PACE È… ACCOGLIENZA

Approfondimento della mostra Profezie per la pace realizzata da Gioventù Studentesca

Marco Peronio, direttore del Consorzio di Cooperative Sociali Il Mosaico di Gorizia e Udine; Gebril Mohamed Sallam, ospite della Casa dell’Immacolata di Udine e studenti di Gioventù Studentesca del Friuli Venezia Giulia. Modera Saviana Corso, docente liceo Niccolò Copernico, Udine

Storie di migranti lungo la rotta balcanica

Guarda l’incontro

 

CRISTINA ZENI
Buonasera a tutti, benvenuti a questo primo incontro del ciclo “La pace è”. Io sono Cristina Zeni e sono una delle curatrici della mostra “Profezie per la pace” e questi incontri, infatti, sono un approfondimento della mostra che trovate in A3 qui alle vostre spalle, alla sinistra. Oggi iniziamo con “La pace è… accoglienza”. Questi incontri approfondiscono alcune delle storie che i ragazzi di Gioventù Studentesca hanno incontrato, conosciuto e approfondito durante il lavoro di questo anno, che ha portato appunto alla realizzazione della mostra. L’idea degli incontri riprende anche alcune parole chiave che Papa Francesco ha affiancato alla parola pace, una di queste è appunto accoglienza, che approfondiamo oggi, in un suo dialogo fatto ad Assisi nel 2016, dove tra le altre cose definisce la pace come “il filo che lega la terra al cielo”. Quindi vi ringrazio per la partecipazione, ringrazio il Meeting e l’Arena Tracce per l’accoglienza e do la parola subito a Saviana Corso.

SAVIANA CORSO
Grazie. Buonasera a tutti. Noi abbiamo seguito la proposta di Cristina, di Seve, degli adulti e ragazzi di GS che quest’anno volevano stare al livello della provocazione del Papa sulle profezie della pace. A noi di Udine hanno assegnato la parola accoglienza e, dal momento in cui è arrivata la parola, ci siamo chiesti quali potevano essere le storie vive che potessero dare corpo a questa parola. Storie vive in cui, sicuramente, come chi ha visto la mostra di prima, come diceva il cardinal Pizzaballa, c’è la zizzania, cioè ci sono le erbacce, c’è il male, ma in cui si vede crescere il grano. Quindi abbiamo cercato quelle storie in cui si vedesse in atto crescere il grano. Ci siamo guardati intorno e quindi abbiamo pensato a Marco Peronio, che è il direttore del Consorzio Cooperative Sociali il Mosaico ed è qui nella veste di chi accoglie. E poi c’è la storia di Gebril Mohamed, che è un ragazzo che viene dall’Egitto, poi ce lo racconterà, che è nella veste di chi è accolto. La struttura di questo incontro vuole essere molto fedele a quello che è successo, quindi la mia persona è stata semplicemente testimone di raccordo di queste storie, di questo entusiasmo che si è concretizzato e incarnato in Matilde e in altri ragazzi di GS che lei rappresenta. Per cui sarà Matilde oggi a fare le domande ai nostri ospiti, prima a Marco poi a Gebril. Poi alla fine chiuderò io e ci sarà anche uno spazio per le domande.

MATILDE
Ciao, io inizio con una questione un po’ scottante, nel senso che il tema dell’accoglienza è un tema che tante volte suscita tensioni e soprattutto giudizi contrastanti, giudizi che tante volte oscillano tra due posizioni abbastanza estreme: da un lato di totale chiusura, dall’altro di totale apertura. Quindi volevamo chiedere a te, che ti occupi effettivamente di questo tema, se è obbligatorio accogliere.

MARCO PERONIO
Sì grazie. Stiamo parlando di accoglienza di profughi o richiedenti asilo, il contesto è questo. E per chi come me per lavoro si occupa di accoglienza, io sono direttore di un consorzio di cooperative sociali, la domanda sembra quasi scontata: siamo sicuramente quelli del sì, per cui la risposta immediata potrebbe essere “assolutamente sì, non ne parliamo neanche”. Ma mi piaceva, anche nello stile della mostra, pescare alcuni esempi, alcune storie che in questi ormai undici anni di accoglienza di profughi in cui il consorzio è impegnato, per approfondire tramite questi esempi la domanda che fai. Uno in particolare. Per chi mi conosce, purtroppo gli esempi magari li conosceranno, per chi non mi conosce oppure chi non conosce la nostra realtà, noi siamo collocati geograficamente a Nord-Est, Gorizia, Udine, siamo sul confine di quella che all’inizio degli anni ‘10 è stata cominciata a chiamare la rotta balcanica. C’è un posto da cui hanno cominciato a arrivare tantissimi profughi attraverso l’ex Jugoslavia, soprattutto dall’Asia, e quando hanno cominciato ad arrivare il nostro territorio non era in grado di accoglierli. A differenza di altri posti nel sud Italia non avevamo strutture, non avevamo esperienza, non avevamo storia di accoglienza di numeri così grandi e questo ha creato un grandissimo disagio. Io mi ricordo, il primo fatto che vi racconto è del 2014, a Gorizia, che è appunto sul confine, era un periodo di grandissima tensione, c’erano le manifestazioni. Se vedete nella diapositiva, sono foto di manifestazioni di contrarietà, perché i cittadini vedevano arrivare tantissima gente, non si sapeva dove metterli, andavano a vivere sul fiume in posti improponibili. Insomma, c’era grande tensione e grande negatività su questa cosa. Noi come consorzio, fedeli alla nostra vocazione, ci siamo chiesti se dovevamo intervenire, se dovevamo accoglierli, per cui la prima domanda l’abbiamo fatta a noi stessi, che pure in un certo senso siamo professionisti di questa cosa. Ma anche per noi non è stato ovvio, perché era anche un po’ andare contro al sentimento della popolazione, contro a quello che sembrava il sentimento degli Enti con cui noi di solito lavoriamo, però decidemmo di farlo e la prima scoperta fu questa. Siamo in questa situazione, tantissimi profughi in situazioni precarie, lungo l’Isonzo, in un posto che viene chiamato la giungla, senza un tetto. Viene ottobre, viene l’inverno piuttosto rigido e la situazione si fa pesante. Noi, pur in questo clima, insieme con la Caritas locale proponemmo una grande raccolta di indumenti, di coperte, di generi di necessità per questi. Anche con un certo timore, con un certo paradosso: nel momento in cui manifestavano contro, noi raccoglievamo per. La raccolta andò benissimo, raccogliemmo il triplo di quello che ci serviva, il che voleva dire, per le dimensioni della città di Gorizia che non raggiunge i 30 mila abitanti, che le stesse persone andavano a manifestare, poi tiravano fuori dagli armadi le coperte e le robe da portarci. Non è una cosa banale, perché troppo spesso in questo campo si rischia di dividersi tra cattivi e buoni, tra grano e zizzania. Invece il desiderio di accogliere, di interessarsi all’altro, è connaturato in ogni uomo, poi può essere sepolto da giudizi, da fatti, da opinioni anche diverse di come questo si traduce in operatività. O anche, come dice Pizzaballa nella mostra, da un livello personale rispetto a un livello pubblico statale, da un livello artigianale, viene detto nella mostra, a un livello di architetto. Ma l’esigenza di interessarsi all’altro, di accogliere, è di ogni uomo e questo episodio secondo me lo dimostra. Dopo racconterò altre cose ma intanto mi fermo qua.

MATILDE
Puoi darci un’immagine precisa di cos’è effettivamente l’accoglienza, visto che ci lavori ogni giorno?

MARCO PERONIO
Grazie. Anche su questa cerco di raccontare un esempio che è una cosa che racconto spesso perché mi ha veramente colpito e che secondo me descrive in modo un po’ originale che cosa sia l’accoglienza. Parto dal racconto. Siamo sempre in questi anni in cui c’è il disastro nella nostra regione su questo fronte e a un certo punto finalmente a Roma si rendono conto che siamo in difficoltà, che qua nel Nord-Est non ci sono strutture, siamo un po’ sommersi dagli eventi e decidono di aiutarci, cioè mandano delle corriere a portare verso il centro Italia delle persone. Solo che molte di queste persone vivono appunto nella giungla, cioè lungo le rive dell’Isonzo in una situazione molto precaria. Altre erano ospitate in strutture strapiene. Questo episodio che vi racconto avviene in una struttura della Caritas dove c’era gente che dormiva nei corridoi, nei bagni, dappertutto, cioè dieci volte tanto quelle che avremmo potuto ospitare. Era una sera che pioveva tantissimo, di ottobre, e al centro della questione c’è questa figura che vedete rappresentata che si chiama Don Paolo. Penso che si veda che è grande e grosso, è un gigante della carità oltre che un gigante fisicamente e non a caso era al centro di questo tentativo che si faceva di trovare almeno a un centinaio di questi profughi una collocazione migliore tramite queste corriere che erano arrivate con la polizia. Io ero lì a dare una mano, al di là del mio lavoro, ero lì a dare una mano per questa cosa qua. Non semplice, perché voi immaginate, chi è scappato normalmente da regimi dove la polizia non è vista proprio come fonte di salvezza, non è che facilmente sale sulla corriera della polizia. Profughi che scappavano dappertutto nella foresta, altri che si rintanavano per non essere spostati da quel precarissimo posticino che avevano, in mezzo a una pioggia incessante. Questi poliziotti che erano venuti con le corriere, che si immaginavano tutt’altra situazione, cioè si immaginavano una specie di hostess che avrebbe dato i nomi di quelli che salivano, uno dei due mi ricordo aveva girato la corriera ed era pronto per tornarsene via dalla situazione. Per cui una situazione veramente caotica e disastrosa. In questo contesto, che spero di aver descritto, si presenta un quarantenne norvegese, con lo zaino in spalla, cappello lappone, mi incrocia e capisco che cercava un posto dove dormire, il che era tremendamente paradossale, noi eravamo a meno 200 come posti dove dormire. Io gli rispondo un po’: “Non ti rendi conto?”. Poi a un certo punto mi viene il dubbio: “Hai dei soldi?”. E lui aveva dei soldi, per cui per me la conversazione era finita. Cioè, hai dei soldi, mi stai creando un problema, io qua problemi ne ho centomila, c’è un albergo in fondo alla strada, addio per sempre, scompari. Nella mostra ci sono i volti che scompaiono, per me lui scompare dalla mia vista. Lui capisce questo mio atteggiamento, mi trapassa, va da Don Paolo, che però non parla inglese, e insiste con questa cosa. Io gli spiego a Don Paolo e con mia sorpresa Don Paolo comincia a dire: “Però forse di là in Slovenia…”, la Slovenia è attaccata lì, “…telefoniamo a quello lì”, cerca un numero, telefona, poi quello parla solo sloveno, vai nella casa di fronte a cercare uno che traduce… Comincia a interessarsi a fondo del problema di questo norvegese e io in un primo momento ho pensato: “Don Paolo è impazzito”. Sono anche ingegnere, sono abituato a darmi le priorità nelle cose e questo non aveva nessuna priorità, non entrava neanche in classifica. Invece Don Paolo fino in fondo ha cercato di risolvere. Credo che questo volesse dormire in un luogo legato alla religione in qualche modo. Ma poi mi sono reso conto di una cosa, che stava accadendo, esattamente quello che è scritto nella mostra: io ero lì con un atteggiamento ideologico, c’è anche un’ideologia buona, l’ideologia buona del profugo. Cioè io ero lì per aiutare i profughi come categoria, non so come dire, per cui il norvegese non entrava nella categoria e l’avevo già ridotto e fatto scomparire. Invece per Don Paolo uno che si rivolge a lui è, in senso buono, “suo”. L’affezione al destino di quello che incrocia il suo destino è costitutiva, non gli passa per la mente la categoria profugo, povero, ricco, benestante, con soldi o no. È uno sguardo che veramente è educato ad un’affezione a quel destino lì. E questa è una cosa, vi assicuro, spero di averla resa, che colpisce, che si vede. Infatti io mi ricordo quella sera lì, poi siamo anche riusciti a riempire le corriere, mandarle via. Ma sono tornato a casa tardissimo, saranno state le due di notte, ho svegliato mia moglie e le ho raccontato questa roba del norvegese e lei mi diceva: “Ma non dovevate riempire le corriere?”. Ma mi sembrava tutto secondario, quell’impresa che avevamo fatto era secondaria perché avevo visto all’opera… mi hai chiesto cos’è l’accoglienza, questa è l’accoglienza. Che l’amore è il destino di chi incrocia il tuo, almeno io l’ho vista e l’ho incrociata così, che è possibile in un rapporto con qualcuno che vive questo. E se posso, dico anche altre due cose veloci. Questa cosa si percepisce, si vede. Racconto un altro episodio legato a Don Paolo di qualche tempo dopo. Muore il suo papà, vado al funerale e vedo in prima fila un nostro mediatore, sapete che sono quelli che aiutano nell’accoglienza. Il nostro mediatore è un uomo del Kashmir, un ribelle del Kashmir, musulmano profondamente. Fate conto che quando c’è il Ramadan non si cura i denti per non ingerire un liquido. E lo vedo vestito bene in prima fila al funerale. Allora, siccome siamo amici, quando usciamo mi permetto di scherzare e gli dico: “Ma Sajjad, non pensavo di vederti qua in chiesa in prima fila così, sei diventato cristiano?”. E lui mi ha freddato così, testuale: “Ma se essere amici di Don Paolo significa essere cristiani, forse sono cristiano”. Lo racconto per dire che uno sguardo così ti penetra, il destino di uno e dell’altro si intrecciano. E, ultimissima cosa, veramente dopo sarò più breve, però sono nei tempi, non c’entra niente con l’accoglienza, però un episodio analogo l’ho vissuto in Ucraina. Io con Michele, che ho visto là in fondo, cinque giorni dopo lo scoppio della guerra eravamo in Ucraina a portare degli aiuti. Un po’ burrascosamente eravamo riusciti a raccogliere cinque furgoni di beni di aiuto, passando di notte attraverso il confine, molti di noi non avevano il passaporto e ci siamo trovati lì, abbiamo portato l’aiuto là dove c’era un contatto. Con una certa tensione, nel senso eravamo in Ucraina, la guerra appena scoppiata, non si sapeva cosa succedeva, eravamo in questa condizione precaria dei passaporti per cui, fatta la nostra azione, si torna indietro al più presto possibile. Per cui all’alba del giorno dopo torniamo indietro. Invece, questi da cui eravamo andati, dicono: “No, dovete vedere la nostra cattedrale, dovete vedere chi siamo. Non ci va di essere trattati come i bisognosi”. È riduttivo. Sto dicendo queste cose sempre come esempio che l’ideologia può essere anche un’ideologia buona. Non sono bisognosi, sono nuovi amici, nuove persone con cui incrociamo il destino e infatti siamo andati a fare una specie di turismo in Ucraina con la paura di dover ritornare, senza passaporti, però è stata una pietra che in questi anni ha costruito un’amicizia che è l’esito di un’accoglienza.

MATILDE
Grazie Marco. Sotto il cappello vastissimo del tema dell’accoglienza c’è anche, sempre molto scottante, il tema dell’accoglienza dei minori e quindi qui con noi abbiamo anche Gebril, che è uno di questi, è un minore non accompagnato. Quindi volevamo chiederti innanzitutto: raccontaci chi sei e poi il tuo viaggio.

GEBRIL MOHAMED SALLAM
Buonasera a tutti. Come mi ha presentato Saviana prima, io sono Gebril, vengo dall’Egitto, ho 18 anni e sono qua in Italia da due anni circa. Parto subito a raccontare com’è stato il mio viaggio e perché ho scelto di venire in Italia. Praticamente ho scelto di venire in Italia perché non avevo la possibilità di lavorare lì, quindi sono venuto qua per lavorare e per cercare un futuro migliore. Il mio viaggio è partito così. Io avevo 15 anni e avevo già mio fratello qui. Poi un giorno l’ho chiamato: “Ma cosa ne pensi se vengo anch’io in Italia?”. Lui mi ha fatto: “Ma no, lascia stare, non importa…”, e altre storie così, perché ho capito che lui aveva paura per me, perché sa quanto è pericoloso il viaggio. Allora, noi eravamo un gruppo di quattro ragazzi, miei compaesani, eravamo in quattro: ero io, il mio migliore amico, mio cugino e un altro nostro amico. Siamo andati subito a fare il passaporto e abbiamo deciso di andare in Libia. La Libia è una possibilità per portare le persone in Italia ma è molto pericolosa. Quindi abbiamo fatto così. Siamo partiti dalla nostra città verso la Libia, abbiamo preso la corriera per tre giorni. Passare il confine dall’Egitto alla Libia è stato molto difficile perché non avevamo niente da mangiare, niente da bere, per tre giorni, che era una cosa molto incredibile. Alla fine ce l’abbiamo fatta e siamo arrivati in Libia. Eravamo nascosti con i nostri vicini che vivono e lavorano lì. Praticamente non mi ricordo bene, ma sono rimasto quasi 35 o 40 giorni in Libia, e in questo periodo ho cercato qualcuno che mi portasse in Italia. Un giorno mi hanno chiamato, mi hanno detto: “Dai, muoviti”, che dovevo prepararmi per andare subito verso il mare. Allora ci hanno messo in una macchina così piccola che eravamo quasi 12 persone nella stessa macchina. In questo momento non vedevamo niente, non sapevamo neanche dove stavamo andando, non sapevamo neanche cosa stesse succedendo. Poi, dopo due giorni, ci hanno messo in una fabbrica così grande e in questa fabbrica qui siamo rimasti quasi cinque ore, finché è arrivata l’una di notte e ci hanno portato un furgone così grande in cui mettevano le persone per poi portarle verso la barca al mare. Hanno fatto il primo giro, il secondo giro, e al terzo giro loro non potevano portare altre persone e sono stato fortunato a salire. Ci hanno messo su una barca e il mio viaggio non è durato a lungo, rispetto ai viaggi dei miei amici che sono durati sei giorni, una settimana, anche di più. La mia paura era solo una, stavo solo pensando se potevo morire oppure riuscire ad arrivare in Italia. Dopo quasi 30 ore sono arrivato in Italia, ero molto contento, ma nello stesso momento mi è venuta una cosa che mi ha fatto stare male: che il mio migliore amico non è riuscito a salire nella mia stessa barca. Infatti lui è qua con noi, è arrivato dopo di me. Allora, sono arrivato in Italia, ci hanno portato in Sicilia, in una città che si chiama proprio Agrigento. Lì volevo solo studiare, avere qualche diploma, riuscire a lavorare, ma in questa città non sono riuscito a fare niente, quindi ho deciso di venire a Udine. Praticamente sono venuto a Udine perché ho sentito che è una città abbastanza tranquilla. Adesso sono a Udine.

MATILDE
Tuo papà era d’accordo riguardo al tuo viaggio?

GEBRIL MOHAMED SALLAM
Mio padre assolutamente non era mai d’accordo, perché ha visto nel viaggio di mio fratello, che è durato sei mesi, che lui stava per morire. Quindi lui non voleva vedere più questa cosa e sono rimasto tre mesi per convincerlo a farmi andare in Italia. Ma lui alla fine ha capito che se fossi rimasto in Egitto non avrei potuto fare niente. Alla fine mi ha lasciato e mi ha fatto andare in Italia.

MATILDE
Grazie. A Udine sei stato accolto, dopo essere arrivato dalla Sicilia, nella Casa dell’Immacolata. Quindi volevamo chiederti innanzitutto come ti sei trovato a Udine, come ti sei trovato in Italia e soprattutto cosa hai fatto quando sei arrivato qui, cioè quando sei arrivato a Udine.

GEBRIL MOHAMED SALLAM
Allora, vi racconto subito come mi trovo in Italia. Noi diciamo che l’Italia è il nostro futuro. Il nostro paese non dico che è cattivo, assolutamente, ma noi diciamo che l’Italia è il nostro futuro. Io mi trovo molto bene qui e vorrei dedicare tutta la mia vita qua, perché qua ho studiato, sono cresciuto qua, ho preso il diploma e sto lavorando qui. Non mi sento di essere qua da due anni assolutamente, io mi sento di essere nato qui.

MATILDE
Un piccolo appunto, lui parla anche il friulano. Dici qualcosa in friulano.

GEBRIL MOHAMED SALLAM
Lo devo dire, no? Sê une biele frute.

MATILDE
Che sarebbe “sei una bella ragazza”. Basta. Ma quindi che cosa ti aspetti e soprattutto che cosa desideri per il tuo futuro?

GEBRIL MOHAMED SALLAM
Praticamente vorrei fare la cosa più fondamentale in Italia, che sarebbe la patente. Quella è la prima cosa che devo fare. Poi voglio creare una famiglia, avere una casa, niente di più. Ma nell’altro lato, nel mio paese, vorrei avere un’azienda. Vorrei gestire un’azienda, una possibilità di far lavorare le persone, i miei compaesani, che hanno proprio una difficoltà a lavorare.

MATILDE
Grazie. Ultima domanda: tu la scorsa estate hai incontrato alcuni amici di Udine, tra cui Alberto e Lorena. Con Alberto hai fatto un’attività di storytelling, quindi hai raccontato la tua storia che poi è diventata anche uno spettacolo teatrale al Palio Studentesco di Udine. E soprattutto durante quest’anno, in cui comunque abbiamo lavorato alla mostra insieme, hai conosciuto noi ragazzi. Quindi volevamo chiederti se questi incontri hanno significato qualcosa per te, cioè che cosa hanno significato per te questi incontri, queste persone?

GEBRIL MOHAMED SALLAM
La cosa più importante è che io sono straniero, ma vengo qua e queste persone posso dire che sono vere. Queste persone che ho conosciuto qua vogliono costruire la pace, vogliono costruire il bene. Non mi hanno guardato come uno straniero o altro, hanno guardato me, per come sono io, e questa cosa me l’aveva detta mio fratello, perché lui aveva avuto la stessa esperienza. Adesso lo posso dire anche io.

MATILDE
Per concludere volevamo fare l’ultima domanda a Marco. Durante lo studio della mostra sulla profezia per la pace abbiamo avuto la possibilità di intervistare e di avere un dialogo con il Cardinale Pizzaballa, che tante volte sottolinea due aspetti, dice che esistono due aspetti della vita: una dimensione personale, privata, come appunto gli esempi che ci raccontavi tu prima, ma anche una dimensione pubblica, statale, che ha a che fare con questi architetti della pace, con questi potenti potremmo chiamarli. Quindi volevamo chiederti come si sta muovendo l’Italia su questo aspetto e soprattutto se e quali criticità ci sono.

MARCO PERONIO
Sì, questa è una domanda difficile, soprattutto in 5 minuti. È anche oggetto, adesso qui non so se c’è gente che si occupa di accoglienza, normalmente su questa domanda si discute, si fanno tavole rotonde… Io provo a dire la sintesi della mia esperienza. Intanto c’è una certa differenza tra l’accoglienza di minori, come è il caso di Gebril, e quella di adulti, come principalmente facciamo noi. Mi permetto un giudizio generale: da un certo punto di vista, e la sua storia tutto sommato lo testimonia, l’Italia accoglie. È difficile dire che l’Italia non abbia una struttura di accoglienza anche buona; paragonata ad altri paesi europei, la definirei buona, se ci riferiamo a cosa? A dare da mangiare, da dormire, vestiti, il pocket money. Su questo livello l’Italia difficilmente lascia qualcuno per strada. Il punto debole secondo me qual è? Che manca a volte, adesso è sempre difficile generalizzare, scusatemi, ci provo, caso mai poi approfondiamo con chi vuole, è come se mancasse tante volte una proposta. Cioè, questo è un livello basico, per carità decisivo, perché a chi arriva che non ha da mangiare, gli dai da mangiare, non è un dettaglio, un tetto non è un dettaglio. Però abbiamo molto di più, noi abbiamo molto di più da proporre. A me piace l’esempio di una famiglia che adotta un bambino. Nessuna famiglia adotta un bambino pensando banalmente di dargli da mangiare, da dormire, da vestire, ma chi adotta un bambino fa un tentativo, cioè ha in mente di trasmettere quello che è il bello per lui della vita, il senso della sua vita, quello che lui ha sperimentato nella vita, che è molto oltre questo. E questo è il desiderio su un bambino; non farlo, a noi qua ci sembrerebbe assurdo. Uno che dice: “adotto questo bambino per dargli da mangiare, da dormire, da vestire per 18 anni, poi se è maggiorenne andrà da qualche parte”, lo sentiamo stridere. Perché non lo sentiamo stridere con gli adulti? In realtà spesso facciamo così. Non voglio entrare nel merito, tra l’altro il sistema dell’accoglienza dei richiedenti asilo in questi undici anni in cui noi ce ne occupiamo, con tanti governi, non è cambiato granché, devo dirvi la verità, la struttura è quella. Per esempio, ahimè, abbastanza spesso teniamo le persone per degli anni in attesa di sapere se possono restare in Italia o meno e dopo due anni al 70% diciamo: “Caro mio, te ne devi tornare via”. Ma all’altro 30% diciamo “puoi restare” ma non abbiamo dato neanche gli strumenti per restare, non abbiamo fatto una proposta. Questo è il dramma. Il dramma come Stato ma a volte anche di noi persone, perché è bellissimo come finisce Pizzaballa nella mostra, che vi invito veramente ad andare a vedere. C’è una responsabilità dello Stato ma c’è una responsabilità anche di noi artigiani. Lui ha incontrato Lorena e altri che non sono emanazioni dello Stato, che hanno da proporre qualcosa che loro vivono e noi non possiamo sottrarci a questo. È più complicato, perché una proposta implica un coinvolgimento. È più facile dare dei soldi, dare una cosa, che non dirgli: “Vieni con me che ti faccio vedere una cosa bella”. Però il tentativo è quello. Noi tutti siamo stati accolti nelle famiglie, siamo stati accolti nella vita. Tra l’altro questo dei due livelli è evidente. Finché stiamo a parlare di quello che dovrebbe fare lo Stato, che è importante, ma che ha anche altre finalità… Recentemente Papa Leone ha indicato come figura di accoglienza Padre Kolbe, che penso tutti sappiano chi è, che ha dato la vita per salvare un padre di famiglia. Ma questo lo Stato non può chiederlo a chiunque, non sarebbe giusto, è un’esperienza personale. Resta vero che lo Stato deve tener conto di quello che dicevo all’inizio, che noi siamo fatti per interessarci agli altri e la nostra cultura, dove il cristianesimo ha avuto un ruolo decisivo, rende impossibile per noi non interessarci, con i limiti e l’operatività che può esserci. Tempo fa sono andato in una scuola, in un’assemblea dove questo era il tema e c’era una grossa ostilità sulla questione. Finché non siamo riusciti a girare la questione dicendo: “Ma abbiamo dei motivi per accoglierne uno?”. Perché se non abbiamo dei motivi per accoglierne uno, è inutile che ragioniamo di milioni o di centomila. Io vi saluto con la diapositiva che ho messo, che è uno dei luoghi dove noi accogliamo in gran parte le persone, dove molto miseramente tentiamo anche una proposta, molto miseramente per quello che possiamo. E mi piace questo, che è un ex convento del 1900 e all’ingresso c’è l’icona con Gesù con scritto sotto: “Gesù Cristo abbi pietà di noi”. E io ogni volta che vado la rileggo e penso: “Veramente, Gesù Cristo abbi pietà di noi”, perché facciamo un tentativo ma non siamo noi che li salviamo, a noi sta fare un tentativo.

SAVIANA CORSO
Bene, ho esordito dicendo che queste storie che avremmo presentato oggi erano delle storie comuni ma anche straordinarie. Sono comuni perché riguardano tante persone, come nel caso di Gebril. Sono straordinarie perché dentro c’è una luce, c’è qualcosa di vivo. Sono comuni perché per Marco è un lavoro, fa l’ingegnere, fa questo, fa anche altro, però sono straordinarie per la passione che ci mette. L’accoglienza è un’esigenza del cuore. L’accoglienza nasce quando tu guardi come Don Paolo la persona per quello che è, per il suo destino. Un’altra frase che abbiamo esplorato presentando la mostra era questa: “I conflitti e tutte le guerre”, diceva Don Tonino Bello, “trovano la loro radice nella dissolvenza dei volti”. Quando i volti sono dissolti, sono sfumati, diventano una categoria. Anche per me, certo, il profugo, l’accolto era una categoria, a volte esaltante, a volte distante, a volte problematica. Però incontrare Gebril, Mohamed, adesso non è più il profugo in generale, è lui. Ci siamo chiesti anche fra di noi questa capacità di guardare oltre i volti, di dare i contorni, di trovare una fisionomia, una prospettiva… allora vabbè, ce l’avranno alcuni, Marco ha il pallino del sociale, Matilde si fa coinvolgere dalle situazioni, Lorena è buona. E invece, anche proprio la dinamica di quello che è successo: Cristina ha ascoltato il Papa, ha parlato con Seve, ha chiesto ai ragazzi, lei si è coinvolta, Lorena è entrata da Gebril… cioè, è una storia. Quindi per tornare al titolo del Meeting, “Nei luoghi deserti costruiremo con mattoni nuovi”, i luoghi deserti sono davanti agli occhi di tutti. Sono i luoghi deserti oggettivi, lui arriva da un deserto, da Faiyum, giusto? Qualche volta l’acqua del Nilo arriva, ma non sempre. I luoghi deserti sono metaforici, sono l’assenza di speranza. I luoghi deserti sono fuori ma sono anche dentro, sono dentro di noi che guardiamo il male e ci giriamo dall’altra parte oppure che lo guardiamo e non sappiamo cosa fare. Però cosa sono questi mattoni nuovi? Si è parlato di sguardi, beh, per noi il mattone nuovo è la capacità di avere uno sguardo, una consapevolezza di sguardo diverso. E dove lo impariamo? Certo, lo impariamo in una strada, in una compagnia. Quindi abbiamo voluto mettere questa foto, penso che tutti i gruppi di ragazzi che sono qui avranno una foto simile, che è la foto della nostra vacanza dello scorso anno di GS, perché questo nuovo sguardo è abitato da luoghi dove si può vivere insieme un’amicizia, un’amicizia che ti fa camminare e diventare più uomo. Io avrei finito. So che alcuni hanno la corriera, però le domande sono gradite, quindi se vogliamo fare qualche domanda a Marco, a Gebril o anche a noi, ci siamo. Senza paura. Chi vuole fare una domanda potrebbe avere un microfono.

DOMANDA
Ciao, a Marco volevo fare una domanda. Da poco c’è stato un referendum sulla cittadinanza e ci sono stati molti dibattiti sull’opportunità di concederla o meno riducendo il tempo per conseguirla. Volevo sentire cosa ne pensavi, perché anche a casa nostra ci sono stati dibattiti con i figli e ho capito che ci sono tanti aspetti da considerare e mi interessava capire tu cosa ne pensavi.

MARCO PERONIO
Secondo me questo esempio del referendum è proprio un esempio di quello che cercavo di dire alla fine. Cosa vuol dire cinque anni, dieci anni? Cosa proponiamo? La proposta non può essere un tempo, un tempo vuoto, che sia cinque, dieci, uno, tre. Un po’ anche per lo strumento referendario, è come se sviasse la cosa, perché a me piacerebbe dire: ma dopo che uno è cittadino, che cosa fa? Guardando i casi concreti di quelli che abbiamo noi, se deve restare in Italia come è il suo destino, come desidera per esempio lui, costruiamo una possibilità concreta perché possa veramente vivere della bellezza di cui viviamo noi nel nostro Paese, di un’opportunità vera. Non so se ci mettiamo tre anni, cinque anni, oppure se dando la cittadinanza è risolto. Per esempio nei richiedenti asilo adulti, certe volte l’ottenere l’asilo è l’inizio di un dramma, perché escono dal sistema di accoglienza e possono stare in Italia, ma non sanno cosa fare. Dal giorno prima ricevevano sostentamento, assistenza, il giorno dopo “puoi stare, bene, in bocca al lupo”. Per cui sinteticamente, rispetto a quello che dici, è difficile dire, io non so dire quali sono gli anni giusti, perché mi sembra un problema mal posto. Non è un problema di anni, è un problema di proposta, di come ci coinvolgiamo, per dirla con un termine alto, col loro destino, col destino di chi viene qua. Non so se vuoi sapere cosa ho votato al referendum, te lo dico dopo.

DOMANDA
Io faccio una domanda a Gebril. Tu hai detto di essere stato accolto, quindi hai una riconoscenza nei confronti di quanto ti è successo. Ma abbiamo visto le rivolte e le manifestazioni a Gorizia, a Udine, in particolare nei confronti degli egiziani. C’è stata tutta una serie di manifestazioni o di persone che non vi volevano. Avete fatto una partita di calcio alle 4 del mattino dopo il Ramadan e lì è venuto fuori a Udine il disastro, che tutti vi volevano morti. Ma voi chi siete?

GEBRIL MOHAMED SALLAM
Vedrai praticamente che esistono sempre i buoni e i cattivi in tutto il mondo. Quindi non siamo tutti uguali. Non so come posso rispondere a questa domanda, ma ognuno fa il suo.

MATILDE
Durante uno dei primi incontri in cui hai conosciuto Lorena, una delle cose che aveva colpito Lorena e che ci raccontava era che voi, gruppo di egiziani, eravate venuti a questo incontro, vi eravate alzati in piedi e avevate detto: “Io voglio essere guardato per quello che sono”, giusto? Cioè, “io non voglio essere la categoria dell’egiziano, io voglio essere guardato per quello che sono”. Quindi penso che la domanda che ti sta facendo lui è capire chi sei. Non so se si capisce meglio.

GEBRIL MOHAMED SALLAM
Sì, ma quella cosa l’avevo detta. Avevo detto che uno fa il suo e io so che tanti egiziani fanno brutte cose qua. Io sono stato sempre bravo qua in Italia e so che queste cose che fanno gli egiziani non sono accettabili.

DOMANDA
Io ho una domanda che nasce probabilmente dalla mia ignoranza. Volevo chiedervi, volevo chiedere a tutti, ma perché un ragazzo egiziano per arrivare in Italia, o comunque anche parlavi della via baltica, immagino sia un problema diffuso, non può… cioè è obbligato ad andare in Libia, a passare tre o sei mesi? Perché io, ragazzo italiano, se voglio fare le ferie e vedere le piramidi prendo l’aereo, mentre lui, che mi sembra abbia anche detto che ha il passaporto egiziano, quindi non che sia in una situazione di criminalità in Egitto, non riesce ad arrivare in Italia se non facendo il percorso che hai raccontato?

GEBRIL MOHAMED SALLAM
Sì, praticamente questa cosa tanti italiani non la sanno. Noi, per venire direttamente qua in Italia con l’aereo, ci costa tantissimo. Ci vorrebbe fare documenti che costano quasi un milione. Quindi la nostra unica occasione è di venire o verso il mare o verso la Turchia, a piedi.

MARCO PERONIO
Non so se ho capito bene la domanda, però un egiziano, l’ha detto anche lui, può prendere un aereo e venire. Noi siamo amici di Wael Farouk, che frequenta anche il Meeting, è egiziano. Il problema dei richiedenti asilo è quando lo scopo non è turistico, ma è insediarsi nel nostro Paese. Allora lui tecnicamente è un minore straniero non accompagnato. “Non accompagnato” vuol dire che non è venuto qua coi genitori, per cui entra in un certo sistema. Gli adulti che vengono in Italia, adesso qui apriremo una parentesi che ci porta lontano, però se non entrano in quelle che si chiamano le “quote”, cioè quelle che l’Italia stabilisce essere il numero delle persone che possono venire per lavorare, di per sé non potrebbero venire a stabilirsi. Una cosa è il turismo e una cosa è stabilirsi. Infatti cosa succede? Succede che l’Italia accoglie quelli che ritiene che siano in pericolo di vita o di persecuzione nelle loro terre, fa degli studi che durano purtroppo anche degli anni per capire se possono essere accolti poiché perseguitati. E quindi è fuori da un sistema dove l’Italia prende anche persone da tutto il mondo per lavorare. Adesso ho fatto una sintesi più breve possibile, ma se vuoi ne parliamo poi.

MATILDE
Vai, dicci la tua frase.

GEBRIL MOHAMED SALLAM
Chiudo con questa frase che ho imparato in friulano: penso che vi piaccia. È stata una bella serata, grazie a tutti.

SAVIANA CORSO
Bene, non serve tradurre. […] Grazie a tutti e buona serata. E poi visitate la mostra.

Data

22 Agosto 2025

Ora

19:00

Edizione

2025

Luogo

Arena Tracce A3
Categoria
Incontri