Chi siamo
PACE È… INCONTRO
Approfondimento della mostra Profezie per la pace realizzata da Gioventù Studentesca
Giorgio Bazzega, figlio di Sergio Bazzega, maresciallo dei servizi di sicurezza antiterrorismo ucciso dalle BR, mediatore penale esperto di giustizia riparativa; Franco Bonisoli, ex brigatista, impegnato in percorsi di giustizia riparativa e studenti di Gioventù Studentesca di Milano. Modera Claudia Peri, docente liceo Umberto Boccioni, Milano
A partire dal dialogo tra vittime e responsabili della lotta armata negli anni Settanta: un incredibile percorso di giustizia riparativa come strumento di riconciliazione e di pace.
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CLAUDIA PERI
Allora, buonasera e benvenuti a tutti a questo nostro dialogo. Io mi presento, sono Claudia Peri, un’insegnante, insegno in un liceo artistico Boccioni di Milano. Qui con me ci sono Chiara Brioschi e Matteo Desco, che sono due ragazzi del liceo, delle superiori. E soprattutto ci sono Giorgio Bazzega e Franco Bonisoli, che sono i nostri ospiti e che ringrazio per aver accettato di condividere un pezzo della loro vita e della loro storia con noi, che è un pezzo importante.
Allora, l’idea di questo incontro nasce all’interno della mostra che potete visitare qua a fianco, che è la mostra “Profezie per la pace”. È una mostra che nasce da un’idea di un’insegnante, Cristina, che è qui con noi, che ha coinvolto poi altri insegnanti e tanti ragazzi. Appunto, un gruppo di ragazzi di tutta Italia di Gioventù Studentesca, con alcuni insegnanti, hanno proprio costruito nel corso dell’anno questa mostra “Profezie per la pace”, dove i ragazzi hanno indagato i numerosissimi conflitti aperti nel mondo e hanno cercato di rintracciare, e l’hanno proprio fatto, storie di pace dentro l’inferno della guerra o delle tensioni che ci sono oggi nel mondo.
Allora, l’incontro di questa sera vuole mettere in evidenza che le profezie per la pace possono diventare reali spazi di dialogo e proprio di riconciliazione e questo è dimostrato dalla presenza di Franco e di Giorgio qui con noi. Prima di dire due parole sulla loro biografia, voglio darvi una coordinata sul contesto storico per comprendere il nostro dialogo.
Il periodo storico che vede le loro due vite intrecciarsi è quello degli anni ’60-’80 in Italia, anni dominati da una spirale di violenza crescente. Sono gli anni della lotta armata e delle Brigate Rosse che intraprendono una vera e propria lotta contro lo Stato. Ricordiamo, per esempio, tra i vari fatti di violenza, il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro e della sua scorta. Sono anni terribili, segnati da un grande dolore, che però ha trovato una strada per portare frutti insperati, e questi frutti saranno quelli che vedremo qui stasera. Adesso eccoci alle presentazioni.
Franco Bonisoli nasce a Reggio Emilia da una famiglia operaia e comunista, entra giovanissimo a 19 anni nelle Brigate Rosse, fa parte tra l’altro del Comitato Esecutivo e della Direzione Strategica, quindi ci crede fino in fondo. A 23 anni viene arrestato, condannato, detenuto nel carcere di massima sicurezza e qualche anno dopo entra in una profonda crisi interiore. Questa crisi lo porterà a imbattersi e a impegnarsi in percorsi di giustizia riparativa, insomma, un cataclisma nella sua vita che vedrete la sua vitalità, non devo dirla io.
Giorgio è figlio di Sergio Bazzega, un maresciallo dei servizi di sicurezza antiterrorismo che è stato ucciso da Walter Alasia, anche lui appartenente alle Brigate Rosse. Il 15 dicembre 1976 Giorgio aveva due anni, quindi suo padre come ultimo gesto sacrifica se stesso per non colpire i genitori di Walter Alasia. La vita di Giorgio è profondamente segnata da questa perdita, ma la cosa che mi ha colpito, che gli ho detto, è che è stata segnata anche da quell’ultimo gesto di amore che suo padre ha avuto alla vita di queste persone.
Quindi anche lui, grazie all’incontro soprattutto con Maglio Milani, il presidente dell’Associazione delle vittime di Piazza della Loggia, inciampa nella giustizia riparativa, riprende in mano il timone della sua vita e ricomincia. Allora, vi do ancora due idee su che cos’è la giustizia riparativa: è una forma di giustizia che pone a confronto vittima e reo, favorendo proprio un confronto. Si articola in un percorso dove c’è un mediatore che permette alle parti in causa di ascoltarsi e di dialogare. È un percorso di incontro, di condivisione e di un cammino tra autori di reato e vittime che può arrivare a quello che documenta Agnese Moro, riporto le sue parole: “Ognuno di noi aveva un inferno dentro che ha avuto il coraggio di attraversare, ma soprattutto di attraversare insieme.”
È una cosa incredibile che Giorgio e Franco siano qui insieme a noi seduti oggi ed è ancora più incredibile il fatto che loro siano profondamente amici. Finisco questa mia introduzione citando un pensiero di Papa Leone che ha detto al Giubileo dei Giovani a Torvergata: “L’amicizia può veramente cambiare il mondo, l’amicizia è una strada verso la pace.” Adesso lascio la parola a Chiara e a Matteo che hanno preparato due domande da fare ai nostri ospiti. Grazie, godetevi l’incontro, ne vedremo delle belle.
CHIARA
Allora, la costruzione della mostra “Profezie per la pace” mi ha dato l’opportunità di approfondire e conoscere principalmente la storia di Franco e da subito mi ha colpito come tu, Franco, hai avuto sempre l’urgenza di rispondere al tuo desiderio di pace in tutto il tuo percorso. Urgenza che si è tradotta diversamente nel tempo, inizialmente aderendo alle Brigate Rosse fino a poi intraprendere l’esperienza di giustizia riparativa, esperienza che ti ha permesso di conoscere Giorgio e di intraprendere una relazione di amicizia e anche di costruzione e di pace. Chiedo quindi ad entrambi come e quando è nato in voi il desiderio di fare pace con il vostro passato e come è stato possibile farlo e che posto ha questo passato adesso nelle vostre vite.
MATTEO
Io invece volevo chiedervi, per entrambi c’è stato evidentemente un incontro fondamentale che vi ha fatto cambiare rotta e costruire qualcosa di positivo, prima di tutto per voi e poi per il mondo. Quindi volevo chiedervi se potevate raccontarci come avete incontrato il percorso della giustizia riparativa e che ruolo ha avuto e ha nella vostra vita. Grazie.
FRANCO BONISOLI
Va bene, si sente? Buonasera a tutti. Intanto grazie, soprattutto agli organizzatori di questa mostra perché sono stati quelli che mi hanno un po’ stimolato a essere qui e affrontare un tema sicuramente complesso, il discorso della pace. Ho cercato di riflettere su tutta quella che è stata un po’ la mia, nostra esperienza. Io ho sempre desiderato un mondo di pace e una cosa che mi aveva colpito enormemente quando ero ragazzo era la guerra del Vietnam, dove vedevo la prepotenza di uno stato forte contro un popolo più debole. Quelli che hanno più o meno la mia età si ricorderanno il movimento di opposizione a livello mondiale contro la guerra del Vietnam, e si desiderava la fine della guerra.
In quegli anni, la cultura a cui io ho aderito era quella che prevedeva la possibilità di costruire un mondo migliore attraverso la distruzione di quello peggiore, quello esistente. Quindi pensare di fare una rivoluzione e una rivoluzione violenta. L’uso della violenza era un’opzione allora abbastanza presente da questo punto di vista e l’idea era che la rivoluzione violenta era il mezzo che veniva giustificato per avere un fine migliore, un fine di pace, un mondo migliore senza sfruttamento, senza ricchi e poveri, senza deboli e prepotenti, insomma, un mondo, un Eden terreno che noi chiamavamo comunismo. C’era una cultura molto forte da questo punto di vista.
Io feci la scelta, come diceva prima Claudina, abbastanza giovane. Ho iniziato a partecipare alle lotte studentesche e poi a quelle operaie fin da quando avevo 14-15 anni. E poi, a 19 anni, ho fatto il salto di qualità di andare nelle Brigate Rosse come clandestino, come rivoluzionario a tempo pieno, come lo pensavamo noi. Che ha voluto dire abbandonare tutto ciò che avevo, che tutto sommato era una vita normale, avevo comunque delle possibilità, come negli anni ’70, una famiglia operaia comunque dignitosa, e quello di abbandonare tutto, quindi il lavoro, lo studio serale che ho fatto, l’università a cui mi ero poi iscritto, la ragazza, gli amici, e andare in una grande città dove doveva scoppiare la rivoluzione. Quindi è stato prima di tutto quello di donare la mia vita per una causa che ritenevo profondamente giusta.
Ho vissuto, quindi ho fatto tutto il percorso che poi in poche parole Claudina prima ha riassunto: sono stato militante clandestino di questa organizzazione fino a assumere anche ruoli importanti, e avere ruoli importanti vuol dire avere anche la responsabilità di tutti quei fatti che l’organizzazione ha fatto, che erano attentati prima contro le cose, poi contro le persone, fino a arrivare a concepire, giustificare e commettere l’omicidio politico. Al di là di quello che io materialmente posso aver fatto, mi sono sempre sentito la responsabilità di tutto ciò che ha fatto l’organizzazione a cui ho appartenuto e quindi senza sconti di pena a me stesso.
Ho vissuto clandestino quattro anni e sono finito in carcere di massima sicurezza, circuiti molto duri, rigidissimi. Allora c’erano le isole, l’isola dell’Asinara, Pianosa, che erano i carceri più duri e di deprivazione totale. Bisogna tenere presente che in quegli anni Amnesty International denunciava l’Italia per avere dei trattamenti di gestione delle carceri paragonabili alla tortura e furono fatte parecchie denunce alla Corte Internazionale dell’Aia sui trattamenti delle carceri. Però devo dire che più il carcere era duro, più io mi indurivo. Non aveva l’effetto di piegarti, ma quello di indurirti sempre di più.
All’incontro di stamattina, per chi c’era, Pino Cantatore anche lui ha fatto un accenno a questo aspetto ed è molto importante capire oggi, in questo momento in cui sembra che con la sicurezza, creare tanti reati, aumentare le pene e in pratica chiuderli dentro e buttare via la chiave non serve a niente, è solo negativo, serve solo a incrementare quella che è una violenza che già c’è. Infatti, in quegli anni in cui ero nelle carceri speciali ho partecipato a varie rivolte violente, tentativi di evasione che comunque erano sempre per forza violenti perché le condizioni erano quelle. Il carcere non offriva opportunità, stamattina abbiamo parlato di opportunità di lavoro, in quegli anni non se ne parlava neanche. Quindi da questo punto di vista sono andato avanti così per anni. Ho avuto i processi, sono stato condannato a quattro ergastoli e 105 anni di pena.
Le leggi dell’emergenza che non guardavano in faccia nessuno. Quindi il dialogo con lo Stato era di chiusura netta e totale. Il bisogno di pace allora era diventato proprio un bisogno di guerra, era diventato un bisogno di pensare che la pace si poteva ottenere solo sopraffacendo l’altro, in questo caso lo Stato. Dopo queste cose, che devo riassumere in pochissime parole perché c’è un percorso in mezzo grandissimo, per fortuna a un certo punto, come si diceva all’inizio, sono entrato in crisi. Ed è una delle ragioni per cui oggi, nonostante le condanne che ho avuto, sono qui perché qualcuno si sarà chiesto come mai con le condanne adesso sei qui.
Sono entrato in crisi in un momento particolare, già della stanchezza, già della difficoltà in cui i livelli di scontro nel paese erano diventati altissimi, un sacco di morti da una parte e dall’altra. Anche io ho avuto molti miei compagni che sono stati ammazzati, che magari potevano essere semplicemente arrestati. E poi, in un momento così di durezza, è successo un livello di apertura inaspettato e ve lo descrivo così per essere più chiari. A uno di questi maxi processi a cui ho partecipato, a Torino in particolare, andammo in tanti, tutti belligeranti, arrivavamo dalle varie carceri, ci trovavamo tutti lì, faremo programmi di lotta, eccetera, eccetera. In una situazione del genere era presumibile che il direttore aumentasse le misure di sicurezza, che già erano presenti, e invece il direttore, dottor Suraci, fece l’opposto: allentò le misure di sicurezza. La prima cosa ci propose di fare una delegazione per poter discutere i problemi e vederli insieme, per risolverli.
Ci spiazzò perché eravamo abituati allo scontro, perché quando tu entri nella logica dello scontro uno ha bisogno dell’altro. Se ti viene cambiato il tavolo di gioco, uno rimane spiazzato e così è successo a noi. Infatti, sono tornato in sezione dai miei compagni e ho detto: “Ragazzi, qua ci han proposto una delegazione, che facciamo? Accettiamo?” “Vediamo, facciamo, accettiamo”. E da lì sono iniziate poi tutta una serie di aperture di dialoghi con l’esterno, di possibilità di dialoghi che prima erano precluse. Questo ha portato intanto ad abbassare immediatamente quei livelli di belligeranza a cui noi eravamo arrivati a quel processo, un processo che durò alcuni mesi con le gabbie, quelle che vedete, il processo di mafia che l’abbiamo inaugurato noi. Il dialogo con le persone che venivano a trovarci al processo ci permetteva anche di renderci conto che il mondo fuori stava cambiando, erano finiti gli anni ’70, cominciavano gli anni ’80, la gente non aveva più voglia di fare…, e quindi ci siamo accorti che c’era qualcosa che cambiava.
Siamo ritornati alla fine del processo nelle carceri di provenienza, io tornai nel carcere di Nuoro, dove rimasi scioccato dal fatto che i miei compagni che erano rimasti lì, che non avevano avuto l’opportunità come me di girare, di entrare in contatto con altre realtà, avevano un vocabolario strettissimo, duro, chiuso, poche parole, durezza, duri, “siamo forti”. Tutte chiacchiere molto ideologizzate. E quindi qui si inizia a dire… cominci a andare in crisi, a non crederci più. “Qui abbiamo fallito tutto, fuori il mondo stanno da una parte e qui siamo ancora fermi ad aspettare che le guardie ti picchino per dire che sono bastardi”. Insomma, che logica è? E quindi iniziai a parlare con alcuni miei compagni di questa cosa.
Infatti, questa crisi per me fu fortissima, una cosa che arrivò quasi inaspettata, come un fulmine, qualcosa di irrazionale. Cominciai a rivedere la mia vita di colpo in cui pensai che avevo distrutto la mia vita, avevo fatto un dolore terribile ai miei genitori perché i miei familiari subirono le mie scelte in modo pesantissimo, i miei compagni che avevo coinvolto in questa rivoluzione che per me ormai si stava dimostrando fallimentare, non ci credevo più e poi soprattutto quelle che erano state le vittime delle nostre azioni o meno. Noi eravamo entrati in una logica di guerra e nella logica di guerra tu hai bisogno, per toccare il corpo di un altro, per colpire il corpo di un altro, quello di renderlo cosa, reificarlo, disumanizzarlo, non vederlo più come persona e questa è la logica della guerra.
Mi ricordo le prime immagini della guerra in Ucraina, due soldati, uno ucraino e uno russo, due ragazzi di 20 anni con le stesse aspirazioni perché avevano solo una divisa diversa e quindi si doveva fare la guerra, sennò se non ammazzavi tu, lo ammazzava lui. Entri in questa logica ed è tremendo e non riesci più a vedere le persone. Stamattina ho sentito, quando mi hanno fatto visitare la stupenda mostra qui sulla pace, c’è una frase di Don Tonino Bello dove dice: “La radice della guerra è nello sguardo che non vede.” È una cecità, non vedi l’altro come persona. Io ero entrato in questa logica e la crisi è stata proprio quella di cominciare a pensare alle vittime e rivederle come persone e ti crolla il mondo.
Mi sono trovato nel carcere di Nuoro, 28 anni, pensai non vedevo soluzione, le condanne c’erano, soprattutto non vedevo uno sbocco a questa possibilità e pensai che la mia vita dovesse chiudersi con la fine della mia storia, a cui io non credevo più. Avevo dato la vita per questo, iniziai a percepire nel fallimento che qua devo chiudere. Ho avuto la fortuna di confidarmi con un mio compagno di pena, Alberto Franceschini, che era uno dei fondatori delle Brigate Rosse, mi disse che anche lui vi stava vivendo la stessa crisi. Tenete presente che non era facile evidenziare la crisi, era un momento di scontro anche implosivo all’interno nostro, il rischio di confidare una debolezza o essere simbolo di tradimento e quindi era iniziata già una guerra fratricida tra di noi, tra chi era, tra virgolette, “tradito” o non reggeva più, e c’erano un sacco di morti, sono stati nelle carceri, terribili e quindi i livelli di violenza sempre più alti.
Ho avuto la fortuna di trovare un ascolto e lui mi disse: “No guarda, facciamo una cosa, anche io sento la stessa cosa, è finita, però prendiamoci del tempo, facciamo uno sciopero della fame”, come fecero un’organizzazione analoga alla nostra tedesca, il cosiddetto gruppo Baader-Meinhof che era la RAF tedesca. Iniziammo lo sciopero della fame spinto alle estreme conseguenze. Ci trovammo d’accordo, perché a questo punto questa crisi visto che attraversava anche altri, ci trovammo in sei, contro tutti.
Nel contempo erano arrivate delle parole importanti, che erano quelle del convegno dei cappellani del 1983, che parlavano di dignità della persona umana, se ne ho parlato anche stamattina qui all’area Tracce, della persona umana, che era importante difendere la dignità della persona umana. Andavamo dal cappellano per parlargli, per chiedergli che cosa volesse dire, se era un discorso che apriva scenari nuovi. Voleva dire, fare la domanda al direttore, andavi al maresciallo, andavi al coso, diventava una cosa lunga, ti facevano uno per volta e lo incontravi divisi coi vetri antiproiettili, ti parlavano sempre a fatica. Questo era il rapporto che c’erano nelle carceri di massima sicurezza.
Abbiamo iniziato questo sciopero della fame. Don Salvatore Busso, questo cappellano, che sinceramente noi avevamo snobbato perché lui aveva sempre cercato il dialogo ma noi lo rifiutavamo, perché nella nostra ideologia la religione è l’oppio dei popoli, poi il prete era comunque parte del sistema e quindi lo rifiutavamo. Io pensavo che ci avrebbe accolto dicendo: “Adesso che avete bisogno siete venuti da me” e invece mi accorsi che questa persona, quest’uomo, si preoccupò visibilmente di noi umanamente e la cosa mi colpì molto perché lì se ci diceva: “Voi siete matti e avete fatto lo sciopero della fame, qua vi fa morire, voi non sapete chi è che gestisce questo carcere”.
Siamo andati avanti lo stesso per la nostra strada dopo giorni di isolamento e i nostri compagni che ci criticavano, come avrei fatto io qualche anno prima se qualcuno faceva una scelta pacifica. Era una lotta pacifica e se c’era violenza era solo rivolta contro di noi, non contro l’istituzione. Di fronte a quello successe un fatto particolare, mi ricordo bene la data perché il 27 dicembre, subito dopo Santo Stefano, si apre la mia cella, un casino, entrano un sacco di persone, il direttore, il maresciallo, giustizia e sorveglianza, medici e mi trovo Marco Pannella che mi si siede sulla branda. Al che ho pensato che fossi stato delle allucinazioni da sciopero della fame.
Per i più giovani che non sanno che Marco Pannella era un eurodeputato che difendeva i diritti civili e lo faceva attraverso dei digiuni. Allora ho detto: “Che ci fa lui qui?”. Invece era lui. E com’è successo? È successo questa cosa grossissima: che questo cappellano, questa persona molto umile, fece un gesto clamoroso e scandaloso. Scrisse una lettera al vescovo in cui chiedeva, con l’assenso del vescovo, di rinunciare al suo mandato perché non se la sentiva di celebrare la messa di Natale che doveva fare il 24 dicembre con gli agenti di custodia perché i suoi “fratelli” stavano morendo in carcere e la lettera agì perché la mandò ai giornali e fu uno scandalo. In quei giorni noi eravamo sulle prime pagine dei giornali come i peggiori criminali. Lui non solo prende difesa per la dignità umana dei detenuti, ma ci chiama “fratelli” e fu questa cosa che scatenò un putiferio.
Nell’arco di quattro giorni, dal 27 al 31 dicembre, tutti i giornali e televisioni iniziarono a parlare, un sacco di politici cominciarono a fare la spola tra il continente e il carcere di Nuoro per vedere cosa stava succedendo in queste carceri a cui le denunce che erano state fatte prima non avevano dato retta. È successo che questa cosa ha fatto prendere l’impegno al Ministro di togliere quello che era l’articolo 90, come il 41 bis, e in questo ci ha chiesto di smettere lo sciopero. Lo abbiamo smesso perché avevano aderito anche tanti altri nostri compagni, abbiamo lasciato stare ed è cambiato tutto. Per me è stato un cambio di vita radicale perché è stato come passare dagli inferni terreni al purgatorio.
È iniziata la risalita, sono arrivate due leggi. Sono passate due leggi: una la legge per chi si dissociava dalla lotta armata senza diventare collaboratore di giustizia, potevi avere degli sconti, una riduzione di pena, e quella della legge di riforma penitenziaria, la cosiddetta legge Gozzini, che ha dato poi tutte quelle aperture di cui stamattina ne abbiamo sentite alcune sul campo del lavoro. Su tutta la serie di calcoli matematici la mia pena è stata ridotta a 22 anni e mezzo e quindi sono uscito dopo 22 anni e mezzo. Mi ritengo una persona estremamente fortunata.
Io farei così, passerei la parola a Giorgio che racconta qualcosa, poi magari riprendiamo per rispondere alla domanda di Matteo sulla giustizia riparativa. Va bene? Grazie, scusate.
GIORGIO BAZZEGA
Buonasera a tutti, vi ringrazio anch’io e vi abbraccio idealmente come sono stato abbracciato io. La mia storia inizia quando, a due anni e mezzo, il 15 dicembre 1976, papà va a eseguire un mandato d’arresto nei confronti di questo ragazzo di vent’anni che si chiamava Walter Alasia. Durante il mandato d’arresto c’è stato un conflitto a fuoco in cui viene colpito prima Padovani e papà che era armato si è ritrovato sulla linea di tiro i genitori di questo ragazzo. Lui aveva un mitra, non aveva una pistola. E la scelta era fare fuoco e tirare giù tutto quello che c’era davanti perché col mitra hai poco da prendere la mira. Tiri una sventagliata che parte in diagonale verso l’alto e tiri giù tutto quello che hai davanti. Oppure provare a disarmare questo ragazzo. Il papà scelse di provare a disarmare questo ragazzo. Mentre provava a disarmarlo, questo ragazzo gli ha sparato, gli ha colpito degli organi vitali e papà è morto poi durante un tentativo di operazione all’ospedale di Niguarda.
Questo ragazzo poi prova a saltare fuori dalla finestra e viene colpito. La versione ufficiale dice che viene colpito alle gambe, poi vedendo arrivare i barellieri che dovevano soccorrerlo, lui si è messo a sparargli e la polizia ha risposto al fuoco ed è morto. Io ho sentito l’intervista a uno di questi barellieri che diceva che nessuno gli ha mai sparato contro e poi se andiamo a vedere l’autopsia di questo ragazzo, ha ferite multiple alle gambe e un colpo singolo al cuore. Faccio fatica a pensare che la versione ufficiale sia quella corretta, ma erano anni così e lo dico perché su questo punto bisogna farsi due domande. La prima è: “Come mai un ragazzo di vent’anni si mette a sparare con i genitori anche in mezzo?” e la seconda è: “Perché un altro ragazzo poco più grande ha deciso che era giusto giustiziarlo?”. Questo ragazzo, da una parte, anche parlando con loro, ho capito che quella di aderire a questa organizzazione è una scelta totalizzante, una scelta che ti portava a dedicare la tua vita e a sacrificarla anche. In più, secondo me, c’era anche la paura di farsi prendere perché erano anni in cui, insomma, non è che la tortura l’hanno inventata a Bugraib, ci sono stati casi anche in quei periodi, in quegli anni e, secondo me, il terrore di poter tradire i pochi compagni l’ha portato a fare quel tipo di scelta.
Dall’altra parte c’era un ragazzo che ha visto un suo collega e anche amico, perché in quegli anni era un lavoro talmente duro, anche dalla parte della polizia, papà lo vedevamo pochissimo perché era sempre impegnato, si vivevano insieme, nascevano rapporti che andavano oltre all’essere colleghi e vedeva un suo amico ucciso e si sentiva in guerra questo ragazzo, secondo me, e in guerra non si fanno i feriti.
Io in tutto questo avevo due anni e mezzo, mia mamma ne aveva 27. Arrivo da una famiglia umile anch’io, il papà di mio papà metteva giù i binari del treno, mia nonna era una contadina, dall’altra parte mia nonna era una custode e mio nonno lavorava alla Capronica, era una fabbrica di frigoriferi, lui faceva il disegnatore meccanico, aveva problemi di cuore, poverino, però era una famiglia meravigliosa, molto semplice, però che non aveva gli strumenti per affrontare nel modo corretto una cosa così grande. All’inizio la scelta era quella di parlarne il meno possibile.
Il problema è che in questa situazione io mi ero creato un’idea di giustizia che è radicalmente opposta a quella che ho adesso, che ho maturato negli anni, ma che era molto vicina al concetto di vendetta, cioè: “Tu mi hai fatto male, devi soffrire anche tu”. Ho fatto gli anni dell’infanzia, sembrerò pirla a dirlo, ma io ho fatto degli anni felici. L’infanzia un po’ per l’incoscienza che non ho riuscito bene ancora a focalizzare quello che mi era successo, un po’ perché ho vissuto degli anni in cui eravamo liberi. Io già a 8 anni, abitavo in zona e sono cresciuto in Barona a Milano che è un quartiere vivace, per usare un eufemismo. Mi ricordo che io e i miei amici eravamo già dagli 8 anni sguinzagliati in giro per il quartiere che facevamo e disfacevamo. Noi ci siamo divertiti tantissimo, secondo me al giorno d’oggi saremmo tutti sotto il controllo dei servizi sociali.
Però era un concetto diverso, infatti, quando vedi i bambini di adesso sinceramente provo una tristezza enorme perché pensando a come abbiamo vissuto noi mi dispiace tantissimo che questo terrore, che questo terrore che è stato instillato, questa fissa della sicurezza, porti questi ragazzi a essere molto meno liberi, questi bambini, di noi, che poi erano anni in cui a Milano c’era la media di 170 omicidi l’anno. Negli ultimi anni, l’anno dove ce ne sono stati di più, se non sbaglio, sono stati 16. E adesso parlano così tanto di sicurezza.
I problemi miei sono iniziati quando, verso la preadolescenza, guardando il telegiornale, una sera mentre cenavo con mamma, vedo la notizia della scarcerazione di Renato Curcio. Io ho odiato Walter, il ragazzo di 20 anni che ha ucciso papà, ma non sono mai riuscito a odiarlo pienamente perché ho sempre visto un ragazzo di 20 anni. Facevo fatica a vedere un ragazzo di 20 anni pienamente responsabile di una cosa così grossa. E poi quel ragazzo non c’era più, non potevo odiarlo. E avevo bisogno di una persona, di qualcuno da odiare. Me ne sono reso conto dopo, ovviamente, non è che razionalizzavo.
E la persona che è diventata l’obiettivo del mio odio è stata Renato Curcio, perché era colui che aveva inserito questo ragazzo nelle Brigate Rosse, che gli aveva dato le armi per sparare e che per me era il vero responsabile dell’assassinio di mio padre. Quando ho visto la notizia della sua scarcerazione, nella mia ignoranza totale di quello che è la giustizia, io l’ho vissuta come se lo Stato avesse tradito mio padre e noi e nella mia testa mi sono convinto che l’unico modo per rendere onore a mio padre sarebbe stato vendicarmi, visto che lo Stato non lo faceva. Ed è iniziata una spirale in cui non mi sentivo più in dovere di rispettare nessuna legge di uno Stato che vedevo così, scusate, ma pensavo schifoso.
Ho iniziato a essere molto arrabbiato, aggressivo, cercavo violenza, l’ho trovata andando allo stadio, che era il posto dove mi sentivo meno in colpa perché dicevo: “Vado a trovare altri deficienti come me che cercano questa roba qua e lì mi sfogo”. Poi ho incontrato le sostanze e anche lì, ai miei tempi la prevenzione sulla droga era “La droga è brutta e cattiva e fa male”. E invece quello che ti frega delle sostanze è che le prime volte che le provi sono una figata, sono bellissime ed è proprio quello che ti frega delle sostanze perché poi a lungo andare non te ne accorgi e ti ritrovi che arrivi a esserne completamente dipendente e quando te ne rendi conto sei già nella cacca fin qua, sei già pienamente dipendente, a uscirne non è facile.
Io ho fatto tanti anni avvitandomi tra rabbia, violenza, aggressività, sostanze. Ho provato una prima disintossicazione che ho fatto per mia mamma, non per me. E se ho una cosa che ho imparato da quell’esperienza, è che l’unica motivazione veramente abbastanza forte per permetterti un percorso così duro è di riappropriarti dell’amore per te stesso e farlo per te stesso. Qualsiasi altra motivazione non è abbastanza forte. Infatti, quella disintossicazione io l’ho presa per dire: “Adesso facciamo che faccio vedere che mi riconosco, così mi levo un po’ la pressione di dosso, faccio tutti i doveri e poi vediamo”.
La mia droga di riferimento era la cocaina, io non ho mai toccato eroina, non perché fossi particolarmente intelligente, ma perché ero terrorizzato dall’eroina, perché quando ero bambino è stato il periodo di massima diffusione dell’eroina in Italia, nel quartiere da me è stato un ecatombe, non c’era una famiglia che non fosse toccata da questa piaga per un figlio, un fratello, un padre, amici o cugini, insomma, è stata veramente una roba terribile e io ne ero terrorizzato anche perché mi ricordo questi “zombie” che giravano, io li vedevo così e non volevo essere quella roba lì.
Ho incontrato la cocaina, l’ecstasy, l’MD, tutte quelle droghe che chiamano “app” e che sono a Milano quasi socialmente accettate. Nella mia esperienza ho visto consegnare cocaina a persone che voi non mi immaginate neanche e ho fatto questa disintossicazione da perfetto manipolatore cocainomane quale ero, per cui ci sono cascati tutti. Ho fatto tre anni in cui effettivamente in quei tre anni sostanze non ne ho toccate anche perché dovevo fare gli esami al Sert che mi controllavano, però non ho lavorato su me stesso in quel periodo. Io ho passato tre anni a prendere per il culo gli altri, anzi, pensando di prendere per il culo gli altri stavo prendendo per il culo me stesso. Tant’è che sono arrivato all’ultimo giorno dei tre anni canonici che sono di solito di terapia. Mi ricordo l’educatore del centro che mi dice: “Io non ho fatto una comunità residenziale, io sono tornato a vivere con mia mamma”, perché a 19 anni in tutto questo ero andato a vivere da solo.
Avevo tutte le regole delle comunità a casa, andavo due volte la settimana in comunità, una volta con la psicoterapeuta a fare terapia di gruppo e un’altra con gli educatori a fare sempre terapia di gruppo. Arriva l’ultimo giorno comunque dove mi ricordo benissimo Diego, l’educatore, che mi dà una pacca sulla spalla e mi dice: “Bravo Giorgio, ce l’hai fatta!” e io dentro di me dicevo: “Non hai capito un cazzo” e mi veniva da ridere. Tant’è che finita la scena, torno a casa, lascio la mia fidanzata del tempo, che in quel periodo mi sentivo talmente marcio che avevo trovato la ragazza che ogni genitore vorrebbe per il proprio figlio, che era perfetta, pulita, studiosa, la figlia era un amministratore delegato di una grande azienda, era una ragazza proprio d’oro che io ho usato tantissimo e ho dovuto chiederle perdono poi quando me ne sono reso conto. Però mi sentivo talmente marcio che avere vicino una persona come lei mi faceva sentire un po’ più pulito, un po’ meglio.
Quello che ho fatto è che sono arrivato a casa quella sera, alzo il telefono, la lascio, rialzo il telefono, chiamo i miei vecchi amici e quella sera stessa sono tornato a farmi. Ed è iniziato il periodo più brutto della mia vita. Perché il paradosso è che se anche io sapevo che sarei tornato a farmi, nel momento in cui ho ricominciato a farmi dopo tre anni che comunque non lo toccavo più, dentro mi sono sentito un fallito comunque. E se prima il mio mantra era “io smetto quando voglio”, adesso ha iniziato a essere “io qua non smetto più”. Ho perso le speranza e ho iniziato ad avvitarmi in una condizione in cui ho preso una quantità di sostanze che ringrazio il signore ogni giorno di essere ancora qua vivo a parlarne perché per farvi un esempio l’ultima volta che sono andato a ballare e che ho calato, mi ero preso venti pastiglie. È una roba per chi capisce che c’è chi rimane sotto con due.
Sono stato in giro quattro giorni con i miei amici fattoni come me che erano preoccupati per me ed erano in giro per Milano tra i vari after a cercarmi dove fossi. Ho provato che in quel momento mi sentivo che dovevo provare a fare qualcosa e nella mia idea storta, da tossico, ho detto: “Devo mettere su famiglia”, una roba folle, non stai bene con te stesso, è l’ultima cosa che devi fare. E avevo trovato una ragazza che aveva i miei stessi problemi, invece di farmi da solo ci facevamo in due a casa. Mi ero preso anche il cane perché avevo l’idea della famiglia del Mulino Bianco, ci vuole il cane, e mi ero preso un bull terrier che erano quei cani un po’ muscolosi con la faccia da tapiro, che poi è un sasso, non ha ossa qua in testa. La mia strategia ha funzionato talmente bene che una mattina accompagno lei a lavoro e invece di andare al mio di lavoro, sono tornato a casa con l’idea di farla finita perché non ce la facevo più, perché mi ero reso conto che io stavo facendo del male non solo a me stesso, ma a tutte le persone che mi volevano bene.
Odiare come odiavo io era come voler uccidere qualcuno avvelenando me stesso e le persone che mi stavano intorno. Io non so come spiegarlo, ci sono quei momenti in cui non hai speranza, non vedi altre soluzioni e ti sembra anche una roba accettabile dire: “Vabbè, adesso la faccio finita, mi amano a soffrire un po’ ma è meglio che farla soffrire per altri 20-30 anni facendo quello che faccio”. Allora sono arrivato a casa, mi sono seduto sul divano ed ero in questa posizione che stavo prendendo il coraggio per fare quello che devo fare, perché vi assicuro che non è facile. Mentre ero lì il mio cane, e io non so cosa ha sentito, io sono convinto che abbia capito la mia disperazione, che volesse tirarmi su il morale, che volesse giocare, non so cosa voleva fare, so che è arrivato di corsa e saltato mi ha tirato una testata sul naso, mi ha spaccato il naso, un fiotto di sangue, cane bianco tutto rosso. Io mi sono ritrovato in bagno davanti allo specchio a pulirmi, ma quella legnata è come se mi avesse svegliato, io non lo so, diversamente, io so che mi sono guardato allo specchio e quello che mi sono detto, ho pensato a mia madre che è una donna che si è dovuta inventare forte, c’è riuscita e che ha fatto di tutto per non abbandonarmi, mio padre che ha dato l’esempio di amore per la vita che ha dato, io mi sono guardato e ho detto: “Che cazzo sto facendo?”. Sono scoppiato a piangere, non avevo mai pianto in vita mia, anche perché comunque facevo una vita e frequentavo un ambiente dove non è che potevo farmi vedere piangere. Io dovevo essere sempre forte e cazzuto. Io, se ci penso a raccontarla potrei dirvi, ho pianto due ore, ma saranno stati cinque minuti. Ho provato una disperazione che non avevo mai provato nella mia vita.
Quando ho smesso di piangere ho alzato il telefono, ho chiamato mia mamma, ho detto: “Mamma, ho bisogno d’aiuto, se no qua muoio”. E così è iniziata una disintossicazione che ha funzionato perché ero arrivato a una disperazione tale che lo stavo facendo per me stesso. Arrivo alla fine della disintossicazione e mi rendo conto che la mia vera dipendenza era dall’odio e devo fare i conti con questa cosa qua. Solo che come facevo? Avevo girato metà degli psicologi di Milano, con me stesso avevo parlato tantissimo. Il problema è che io non lo sapevo ancora, ma io avevo bisogno di parlare con l’altro, di incontrare le persone che mi avevano fatto questa cosa. Però io, ripeto, non avevo la minima idea di come fare e ho provato ad avvicinarmi a quelli che vedevo, come me, altre vittime del terrorismo. Mi sono ritrovato quasi senza accorgermi all’interno dell’Associazione Italiana Vittime del Terrorismo, ancora quasi senza accorgermene mi ritrovo nel direttivo e mi ritrovo in un ambiente nel quale però io non stavo bene, per carità c’erano persone straordinarie, mi ricordo Dante Notaristefano, il presidente, che era una delle persone con il cuore più grande che abbia mai conosciuto. E c’erano altre persone, per usare un eufemismo, meno straordinarie. Lì ho capito che se non sei una gran persona e comunque subisci qualcosa di brutto, non è che diventi una bella persona. Diventi uno che non era una bella persona ancora più incazzato. Era un ambiente in cui la mia rabbia non veniva smontata, non mi veniva dato una mano a smontarla. Avevano altri obiettivi, non lo so. O più semplicemente mi sono reso conto che se tu metti insieme tante persone che hanno subito un trauma grosso senza qualcuno che le aiuti a elaborare questo trauma, non è una cosa positiva per queste persone, non gli fai un favore, e neanche ad assecondarla quella rabbia gli fai un favore.
Io ero a disagio, mi sentivo a disagio, non era il mio posto, però anche qui io non sapevo cosa fare. E qui arriva la mia fortuna, perché io sono un fortunato. E ancora qui mi direte: “Ma questo è pirla”, però è vero, io nei momenti più terribili ho fatto gli incontri decisivi della mia vita. E lì capita che l’associazione mi manda a Cortina dove c’era un evento che si chiamava “Cortina Incontra”, organizzato da un giornalista di Sky, Enrico Cisnetto, dove c’erano vari temi affrontati tutte le sere. Quella sera si parlava di terrorismo. Uno degli invitati ero io, ce n’erano altri e c’era anche l’uomo che è diventato il mio supereroe, che è un ometto che mi arriva qua più o meno, bresciano di quasi 90 anni ormai, Manlio, che ha iniziato, grazie a Dio, a parlare prima di me, perché io ero pronto con un discorso rabbioso.
I discorsi che si facevano anche all’interno dell’associazione erano: “Non esistono gli ex assassini. Il vero ergastolo lo viviamo solo noi vittime, perché a noi i nostri cari non ce li riporta indietro nessuno”. E se ci pensate, sono discorsi da chi pensa di avere il monopolio del dolore. Invece il dolore, in un conflitto, ho imparato che sta in tutte le parti, e se si vuole risolvere quel conflitto bisogna farsi carico di tutti i dolori.
Quest’uomo prende la parola prima di me e io inizio a essere colpito dalla voce serena con cui parlava di quello che gli era successo. Io non ho mai sentito uno che aveva vissuto quello che avevamo vissuto noi. Lui tra l’altro ha visto esplodere sua moglie, l’ha vista proprio dilaniata durante la strage di Piazza della Loggia a Brescia. Immaginate che trauma, immaginate che rabbia che vi può venire. Io vedevo quest’uomo che ne parlava con serenità e dentro di me dicevo: “Oddio, ma come fa?”. E ho iniziato ad invidiarlo, non in senso negativo, magari invidia non è la parola giusta, però ho iniziato a capire, ho detto: “Madonna, fammelo ascoltare, che se è così avrà trovato una strada”.
Inizia a fare un discorso in cui racconta di quando prese un aereo per andare in Giappone a incontrare Delfo Zorzi, che faceva parte di Ordine Nuovo, è stato assolto dai processi ma si credeva coinvolto… bisogna stare molto attenti a quello che si dice perché è facile di querela. Voleva incontrarlo per parlarci e capire. E voi direte: “Vabbè, è normale se vuoi incontrare qualcuno”. Sì, ma io non avevo mai incontrato una vittima che voleva incontrare chi gli aveva fatto del male per parlarci. Io conoscevo altri come me… ho fatto anni di Thai Boxe perché volevo staccare la testa a Curcio. Io ho fatto anni che veramente volevo ucciderlo a Curcio.
E poi fa il discorso che mi ha cambiato la vita. Inizia a raccontare: “Io ho subito una violenza tremenda, è vero. Ma che responsabilità posso aver avuto io nell’accettazione del pensiero violento che ha armato la mano poi di chi mi ha colpito? Quando per esempio andavo alle mie manifestazioni dall’altra parte e cantavo: ‘Basco nero il tuo posto è al cimitero’, o ‘l’unico fascista buono è il fascista morto’. Io sono stato responsabile dell’accettazione del pensiero violento”.
Io sono caduto dalla sedia. Quando l’ho sentito responsabilizzarsi, ho capito subito che non era un folle. Era l’unico strumento che avevamo noi vittime per toglierci la vestaglia da vittima sfigata che subisce e basta, e renderci protagonisti della nostra storia, quanto meno lavorando su noi stessi per capire perché. In quel momento mi sono sentito come John Belushi nei Blues Brothers quando viene investito dal fascio di luce e dice: “Sono in missione per conto di Dio”. Per me è stata un’illuminazione totale. Il problema è che quest’uomo finisce di parlare e danno il microfono a me. E io mi ero preparato quelle robe da dire, per cui mi vergognavo come un ladro. Dopo un discorso del genere arrivavo io e mi sentivo un coglione, scusatemi i francesismi, ma veramente mi sentivo. Però c’era forse anche più gente di quella che c’è adesso, e ho finto un malore. Ho finto un attacco di panico perché non sapevo cosa dire. L’unica roba che mi veniva da dire era: “Guardate, mi sono preparato un sacco di cose che per me adesso sono diventate stupidaggini in un secondo e sono d’accordo con lui”. Ma mi sembrava un po’ banale come cosa.
Allora ho finto questo malore, finisce la serata e io mi attacco a Manlio. Ma proprio fisicamente. C’era chi era dietro di me che mi ha raccontato che io sono arrivato, poi era un periodo che ero molto fisico, l’ho preso sotto braccio e me lo tiravo a me. Da dietro vedevano che lui, il poverino, si vede che lo stringevo, provava a sfilarsi e più lui provava a sfilarsi, più io lo tiravo e me lo stringevo contro. Manlio, da quel momento, nella sua straordinarietà – noi lo chiamiamo il Mahatma Manlio, grande anima – lui ha capito il disperato bisogno che avevo io di avere vicino una persona che mi portasse le parole che mi portava lui, e non mi ha più abbandonato.
Finché siamo arrivati a un giorno in cui lui e un’altra persona mi propongono di entrare in questo “Gruppo dell’Incontro” per incontrare gli ex della lotta armata sui paradigmi della giustizia riparativa, che io non sapevo cosa diavolo fosse. Io ho accettato subito, per due motivi totalmente opposti. Il primo motivo è che questa cosa me la proponeva la persona di cui mi fidavo di più al mondo in quel momento. La persona che mi avesse detto: “Guarda che se ti metti la testa in un braciere ti fa bene”, probabilmente l’avrei anche fatto. E poi io le avevo provate veramente tutte. Ho detto: “Vabbè, una in più, magari mi capita di star bene, di arrivare a star come lui”. E l’altro pensiero invece era: “Beh, se proprio non va bene, male che vada, mi ritrovo davanti tutti quelli che stavo cercando”, perché poi nel tempo da Curcio era diventato una lista dove c’era anche lui. Ero sui più famosi, nella mia ignoranza. E ho detto: “Male che vada, dicono quello che non devono dire, gli partono due ceffoni e gli stacco la testa”. Quindi c’era il ragazzo del quartiere anche dentro. Io ero un po’ un kamikaze, ho detto proviamola.
Tant’è che la prima volta che siamo arrivati all’incontro, ho preso la parola per primo io. Guardo loro, avevo lui di fronte, e dico: “Bene, guardate, siamo qua per parlare. Voi sappiate che io vi voglio ammazzare tutti”. Questo vi fa capire, innanzitutto, che la giustizia riparativa non è il perdono a cui siamo abituati, non è il metterci una pietra sopra e non è lo “scurdammoce ‘o passato”. La giustizia riparativa è prendersi per mano a riattraversare quel dolore senza farsi sconti, riuscendo a dargli un posto e uscendone da una parte responsabilizzati e dall’altra parte con un po’ di balsamo sulle ferite, con la possibilità di ricostruire una vita e di ricominciare a vivere invece che sopravvivere come facevo prima. Io prima mi sentivo di sopravvivere, non di vivere.
Quando ho detto questa cosa… come ho detto prima, la mia rabbia è sempre stata vista come un qualcosa di normale. Era normale che io, vittima, dovessi essere arrabbiato. E poi per una certa parte politica era anche funzionale al racconto distorto che facevano di quegli anni, deresponsabilizzandosi per le bombe e tirando solo la colpa addosso alle Brigate Rosse. Io sono stato molto sfruttato da quella parte, mi sono fatto sfruttare anche perché mi sentivo accolto. Mio papà l’avevano ucciso i comunisti, ho frequentato l’estrema destra per tanti anni, non ero mai a mio agio. E poi dopo anni ho fatto outing e ho detto: “Io sono di sinistra, non sono di destra”. Però era sempre stata vista come una roba normale. Io mi sono sempre sentito solo, questa è una cosa che mi ha detto Manlio, perché sentivo che nessuno riusciva a capirla ‘sta cosa.
Il primo che è riuscito a capirla, che ha accolto la mia rabbia come un qualcosa che c’era, con cui si doveva fare i conti e che non era detto che io dovessi rimanere così incazzato tutta la vita, è stato questo signore qua. Lui mi ha accolto la mia rabbia in un modo che mi ha disarmato. Io ho sentito proprio a livello fisico i muscoli dal collo a scendere che iniziavano a rilassarsi. È iniziato un percorso che è stato lungo, faticoso, duro, che non è stato lineare perché sono entrato, uscito… la giustizia riparativa può essere una roba così. Però è un percorso che mi ha stravolto e cambiato totalmente la vita.
La prima cosa di cui mi sono reso conto è che l’unico che stava disonorando la memoria di un uomo che ha dato la vita per i valori della Costituzione ero io. Ero io l’unico che stava disonorando la memoria di mio padre. Io stavo facendo l’esatto opposto dei valori per cui era morto. E quando me ne sono reso conto è stato un trauma enorme per me.
Mi sono reso conto, incontrando sua figlia, che la prima cosa che mi ha detto quando mi ha visto è stata: “Io mi sento in colpa”, e si è messa a piangere. Voi pensate una ragazza che è cresciuta comunque con genitori in carcere, una sofferenza che non so se potete immaginare, e che oltre a quello si doveva pure sentire in colpa di una roba per cui non c’entrava niente. Io mi ricordo che l’ho abbracciata e le ho detto: “Guarda che io e te siamo due facce della stessa medaglia. Siamo due figli che si sono trovati in una situazione che non hanno scelto e che in un modo o nell’altro ci dobbiamo smazzare. L’unica differenza è che io sono il figlio dell’eroe per tutti e ho tutte le strade spianate. Tu hai tutti gli ostacoli del mondo”. Lì mi sono reso conto che la vittima non ha il monopolio del dolore. E ripeto, del dolore in un conflitto bisogna farsi carico di tutti i dolori, perché il dolore porta alla vittimizzazione. La vittimizzazione ti porta a chiedere poi conto del perché ti senti vittima, e come uno ne chiede conto, noi non lo sappiamo. Di solito la strada più semplice è la violenza. Se voi parlate con qualcuno in carcere, chiunque si è sentito vittima di qualcosa prima di commettere un reato. Adesso ci lavoro in carcere, per quello lo dico.
In questo percorso mi sono tolto dalla testa i mostri che mi ero fatto. Ho scoperto che non esistono i mostri. Dire che uno è un mostro perché fa una roba orribile è solo consolatorio per chi lo dice, perché dire “quello non può essere una persona come me” fa quasi sentire meglio. E invece sono persone esattamente come noi, che hanno dei motivi per cui fanno certe scelte, giusti, sbagliati, ci sono e bisogna tenerne conto. Bisogna analizzarli, non per giustificare, ma per capire da dove nasce qualcosa e riuscire a intervenire.
La differenza enorme che mi ha fatto la giustizia riparativa è che quando vedo qualcosa di terribile, io non punto più il dito. La domanda che mi faccio è: “Cosa l’avrà portato a fare quella scelta?”. Oltre a rendermi conto che è vero che esiste la responsabilità personale delle persone, ma noi come società, come comunità, che responsabilità abbiamo quando giriamo la testa dall’altra parte di fronte a ingiustizie, di fronte a marginalizzazione, e contribuiamo a creare delle sacche di marginalizzazione? Noi siamo responsabili del mondo che ci circonda, non siamo delle isole. Noi viviamo in una comunità e se vogliamo stare bene, al di là dei valori che ci spingono, che può essere la religione… la mia la chiamo coscienza sociale, civile… è capire che se vogliamo star bene noi, dobbiamo far star bene quello più diverso, che la pensa nel modo più diverso da noi, e che siamo responsabili del benessere nostro e della nostra comunità. Girarsi dall’altra parte non va bene, ci rende complici.
Ho avuto un altro trauma enorme quando mi sono reso conto che a queste persone iniziavo a volere bene. Perché io sono fatto così, sono uno che si affeziona, sono uno che pensa che la vita senza affetto, senza metterci il cuore, non valga la pena di essere vissuta. Però io mi sentivo in colpa con mio papà. Allora un giorno torno a casa, vado da mia mamma, la faccio sedere perché sapevo che per lei sarebbe stata una mazzata, e le ho detto: “Mamma, io smetto col gruppo”. E lei infatti mi ha guardato, mi ricordo ancora gli occhi, poverina, che mi fa: “Ma perché? È una cosa che ti fa star bene finalmente”. E io ho detto: “Mamma, io sento che inizio a volergli bene a queste persone, gli voglio bene, sono affezionato. E come faccio io con papà? Io mi sento in colpa”. E mi ricordo che mi ha fatto un sorriso come non me l’aveva mai fatto, proprio compiaciuto. Mi ha accarezzato e mi ha detto: “Giorgio, tu non te ne rendi conto, ma per la prima volta stai parlando come avrebbe parlato tuo padre”.
Quella cosa mi ha fatto fare pace, mi ha fatto fare veramente pace. Mi sono innamorato di questa dinamica, secondo me, di vera giustizia. Di vera giustizia perché si fa carico del vero problema dei conflitti e dei reati, che non è il reato in se stesso, sono le conseguenze che lascia in chi l’ha subito e di cui nessuno si fa carico. Sicuramente non un tribunale, e non per cattiveria, perché non è strutturato per farlo. La vittima in un processo l’unica cosa che può fare è testimoniare. Di solito subisce anche dei controinterrogatori della difesa terribili, che sono un’altra violenza terribile. Però sparisce. Invece questo tipo di giustizia si fa carico di tutto questo.
Me ne sono innamorato a tal punto che, dopo le parole di uno dei nostri mediatori che era Adolfo Ceretti, uno dei guru, mi ha preso a parte e mi dice: “Giorgio, tu sei nato per fare il mediatore”. Mi sono formato come mediatore. Ho mollato un lavoro dove guadagnavo una palata di soldi ma non mi rendeva felice, sennò non mi sarei imbottito anche di cocaina, anche per quello. E sono diventato mediatore. Ci ho messo anni, ho fatto il tirocinio a Milano, mi sono trasferito poi a vivere a Reggio Emilia sulle colline per tanti motivi, perché ero pieno le balle della città, perché là non c’erano troppi centri di mediazione, l’unico che c’era a Reggio li conoscevo. Quindi sono andato là, ho aperto con altri miei colleghi il centro di mediazione di Parma, di Piacenza, di Reggio. Ho iniziato a lavorare al minorile di Bologna, alla Dozza con gli adulti, giro un po’ di carceri. C’è qua uno dei miei pupilli che è venuto con me oggi e a cui voglio un gran bene.
La prima volta che ho appoggiato il sedere sulla sedia del mediatore è stato il posto più comodo in cui mi sia mai seduto nella mia vita. È stata per me una rinascita. La bellezza della giustizia riparativa è questa, che ti permette di emanciparti dal tuo ruolo, da una parte responsabilizzandoti e tornando alla società come una persona come si deve, e dall’altra parte riuscendo a toglierti quella vestaglia da vittima e a ricostruire sulle macerie che aveva lasciato quello che era successo una vita che non sarà mai quella di prima, ma che può essere altrettanto meravigliosa. Io adesso sono felice, per la prima volta nella mia vita lo posso dire. E qua mi interrompo perché sono andato lungo. Grazie.
CLAUDIA PERI
Giorgio, tu hai risposto a entrambe le domande. In effetti manca un pezzo di Franco, che è la domanda che ha fatto Matteo.
FRANCO BONISOLI
Visto che la buona insegnante Claudia batte continuamente con la penna sull’orologio, vado un po’ di corsa. Ero arrivato al purgatorio. Cosa ha voluto dire? Un percorso piano piano verso l’uscita. Ho ricostruito la mia vita, ho ricostruito una famiglia, ho iniziato a fare attività di volontariato ancora quando ero in semilibertà, e via di questo passo come hanno fatto tanti altri detenuti.
Ho rivisitato il mio percorso insieme ai compagni e con l’aiuto di tante persone esterne, il cosiddetto volontariato che allora era una novità, un sacco di persone che ho conosciuto e che ci hanno aiutato, e sono arrivato a queste conclusioni, vi tiro subito delle considerazioni sulla mia esperienza. La prima cosa: violenza crea solo violenza. Sembra una frase fatta, ma io l’ho vissuta sulla mia pelle. Non si può pensare di fare la pace attraverso una guerra. Chi usa la violenza pensa sempre che la sua violenza sia quella giusta e quella degli altri sbagliata, e viceversa. Così si fanno solo le guerre e l’incomunicabilità.
La seconda è che mi sono accorto, ho verificato, che mentre tu disumanizzi l’altro, definisci l’altro non più una persona, ma un nemico, una divisa, un ruolo, una funzione, attraverso questa disumanizzazione, senza che tu te ne accorga, disumanizzi te stesso prima di tutto e perdi la tua umanità. E questo quando te ne accorgi è terribile.
Mi sono chiesto: io ho pagato tutto il mio debito secondo le leggi che prima ho citato, le leggi dello Stato. Quindi io, rispetto alla giustizia retributiva, quella normale, quella della dea bendata con la spada e la bilancia, non devo niente a nessuno. Ho pagato interamente il mio debito secondo le leggi dello Stato. Ma mi sono posto un problema di coscienza: io ho pagato a chi? Ho pagato a una giustizia retributiva dei codici, delle leggi, ma alle persone a cui abbiamo fatto dei danni irreparabili, a loro chi ha pagato? È stato molto difficile questo passaggio e ho sempre desiderato la possibilità di un dialogo, di comprensione umana con queste persone, con loro che l’avessero voluto, se ci fosse servito ad alleviare le loro sofferenze. Quindi ci dovesse essere una reciprocità.
Questa reciprocità negli anni si è data. Ci ho creduto molto, ho sognato questa cosa. Questa possibilità c’è stata. Il tempo ha aiutato, alcuni amici ci hanno aiutato, padre Guido Bertagna e poi Claudia Mazzucato, Adolfo Ceretti citati prima, e abbiamo fatto quell’esperienza che è stata indicata nel libro “Il libro dell’incontro”, che è dialoghi tra vittime e responsabili della lotta armata. Per sette anni ci siamo incontrati, abbiamo fatto dei momenti residenziali insieme che sembravano cose impossibili ma sono state possibili.
Io, quando ho iniziato questo percorso di comprensione umana, pensavo che un dialogo sarebbe stato… essere ascoltato almeno una volta sarebbe stato tanto. Se poi ci si dava la mano, tutto grasso che colava. Non avrei mai immaginato una continuità in questa possibilità di dialogo, di confronto, fino a diventare… ho fatto fatica ad accettarlo non perché non fossi d’accordo ma perché mi sembrava troppo… a diventare amici, profondamente amici. Eravamo qui prima a finire di mangiare qualcosa, ci ha telefonato Agnese Moro per sentire come era andata. Con Giorgio siamo qui e noi ci continuiamo a sentire continuamente su tante cose, ma anche sulle cose della vita. Lui è la mia croce, perché quando è arrabbiato chiama a me perché lo calmi. Una sera, dopo la presentazione di un libro in cui ero tra il pubblico, mi ha citato talmente tante volte con tanti episodi… era lui e Colicchia che avevano presentato il libro sul cugino Walter Alasia… mi ha citato tante volte che a un certo punto, tra le persone che lo salutavano, una signora è venuta e mi ha detto: “San Franco, con lui”.
Però con Giorgio ci vogliamo molto bene perché lo stimo enormemente, l’avete sentito, non c’è bisogno di commenti. La giustizia riparativa, per me questo rapporto è stato fondamentale perché di fronte a ciò che è stata la mia vita, ora ne parlo tranquillamente ma non è stato facile arrivare fin qua, ve l’assicuro, nasce a un certo punto un grande senso di colpa. Il senso di colpa verso i miei familiari, tanti miei compagni che sono finiti in galera, anche a causa del fatto di averli convinti a questa rivoluzione, e poi soprattutto, dicevo prima, tutte le vittime che ci sono state. Il senso di colpa ti attanaglia ma non ti fa andare avanti.
Attraverso questo percorso mi ha permesso di trasformare il senso di colpa in un senso di responsabilità. Quindi accettare di incontrare le vittime… dicevo prima, io ho pagato tutto, non dovevo niente a nessuno. Tante persone mi hanno detto: “Ma tu sei matto, a ricominciare? Ricomincerai perché a questo punto tutto il tuo dolore ritornerà fuori”. Ed effettivamente è stato vero. Però questo mi ha permesso di liberarmi da un senso di colpa che mi teneva incatenato al passato e mi ha aperto uno spiraglio verso il futuro.
Essere qui insieme a Giorgio a parlare di questa nostra esperienza penso che, almeno per noi, sia estremamente significativo. E la cosa importante su cui oggi mi sento molto impegnato con Giorgio e con altri è quello di portare avanti il percorso di giustizia riparativa, che noi l’abbiamo fatto a partire dalle nostre storie particolari, ma sulla gestione dei conflitti nella società. Anche con Claudia e con altri insegnanti che sono qui presenti, da anni stiamo facendo un percorso a Milano con il Centro Asteria sulla testimonianza ai giovani e di formazione. Sta partendo un corso di formazione per gli insegnanti su come gestire i conflitti nel quotidiano nella scuola.
Questo è stato uno spazio che si è aperto e che mi ha dato grande leggerezza, grande gioia. Il fatto di riuscire a trasformare il brutto in qualcosa di buono e far ritornare a quelli che erano i valori originari che mi spingevano a fare la lotta armata, ma che inconsapevolmente ho negato attraverso l’uso della violenza che ritenevo giusta e si è dimostrata, come dicevo prima, inutile e sbagliata. E oggi mi permette di recuperare questi valori di giustizia attraverso una giustizia anche diversa.
Io penso che ognuno possa fare la sua parte, perché la giustizia riparativa si trasforma proprio dalla possibilità di gestione dei conflitti nella società. Per ricollegarmi al discorso della pace, sono convinto che sia un grande contributo verso la pace. Io penso al conflitto in Medio Oriente. Proviamo a pensare al livello di sofferenza e di odio che si sta generando. Le guerre prima o poi finiscono, perché finiscono con degli accordi in qualche modo. Chi è diventato ricco s’è arricchito, è diventato più potente e il popolo viene distrutto. Ma rimarranno degli odi potentissimi che ce li porteremo avanti per anni.
Allora quale può essere il nostro contributo a questo, in cui ci sentiamo anche inermi, impossibilitati a fare qualcosa di utile? Io penso che fare questi percorsi di giustizia riparativa serva per creare un futuro. Mi ricordo che non so chi parlava, durante la Seconda Guerra Mondiale c’erano i monaci che andavano a Shangri-la e gli dicevano: “Ma perché andate lì a fare che cosa? La guerra è qui, bisogna schierarsi”. E loro dissero: “No, no, noi andiamo lì, non ci schieriamo”. Quindi rifiutiamo la guerra prima di tutto e cerchiamo di preservare quella saggezza che servirà quando il mondo avrà finito di impazzire. E infatti quando la Seconda Guerra Mondiale è finita c’è stato bisogno di ricostruire. E qui oggi abbiamo bisogno di ricostruire continuamente.
Io penso che il percorso della giustizia riparativa, come nell’opuscolo dove ho trovato altre frasi bellissime qui alla mostra per la pace, dove dice “un lavoro di artigiani che ognuno di noi può fare”, e quindi quello che facciamo noi è mettere a disposizione questa nostra esperienza, se a qualcuno interessa per portarla e tradurla nel proprio vivere quotidiano. Basta, Matteo spero di aver risposto.
CLAUDIA PERI
Grazie tantissimo. Purtroppo non credo che ci sia spazio per domande, perché siamo fuori tempo massimo. Chi vuole, chi fosse interessato, soprattutto insegnanti, a questa proposta, può venire qua alla fine e riceverà una cartelletta con tutte le indicazioni. Do due avvisi: il primo è che abbonatevi a Tracce, sostenete questa rivista che ha permesso comunque lo svolgersi di questo incontro. Ci sono anche i canali social se volete giornalmente rimanere informati. E una donazione: ci sono le postazioni “Dona ora”. Potete fare una piccola donazione. Ringrazio Giorgio, Franco e ringrazio Chiara e Matteo. Grazie ragazzi. Scusate, c’è anche il catalogo della nostra bellissima mostra che invito chi non l’avesse fatto ancora a visitare ed è acquistabile sempre nel punto lì vicino “Dona ora”. Grazie.










