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NEI LUOGHI DESERTI COSTRUIREMO CON MATTONI NUOVI
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S.E. Mons. Erik Varden, vescovo di Trondheim, presidente Conferenza episcopale della Scandinavia. Introduce Bernhard Scholz, presidente Fondazione Meeting per l’amicizia fra i popoli ETS
Il titolo di questo Meeting 2025 “Nei luoghi deserti costruiremo con mattoni nuovi”, è tratto dall’opera Cori da «La Rocca» dello scrittore Thomas Stearns Eliot. È un invito a costruire nei deserti dell’individualismo, dell’indifferenza, della violenza, della mancanza di senso un mondo di relazioni autentiche, di vera accoglienza, di un lavoro che serve al bene di tutti. Cosa può allora incoraggiare a costruire con creatività e lungimiranza, quali sono le fonti di una libertà capace di superare le tante difficoltà, ostacoli e contradizioni, da quale speranza può nascere un rinnovato impegno per il bene e una ricerca appassionata del vero? L’abbiamo chiesto a Erik Varden, monaco trappista, vescovo di Trondheim in Norvegia e presidente della Conferenza episcopale della Scandinavia, che riunisce i vescovi di Danimarca, Finlandia, Islanda, Norvegia e Svezia.
Con il sostegno di isybank, Tracce
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BERNARD SCHOLZ
Benvenuti, benvenuti a questo incontro sul titolo di questo Meeting del quale ci parlerà – Lo ringrazio per la sua presenza, gli do il benvenuto di tutto il cuore – Sua Eccellenza Eric Varden
Eric Varden, monaco trappista, dal 2020 vescovo di Trondheim, Norvegia, e presidente della Conferenza Episcopale Scandinava.
Caro Monsignor Varden, è un grande onore per noi che lei abbia accettato il nostro invito a condividere le sue riflessioni sul titolo di questo Meeting. “Nei luoghi deserti costruiremo con mattoni nuovi”, tratta dall’opera di Thomas Stearns Eliot, “I cori da La rocca”.
Questo titolo vuole essere un invito a guardare il nostro mondo con le sue contraddizioni, le sue violenze, le sue indifferenze e presunzioni, ma soprattutto con le sue tante ferite e domande con una nuova benevolenza, cercare il vero e riconoscerlo, volere il bene e affermarlo, desiderare il bello ed accoglierlo.
I deserti che incontriamo sono luoghi da coltivare, non da disertare. Ma anche se il desiderio di costruire, di cambiare, di creare qualcosa di nuovo, di più umano è in qualche modo iscritto nel nostro cuore, sappiamo bene che questo desiderio chiede di essere compreso nella sua vera natura.
Per cosa costruiamo? Con quale scopo, con quale energia e con quale impegno? Le ideologie hanno mostrato e purtroppo ci mostrano tutt’ora la violenza atroce delle costruzioni che nascono dalla pretesa di poter creare il bene da sé, dalla “hybris” di poter costruire società e stati in nome di una presunta giustizia e verità senza riconoscere alla persona il suo valore unico e ripetibile, soprattutto senza riconoscere la sua creaturalità.
Invece di case luminose, aperte ed accoglienti, si sono costruite gabbie angoscianti e mortali. Anche le odierne costruzioni basate sulla presunzione che lo sviluppo tecnico-scientifico possa rispondere in modo esauriente alle esigenze dell’uomo, chiedono di essere rivisitate nella loro architettura, ma soprattutto nelle loro fondamenta.
In questo senso la provocazione di questo titolo si radicalizza ancora di più. Con quale speranza vogliamo costruire? Qual è l’orizzonte del nostro impegno? Da dove nascono motivi e criteri nella ricerca e nella nostra intraprendenza?
Caro monsignore, lei presiede una conferenza episcopale alla quale sono affidati tanti paesi riconosciuti per la grande efficacia della loro organizzazione sociale, ma anche una funzionalità quasi perfetta si rivela insufficiente rispetto a tante solitudini esistenziali. Sappiamo al contempo che proprio in questi paesi ci sono nuove conversioni che indicano il riconoscimento di una presenza che permette di costruire e di percorrere strade nuove. A maggior ragione siamo curiosi di ascoltare le sue riflessioni, i suoi suggerimenti.
Nel brano di Eliot, dal quale abbiamo preso il titolo di questo Meeting, si trova anche questo versetto: “Dove la parola non è pronunciata, noi costruiremo con un nuovo linguaggio.” In forza della sua esperienza e delle sue riflessioni, lei è uscito da vecchi linguaggi ripetitivi e formali per comunicare con un nuovo linguaggio la parola che lei ha riconosciuta come vera e per questo sempre nuova. Siamo in attesa delle sue parole. Grazie.
ERIK VARDEN
Grazie presidente Scholz, sono onorato del vostro invito e molto lieto di stare qui con voi. Vi propongo quindi una riflessione a proposito di un distico di Thomas Stearns Eliot: “In luoghi deserti costruiremo con mattoni nuovi”.
Il desiderio di costruire è profondamente radicato nell’uomo. Gli archeologi ripercorrono la nostra storia attraverso la testimonianza di insediamenti, che si tratti di abitazioni per i vivi o di tombe per i morti. Anche le Scritture descrivono l’uomo come costruttore, ma questo suo tratto, biblicamente parlando, è un tratto acquisito non innato. Cosa voglio dire? All’inizio – Beresit – non c’erano case. L’uomo primordiale visse in un giardino a proprio agio con una creazione generosamente disposta nei suoi confronti. Non c’era bisogno di mettere limiti tra sé e altre creature. Nell’Eden tutto ciò di cui Adamo aveva bisogno per vivere e prosperare era a sua libera disposizione.
Per nutrirsi aveva ogni pianta che produce seme. Beveva da un pacifico fiume di paradiso, la cui dolcezza noi, esuli figli di Eva, nemmeno possiamo immaginare. Nello stadio originale dell’esistenza umana, lo stadio dell’innocenza, l’Eden è un habitat congeniale, allo stesso tempo simboleggia un’armonia vitale molto più essenziale.
Ciò che dà veramente vita all’uomo, vita e gioia, non è solo la prosperità della terra, ma la propria somiglianza con Dio, l’essere temporale interamente orientato verso l’eternità.
In seguito, uomini sapienti, in virtù di una memoria impronta nelle loro ossa, celebrarono questo modo di essere teocentrico parlandone come di un’intima dimora. Un salmo testamentario intitolato “Preghiera di Mosè, uomo di Dio”, inizia con la frase: “Signore, tu sei stato per noi un rifugio”. Secoli dopo San Paolo parlerà di Dio come la realtà ultima in cui viviamo, ci muoviamo ed esistiamo, ricordando agli ateniesi le migliori intuizioni della poesia greca.
Mosè e Paolo avevano conosciuto l’intimità di Dio. Il primo era stato avvolto dalla presenza divina, rimanendo poi illuminato da uno splendore che non era di questo mondo. Paolo era stato rapito al terzo cielo. Nessuno dei due, tuttavia, aveva conosciuto come Adamo la condizione in cui Dio era l’unico scontato principio dell’esistenza. Prima della caduta la comunione con Dio era per l’uomo la condizione umana in quanto tale. Ora, nel nostro stato attuale la percepiamo quella comunione solo in fugaci lampi di grazia, e però essa rimane la norma verso cui tendiamo, mentre l’umanità procede verso l’eskaton, quando Dio sarà di nuovo e definitivamente tutto in tutti.
Questa inquadratura biblica ci istruisce, ci dice: è giusto che ci impegniamo con tutte le nostre forze a costruire nel migliore, nel modo più bello, la città terrena, però qualsiasi costruzione rimane provvisoria. Una tenda di nomadi fatta per proteggerci durante il viaggio terreno, ma superflua quando al momento opportuno raggiungeremo la nostra meta eterna.
Il giardino in cui Adamo fu posto il sesto giorno si chiama Paradiso. Il nome è di origine persiana, suggerisce un boschetto di godimento, non un parco pubblico. L’Eden era un santuario. Adamo ed Eva, accolti come ospiti di Dio, potevano esserne esclusi, e lo furono, lo sappiamo. Il primo fondamento della società, quindi in senso biblico, si basa sulla capacità di accogliere, godere e onorare l’ospitalità.
Innumerevoli libri sono stati scritti sulla dinamica dell’accoglienza e della filoxenia nel mondo antico. Alcuni di questi libri riguardano le consuetudini dei nomadi che l’ambiente ostile metteva gli uni in balia degli altri. La cortesia si delineò come forma contrattuale, permettendo la sopravvivenza nelle vicissitudini della terra, perché la natura, pur non essendo ostile all’uomo, la natura gli è indifferente.
Altri studi esaminano le consuetudini degli eroi omerici, disposti ad intrattenersi sia con gli esseri umani sia con gli dei. La Bibbia rispetta questo arcaico ideale di ospitalità. Abramo, un nomade, avendo lasciato la casa di suo padre, incarna l’attenzione degli ospiti antichi nella scena ambientata a Mamre, dove tre uomini apparsi dal nulla nel calore del giorno trovarono in questo ebreo segnato dal tempo un modello di prontezza che in men che non si dica, 99 anni, preparò per loro un banchetto.
Alcuni padri videro in questo racconto una manifestazione della Santa Trinità, della concezione di Dio stesso con comunione ospitale. Questa visione fu dipinta da Andrej Rublëv nell’“Ospitalità di Abramo”, una famosissima icona realizzata nel XV secolo, mentre la civiltà russa stava crollando. Nel 1966, quando un mondo ancora stanco di fare le guerre temeva l’armageddon nucleare, un altro grande visionario russo, Andrej Tarkovskij, riprese lo stesso motivo dell’ospitalità di Abramo di Rublëv, il motivo dell’uomo che invita Dio a ristorarsi. Il mistero tracciato coi colori di Rublëv si illuminò in bianco e nero sulla pellicola come un faro luminoso indicando una possibile via di salvezza anche per la postmodernità.
La città compare nella scrittura come immagine di vita stabile e commerciale accompagnata da una certa ambivalenza. La prima città di cui sentiamo parlare nelle Scritture fu quella costruita da Caino, il fratricida che dovette portare un segno che lo distingueva dal resto dell’umanità. Il marchio di Caino era segno della protezione divina, non come merito, ma come memoria che anche i più gravi delitti possono, senza dissimulazione, essere sostenuti da un’economia societale di misericordia. Il marchio di Caino ci esorta a non ridurre gli altri semplicemente ai loro crimini. Il marchio era il modo in cui l’Onnipotente attuava un principio espresso più avanti nella Bibbia in questi termini solenni: “Mia sarà la vendetta e il castigo quando vacillerà il loro piede, mia, non vostra”. Dio sapeva che all’uomo non si può affidare la giustizia. Lasciato a sé stesso non ce la fa, è troppo incline all’estremismo, lasciandosi sopraffare dalle sue passioni, dalle sue paure. Come narra la scrittura, questo è quanto accaduto nella storia. A sole sei generazioni da Caino e a pochissime righe dello stesso capitolo biblico, troviamo Lamech che si vanta della sua violenza davanti alle mogli costrette ad applaudirgli, dicendo: “Sette volte sarà vendicato Caino, ma Lamech 77”. In questa spirale di violenza noi ancora viviamo.
Il quarto capitolo della Genesi ci pone di fronte a un paradosso. Quando Caino è chiamato a rispondere dell’omicidio di Abele, il Signore gli dice: “Ora sii maledetto, lontano dal suolo che ha aperto la bocca per ricevere il sangue di tuo fratello dalla tua mano. Quando lavorerai il suolo, esso non ti darà più i suoi prodotti. Ramingo e fuggiasco sarai sulla terra”. Ramingo e fuggiasco.
Le due principali tipologie di esistenza arcaica, quella del pastore nomade e quella dell’agricoltore, sono precluse a Caino, la prima a causa dell’alienazione che Caino si è procurato da sé stesso, la seconda in forza della sanzione divina. L’unica certezza che Dio può dargli è questa: non sarà consegnato ad una giustizia efferata. Cosa allora può fare Caino? Leggiamo: “Caino conobbe sua moglie che concepì e partorì Enoch, poi divenne costruttore di una città”.
La città emerge come struttura in cui l’uomo, in contrasto con i suoi simili e con i loro patti, può tirare e campare con altri mezzi, quelli delle transazioni pragmatiche. La vita urbana rappresenta un modo stanziale di essere ramingo e fuggiasco per chi si trova tagliato fuori dal procedere tribale nomade che si muove giorno dopo giorno alla ricerca di obiettivi comuni.
Avendo costruito per sé una città, Caino la chiamò Enoch dal nome del figlio. In questo c’è una patetica evocazione. Il primo omicida della storia conosceva benissimo la fragilità della vita ad Oriente dell’Eden. Non potendosi affidare alla discendenza, all’affiliazione come via per perpetuare l’esistenza, Caino si sentì spinto a costruirsi un’eredità in modo monumentale. Quella sua città sarà stata poco attraente. L’arte di plasmare la materia con grazia attraverso strumenti di bronzo e di ferro sarebbe giunta più tardi con Tubal-Cain, il pro-pro-pronipote di Caino. La vita a Enoch, la prima città, la città surrogato dell’affiliazione, riecheggia nei “Fleurs du Mal” di Charles Baudelaire: “Razza di Caino in caverne e tuguri tremate come sciacalli nel fango. Pauvre Caïn”.
Il poeta offre una tremenda prospettiva sulla società soltanto transazionale, ricordandoci che l’Homo faber, cioè uomo costruttore, è talvolta un tipo davvero disperato, perseguitato dal ricordo di un paradiso perduto e dal terrore dell’isolamento.
L’associazione tra vita urbana e compromessi malsani è rappresentata magnificamente nella storia di Babele, la prima metropoli biblica. Il progetto fatale iniziò con l’invito: “Venite, costruiamo una città per noi”. “Venite, costruiamo una città per noi”. Quel “per noi” è inquietante. Indica una rottura netta anche al riferimento ad un disegno divino. Il progetto della Torre di Babele la cui cima tocchi il cielo, parla di presunzione luciferiana. La mentalità che sta dietro è colta con molta astuzia da Pieter Bruegel in un dipinto del 1563 fatto in un momento in cui il continente europeo si lacerava di guerre intestine. La rappresentazione della Torre di Babele di Bruegel mostra la simultanea imponenza e assurdità di certi sogni con cui gli uomini realizzano le loro ambizioni più folli e si riducono allo stesso tempo all’insignificanza delle formiche.
La storia di come la nostalgia dell’umanità per il giardino abbia ceduto il passo alla necessità pragmatica della città, si racconta nell’esodo di Israele. L’inizio di questa storia è tragica. Un nuovo re salito al potere in Egitto entra in conflitto con il popolo dei figli di Israele. Il nuovo re non seppe ciò che il potere faraonico doveva a Giuseppe. Le alleanze politiche basate su ciò che è dovuto e soltanto su ciò, tendono all’instabilità perché presuppongono un ricordo comune ordinariamente percepito come fonte di un legame durevole tra nazioni o gruppi. Ma tali ricordi sono fragili, anzi sono fragilissimi. Possono durare una generazione, forse anche due generazioni, però non avranno alla terza generazione più consistenza della neve dell’anno scorso.
Tre fratelli sorsero in Israele per liberare i loro congiunti dalla schiavitù e riportarli nella terra promessa ai loro antenati. Mosè e Aronne con Miriam sempre al loro fianco, dovettero affrontare prove dure affinché l’Egitto lasciasse partire Israele. Quando il popolo superò i confini geografici di Pithom e Ramses, altri esempi di città fonti di guai, si presentò un’ulteriore sfida perché stava lì aspettando una folla eterogenea volendo unirsi a loro. La Vulgata di San Girolamo definisce questo gruppo in attesa un “vulgus promiscuum innumerabile“. È un’espressione fantastica, un “vulgus promiscuum innumerabile“.
La frase suggerisce che una certa volgarità e promiscuità metteranno quasi sistematicamente alla prova una qualsiasi impresa politica e sociale radicata nell’ideale. Durante l’esodo Israele ricevette per grazia il dono della legge. La legge mostrava loro come vivere umanamente sulla terra, impegnati nella prassi quotidiana e allo stesso tempo consapevoli di trascendenza. L’economia del sacrificio imposta dal codice mosaico è diversa da quella dei culti pagani. La scrittura sottolinea spesso che il Dio che rivelò il suo nome nel roveto ardente non ha nulla in comune con gli idoli di Moloch e Ashera. Al Dio di Israele non serve che il popolo gli faccia da mangiare. Il Dio di Israele dichiara con disprezzo: “Se avessi fame non lo direi a te”. La pratica biblica delle offerte, un termine che in ebraico significa “elevazioni”, era piuttosto un modo per insegnare all’uomo a considerare il proprio lavoro alla luce di una finalità eterna.
L’offerta delle primizie insegnava alle persone a non assolutizzare il possesso. Perseverare in tale distacco è costoso: rinunciare per gratitudine a qualcosa per cui abbiamo lavorato va contro la nostra testarda inclinazione tesa all’accumulazione. Seguendo questa strada però impariamo magari a vivere graziosamente. E quando un tale atteggiamento di via graziosa permea la vita comune di una società, la riempie di una dolcezza inestimabile. La legge prevedeva anche sacrifici a scopo di riparazione e riconciliazione. La Bibbia non ha illusioni sulle sfide della convivenza umana. Conflitti sorgeranno tra persone, famiglie, gruppi. Non c’è da illudersi. La domanda è: risolveremo i conflitti o rimarremo impigliati nei conflitti? La Bibbia, invitando alla riconciliazione, esplicita casi di infrazioni particolari nominate e valutate con fissati termini riparatori. Più fondamentalmente è la consapevolezza che a un certo livello tutti abbiamo bisogno di essere riconciliati. L’altezza di vita a cui siamo chiamati è tale che nessuno vi può rimanere permanentemente. Ecco perché la legge prescrive l’osservanza del giorno dell’espiazione come obbligatoria per ciascuno. Ogni persona che non si umilierà in quel giorno sarà eliminata dalla sua parentela. L’istituzione è perfettamente democratica, abbraccia tutti stabilendo al contempo un criterio di appartenenza. Far parte del corpo sociale vuol dire riconoscere responsabilità di un elevato standard di vita rispetto al quale fallirò sicuramente. Quindi sono tenuto davanti a tutti a chiedere perdono.
Un’intuizione assai simile si concretizza nella liturgia del Mercoledì delle Ceneri. Una comunità tenuta insieme dalla libera confessione pubblica e condivisa di inadeguatezza, sarà in grado di affrontare lacerazioni, sarà in grado di perseguire allo stesso tempo la giustizia senza ipocrisia e sarà preservata da una mentalità meramente litigiosa.
Durante il soggiorno nel deserto a Israele fu chiesto di costruire il tabernacolo. Lì, nel tabernacolo, l’asse verticale della grazia si incrociava con le preoccupazioni orizzontali. Il tabernacolo fu un oggetto itinerante. Il processo che alla fine lo rese stabile era molto complesso e anche doloroso. Quando Davide pensò di costruire un tempio, fu rimproverato duramente. Il Signore gli disse: “Durante tutto il tempo in cui ho camminato insieme con tutti gli Israeliti, ho forse mai detto ad alcuno dei giudici d’Israele a cui avevo comandato di pascere il mio popolo Israele, perché non mi avete una casa di cedro?” Il progetto di costruzione del tempio fu visto con sospetto, come se l’uomo cercasse di delimitare il divino.
Dopo un po’ si autorizzò, non di meno, la costruzione di una casa di Dio e questo fu il primo grande cantiere dopo Babele, se lasciamo da parte gli eccessi faraonici. Tutti parteciparono. Il lavoro di costruzione era confederante e rese il popolo unito. Tutti avevano qualcosa da dare, abilità o ricchezze. Una volta completato il tempio sotto Salomone, quando la gloria di Dio si posò su di esso, il concetto stesso di città fu in qualche modo riscattato. D’ora in poi Gerusalemme sarà il paradigma della collettività ordinata, un patto umano reso possibile dalla presenza reale al suo interno. Alla città di Davide salirono le 12 tribù, ma non solo. La nota universalistica, sempre implicita in chiamate particolari, già da Abramo fu detto: “In te si diranno benedette tutte le famiglie della terra”. Quella nota universalistica divenne esplicita nel significato del tempio. Adesso, dice Isaia, affluiranno tutte le genti. Israele imparò ad accogliere gente desiderosa di vivere alla luce dell’alleanza, senza prendere tutte le misure per entrarvi. Il forestiero ha un ruolo chiave nella storia di Israele, ricordando l’esilio del popolo. “Non molesterai”, disse il Signore, “non molesterai il forestiero, né lo opprimerai, perché siete stati voi forestieri in terra d’Egitto”. La presenza in mezzo alla nazione di stranieri e di persone inadatte rimase una provocazione benefica e provvidenziale, una prova di integrità sia riguardo al passato sia riguardo al futuro. Dio verificava così se Israele rimaneva conscio della miseria dalla quale era stato salvato per grazia, determinato a costruire un futuro la cui promessa abbracciasse tutto. Nei momenti di grave fallimento sotto entrambi gli aspetti, Dio mandò nuovamente il suo popolo in esilio. Fece addirittura crollare Gerusalemme, dimostrando l’impermanenza di qualsiasi sentita stabilità sulla terra, costringendo coloro con occhi per vedere, orecchi per sentire, a reimpostare la propria bussola morale in vista di una ricostruzione. Tutte queste dinamiche bibliche manifestatesi in vari modi nel corso dei secoli, sono assolutamente presupposte da Thomas Eliot nell’entusiasmante distico tratto dai “Cori della rocca”: “In luoghi deserti costruiremo con mattoni nuovi”. Eliot attinse deliberatamente alle cadenze scritturali. Notò in una lettera ad un amico che scrisse sotto l’ispirazione principalmente di Isaia ed Ezechiele. La “Rocca”, voi lo sapete, era un dramma commissionato in vista di una raccolta fondi a favore della costruzione di 34 nuove chiese nei sobborghi di Londra. Rappresentato per la prima volta nel maggio 1934, era destinato a un vasto pubblico generale. Eliot lo definì “un’avventura in un mare più vasto che mai” e “l’aria fresca e salubre del mare gli faceva bene, molto bene”. Eliot era felice di scrollarsi di dosso una crescente reputazione di intellettualismo e oscurità. Scrisse ad un amico che “nessuno che abbia qualcosa da dire vuole essere oscuro”. Poi aggiunse: “Ma non si è naturalmente semplici o lucidi. Per arrivarci ci vogliono lavoro ed esperienza”. L’opera “La Rocca” mette in scena gli sforzi di una comunità impegnata nella costruzione di una chiesa. Diverse persone misero mano ai dialoghi. Eliot riconosceva come propri suoi solo i 10 cori scritti per scandire il dramma. Quando gli fu chiesto di contribuire alla “Rocca” aveva 45 anni, stava in media vita, sentiva di avere “esaurito i miei scarsi doni poetici e di non avere più nulla da dire”.
In seguito paragonò il lavoro sulla “Rocca” all’effetto che ha l’avvio vigoroso con manovella di un’automobile con batteria scarica. Quell’avvio funzionò benissimo. Soltanto l’anno dopo scrisse il suo capolavoro “Assassinio nella Cattedrale”. Ricordiamoci bene, nel 1934 la Gran Bretagna stava uscendo dalla grande depressione. Tutta l’attenzione nazionale era rivolta alla ripresa materiale. Eliot evoca il ciclo senza fine dell’idea dell’azione. L’invenzione infinita, l’esperimento infinito porta a conoscenza del muto, non dell’immobilità; conoscenza del linguaggio, ma non del silenzio; conoscenza delle parole e ignoranza del Verbo. Il ritmo stesso, soprattutto del testo inglese, fa pensare a un treno a vapore o a una macchina da stampa che sforna il giornale quotidiano. Chi in un momento storico simile di frenetica attività, in un clima simile, chi vorrebbe costruire chiese? La chiesa di Eliot sembra che non sia desiderata nelle campagne e nemmeno nei sobborghi, in città solo per importanti matrimoni. La Chiesa, nella sua percezione, era ridotta o si era ridotta al mero ornamento di una società contenta di pensarsi autosufficiente, senza nessun bisogno di Dio. Così i luoghi veramente vuoti ed abbandonati, secondo Eliot, non erano soprattutto i nuovi sobborghi crescenti, ma una realtà molto più intima. Scrive “il deserto è nel cuore di vostro fratello”. La voce di Eliot ci urge individuare tendenze che abbiamo nella nostra lettura della storia biblica già identificato come corruttrici di una società. Tendenze come l’egoismo, la presunzione, la relativizzazione del bene e del male, l’invidia, l’oblio di Dio. Queste antichissime passioni si insinuano riconoscibilmente in modo temporaneo, sia per Eliot, sia per noi.
“Vi ho dato la mia legge”, dice il Signore al suo popolo, “e voi fate commissioni”. Più avanti il vento pronuncia un epitaffio su atei dignitosi, la cui terra è ricoperta da rovi e spine. Unico loro monumento è la strada asfaltata e un migliaio di palline da golf perdute. Il tono caustico del poeta non ha perso il suo mordente né l’immagine la sua grande pertinenza. Potrebbe sembrare che nulla ci sia di nuovo sotto il sole, che l’uomo sia lacerato tra un piangere per la vita, oltre la vita, per un’estasi non della carne e la pigra ammissione che l’estasi è semplicemente troppo dolore e troppo lavoro.
Eliot insiste tuttavia sul fatto che ai suoi tempi c’è una novità inaudita nel settimo coro osserva: “Ma sembra che qualcosa sia accaduto che non è mai accaduto prima. Sebbene non si sappia quando, o perché, o come, o dove gli uomini hanno abbandonato Dio non per altri dei, dicono, ma per nessun Dio”. E questo non era mai accaduto prima. L’eclissi del soprannaturale sembrava strana nel ’34. Ora la diamo per scontata, quell’eclissi. La nuova norma è non aver norme. Nel frattempo il tessuto sociale si sta lacerando. Parliamo di integrazione, ma in cosa? Ci circondiamo di muri, però abbiamo un focolare attorno al quale riunirci. Eliot osservava: “Là dove non c’è tempio non vi saranno dimore”. Una frase cruciale: “Là dove non c’è tempio non vi saranno dimore”. Una volta che l’uomo non ha più il concetto di finalità, non è più spinto a cercare la comunione, nemmeno la convivenza. Mille vigili che dirigono il traffico non sanno dirvi né perché venite né dove andate. La liberazione di Israele dalla schiavitù lanciò il popolo sulla via dell’Esodo verso la patria. Noi ai nostri giorni rompiamo legami reali o immaginari in vista di mera dispersione, guidati da nessun principio oltre l’interesse personale e spesso egoistico.
L’estraneità sembra il nostro destino. L’eredità di Caino ci sovrasta anche quando le città in cui viviamo sono enclave confortevoli, ricche, recintate. L’anima dell’uomo deve affrettarsi alla creazione. Il grande compito dei cristiani oggi è permettere questo affrettarsi. Nel nostro ritmo di vita terrena. “Noi siamo stanchi della luce”, scrive Eliot. Eppure la desideriamo quella luce. Ognuno di noi è chiamato ad essere il ricordo visibile della luce invisibile, la chiesa che dobbiamo costruire noi prima di tutto è quella che fa di noi una dimora di Dio nello spirito. Lo spirito che mosse sulla superficie delle acque come una lanterna posata sulla schiena di una tartaruga. Il procedere sarà forse un po’ lento, non importa. Fondamentalmente è che la luce della verità sia accesa. Che la voce dell’Assoluto risuoni in un mondo sedotto dalla banalità, ma anche stanco della banalità. La Chiesa ha parole essenziali per il nostro tempo, parole che nessuno altro pronuncia. Eliot ce lo ricorda. La Chiesa ricorda loro la vita e la morte e tutto ciò che vorrebbero scordare, è gentile dove sarebbero duri, è dura dove essi vorrebbero essere teneri. Ricorda loro il male e il peccato e altri fatti spiacevoli, ma comunque utili. Dice loro soprattutto dove si trovano vera felicità e vera libertà. La Chiesa ha il compito di mostrare alla società ciò che potrebbe diventare; per quanto insignificante possa apparire o ritenere di essere, essa costituisce tuttavia per tutta l’umanità il germe più forte di unità, di speranza e di salvezza. Riconoscerete quella frase tratta dalla costituzione “Lumen Gentium”. La Chiesa costituisce tuttavia per tutta l’umanità il germe più forte di unità, di speranza e di salvezza. La Chiesa sa nutrire le nazioni senza abbandonare il sogno di fratellanza universale. Equilibra giustizia e misericordia. Integra in modo sostenibile l’alterità. Mobilita la coesione sociale formulando compiti positivi. Promuove una bella lealtà patriottica, mentre condanna ogni sciovinismo. Questi suoi impegni hanno dato abbondanti frutti nel passato in sprazzi gloriosi qua e là, quando le società sono state costruite in modo ospitale, insegnando agli uomini a vivere al tempo stesso con grazia come ospiti e con responsabilità come padroni di casa, l’uno per l’altro. Si può perseguire questo ideale senza fede in una trascendenza benevola e personale che investe di grazia i rapporti umani? Secondo me, molto difficilmente. Dobbiamo quindi rimboccarci le maniche con coraggio. “Dove i mattoni sono caduti, costruiremo con pietra nuova. Dove le travi sono marcite costruiremo con nuovo legname. Dove parole non sono pronunciate costruiremo con nuovo linguaggio”. Una costruzione questa destinata a durare non solo per una stagione, ma che sorga come fondamento sicuro per le dimore eterne. Quello che è andato perduto nella nostra epoca ansiosa, spesso angosciata, è una solida nozione dello scopo della società, dello stare insieme. Polemiche sul contenimento delle tasse, sull’esclusione degli stranieri, non hanno la possibilità di unire le persone. C’è un vuoto proprio dove la popolazione è più densa ed è lì che deve avvenire la nostra opera di costruzione per articolare ed esemplificare l’aspetto luminoso dell’umanità redenta con il suo potenziale iconico e divino restaurato in Cristo. Perché ciò di cui l’uomo ha bisogno per prosperare non è solo una casa. L’uomo per prosperare ha bisogno di una dimora, una dimora dove la luce è e rimane accesa. Per costruire tale dimora è necessario l’amore. L’amore è la fornace in cui vengono cotti i nuovi mattoni per esistere al passare del tempo e delle promesse vuote. Leggiamo in Eliot: “Visibile e invisibile, due mondi si incontrano nell’uomo. Visibile e invisibile si devono incontrare nel suo tempio”. Solo quando quel tempio sarà costruito, quando noi, io e voi, saremo diventati quel tempio. Solo a quel momento il nostro lavoro, un lavoro pragmatico e poetico, sarà compiuto e non prima. Grazie della cortese attenzione. Grazie.
BERNARD SCHOLZ
Eliot ci ha ricordato che Dio è stato abbandonato la prima volta nella storia, non per un altro Dio. Lei ci ha ricordato sempre con Eliot che Dio non ci ha abbandonato e ci ha chiamato a costruire con lui una nuova dimora in questo mondo. Grazie di cuore.









