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SALUTE PUBBLICA, STILI DI VITA E SOSTENIBILITÀ ECONOMICA DEI SISTEMI SANITARI
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Mattia Altini, direttore generale azienda USL di Modena; Manuela Borella, vicepresidente Nutrizione Specializzata Danone Italia e Grecia; Maurizio Lupi, presidente gruppo Noi Moderati; Francesco Moscone, professore di Scienza delle Finanze, Università di Venezia; Andrea Giuseppe Tiberti, presidente nazionale Società nazionale di mutuo soccorso Cesare Pozzo – ETS. Modera Giorgio Vittadini, presidente Fondazione per la Sussidiarietà
Il panel affronta il legame sempre più stretto tra stili di vita individuali, salute pubblica e sostenibilità del Sistema Sanitario Nazionale e Regionale. Dieta squilibrata, sedentarietà, consumo eccessivo di alcol e fumo non solo compromettono il benessere delle persone, ma generano un impatto negativo economico crescente per lo Stato. Le stime indicano che una riduzione anche minima dei comportamenti nocivi potrebbe generare risparmi superiori a un miliardo di euro l’anno solo in costi sanitari diretti. Qualora si considerassero anche i costi indiretti, i risparmi complessivi potrebbero raggiungere diverse decine di miliardi, comparabili all’entità di una legge di bilancio. Il dibattito esplorerà grazie ad esperti strategie efficaci di prevenzione e promozione della salute, alla luce dei dati disponibili. L’obiettivo è promuovere una nuova cultura della responsabilità collettiva, fondata su evidenze scientifiche e su un approccio pragmatico alle politiche sanitarie, capace di restituire centralità alla prevenzione in un’ottica di lungo periodo.
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GIORGIO VITTADINI
[…] e la possibilità di non perdere un sistema europeo e italiano basato su welfare, sanità e istruzione per tutti – lo ha ripetuto anche il presidente Draghi – che è unico nel mondo.Infatti noi in Italia abbiamo un sistema sanitario nazionale che è uno dei cardini fondamentali dello stato sociale, costituito nel secondo dopoguerra e che prende un principio costituzionale perché l’articolo 32 della Costituzione riconosce come fondamentale, unico diritto la salute, diritto dell’individuo e interesse della collettività tutelato dalla Repubblica, che garantisce cure gratuite agli indigenti. Ma non si esaurisce nel trattamento sanitario.
Fanno parte di questo servizio la prevenzione, la riabilitazione e la promozione della salute.
Purtroppo in questo sistema, nato nel 1978, vediamo una crisi perché, pensate, negli ospedali italiani mancano 100.000 posti letto per degenza ordinaria e 12.000 di terapia intensiva.
Numeri che si aggravano in una situazione di carenza di 70.000 infermieri.
Come segnalato dal Forum delle Società Scientifiche dei Clinici Ospedalieri Universitari Italiani, in 12 regioni su 21 non vengono garantiti i livelli essenziali di assistenza e i tempi di attesa raggiungono dimensioni esorbitanti, restringendo in modo preoccupante la possibilità di accesso alle cure per coloro che non possono ricorrere alla sanità privata.
Penso che questo non sia un dato, ma qualcosa che molti di noi hanno provato sulla propria pelle per sé o i propri familiari.
La natura della crisi attuale rende urgente non solo nuove risorse, ma nuovi assetti organizzativi, soprattutto su una visione del sistema intero e sui fattori della crisi. Sulla linea di riforma che possono salvaguardare questi principi che hanno ispirato il Servizio Sanitario Nazionale: universalismo, uguaglianza, equità ci sarà un dibattito alle 17 dal titolo “La salute, un bene pubblico per tutti”, in cui interverrà Luca Antonini, vicepresidente della Corte Costituzionale, che insieme a Stefano Zamagni ha scritto un libro su questo.
Qui vogliamo affrontare un secondo tema cruciale, e proprio perché in crisi l’assistenza, la responsabilità personale e gli stili di vita e l’aiuto a questo diventano fondamentali.
Fattori come dieta scorretta, sedentarietà, fumo e consumo eccessivo di alcol sono alla base di gran parte delle patologie croniche che stanno aumentando rispetto a quelle acute.
Intervenire su questi aspetti non significa solo migliorare la salute pubblica, ma anche rafforzare la resilienza di tutto il sistema, ricordando che cancro, patologie cardiovascolari, malattie respiratorie croniche rappresentano oggi l’80% del carico della malattia nell’Unione Europea.
Siccome di mestiere faccio lo statistico e mi occupo di economia sanitaria, come il mio amico e collega Francesco Moscone, mi permetto di farvi quattro brevi slide che illustrano la questione.
Ecco, innanzitutto, vedete, la speranza di vita alla nascita per genere ci dice una cosa interessante: noi siamo tra i paesi più longevi.
Perché, e questo è il dato che voglio mettere in chiaro all’inizio, sanità non vuol dire salute.
La salute non dipende, come dicevo prima, solo da come abbiamo gli ospedali, ma dal livello di vita.
Il livello di vita italiano e mediterraneo, con buona pace di tutti, è buono, si vive bene e quindi questo porta questo risultato.
Anche l’attesa di vita in buona salute è la più alta, perché capite che se io vivo molto, ma a un certo punto della vita sono ridotto male, questo non va bene.
Quindi siamo in una buona posizione perché – e questa non è un nostro merito, è il frutto della tradizione – una vita in cui c’è una socialità, c’è una famiglia, c’è un clima di rapporti, non si è isolati è un punto che permette di vivere meglio.
Il nesso tra queste condizioni generali è interessante, però è ancora più interessante, la questione della correlazione tra la vita attesa e la vita buona rispetto al non bere, al non fumare, al mangiare frutta, al mangiare bene, all’essere normopeso.
Abbiamo che la vita attesa dipende al 70% dalla prevenzione, il 70% non dipende dagli ospedali.
Dipende prima, e vivere bene dipende ancora per il 36% da questo.
Capite come parlare di questo argomento oggi è parlare di una questione interessante che non è comune, perché di solito anche i giornali, anche il dibattito confondono la sanità e la salute, mentre oggi noi vogliamo parlare di quel pezzo di cui non si parla e che non ha solo a che fare coi soldi.
L’ultima slide vi fa vedere qual è il nesso tra la prevenzione in generale e l’attesa di vita alla nascita.
Un quadro molto alto, 0,5, dove la Spagna e l’Italia, i paesi mediterranei, sono in alto.
Capite che stiamo parlando di qualcosa di interessante anche se non comune, perché le cose che vi ho detto non sono le cose che si sentono.
Si discute sempre di sanità, non abbiamo i soldi, ma di questi aspetti non si parla e oggi vorremmo parlare di questi aspetti.
Per questo abbiamo un panel interessante, perché è un panel vario.
Innanzitutto, il mio amico e collega e coautore, Francesco Moscone, che è professore di Scienza delle Finanze a Ca’ Foscari di Venezia e all’Università Brunel di Londra.
Lo ringraziamo. Un grande esperto di questi argomenti.
Poi abbiamo Mattia Altini, che è direttore generale dell’azienda USL di Modena, che ci parla dal punto di vista di un alto dirigente della sanità, o meglio della salute, per quello che ho detto prima, e ci mostra l’aspetto operativo.
Non è solamente lo studioso o l’alto dirigente che fa la salute, la fanno le imprese.
Qui abbiamo Manuela Borella, vicepresidente Nutrizione Specializzata Danone Italia e Grecia, quindi una grande impresa del food.
Siccome noi continuiamo a ripetere all’infinito, chissà che qualcuno magari ci ascolti, che il terzo settore, la cooperazione, il non profit, va insieme all’impresa, perché noi non siamo manichei, abbiamo Andrea Giuseppe Tiberti, che è presidente nazionale della Società Nazionale di Mutuo Soccorso Cesare Pozzo ETS.
Mutuo Soccorso ci ricorda l’inizio dell’Unità d’Italia, quello di cui abbiamo parlato in 150 anni di sussidiarietà.
È interessante vedere le due cose insieme.
Alla fine abbiamo un politico come Maurizio Lupi, che è un politico di lunghissimo retaggio, gli anni di Parlamento sono ormai tre…
È il presidente di Noi Moderati e presidente di intergruppo per la sussidiarietà, già ministro, quindi una persona di alto livello istituzionale a cui affluiranno tutte le domande che questo panel porterà, quindi non vorrei essere nei suoi panni oggi.
Cominciamo da Francesco Moscone e volevo fare una provocazione.
Tu che studi da anni la sostenibilità dei sistemi sanitari in Italia e in Europa, ce ne puoi parlare? A fronte di risorse sempre più scarse quali sono le soluzioni possibili?
In particolare è il tema dei comportamenti dei consumatori, per esempio fumo, alcol, alimentazione.
Perché tante volte su questi dati, lasciatemici sfogare un po’, non si capisce niente, si presenta in modo un po’ da ignoranti.
Io non sono un fanatico della mia materia come Francesco Moscone, per cui valgono solo i dati, però i dati qualcosa servono, bisognerebbe saperli usare.
Cosa ci dicono i dati su questo tema?
Anche perché so che stai facendo delle ricerche d’avanguardia, stai promuovendo con molti altri studiosi un manifesto, quindi a te la parola.
FRANCESCO MOSCONE
Grazie al professor Vittadini per questa introduzione.
È un carissimo amico, ma soprattutto un grande coautore con cui sto scrivendo tanti articoli insieme al suo team che hanno a che fare con l’economia della prevenzione.
Sono contento di essere stato invitato in questo panel a discutere, come economista, voglio sottolinearlo, non come clinico, la questione economica della salute in generale.
La salute, da un punto di vista economico, è importante perché più salute vuol dire tante cose, come più produttività nel mercato del lavoro.
Una società che diventa sempre più anziana, una società che ha tante patologie croniche di cui parlava il professor Vittadini, è una società che deve stare attenta alla qualità della vita, quindi tanta prevenzione in tante forme.
Cosa vuol dire? Fare prevenzione vuol dire tante cose.
Prevenzione all’interno del sistema sanitario nazionale, regionale, ma anche fuori si può fare prevenzione.
Si può fare prevenzione quando si mette a disposizione del consumatore una logica dove tutti possono scegliere quasi tutto, in termini di acquisto di beni e servizi, si mette a disposizione del consumatore la possibilità di poter scegliere tra beni ad alto rischio e beni a ridotto rischio.
Però, per mettere a disposizione del consumatore di fare questa scelta sana, c’è bisogno di un incentivo, un’incentivazione verso prodotti a ridotto rischio.
In altre parole, se si parla del tabacco, c’è bisogno di disincentivare l’acquisto di sigarette. Il fumo fa male, non soltanto perché provoca patologie diverse, cardiovascolari, tumori, ma fa male anche per le casse dello Stato, che deve continuare a spendere per il trattamento con tecnologie che sono spesso molto costose e onerose.
Se si riuscisse a transitare da prodotti ad alto rischio verso prodotti a ridotto rischio, quindi dal fumo, dall’acquisto di sigarette tradizionali a prodotti più innovativi, non a combustione, i nostri studi ci dicono che si potrebbe, in termini di costi diretti, risparmiare più di un miliardo ogni anno.
Se si includono i costi indiretti, si riuscirebbe a risparmiare in Italia miliardi che equivalgono a una finanziaria.
Però qui viene una questione delicata.
Come si pone l’Europa nei confronti di questa transizione verso la riduzione del danno?
Non si dovrebbe fumare, non si dovrebbe consumare nessun tipo di prodotto a ridotto rischio.
Però mi piace pensare di trovarmi in una società in cui se c’è l’educazione, se c’è la formazione, se c’è la consapevolezza, una persona può decidere cosa fare e non le si vieta di poter comprare un pacchetto di sigarette.
Non si può vietare.
Non si dovrebbe, secondo il mio pensiero, vietare alle persone, ma si dovrebbero incentivare attraverso la tassazione, l’educazione.
Questo discorso non vale soltanto per i prodotti del tabacco, vale per tutti i prodotti, i prodotti a concentrazione con più zucchero e prodotti con meno zucchero.
Perché non attivare l’acquisto di prodotti che hanno una concentrazione di zucchero minore?
Potrei fare tantissimi altri esempi.
Come si pone l’Europa verso questa prospettiva di transizione, verso la riduzione del danno?
Io dico che la riforma che l’Europa starebbe per presentare, secondo indiscrezioni dei media tedeschi, è una riforma che non nasce bene.
Nasce con grandi propositi e nobili principi, quello di combattere il fumo e le sigarette, ma sembrerebbe che non sia consapevole degli effetti che l’aumento aggressivo delle accise potrebbe avere verso il consumo di certi prodotti, verso le casse dello Stato e il mercato nero.
L’Europa sembrerebbe che sia per presentare una proposta dove aumenterebbe le accise delle sigarette tradizionali a più 150%, mentre l’aumento delle accise del tabacco, quello che si usa per fare le sigarette, aumenterebbe del 250%, e i sigari aumenterebbero fino a 1100%.
Non è soltanto una questione di aumento dei prezzi, e ci ritorno su questa questione.
In Italia significherebbe che il prezzo al consumo per le sigarette tradizionali aumenterebbe del 20%, che significherebbe che un pacchetto di sigarette costerebbe €1 in più.
Ritorno su questa questione.
L’Europa vorrebbe anche trattenersi parte di queste accise e portarle in bilancio europeo per finanziare dei progetti europei di cui io non sono a conoscenza.
Si leverebbe la leva finanziaria a un ministro del Tesoro che alla fine dell’anno dovrebbe far quadrare i conti e fare la finanziaria e potrebbe essere che parte di queste accise e IVA, che vengono utilizzate per la sostenibilità del welfare e di altri settori dell’economia, potrebbero venire a mancare.
Non è una questione soltanto di aumento dei prezzi e degli effetti che questi prezzi hanno sulla domanda e sulle casse dello Stato, ma anche una questione di competenza delle risorse, dove andrebbero queste risorse.
Se ex ante una riforma parte male, cioè non si capisce bene l’effetto di questo alzamento dei prezzi e non si capisce bene la competenza che avranno nei bilanci queste risorse che vengono reperite attraverso accise e IVA, c’è un problema e questo problema viene sentito dalle nazioni.
L’Italia ha detto di no a questa proposta. La Svezia ha detto di no. La Grecia ha detto di no. Hanno detto di no l’Ungheria e la Romania. Il ministro della Svezia ha detto che è una riforma inaccettabile.
Fatemi fare un esempio del perché potrebbe essere una riforma inaccettabile.
In Francia, qualche tempo fa, hanno deciso di aumentare le accise in maniera significativa sul tabacco, il prezzo al consumo del tabacco è aumentato notevolmente.
Questo ha portato a un aumento del crimine organizzato, del black market.
Ha portato meno introiti nelle casse dello Stato e ha portato una circolazione dei beni che non sono più controllati.
Questo cosa significa?
Significa che se l’Europa non si mette d’accordo con gli Stati, non dialoga bene con i vari Stati, compresa l’Italia, il problema potrebbe essere che invece di ritrovarci più soldi nelle casse dello Stato, ci ritroveremo la camorra, che già fa black market, ad aumentare i suoi sporchi affari.
Ci si potrebbe ritrovare con pochi introiti rispetto a quello che ci si aspetta e con tanti prodotti che non sono controllati.
Cosa si dovrebbe fare?
Innanzitutto, secondo me e secondo gli studi che sto conducendo, non si può pensare banalmente di aumentare il prezzo dei prodotti, che siano le sigarette o altri prodotti, dall’oggi al domani, senza monitorare l’effetto di questo innalzamento dei prezzi sulla domanda, sul comportamento dei consumatori.
Perché vedete, i consumatori, da una parte, potrebbero rivolgersi al crimine organizzato per l’acquisto di questi beni, ma dall’altra parte, potrebbero dire: “Continuiamo, soprattutto le fasce a reddito più basso, ad acquistare questi prodotti nocivi, e rinunciamo a spendere quell’euro che viene tolto dalle sigarette su qualcos’altro”.
C’è un problema anche di equità da questo punto di vista.
Cosa dovremmo fare?
Dovremmo aumentare le accise.
Io sono per l’aumento delle accise, ma in maniera progressiva e facendo fare al professor Vittadini e ad altri importanti statistici ed economisti, con i dati e i modelli, delle analisi per capire l’elasticità della domanda, per capire come si muove il comportamento del consumatore quando si aumenta il prezzo perché sono aumentate le accise e il prezzo al consumo e soprattutto, bisogna capire quanto entrerà nelle casse dello Stato.
Non vorrei che Giorgetti alla fine dell’anno si ritrovasse con un problema perché non ha abbastanza IVA, abbastanza accise per finanziare altre cose importanti nel nostro paese.
Aumentare le accise in maniera progressiva.
Secondo punto: bisogna differenziare. Non si possono trattare tutti i beni in maniera uguale.
Ci sono beni che fanno più male rispetto ad altri, bisogna differenziare la tassazione, quello che spiego anche ai miei studenti a Venezia.
Per farlo non si deve andare in Inghilterra a imparare queste cose, non si deve andare in Giappone, in Svezia, si può andare benissimo nella Repubblica Ceca.
Ho studiato la loro riforma e la loro riforma prevede una differenziazione della tassazione rispetto a diversi prodotti, così da poter incentivare quei prodotti che fanno meno male.
Io sono per la non iniziazione, sono per la cessazione, per esempio, del fumo.
In Inghilterra, per esempio, la cessazione avviene anche attraverso il vaping, lo svapo, le sigarette elettroniche, è una terapia in quel mondo.
Progressiva analisi dell’aumento dei prezzi, differenziazione delle accise e poi una questione importantissima, pianificazione della tassazione.
Alla fine dell’anno non è che si devono trovare i soldi e quindi si chiedono alle banche oggi e domani si chiedono ad altre aziende.
Bisogna pianificare perché le aziende non credo che abbiano niente in contrario alla tassazione, se è pianificata, perché se tu pianifichi la tassazione c’è più stabilità.
C’è più stabilità, si può investire di più, posso fare più occupazione.
Anche le famiglie, se c’è più stabilità da questo punto di vista, possono decidere di pianificare la loro vita, la loro esistenza con la loro famiglia.
A proposito di questo, c’è un problema di fertilità noto, non soltanto in Italia.
Ho detto queste cose, ma voglio aggiungerne un’altra: il problema metodologico, l’errore che si fa oggi con le statistiche ufficiali.
Nel 2024 ci hanno detto che la prevalenza in Italia, la percentuale di adulti che consumano nicotina, si assesterebbe al 32%.
Questo è un falso, la statistica è stata gonfiata, perché ogni volta che si fanno queste statistiche c’è un problema legato al fatto che troppe volte si contano due volte le persone.
Se è così non dovrebbe essere il 32%, ma dovrebbe essere una percentuale più piccola.
Ho fatto i calcoli, mi sono rivolto agli articoli scientifici. C’è un articolo bellissimo del 2025 che dice: attenzione, dobbiamo studiare il dual user, perché in Italia, nonostante non ci siano tanti lavori, in Italia c’è questo problema: molte persone consumano entrambi i prodotti, sia quelli altamente nocivi che quelli a ridotto rischio.
Non sappiamo esattamente quanti siano queste persone.
Facendo un banale calcolo, andando a riprendere i questionari e dicendo: il questionario dice di indicare se sei un fumatore, oppure fai svapo, oppure fai tutte e due, io direi di andare a prendere, come ho fatto, tutte le persone che fumavano o facevano svapo soltanto una volta, quindi non vengono imputate due volte e quindi quando si sommano le categorie di questi prodotti si ha una statistica diversa, perché a quel punto non è più il 32% la prevalenza di nicotina in Italia, ma sarebbe del 27%.
Voi direte: che differenza c’è? 5 punti percentuali.
In Italia si dice che il consumo di nicotina è aumentato, come per dire che le politiche in questi anni non sono state efficaci.
Ma se io vi dico che la percentuale di nicotina è del 27%, forse il consumo di nicotina non è aumentato.
Questo è un errore, sembra strano, un errore che porta tantissimi problemi.
È come dire in questa stanza: ci sono io e ci sei tu.
Io fumo e faccio svapo (vaping, sigaretta elettronica, per esempio, ma ci sono tantissimi altri prodotti). Tu fumi soltanto.
Le statistiche attuali ci dicono che siamo tre, non siamo due.
Esiste un problema qui, un problema di lettura del dato, un errore che gonfia le statistiche e noi dobbiamo partire da queste statistiche per poi lavorare con i dati, lavorare con i modelli e capire se – una cosa che deve essere ancora fatta – le politiche antifumo stanno funzionando in Italia o meno.
Riassumo brevemente dicendo: vorrei personalmente, non so cosa pensate voi, vivere in un mondo libero dove si può acquistare quasi tutto – dico quasi tutto perché c’è anche il Fentanil di mezzo, quello bisogna vietarlo, ovviamente – dove si può acquistare quasi tutto, si è liberi.
Si è liberi oggi di farsi una pinta di birra in più.
Si è liberi di farsi un Cohiba Lanceros, un sigaro cubano.
Ma in questa libertà, come diceva il professor Vittadini, c’è bisogno di molta educazione.
Bisogna andare nelle scuole primarie, nelle scuole secondarie, a dire i problemi connessi al fumo e non soltanto a tutti gli altri prodotti con tanto zucchero, ma c’è bisogno, finisco qui, di una prevenzione intelligente e alla fine non è una questione soltanto di tassazione.
Io ci credo nella tassazione come cambiamento del comportamento del consumatore, ma c’è bisogno anche di un pacchetto di educazione e tante altre cose.
Concludo dicendo che sono una persona che supporta tantissimo il manifesto scritto dall’Università Milano Bicocca ed è un documento che vi invito a leggere, perché sintetizza quasi tutto quello che ho detto oggi, tranne la questione della critica all’Europa, e dice sostanzialmente che transitare da prodotti di alto rischio verso quelli a ridotto rischio non è soltanto un affare dal punto di vista della salute, ma anche dal punto di vista delle nostre tasche, ovvero di tutte quelle tasche che oggi vanno ai sistemi regionali e nazionali.
Grazie.
GIORGIO VITTADINI
La parola Mattia Altini.
MATTIA ALTINI
Buon pomeriggio a tutti.
Grazie di questo invito al professor Vittadini.
Mi farei aiutare da alcune slide, se arrivano sul monitor.
Comincerei sul tema dei determinanti di salute, perché c’è un equivoco di fondo che noi continuiamo a perorare, che ha detto anche il professor Vittadini, che la salute è uguale a sanità.
In realtà, i determinanti di salute, che fanno sì che una popolazione stia bene, sono molti altri.
Li ho sintetizzati in modo semplice.
Sono sicuramente i servizi sanitari e di salute, quindi il sistema delle cure, la sicurezza, il reddito e la protezione sociale, le condizioni e gli stili di vita che sono al centro di questo dibattito, il capitale sociale umano, occupazione e condizione di lavoro.
Questo è un mix multifattoriale che determina che una popolazione sia in buona salute.
Il Sistema Sanitario Nazionale italiano, che noi dobbiamo difendere fino allo stremo, perché un universalismo solidale come quello che abbiamo oggi di fronte è veramente un passo avanti di civiltà enorme fatto nel 1978, ha una sfida epocale.
La sfida è: bisogni infiniti per risorse limitate.
In questa sfida così epocale c’è l’universalismo proporzionale. La sfida che noi abbiamo è questa: a causa di quei determinanti di salute che poi passerò rapidamente in rassegna, le nostre popolazioni, i nostri cittadini non partono tutti dallo stesso punto di partenza, ma è come se fossero nella Formula 1, schierati in modo diverso perché c’è chi ha determinanti di salute diversi o comportamenti diversi e parte più svantaggiato.
Noi dobbiamo essere così bravi da collocare le risorse nel luogo giusto, nei target giusti di popolazione per riportarli tutti alla stessa opportunità di stare bene.
A questo punto, che cos’è così importante in questi determinanti?
Il sistema delle cure vale il 9%. Il sistema di reddito vale il 43%. Le condizioni di vita il 22%, il capitale sociale il 15% e l’occupazione l’11%.
Capite come tutti questi fattori insieme determinano il livello di salute.
Andiamo ad analizzarli, uno per uno velocemente, e parliamo della scomposizione del capitale sociale.
Che cos’è importante? Innanzitutto: il livello di istruzione.
È facilissimo fare la crasi rispetto a questi dati, un po’ quelli che ci ha presentato anche il collega, devono guidare le politiche perché sono le politiche che, guidate in questo modo, aumentano la nostra capacità di risposta ai cittadini.
Essere più istruiti è un fattore importante, ma anche la fiducia e il volontariato sono altri due aspetti che danno un contributo a questo benessere.
Anche questi devono essere difesi e generati o garantiti per quanto riguarda la fiducia.
Donne e uomini, questo è un sondaggio fatto, con età compresa tra 25 e 64 anni, provvisti del solo titolo di istruzione obbligatoria, hanno riferito di avere un bisogno insoddisfatto di assistenza sanitaria sette volte superiore a quello dei laureati.
Altro tema: il sistema delle cure.
Il sistema delle cure contribuisce per il 9%.
Ricordatevi che noi spendiamo molto di più del 9% per il sistema delle cure, quindi anche su questo dovremmo non calare il finanziamento per il sistema delle cure, ma aumentare quello degli altri fattori che contribuiscono alla salute complessiva.
Che cos’è importante?
Servizi di qualità, ovviamente, sono quelli che determinano i migliori risultati. Ma ciò che è più importante per il sistema di salute è, ahimè, il reddito.
Che cos’è che contribuisce a far sì che un popolo sia più sano?
È la capacità di ridistribuire la ricchezza.
Dobbiamo fare due cose importanti: smettere di stigmatizzare il produrre, perché il paese che cresce e produce ricchezza ha una chance di fare una cosa importantissima, di redistribuirla, e la redistribuzione di ricchezza è il primo fattore di benessere.
Pensate quanto sia importante: tutti i fattori che determinano l’incapacità di arrivare alla fine del mese hanno un effetto indiretto sulla salute complessiva.
Secondo fenomeno, avete letto tutti, c’è il tema della rinuncia alle cure.
Abbiamo un dato, perché è dai dati della realtà che dobbiamo farci guidare per fare le politiche, abbiamo un dato che dice che molti italiani hanno rinunciato alle cure mediche.
Dai dati disponibili sono circa 4 milioni.
Andiamo a vedere perché riducono il loro utilizzo dei sistemi sanitari: per le liste di attesa, per il tempo che c’è di fronte, ma soprattutto per motivi economici – infatti, la popolazione più toccata è costituita da famiglie a basso reddito – le disuguaglianze territoriali tra gli ambiti regionali, quindi le capacità che le regioni hanno di spendere bene in termini di salute.
Chi ne fa più le spese?
Gli anziani, le donne e la fragilità, le cose sulle quali dobbiamo concentrarci.
C’è un terzo fenomeno che va messo dentro questa dinamica complessiva, perché i comportamenti sono l’esito di tutto questo. Perché uno può avere anche un comportamento sano, ma se non ha a disposizione il reddito per comportarsi adeguatamente, è un problema.
Creare sanità ci dice anche che stiamo usando non troppo bene le risorse che il sistema mette a disposizione.
Infatti, se noi guardiamo dentro le nostre regioni, ma anche dentro le nostre province, abbiamo degli indici di consumo di attività sanitaria, perché l’approccio che sta passando in questa seconda fase del sistema è che stiamo medicalizzando tutto.
La risposta al bisogno di felicità o del proprio io sembra essere collegata allo stato di salute, che significa prestazioni sanitarie.
In realtà, quello di cui stiamo trattando oggi è tutto il resto che può generare salute.
Nelle nostre province consumiamo in modo iniquo, c’è chi consuma molto e chi consuma poco.
Se noi fossimo in grado di portare i nostri cittadini a un utilizzo consapevole, appropriato delle risorse sanitarie e delle cure, libereremo una quantità importantissima di risorse perché una parte di queste le stiamo usando in modo inappropriato.
La seconda traiettoria dopo il Covid che ci deve unire tutti è usare le cose che servono.
Ogni volta che usiamo una cosa in più di quella che serve, la sottraiamo alla collettività, alla comunità che è oggi il nucleo fondamentale del sistema delle cure.
Non sto a tediarvi, ma su ognuna delle attività (ho fatto vedere TAC, risonanze e visite specialistiche), il rischio è che qualcuno consumi in più, togliendo a chi ha bisogno.
Se volessimo darci l’obiettivo di ridurre le disuguaglianze, fondamentali in un sistema universalistico come il nostro, favorire i comportamenti corretti, immaginare che gli stili di vita si modifichino in base a tutti gli elementi che abbiamo visto e rendere il sistema sostenibile, dobbiamo migliorare l’accesso all’assistenza, ma soprattutto proteggere e dare vita a comportamenti che riducono il rischio di attività dannose sulla salute.
Non possiamo non capire, in termini educativi, che una delle traiettorie più importanti su questo è il ruolo della promozione della salute, quindi i luoghi preposti a questo che sono le case di comunità, l’educazione ai giovani nelle scuole, l’idea di costruire un sistema più educato a usare bene e insieme a questo, è necessario che generiamo fiducia.
Le comunità sono il luogo nel quale qualcuno si fida dell’altro e insieme collabora al proprio stato di salute.
Chiudo dicendo che ci sono delle evidenze scientifiche importantissime: in una comunità, le persone affette da diabete, se camminano la sera insieme e hanno un’attenzione alla loro dieta insieme un aspetto comunitario, questo riduce e tiene sotto controllo la malattia senza l’utilizzo di ipoglicemizzanti.
Cosa significa? Significa che un sistema comunitario di comportamenti corretti ha la stessa efficacia dei farmaci, ma costa molto di meno.
Questo significa che possiamo reinvestire le risorse che oggi sono disponibili nel futuro del Sistema Sanitario Nazionale in una prospettiva di crescita.
Grazie.
GIORGIO VITTADINI
In questo quadro di invecchiamento demografico, di pressione sanitaria, come può aiutare una grande impresa impegnata nella nutrizione a non lasciare solo sulle spalle del pubblico il cambiamento?
MANUELA BORELLA
Grazie per la domanda.
Innanzitutto, voglio ringraziare per l’invito e l’opportunità di essere qui presente e voglio ringraziare i miei colleghi nel pubblico, in particolare Letizia che ha creduto nella nostra presenza per il secondo anno consecutivo al Meeting di Rimini.
Per me è la prima volta, ma in poche ore di presenza qui ho potuto già respirare l’intensità intellettuale, culturale, spirituale di questo evento. Grazie.
Io oggi sono qui come Danone.
Danone è conosciuta come un’impresa innanzitutto di largo consumo.
Abbiamo prodotti come Activia, Actimel, Danacol, che sono prodotti che possiamo chiamare di prevenzione.
Sono prodotti che danno un supporto fondamentale a chi sceglie uno stile di vita sano ogni giorno.
Perché Danone è dietro questi prodotti?
Perché Danone ha una missione fondamentale: portare la salute attraverso l’alimentazione al maggior numero di persone.
Però Danone deve essere conosciuta anche dietro un’altra faccia, quella che forse è anche più importante oggi. Abbiamo sentito dati di demografia, di invecchiamento del paese.
Stamattina ci siamo svegliati con un articolo sul Corriere, non so se l’avete visto, che mi ha colpito.
Nel 2050 una famiglia su cinque avrà figli, vuol dire che quattro famiglie non avranno figli.
Nel 2050, il numero degli over 65 sarà il doppio di quello che abbiamo adesso nel 2025.
Siamo già al 24% della popolazione.
È fondamentale che tutti insieme, in un concetto di coalizione, lavoriamo a un futuro sostenibile e la nutrizione ha un ruolo fondamentale.
Oggi vorrei parlarvi degli alimenti a fini medici speciali e, secondo me, con questa categoria ho perso già metà del pubblico e magari anche i miei colleghi relatori.
Cosa sono gli alimenti a fini medici speciali? Sono soluzioni nutrizionali sviluppate, formulate esplicitamente per rispondere a un bisogno clinico speciale. Cosa vuol dire? Se torniamo ai nostri anziani, un anziano su quattro oggi è in situazioni di fragilità. 14 milioni di persone in Italia hanno una patologia cronica.
Gli alimenti a fini medici speciali sono piccoli eroi che permettono a queste persone, che non possono soddisfare il loro fabbisogno nutrizionale speciale con la dieta di tutti i giorni, di trovare quei nutrienti necessari per poter stare meglio e soprattutto per poter avere un effetto positivo della terapia clinica.
Per questo gli alimenti a fini medici speciali sono una terapia complementare, hanno un ruolo fondamentale di affiancamento della terapia clinica.
L’efficacia di questi prodotti è dimostrata con studi clinici ed è efficace non solo dal punto di vista del beneficio della sanità, della salute, ma anche dal punto di vista economico.
Su questo mi aggancio a quello che Mattia Altini ci spiegava, che mi sembra fondamentale.
Questi prodotti dimostrano, con studi di farmacoeconomia indipendenti, che riducono le riospedalizzazioni, che riducono la mortalità, che migliorano le condizioni di vita, la qualità di vita del paziente, della famiglia e dell’ecosistema attorno al paziente.
Cosa vuol dire?
Oggi la malnutrizione, che potremmo dire è una malattia nella malattia, costa all’Italia 12 miliardi all’anno tra costi diretti e indiretti.
Gli studi di farmacoeconomia hanno dimostrato che coi pazienti, per esempio, ospedalizzati per delle fratture (un anziano che è caduto, che si è rotto il femore, che quindi è in ospedale), grazie alla supplementazione in supplementi nutrizionali orali, che fanno parte della categoria degli alimenti a fini medici speciali, il beneficio per l’ospedale è una riduzione del costo di €1400 per paziente, perché il paziente viene dimesso più in fretta.
Rispetto ai famosi letti da ospedale che mancano: un beneficio.
C’è una riduzione della spesa per il Sistema Sanitario Nazionale di €10.500 per paziente, perché il paziente viene dimesso più velocemente dalle strutture speciali di riabilitazione.
Per la società è ancora meglio: €14.300 per paziente, perché c’è un bisogno ridotto di badanti, fisioterapisti, ecc.
Questi prodotti hanno un ruolo fondamentale non solo dal punto di vista della salute, non solo dal punto di vista del paziente, che già sarebbe sufficiente, ma dal punto di vista economico per tutti noi.
Se andiamo a guardare i pazienti oncologici, è ancora più importante.
Parliamo di natalità.
Oggi, altro dato che secondo me è di una tristezza incredibile, in Italia ci sono 390.000 persone all’anno che ricevono una diagnosi di tumore.
380.000 nati, 390.000 diagnosi di tumore.
Il 30% di queste persone sono malnutrite al momento della diagnosi.
La malnutrizione non è un numero sulla bilancia, è un fattore fondamentale che determina la sopravvivenza del paziente.
La terapia nutrizionale di accompagnamento della terapia oncologica fa sì che la chemioterapia sia meno tossica, che il sistema immunitario sia più forte, che il paziente possa attraversare la sua terapia in una maniera molto più efficace e con una speranza di sopravvivenza molto più alta.
Non stiamo parlando di grandi numeri.
Una riduzione del 2% del peso corporeo ha già un impatto fondamentale sulla speranza di sopravvivenza.
Vi chiederete, cosa succede con questi prodotti in Italia?
Questi prodotti in Italia non fanno parte dei LEA, non fanno parte del livello essenziale di assistenza.
Se parliamo di Europa, credo che in questo caso possiamo abbassare un pochino la testa perché in tutti gli altri paesi dell’Europa questi prodotti sono erogati.
Solo il Belgio e la Polonia sono nella nostra stessa situazione.
In tutti gli altri, la Grecia, il Portogallo (nomino apposta quelli che potremmo pensare abbiano gli stessi problemi di risorse economiche dell’Italia) questi prodotti sono erogati.
Però oggi non voglio lasciarvi con una nota negativa, voglio lasciarvi con una nota ottimista, perché dal 2025 Regione Lombardia è diventata un caso virtuoso, che può ispirare altre regioni.
Dal 2025, in Regione Lombardia, questi prodotti sono erogati gratuitamente a tutti i pazienti oncologici in terapia attiva che hanno ricevuto una prescrizione dai centri clinici.
Cosa vuol dire?
Vuol dire che Regione Lombardia si è organizzata, ha reso lo screening nutrizionale obbligatorio, che è il primo passo.
Io paziente devo sapere.
Magari sto bene dal punto di vista nutrizionale, va tutto a posto, ma se non sto bene lo devo sapere.
In Regione Lombardia è diventato obbligatorio e nei centri dove lo screening non è fatto Regione Lombardia penalizza.
Ha messo in marcia un sistema per incoraggiare questo comportamento virtuoso e lo voglio utilizzare come un esempio da valorizzare e da prendere come ispirazione.
Per concludere, questa è forse la battaglia di civiltà più importante per tutti noi qui, con questo concetto di coalizione.
Non è un’azienda privata che lo può fare da sola, non sono le istituzioni, non sono le società scientifiche e universitarie o le società di pazienti.
Dobbiamo prenderci la mano tutti insieme.
Sono i famosi “mattoni nuovi” che usiamo al Meeting come claim.
È fondamentale che lo facciamo insieme.
Danone vuole essere un partner perché ci crediamo moltissimo e perché vogliamo mettere il paziente, le persone al centro.
GIORGIO VITTADINI
Quindi, il contributo di una realtà non profit di lungo periodo a questo problema attuale.
ANDREA GIUSEPPE TIBERTI
Buongiorno a tutti.
Partirei, visto anche il discorso che abbiamo fatto io e lei precedentemente a questo panel, da una situazione abbastanza particolare.
Ho sentito parlare chi mi ha preceduto.
Il titolo alle nostre spalle parla di salute, stili di vita, sostenibilità economica.
Mi sembra tanto, e questo è un’eccezione negativa per alcuni aspetti, di ritornare indietro nella storia, di ritornare in quel periodo che ha portato alla nascita del movimento mutualistico.
Sentirete spesso dalle mie labbra uscire la parola “mutualistico”.
Un termine un po’ dimenticato, ma su cui si muove praticamente il 90% della risposta che dà lo Stato e i cittadini.
Sono sistemi mutualistici e, tant’è che noi, società di mutuo soccorso, veniamo chiamate mutue.
Mi sembra di tornare indietro di tanto tempo.
L’Italia, come la conosciamo oggi, prima ovviamente c’era lo stato Regio, c’era il re, torniamo indietro nel tempo, facciamo un po’ di storia, ma non tanto tediosa, le nostre società nascevano proprio per i bisogni delle persone.
Parliamo del nostro 1877, il movimento mutualistico è del 1848.
Se n’è passata di acqua sotto i ponti, però questo ci spiegherà che gli uomini non imparano dagli sbagli, non imparano mai e soprattutto si dimenticano anche delle buone attività, dei buoni propositi, perché abbiamo parlato di stili di vita e alimentazione.
Stili di vita e alimentazione erano un problema anche nella seconda metà dell’800, l’istruzione era un problema anche nella seconda metà dell’800.
Cosa hanno fatto le persone?
Le persone si sono messe insieme contribuendo con quel poco che avevano, che da soli non bastava per far fronte a questi problemi, e si sono inventate – inventate, ma il nostro sistema viene anche dall’estero, dall’Inghilterra, come pensiero – le società di mutuo soccorso.
C’era il medico, si sono inventati dei magazzini alimentari che poi hanno dato il via al mondo della cooperazione, soprattutto nel Torinese, perché è la zona di nascita del nostro movimento (parliamo del Piemonte, regione da cui vengo), non è un caso, al di là di questo.
Avevano imparato che già all’epoca le statistiche, quindi i colleghi che si occupano di statistiche, persone che non avevano l’istruzione neanche per arrivarci, avevano capito che forse se le persone mangiavano meglio, se le persone mangiavano prodotti che oggi chiameremo “chilometro 0”, ma quelli migliori, avrebbero avuto un’aspettativa di vita migliore.
Quindi anche l’ente mutualistico, che sostanzialmente sostituiva il sistema sanitario pubblico inesistente all’epoca, sarebbe riuscito ad avere più risorse per far fronte ad altre tematiche di quelle che vi ho citato prima.
Già nella seconda parte del 1800 parlavano di queste tematiche.
Non vuole essere una lezione di storia, non ne sono neanche in grado per alcuni aspetti, non sono uno storico, ma vuole far capire che siamo punto e a capo.
Siamo punto e a capo, siamo tornati indietro e, perdonatemi questo, per un ente come il nostro che ha questa storia e che ha passato il testimone al servizio pubblico un po’ di tristezza, un po’ di rammarico ce l’abbiamo, soprattutto quando oggi veniamo visti come l’antitesi del sistema pubblico.
Ci siamo mossi per tempo su questo, visto come balzavano queste idee e abbiamo organizzato un bel convegno a Roma quest’anno proprio a sostegno del sistema pubblico, che è stato visto un po’ come paradossale: ma come, un ente mutualistico sostiene il sistema pubblico?
Certo, abbiamo passato il testimone, noi ci teniamo che il sistema pubblico funzioni.
Saremo dei pazzi dal punto di vista storico a dire che non ci interessa il sistema pubblico.
Dallo stesso punto di vista ci interessa essere, vista la nostra natura anche di ETS, a fianco del pubblico.
Esiste la co-progettazione, la possibilità di dare una mano.
Bisogna capire quali sono le regole, quali sono i bisogni, che cosa bisogna fronteggiare.
Fare un passo indietro, ma evitare che quel passo indietro sia catastrofico.
Prima dai dati ci veniva detto: dobbiamo evitare di perdere questo bene prezioso che nel 1978 è stato creato e a cui noi teniamo tanto, nonostante molte persone pensino che essendo un ente integrativo questo significhi sostituzione. No, assolutamente.
Se si leggesse anche la normativa, la legge che ha istituito il Sistema Sanitario Nazionale, siamo citati come enti integrativi.
Gli enti mutualistici sono integrativi e il sistema sanitario pubblico è una mutua, non è nient’altro.
La differenza rispetto a noi è che si occupa anche di coloro che non possono versare una quota associativa per far fronte alle loro esigenze.
È paradossale oggi parlare di cose che riportano al passato e vedere che non abbiamo imparato dalla storia, non impariamo dai nostri errori.
Un altro spunto importante è stato quello che parlava delle differenze sociali, le differenze di dove si abita in Italia.
Probabilmente il sistema mezzo federalista, chiamiamolo così – è relativo, utilizzo il termine federalismo per suddivisione per regione – non ha funzionato tanto bene in Italia, perché abbiamo regioni virtuose, regioni meno virtuose, regioni in cui mancano i servizi essenziali per accedere alle cure e regioni in cui abbiamo delle difficoltà per le persone che vivono nelle comunità isolate a poter accedere a dei servizi; qui non parliamo neanche della prevenzione legata agli stili, ma proprio della possibilità di fare la prevenzione, di fare dei check-up di routine, non togliendo (perché ha detto molto bene prima lei, “tolgono lo spazio ad altri”), però anche quello è basato sulla parte economica. Ci sono persone che avrebbero la possibilità di permettersi di fare esami e visite in più, anche utilizzando il privato, e non togliere a chi ha bisogno, a chi non ha le risorse economiche per accedere a un altro servizio, quella possibilità.
Probabilmente, come ci diceva prima, succede questo e quindi abbiamo persone che sono povere perché, c’è una differenza, è brutto dirlo ma è così, non riescono ad accedere alle cure.
Quello che noi, come ente mutualistico, cerchiamo di fare…
Non ho neanche presentato l’attività che facciamo, ve la spiego brevemente: sanità integrativa significa dare un aiuto economico per le persone che devono affrontare spese relative alla sanità, alle cure, alla prevenzione. Prevenzione che è venuta fuori in maniera preponderante da una ricerca fatta da un ragazzo che si doveva laureare. Ha fatto la tesi che abbiamo presentato ad aprile, in quel convegno a Roma, ed è andato ad analizzare 70.000 nostri soci, le loro attitudini, cosa facevano, che rimborsi e sussidi ricevevano, perché noi sussidiamo, diamo un rimborso a coloro che hanno queste spese. È andato ad analizzare cosa facevano queste persone, quali erano i bisogni.
Vediamo che le persone, non tanto per gli eventi tragici (l’intervento chirurgico), andavano per fare prevenzione.
Cercavano di fare prevenzione perché probabilmente alcuni, erano nella situazione che veniva detta prima, di esubero, di voglia di fare prevenzione e tendenzialmente sull’ipocondria totale oppure ascoltando “Dottor Google”.
Dall’altro punto di vista c’erano coloro che, con fatica, non avevano quel posto disponibile per farla e andavano dal privato perché la lista d’attesa non permetteva di stare tranquilli.
Mi ricordo molto bene, ho partecipato a un altro evento di piccole dimensioni in un comune a Lerici, in Liguria e c’era un medico molto simpatico della mutua, che diceva: Noi diamo la prescrizione per fare la prevenzione, l’esame. “Ha quel problema, però ha 90 giorni di tempo, tra 90 giorni vada a fare l’esame”.
Mettetevi nei panni di una persona a cui dici già che c’è un problema e ora deve aspettare 90 giorni, poi va presso il sistema pubblico e gli dicono: “Guardi: 6 o 7 mesi””.
Secondo voi questa persona cosa fa?
Mettiamoci nel caso di una persona che ha veramente bisogno, che scopre di avere qualcosa che non ha mai avuto, che non ha mai avuto problemi, va dove riesce ad avere risposta il prima possibile, ma questo è nella natura umana.
Poi ci sono le problematiche dette prima che portano a questo.
In più, ci sono le persone che non hanno la possibilità economica, e lo ribadisco, per potersi curare o fare prevenzione.
Bisogna capire bene come, anche per tanti aspetti, vogliamo che la nostra sanità, la prevenzione, sia un punto fondamentale.
La sanità probabilmente va rivista? Dobbiamo orientarla alla prevenzione invece che alla cura? Perché noi generalmente tendiamo a curare prima che a prevenire. Probabilmente bisogna essere più insistenti.
Mi è piaciuto quello che è stato detto prima: Ti obbligo a fare prevenzione e se non la fai paghi, dopo, sei penalizzato, la faccio a tutti su un determinato tema.
Questo è giusto perché così si eviterebbero degli sprechi.
È corretto questo, però c’è forse da rivedere la sanità.
Nel rivedere la sanità ci sono anche gli enti del Terzo Settore.
Tanti lavorano in quell’ambito, tanti svolgono una nobilissima attività.
Bisognerebbe evitare di depotenziare ulteriormente il servizio pubblico altrimenti, a quel punto, ci troveremo in una situazione dove si ribalta la situazione.
Noi siamo disponibili, e lo ribadisco, a poter dare una mano e un contributo con lo strumento della co-progettazione per far sì che i cittadini, chiamo cittadini in generale, possano trovare risposte a quei fabbisogni che, nonostante una riforma del sistema pubblico, si fa comunque fatica a garantire.
È stato chiamato sistema pubblico un bene prezioso, per noi una battaglia storica, perché i nostri enti nascevano con l’utopia, il sogno utopico, che dovevano terminare di esistere.
Oggi siamo ancora qui, qualcosa non ha funzionato, bisogna ammetterlo senza andare a cercare colpevoli, perché trovare i colpevoli non serve a niente nella vita.
Bisogna forse trovare le soluzioni, perché si perde più tempo a condannare che a trovare una soluzione.
Secondo me, trovare le giuste soluzioni, trovare le giuste risorse, dare una mano anche agli enti (oltre alla nostra società di mutuo soccorso, anche agli altri enti del Terzo Settore che danno un contributo importante alla cittadinanza in termini di servizi), dargli una mano anche con la questione del 5 per mille che noi raccogliamo, che vede dei tetti oggi, e forse potrebbe essere il caso di togliere questi tetti e dare modo di far fluire le risorse che i cittadini vogliono destinare direttamente.
Di conseguenza, anche quello potrebbe essere importante.
Chiudo perché mi sono dilungato.
Chiudo dicendo che le società di mutuo soccorso ne hanno vista passare tanta acqua sotto i ponti.
Oggi vediamo che si sta facendo un piccolo passo indietro, ma noi siamo disponibili e vogliamo anche avere quel riconoscimento tale che ci permetta di dare una mano al sistema pubblico, non per sostituirlo, ma per integrarlo, per evitare che si arrivi all’inevitabile.
Grazie.
GIORGIO VITTADINI
La parola alla politica.
MAURIZIO LUPI
Buon pomeriggio a tutti e grazie al professor Vittadini per avermi lasciato per ultimo, per dire: “Sono tutti problemi tuoi.” Credo che l’essere ultimo mi permette di fare alcune osservazioni che si legano anche al percorso e al lavoro che stiamo facendo in questa settimana al Meeting.
La prima: perché partire dalla statistica e cosa c’entra la statistica con la salute, con gli stili di vita, con le liste d’attesa e cosa c’entra con la politica?
Credo che il primo punto per noi, la prima grande lezione di cui ricordarci per chi fa politica, per chi fa legge, è osservare la realtà.
Perché se non osservi la realtà, che è sempre in evoluzione ed è dinamica (perché la realtà e la società è viva, non è precostituita, è fatta da ognuno di noi, dalla nostra libertà, dalla nostra azione, dalla nostra capacità di essere), fai molti errori.
Rischi, se poi sei legislatore, di sprecare molte risorse e anche di legiferare sempre, dimenticandoti il ruolo del legislatore, sull’emergenza, nella risposta emotiva, cosa che fa dei danni, non ricordandoci che la legge è innanzitutto un modello che indica la strada da percorrere a una comunità e a una società, non è solo la risposta immediata.
Mi è venuto, mentre parlavate, questo esempio, a proposito di stili di vita: io e il professor Vittadini siamo di un’altra generazione.
All’inizio degli anni ’80 c’era una meravigliosa campagna pubblicitaria del Ministero della Salute insieme al Ministero dell’Agricoltura che diceva, me lo ricordo ancora perché era uno slogan, un claim meraviglioso: “Lo zucchero è pieno di vita, ah sì, ah sì, ma va!”. E bisognava tutti noi consumare zucchero.
Oggi abbiamo appena ascoltato che lo zucchero è una delle cause, a proposito di stile di vita e di prevenzione, peggiori per la salute.
Se non ti accorgi dell’evoluzione, rischi di rimanere…
Il problema però è in quanto tempo ti accorgi di quell’evoluzione, perché poi chi ne paga le conseguenze… – non so quali interessi c’erano o potrei anche ricordarli.
Voglio dire che quello che abbiamo visto, per esempio, questa distinzione, non è una distinzione contro, ma è capire come il tema dello stile di vita e della salute sia il primo tema primario che riguarda la persona, e la persona è un suo complesso.
La cura della salute è solo quella fisica o è quella psicologica?
Dopo il Covid ci siamo accorti drammaticamente che anche la cura della psiche fa parte non solo dello stile di vita, ma di una risposta alla dignità della persona.
Eppure oggi in molte regioni il servizio sanitario pubblico non paga lo psicologo.
Sapete cosa vuol dire, ognuno di noi che ha avuto un ragazzo o sa cosa è successo dopo il Covid, andare dallo psicologo e quali costi deve sopportare?
Perché è fondamentale, professor Moscone, capire esattamente, fotografare la realtà.
La seconda osservazione si lega anche all’incontro che abbiamo fatto ieri sera con il professor Vittadini e con l’intergruppo della sussidiarietà.
Poi vengo alle questioni di merito, ma sembra che le premesse non c’entrino mai, ma sono i pilastri fondamentali su cui costruire e dare risposte anche per chi fa politica.
Quello che qui abbiamo oggi declinato è esattamente una declinazione di cosa vuol dire per noi la coesione sociale, quel mattone fondamentale che permette di attuare fino in fondo l’articolo 3 della Costituzione, ovvero rimuovere tutti gli ostacoli che impediscono alla libertà della persona nel suo agire (quella economica, quella sociale, quella educativa, quella dell’istruzione) di essere e di vivere fino in fondo la sua dignità.
Pensate che io, nella mia ignoranza, non sapevo che il sistema sanitario complessivo, quindi il tema della sanità, sullo stile di vita, sulla qualità e sulla dignità della vita di una persona pesa solo il 9%.
Eppure tutte le nostre discussioni si concentrano solo, solo su questo.
Poi ci arrivo e non voglio eludere questo tema delle liste d’attesa e di un sistema organizzativo che ci siamo accorti è fondamentale ma che abbiamo visto essere messo in crisi.
Penso alla mia Lombardia.
Un sistema sanitario ospedalocentrico, tutto basato sull’eccellenza degli ospedali, rischia di essere un’eccellenza meravigliosa.
Ma che poi, a confronto di una realtà che non governi (vedi Covid), va in crisi perché se tutti vanno al pronto soccorso, se tutti vanno dal medico specializzato… forse dovremmo riscoprire il tema, oggi si chiama medicina territoriale. Al mio amico Mattia dico che a me le case della salute mi ricordano un po’ Don Camillo e Peppone, quindi non userei questo tema, ma nella sostanza è il medico di famiglia, il famoso medico della mutua. Cioè la presenza di un punto di riferimento per la persona che non è solo quello di farti la ricetta, ma è quello di indicarti e di avere un punto di riferimento competente, ma sociale in cui la tua vita può essere accolta e disegnata.
Come li abbiamo ridotti i nostri medici di famiglia?
Che tipo di dignità gli abbiamo dato?
C’è una distinzione addirittura tra gli specializzandi e poi non lamentiamoci se non ci sono i medici – io li chiamo sempre di famiglia – di medicina generale.
Se un specializzando e un giovane sceglie la direzione della medicina generale, riceve la metà della retribuzione di un medico specializzando che segue invece chirurgia, ecc.
A proposito di come poi alla fine le ricadute sono quelle.
Mattia, su quello che hai visto e hai detto, guardate che coesione sociale è un complesso generale.
L’educazione e la prevenzione si fondano esattamente sul tema dell’educazione, della formazione, della cultura, di luoghi dove ognuno può essere richiamato alla sua libertà e alla sua responsabilità.
Ma l’abbiamo messa al centro?
È il primo pilastro su cui ricostruire il futuro di un paese, oppure diventa semplicemente uno dei tanti temi?
Perché se lo stile di vita è fondamentale, occorre essere educati a capire con responsabilità di fare delle scelte piuttosto che le altre.
Perché avere sempre paura della collaborazione pubblico-privato?
Se hai paura della collaborazione col privato, lo dico perché ho ascoltato questo intervento, che non conoscevo, sul tema degli alimenti essenziali, se ho ben capito… a fini medici speciali.
Ma se hai paura del privato, vuol dire che tu, politica, sei debole, non sei forte nella tua coscienza del ruolo che devi fare, perché la politica è l’unica che può avere a 360° il disegno della società e le esigenze che esistono e le può indirizzare, ma poi deve liberare le risorse, poi deve diventare un moltiplicatore.
La leva fiscale di cui si è parlato, la vogliamo fare un moltiplicatore o semplicemente un elemento di cassa?
Se è un elemento di cassa, ormai le accise non funzionano più perché si è visto drammaticamente nella condizione che (lo dico, arriverà la Ragioneria dello Stato) tu puoi aumentare le sigarette e incassare lo stesso, aumentare l’accisa sulle benzine e incassare lo stesso.
La libertà e le condizioni di una persona non fanno più quello che succedeva 20 anni fa, non incassi più.
È evidente che quello strumento può essere solo uno strumento educativo e di incentivazione sulla direzione, un moltiplicatore.
Credo che il quadro che abbiamo disegnato ci aiuti a capire come il tema non sia solo quello delle risorse, anche se sono fondamentali, ma è come si utilizzano le risorse. Ma innanzitutto su come si organizza il modello complessivo che mette al centro la dignità della persona. Questa mi sembra che sia la questione di fondo.
È importante, sono importanti le risorse destinate alla sanità perché non possiamo disperdere quella rivoluzione che c’è stata dal 1978 ad oggi, quel sistema di welfare. Ma date senza un progetto generale o distribuite con delle priorità, rischiamo, secondo me, di buttarle o di fare discussione se abbiamo seguito il PIL o no, il rapporto tra il PIL e il prodotto. Non è quello il tema. Ho fatto l’esempio della riorganizzazione di un sistema sanitario proprio per spiegarlo.
Così come, e concludo perché ho visto che ho finito, mi ero segnato tante cose, ma mi fermo qui ed è un po’ quello su cui dobbiamo ragionare.
È evidente che lo stile di vita, la prevenzione, la sostenibilità economica sono fondamentali, ma non è un “versus” contro la sanità.
Quel 9% non può essere solo statistica perché se poi la sanità non funziona incide più del 9%, perché poi riguarda ognuno di noi.
E allora il tema delle liste di attesa non può vedere indenne nessuno di noi, indipendentemente dal colore delle regioni, da chi gestisce le regioni o le governa. Perché è vero che dal 2001 c’è una riforma della Carta Costituzionale che attribuisce alle regioni la competenza sanitaria, ma è altrettanto vero che non è accettabile, qualunque regione sia, che si prosegua in quella direzione, secondo di esempi che avete fatto.
Noi abbiamo detto con forza che a volte lo Stato centrale deve avere il coraggio, chiunque sia al Governo, su questo tema, della riduzione delle liste di attesa e della possibilità per tutti di avere, a proposito di prevenzione e di fare degli esami, anche i poteri commissariali da parte dello Stato centrale.
Perché è in gioco la dignità della persona. Grazie
GIORGIO VITTADINI
Una battuta sola finale. Un popolo in cammino, come quello che viviamo insieme, quando affronta i problemi evita l’ideologia e la banalizzazione. Non si possono affrontare le cose col bianco e col nero, non si possono eludere ma occorrono due condizioni. Primo: un desiderio positivo di migliorare le condizioni che viene prima delle analisi e della capacità professionali. E, secondo, la capacità di mettersi insieme che è il contrario di quello slogan disastroso della Thatcher – “La società non esiste” – che ha fatto tanto male e continua a farlo, perché nel cervello di tanta gente diventa il modo di vivere. La società esiste, l’abbiamo vista qui sul tavolo stasera, è fatta di un pluralismo di soggetti, un pluralismo di posizioni, e la condizione per affrontare i problemi è che questa società ci sia, guardi, accetti i piccoli passi che sono anche, come abbiamo sentito, conoscenze che si evolvono. Da qui viene fuori il bene comune.
Tante volte c’è la domanda: ma dov’è la politica? Ma dove siete? Ma cosa volete? La politica per noi è questo, è qualcosa che viene prima, è un tipo di aggregazione sociale senza cui anche le elezioni libere non servono assolutamente a niente perché sono l’espressione di gente che ha perso la capacità critica.
Quindi, anche per affrontare il tema della salute questo è il metodo. Buon lavoro.










