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MYANMAR, LA BELLEZZA, L’EMERGENZA E LA RISPOSTA ITALIANA
Promosso da AVSI, SPSE – CEI, Cooperazione Italiana
Luciano Gualzetti, direttore Caritas Ambrosiana; Ranieri Sabatucci, già capodelegazione Unione Europea in Myanmar; Niccolò Tassoni Estense di Castelvecchio, capomissione Italia in Myanmar. Videomessaggio di Nang Swe Swe Aye, rappresentante Paese AVSI in Myanmar. Modera Anna Tramonti, Philanthropy and Advocacy Specialist, AVSI
Il terremoto che ha colpito il sud-est asiatico il 28 marzo di quest’anno ha riportato l’attenzione sulla situazione fragilissima del Myanmar, dove la popolazione, stremata da anni di conflitto civile, si è trovata ad affrontare un’altra catastrofe. Italia, Unione Europea e organizzazioni della società civile si sono subito attivate al fianco del popolo birmano: questo evento intende raccontare cos’è successo in questi mesi, per far sì che i riflettori su questo Paese non si rispengano.
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Anna Tramonti:
Buongiorno a tutti e benvenuti. Io sono Anna Tramonti e lavoro per Fondazione AVSI nel team comunicazione. Mi occupo di filantropia e advocacy. Oggi parliamo di Myanmar, un paese disastrato da un conflitto e recentemente anche da un terremoto che è stato il più grande mai registrato nel paese a marzo, seguito da delle gravi inondazioni. Parliamo di un paese nel quale in questo momento più di un terzo della popolazione si trova in uno stato di grave emergenza umanitaria. Perché ne parliamo oggi? Perché quello che ci interessa è non far chiudere i riflettori su questo paese e di portarvi le voci di chi ogni giorno lavora per ricostruire una speranza per questo popolo. Allora, cominciamo, cominciamo subito. Vi portiamo in Myanmar con Swe Swe, che è la nostra rappresentante paese per Fondazione AVSI in Myanmar. Prego.
Nang Swe Swe Aye:
Sono Nang Swe Swe Aye. I nostri pensieri e le nostre preghiere sono con la popolazione del Myanmar. Sappiamo che il 28 marzo si è verificato un potente terremoto di magnitudo 7,7, diffuso in tutto il Sud-est asiatico, dal Myanmar fino alla Thailandia, lungo un’estensione di circa 600 miglia. L’epicentro del devastante sisma è stato a Mali, la seconda città più grande del Myanmar. La popolazione ha avvertito forti scosse e ha subito gravi danni, con edifici crollati, case distrutte, la perdita di persone care e di mezzi di sussistenza. Fin dai primi momenti dopo il terremoto sono partite le operazioni di risposta. Le nostre squadre hanno collaborato con attori locali e organizzazioni del territorio, insieme alla Croce Rossa del Myanmar, per avviare attività di ricerca e soccorso. AVSI sta fornendo supporto di primo soccorso, trasporto dei feriti negli ospedali, assistenza sanitaria e ha inviato un’équipe medica. Stiamo inoltre garantendo acqua, viveri di emergenza e rifugi temporanei. Forniamo anche sostegno psicologico: alcune persone nelle aree colpite stanno infatti vivendo situazioni di trauma, e le organizzazioni locali stanno intervenendo per valutare i bisogni e dare supporto psicosociale. Le operazioni di recupero sono ancora in corso. In questa fase sarà necessario un sostegno a lungo termine per la ricostruzione. Molti degli abitanti colpiti dal sisma avevano già subito in passato altri disastri. Nell’area nord-occidentale, la più colpita, sono presenti popolazioni già sfollate internamente in Myanmar. Già prima del terremoto erano evidenti condizioni di forte vulnerabilità e gravi necessità umanitarie, che ora si sono aggravate a causa degli effetti del sisma. Inoltre, in questo momento, alcune aree colpite stanno affrontando temperature molto elevate, sopra i 40 °C, e con l’arrivo del monsone ci si attendono anche forti piogge. Questo rende ancora più urgente il sostegno alle persone che hanno perso la casa e i mezzi di sostentamento, affinché possano affrontare anche le sfide future. Guardando al futuro, ci chiediamo qual è il modo migliore per sostenere queste comunità. È importante che arrivi aiuto dall’esterno, ma allo stesso tempo è fondamentale mobilitare le risorse disponibili nel Paese, integrandole con quelle necessarie. Stiamo dunque pianificando e avviando un’operazione di emergenza di almeno due anni. Gli attori locali e le nostre squadre, insieme alla Croce Rossa del Myanmar, stanno già intervenendo. È un lavoro instancabile: stanno operando giorno e notte. Il nostro obiettivo è rafforzare e ampliare l’intervento, per garantire nel breve termine il massimo della risposta emergenziale possibile. Le vostre donazioni ci stanno aiutando a sostenere le comunità colpite, non solo nell’immediato ma anche nel lungo periodo. Questo sostegno è fondamentale oggi, così come nei prossimi giorni, mesi e anni, per permettere loro di ricostruire la propria vita. Questa sarà certamente una vicenda che continueremo a seguire. Grazie di cuore.
Anna Tramonti:
Bene, dopo aver ascoltato Swe Swe, ascoltiamo una voce istituzionale che ci parlerà, alla quale chiediamo la prospettiva italiana e le priorità di intervento. Lascio la parola a Nicolò Tassoni Estense di Castelvecchio, capomissione in Myanmar.
Nicolò Tassoni:
Buongiorno Anna, grazie. Mi sentite?
Anna Tramonti:
Buongiorno. Benissimo.
Nicolò Tassoni:
Perfetto. È un grande piacere essere con voi, anche se a distanza qui da Jangon. Sono felice che AVSI dedichi questo momento di attenzione al Myanmar nel quadro delle attività del Meeting di Rimini, insieme alla cooperazione dello sviluppo del Ministero degli Esteri e della CEI. È vero quello che avete detto, il terremoto è stato un momento che ha rifocalizzato l’attenzione del mondo sulla crisi del Myanmar, ma è importante che si mantenga un’attenzione di lungo corso, perché purtroppo questo paese è all’intersezione di diversi fenomeni di crisi e la popolazione ne sta pagando un prezzo elevatissimo. È un conflitto, è una crisi, è anche un conflitto che è poco conosciuto ed è poco approfondito, anche perché probabilmente ci si scoraggia davanti alla complessità delle cause, dei fenomeni che si intersecano in questo contesto. Inizierei raccontando a chi non ha particolare familiarità con il paese che c’è sicuramente una vulnerabilità ai disastri naturali, dimostrata anche da questo terribile terremoto, ma è un paese che fondamentalmente è in conflitto dal colpo di stato del primo febbraio del 2021, quando la giunta militare ha sostanzialmente interrotto l’esperienza democratica che era stata portata avanti in una fragile parentesi di alcuni anni. È un conflitto tra una resistenza della popolazione civile a un’inversione autoritaria che si sperava fosse stata relegata al passato, ma è anche un conflitto che si basa su linee di faglie etniche, nel senso che il Myanmar è composto da una maggioranza di popolazione Bamar che vive nelle pianure centrali del paese ed una moltitudine di gruppi etnici che nella storia lunga di questo paese, che ha anche avuto dei momenti molto importanti sul piano storico, sono sempre state delle entità semi-indipendenti e la costruzione del Myanmar indipendente dopo il periodo coloniale è proprio passata attraverso la difficoltà di negoziare un rapporto di fiducia tra questi gruppi etnici e il centro del paese di etnia Bamar. Quindi, dopo il colpo di stato noi abbiamo in corso un conflitto che ha due aspetti. Uno è quello politico della resistenza della popolazione alla svolta autoritaria, ma l’altro è anche un’agenda mai compiuta di negoziazione di un rapporto tra la periferia ed il centro e che vede una decina di gruppi etnici impegnati in questa lotta armata che è uno dei conflitti più caldi al mondo. Quindi, per quanto se ne parli poco, ha delle proporzioni umanitarie gravissime e ha fatto precipitare il paese da una situazione in cui circa il 15% della popolazione era in una fascia di povertà a adesso in cui sostanzialmente la metà della popolazione non ce la fa. È un conflitto complicato ed è un conflitto che è politico, economico, sociale, etnico, ha una svariata e infinita quantità di aspetti e di cause. Quello che mi preme sottolineare è che il terremoto ha in qualche modo rifocalizzato sul paese. Io sono estremamente grato al Ministero degli Esteri che ha mobilitato nel quadro di una risposta europea molto importante. Mi fa piacere di vedere l’amico Ranieri in sala. L’Italia ha mobilitato subito una risposta sia attraverso la Croce Rossa che attraverso le nostre ONG, AVSI compresa, e ultimamente anche con un contributo all’Humanitarian Fund delle Nazioni Unite, ma è una risposta di emergenza su un conflitto che invece è destinato a durare nel tempo e richiede anche una visione strategica. E lei, giustamente, Anna, mi ha proprio chiesto un po’ questo, come vedo dal punto di vista italiano la crisi e come stiamo cercando di mitigarne gli effetti. In questo senso a me sembra importante partire da un dato fondamentale. È una crisi con dei valori di impatto altissimi, ma con una resilienza della popolazione birmana straordinaria che io nella mia esperienza di 30 anni di lavoro all’estero in contesti difficili non ho mai visto. Quindi abbiamo a che fare con una popolazione che ha una forza di coesione sociale, di solidarietà, che è sempre disposta ad aiutare il proprio prossimo e che si organizza per farlo. Il nostro aiuto, e questo è un messaggio importante che voglio dare, non cade nel vuoto di una situazione solo disperata, viene raccolto da persone che fanno un lavoro straordinario per metterlo a frutto e per costruire un paese migliore. È quindi importante che cerchiamo di sostenerla in questa visione di lungo termine in cui l’umanitario deve essere un ponte verso uno sviluppo più organico e più sostenibile del futuro del paese. In questo senso, da parte italiana qui il lavoro dell’ambasciata noi lo articoliamo su quattro pilastri fondamentali. Il primo è quello della cooperazione allo sviluppo e della risposta all’emergenza in atto, ma con questa visione anche di sostenere poi progetti che portino le comunità a rendersi più indipendenti e meno tributarie dell’aiuto estero, quello che consente di creare le livelihoods, quindi delle possibilità di generare dei redditi, di generare delle attività economiche sostenibili a livello locale. So che AVSI nei suoi progetti è molto impegnata in questo ed è un aspetto che non mi stanco di dire è fondamentale. Stiamo parlando di un paese di 55 milioni di abitanti, sostanzialmente quanti l’Italia. Pensate dover sostenere umanitariamente la metà della popolazione italiana. Sono numeri comunque irraggiungibili, quindi bisogna che ci sia uno stimolo delle forze endogene che esistono e sono presenti perché il paese possa, nonostante le difficoltà politiche, essere in una situazione in cui si mitigano le conseguenze del conflitto. Altro aspetto fondamentale su cui lavoriamo è la formazione. Dopo il colpo di stato c’è stato un disastro formativo, scuole chiuse, le persone non andavano più, gli insegnanti hanno smesso di insegnare e quindi c’è una necessità di colmare questo gap. Lo si fa sia con sistemi di educazione informale in loco, ma lo si fa anche aprendo delle opportunità fuori. Io sono fiero che l’anno scorso abbiamo mandato 150 studenti birmani a studiare nelle università italiane. Quest’anno dovremmo raggiungere 200. Sono ragazzi motivatissimi che stanno avendo dei risultati eccezionali che un domani saranno gli ambasciatori di un futuro Myanmar, saranno un ponte tra l’Italia e questo paese. Terzo aspetto, la cultura. Una cosa straordinaria del Myanmar è che nonostante 70 anni di repressione militare questa non è la Corea del Nord. In questo paese la gente pensa con la propria testa e ti dice quello che pensa, nonostante i rischi che corre. Questo è un valore insostituibile ed è dato dalla voglia di aprirsi al mondo, dalla voglia di conoscere, dalla voglia di poter essere indipendenti sul piano del proprio pensiero e su questo noi investiamo tantissime risorse mantenendo canali di scambio culturali che consentano di avere questa finestra aperta. Ultimo punto fondamentale è un punto su cui penso che Ranieri poi insisterà molto anche lui. Non si può tenere in piedi il paese solo con l’assistenza umanitaria, è necessario che anche l’economia si stabilizzi. In questo senso è molto importante che le nostre politiche aiutino il settore dell’economia formale, dell’economia legale a restare a galla in un contesto naturalmente molto avverso. Questo è fondamentale perché altrimenti le persone perdono quel poco di redditi che possono avere e che derivano dal loro impiego nell’economia, ma passano anche a essere forzati a entrare nell’economia illegale che è un settore in espansione fortissima ed è un settore che genera potenziali di instabilità a livello globale. Pensiamo al settore del narcotraffico, il più grosso paese produttore di oppio e di metanfetamine, pensiamo agli scamscent. Ci sono tutta una serie di settori che ove collassasse il settore dell’economia reale e sana lo sostituirebbero con un aggravamento ulteriore della crisi. Quindi anche questo è un punto contenzioso e difficile perché dobbiamo conciliare la politica delle sanzioni che abbiamo nei confronti della giunta con il fatto di non uccidere l’economia del paese perché altrimenti le conseguenze si aggravano. Io vi ringrazio molto, mi fermerei per il momento qui e sono a vostra disposizione per eventuali punti di approfondimento e grazie davvero a tutti.
Anna Tramonti:
La ringrazio. Allora, adesso passo la parola a Ranieri Sabatucci, già ambasciatore dell’Unione Europea per il Myanmar, per chiedergli sulla scia di quanto detto fino adesso un allargamento dello sguardo su come l’Unione Europea si muove, si è mossa e anche quali sono le sfide.
Ranieri Sabatucci:
Grazie, grazie per l’invito. Vorrei iniziare innanzitutto a ringraziare AVSI che ci ha permesso di partecipare a questo evento. In particolare, se mi permettete, è un grazie particolare a Maria Laura che è sempre stata estremamente presente, positiva nel cercare di non dimenticare il Myanmar. Il titolo dell’evento “Nessuna crisi è lontana”, Myanmar è lontano e grazie a questo evento, anche la dedizione di Maria Laura, possiamo ancora parlarne e in questo vorrei veramente esprimere la più profonda gratitudine. Una delle cose che è importante cercare di immergersi in questo momento, l’ha detto Nicolò, l’ha menzionato precedentemente. Questo non, il terremoto non è una crisi isolata, non c’era una situazione di un paese che aveva una sua normalità e all’improvviso è arrivato un terremoto catastrofico, un 7.7 che ovviamente ha creato, è stato tragico. Questo arriva dopo un colpo di stato, 4 anni fa, che ha messo in ginocchio il paese, che ha fatto sì che milioni di birmani sono andati via dal paese. La cosa interessante è che il terremoto si è sentito anche in Thailandia, a Bangkok. In effetti, in quel momento, io ero con Nicolò a Bangkok quando è arrivato il terremoto ed era abbastanza spaventoso e ci sono stati circa 200 morti a Bangkok. La maggior parte di essi erano birmani. Erano birmani scappati dal paese ed erano scappati perché dopo decenni di una dittatura militare cercavano anche loro di avere un certo futuro. Ci sono stati cicloni, ci sono stati alluvioni e questo tutto dopo il colpo di stato. Quindi la storia, l’incredibile storia di un popolo di 55 milioni che deve sottostare a calamità naturali, ma anche fatte dall’uomo e che cerca di continuare ad andare avanti e come ha detto Nicolò, che è un popolo assolutamente straordinario da questo punto di vista per mantenere la propria dignità e il proprio spirito di solidarietà. È anche interessante vedere quello che è successo, un po’ politicamente dopo il terremoto, nel senso che ovviamente arriva il terremoto che mette la cosa particolare, questo terremoto, poi anche noi volevamo vedere anche l’effetto di questo punto di vista che il terremoto ha colpito soprattutto le zone sotto il controllo dei militari che, per coloro i quali hanno una certa familiarità con la cultura buddista, è un segno questo, il famoso karma che faceva pensare che questo potesse screditare ancora di più il regime di fronte un evento che era particolarmente karmatico. Questo però mette non solo colpisce le zone sotto il controllo militare prevalentemente, ma i militari perdono per un attimo il controllo della situazione. Dopo un terremoto così catastrofico e la capitale è stata profondamente colpita, c’è un momento di smarrimento. Questo conflitto in tutta la periferia del Myanmar, non si hanno più i contatti, non si sa più quello che sta succedendo, panico e c’è un momento di apertura del regime, apertura verso il mondo perché ha paura e ha bisogno di sostegno. Purtroppo però poi questo è un momento dove dopo un primo per la prima volta la storia del Myanmar, a seguito di una tragedia, il governo il Myanmar, il governo di fatto del Myanmar, chiede aiuti, chiede gli aiuti internazionali, poi però si chiude di nuovo. Una volta che riprende il controllo si chiude e si inizia di nuovo come è sempre stato fatto a cercare di navigare la situazione, a discutere come poter avere più accesso e che qui forse la prima lezione di tutto questo è che mentre siamo riusciti come Unione Europea con il sostegno degli Stati membri, e Nicolò è stato uno dei più grandi sostenitori, ad avere dei contatti a mantenere dei contatti informali con il regime, questo ci ha permesso entro certa misura di anche discutere di accesso in queste zone di terremoto. Quindi l’importanza, in qualsiasi contesto, di avere questa possibilità di comunicazione dove Myanmar probabilmente ha salvato delle vite e dove probabilmente uno dovrebbe anche pensare di replicarla quando si vedono situazioni dove invece si vuole distanziare. L’altra cosa è che coloro i quali erano già presenti e l’AVSI è presente in Myanmar, ma anche le Nazioni Unite e le altre organizzazioni non governative hanno avuto la possibilità, sempre con grandi difficoltà, di poter continuare a lavorare. Potevano, avevano accesso alle varie zone, gli avevano dato i permessi e gli aiuti potevano transitare attraverso loro i nuovi, perché quando c’è un terremoto di tale magnitudine poi succede che vengono nuovi interlocutori e quelli là hanno avuto una vita molto più difficile. In più tutto questo avviene nel momento in cui gli Stati Uniti si ritirano dalla scena internazionale. Questo è il 28 marzo, già a quel tempo USAID, l’organizzazione di cooperazione di aiuti umanitari statunitense, decide di chiudere, di non dare più aiuti. Quindi tutto questo, questa catastrofe, uno dei donor fondamentali più importanti non c’è più, non partecipa più. Addirittura c’è un aneddoto che vorrei dire. Mandano una comunque una missione di ricognizione con sei funzionari, con sei esperti di USAID li manda e mentre arrivano, poche ore dopo che arrivano nel paese, cinque sono licenziati. È stato proprio esemplare di come queste cose venivano fatte, però il ritiro, e ne parlavo anche con il presidente di AVSI, è stato abbastanza catastrofico perché i fondi erano importanti. Questo mi porta a parlare della risposta europea e vorrei evitare adesso di fare troppe liste di quanti soldi spendiamo, quello che è stato fatto e così via, ma parlare di punti di esperienze. Una di quelle è stato quello di privilegiare quello che noi chiamiamo Team Europe. Il Team Europe vuol dire cercare di collaborare, addirittura facilitare, di promuovere la possibilità per gli Stati membri europei di lavorare insieme e quindi di aumentare sia l’efficacia del sostegno che la visibilità. Uno degli aspetti più emblematici di questo è stato mi è venuto in mente un giorno che ero all’aeroporto per ricevere uno degli aerei, il cosiddetto airbridge dell’Unione Europea, in cui io mi ritrovavo all’aeroporto aspettando che questo Jumbo Jet arrivasse che conteneva aiuti che dovevano essere trasferiti a una ONG italiana e alla Croce Rossa della Birmania e all’UNICEF ed è arrivato con un Jumbo Jet che apparteneva a una compagnia rumena e pilotata da piloti tedeschi. Insomma, mostra la capacità, quello che si può fare quando si fa tutti insieme e anche il simbolismo di questo. L’altro aspetto, quindi abbiamo avuto, l’Europa è stata presente con gli Stati membri, è stato sicuramente tra i principali finanziatori e lo sarà nella ricostruzione. Si parla che probabilmente l’Unione Europea in senso aggregato sarà il principale finanziatore della ricostruzione, non si va lì solo quando ci sono i giornali, le riprese, quando finalmente Myanmar appare sui media, ma si sta e soprattutto si continua a rimanere per la parte più difficile e importante con la ricostruzione dove probabilmente ci sarà la disponibilità di 140 milioni di euro per finanziare questa ricostruzione. Ma l’Europa non era l’unica, la Comunità Internazionale non era l’unica. Una delle cose più impressionanti che abbiamo potuto osservare, e questo quando Nicolò l’ha menzionato, è il fatto che la società birmana nel suo insieme si è mobilitata partendo da società che producevano farmaceutici. Il giorno dopo sono partiti in macchina a distribuire medicinali personalmente con il loro staff, tutti attraverso pulmini e pullman, a distribuirli nelle zone più colpite. Quando ancora in Europa bisognava addirittura svegliarsi, già erano andati lì, proprietari di banche che andavano con sacchi di soldi a distribuirli in giro e questo l’ho visto personalmente, era incredibile. Ma anche la piccola persona, il piccolo colui il quale non, ma tanto il quale riesce a mettere da parte qualsiasi cosa e la dona normalmente al network dei monasteri, ma chiunque dona tutto quello che può per gli altri. Il Myanmar è nelle categorie nelle ricerche fatte il paese più generoso del mondo, il numero uno del mondo. Questo, secondo me, è un valore universale che va preservato e va sostenuto. È uno dei motivi per cui sono molto grato è il fatto che si continua a parlare del Myanmar. Poi per ultimo, non so, vedo che il tempo scorre, magari parlo da secondo, però secondo me è importante non solo parlare di quello che si fa e quello che si è fatto, ma quello che non è stato fatto, perché potrebbe avere ovviamente un impatto anche quello molto grande sul risultato. Grazie.
Anna Tramonti:
Grazie. Allora, adesso passo la parola a Luciano Gualzetti che è il direttore della Caritas Ambrosiana, perché per la sua esperienza ci parli di qual è stato il ruolo decisivo della società civile.
Luciano Gualzetti:
Sì, allora è chiaro che essendo di Caritas posso parlare soprattutto degli interventi che fa la Chiesa, che però non è mai da sola, è sempre in alleanza con altre realtà laiche, anche internazionali, un’alleanza che necessariamente deve attivare la popolazione locale. Tutti gli interventi che vengono fatti poi passano attraverso la buona volontà e la capacità anche di attivazione che la popolazione locale mantiene anche in situazioni drammatiche di emergenza. Però, la presenza della Chiesa non è solo un’organizzazione unica, è una presenza che va dai missionari che sono presenti storicamente in molti dei paesi in cui si cerca di portare promozione umana oltre che il Vangelo, la cooperazione cristiana e non cristiana e tutta la rete della Caritas Internationalis che poi si avvale di Caritas locali che sono quelle che vengono attivate, vengono sostenute dagli interventi soprattutto quando succede un’emergenza. Dico questo perché poi è una presenza che quindi è costante nel tempo, non emerge quando c’è un’emergenza, ma di fatto abita quei territori sia con elementi locali, le chiese locali, sia con realtà come le ONG, come appunto le Caritas in situazioni di emergenza, affiancano quelle comunità perché emerge una particolare situazione di bisogno. Tutto questo risponde ai tre pilastri della presenza della Chiesa a livello internazionale che sono la centralità della persona, la distribuzione universale dei beni e lo stile della cooperazione, del dialogo, dell’affiancarsi a queste situazioni, con interventi che laddove non c’è un’emergenza puntano a creare le condizioni perché la popolazione possa andare avanti con le proprie gambe, che non abbia sempre e solo bisogno degli aiuti internazionali, ma che a volte si concentra, anzi purtroppo si concentra quando ci sono queste emergenze legate a eventi naturali o ad azioni dell’uomo, perché quando parliamo di emergenze non ci sono solo i terremoti, le alluvioni, ma ci sono anche azioni che sono dovute alle scelte umane come le guerre, i conflitti, i cambiamenti climatici, le desertificazioni che noi magari crediamo che siano inevitabili o ineluttabili, ma rispondono invece purtroppo a scelte di sistemi economici malati, piuttosto che a eventi provocati dall’uomo. Dentro queste situazioni sia di ordinaria azione di solidarietà che la Chiesa porta avanti negli anni, sia nelle emergenze, le risorse vengono trovate essenzialmente da raccolte straordinarie che vengono lanciate, ma anche da questo indirizzo che so soprattutto per quanto riguarda l’Italia viene fatta con la destinazione dell’8 per 1000. In particolare sul Myanmar, non solo a causa dell’emergenza di marzo, ma in questi anni sono state destinate da parte dell’8 per 1000, quindi della Conferenza Episcopale Italiana, più di 6 milioni di euro che hanno finanziato 37 progetti presentati o da chiese locali episcopati o da, nel caso del Myanmar non si può parlare di Caritas perché non è una realtà ammessa dal regime, ma della KMSS Karuna Mission Social Solidarity che è l’organizzazione della Chiesa per fare questi interventi, ma anche ONG, c’è anche AVSI che ha ricevuto e ha presentato uno di questi progetti, oppure ONG di Ordini missionari che in questi 10 anni, dal 2015 al 2025, hanno poi gestito e in qualche modo realizzato questi progetti che sono finalizzati soprattutto per creare le condizioni per un’assistenza duratura come ospedali, dispensari, oppure uno sviluppo, creare condizioni per uno sviluppo della popolazione, quindi scuole e tutto il tema delle istruzioni, ma anche ovviamente interventi di assistenza umanitaria di queste popolazioni. Per quanto riguarda il terremoto chiaramente siamo a 6 mesi di distanza più o meno dall’evento e ancora oggi ci sono migliaia di sfollati. C’è quindi tutto un problema di alloggiamento di questa popolazione che è stata evacuata. C’è un problema di accessibilità degli aiuti umanitari e quindi la praticabilità delle strade e la possibilità di raggiungere veramente tutti e garantire i servizi essenziali che passano attraverso non solo i medicinali, ma anche l’assistenza alimentare piuttosto che umanitaria di base. Dentro questa attività che la Chiesa comunque garantisce poi c’è una valenza che mi preme sottolineare che non è solo di utilità del paese destinatario di questi aiuti, ma il fatto che poi nascano dei legami tra chiese e chiese e sotto l’insegna, noi li chiamiamo i gemellaggi, ma il tema è la reciprocità. Non siamo solo noi che aiutiamo questi paesi, ma come veniva sottolineato, a volte questi paesi, anzi spesso questi paesi aiutano noi a capire che nel mondo ci sono queste crisi permanenti, non solo le emergenze, che siamo in un sistema malato. Papa Francesco diceva o direbbe ancora, è un sistema economico che uccide e che crea diversità, diseguaglianze, diseguaglianze di accesso alle opportunità e compito della Chiesa, se vuole essere credibile, è quello di creare le condizioni perché queste diseguaglianze vengano, non dico annullate, ma almeno diminuite, che si creino le condizioni perché la popolazione che noi presumiamo di andare ad aiutare possa camminare con le proprie gambe, che riesca anche a cambiare il nostro modo di vedere le cose e quindi questi gemellaggi o questa reciprocità possa creare le condizioni perché ci sia una conversione e un cambiamento anche nelle nostre comunità che riescano a comprendere che dobbiamo cambiare lo stile di vita, che dobbiamo cambiare questi sistemi che creano queste ingiustizie, che quando arrivano da noi gli immigrati non devono essere criminalizzati ma ci offrono uno spaccato di un mondo che comunque esiste e che in qualche modo sul quale noi siamo responsabili e possiamo cambiare e dobbiamo fare qualcosa per cambiare, che quando ci preoccupiamo dei cambiamenti climatici dobbiamo renderci conto che questi cambiamenti climatici sono provocati anche dalle nostre scelte, quindi entrare in una logica di cambiamento degli stili di vita, di votare con il portafoglio e tutta una serie di cose. Quindi l’educazione alla mondialità è una delle priorità che la Chiesa ha, non solo per avere una visione non solo parrocchiale, non solo locale, ma aperta al mondo, ma è condizione perché poi il Vangelo sia veramente vissuto nella sua completezza, perché non possiamo essere contenti di vivere una comunione, una solidarietà solo tra di noi, ma questa solidarietà deve essere universale. Dobbiamo lasciarci colpire e in qualche modo cambiare da queste situazioni. Quindi anche tutti gli interventi umanitari che vengono fatti, tutti i progetti che vengono fatti servono anche per sensibilizzare le nostre comunità e questo è il compito pedagogico che la Caritas poi qui in Italia e soprattutto nei paesi che hanno più responsabilità deve esercitare.
Anna Tramonti:
Allora, O lo sviluppo è di tutti o non è di nessuno. Io ascoltando i vostri interventi ho segnato alcune parole molto interessanti e a volte anche ricorrenti, per cui le metto insieme e poi faccio una domanda. Allora, le parole più interessanti che ho segnato sono: il rimanere, la solidarietà, la presenza, la resilienza, i racconti su questo popolo che non è così lontano come sembra, e anche il fatto di riuscire a mantenere un pensiero critico e di pensare ai cittadini di domani. Allora, la domanda potrebbe essere questa: quali sono le priorità per accompagnare la popolazione birmana non solo nell’emergenza, ma in un percorso di ricostruzione e di futuro? Partirei da Nicolò Tassoni ancora collegato. Prego.
Nicolò Tassoni:
Provo a rispondere a una domanda non facile, ma mi sentirei di dire che la priorità è osservare quello che la popolazione birmana ha saputo fare in pochi anni in cui è stata lasciata libera di poter gestire in qualche modo il suo destino. In questo senso a me colpisce molto come da un paese che era assolutamente chiuso e in cui tutto era in qualche modo contingentato e somigliante a un’economia di stampo, direi, di socialismo reale in termini di come funziona, l’apertura ha creato tantissime opportunità editoriali a tutti i livelli e quindi come sia stato possibile che nascesse una classe media fatta sia di persone che poi hanno avuto un successo anche importante, creando della ricchezza, ma anche semplicemente di persone che hanno usato le piccole possibilità che avevano per ingegnarsi a partecipare a questo sviluppo. C’è una cosa che ha detto Luciano Gualzetti che mi ha colpito su come in fondo l’aiuto è anche uno scambio. Io dico una cosa e lo dico totalmente fuori di retorica, io penso che i birmani hanno insegnato a me molto di più di quanto io avessi possibilità per loro. Quindi io ho ricevuto più di quanto ho dato. Questo è il mio sentimento personale da essere umano in questa situazione e una delle cose che a me colpisce è come questo sviluppo, che in qualche modo è uno sviluppo verso un’economia capitalista, però è avvenuto con dei valori tradizionali che non sono stati completamente corrotti e quindi come comunque l’attenzione al prossimo, l’attenzione all’impatto di quello che si fa rispetto alle persone che sono attorno a te, a doveri che un datore di lavoro ha nei confronti dei propri impiegati sono dei valori che, nonostante la situazione sia drammaticamente cambiata, restano parte della cultura e quindi questo progresso, io lo vedo come un progresso che insegna anche qualcosa a noi in termini di come uno sviluppo a misura d’uomo possa nascere proprio da dei valori forti di una società e dal fatto che le opportunità sono opportunità che in qualche modo beneficiano tutti quanti. È un po’ un paradosso dirlo in un paese dove, piagato dal traffico di stupefacenti, ma è proprio questo, l’antagonismo tra questi due modelli che a me mi fa pensare che qualsiasi sostegno che noi possiamo dare anche in termini di cooperazione per ricreare un minimo di opportunità a tutti i livelli perché le persone possano in qualche modo creare il loro futuro in termini di lavoro e in termini di come disegnano la dinamica dei rapporti con i propri prossimi attorno è un investimento che in Birmania ha buone possibilità di successo, probabilmente maggiori che altrove sulla base della mia esperienza. L’altra cosa, l’ho un po’ citata, ma la ripeto, non ho mai visto una popolazione più desiderosa di apprendere e di istruirsi e di imparare e quindi questa dedizione, questa sacralità del sapere che io vedo nella popolazione birmana mi induce a pensare che ogni soldo speso per offrire un’opportunità di educazione è un soldo che genererà un frutto di lungo periodo. Queste sono le mie riflessioni di primo affitto su questa domanda, ma sono interessato anche a sentire cosa ne pensa Ranieri e cosa ne pensa Luciano. Grazie.
Anna Tramonti:
Grazie.
Sabatucci:
Grazie. Sì, in effetti la domanda, poi si collega quello che dicevo, cos’è che non abbiamo fatto? Non siamo andati via ed è stato fondamentale quello perché la tentazione era forte, perché quello che succede in questi conflitti spesso, in queste situazioni, dove c’è un regime militare, una dittatura, un paese lontano, ma perché investire? Perché buttarsi dentro qualcosa che francamente poi non farà i titoli dei giornali e così via? Si crea, quindi, fra l’altro, poi una strana costruzione, una struttura. Il paese, ci sono molti che vanno via che diventano la diaspora, ci sono gli attivisti sia birmani che internazionali perché il Myanmar ha un grandissimo gruppo di sostenitori di attivisti internazionali e poi ci sono quelli che rimangono, rimangono perché devono rimanere, non hanno alternative e comunque la loro famiglia è lì e questo crea un’attenzione, un’attenzione fortissima e quelli che stanno fuori possono parlare, hanno accesso ai giornali, hanno accesso ai media e non rischiano la loro vita per dire quello che pensano. Quelli che stanno in Myanmar invece non possono dire quello che pensano e quindi il pensiero normale, quello che si pensa normalmente nei nostri paesi, è quello che si sente da quelli che sono andati via che, badate io non è che li critico, li giustifico e li capisco perché sono pieni di rabbia, hanno dovuto lasciare il loro paese, però è un punto di vista un po’ parziale, un po’ particolare e questi attivisti spesso e il problema per me, soprattutto dagli attivisti occidentali, è dare l’impressione che andando via si dà un segnale fortissimo di nostro di come noi siamo arrabbiati, di come noi siamo contrariati da quello che è successo. In realtà abbandoniamo della gente che è vittima delle circostanze, non ha fatto niente per trovarsi in quella situazione e quindi la renderemo vittima due volte. C’è un esempio abbastanza esemplare, se lo posso dare, in Birmania, dopo che il governo di HNS è arrivato l’Unione Europea ha offerto quello che gli addetti ai lavori lo chiamano EBA, Everything But Arms, tutto tranne le armi, un regime commerciale dove tutto quello che è prodotto dalla Birmania può essere esportato in Europa senza dazi, senza essere ricambiato. L’Unione Europea non chiede a questo paese di abbassare i propri dazi, ma dice semplicemente quando un paese è in via di sviluppo e piuttosto povero, gli diamo questa possibilità anche per poter accelerare il proprio sviluppo. In genere si applica una, è sempre attaccato a una condizionalità che ci sia una situazione di miglioramento dei diritti dell’uomo. Quando è arrivato il colpo di stato, il movimento degli attivisti internazionali ha chiesto la rimozione di questo di questo strumento sulla base del fatto che i diritti umani non erano più rispettati. Una delle cose che abbiamo fatto invece abbiamo combattuto tantissimo e con Nicolò, Nicolò lo sa bene perché è stato uno, l’Italia è stato uno dei principali sostenitori di questa resistenza ad andare via. Ci siamo battuti per tenerlo non tanto perché avevamo a cuore o esclusivamente perché era importante per le imprese europee di rimanere o di avere dei contatti, ma semplicemente perché in questi 5 anni in cui questo strumento era stato fornito erano stati creati 100.000 posti di lavoro. Ogni anno nuovi posti lavoro al 90% per donne giovani povere, perché si è installata l’industria del tessile che aveva bisogno di reclutare grandissimo numero di manodopera e quindi formavano e reclutavano donne perché è un’industria che attrae particolarmente le donne. Di conseguenza se noi avessimo tolto questo strumento queste donne avrebbero perso il lavoro. Ma non esistono casse integrazione in Myanmar, non esistono strumenti di social safety net, di possibilità di recuperare questa gente. Questa gente, centinaia di migliaia di donne, avrebbe perso il lavoro e sarebbe finita in tragedia. Non è stato facile spiegare questo perché la cosa immediata è: questo è un paese dittatoriale, noi ce ne dobbiamo andare. Ma invece poi credo che col tempo abbiamo avuto un certo successo e Nicolò potrà confermarlo, nello spiegare, nel continuare a spiegare l’importanza invece di rimanere e di mantenere questo strumento importante, quindi i posti di lavoro a queste donne. Non scordando che poi quando c’è stato il terremoto, in realtà molte delle imprese europee sono rimaste, hanno contribuito largamente. Ci sono anche imprese italiane che hanno contribuito, hanno dato dei finanziamenti, hanno offerto dei finanziamenti e sono stati utilizzati per le vittime del terremoto. Ma per dare un ordine di grandezza e capire l’importanza di questo, vorrei darvi questi numeri prima di passare la parola. Il fabbisogno umanitario in Myanmar è calcolato tra i 6 e 700 milioni di euro all’anno. Di questo solo un terzo la metà viene soddisfatto, quindi dai 250 a 350 milioni di euro di aiuto che arrivano ogni anno. Questa è la cifra. Questo è per soddisfare i bisogni di cooperazione umanitaria. Non soddisfare, scusate, non sono la richiesta viene fatta anche sulla base di quello che uno si può aspettare che verrà dato, non è i fabbisogni umanitari. Gli stipendi che vengono pagati, grazie a questo strumento commerciale, ammontano a più di un miliardo di euro che vanno a pagare stipendi di gente povera, molto povera, che se non ricevessero questo stipendio si aggiungerebbero a coloro i quali hanno bisogno di essere aiutati. Quindi questo mostra che delle volte è fondamentale rimanere in tutte le circostanze e valutare estremamente bene le conseguenze di quello che si fa, perché quello che sembra immediato o quello che sembra la cosa più semplice in realtà può essere estremamente controproduttiva. Grazie.
Anna Tramonti:
Grazie. Luciano.
Luciano Gualzetti:
Sì, allora è chiaro che siamo ancora in piena emergenza. La Caritas Internationalis, ma anche la Caritas italiana ambrosiana che è presente con alcuni progetti è alle prese, almeno per quanto riguarda le comunità con cui siamo in contatto, con i beni alimentari, medicine, logistica, abitazioni, perché gli sfollati sono ancora, supporto psicologico. Uno dei progetti che Caritas Ambrosiana sta portando avanti è quello di dare un supporto psicologico soprattutto ai bambini, alle persone più fragili, perché il terremoto comunque destabilizza, non solo le case, ma anche le persone, anche gli stessi operatori locali hanno bisogno di questo accompagnamento. Quindi, paradossalmente, siamo ancora in piena emergenza e però abbiamo imparato che già nell’emergenza ci devono essere i germi o le gemme di speranza per dare alle persone un futuro, soddisfare i loro sogni, i loro desideri, non solo i bisogni materiali. E da questo punto di vista la domanda è su cosa bisogna puntare e chiaramente l’istruzione è la cosa fondamentale, già veniva detto, creare le condizioni perché le persone si possano curare, soprattutto i più fragili. Una delle caratteristiche che la Caritas ha è che quando devi scegliere tra le poche risorse che ci sono dove destinarle è andare a cercare chi sono i poveri tra i più poveri che non riescono ad accedere agli aiuti umanitari stessi. L’altro pilastro della scelta è scegliere quelle cose che fanno in modo che l’aiuto prestato non debba essere più richiesto un domani e quindi la promozione dell’autonomia, la promozione di un’economia locale. Noi evitiamo di fare raccolte di beni materiali, ormai questo però a volte succede quando ci sono le emergenze siamo sommersi da te lefonate. Noi abbiamo dei vestiti, noi abbiamo dei medicinali, noi abbiamo degli, li potete spedire, no? Bisogna comprarle e quindi attivare l’economia locale e quindi creare condizioni perché poi ci siano degli stipendi, dei salari che non siano garantiti solo da noi, ma poi possano innestare un meccanismo virtuoso di un’economia che poi possa andare avanti. Quindi bisogna sempre stare attenti e cercare di contemperare e di tenere insieme il soccorso immediato, l’aiuto umanitario con il creare le condizioni perché questo aiuto umanitario poi possa, una volta che vengano meno i soldi e le risorse, possa però creare queste condizioni perché le economie e le persone possano andare avanti con le proprie gambe.
Anna Tramonti:
Va bene, allora chiudiamo l’incontro e con questo pensiero, l’invito è quello di continuare a mantenere alta l’attenzione per questo paese, a non chiudere i riflettori, a non chiudere il pensiero e come si fa? Allora, prima di tutto si fa informandosi, conoscendo, approfondendo le fonti. La seconda cosa sono dei gesti molto concreti, come dicevi tu prima. Quindi, prima di tutto si possono fare gesti molto concreti. Ad esempio, si può fare una donazione, si può sottoscrivere un sostegno a distanza per un bambino del Myanmar. Le modalità ci sono in modo da trasformare tutte le parole che abbiamo condiviso oggi in dei gesti concreti. Quindi io vi ringrazio, ringrazio voi presenti e ringrazio anche Tassoni che non è potuto essere qui con noi oggi, ma le cui parole sono state veramente interessanti e ricordo voi che ci avete ascoltato. Buona giornata.










