Chi siamo
MATTONI NUOVI PER LO SVILUPPO
In diretta sui canali digitali di Play2000
In collaborazione con Fondazione per la Sussidiarietà
Maurizio Gardini, presidente Conserve Italia e Confcooperative; Luigi Gubitosi, operating partner Advent International; Daria Perrotta, Ragioniere Generale dello Stato; Roberto Sancinelli, presidente e amministratore delegato Montello S.p.a.. Modera Giorgio Vittadini, presidente Fondazione per la Sussidiarietà
L’elevato debito pubblico italiano consuma molte delle risorse economiche che nascono dal lavoro e dall’intrapresa del nostro paese. Come uscire da questa situazione e costruire un nuovo sviluppo per il bene del nostro popolo?
Con il sostegno di Regione Emilia-Romagna, Montello, Yoga
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GIORGIO VITTADINI
Buongiorno, benvenuti a questo incontro dal titolo “Mattoni nuovi per lo sviluppo”. Prima di presentare i nostri importantissimi relatori, cercherò di inquadrare il tema all’interno di un dibattito che in questo Meeting è stato centrale. Non è solo questo il Meeting, ma è stato importante ed è importante tutto il dibattito sulla questione economica, che si intitolerà con una domanda: quali nuove strade si stanno aprendo e è possibile aprire per realizzare il bene comune nel nostro Paese, e di riflesso in Europa, nell’epoca di grandi sfide globali, economiche, politiche e sociali? Quarant’anni fa ha preso piede una dottrina politico-economica che ha determinato la contemporaneità e che è stata un po’ anche la chiave di volta dell’Europa della sua seconda parte. L’economia di un mercato neoliberista, secondo cui il motore di una società consiste nella capacità di accumulo di ricchezza da parte di alcuni; il benessere collettivo è garantito attraverso l’egoismo dei singoli che, attraverso la mano invisibile, porta al benessere di tutti. Nell’epoca della globalizzazione questo ha permesso al PIL mondiale di raddoppiare e di fare emergere dall’indigenza ampi strati della popolazione in paesi che allora erano Terzo Mondo allora. Però questa fase di globalizzazione, aperta agli inizi degli anni ’90 con la deregolamentazione dei flussi finanziari, la libera circolazione dei capitali senza riequilibrio della leva fiscale, il venire meno di un controllo politico e della protezione sociale, ha anche reso tanti problemi gravi, con multinazionali che, come vediamo oggi, hanno bilanci che sono più potenti degli Stati. Innanzitutto, se non vogliamo parlare di tutto il tema del global change, parliamo in termini economici e delle disuguaglianze. Quindi non solo scarti ambientali, ma come ha detto Papa Francesco tante volte, scarti umani. A livello globale oggi l’1% delle persone possiede quasi metà dell’intero patrimonio planetario e ogni giorno un milione e mezzo di esseri umani rischiano di cadere nella miseria. Facendo una battutina statistica, le disuguaglianze, secondo gli indici di Gini, che misurano la disuguaglianza, sono diminuite notevolmente tra Stati, ma all’interno degli Stati sono aumentate. Per esempio, in Italia circa un quarto della popolazione è a rischio povertà o esclusione sociale. E Mario Draghi ha ripreso questo tema due giorni fa nel suo discorso al Meeting, sottolineando anche le difficoltà che ci sono in Europa, che riguardano il modello di sviluppo. Se vogliamo ricordare, il sociologo Bauman riassume un po’ questi problemi: allentamento dei legami, precarizzazione, atomizzazione, asservimento ai meccanismi di mercato. Quindi, non vogliamo tornare indietro evidentemente, ma la domanda di come andare avanti affrontando questi temi esiste. Nel Meeting è stato più volte evocato in termini positivi il ruolo dei corpi intermedi. Rajan, già governatore della Banca dell’India, ha detto che oggi non si può parlare solo di Stato-mercato ma anche di comunità locali come un fattore di questo sviluppo. Questo è già un termine importante in una possibile part costruens, perché queste comunità locali possono affrontare tanti di questi temi e problemi che vengono generati. Un secondo tema è il ruolo dello Stato, perché evidentemente, dopo aver parlato di uno Stato che deve sparire, senza tornare allo Stato delle prime Repubbliche, al ruolo dello Stato semplicemente di tipo assistenziale, c’è da ridiscutere quale ruolo possa avere uno Stato che aiuta lo sviluppo e quindi una correzione del capitalismo. D’altra parte, non è un mistero per nessuno che proprio negli Stati Uniti, negli anni scorsi, molte delle grandi multinazionali sono nate non solo per investimento privato, ma perché lo Stato ha investito pesantemente su quelle imprese che dovevano crescere. Quindi la domanda di come lo Stato possa contribuire a correggere il mercato e aiutare questo mercato torna focale. Da questo punto di vista parte la prima domanda di questo panel, che ha come interlocutore la persona che sicuramente in Italia ha più questa responsabilità: il ruolo del debito pubblico all’interno dello Stato. Come può uno Stato fare debito pubblico buono, per dirla alla Draghi? Come rendere produttivi gli investimenti, come utilizzare il debito pubblico in modo che possa diventare investimento? Perché Mario Draghi, proprio adesso, ha ripetuto che un debito pubblico europeo può essere un fattore importante per un cambiamento, per sostenere investimenti pubblici e privati. Il primo interlocutore di questo panel è Daria Perrotta, Ragioniera Generale dello Stato, che è colei che guarda e vigila su questi aspetti. Ma siccome l’idea non è solo questo tema, ma più largamente il nuovo modello di sviluppo, abbiamo tre interlocutori diversi tra di loro per risponderci a questa domanda. Maurizio Gardini, Presidente Conserve Italia e Confcooperative, quindi un modello complementare all’impresa privata. Luigi Gubitosi, Operating Partner di Advent International, ma con una grandissima esperienza e storia di manager anche di imprese di Stato, penso solo alla RAI e altre, e quindi il suo intervento è fondamentale. Roberto Sancinelli, Presidente e Amministratore Delegato della Montello, che è un’impresa visionaria nel senso che ha inventato, prima in Italia, la capacità dell’uso del riciclo del materiale e, come racconterà lui stesso, ha innovato laddove sembrava impossibile. Ci può dire cos’è un imprenditore che ha una visione nella sua costruzione, che è una visione anche umana. Voi vedete che abbiamo un panel largo. Faremo in questo modo: il primo intervento ad Daria, poi avremo tre interventi dei nostri interlocutori, Gardini, Gubitosi e Sancinelli, una replica della nostra Ragioniera dello Stato e un’ultima battuta degli altri. Il tutto in un tempo che ci permetterà di andare a cena senza scappare. Quindi la prima parola a Daria Perrotta, e la ringraziamo moltissimo, con tutti i suoi impegni, per la sua presenza, con un altro grande applauso.
DARIA PERROTTA
Grazie Giorgio. Nello scusarmi per la voce, che non è nelle migliori delle mie facoltà, tengo io a ringraziare voi dell’occasione, perché il Meeting consente di mettere insieme più mondi. Il panel nel quale mi avete fatto sedere ne è proprio la lucida rappresentazione: come sia possibile indagare i fenomeni da diversi punti di vista. Da questo prendo subito ispirazione, utilizzando le parole di un illustre matematico austriaco, Kurt Gödel, che faceva riferimento nella sua teoria dell’incompletezza al fatto che ogni sistema non si può in alcun modo comprendere fino in fondo da solo, ma ha bisogno di un altro sistema che lo aiuti a valutarsi. Lui lo applicava alle scienze matematiche, ma questo è un ragionamento, un monito che deve estendersi alle scienze sociali. È un po’ quello che tu fai nella sollecitazione delle riflessioni che ci hai chiesto di fare. Che cos’è il debito pubblico? Cosa deve finanziare? Come si articola? E qual è il ruolo dello Stato e degli operatori economici rispetto a questa sfida? Comincerei subito con un dato. A maggio di quest’anno il nostro debito pubblico ammontava a 3.053 miliardi di euro. È una cifra grande, detta in termini assoluti, una cifra ancora più grande vista in termini percentuali: è il 136,7% del PIL. Ma il nostro debito pubblico è sempre stato elevato. C’è una pubblicazione non recentissima, del 2008, ma molto interessante della Banca d’Italia, nella quale si analizza la storia del debito e, fermo rimanendo che serie storiche di così ampio respiro hanno sempre delle difficoltà intrinseche, ci dice un dato importante: in questo arco temporale l’Italia ha avuto debiti superiori al 100% per ben 53 volte e superiori al 60%, che è il valore indicato nei trattati, per ben 103 anni. Questo vuol dire che il debito è una caratteristica del nostro Paese. Ma qual è il problema? C’è un problema? In che modo possiamo pensare al debito come un elemento negativo? Per farlo è utile scomporre il debito. Chiedo alla regia di mandare la slide che ho portato.
SLIDE
Questo grafico serve a scomporre il nostro debito nelle quattro componenti più importanti, che sono poi quelle analizzate dalla teoria economica. La prima componente è la spesa per interessi, la vedete tratteggiata in rosso. La seconda, in celeste, è il saldo primario, i cosiddetti avanzi primari, quelli che spesso leggete sui giornali essere indicati come elemento positivo per ridurre il debito pubblico. Poi abbiamo la crescita del PIL nominale, tratteggiata in verde, e infine in color giallo oro l’aggiustamento stock-flussi, variabile troppo tecnica per indagarla in questo momento. Quello che però dobbiamo considerare è l’analisi di due valori all’interno di questo grafico: quello rosso e quello verde. La differenza tra il livello del tasso di interesse e il livello della crescita del PIL viene definito dagli economisti lo “snowball effect”, vale a dire che più questo rapporto è negativo, più il Paese ha una palla di neve che accumula e che rotolando cresce sempre di più. Quello che oggi rappresenterebbe l’antica fatica di Sisifo, il masso che Sisifo era costretto a portare sulle sue spalle. Questo è il dato importante che deve essere analizzato. Allora andiamo a scomporre la componente degli interessi e la componente del tasso di crescita, perché è dall’analisi di questi due valori che possiamo capire se il debito esiste come debito buono e debito cattivo, e per cosa accumulare debito. Il livello del tasso di interessi ha mostrato un andamento stabile. Il tasso di interessi dipende dal nostro Paese, e questo sarà fondamentale in tutta l’illustrazione che vi farò, è strettamente legato sia a politiche nazionali, ma ormai è sempre più indiscutibilmente connesso al mondo europeo, alla disciplina europea. È chiaro che conti in ordine, la stabilità dei governi, una politica attenta della gestione del debito pubblico aiutano a tenere stabile quel costo degli interessi, che però dipende inesorabilmente dalle decisioni della Banca Centrale Europea. La nostra politica di bilancio è strettamente connessa alle politiche monetarie e devono essere viste come due elementi profondamente connessi. Quindi a noi come Paese tocca fare il nostro lavoro, e alle istituzioni europee ribadire che ne hanno uno specifico, importante: quello di una politica monetaria che accompagni e coadiuvi le politiche di bilancio. E poi abbiamo la componente verde, la componente della crescita del PIL, ed è lì, credetemi, la chiave. Un ragioniere deve dirvi che è importante fare avanzi primari, sarebbe sbagliato non dirlo, ma non bastano gli avanzi primari. Per ridurre il debito serve la crescita, e la crescita dipende da ognuno di noi, e in particolare dagli operatori economici che mi siedono a fianco. Che cosa può fare allora il debito rispetto alla crescita del PIL? Le decisioni di bilancio sono decisioni strettamente discrezionali. Non c’è nulla di più discrezionale che debba essere lasciato all’autorità politica. Ma è anche vero che queste scelte discrezionali si devono inserire in un contesto ormai europeo di regole. L’Europa, ci è stato ricordato anche nel discorso che proprio qui ha fatto Draghi, è l’Europa delle regole fiscali della governance economica europea, che presta attenzione sia a un debito sostenibile ma che analizza attentamente anche le nostre politiche di bilancio. Quello che bisogna dire e comprendere del funzionamento delle istituzioni europee è che sono state in grado di portarci davanti a due fenomeni molto diversi, che ormai sono entrambi quasi dietro le nostre spalle: la crisi greca e la decisione di finanziare il Next Generation EU. Due momenti in cui l’Europa è stata a un bivio importante e ha fatto delle precise scelte. Bene, queste scelte dimostrano che l’Europa non deve avere paura della discrezionalità dei singoli Stati, della discrezionalità di decidere quelle politiche che servano ad aumentare quella crescita e a rendere sostenibile quel debito. Quello che deve fare è aiutarci a controllare gli effetti ex post di questo debito. Ecco allora che non è solo la partita degli interessi, pur importante, quella che ci dice quante risorse di fatto noi non possiamo utilizzare per le manovre di bilancio, perché servono a pagare qualcosa che abbiamo già acquistato, ma è importante la crescita per far sì che questo debito divenga sostenibile. Per cosa usare il debito? Draghi, proprio qui lo hai ricordato Giorgio, ha parlato di un debito buono e di un debito cattivo. Oggi dobbiamo affrontare il discorso tenendo conto della complessità delle nostre realtà, e quindi il debito è sì un debito che deve concentrarsi sugli investimenti, sulla spesa in conto capitale, ma non dobbiamo dimenticare l’importanza della spesa corrente, della spesa che finanzia il capitale anche immateriale, che finanzia i salari, che finanzia le famiglie. Oggi anche questo è un debito importante. Quello che bisogna fare è concentrare le risorse laddove queste divengano produttive, immaginare un concetto di investimento che sia nuovo, più ampio. Perché è giusto fare in modo che quelle risorse riescano a dare frutti che consentano nel domani di ripagare i sacrifici fatti oggi. Per fare questo, due sono i moniti che devono essere tenuti in considerazione, ed entrambi fanno riferimento da un lato al ruolo dello Stato e dall’altro al ruolo e alle responsabilità di ognuno di noi: dei singoli, degli operatori economici, siano esse famiglie o imprese. Che cosa fare? Lo Stato ha assunto delle dimensioni molto ampie, l’hai ricordato facendo un excursus sull’evoluzione dello stesso pensiero. Pensate che all’inizio del secolo scorso l’ammontare della spesa pubblica sul reddito nazionale era di poco meno del 10%. Con i conflitti bellici sale, arriva al 20%. Alla fine del secolo scorso siamo oltre il 40%. Questo vuol dire che lo Stato non risponde più solo al fornire i beni pubblici essenziali o ai fallimenti del mercato, ma è un protagonista della vita economica. Per essere un protagonista della vita economica deve finanziare politiche che producano la crescita. E qui è importante il contributo di ognuno di noi.
Gli operatori economici devono essere consapevoli che quando vengono assegnate risorse per gli investimenti, quegli investimenti devono essere tali. Le risorse pubbliche non devono essere considerate come il rimborso per una spesa dell’energia più alta nel nostro Paese rispetto ad altre realtà, oppure come un ristoro per una pressione fiscale molto alta. Le risorse devono essere spese per le finalità che lo Stato, non più mero regolatore ma vero e proprio soggetto agente dell’economia, deve perseguire. È qui che ci vuole quello che forse dobbiamo chiamare il senso della responsabilità. Gli operatori economici devono essere responsabili, sapere che le risorse che utilizzano sono destinate a specifiche politiche, e questo lo deve fare ognuno di noi nell’analisi dei costi-benefici delle spese fatte. E poi ci vuole un’attenzione sempre più forte di tutte le istituzioni e di tutti i soggetti ad un altro elemento importante. Oggi esistono più risorse che possiamo destinare alle attività economiche: quelle degli enti territoriali, quelle dello Stato e quelle europee. Dobbiamo evitare che queste risorse vadano tutte nella stessa direzione, finanziando magari gli stessi interventi o tralasciando delle zone d’ombra, perché ricordiamo che l’Unione Europea oggi dà molte risorse in cambio, ma stabilisce anche forti condizionalità. Pensate solo al DNSH, che molte delle imprese qui rappresentate avranno dovuto affrontare. Non abbiamo più il tempo di utilizzare le risorse in maniera non efficace, non utile. Ma soprattutto, accanto alla responsabilità di ogni operatore economico e al ruolo di uno Stato che non può essere più solo un regolatore, perché oggi è difficile anche solo esserlo, dato che, come tu hai detto, ci sono soggetti più potenti dei singoli Stati, deve diventare un soggetto attivo. E per diventare un soggetto attivo nell’economia ha bisogno dell’aiuto di tutti noi. E forse l’ultimo monito è quello che viene agli individui intesi come corpi intermedi. I corpi intermedi ci devono aiutare a costruire quella che è la coscienza sociale. Di coscienza sociale ho trovato una bellissima definizione che dà Bruno Frank in un’opera, “Novella politica” del 1928. È un’opera che fece scalpore, fu un vero e proprio caso letterario. Lui ci dice che la coscienza sociale è composta in egual misura da due elementi: il primo è uno stato di indistinta angoscia, e il secondo è la capacità di condividere il dolore, accresciuto dall’esperienza personale del medesimo. Lui faceva riferimento al perdurare delle guerre, alla difficoltà. Ora, questi due sentimenti non sono più lontani, sono molto vicini. Che ci aiutino a creare quella coscienza sociale e che i corpi intermedi ci aiutino a creare quel senso di responsabilità che è nel comportamento di ognuno di noi. Perché il debito non è un male. Il debito però deve essere attentamente controllato con una gestione importante da parte dei soggetti e delle autorità amministrative, ma anche con la responsabilità di chi quelle risorse impiega, per fare in modo che diventi sempre più sostenibile. Questo è possibile solo con l’impegno di ognuno di noi e di uno Stato che, appunto, non può più solo guardare e regolare, ma che deve intervenire. Però, per intervenire, deve contare, e lo ripeto, scusatemi, sul senso di responsabilità di ognuno di noi.
LUIGI GUBITOSI
Grazie alla Ragioniera Generale dello Stato, perché ha spiegato in pochi minuti con grande chiarezza la situazione del debito pubblico. Situazione che, per chi inizia a essere della mia generazione, ha visto tanti momenti differenti in cui è stato molto complicato gestirlo. Oggi è un momento particolarmente positivo, perché l’Italia è stata giudicata ragionevole nella gestione delle sue finanze. Il sistema finanziario italiano non può essere visto da solo, siamo parte di un mondo e il finanziamento del fabbisogno d’Italia, storicamente a corto di capitali, è sempre stato in parte finanziato dall’estero. Pensiamo solamente che la Comit e il Credito Italiano all’inizio del 1900 furono finanziate con capitali esteri, per darvi un esempio. Questo è continuato, quindi noi continuiamo a finanziarci in parte dall’estero. Bene, oggi con uno spread che è ai minimi da tantissimi anni, è evidentemente più agevole. Se ricordo bene, la Ragioniera ha citato 3.053 miliardi come ultimo debito pubblico calcolato; quindi vuol dire che 100 basis point sono 30 miliardi, spesso molto più di una manovra. Per cui diventa importante che lo Stato continui a gestire con attenzione, evidentemente con l’aiuto di tutti, che vuol dire anche degli elettori che cerchino di premiare comportamenti virtuosi nella gestione del rapporto. Quindi, cosa vuol dire per il ruolo dello Stato? – come il moderatore ci stimolava a dire – qual è il ruolo dello Stato? Come deve gestirsi e come deve gestire questa situazione? Ridurre il debito è complesso e sarà complesso in futuro. Ovviamente la crescita è l’unico elemento che può aiutare, perché ci sono quelli che si chiamano “headwinds”, venti contrari. Uno è la demografia. Il prodotto nazionale lordo è la somma di tutti i pro-capite; evidentemente se la demografia è negativa, il tendenziale è negativo. E per quanto si possa lavorare sulla demografia, prende molto tempo, è un tema di lungo periodo che va affrontato, ma ovviamente non è questo il panel. Il secondo tema è che i fabbisogni sono in continuo aumento. Basti pensare al tema della difesa; a me non piace chiamarlo riarmo, è un tema di difesa che per tanti anni ha goduto del vantaggio di una situazione molto più tranquilla a livello geopolitico, che adesso, come sappiamo tutti, è profondamente mutata, ma anche a elementi interni, basti pensare alla crescita del bisogno di salute. L’Italia è uno dei temi che preoccupa di più i cittadini. È un Paese dove l’aspettativa di vita media è elevata, ma bisogna aggiungere a questo l’aspettativa di vita in salute elevata. Questo è un tema di tanti paesi al mondo. Poi c’è il tema delle disuguaglianze che citava il moderatore, che porterà a interventi periodici per riequilibrare, e questo vuol dire che ci sarà pressione sulla spesa pubblica. Allora io credo che un aspetto estremamente importante sarà nei prossimi anni una efficienziazione e un aumento di efficacia della spesa pubblica. Come in tante aziende, quando hai pressione sul cash flow ma devi continuare a investire e crescere, devi imparare a gestire meglio i tuoi soldi, ad essere più efficace e più efficiente. Ecco, questo è un tema che non è stato probabilmente affrontato con la necessaria attenzione. Dobbiamo dare per limitate le risorse a disposizione e imparare a spenderle in settori strategici. La sanità è una, ma un’altra importante è l’istruzione. Io sono particolarmente sensibile perché una delle mie ultime esperienze è stata appunto fare il presidente di una grande università. Ebbene, il tema dell’istruzione è estremamente importante. Prima parlavi dei dipendenti pubblici; basti pensare che ce ne sono tanti nei comuni, ma hanno problemi a trovare tecnici specializzati. Il livello di istruzione sarà estremamente importante e l’attività sullo Stato sarà quasi più microeconomica che macroeconomica. Pensiamo all’università: non ci saranno grandi problemi per le università di élite, ma tante piccole e medie università hanno problemi, andranno aggregate, si dovrà ridurre la spesa. Ogni regione ha avuto il suo aeroporto, la sua sede universitaria, il suo tribunale distaccato. C’era stato un tentativo di ridurre i tribunali che è partito e poi si è arrestato. L’efficienza e l’efficacia della macchina statale diventerà estremamente importante. In questo credo che un ruolo negativo abbia giocato anche il tetto agli stipendi, per esempio, che impedisce di attirare persone molto qualificate. È evidente che nel pubblico si guadagna per definizione meno che nel privato e che ci sono altri riconoscimenti; anzi, fare qualcosa per il pubblico è estremamente gratificante. Però fissare da subito un tetto, uguale per tutti, che peraltro è stato giudicato recentemente incostituzionale se ricordo bene, ha giocato un ruolo negativo. Una battuta che facevo quando parlavo della RAI è che il problema non è quanto si pagava chi lavorava, ma quanto si pagava chi non ci lavorava.Tutto questo per dire che oltre al lavoro macroeconomico di politica, bisogna lavorare assolutamente sulla parte di efficacia. Un’ultima battuta su un tema che è stato citato e che a me preoccupa, che mi sta a cuore, che è quello delle disuguaglianze. Questo non è un fenomeno italiano, è un fenomeno di lungo periodo che nasce almeno 20-30 anni fa. Con la discesa dei tassi di interesse c’è stata una forte rivalutazione di asset reali, per cui chi possedeva azioni, terreni, immobili ne ha beneficiato, mentre ovviamente chi viveva del suo lavoro no. Questo ha creato delle disuguaglianze. Tra stati c’è stato un aggiustamento macroeconomico, ma non è paradossale che nei paesi emergenti si siano create divisioni ancora più importanti che nei paesi europei. Negli Stati Uniti c’è maggior divisione rispetto all’Europa per motivi storici, di tradizione. Nel nord Europa, nei paesi scandinavi, ce ne sono di meno che nei paesi dell’Europa del sud. Questo cosa vuol dire? Che crea un problema di coesione sociale. La politica deve essere progettualità, deve essere futuro. L’essere umano vive di sogni, di costruire, di fare qualcosa, di sperare in qualcosa. Quando si toglie questa speranza, evidentemente gli si toglie la sensazione di essere parte dello Stato stesso. Quindi, nel gestire con grande attenzione queste risorse, bisognerà anche fare attenzione a questo tema. Il tema delle disuguaglianze richiederà molta attenzione in futuro.
MAURIZIO GARDINI
Grazie Giorgio e grazie al Meeting perché il Meeting si rileva un luogo di eccellenza per gli approfondimenti, per lo scambio di esperienze, di idee, per la costruzione di un pensiero e anche per la condivisione di una visione e di un’utopia. Tu ci hai rappresentato con la tua presentazione quella che è stata la crisi del liberismo, la crisi dei mercati globali, quelli che sono stati gli effetti di uno sviluppo non amministrato o disordinato, che ha prodotto lacerazioni. Lacerazioni che non sono solamente, come ricordava Gubitosi poc’anzi, tipiche del nostro Paese, ma sono caratteristiche comuni di tutti i paesi occidentali ed europei, che vivono oggi la contraddizione fra un modello di sviluppo e le crisi e le macerie che quel modello ci ha consegnato: le ricchezze sempre più concentrate in pochissime mani, l’aumento della povertà, l’innalzamento della soglia della povertà. Una povertà che non è solamente caratterizzata per ceti sociali, ma che vede oggi un elemento nuovo di caratterizzazione, che è una povertà per espressioni geografiche, per territori. Ci sono 5.000 comuni in Italia che sono tagliati fuori dalle direttrici dello sviluppo e a cui nessuno forse per il futuro può pensare. Di contro, abbiamo una situazione che, pur con il richiamo alla responsabilità che la Ragioniera dello Stato ci ha fatto, vede un debito pubblico che, pur con la capacità di poter fare del debito buono, non è espandibile in maniera illimitata e che allora ci pone una necessità di costruzione di nuove visioni. Ecco che allora diventa uno strumento fondamentale, a mio avviso, quello che è un richiamo al ruolo dei corpi intermedi, un richiamo al principio della sussidiarietà, un richiamo al patto della responsabilità che non può non coinvolgere lo Stato nelle sue funzioni, ma che chiama una parte del nostro Paese a un’azione di responsabilità. Sono contento che qui in prima fila ci sia la Sottosegretaria Lucia Albano, Sottosegretaria dell’Economia, che per conto del governo ha la delega sulla scrittura dell’Action Plan per l’economia sociale, perché sarà un passaggio fondamentale che, fra l’altro, si inserisce all’interno di un obiettivo e di una linea di indirizzo europeo. Non è un’invenzione tutta italiana, ma il nostro Paese ha la possibilità di costruire, articolare e interpretare in modo eccellente, dando protagonismo a quelli che sono, scusatemi il bisticcio di parole, i protagonisti di questa economia sociale che sono quelle realtà che magari non hanno la finalità dell’utile di bilancio, che non hanno le caratteristiche di un’economia liberista, capitalistica, ma che possono convivere senza scatenare guerre di religione fra chi è il modello buono, se il modello capitalista o il modello dell’economia sociale. Possono benissimo lavorare, quella dell’economia sociale, soprattutto per correggere le disfunzioni e le lacerazioni che l’economia capitalistica oggi ci ha consegnato. Ecco quindi che penso che la nostra responsabilità, quantomeno quella della cooperazione che si sente a pieno titolo partecipe, sia per quello che riguarda la cooperazione sociale, che si prende in carico il welfare, sia per la cooperazione agroalimentare, che si prende in carico un modello di costruzione di una nuova visione sostenibile, sia con le esperienze delle banche di credito cooperativo. L’altro giorno, quando qui al Meeting il ministro Giorgetti ha un po’ tirato per la giacchetta le banche, ha avuto parole anche condivisibili, ma ha avuto anche parole di riconoscimento rispetto alle banche che sui territori continuano a starci, continuano a investire senza la logica di distribuzione del dividendo, ma con la logica del servizio al territorio. Ecco, sono tutti quei protagonisti a cui noi oggi possiamo chiedere un’azione e una politica di responsabilità nella costruzione di un mattone che ci porti a una prospettiva anche diversa, per non lasciare indietro nessuno. Perché le direttrici dello sviluppo non tengono conto delle aree interne, non tengono conto delle aree che più arretrano e su cui lo Stato per propria necessità non riesce più a investire. Penso alla sanità, dove dovremo anche essere visionari e costruire sistemi nuovi, sistemi che magari, senza ricercare l’ospedalizzazione, sappiano tenere soprattutto gli anziani nelle aree più decentrate nelle loro case, magari attraverso l’intelligenza artificiale, attraverso l’introduzione di nuove tecnologie. È utopia? È una visione? No, è una cosa molto concreta che già si sta facendo e che mette al centro la persona più debole e i rischi delle disuguaglianze e dell’isolamento. Noi ci siamo a prenderci carico di questo patto di responsabilità, Ragioniera Generale dello Stato. Noi ci siamo, così come abbiamo anche detto che c’è un problema del mondo del lavoro che non si affronta col salario minimo, ma si affronta con dei tavoli contrattuali, con la responsabilità. Ecco perché applaudiamo alla richiesta che la segretaria della CISL ha fatto sul nuovo patto per il lavoro e per la solidarietà, perché vanno sicuramente costruite nuove relazioni. Bisogna mettere più soldi in busta paga e poi, Ragioniera Generale, se magari nella prossima legge di bilancio ci fosse una defiscalizzazione per gli aumenti contrattuali che consentisse di mettere più soldi, che fossero soldi ancora in quantità più abbondante per non vanificare gli sforzi che le imprese oggi stanno facendo. E poi è chiaro che anche questo è un nuovo mattone: la costruzione di un nuovo rapporto dove si avvicinano il mondo del lavoro e il mondo dell’impresa, la ricerca di una produttività. Perché nessuno può distribuire il risultato di una produttività che non si costruisce. Va assolutamente costruito un processo, portando i secondi livelli della contrattazione il più vicino possibile a dove si lavora e si crea la produttività, per essere in condizione di distribuire poi ricchezza che, se fosse defiscalizzata almeno per la quota parte relativa agli aumenti, potrebbe dare uno shock. Potrebbe dare uno shock perché quello che oggi è più a rischio è il lavoro dipendente, che soffre sicuramente maggiore crisi.
ROBERTO SANCINELLI
Grazie Giorgio. Un accenno, come tu hai detto con successo: 28 anni fa la società che rappresento era la più grande industria italiana produttrice di tondo per cemento armato. Io mi sono trovato per quattro anni presidente dei produttori europei di questo prodotto d’acciaio e da lì la mia convinzione è stata che forse era il caso di cominciare ad analizzare bene cosa si poteva fare. Sicuramente ormai questo era un prodotto sempre più ad appannaggio dei paesi in via di sviluppo, perché le prime industrie che mettono in qualsiasi paese sono cemento e siderurgia per tondo per cemento armato, per realizzare le infrastrutture. È abbastanza semplice. Da lì una scelta, e lo dico perché poi lo collegherò alle scelte che bisognerà fare. La scelta era: smettiamo di fare acciaio e cosa facciamo? Per caso è capitato che in Lombardia, in quegli anni, ci si è trovati con la chiusura della grande discarica di Cerro, e in quel momento lì fui interpellato dal primo governo Formigoni. Mi disse: “Ci dai una mano? Hai un’infrastruttura, un sito adatto, facciamo convergere i rifiuti e li mandiamo tutti a bruciare all’inceneritore di Zurigo”. Sono andato avanti per un anno a fare questo, aiutando. Ma lì cos’è successo? Ho visto tutto questo rifiuto, e per me ho detto: “Questo è ricchissimo”. L’idea è stata quella: ma questo non è un rifiuto, questo è un bene, qui c’è dentro della ricchezza. È partito da lì, convinzione, non certezza assoluta. E da lì è nata l’idea di chiudere la siderurgia e riconvertirmi in quella che sarebbe l’attività industriale di valorizzare quello che consideravo rifiuto e che oggi invece è riconosciuto come una risorsa, come un bene. Oggi si può raccontare così, ma vi assicuro che notti insonni ne abbiamo passate tante, perché la certezza non c’è mai in niente. Anzi, io diffido degli interlocutori che hanno la certezza assoluta dentro di loro; è sempre meglio tenersi un po’ di dubbio, che rischi di sbagliare meno. Detto questo, fu fatta quella scelta, che non era facile, ma questo perché lui mi ha spinto a fare un’accelerazione. Ma io vorrei dire una cosa: cosa sta succedendo in Europa? Questo è il problema. Io tratto commodity e vi assicuro che la commodity è esattamente quel prodotto che ti dà il termometro di quello che avverrà un domani nelle attività produttive, nell’industria. Sono le commodity, molto più della finanza. È successo che l’industria primaria è sparita, ormai in Europa non c’è più. Il secondario, che è il manifatturiero nato a seguito dell’industria primaria, è ormai in una fase di grandissima difficoltà che, se non si interviene velocemente, farà la stessa fine del primario. Queste sono le cose. Qui ci troviamo di fronte a delle scelte molto, molto importanti. Interventi quali? Io credo che gli interventi che fino ad oggi sono stati attuati per delle crisi temporanee sono tutti sbagliati, quindi bisogna avere la forza di scelte e indirizzi innovativi. Anche in questo bisogna essere un po’ innovativi. Quali? Io non è che sono in grado di dirli, posso anche pensarne una. Per esempio, noi non possiamo più essere concorrenti con tutto un mondo, che sappiamo benissimo chi è: Cina, India, questi paesi. Però io dico: ma noi abbiamo una moneta che ha un valore. Noi siamo stati capaci di creare un euro che è la cosa unica più importante che io riconosco all’Europa, che oggi è una moneta internazionale, mondiale, assieme al dollaro. Utilizziamolo allora. Non so io a dire come, ma utilizziamolo, magari per distribuirlo a chi? Non per il reddito di cittadinanza, ma per darlo a quelle attività produttive, quelle attività che poi a loro volta possono ridistribuire ricchezza e ricreare qualcosa. Perché oggi certi fattori per cui non siamo più competitivi, non li recuperiamo più. Dobbiamo quindi inventare con un po’ di fantasia qualcosa d’altro. L’altro è la burocrazia. Noi abbiamo creato una burocrazia spaventosa. Ormai la burocrazia è un macigno, un peso. Bisogna avere il coraggio di non intervenire con la Cibalgina, bisogna intervenire col bisturi. Ma noi ci troveremo di fronte a queste cose, io sono straconvinto. Attenzione, sono straconvinto di quello che dico: dovremo fare degli interventi molto importanti. Chi avrà il coraggio di farlo? Noi in Italia, per esempio, abbiamo dei rappresentanti bravissimi. In questo momento abbiamo un Ministro dell’Economia e Finanze che è riconosciuto e ha saputo fino ad oggi, con grande capacità, non lasciarci ancora piombare in quella crisi in cui altri paesi europei sono peggio di noi. Quindi questo va riconosciuto. Poi, non so, dico una cosa: noi abbiamo Draghi. Lo abbiamo sentito qui in apertura. In gergo sportivo dico che Draghi è un fuoriclasse, un fuoriclasse che ogni squadra vorrebbe avere dentro per fare il salto di qualità. Ma in Europa probabilmente non lo vogliono. Probabilmente non lo vogliono perché un fuoriclasse in squadra obbliga gli altri a giocare per lui, perché è lui che è vincente. Ci sono dei fatti che noi dovremmo tenere presenti. Io mi aspetto sicuramente degli interventi, perché non è più recuperabile questo degrado costante e continuo che c’è nel sistema. Vediamo un po’. Non è che sono pessimista, eh. Attenzione, non voglio essere pessimista, perché sempre si può reagire e trovare una soluzione. Quello che dico è che dobbiamo fare in fretta, in fretta, in fretta. Non c’è più tempo da perdere. Altrimenti, più aspettiamo, più sarà difficile, per non dire impossibile, recuperare certe posizioni che ormai abbiamo perso. Grazie.
GIORGIO VITTADINI
Daria, il tuo secondo intervento dopo questo dibattito.
DARIA PERROTTA
Grazie per le suggestioni. Nel cercare di fare una sintesi, il vincolo di bilancio ormai segna un confine di finitezza della finanza pubblica. Ci è stato ricordato da Gubitosi che non possiamo più avere tempo di sprecare le risorse, e un richiamo al tempo ci è stato fatto anche da Sancinelli. Gardini ci ha ricordato l’importanza di superare l’elemento delle diversità, delle differenziazioni che si stanno creando e che rendono più difficile il clima di riferimento. Bisogna proteggere la parte della popolazione più fragile. Quindi, accanto al concetto di efficacia della spesa, di quella spesa che non perda più tempo, c’è anche la necessità del principio di equità. E allora forse la sintesi di tutto sta nel dare il giusto valore alle cose. Anche qui chiedo alla regia di mandare un’immagine. Mi consentite una piccola digressione nel campo dell’arte.
SLIDE
Ci tenevo a presentarvi queste tre nature morte. In realtà, la natura morta è un genere pittorico che nasce con una confusione nel termine, una traduzione letterale del francese; molto più efficace è quello inglese, “still life”, la vita inerte. Nella ricostruzione filosofica dei generi artistici è stato considerato a lungo un genere inferiore, perché non tratta dell’agire umano, ma delle cose inanimate. Poi diventa importante dopo il Concilio di Trento. Nel 1563 Caravaggio gli dà una sua dignità e continua a crescere nel tempo. Rappresenta le cose che sono espressione della vanità umana, della finitezza. Poi invece arriva Cézanne con la sua pittura del togliere, Goya che rappresenta il dolore della guerra. È un pittore italiano, Casorati, del quale ho cercato di rappresentarvi queste tre nature morte. Una mi ricordava anche tantissimo l’immagine che rappresenta il Meeting quest’anno, l’ultima, quella del 1960. Che cosa ci vuol dire la natura morta? Il valore vero da dare alle cose, che diventano anche simbolo. Il simbolo che qui ho scelto è l’uovo. L’uovo contiene in sé tutta la vita, è una forza di una grandissima potenza. Allora, se con la natura morta gli artisti hanno cominciato a mostrare la loro capacità artistica, perché con la natura morta si è dipinta l’aria, si poteva dare la sostanza, la durezza, la morbidezza alle cose. I pittori la usano per dimostrare quanto sono bravi, la usano per studiare la prospettiva. Qui Casorati, che affronta il periodo delle guerre, va al fronte, torna, e ci dà queste uova che sono in bilico. E quelle uova sono ognuno di noi, sono i singoli individui. E guardandoli si vede che quelle che rotolano di meno sono quelle unite, quelle vicine. Lui con questa immagine vuole confonderci, ma ci dice anche che la forza è lì, nell’essere tutti insieme, nel sapere che noi dobbiamo custodire coloro che lavorano per la pubblica amministrazione, che è stata richiamata nella sua dimensione della burocrazia, e gli imprenditori che devono far crescere la produttività e quella linea verde che serviva a rendere il debito sostenibile. È importante che ognuno di noi ricordi sempre di più che c’è ormai un flebile confine che non si può valicare tra ciò che pretendiamo e ciò che meritiamo. Ognuno di noi deve essere consapevole di quello che è l’esercizio di un diritto. E qui la Corte Costituzionale, nel bilanciare i diritti, oggi ha sempre più la complessità del dare un senso alle cose, del dare un senso ai diritti che sono dietro quelle cose. Nel fare questo, noi dobbiamo assolutamente non perdere di vista questo confine, che è estremamente labile, tra ciò che è un nostro diritto e ciò che invece diventa una nostra pretesa. E se lo Stato, quello Stato che con la sua azione pubblica deve garantire l’articolo 3 della Costituzione, ha un compito arduo, sia come regolatore, come abbiamo detto, sia come azionista, ognuno di noi deve fare un grande sforzo per ritrovarsi nella comunità e dare il proprio contributo. Perché sono state superate tutte quelle teorie della giustizia distributiva che si basavano sull’individualismo etico; sono state superate dalla teoria stessa, pensiamo a Sen, e dai fatti concreti della vita. È proprio questa consapevolezza che ci aiuta a ricordare che noi dobbiamo continuare ad essere cittadini. Quelle uova sono cittadini e non sono meri consumatori. Troppo spesso oggi si dimentica che noi, nel gestire, nell’amministrare, nell’essere espressione dell’azione pubblica, siamo cittadini e non dobbiamo essere consumatori. Mai confondere questi due ruoli.
LUIGI GUBITOSI
Credo che dopo molti anni che le auguriamo di trascorrere al Ministero dell’Economia, il prossimo Ministero sarà quello della Cultura. È interessante il paragone delle uova e credo che il governo dovrebbe prenderne spunto per resistere alle tante richieste che vi sono di ristori, di bonus, di particolarismi, per invece dedicare le risorse alla politica economica. Mi ha colpito che si parlava del tondino di ferro, il prodotto a cui si riferiva il collega prima, che evidentemente è molto difficile da produrre in Italia per i costi dell’energia. E dei rifiuti mi ha colpito anche che andavano a bruciarli a Zurigo; il termovalorizzatore di Roma dovrebbe evitare questo tipo di cose, almeno per quanto riguarda la capitale. In altre parti del Paese già ci sono. È molto importante che si riprenda a fare politica economica, dove politica economica vuol dire lasciar perdere i particolarismi, che mi rendo conto in politica non è sempre facile, e dedicarsi ai grandi problemi strutturali. Uno straordinariamente importante, dove lo Stato a volte ha un conflitto di interessi, impropriamente, in quanto regolatore e azionista, è il tema dell’energia. Questo è uno dei grandi temi del nostro Paese. È difficile parlare di mantenere l’industrializzazione senza occuparsi di quel costo. Ma è solo un esempio. Politica economica ed evitare troppi particolarismi. Invece, continuare con l’arte, che è la nostra grande ricchezza. Grazie.
MAURIZIO GARDINI
Una pillola solo, che non è una suggestione ma è una richiesta. Noi non possiamo pensare come Paese di affrontare la complessità delle situazioni che abbiamo adesso in casa e fuori casa se non con un patto. Un patto che vede insieme le istituzioni nelle massime rappresentanze e la responsabilità delle organizzazioni di rappresentanza che, storicamente in Italia dal dopoguerra in poi, si sono fatte carico di interpretare i bisogni dell’impresa. Noi abbiamo bisogno in questa fase proprio di questa responsabilità di cui diceva la Ragioniera dello Stato prima, perché sono le imprese che devono investire, sono le imprese che non devono parcheggiare le risorse in banca in attesa di una situazione più chiara. Abbiamo anche bisogno di avere evidentemente delle maggiori certezze, abbiamo bisogno di snellire la burocrazia, come diceva Sancinelli prima. Avremmo avuto bisogno forse di utilizzare meglio anche le risorse del PNRR, dove lì abbiamo fatto una falsa partenza, dobbiamo anche dirlo. Io sono un grande estimatore di Draghi, ma sul PNRR la prima partenza non è stata felicissima. Abbiamo preso dei progetti nel cassetto che erano lì pronti, non più contestuali e in linea con le esigenze dei tempi, e li abbiamo portati avanti, tanto che poi dopo qualcuno è dovuto andare a fare delle modifiche in corso d’opera. E forse ne avremmo bisogno anche ora. Abbiamo bisogno, e concordo con Gubitosi, di non investire più sui bonus, ma di investire su delle politiche industriali. Il Ministero, il MIMIT, ha promesso di darci su alcune filiere dei progetti di investimento del Paese. Li aspettiamo, anche con la voglia di poterci confrontare, contribuire e dire la nostra.
ROBERTO SANCINELLI
Noi dovremmo anche … il famoso Green Deal, che è uno degli aspetti che ci ha portato in questi 10 anni in queste condizioni. Dobbiamo fare un’analisi, tenerci quello che c’è di buono, poco ma c’è, e poi annullare tutte quelle altre cose che nascono da ideologismi e basta, che hanno dimostrato di non aiutarci per niente negli obiettivi che comunque il Green Deal si era prefissato. Ecco, posso finire con una battuta, una battuta proprio: non vorrei trovarmi come quello che fa un programma su dove andrà in vacanza l’anno prossimo ad agosto, e il suo stato di salute è che i medici gli dicono: “No, ma guarda che tu hai sei mesi di vita”. Grazie.
GIORGIO VITTADINI
Per sintetizzare questo ricchissimo dibattito, vorrei riprendere l’immagine delle uova per dire che un uovo si schiude, e per schiudere un uovo bisogna che qualcuno lo scaldi, ci vuole la chioccia che lo scaldi. Allora, cosa vuol dire questo aspetto rispetto a qualcosa che sembra non c’entrare, come l’economia? Mi ha colpito che in un dibattito che doveva essere tecnico, è venuta fuori la parola “responsabilità”. Perché ci vuole responsabilità per gestire un debito e, come abbiamo sentito dalla Ragioniera dello Stato, farne un fattore di sviluppo. Molto interessante, non solo in termini di investimento ma anche di spesa corrente. Ci vuole un soggetto che sappia usare questo tipo di strumento. Ci vuole una responsabilità perché la pubblica amministrazione non sia un ostacolo, ma un fattore di sviluppo. E infatti, io voglio sottolineare che nel nostro piccolo ho tentato di cambiare un nostro slogan di 30 anni fa, dicendo che oggi è il momento del “più società e più Stato”, cioè la responsabilità di chi vive in un ente pubblico. E la responsabilità di inventare nuove forme di impresa, non solo di usare e di chiedere finanziamenti; l’invenzione di qualcosa che costruisce e usa magari parte del debito che viene dato per moltiplicarlo. In realtà, e qui si fonde la questione, i corpi intermedi sono la chioccia; sono la chioccia che trasforma l’uovo in pulcino, che cova i giovani e li fa diventare manager della pubblica amministrazione, imprenditori, operatori del terzo settore, grandi commis dello Stato capaci di avere una visione culturale. Quindi la chiave che io vedo in questo dibattito è che non esistono argomenti tecnici e asettici. È finita l’epoca inaugurata da Comte nel 1800, la sociologia come la chimica e la fisica dell’umano, l’economia come le leggi auree. Comincia il periodo in cui dobbiamo imparare cosa vuol dire che un soggetto responsabile, capace, intelligente, pieno di desiderio, che si mette insieme può cambiare e migliorare le sorti di un Paese. Come fecero i nostri progenitori nel 1880, quando emigrarono in 25 milioni e permisero con le rimesse degli emigranti a un Paese di vivere. E come fecero sempre i nostri nonni nel primo dopoguerra, a trasformare un paese povero in un paese che nel 1959 prese l’Oscar della Lira. Forse questo è esattamente questo momento. La responsabilità non solo nella vita privata, ma nella vita economica. Grazie, buon lavoro.










