organismo. Non è un meccanismo dove sia sufficiente intervenire cambiando una rotellina perché ritorni a funzionare. Questo deve essere evidente ogni volta che noi parliamo anche in termini politici, economici e sociali di aiuto alla famiglia, a mio parere. Quali sono i fenomeni correlati con la natalità? Un cenno velocissimo. La natalità come va? Desiderio di genitorialità nei giovani, la matrimonialità, le unioni civili, le famiglie con figli, famiglie costituite da un solo componente, divorzialità, abortività. Questi sono, a mio parere, gli elementi, fenomeni che sono strettamente correlati per capire il problema della natalità, denatalità che sta caratterizzando la nostra società. In questi ultimi 20 anni la natalità è crollata. Natalità espressa come numero di nati per 1000 abitanti da 9,7 a 6,3. Un terzo si è ridotta, è evidente la natalità. Il numero di figli per donna, invece, è passato in questi ultimi 60 anni da 2,5, che è il numero sufficiente perché una comunità si riproduca, a 1,2, caratterizzata anche da altri paesi europei. Alcuni indicatori demografici. Si vede la natalità, la fecondità, la nuzialità. Il picco in basso è dovuto al Covid. E poi la divorzialità, la divorzialità tende ancora a crescere, non con una pendenza particolarmente forte dovuta anche al fatto che i matrimoni diminuiscono. Un elemento in Italia: negli ultimi 30 anni l’età al matrimonio si è alzata oltre 7 anni in media, sia per gli uomini che per le donne, passando da 26 a 32-33 anni. Famiglia e natalità. Mi soffermo un istante su quello. Come potete vedere, mi giro perché non vedo molto bene. Le famiglie unigenitoriali, le famiglie monogenitoriali tendono a aumentare, le famiglie con figli tendono a diminuire, le famiglie senza figli rimangono costanti nel tempo, più o meno, aumentano leggermente quelle monogenitoriali. Io invito a porre attenzione a un elemento: laddove diminuiscono le famiglie con figli, cosa aumenta? Aumentano le famiglie monocomponenti, di un solo componente. Questo è un tema importante. In Francia si sta parlando di mort social, il come noi stiamo sottovalutando il tema della natalità. Mi permetto di aggiungere che stiamo sottovalutando il tema della solitudine delle famiglie costituite da persone sole. Questo meriterebbe maggiore attenzione. Erano 10 anni fa 7 milioni, oggi sono quasi 9 milioni. Si prevede che il 41% dei nuclei familiari fra 20 anni, 15 anni, sia di una persona sola. Chi sono le persone sole? Fondamentalmente poco più della metà hanno più di 65 anni, 41% sono single, persone che non hanno una storia familiare alle spalle. Ci sono un terzo circa vedovi e il restante è costituito da persone che separate non si sono più risposate. Il fenomeno è inquietante. In Inghilterra hanno istituito un ministero su questo problema. Giovani e famiglie: il desiderio di matrimonio e famiglia è alto nei giovani. Ci sono tutta una serie di problemi. La centralità del matrimonio trova raccordo nel 70% circa dei ragazzi, dei giovani, che scende di 25 punti per coloro che hanno sperimentato il fallimento del matrimonio dei propri genitori. Su questo inviterei a una riflessione. Desiderio di aver figli. Sta accedendo il desiderio di aver figli da parte dei ragazzi. La cosa più interessante da parte delle ragazze. C’è chi ipotizza che circa un 50% di ragazze non voglia. Ci sono alcuni studi che si muovono in quella direzione. I childfree sono circa il 15% della popolazione giovanile. Nel 2000, in questi anni, il 40% dei giovani italiani riteneva di potersi sentire realizzato anche senza avere figli. Convivenza e natalità, altro tema importante. Le convivenze sono più che triplicate in questi ultimi 20 anni, mentre all’inizio del secolo erano circa il 20% che nascevano fuori dal matrimonio, oggi sono più del 40%. Ci sono paesi in Europa come la Francia, la Bulgaria, la Slovenia, Portogallo, Danimarca, Estonia, Paesi Bassi dove più del 50% è nato fuori dal matrimonio. Le unioni civili in Italia raggiungono circa l’1,4% dei matrimoni celebrati, ovviamente a parte il primo anno che ha avuto un exploit di consuntivo di attese. Sul totale di 16.000 unioni, sono prevalentemente unioni tra uomini. Noi sappiamo che il desiderio di aver figlio è inferiore a quello delle coppie eterosessuali. L’abortività, questo è un altro tema. Nel 2021 ci sono stati 63.000 interruzioni volontarie di gravidanza. Ogni sei bambini nati un aborto. Nell’82 la cosa è stata molto più consistente. Allora, uno ogni sei nati, 16%, scusate il linguaggio freddo statistico, indica che il fenomeno non è raro, non può essere considerato raro. Ma su questo preferirei magari fare la conclusione alla fine del mio intervento. Credo di essere stato dentro gli 8 minuti.

ANGELO PICARIELLO

Lo confermo. La famosa clessidra non ha ancora esaurito il suo lavoro. Quindi, professor Rizzoli, abbiamo visto come l’aridità dei numeri ci consegna una concretezza assoluta tutt’altro che arida. Dal suo intervento io mi aspetterei un’analisi delle cause, un po’ l’abbiamo già capito dai numeri, perché capendo le cause capiamo anche le politiche per la natalità dove possono andare a incidere, giusto?

MATTEO RIZZOLI

È una domanda difficile quella delle cause, però proviamo a ragionarci insieme. Di questi numeri appena illustrati dal collega, il paese nostro ha cominciato a prendere consapevolezza, più o meno è stato detto all’inizio del secolo, più o meno quando la popolazione italiana ha cominciato a stabilizzarsi. Ricordiamo che il primo anno in cui il tasso di fecondità, quel famoso numeretto, figli per donna, è andato sotto i due, che è il numero che garantisce la stabilità della popolazione, era il ’75, quindi al giro di secolo, erano già 25 anni che eravamo in deficit di figli, però un po’ complice l’immigrazione, un po’ l’aumento dell’aspettativa di vita, il fenomeno rimaneva nascosto. Si stabilizza in quegli anni, sono anche anni di immigrazione consistente, da più o meno una decina di anni, forse qualche anno di meno, la popolazione italiana, come sapete, ha cominciato letteralmente a calare. Quegli anni sono gli anni in cui si sviluppa il dibattito sul cosa fare. Cominciamo a ragionare di che cosa possiamo fare per affrontare la questione. Qui si comincia a parlare di politiche familiari. Fino ad allora la parola famiglia era una parola sostanzialmente tabù a livello politico. Era un argomento che, soprattutto le politiche della famiglia, non si toccavano più, complice ovviamente i rettaggi storici del periodo prima della guerra. Qui sono dei numeri, non so se si legge. Ve lo racconto io. Dovete guardare sull’asse verticale ci sono i numeri di figli per donna. Come vedete in alto ci sono due figli per donna, che era il tasso che garantisce la fertilità. Sull’asse orizzontale ci sono gli anni. Quindi nel 2010, se dovevamo fare questa discussione cosa fare e avessimo guardato all’esempio degli altri stati, avremmo visto che la linea più in alto è quella della Francia. La Francia sta benissimo, sta a due figli per donna. Poco sotto ci sta la Gran Bretagna, la linea blu è quella della Finlandia, quindi paesi scandinavi. Sotto l’1,5 figli per donna ci stanno i paesi mediterranei. Ecco che lì nasce questo dibattito sulle politiche della famiglia. Chiara Saraceno, una famosissima sociologa, cerca di stilizzare le tipologie di intervento che si possono fare. Spero che si possa leggere. Esiste quindi lo stile francese. Lo stile francese è politiche fiscali molto generose, il famoso quoziente familiare di cui sentiamo gli echi di quel dibattito anche in Italia. Poi c’è l’approccio scandinavo. L’approccio scandinavo, invece, è servizi, servizi, servizi. Aiutiamo le donne con gli asili, con la conciliazione, con i permessi. Puntiamo molto sull’individualità, quindi sull’affermazione anche lavorativa delle donne e mettiamole in grado di affrontare la gravidanza senza conseguenze penalizzanti per il loro lavoro. Un altro approccio, Germania. La Germania in quegli anni va male, era uno dei paesi, era 1,39, come vedete la colonna. Sulla prima colonna, anzi sulla terza colonna, ho listato il tasso di fertilità del 2010. La Germania stava a 1,39, quindi messa a maluccio. Erano gli anni in cui la Germania prende consapevolezza di questi numeri e comincia a fare delle politiche fiscali molto generose, sempre con approccio sussidiario. Poi ci sono i paesi anglosassoni, Gran Bretagna e Stati Uniti, sono stati menzionati i primi. Loro affrontano le politiche della famiglia con un approccio assistenzialista, non ci dobbiamo occupare in generale di cosa fanno le famiglie, però alcune famiglie sono problematiche, sono luoghi di povertà e quindi bisogna intervenire lì con strumenti assistenziali. E poi c’era il Sud Europa che sostanzialmente faceva poco, faceva male, faceva in maniera pasticciata. Tutto il dibattito in cui siamo ancora immersi partiva da quella fotografia, ma è una fotografia che poi è cambiata. Se guardiamo al 2023 o 2024, l’abbiamo già visto prima in questo grafico, spostiamoci adesso sulla parte dov’è 2023 sulla mia sinistra, la vostra destra. Come vedete i tassi di fertilità sono calati ovunque. C’è l’Eldorado delle politiche familiari che era la Francia sta a 1,6. La Finlandia è crollata sotto l’1,3, quindi il modello scandinavo è andato in fumo. La Germania stava a 1,39. Investimenti massicci, c’è una ripresa del tasso di fertilità, ma di nuovo un calo. L’Italia, i paesi mediterranei fanno maluccio, continuano a fare maluccio. L’Italia passa da 1,4 a 1,2, però, sembra esserci una convergenza di questi tassi di fertilità verso un minimo molto basso che è indipendente da quello che pensavamo essere delle politiche che avevano un senso, c’era l’approccio scandinavo, l’approccio francese, ma in questo momento sembra che niente funzioni davvero. Se dovessi caratterizzare questi approcci così diversi tra di loro, scandinavo, francese, tedesco, sottolineerei alcuni tratti che mi sembrano in comune di questi approcci. Innanzitutto lo sguardo, tranne forse il caso francese, però per tutti gli altri modelli, è sui figli. Non si guarda la famiglia, continua a essere argomento tabù. Ce ne teniamo alla larga perché è troppo spinoso, troppo delicato. Sguardo sui figli è meno controverso. Noi questa stagione di dibattito l’abbiamo conosciuta benissimo. L’assegno unico è stata una misura che ha avuto il successo politico che ha avuto perché è stata votata all’unanimità dal Parlamento, perché deliberatamente si è scelto di focalizzarsi solo sui figli, non menzionare la famiglia, strumento solo rivolto ai figli, perché se si fosse toccato l’argomento famiglia non sarebbe mai passato. Ecco, questa è una caratteristica in comune di tutti questi approcci, tranne forse l’approccio francese sul quale però la Francia sta tornando leggermente indietro. Il secondo aspetto, la priorità di queste misure, che siano i trasferimenti fiscali, che siano altre questioni, è ridurre il costo di fare figli, dobbiamo rendere i figli economici. Lo sottolineo perché secondo me è problematico questo. Rendere economici i figli non è il messaggio migliore o di più allettante per i giovani che hanno in mente di costruire la propria famiglia. Offrire una cosa economica, quasi gratuita, non è forse la cosa più allettante. E poi c’è l’approccio anglosassone da cui abbiamo preso tantissimo in Italia, focus sui bisogni, sulla povertà, quindi gli strumenti di politiche familiari come interventi di sussidio, non come se la famiglia fosse il motore dello sviluppo, ma come fosse il luogo del sottosviluppo. Interveniamo, aiutiamo le famiglie perché poverine, fare un figlio rende poveri. Questo è un po’ l’approccio. Vado velocissimo invece sulle proposte. A questo punto, quindi, la mia intuizione è che questo tipo di approcci, li ho chiamati politiche familiari, ha dei limiti. Le dobbiamo fare, li dobbiamo fare tutti, li dobbiamo fare meglio di quelli che stiamo facendo, però non aspettiamoci grandi risalite del tasso di fertilità. Quello che dovremmo forse fare è cambiare l’approccio complessivo, è prendere davvero sul serio la famiglia, che è il luogo dove si fanno i figli. E quindi accenno alle due proposte, poi sulla terza magari mi riprometto di tornarci in un secondo giro. Legge annuale sulla famiglia, che cos’è? Noi abbiamo uno strumento che è la legge annuale sulla concorrenza, in cui annualmente il Parlamento fa una ricognizione di tutte le misure che sono state approvate recentemente in passato che contrastano i principi della concorrenza. Si fa una legge. Vi ricordate le lenzuolate di Bersani? Ecco, annualmente si fa una legge, si rimuovono tutti i piccoli ostacoli alla concorrenza. Facciamo la stessa cosa rimuovendo gli ostacoli alla formazione della famiglia. Ogni anno il Parlamento si prende l’incarico di guardare a tutte le norme fiscali, tutte le norme, ne menziono una per il mio settore. Due professori che si conoscono nello stesso dipartimento non si possono sposare perché poi uno dei due non può più fare carriera nel dipartimento. Si rimane, quindi, meglio rimanere separati e ci sono tanti colleghi che formano le famiglie così, rimanendo separati perché poi uno dei due deve cambiare città. Questo tipo di norme ostacolano la formazione e ce ne sono tantissime, facciamo una legge che le mette insieme e annualmente le toglie. Valutazione di impatto generazionale. Questo è uno strumento che l’Unione Europea ci chiede di implementare. Ha cominciato l’Unione Europea a implementarlo sulle sue norme, è lo stesso strumento, conosciamo bene la valutazione di impatto ambientale, per ogni norma che facciamo ex novo dobbiamo valutare qual è l’impatto sull’ambiente. Ecco, l’Europa ci chiede di farlo per le nuove generazioni. Va bene, facciamo per le nuove generazioni, sapendo che, ce l’ha detto il collega, tra i principali desideri delle nuove generazioni c’è la formazione di nuove famiglie, quindi tutto quello che ostacola questi desideri va controllato e rimosso ex ante. E mi fermo qua.

ANGELO PICARIELLO

Grazie. Domenico Menorello, la clessidra sta funzionando abbastanza bene, siamo nel terzo giro di clessidra, siamo un minutino, un minutino oltre, quindi magari se riesce a stare nei 10 ci rientriamo di nuovo. Abbiamo parlato dell’assegno unico, di questo approccio, probabilmente anche, tutto parametrato sui figli che esclude la famiglia, ma intanto è stato un esempio positivo di collaborazione un po’ nel tema del nostro incontro di oggi, un impegno di tutti, un impegno di tutti molto escludente rispetto al fattore famiglia che si fa fatica a portare ai livelli della nostra Costituzione che inserisce a più livelli un favor families che è un po’ negletto a sua volta. Ma a livello di legislazione e a livello di dialogo in Parlamento, mi rivolgo al giurista  e anche all’ex deputato, in questo momento coordinatore di tante associazioni. Abbiamo visto questi questo andamento a zigzag dei vari paesi. L’Italia c’ha un andamento coerente, ahimè coerente in negativo, cioè va avanti con tutti i cambi di governo, va avanti e non trova la soluzione e non si capisce neanche se la cerca veramente. A questo punto qualche dubbio viene. Che cosa si può fare per una terapia shock e al tempo stesso condivisa possibilmente per cambiare le cose?

DOMENICO MENORELLO

Grazie. Provo a dire un po’ il lavoro che proviamo a fare assieme con Marina e con tanti altri amici che però non è innanzitutto quello di dare delle proposte, anche velocissimamente la seconda parte, ma innanzitutto quello di lasciarsi interrogare, se possibile, dalla realtà. E a me pare straordinario che le indagini scientifiche che abbiamo appena sentito ci dicano che c’è qualcosa che non funziona, cioè la natalità non riparte. Ma allora qual è l’impegno a cui siamo veramente convocati se non bastano i soldi? Proviamo, allora dico io, a ribaltare la prospettiva. Dico quello che a me colpisce tantissimo, ad esempio, lo potete vedere anche qui allo stand del Movimento per la vita e del nostro network, sono 50 anni che esistono i centri di aiuto alla vita. Se da un lato i soldi non bastano, dall’altro i soldi non servono, ci sono dei fenomeni incredibili. Quattrocento centri di aiuto alla vita in Italia che hanno aiutato quasi 900.000 donne a essere mamme, a tentare di stare di fronte a questo tema e aiutando quasi 300.000 bambini che dovevano essere abortiti a nascere. Ma che cosa succede? Perché ci commuoviamo di fronte a un fatto così? Io mi commuovo sempre quando vado ai loro incontri, ringrazio i tanti amici del Movimento per la vita qui presenti, perché dico sempre, ci sono tanti santi fra di noi che magari non sanno di esserlo, ma qual è il livello che ci colpisce di fronte al tema della nascita della natalità e che forse dà anche la direzione in cui dobbiamo rivolgerci a fronte di questi dati apparentemente così desolanti? Naturalmente non posso dare io la risposta, ma mi permetto di suggerirvi tre testi che secondo me sono meravigliosi. Uno è “Il senso della nascita” di Giussani e di Giovanni Testori, un libro che ha parecchi anni, ma va riletto. Il secondo è Alessandro D’Avenia, “Resisti Cuore”, che fa tutto un percorso per ricapire la propria nascita e la sua rinascita. E l’altro è stato pubblicato proprio ieri da Davide Rondoni e vale la pena di leggerlo, si può scaricare gratuitamente anche presso il nostro stand. Giussani, per esempio, dice che nel senso della nascita è implicato tutto, tutto il senso di noi stessi. E Testori gli fa il verso, dice che non è un grumo e in quel grumo c’è la volontà di un altro, la volontà di Dio, l’essere voluti. E se guardiamo le prime parole che ha detto Papa Leone anche ai giovani, addirittura il giorno stesso della sua elezione in pratica, ha detto: “Noi siamo stati scelti”. La nascita è il fenomeno che ci dice che siamo stati scelti e quindi poi rilancia sul tema della relazione come costitutiva dell’essere. D’Avenia che fa tutto un libro per dire fammi nascere di nuovo. Insomma, bisogna in qualche modo immaginare la nascita come la grande sfida per ciascuno di noi per saper accogliere la realtà, accogliere la realtà come ricevuta da altro. In qualche modo Rondoni ci dice torniamo all’origine, risentirsi creature, quando abbiamo iniziato a censurare la nascita come scandalo, le abbiamo tolto la radice antropologica e religiosa. Quindi forse, ma la lascio solo come lavoro a me stesso e a noi, e noi stiamo lavorando su questo. Il grande tema della nascita è che ci deve convocare a una scelta su chi siamo, siamo voluti, al contrario della vulgata che ci dice che noi siamo padroni del nostro destino. Quindi c’è una grande questione antropologica di concezione dell’umano che paradossalmente il grande tema sociale, il baratro demografico, urge una risposta di verità per ciascuno di noi a come si interessa a tutti. E allora giustamente ci viene detto dagli scienziati, dai nostri amici che studiano queste cose, anche le riforme non basta che abbiano dei soldi, in qualche modo nella coda dell’occhio devono tenere presente una realtà più grande. Uno dei temi su cui spesso ci aiutiamo su tante questioni cosiddette etiche che noi preferiamo chiamare antropologiche, anche quando si fa una riforma dobbiamo tenere presente che la legge, ci dice Tommaso D’Aquino, indica un bene. Allora, qual è il bene che indichiamo con una riforma sul tema della nascita? È appena una spesa o è quella concezione dell’umano come relazione, come dato da, come voluto da e non come misura di se stesso. Allora, se è questa giustamente veniva indicata già la strada dal professor Rizzoli, dal professor Bolzan, in qualche modo dobbiamo anche le riforme aprire un cantiere sociale, prepolitico e culturale per chiedere che anche le riforme che non sono la soluzione del problema, ma contribuiscono alla soluzione del problema, abbiano questa via di fuga, un umano concepito come voluto da qualcun altro, come dato, donato e non come frutto di se stesso. Allora, da qui nascono anche alcune proposte e poi mi taccio che le butto lì solo per dire che il nostro cantiere, il nostro network elabora delle proposte di decisori e c’è un bellissimo lavoro anche su questo e anche con qualche risultato. Bene, quando facciamo una riforma partiamo da questa idea antropologica e l’uomo come dato da, donato da e relazione con qualcuno. E la prima premessa è che il nascituro deve essere considerato una persona. Ogni qualvolta parliamo di welfare, parliamo di fisco, parliamo di previdenza, parliamo di aiuti. Il nascituro va considerato una persona senza fare nessuna battaglia ideologica, ma lo è. Lo dice persino la legge 40, lo dicono le sentenze della Corte Costituzionale. Si deve avere un po’ il coraggio di partire da questo dato. Alcuni esempi. Gli esempi che vi proponiamo, che abbiamo proposto in questi anni, sono più che soldi, anche per carità, relazioni. Le relazioni, lui dice fa la famiglia più che il figlio. Noi diciamo le relazioni anche per la famiglia perché comunque l’essere voluti da è un ritmo della vita che riguarda tutti e quindi ad esempio tutta una serie di aiuti alla relazionalità sia sotto profilo, ad esempio, della libertà educativa, sia dell’aiuto dell’intergenerazionalità, il tema delle relazioni con i nonni e le reti familiari si possono aiutare anche con tutta una serie di norme di welfare e fiscali. Ad esempio il tema del lavoro. Sul tema del lavoro che è la prima comunità cui impattiamo tutti i giorni, l’essere genitori deve essere rimesso al centro. Il lavoratore che ha dei figli, bene, anche la sua comunità del lavoro deve saperlo e deve aiutarlo. In questo senso la recente legge sulla partecipazione alle aziende contiene una norma che chiede alle aziende di considerare la genitorialità. Il tema fiscale nel nostro ordinamento non esiste, esiste solo un soggetto fiscale, il singolo, la persona che scommette con altri da sé la propria esistenza per educare altri non esiste. Quindi la proposta sia nell’Isee che nel fisco di introdurre una tax unit familiare, cioè un soggetto nuovo, un soggetto relazionato perché ci sia questo sguardo di incoraggiamento a giocare la vita in una condivisione. Un altro esempio che stiamo per proporre, voi sapete che l’edilizia e l’urbanistica in Italia si legano al suolo, in un certo suolo sviluppa una certa cubatura, ma perché non legarla ai figli e alla famiglia? Ogni figlio genera una certa necessità di volume, di cubatura, che lo può usare la famiglia direttamente, oppure scriverlo in un registro di crediti edilizia e così indirizzare il mercato anche immobiliare a dare dei soldi, a comprare i crediti alle famiglie, le quali sarebbero obbligate a spenderli per l’educazione dei figli, generando così una dote senza spesa con la forza della sussidiarietà, considerando la famiglia al centro del sistema. Ultima cosa. Voi sapete che grazie alla stabilità che l’Italia ha trovato, ci sono delle stime per cui lo spread scendendo sta generando dei risparmi molto importanti sul tema degli interessi pubblici, del debito da pagare. Si stima fino a 10 miliardi di euro. Ne ha parlato anche Alfredo Mantovano al nostro recente festival. Bene, perché allora questo sforzo che in qualche modo l’Italia sta compiendo e torna con un minor aggravio sulle finanze pubbliche, non si stabilisce che una quota va per aiutare le famiglie, le relazioni delle famiglie e dei figli. Insomma, anche dalla politica, come è stato ben detto, non aspettiamoci la salvezza. La salvezza, fra virgolette, è in una scelta ciascuno su se stesso di lasciarsi sfidare da queste grandi questioni per ricapire quale concezione dell’umano è più adeguata e più corrispondente alla realtà. La nascita, la natalità pongono a tutti questo grande problema. Anche le riforme, come giustamente è stato sottolineato, devono avere nella coda dell’occhio questa idea di un umano che ha bisogno della relazione e del riconoscersi dato da per ritornare a avere quella meraviglia per la vita di cui parla benissimo Alessandro D’Avenia, l’unica che accende anche la voglia da figli di diventare padri e madri. Grazie.

ANGELO PICARIELLO

Ed eccoci a Marina Casini, l’ho evocata prima, in una concezione come quella della Costituzione italiana, non dirigistica, ma sussidiaria, il ruolo dell’associazionismo, il ruolo delle buone pratiche dovrebbe essere il punto di partenza. Non c’è una bacchetta magica, uno stato dirigistico che risolve un problema, ma ci sono dei segmenti, dei tentativi, delle esperienze che vanno nella giusta direzione che andrebbero aiutati, agevolati, messi sotto i riflettori in maniera positiva. Qui siamo al paradosso, mi rivolgo a Marina Casini, ma probabilmente anche a Menorello che si occupa di queste cose, che le buone pratiche, tipo le famiglie numerose, tipo il Movimento per la Vita e le associazioni per la vita, più in generale, invece di essere aiutate, vengono spesso marginalizzate, giudicate e se non addirittura criminalizzate da alcuni settori. È motivo, credo per voi, di profondo dolore perché quello che voi fate è per amore alla vita e per amore, credo, anche alle donne. Giusto. Come vivete questa situazione? Che cosa si può fare anche a questo livello per tentare di invertire la rotta? So che è una domanda difficile, ma non ci si deve mai rassegnare, quindi un tentativo di andare avanti ce lo dobbiamo dare

MARINA CASINI BANDINI

Buongiorno a tutti. Certo che non ci dobbiamo rassegnare. Noi siamo qua proprio perché rispondiamo a un’esigenza di non rassegnazione e di non assuefazione alla mentalità dominante, almeno apparentemente dominante, perché c’è una realtà meravigliosa che forse si conosce meno, ma è presente, operante in Italia e non solo, per cui assolutamente bando alla rassegnazione. La virtù della speranza è la virtù, e uso virtù proprio per indicare una parola che non è banale, non è un atteggiamento formale, ma è un qualcosa di profondo che regge e governa, tra virgolette, tutto il Movimento per la Vita. Per esempio, una delle nostre colonne come pensiero è proprio questa frase: “Per ritrovare speranza bisogna avere il coraggio di dire la verità. La vita di ogni uomo è sacra.” Quindi, non ci scoraggiamo di fronte a nulla, anche perché sappiamo che queste battaglie, chiamiamole così, sono battaglie di lungo, lunghissimo periodo. Non riguardano un momento storico e basta, ma riguardano dei lunghi periodi. Io dico sempre, anche recentemente, lo ricordavo, è crollato il muro di Berlino, prima o poi crollerà anche in qualche modo a pezzi la cultura dello scarto e quindi anche tutte le leggi ingiuste che in qualche modo la rendono trionfante nella società. Quindi la realtà che noi portiamo avanti come Movimento per la Vita e mi permetto, scusate perché qui ci sono tanti volontari del Movimento per la Vita che conosco e che vedo, facciamo un applauso a loro, perché veramente è un volontariato che da 50 anni opera in maniera non appariscente ma appassionata, non giudicante ma accogliente. E come è stato ricordato, grazie a questo volontariato, sono venuti alla luce oltre 280.000 bambini e altrettante donne sono state accompagnate, sono nate storie di amicizia bellissime. Io qui un altro applauso lo chiederei. È un dato di speranza questo. Sì, è un dato di grande speranza. Tra l’altro io mi ero preparato una traccia che, come vedete, non sto seguendo perché la domanda di Angelo Picariello mi ha portato su un’altra pista, quindi vado un po’ così con quello che ho sinceramente nel cuore e proprio per ricordare questa esigenza di speranza, io mi sono andata a rileggere un testo bellissimo che è stato detto qua addirittura nel 1981. Non so se a qualcuno di voi questa data ricorda qualche vicenda. Era l’agosto, il 23 agosto dell’81. Oggi è il 23 agosto di tanti anni dopo ed era stato da poco fatto il referendum sull’aborto. C’era una platea enorme di giovani. Io all’epoca c’ero, avevo 15 anni, quindi pensate quanto tempo fa. E c’era un entusiasmo che si tagliava a fette, si tagliava proprio, si toccava con la mano. Eppure era stata da poco, era arrivata da poco una sconfitta. Ma tutti erano convinti che quella sconfitta sarebbe stata solo una sconfitta numerica momentanea, non una sconfitta, sull’orizzonte ultimo della storia. E non per niente Giovanni Paolo II nell’enciclica Evangelium Vitae, che abbiamo ricordato ieri e poi quando venne a Firenze per visitare il primo CAV, il primo centro della vita appunto di Firenze nato nel ’75, ha indicato i centri di aiuto alla vita come i segni premonitori della vittoria finale della vita sulla morte, del bene sul male, della grazia sul peccato. Pensate un po’, pensate un po’. Quindi la speranza, la speranza non si può perdere e nell’enciclica Evangelium Vitae Giovanni Paolo II riprende questo filone. Quindi bando a tutto ciò che ci allontana dalla gioia, dalla speranza, dalla franchezza e dall’amore con cui siamo chiamati ad annunciare il Vangelo della vita e da tutto ciò che ci tiene lontano anche da una tenacia operosa. Certamente è importante valorizzare questo volontariato. È importantissimo anche perché, guardate, l’esperienza è fortissima. 50 anni dicono una miriade di cose e i centri di aiuto alla vita oggi sono supplenti, suppliscono a quello che lo Stato non fa e dovrebbe fare, anche questo, diciamolo. Quindi sono autorevolissimi interlocutori delle strutture pubbliche delle istituzioni, delle amministrazioni, questo dovrebbe essere. Regalano libertà, parlano di storie di nascita di bambini, ma di rinascita di tante donne, di tante mamme. Vi posso leggere una testimonianza che mi sono, una tra le migliaia di questi anni? Ne ho presa proprio da una miniera, ne ho presa una così tra le molte ed è quella di Mariella, per esempio. Perché bisogna dare anche un po’ atto concretamente della vita vissuta. Dice Mariella: “L’unica cosa che posso dirvi è che da ogni difficoltà può nascere qualcosa di bello e grande. A me il Centro di Aiuto alla Vita mi ha aiutato davvero tanto. Ho conosciuto persone sempre pronte ad ascoltarmi, sempre lì per te. Persone con un cuore enorme che amano la vita e danno la forza e il coraggio quando questi magari vengono a mancare. In loro ho visto e vedo un punto di riferimento. Insomma, ho la certezza di non essere sola. In queste circostanze ci si sente davvero soli davanti a un mondo che invita a eliminare le difficoltà e insieme alle difficoltà la vita. Un mondo che ti insegna solo i valori dell’apparenza e della bellezza esteriore. E io per tutto questo sarò sempre riconoscente. È dura trovare persone speciali che investono, spronano e ti ricordano quanto, nonostante tutto, sia meraviglioso vivere. Credo che non servano tante parole. A me basta guardare gli occhi di mio figlio.” Questo era un bambino che non doveva nascere e secondo le pressioni, le indicazioni e quello che veniva suggerito molto fortemente a questa ragazza. “Oggi, come oggi, posso dire di essere assolutamente felice. Qui trovo la gioia e la forza di andare avanti e sono felice di una felicità che non riesco a descrivervi, profonda e smisuratamente infinita. Io ho detto sì alla vita perché ci credo e perché ognuno deve avere il diritto di viverla e io non sono nessuno per decidere su quella degli altri e ne ho la prova più concreta ogni giorno guardando la vita di mio figlio che ne ha donata, questo è bellissimo, che ne ha donata una nuova e pura anche a me. Il figlio nascendo è bello questo, il figlio nascendo ha donato una nuova e migliore vita anche alla madre.” Ecco, a tutte le ragazze o donne che sono nel filo del rasoio che stanno decidendo se accogliere o meno il bimbo che vive dentro di loro, posso solo dire che ce la si fa sempre. Basta non aver paura di chiedere aiuto alle persone giuste, basta mettere da parte vergogna e timori. E mi fermo qui, non vado avanti. Una cosa che aggiungo è che questa cultura della vita che poi si incarna nella testimonianza di un popolo, perché il popolo della vita c’è, esiste ed è vero, lo incontriamo ed è qui presente, è un qualcosa davvero di grande. Perché? Perché parlare di vita nascente, di vita che inizia significa parlare di tutto l’uomo. Non si può vedere tutto l’uomo se non si vede solo l’uomo. Se noi vogliamo capire che significa dignità umana, che valore ha la dignità umana, dobbiamo guardare chi ha solo quello. Dobbiamo guardare a chi è il più povero, a chi è il più inerme, a chi è il più indifeso, a chi è il più fragile. Se noi lì vediamo accesa la luce della dignità umana, noi abbiamo vinto su tutti i fronti. Perché abbiamo capito veramente qual è il valore della vita di tutti. Ecco perché la vita nascente è la prima pietra di un nuovo umanesimo. Ecco perché è la bussola che poi ci chiarisce e ci aiuta ad interpretare tutte le problematiche che riguardano l’uomo, tutte le problematiche di tutti i tipi e a tutti i livelli della società. Concludo. Madre Teresa di Calcutta, grande donna, grande santa, che è stata anche qui al Meeting tutte le volte che parlava al Movimento per la Vita, ma anche in generale nei vari comizi, nei vari incontri che ha fatto, ripeteva: “Promettiamoci che in questa città o in questo paese nessuna donna possa dire di essere stata costretta ad abortire.” Ecco, rinnoviamo oggi qui al Meeting 23 agosto 2025 questa promessa che sia veramente un impegno per tutti noi perché io sono convinta, arciconvinta che ciascuno di noi può ed è chiamato ad essere un Movimento per la Vita. Grazie.

ANGELO PICARIELLO

Ringrazio naturalmente Marina Casini per questa bella testimonianza e chiedo ad Agostino Carloni il ruolo dell’industria farmaceutica sia nei confronti della collettività, ma anche guardando al suo interno, perché a sua volta dà lavoro a tante persone e ci sono, spero, anche buone pratiche al vostro interno da raccontare. Che cosa si può dire sempre nel segno della speranza?

AGOSTINO CARLONI

Sì, tante grazie. Intanto devo dire che il tema è estremamente serio, anche molto interessante, come dimostra qui il mio primo ringraziamento ai presenti, che i presenti siano qui in orario di pranzo e quindi me ne sono particolarmente grato come ultimo. Cercherò assolutamente di stare nei tempi. Un ringraziamento il Meeting che Farmindustria segue da moltissimi anni. Un ringraziamento a “Ditelo sui tetti” e al Movimento per la Vita che hanno organizzato questo convegno. Un convegno che tocca un tema particolarmente caro alla Farmindustria. Farmindustria, ricordo che è l’Associazione Nazionale delle imprese Farmaceutiche in Italia che aderisce a Confindustria, ha 71.000 dipendenti. Il 47% di questo, di 43% è costituito da donne, il 47% di queste del 100% dei dipendenti donna che occupa posizioni apicali, o come dirigente o come quadro, il 53% lavora nella ricerca, quindi la presenza femminile è estremamente elevata e questo ha un senso anche per la nostra attenzione alla natalità. L’industria farmaceutica produce, come sappiamo tutti, un bene che ha fortissimi collegamenti con l’etica. Direi che è un prodotto etico, tanto è vero che si parla di prescrizione di farmaci etici perché sono i farmaci soggetti a prescrizione. Questo ci spinge, spinge le imprese farmaceutiche e Farmindustria a occuparsi già da molti anni del tema della natalità, del declino demografico e dell’invecchiamento della popolazione. Da 8 anni a questa parte, per portare la testimonianza di quello che si fa nel farmaceutico, direi che distinguerò l’impegno di Farmindustria che rappresenta le imprese farmaceutiche che operano e investono in Italia da quello delle imprese farmaceutiche. Naturalmente il collegamento tra l’una e le altre è evidentemente quotidiano. 8 anni fa il nostro direttore generale Enrica Giorgetti, quindi una donna con notevole visione, comprese che era importante iniziare a parlare del ruolo della donna come lavoratrice, come madre, come caregiver. E da allora abbiamo parlato appunto del in occasione dell’8 marzo facciamo un evento a cui partecipano le istituzioni, in particolare sono sostenute dalla ministra della famiglia Eugenia Roccella. Il patto, quello che noi riteniamo fondamentale come imprese farmaceutiche è il patto sociale. Qui veniva richiamato in qualche maniera dall’intervento anche di Domenico Menorello. Non possiamo anche come industria delegare o come singoli delegare sempre e comunque le istituzioni, non sono sempre le istituzioni che devono risolvere problemi di carattere sociale, possono dare un contributo fondamentale, trovare delle soluzioni, fare delle leggi che possono incentivare, ma certamente non possono da sole risolvere. Qui in questa logica di patto sociale noi abbiamo proprio intanto voluto riconoscere il ruolo della donna, come dicevo, noi l’abbiamo riconosciuto nella donna come paziente. Le imprese farmaceutiche fanno ricerca e producono medicina di genere per le donne, non solo per le patologie femminili ovviamente che sono specifiche delle donne, ma anche per le patologie non specifiche, che colpiscono sia gli uomini che le donne con terapie che vanno adeguate proprio perché uomini e donne hanno risposte, come sappiamo, diverse allo stesso farmaco. La donna è anche caregiver, colei che prende cura, si prende cura della famiglia, si prende cura di tanti soggetti che sono il prossimo, il cosiddetto prossimo e quindi soggetti familiari e non a partire dai genitori, dai figli, dal marito. Il marito che spesso se si cura è solo grazie alle insistenze della moglie. La moglie a dire il vero, su questo non insiste molto, però fa eccezione e addirittura si prende cura spesso anche della suocera. Questo dimostrazione del fatto che prendersi cura è una vocazione spessissimo femminile e quindi da ultimo del welfare aziendale. Su questo punto credo che sia importante specificare che la riflessione che è partita anche nelle industrie farmaceutiche è che le donne che fanno parte, ripeto, quasi il 50% dei dipendenti, dei collaboratori delle imprese farmaceutiche hanno bisogno di continuare il proprio percorso di carriera. È difficilissimo che un percorso di carriera che in qualche maniera sia stato definito nelle imprese non prosegua a prescindere dalla nascita di uno o più figli. Da questo punto di vista c’è un’attenzione estremamente importante, anche perché la formazione delle imprese farmaceutiche è molto importante e di conseguenza perdere una collaboratrice solo perché ha avuto un figlio evidentemente non solo non è una cosa bella dal punto di vista etico, ma è anche delle conseguenze importanti nell’organizzazione del tutto. Siamo a 3 minuti dalla fine. Io vi leggo semplicemente quello che fanno le nostre imprese proprio concretamente, la concretezza del fare che deve accompagnare in un patto sociale con le istituzioni, la concretezza del fare delle istituzioni e quella dei movimenti ovviamente che si muovono per tutela della donna e della vita. Il 100% delle imprese farmaceutiche prevede forme di flessibilità oraria come smart working, part-time, agevolazione oraria in ingresso uscita, permessi retribuiti per visite mediche aggiuntivi al contratto collettivo nazionale, di più. Il 100% degli addetti a previdenza, assistenza sanitaria integrativa. Non è così per tutti i settori. L’81% delle imprese offre programmi di medicina preventiva per i lavoratori. Il 72% delle imprese prevede programmi di medicina preventiva dedicata a maternità o a patologie femminile. Il 52% delle imprese farmaceutiche offre congedi aspettative di maternità paternità più lunghi rispetto alla legge e al contratto collettivo nazionale. Il 50% delle imprese offre infine asili nido, rimborsi spese per istruzione e assistenza domestica. Ho altri cinque esempi non li faccio, tanto penso che sia chiaro l’impegno delle imprese farmaceutiche. Questo dato credo sia importante. Quello che viene fuori è questo che il dato, come ricordavano i due esperti della materia in Italia il tasso di fecondità è dell’1,18 per donna. Nel settore farmaceutico, proprio grazie al welfare, il tasso di fecondità registrato, secondo la nostra indagine fatta presso tutte le aziende è pari all’1,8 che è molto vicino al tasso di sostituzione. Quindi credo che sarebbe bello se queste pratiche e questi esempi fossero fatti propri anche da altri. Grazie a tutti.

ANGELO PICARIELLO

Ecco, siamo stati grosso modo nei tempi. C’è modo, c’è tempo soltanto per un pensiero flash finale che io indirizzerei in una direzione molto chiara e nello stesso tempo molto complicata. Che cosa si può fare di più e meglio per sbloccare la situazione? Sappiamo che il clima che ci circonda non è dei migliori e pur tuttavia sappiamo che puntare il dito sugli altri non è mai la cosa che ci fa crescere. Che cosa si può fare di più e meglio? E partirei proprio da Carloni, l’ultimo che ha parlato e lo ritiro subito in gioco. Un minuto, forse anche meno per ciascuno.

AGOSTINO CARLONI

Grazie. Per quanto riguarda le imprese farmaceutiche, posso garantire, non perché sia il presidente di Farmindustria, né tantomeno amministratore delegato di un’azienda, per il trend che abbiamo sono convinto che quel 50-52% di alcune forme di welfare, dato che già è particolarmente elevato, arriverà al 100% nei prossimi 5-10 anni. Grazie.

ANGELO PICARIELLO

Ecco, professor Bolzan, che cosa possiamo fare? Possiamo mettere i numeri nei pannelli in mezzo alla strada per capire che stiamo andando verso un precipizio. Che cosa si può fare di più?

MARIO BOLZAN

Sì, due cose. Uno, il problema della natalità non è paragonabile al tema del problema del clima. Uno è fast movie, un altro è slow movie, gli interventi nella natalità hanno gli effetti molto avanti nel tempo, ancora molto tempo per recuperare, a differenza del tema del clima. Ci sono alcune esperienze che meriterebbero di essere approfondite anche sulla base di alcuni miei recenti studi. Io non credo molto alle previsioni o alle proiezioni, credo di più ai futuri possibili e ci sono due futuri sui quali noi dobbiamo lavorare: quello che vorremmo e quello che vorremmo che non si realizzi. E su questo mi sia permesso una nota che può sembrare un po’ aggressiva. Lo dico come uomo, come padre e come nonno. La natalità non è un problema solo delle donne. Nella Patris Corde Papa Francesco dice: “Come fai a vedere tu se sei padre se vedi che tuo figlio è un dono? Non è un servizio?” O noi capovolgiamo questa idea per cui mettiamo al centro la relazione di coppia che è immagine della creazione vitale, altrimenti corriamo il rischio di ripetere cliché che non portano da nessuna parte se non quello di appesantire il ruolo della donna, facendogli credere che ci preoccupiamo della sua salute riproduttiva, mentre ci stiamo occupando di altro. Su questo io spero che ci siano idee chiare. Non bastano i numeri, altrimenti qual è la soluzione? Per dirla con Madeleine Delbrel, correremo il rischio di usare parole morte per parlare di vita. Grazie della pazienza.

ANGELO PICARIELLO

Grazie professor Rizzoli.

MATTEO RIZZOLI

Condivido moltissimo questa cosa che la questione della natalità non è delle donne e anche in maniera pratica tra di noi smettiamo di parlare di tasso di fertilità come numero di figli per donna. Cominciamo a dire numero di figli per coppia che sarebbe già una piccola innovazione anche per noi e parliamo di famiglia. Ecco, secondo me dobbiamo il nostro mondo deve tornare ad avere il coraggio di parlare apertamente di famiglia, anche se è un tema divisivo, perché tanto dobbiamo passare di là per risolvere o per risollevare la questione della natalità. Parliamone sul piano fiscale. Parliamone sul piano del diritto civile, tutte le riforme che sono state fatte demolendo l’istituto matrimoniale. Parliamone sui diritti di voto. Era il tema che volevo lanciare. Però le famiglie sono politicamente sottorappresentate finché i minori non votano politicamente non vale la pena investire troppo in politiche che favoriscono le famiglie. C’è poco da fare. La questione è lì, ci sono delle soluzioni a cui possiamo pensare. Dobbiamo avere il coraggio di farlo.

ANGELO PICARIELLO

Marina.

MARINA CASINI BANDINI

Io condivido tutto quello che è stato detto finora, aggiungo, ma non so neanche se non è aggiunta, che cosa potremmo migliorare. Forse dovremmo avere tutti un po’ più di coraggio perché io vi dico la verità, ho l’impressione, se mi sbaglio mi correggerete, come disse qualcuno, che ci sia un po’ di timidezza a parlare di queste cose, a cominciare proprio dal nostro mondo e c’è una forma di prudenza un po’ che sconfina con la diffidenza. Si ha un po’ paura, come se non fosse un tema veramente importante, come se non fosse centrale e lo mettiamo sempre un po’ troppo in periferia. Io penso che forse le cose cominceranno, speriamo, a fare un salto di qualità quando avremo tutti un po’ più di coraggio nel parlare di queste cose senza pudore, vorrei dire, senza timidezza, senza complessi di inferiorità, perché non ne abbiamo proprio motivo. Non ne abbiamo proprio motivo. Anzi, anzi io sono convinta che la parte vincente, per usare un linguaggio un po’ brutale, la parte vincente è proprio la nostra perché abbiamo veramente delle argomentazioni forti, importanti, che riguardano tutti, riguardano veramente tutti quanti. Qui ne va di mezzo la civiltà, la civiltà umana, l’umanizzazione, il volto umano della nostra società. Quindi più coraggio e meno complessi.

ANGELO PICARIELLO

L’impegno ad avere più coraggio da parte di Marina Casini è veramente emblematico. Figuriamoci quanto più coraggio dobbiamo avere noi se anche lei si ripropone di averne di più. E la conclusione, o meglio l’ultimo intervento a Menorello, non a caso, che è un po’ il promotore dell’incontro. Come siamo andati secondo te?

DOMENICO MENORELLO

Non lo so. Questo lo diranno i nostri amici che ci hanno avuto la bontà di ascoltarci. A me è venuto in mente un passaggio. Ho sempre questo libretto dietro, questo bellissimo libro, L’incontro che accende la speranza di Giussani. A me pare che dica anche un po’ l’aiuto che ci siamo dati oggi. Quando lui, Giussani cita, Carrel, grande premio Nobel della biologia convertitosi al cattolicesimo, quando dice due punti virgolette: “Ogni problema che riguarda uno degli aspetti dell’uomo riguarda anche tutto l’uomo. Non si può risolvere un aspetto dell’uomo senza risolvere l’uomo intero.” E credo che oggi, insomma, ci siamo aiutati a non parlare di natalità solo così come un problema economico sociale o che altrimenti crolliamo, ma siamo andati più a fondo e ha consentito, raccolgo l’auspicio che Marina ha appena svolto. È proprio vero quello che dice. Comunque quando ci si aiuta a stare assieme su un giudizio sull’uomo e ci si ristupisce della meraviglia di cui parlava D’Avenia della anche dell’incontro fatto che è per tutti, che si può dire a tutti. E la nostra piccola storia, ma che io vorrei che tutti potessero parteciparvi, ci dice, se leggerete in questo flyer, che in questi 3 anni stando assieme sull’uomo tutto intero, facendo anche delle proposte, sono oltre 40 le norme per più vita e per un’umanità più integrale che il Parlamento e il governo ha approvato. Quindi non è vero che i cattolici non possono incidere, è che sbagliamo a incidere, pensiamo sempre a delle alchimie strane. Stiamo, voglio dire, sulla grande questione di chi è l’uomo oggi, come ci ha invitato Ratzinger qualche anno fa. E a questo proposito dopo chiuderai tu se vuoi, ma a me pare bello chiudere con una delle poesie che Davide Rondoni ha pubblicato ieri proprio sul tema dei bambini e dei figli e della nascita, anche per come l’abbiamo descritta oggi e il nostro amico poeta dice, ed è un augurio con cui mi permetto di fare a me stesso e a tutti gli amici presenti, “Non si tratta di tornare a un’immaginaria purezza, ma allo stupore attonito di esistere a quella pena generata ebbrezza”. E credo sia un bell’augurio e peraltro se passerete al nostro stand a proposito di ebbrezza, saremo contenti anche di offrirvi del buon aperitivo, così vedrete la mostra dei 50 anni del Movimento per la vita e possiamo continuare in amicizia a lavorare assieme.

ANGELO PICARIELLO

Vi ringrazio anche per la collaborazione da moderatore. Vedo che spesso gli incontri si prova a dare un filo logico, ma ognuno va per la sua strada, invece avete collaborato perfettamente e veramente vi ringrazio e credo che l’incontro sia stato utile. In conclusione, come sempre ricordo che ognuno di noi può dare un contributo decisivo al Meeting. Ogni dono è un mattone nuovo per continuare a costruire insieme luoghi di incontro, bellezza e speranza, come spero sia stato quello di oggi. Grazie.

Data

23 Agosto 2025

Ora

13:00

Edizione

2025

Luogo

Sala Conai A4
Categoria
Incontri