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QUALE ORIZZONTE PER L’EUROPA?
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Mario Draghi, già presidente del Consiglio dei Ministri. Introduce Bernhard Scholz, presidente Fondazione Meeting per l’amicizia fra i popoli ETS
L’Unione Europea si trova di fronte a cambiamenti geopolitici imprevisti e ancora imprevedibili nelle loro dinamiche conflittuali, deve affrontare una accelerata deglobalizzazione dell’economia mondiale e l’impatto incessante di sempre nuove tecnologie. Anche al suo interno crescono divergenze che non si riconoscono nell’impostazione politica ed economica che l’Unione si è data negli ultimi decenni. Mario Draghi, autore del rapporto “Il futuro della competitività europea”, scritto su incarico della Commissione Europea, riporterà la sua visione dei nuovi orizzonti che si aprono all’Unione Europea nel contesto internazionale.
Con il sostegno di isybank, Angelini Industries, Amazon Web Services, Confagricoltura, Italian Exhibition Group, Tracce
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Bernhard Scholz:
Un cordiale benvenuto a tutti voi, un benvenuto particolare al presidente Mario Draghi.
Caro presidente, la ringrazio molto di essere qua con noi in questa prima giornata della nuova edizione del Meeting e siamo grati che lei ha accettato l’invito di condividere con noi le sue riflessioni sul futuro dell’Europa. Lei ha visitato il Meeting nel 2009, 2020 Covid e 2022. Tre visite in momenti particolarmente importanti per l’Italia e per l’Europa e anche la sua visita oggi si colloca in un momento storico che chiede ai paesi dell’Unione un cambio di passo decisivo per non perdere la strada intrapresa.
Nel corso degli anni in cui lei ha diretto la Banca Centrale Europea si è impegnato con grande autorevolezza per rafforzare gli assetti finanziari ed economici dell’Unione. Nel momento di grave crisi ha preso con audacia decisioni lungimiranti. Anche come presidente del Consiglio dei Ministri, non ha mai avuto dubbi sulla necessità di rafforzare la collaborazione all’interno dell’Unione e di sostenerla affinché essa potesse essere un interlocutore forte e credibile sulla scena internazionale. Le sue molte esperienze acquisite in quegli anni, insieme ai suoi studi, ai suoi dialoghi con protagonisti politici, scientifici, sono confluiti nel suo rapporto “Il futuro della competitività europea” che è diventato un punto di riferimento per la costruzione, forse anche meglio dire ricostruzione, dell’Unione. L’Unione Europea è l’unico grande spazio al mondo in cui il rispetto dei diritti umani, lo stato di diritto, la democrazia, un’economia sociale e un welfare universale coesistono. Si tratta di conquiste maturate nel corso dei secoli attraverso processi sofferti e anche contraddittori. Ma proprio questa storia ci insegna che sono valori e beni che non permangono automaticamente e che darli per scontato vuol dire determinare il loro declino. Essi dipendono da un forte radicamento in una società civile responsabile e solidale e hanno bisogno di essere rinnovati continuamente. Sono convinto che le radici culturali del nostro continente sono in grado di dare anche oggi, in questo momento, linfa vitale per la vita dei nostri popoli.
Mentre la proclamazione ideologica e ripetitiva dei valori europei rischia di rimanere sterile, diventa invece feconda la vita personale e sociale di chi usa la ragione, concepisce il diritto, accoglie l’altro e vive la libertà come la cultura greca, la cultura romana e soprattutto la cultura giudaico-cristiana suggeriscono. E sicuramente questa fecondità aumenta nella misura in cui si cerca un confronto aperto e sincero con le sfide attuali. Insieme alle più recenti tradizioni del liberalismo e del socialismo, l’Europa possiede una ricchezza non solo di culture regionali e nazionali, ma anche di culture di pensiero, di riflessione antropologica e sociale che non chiedono di essere amalgamati in una grande omologazione, ma di essere vissuti proprio nella loro diversità in un dialogo aperto, sincero e costruttivo. Tante esperienze che possiamo incontrare in questa 46ª edizione del Meeting dimostrano che la libertà di cui godiamo cresce, si rafforza e diventa creativa quando si traduce in una costruzione comune con i mattoni sempre nuovi e rinnovati della passione educativa, della responsabilità professionale, del lavoro orientato al bene comune, dell’impegno nei corpi intermedi della partecipazione politica. Vivere in Europa oggi chiede a tutti una rinnovata e decisa assunzione di responsabilità. Ed è nella consapevolezza di questa responsabilità, caro presidente, che siamo grati di poter ascoltare le sue riflessioni e poi le sue risposte alle nostre domande. Grazie.
Mario Draghi:
Grazie a tutti per questo applauso. Presidente Scholz, grazie per le care parole. Voglio salutare il direttore Forlani, tutte le autorità qui presenti.
Per anni l’Unione Europea ha creduto che la dimensione economica con 450 milioni di consumatori portasse con sé potere geopolitico e potere nelle relazioni commerciali internazionali. Quest’anno sarà ricordato come l’anno in cui questa illusione è evaporata. Abbiamo dovuto rassegnarci ai dazi imposti dal nostro più grande partner commerciale e alleato di antica data, gli Stati Uniti. Siamo stati spinti dallo stesso alleato ad aumentare la spesa militare. Una decisione che forse avremmo comunque dovuto prendere, ma in forme e modi che probabilmente non riflettono l’interesse dell’Europa.
L’Unione Europea, nonostante abbia dato il maggior contributo finanziario alla guerra in Ucraina, abbia il maggiore interesse in una pace giusta, ha finora avuto un ruolo abbastanza marginale nei negoziati per la pace. Nel frattempo la Cina ha apertamente sostenuto lo sforzo bellico della Russia mentre espandeva la propria capacità industriale per riversare l’eccesso di produzione in Europa, specialmente ora che l’accesso al mercato americano è limitato dalle nuove barriere imposte dal governo degli Stati Uniti. Le proteste europee hanno avuto poco effetto. La Cina ha chiarito che non considera l’Europa come un partner alla pari e usa il suo controllo nel campo delle terre rare per rendere la nostra dipendenza sempre più vincolante. L’Europa è stata spettatrice anche quando i siti nucleari iraniani venivano bombardati e il massacro di Gaza si intensificava. Questi eventi hanno fatto giustizia di qualunque illusione che la dimensione economica da sola assicurasse una qualche forma di potere geopolitico. Non è quindi sorprendente che lo scetticismo nei confronti dell’Europa abbia raggiunto nuovi picchi, ma è importante chiedersi quale sia veramente l’oggetto di questo scetticismo. Non è, a mio avviso, uno scetticismo nei confronti dei valori su cui l’Unione Europea era stata fondata: democrazia, pace, libertà, indipendenza, sovranità, prosperità, equità. Come ha ricordato ora il presidente Scholz, noi abbiamo un sistema di sicurezza sociale, un social welfare, probabilmente il più sviluppato al mondo. Anche coloro che sostengono che l’Ucraina dovrebbe arrendersi alle richieste della Russia non accetterebbero mai lo stesso destino per il loro paese. Anche loro attribuiscono valore alla libertà, all’indipendenza, alla pace, alla solidarietà, sia pure solo per sé stessi. Credo piuttosto che lo scetticismo riguardi la capacità dell’Unione Europea di difendere questi valori. Ciò è in parte comprensibile. I modelli di organizzazione politica, specialmente quelli sopra-statuali, emergono in parte anche per risolvere i problemi del loro tempo. Quando questi cambiano, tanto da rendere fragile e vulnerabile l’organizzazione preesistente, questa deve cambiare.
L’Unione Europea fu creata perché nella prima metà del XX secolo i precedenti modelli di organizzazione politica, gli Stati nazione, avevano in molti paesi completamente fallito nel compito di difendere questi valori. Molte democrazie avevano rifiutato ogni regola in favore della forza bruta, con il risultato che l’Europa è precipitata nella seconda guerra mondiale. Fu perciò quasi naturale per gli europei di allora sviluppare una forma di difesa collettiva per la democrazia e per la pace. L’Unione Europea rappresentò un’evoluzione che rispondeva a quello che era il più urgente problema del tempo, la tendenza dell’Europa a scivolare nel conflitto ed è insostenibile argomentare che staremmo meglio senza di essa. L’Unione si è poi evoluta di nuovo negli anni dopo la guerra, adattandosi gradualmente alla fase neoliberale tra il 1980 e i primi anni del 2000. Questo periodo fu caratterizzato dalla fede nel libero scambio e nell’apertura dei mercati, da una condivisione del rispetto delle regole multilaterali e da una consapevole riduzione del potere degli Stati che attribuivano compiti e autonomia ad agenzie indipendenti. L’Europa ha prosperato in quel mondo, ha trasformato il proprio mercato comune nel mercato unico, è diventata attore fondamentale nell’Organizzazione Mondiale del Commercio e ha creato autorità indipendenti per la concorrenza e la politica monetaria. Ma quel mondo è finito e molte delle sue caratteristiche sono state cancellate. Mentre prima ci si affidava giustamente o ingiustamente ai mercati per la direzione dell’economia, oggi ci sono politiche industriali di grande respiro. Mentre prima c’era il rispetto delle regole, oggi c’è l’uso della forza militare e della potenza economica per proteggere gli interessi nazionali. Mentre prima lo Stato vedeva ridursi i suoi poteri, tutti gli strumenti sono oggi impiegati in nome del governo dello Stato. L’Europa è poco attrezzata in un mondo dove geo-economia, sicurezza e stabilità delle fonti di approvvigionamento, più che non l’efficienza, ispirano le relazioni commerciali internazionali. La nostra organizzazione politica deve adattarsi alle esigenze del suo tempo quando esse sono esistenziali.
Noi dobbiamo riuscire ad arrivare a un consenso su ciò che questo comporta. È chiaro che distruggere l’integrazione europea per tornare alla sovranità nazionale non farebbe altro che esporci ancor di più al volere delle grandi potenze. Ma è anche vero che per difendere l’Europa dal crescente scetticismo non dobbiamo cercare di estrapolare le conquiste del passato nel futuro che ci accingiamo a vivere. I successi che abbiamo raggiunto nei decenni precedenti erano in realtà risposte alle specifiche sfide di quel tempo e ci dicono poco circa la capacità di affrontare le sfide che ci si pongono oggi. Il prendere atto che la forza economica è condizione necessaria, ma non sufficiente per avere forza geopolitica, potrà finalmente avviare una riflessione politica sul futuro dell’Unione. Possiamo trarre qualche conforto dal fatto che l’Unione Europea è stata capace di cambiare nel passato, ma adattarsi all’ordine neoliberale era in confronto un compito relativamente facile. L’obiettivo principale allora era quello di aprire mercati e di limitare l’intervento dello Stato. L’Unione Europea poteva allora agire principalmente come un regolatore e un arbitro, evitando di affrontare la questione più difficile dell’integrazione politica. Per affrontare le sfide di oggi, l’Unione Europea deve trasformarsi da spettatore o al più comprimario in attore protagonista. Deve mutare anche la sua organizzazione politica che è inseparabile dalla sua capacità di raggiungere i suoi obiettivi economici e strategici e le riforme in campo economico restano condizione necessaria in questo percorso di consapevolezza. Dopo quasi 80 anni dalla fine della seconda guerra mondiale, la difesa collettiva della democrazia è data per scontata, come ci ricordava il presidente Scholz un attimo fa, è data per scontata da generazioni che non hanno il ricordo di quel tempo. Quindi la loro convinta adesione alla costruzione politica europea dipende anche in misura importante dalla sua capacità di offrire ai cittadini prospettive per il futuro, quindi anche dalla crescita economica che in Europa è stata in questi ultimi 30 anni più bassa che in tutto il resto del mondo.
Il rapporto sulla competitività europea ha indicato le molte aree in cui l’Europa sta perdendo terreno e dove più urgenti sono le riforme. Ma un tema ricorre attraverso tutte le indicazioni del rapporto: la necessità di utilizzare appieno la dimensione europea lungo due direzioni. La prima è quella del mercato interno. L’atto del mercato unico fu approvato quasi 40 anni fa. Eppure permangono ostacoli significativi agli scambi interni all’Europa. La loro rimozione avrebbe un impatto sostanziale sulla crescita dell’Europa. Il Fondo Monetario Internazionale calcola che se le nostre barriere interne fossero ridotte al livello di quelle prevalenti negli Stati Uniti, la produttività del lavoro nell’Unione Europea potrebbe essere molto più alta, circa il 7% dopo 7 anni. Pensate che negli ultimi anni è stata il due, al massimo il 2%. Il costo di queste barriere è già visibile. Gli Stati europei si accingono a una gigantesca impresa militare con 2 trilioni di euro, di cui un quarto in Germania, di spese addizionali nella difesa pianificate tra oggi e il 2031. Eppure abbiamo delle barriere interne che sono equivalenti a una tariffa del 64% su macchinari e del 95% sui metalli. Il risultato sono gare d’appalto più lente, maggiori costi, maggiori acquisti da fornitori al di fuori dell’Unione Europea, senza quindi neanche una funzione di stimolo alle nostre economie. Tutto a causa degli ostacoli che noi imponiamo a noi stessi. La seconda dimensione in cui la dimensione europea è essenziale è quella tecnologica. Un punto è ormai chiaro dal modo in cui si sta evolvendo l’economia globale. Nessun paese che voglia prosperità e sovranità può permettersi di essere escluso dalle tecnologie critiche. Gli Stati Uniti e la Cina usano apertamente il loro controllo sulle risorse strategiche, sulle tecnologie per ottenere concessioni in molte altre aree. Ogni dipendenza eccessiva è così divenuta incompatibile con la sovranità sul nostro futuro, con la capacità e la volontà che noi abbiamo di disegnare il nostro futuro. Nessun paese europeo può avere da solo le risorse necessarie per costruire la capacità industriale richiesta per sviluppare queste tecnologie.
L’industria dei semiconduttori ben illustra questa sfida. I chip sono essenziali per la trasformazione digitale che sta avvenendo oggi, ma gli impianti per produrli richiedono grandi investimenti. Negli Stati Uniti l’investimento pubblico e privato è concentrato in un piccolo numero di grandi fabbriche con progetti che vanno da 30 a 65 miliardi di dollari. Invece in Europa la maggior parte della spesa ha luogo a livello nazionale, essenzialmente attraverso gli aiuti di Stato. I progetti sono molto più piccoli, tipicamente tra 2 e 3 miliardi di dollari e dispersi tra i nostri paesi che hanno sempre priorità differenti. La Corte dei Conti Europea ha già avvertito che ci sono ben poche probabilità che l’Unione Europea raggiunga il suo obiettivo di aumentare per il 2030 la quota di mercato globale in questo settore al 20% da meno del 10% di oggi. Se già nel 2025 in 5 anni dovremmo raddoppiare la nostra quota di chip di conduttori sul mercato globale in 5 anni. Quindi, sia per quanto riguarda la dimensione del mercato interno, sia per quella delle tecnologie, torniamo al punto fondamentale.
L’Unione Europea, per raggiungere questi obiettivi, dovrà muoversi verso nuove forme di integrazione e abbiamo la possibilità di farlo, per esempio, con il 28º regime. Questa è una delle proposte che la Commissione Europea ha promesso che avrebbe presentato prima della fine di quest’anno, consiste essenzialmente nell’avere un regime giuridico uguale in tutto il territorio dell’Unione soltanto per le piccole imprese. In questo modo una piccola impresa può operare in tutti i 27 membri dell’Unione, Stati membri dell’Unione, senza doversi effettivamente creare delle filiali in ognuno di questi 27 membri, che si rivela regolarmente un’impresa troppo costosa per le piccole società. Per esempio, abbiamo la possibilità di farlo con un accordo su progetti di comune interesse europeo e con il loro finanziamento comune. Condizione essenziale ormai è sempre più chiaro perché questi progetti raggiungano la dimensione tecnologicamente necessaria ed economicamente autosufficiente.
In altre parole, i progetti si ripagano solo se sono grandi a sufficienza. Altrimenti no. Per essere grandi a sufficienza occorre pensare a forme di finanziamento comune, quindi non solo più nazionali. Anni fa, proprio qui al vostro Meeting, ricordai come c’è debito buono e debito cattivo. Il debito cattivo finanzia il consumo corrente o lo spreco, lasciandone il peso alle future generazioni. Il debito buono serve a finanziare investimenti nelle priorità strategiche e nell’aumento della produttività, genera la crescita che servirà poi a ripagarlo.
Oggi però in alcuni settori il debito buono non è più possibile a livello nazionale perché gli investimenti fatti in isolamento non possono raggiungere la dimensione necessaria per giustificare il debito che li ha finanziati e per aumentare la produttività. Soltanto forme di debito comune possono sostenere progetti europei di grande ampiezza, che sforzi nazionali frammentati e insufficienti non riuscirebbero mai ad attuare. Questo vale, per esempio, per la difesa e soprattutto per la ricerca e sviluppo all’interno della difesa, che è forse la parte più interessante e importante. Questa è una decisione che chiaramente mette in difficoltà molte persone all’interno dell’Unione Europea, quindi una decisione che andrebbe pensata e resa ragionevole per quanto possibile. Vale soprattutto per l’energia, per gli investimenti necessari nelle reti e nell’infrastruttura europea, per le tecnologie dirompenti, un’area in cui i rischi sono molto alti, ma i potenziali successi sono fondamentali per trasformare le nostre economie.
Lo scetticismo aiuta a vedere attraverso la nebbia della retorica, ma occorre anche la speranza nel cambiamento e la fiducia nelle proprie capacità di attuarlo. Tutti voi siete cresciuti in un’Europa in cui gli Stati nazione, credo tutti voi, siete cresciuti in Europa in cui gli Stati nazione hanno perso importanza relativa. Siete cresciuti come europei in un mondo dove è naturale viaggiare, lavorare e studiare in altri paesi. Molti di voi accettano di essere sia italiani che europei. Molti di voi riconoscono come l’Europa aiuti i piccoli paesi a raggiungere insieme obiettivi che non riuscirebbero a conseguire da soli, specialmente in un mondo dominato da superpotenze come gli Stati Uniti e la Cina.
È quindi naturale che speriate nel cambiamento dell’Europa. Abbiamo poi visto che negli anni l’Unione Europea è stata capace di adattarsi nell’emergenza, talvolta andando anche al di là di ogni aspettativa. Siamo stati capaci di infrangere tabù storici, quale il debito comune all’interno del programma Next Generation EU, e di aiutarci l’un l’altro durante la pandemia. Abbiamo portato a termine in tempi rapidissimi una vastissima campagna di vaccinazione. Abbiamo dimostrato un’unità e una partecipazione senza precedenti nella risposta all’invasione russa dell’Ucraina. Ma queste sono state risposte a emergenze. La sfida è ora essere capaci di agire con la stessa decisione in tempi ordinari per confrontarci con i nuovi contorni nel mondo in cui stiamo entrando.
È un mondo che non ci guarda con simpatia, che non aspetta la lunghezza dei nostri riti comunitari per imporci la sua forza. È un mondo che pretende da parte nostra una discontinuità negli obiettivi, nei tempi e nei modi di lavoro. La presenza, per esempio, dei cinque leader di Stati europei e dei presidenti della Commissione e del Consiglio europeo nell’ultimo incontro che è avvenuto alla Casa Bianca è stata una manifestazione di unità che vale agli occhi dei cittadini europei più di tante riunioni a Bruxelles.
Finora molto dello sforzo di adattamento è venuto dal settore privato che ha finora mostrato solidità. Nonostante la grande instabilità delle nuove relazioni commerciali, le imprese europee stanno adottando tecnologie digitali di ultima generazione, inclusa l’intelligenza artificiale, a ritmo paragonabile a quello degli Stati Uniti e la forte base manifatturiera europea potrà far fronte ad un aumento di domanda per una maggiore produzione interna. Ciò che è rimasto indietro è il settore pubblico, dove sono più necessari i cambiamenti decisivi.
I governi devono definire su quali settori impostare la politica industriale, devono rimuovere le barriere non necessarie, rivedere la struttura dei permessi nel campo dell’energia e devono soprattutto mettersi d’accordo su come finanziare giganteschi investimenti necessari in futuro, stimati dalla Commissione Europea in circa 1,2 trilioni di euro all’anno e devono disegnare una politica commerciale adatta a un mondo che sta abbandonando le regole multilaterali. In breve, devono ritrovare unità di azione e non dovranno farlo quando le circostanze saranno divenute insostenibili, ma ora, quando abbiamo ancora il potere di disegnare il nostro futuro. Possiamo cambiare la traiettoria del nostro continente. Trasformate il vostro scetticismo in azione, fate sentire la vostra voce. L’Unione Europea è soprattutto un meccanismo per raggiungere gli obiettivi condivisi dai suoi cittadini. È la nostra migliore opportunità per un futuro di pace, sicurezza, indipendenza, solidarietà. È una democrazia e siamo noi, voi, i suoi cittadini, gli europei che decidono le sue priorità. Grazie.
Bernhard Scholz:
Grazie presidente per le sue riflessioni che sono lungimiranti, che hanno una forza di convinzione e di ragionevolezza che un confronto leale, positivo, simpatico sarebbe quasi scontato. Invece vediamo che tutto quello che lei chiede richiederebbe questa simpatia fra i governi europei che invece si stanno allontanando e l’abbiamo visto anche negli ultimi mesi.
Quindi la progettualità europea, rispetto anche alla competitività mondiale che lei ha ben descritta, sembra che non sia sufficiente per integrare anche i governi stessi in cui lo scetticismo di cui parlava prevale, in alcuni almeno, prevale molto. In che modo sarebbe possibile superare questa disintegrazione anche a livello di governi, di partiti importanti che nei vari paesi? E in che senso un riposizionamento anche culturale dell’Europa potrebbe essere di aiuto?
Mario Draghi:
Ma certamente un riposizionamento culturale è importantissimo, lo ricordava lei, l’ho ricordato anch’io. Questi valori nei quali le generazioni che non hanno conosciuto la guerra e non ne hanno neanche un ricordo vicino, soprattutto quelli che ha ricordato: libertà, indipendenza, sovranità, solidarietà e democrazia, non sono più scontati. C’è l’abitudine a considerarli scontati. Ma oggi il mondo ci sta dicendo una cosa. Guarda che forse cinque, anche 5 anni fa, 6 anni fa l’atmosfera era un’atmosfera in cui non si sentiva espressioni del genere. C’era qualcuno che era particolarmente preveggente, ma generalmente, quindi la prima cosa, il messaggio che viene dal resto del mondo è cambiato.
È cambiato ed è un mondo che non garantisce più l’ambiente culturale, politico, sociale nel quale noi siamo cresciuti e i momenti di consapevolezza sono venuti… Certamente questo rapporto ha fatto sentire la voce di tanti europei, perché questo ha fatto sostanzialmente, oltre a un po’ di ragionamenti, ha portato all’attenzione di tutti i cittadini la voce di tante persone che lavorano nella società europea in tanti settori, dieci settori dell’economia, la visione di persone di straordinario valore. Il rapporto, posso dire una parola su come è stato fatto? Il rapporto ha visto la partecipazione, io dico a tre gambe, una gamba è quella della Commissione Europea che ha messo a disposizione tutta la conoscenza dei servizi che la Commissione ha. Quindi quei servizi hanno dato al rapporto lo stato della conoscenza, ciò che è stato fatto. Poi c’è stata l’industria e i partner sociali. Ho intervistato decine di amministratori delegati di società in Europa, ma anche negli Stati Uniti, giovani imprenditori europei che erano andati lì per capire “perché siete andati via?” e questi ci hanno detto quello che bisognerebbe fare. E poi c’è stata la collaborazione di decine di persone, di scienziati, ci sono tre premi Nobel che hanno partecipato al rapporto, ingegneri, fisici e tantissimi economisti che hanno partecipato, a questo rapporto e hanno dato, hanno costruito tutti insieme la narrativa del rapporto. E questo è stato un momento di grande consapevolezza perché io ricordo all’inizio di questo rapporto, all’inizio, cos’era? Il 2023, se non sbaglio, sì, il settembre del 2023, parlavo, ma nessuno aveva la sensazione che le cose non andassero bene. C’era una situazione di complessiva tranquillità. Questo sia nell’industria, sia nella politica, sia negli stessi servizi burocratici di Bruxelles.
Quindi primo, il secondo è stata una sveglia molto più brutale ed è quella che ci ha dato Trump. Certamente le elezioni degli Stati Uniti, è cambiato tutto. Quindi questo, secondo me, è un fattore che in fondo, se noi pensiamo oggi di fronte a quello che succede, non le viene in mente che forse la prima cosa da fare è “stringiamoci tutti insieme”, no? Questo, secondo me, è il secondo motore di questo rapporto. Questo è un po’ quello che, secondo me, ora ha creato una situazione politico-sociale, psicologica che in un certo senso fa sperare bene circa una diversa forma di organizzazione politica. Nel frattempo io non dico che non si possa far niente di quello che il rapporto suggerisce, ma ci sono dei tempi.
Bisogna imparare ad andare d’accordo. Guardate, c’è una cosa che mi viene sempre in mente, è l’inizio dei negoziati sul trattato di Maastricht. È il 1991. È una conversazione con l’allora governatore della Banca d’Italia Ciampi, che una volta, probabilmente seduti a uno di questi tavoli dove duravano fino alle 2:00 del mattino le riunioni, mi disse: “Ma lo sa che mi dicono tutti che io non dovrei fare, non dovrei partecipare alla costruzione dell’euro perché perdo sovranità monetaria?”. Mi fa: “Ma io non ce l’ho questa sovranità monetaria oggi. Io devo fare solo quello che dice la Bundesbank, la banca centrale tedesca. O faccio come dicono i tedeschi o la lira crolla.” Ed era crollata tantissime volte negli anni ’80. Questa è la capacità di capire che nel negoziato si perde un po’ di sovranità nazionale, ma si acquista su un altro fronte. Ciampi diceva: “Preferisco avere una fettina di una sovranità grande piuttosto che niente come oggi.” La rigidità, la passività creano inazione ed è un po’ quello che abbiamo visto negli ultimi 10-15 anni. Abbiamo visto un posticipare tutte le decisioni importanti perché non si riusciva ad andare d’accordo e l’inazione è il peggior nemico dell’Europa.
Bernhard Scholz:
Grazie. Abbiamo detto che la democrazia è oggettivamente un valore che contraddistingue l’Europa in un modo chiaro rispetto a tante altre realtà nel mondo. Però la democrazia in Europa è cresciuta perché c’erano delle scuole di democrazia, associazioni, opere sociali, i partiti radicati nel territorio, quindi una società civile viva che ha avuto tutta la sua espressività dove le persone hanno imparato a partecipare, a fare compromesso, a impegnarsi, a negoziare. Tutta questa vita però viene meno e al contempo la democrazia diventa urgente, ma vediamo sempre più simpatie per sistemi autocratici, le persone più isolate, i sistemi autocratici che si assumono il loro potere. Lei come, dove vede questa priorità di una democrazia vissuta in Europa? Perché poniamo che i governi si mettono d’accordo. Di fatto abbiamo una società civile sempre più frammentata, sempre più polarizzata.
Mario Draghi:
Sono due piani diversi. I governi devono mettersi d’accordo per decidere poi cosa fare tutti insieme.
La società civile, purtroppo, questo il pericolo che lei descrive è vero. La nostra società diventa sempre più atomizzata e una società che è atomizzata è una società in cui la solitudine prevale, in cui i cittadini sono lontani dalle istituzioni, in cui non sentono la presenza delle istituzioni né lo Stato, tantomeno l’Europa. In questa società i corpi intermedi sono fondamentali perché i corpi intermedi per loro vocazione avvicinano le istituzioni e le loro decisioni alle persone e questo permette di fare soprattutto per gli Stati.. noi li sentiamo ormai, voi più giovani ancora di più, ma li sentite molto lontani. Ma chiaramente l’Europa è ancora più lontana e più lontana è l’istituzione, più beneficia della presenza e del lavoro dei corpi intermedi. Quindi oggi è una strada da percorrere con convinzione e con entusiasmo. Questo è e specialmente poi anche, ormai, dicevo prima che voi siete cresciuti in un ambiente in cui gli Stati nazionali hanno perso un po’ di importanza. In questa situazione è molto difficile trovare un punto di appiglio, un appoggio. Ed è per questo che, ripeto, i corpi intermedi e anche quelli con ispirazione religiosa che per loro quasi vocazione, definizione, sono transnazionali, è uno strumento straordinario ed è uno strumento, tra l’altro, prima dicevo alla fine del discorso, “dovete far sentire la vostra voce”, è uno strumento che canalizza i bisogni dei cittadini, è uno strumento indispensabile per la costruzione di questa nuova Europa in cui la difesa, la sua difesa avviene proprio nella costruzione di un’Europa che risponda ai bisogni dei cittadini e i corpi intermedi sono fondamentali per questo.
Bernhard Scholz:
Grazie. Vorrei chiudere con una domanda più personale. Lei ha espresso in tutta la sua vita professionale e anche politica una profonda stima per l’Europa e anche per l’Unione Europea, pur criticando dove c’era da criticare, però sempre in un modo molto costruttivo, ma con una profonda convinzione che questa è una strada necessaria da percorrere e questo è emerso in un modo molto importante, significativo, particolarmente significativo nel luglio del 2012 quando lei ha formulato il suo famoso “Whatever it Takes”, che è stata la strada che ha riassestato il posizionamento europeo a livello finanziario, economico, a livello globale, perché ha ridato fiducia all’euro che si stava perdendo. La mia domanda è questa: dov’è nata la sua convinzione europea? Che cosa le ha permesso queste decisioni anche molto coraggiose, audaci che lei ha preso nella sua vita?
Mario Draghi:
Ma guardi, io non provengo da un ambiente culturale che era particolarmente europeo. Forse, come voi saprete, scrissi la mia laurea sostenendo che la moneta unica era una gran sciocchezza, che negli anni successivi negli Stati Uniti guardavo all’Europa come un agglomerato burocratico che non aveva, chiaramente a me, non appariva chiara la direzione verso cui andava. Poi, quando sono tornato in Italia, all’inizio degli anni ’90, ho visto intanto che alcune cose erano successe durante gli anni ’80. Dicevo prima, nel discorso, è stato firmato l’atto del mercato unico, ma soprattutto le condizioni dei paesi europei erano cambiate molto rispetto a quando io scrivevo questa tesi. Sono diventati più vicini e quindi forse valeva la pena dare una chance all’euro. Creare una moneta unica con paesi completamente eterogenei non ha senso. E quindi mi sono avvicinato proprio al negoziato del trattato di Maastricht perché quella fu la prima cosa che mi fu chiesta, che mi fu affidata con il resto della delegazione italiana. Quindi mi sono avvicinato a questo negoziato senza avere molto della retorica o degli ideali europei in testa, ma semplicemente per vedere se questa cosa aveva qualche prospettiva di riuscire. E man mano ho visto che ci si è riusciti con sofferenza e anche con grandi cambiamenti. Quindi, quando poi sono diventato presidente della Banca Centrale Europea e si verificava quella situazione, voi sapete che il mandato della BCE è quello di assicurare la stabilità dei prezzi e basta. Però lì l’euro rischiava di sparire e quindi mi sono chiesto: “Ma che senso ha l’obiettivo della stabilità dei prezzi se non c’è più la moneta con cui questi prezzi vengono misurati?”.
E mi sono detto: “Tutto sommato finora questa moneta ha mostrato di saper sopravvivere e forse questa moneta è al centro di una costruzione politica che io credo sia il futuro di tutti noi”. Però questa considerazione politica al momento delle decisioni non fu presa. Non mi venne in mente, mi venne in mente semplicemente che lì c’era una situazione che si poteva risolvere e affrontare e andava affrontata. Questa è un po’ la storia del mio europeismo, un europeismo molto pragmatico che è diventato nella storia anche più di maggior respiro, più politico, ma non è un europeismo che parte dai grandi principi della visione europea.
Sulla visione mi vengono sempre in mente le parole che un cancelliere della Germania, Helmut Schmidt, diceva quando gli dicevano: “Ma lei non ha una visione?”. Dice: “Guarda, se tu cerchi una visione vai dall’oculista”. Questo, quindi, è un europeismo molto “coi piedi per terra” il mio.
Bernhard Scholz:
Grazie mille, presidente, grazie di essere venuti e grazie per aver condiviso anche questo approccio molto “coi piedi per terra”, ma forse questo ci permette anche di fare i passi giusti, al momento giusto. Grazie.
Grazie a tutti voi.










