Chi siamo
MATTONI NUOVI PER LA NUOVA CITTÀ
In collaborazione con Cdo Edilizia
Luigi Benatti, architetto; Giuseppe Cappochin, responsabile Dipartimento Riforma Urbanistica e Futuro delle Città, Consiglio Nazionale degli Architetti, Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori; Guido Castelli, commissario straordinario del Governo per la riparazione e la ricostruzione sisma 2016; Matteo Colleoni, professore di Sociologia dell’ambiente e del territorio, Università Milano-Bicocca; Paolo Franco, assessore alla Casa e Housing Sociale, Regione Lombardia; Erica Mazzetti, deputata, Commissione Ambiente, Territorio e Lavori Pubblici, Camera dei Deputati; Valentina Ridolfi, assessora Urbanistica e Pianificazione del Territorio, Edilizia Privata, Politiche Europee, Demanio, PNRR, Comune di Rimini; Mario Valducci, presidente INVIMIT SGR. Modera Simona Frigerio, coordinatrice Cdo Edilizia
Come creare relazioni di prossimità, ridurre l’impatto ambientale e promuovere un urbanesimo a misura d’uomo? Come possiamo costruire e rigenerare spazi che mettano al centro le persone? Occorre rispondere al diritto all’abitare e rigenerare per ridurre l’impatto delle costruzioni riqualificando il patrimonio esistente; è altresì importante rimodulare i centri secondo la visione della città dei 15 minuti e la mobilità sostenibile per territori più resilienti e sostenibili”.
Con il sostegno di Gruppo Maggioli
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SIMONA FRIGERIO
Buongiorno a tutti e benvenuti. Io sono Simona Frigerio, coordinatrice della filiera edilizia della Compagnia delle Opere, e ringrazio il Meeting per questa opportunità e i miei colleghi del board di CDO Edilizia per aver collaborato all’organizzazione di questo incontro.
Il nostro tema, “Mattoni nuovi per la nuova città”, come vedete, ricalca perfettamente il tema del Meeting: “Nei luoghi deserti costruiremo con mattoni nuovi”, tratto dai “Cori dalla Rocca” di Eliot. Inevitabilmente, in questo nostro incontro, il profilo tecnico si incrocia e si interseca con il profilo umanistico, perché al centro c’è la città e al centro della città c’è l’uomo. La città non è solo uno spazio, ma un luogo vivente e religioso, come ci dice il filosofo Petrosino, perché l’uomo abita perché è abitato.
Nei “Cori dalla Rocca”, Eliot domanda: “Che vita è la vostra se non avete vita in comune? Non esiste vita se non nella comunità”. Ecco, oggi con i nostri relatori chiederemo loro come costruire città moderne, accoglienti, sostenibili, di prossimità, proprio perché dalle città passa la sfida del futuro.
Affronteremo tanti aspetti con i nostri ospiti che sono, in ordine rigorosamente alfabetico: Luigi Benatti, architetto; Giuseppe Cappocchin, responsabile Dipartimento Riforma Urbanistica e Futuro delle Città del Consiglio Nazionale degli Architetti, Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori; Guido Castelli, senatore della Repubblica e commissario straordinario del Governo per le zone terremotate; Matteo Colleoni, professore di Sociologia dell’Ambiente e del Territorio dell’Università Milano Bicocca; Paolo Franco, assessore alla Casa e all’Housing Sociale della Regione Lombardia; Erika Mazzetti, deputata, Commissione Ambiente, Territorio e Lavori Pubblici della Camera dei Deputati; Valentina Ridolfi, assessora all’Urbanistica e alla Pianificazione del Territorio del Comune di Rimini e Mario Valducci, presidente di INVIMIT SGR.
Farò a ciascuno di loro una prima domanda. Ho chiesto loro di essere sintetici per lasciare la possibilità di un secondo giro di domande. Partiamo dal senatore Castelli. Grazie Senatore per aver accettato questo nostro invito. Il titolo è significativo e lei lo può apprezzare nella sua veste di Commissario straordinario del Governo per la ricostruzione delle zone del sisma del Centro Italia 2016-2017. Parliamo di ricostruire, ma come farlo? Come ricostruire non solo edifici ma luoghi da rivivere? Come vede, senatore, questi nostri mattoni nuovi?
GUIDO CASTELLI
Buongiorno, grazie. Domani, fra l’altro, lo dico sommessamente, è l’anniversario della prima grande scossa di Amatrice: 299 morti, quindi saremo ad Amatrice. Quello che mi premeva ricordare è che dopo quella prima scossa se ne sono aggiunte altre 35.000, che hanno reso questo cratere del centro Italia di superficie pari a 8.000 km², quasi lo stato dell’Olanda. Questo per dire che, quando ci siamo messi a ricostruire le case, ci siamo posti anche il problema di come rendere più remoto il rischio che rimanessero disabitate.
Questo è un tema del vostro panel, forse di nicchia, perché non parliamo delle grandi densità urbane milanesi o della pianura padana, ma di un pezzo d’Italia che, non dimentichiamolo, rappresenta i quattro quinti del Paese. Qui la città non è solo un agglomerato molecolare dove si immagina una metropoli; in Italia ne abbiamo poche, forse Milano. Il grande reticolo della città in Italia è quella media, piccola e piccolissima. Da questo punto di vista, si tratta di pensare la città in ragione di quella che forse, e lo dico anche da commissario alla ricostruzione che si occupa di abbinare un disegno all’intervento sul calcestruzzo e sull’acciaio, è anche la prefigurazione di una comunità.
Se me la volessi cavare con uno slogan direi: occhio all’Urbs, e lo dico a chi fa pianificazione, ma occhio alla Civitas. Ovvero a come rendere qui e ora la città quello che dice il Siracide: il luogo della preghiera comune, il luogo in cui si fanno cose in comune. Del resto ‘comune’ vuol dire questo. Il comune nasce nel momento in cui, nell’alto medioevo, eravamo tutti in preda alle prepotenze dei singoli signorotti e poi qualcuno disse: “Stabiliamo uno spazio comune dove è possibile vivere con le stesse regole, dove è possibile avere un forno comune”. Apro e chiudo una parentesi: Tamerlano, quel condottiero kazako cattivissimo, peggio di Gengis Khan, peggio di Attila, diceva una cosa: “Quando io dalla mia Samarcanda conquistavo il mondo, avevo più difficoltà a conquistare quei comuni dove c’era il forno comune”, dove cioè si condivideva un aspetto primigenio della relazione.
Per rispondere sinteticamente, come deve fare un commissario alla ricostruzione che deve fare le cose bene ma anche tempestivamente, direi che oggi il problema della città è come non mai il problema dell’umano. Le città come le conosciamo, almeno quelle dell’Ottocento, nascevano da problemi che genericamente erano di natura socio-sanitaria. Oggi, per poter affrontare il problema dei mattoni, dobbiamo capire due cose. Il tema della demografia è un’urgenza che non risparmia nessun segmento della nostra vita. Le città, in una nazione che ha un tasso di sostituzione pari a 1,18 figli per donna in età riproduttiva, sono profondamente diverse da quelle degli anni ’60. Io sono un baby boomer: quando nacqui nel ’65 eravamo 1.080.000, ora siamo 376.000 nuovi nati. Questa cosa non può essere disgiunta dal pensiero della città, dei servizi, e dal pensiero che il 37% delle famiglie italiane, tenetevi forti, è composta da una sola persona.
La città deve essere quindi predisposta a una gestione che la ridisegna in senso riformista. Non è che possiamo demolire e ricostruire solo quando siamo costretti a farlo per via del terremoto. Il vero tema è assecondare il carattere comunitario in relazione alla sfida demografica. Mi viene da dire questo.
SIMONA FRIGERIO
Andiamo ora da Giuseppe Cappochin, intanto passiamo gentilmente il microfono. Da imprenditrice edile sento spesso, Pino, critiche ai costruttori. Ora, non vorrei fare scaricabarile, però quanto la qualità dell’urbanistica e della rigenerazione urbana dipende da voi architetti?
GIUSEPPE CAPPOCHIN
Se vi può consolare, le critiche le riceviamo anche noi architetti e naturalmente abbiamo le nostre responsabilità. Credo però che le responsabilità partano da molto lontano: da quando sono apparse l’automobile con il fordismo e le zone territoriali omogenee in Italia, a seguito del IV Congresso del CIAM di Atene. Lì sono nate le zone territoriali omogenee che hanno creato la città delle distanze, che necessitava delle automobili. Credo che adesso noi stiamo pagando le conseguenze, perché lo sviluppo che c’è stato porta delle conseguenze molto forti.
Noi architetti siamo molto impegnati su questo tema e la rigenerazione per noi è un tema fondamentale. Abbiamo fatto un congresso nazionale, il nostro ultimo, proprio su questo tema. Devo dire che ho avuto la fortuna, un anno fa, di essere invitato qui a Rimini da te. Non ci conoscevamo, era la prima volta che venivo. Avevo a fianco a me il senatore Gasparri e si parlava degli otto disegni di legge sulla rigenerazione urbana che erano stati presentati. Io, dopo aver espresso degli elementi favorevoli sul suo testo, ho anche espresso delle critiche. Ho espresso delle critiche non solo sul suo, ma su tutti i disegni di legge: la mancanza di una visione strategica del futuro della rigenerazione. C’era soltanto uno spezzatino di cose da fare, e poi la confusione che nasceva tra la rigenerazione urbana e la ristrutturazione edilizia.
Grazie a quell’incontro, Gasparri mi ha chiesto di incontrarci. Ci siamo visti alla fine del Meeting e poi al Senato, dove mi ha fatto conoscere anche il senatore Rosso, relatore della legge. Abbiamo parlato con tutti gli altri primi firmatari, abbiamo presentato delle proposte di emendamento, abbiamo fatto un percorso. Proprio il 5 agosto di quest’anno abbiamo visto che è stato pubblicato il nuovo testo unificato dalla commissione. Questo è estremamente importante, perché il testo contiene sia la visione strategica del futuro della rigenerazione, sia la ristrutturazione al suo posto, rimandandola al DPR 380 del 2001, eliminando completamente l’articolo 13 che apportava modifiche al 380.
Noi adesso continueremo a lavorare per formulare altre proposte, però devo dire che questo testo, e lo diremo pubblicamente, ci convince. È estremamente diverso rispetto al precedente, c’è una visione di futuro e questo ritengo sia molto importante. Non so se ho sforato i 4 minuti, spero di no.
SIMONA FRIGERIO
Grazie Giuseppe, grazie mille anche per questa meravigliosa testimonianza. Il Meeting, come vedete, è un luogo di dialogo assolutamente privilegiato e lo dimostra l’incontro che ha avuto Pino l’anno scorso. Grazie anche a nome di CDO Edilizia. Ora passiamo al professor Colleoni. Professore, può spiegarci perché le città sono così importanti e quale peso hanno nel nostro Paese?
MATTEO COLLEONI
Sì, grazie, buongiorno a tutti e grazie per l’invito. Voi sapete che il nuovo secolo, il 2000, ha avuto tra i suoi esiti più importanti il fatto che la popolazione urbana ha superato quella rurale, arrivando attorno al 55%. È la prima volta che capita nella storia dell’umanità. Dal 2000 al 2025 il dato si è ancora più consolidato. Nei Paesi sviluppati siamo arrivati attorno al 70% di popolazione urbana. In alcuni continenti il dato è meno elevato, perché l’Africa, ad esempio, ha una ruralizzazione ancora molto importante, per cui siamo attorno al 30-40%.
Com’è messa l’Italia? Quando parliamo di Italia, pensiamo a un’Italia unica. In realtà, abbiamo almeno due Italie: quella delle grandi aree urbane e tutto il resto del Paese. L’Italia delle grandi aree urbane copre soltanto il 3% del numero dei comuni, circa il 6-8% della superficie, ma comprende circa il 60% della popolazione. Poi c’è l’altra Italia, che copre il 90% della superficie con il 60% dei comuni, dove abita una componente molto piccola di popolazione. Sono due Italie altrettanto importanti: l’Italia delle aree interne, che sono aree rurali e alpine, e l’Italia delle grandi aree urbane. Quindi chi amministra a livello centrale e periferico deve avere grande consapevolezza che servono strumenti di indirizzo centrale e di pianificazione locale diversificati, perché le grandi aree urbane hanno bisogni e domande diverse rispetto alle aree interne.
Le aree urbane, a loro volta, sono grandi aree metropolitane che non coincidono con le città metropolitane. Ad esempio, per quanto riguarda la zona milanese, tutta la provincia di Milano è compresa dentro una grande area metropolitana, mentre Torino ha una provincia che è più piccola della sua area metropolitana. Insomma, le situazioni sono molto diversificate. Il problema è che queste situazioni vanno conosciute e affrontate, perché considerate che circa il 70% dei consumi in Italia si verifica proprio nelle grandi aree urbane e, conseguentemente, anche una quota importante di emissioni dirette e indirette di gas climalteranti, che poi affronteremo nel secondo giro di domande.
In sintesi: attenzione, il fenomeno di urbanizzazione è un fenomeno mondiale e va di pari passo con l’incremento demografico. Anche se non ne siamo consapevoli, nel mondo abbiamo un fortissimo incremento demografico. Considerate che al momento siamo 8 miliardi di persone; pensate che soltanto nel 2000 eravamo 6 miliardi. Il che vuol dire che in 20 anni siamo cresciuti di 2 miliardi. Pensate che il genere umano, per arrivare a 500 milioni di abitanti, ha dovuto aspettare 1850 anni dopo Cristo. In pratica, come specie, siamo sempre stati pochi al mondo; siamo diventati tanti e l’urbanizzazione attrae i flussi demografici soprattutto negli ultimi due secoli. Questo vorrà dire che il processo di urbanizzazione si consoliderà ancora di più, le grandi aree urbane attrarranno sempre più flussi demografici importanti da tutto il mondo. Le aree urbane diventeranno quindi contesti importanti di analisi per vedere cosa vuol dire gestire contesti complessi, ma anche importanti contesti in cui sperimentare politiche innovative per gestire queste consistenze e farlo in maniera sostenibile. Grazie.
SIMONA FRIGERIO
Grazie mille professore. Ora passiamo all’onorevole Erika Mazzetti, a cui chiediamo un suo giudizio sulla legislazione urbanistica e come questa incide, nel bene e nel male, sui nostri centri. Quindi le chiedo anche se c’è un’adeguata preparazione in Parlamento su questi temi.
ERICA MAZZETTI
Grazie dell’opportunità che ci date questa mattina, ma soprattutto grazie a tutti i volontari che ogni anno rendono grande questo Meeting per tutti noi. Dobbiamo pensare che noi facciamo le norme a livello nazionale, ma anche in questo settore buona parte arriva dall’Europa. Non dimentichiamolo mai. Abbiamo le direttive che partono dall’Europa, la legge nazionale, le leggi regionali e i regolamenti comunali, che ad oggi stanno soffocando questo settore. Lo dico in modo molto chiaro e credo che la modifica del Titolo V della Costituzione nel 2001 abbia peggiorato ancora di più la situazione. Per cui non possiamo più stare con le mani in mano a vedere quello che succede, ma dobbiamo agire. Io sono un parlamentare di maggioranza e per questo mi sento in dovere di agire.
Sicuramente dobbiamo pensare che sta cambiando tutto ciò che è l’urbanizzazione, ma soprattutto lo spazio intorno ad essa, i servizi, la mobilità, il modo di vivere gli abitati. Dobbiamo pensare a dare uno spazio diverso alle generazioni future, perché non possiamo oggi fare qualcosa che serve per domattina, ma che serve per i prossimi vent’anni. Qualcuno mi ha anticipato anche sulla parte demografica e sulla tipologia demografica che sta cambiando; anche su quello dobbiamo lavorarci.
Da qui è nata, dal mio punto di vista, una cosa, secondo me, essenziale, che è un riordino di tutte le normative. Noi, dal 1942 a oggi, abbiamo norme urbanistiche e di seguito anche edilizie che sono andate solo ad aggiungere norme su norme, creando un grande caos normativo. Noi dobbiamo uscire da questa indisciplina delle norme e andare verso una disciplina dei principi. Lei mi chiede cosa stia facendo il Parlamento per arrivare a questo. Come buona parte di voi saprà, lo scorso anno, in seguito anche a quello che è successo a Milano (che non è solo il caso di Milano, ma riguarda tutto il territorio nazionale), ho deciso di velocizzare una proposta di legge delega al Governo per un Testo Unico delle Costruzioni. Un Testo Unico che comprenda sia il settore dell’edilizia sia quello dell’urbanistica, ma non come una nuova norma in aggiunta, perché di norme ne abbiamo anche troppe e dobbiamo toglierle. È un testo basato sui principi, visti in un modo diverso. Tutto questo è anche frutto di quello che abbiamo fatto per il Codice Appalti, basato sui principi, di cui sono stata relatrice con il governo Draghi e il governo Meloni, che ha avuto e avrà ottimi risultati.
Nel nostro settore, e dico nostro perché anch’io sono un geometra professionista, dobbiamo superare questo caos normativo, ma soprattutto dobbiamo tornare alla pianificazione e, cosa ancora più importante, alla progettazione. Da troppi anni andiamo avanti sulla burocrazia, tutto si basa sulla burocrazia e non sul progetto, che è la parte centrale. La proposta di legge a mia prima firma va proprio in questa direzione, basandosi sulla pianificazione, la progettazione e il progettista, a cui dobbiamo lasciare libertà di azione in base ai propri studi e alla tecnologia, che oggi è già tanta.
I tre principi principali, e poi mi fermo, sono questi. Dobbiamo avere sicuramente un’equità sociale: nel nostro Paese chiunque ha il diritto e il dovere di abitare dove crede, come crede e con chi crede. Dobbiamo poi perseguire la ragionevolezza ambientale e, soprattutto, la sostenibilità economica. Questo è uno di quei temi fondamentali che portiamo avanti. La proposta di legge è stata depositata a marzo, l’abbiamo incardinata in Commissione Ambiente e il 10 settembre inizierà l’iter.
SIMONA FRIGERIO
Grazie mille Onorevole per il suo intervento, grazie. Ora passiamo a capire che cosa possono fare regioni, Stato e comuni per città migliori. Partiamo dall’assessora Ridolfi, a cui chiediamo del comune di Rimini che ci ospita oggi, una città bellissima che amiamo particolarmente. Le chiediamo come un comune come Rimini si mette in campo con azioni e iniziative per rendere questa città attenta non solo ai turisti ma anche alle fasce deboli.
VALENTINA RIDOLFI
Grazie dell’invito e grazie al Meeting per quello che fa e che rappresenta per questa città e per questa nazione tutti gli anni. Essendo assessore di un comune, di una città media, sento che si è parlato tanto di metropoli. Le città metropolitane in Italia hanno un po’ cambiato le geografie, perché l’Italia, come si diceva, è un Paese molto diversificato e la differenza non è solo tra aree interne e aree urbanizzate, ma anche tra aree metropolitane e le cosiddette città medie. E noi abbiamo 106 città medie in questo Paese, quindi non è un dato indifferente, perché si è creata una sorta di diverso equilibrio tra le realtà metropolitane e le città medie, che in qualche modo devono competere tra di loro.
Cosa fa Rimini? È una città che ha delle energie incredibili, non lo dico da riminese perché sono nata in un’altra città; quindi, non ho campanili da portare avanti. Ha proprio un’energia urbana straordinaria e si è messa in moto parecchi anni fa per disegnare il proprio futuro attraverso un processo di pianificazione strategica che, a differenza di altri, non è rimasto lettera morta, ma è diventato una vera trasformazione e rigenerazione urbana che credo sia sotto gli occhi di tutti quelli che tornano a Rimini dopo alcuni anni. È stato un esempio di successo perché è stato un piano strategico non fatto “a tavolino”, ma comunitario, in cui centinaia di persone si sono messe insieme a lavorare per capire quale futuro volessero disegnare per questo territorio. Da lì, un’amministrazione coraggiosa e anche molto volitiva ha portato avanti quel disegno di città e oggi si sta lavorando su una nuova pianificazione strategica, perché da allora il mondo è cambiato, in 15 anni è completamente cambiato.
Io credo che uno dei temi più difficili oggi per le amministrazioni comunali sia quello delle politiche abitative. Parlo di abitazione sociale, evidentemente, non di abitazione a mercato, che ha le sue regole e procede in base ad esse. Noi facciamo molta fatica, nonostante siamo una città estremamente attraente, a essere accoglienti per chi voglia venire a vivere qui. Nella logica del calo demografico, dell’inverno demografico di cui si parlava, essere capaci di accogliere lavoratori, studenti e famiglie significa essere capaci di sopravvivere e di guardare al futuro.
Abbiamo davanti sfide enormi che riguardano l’isolamento di tante persone a cui faceva riferimento il Senatore e un invecchiamento molto rapido che ci porterà a ripensare completamente i modelli di vita, di abitare e di città. Abbiamo delle sfide enormi, però sappiamo anche che sulle politiche abitative, dalla legge 457 del ’78, non ci sono stati più investimenti. Parliamo di decenni. Per i costi che oggi ammorbano – uso questa parola – il settore edilizio, l’edilizia a mercato non riesce a essere sostenibile per chi non ha accesso al credito, per chi ha stipendi che non sono garanzie per essere “bancabile”.
Questa è la vera sfida che, secondo me, dobbiamo affrontare. Non la possiamo affrontare da soli; deve essere un’enorme collaborazione che veda il pubblico e il privato insieme, le categorie. È una sorta di rigenerazione, perché la rigenerazione urbana spesso si traduce in riqualificazione edilizia, ma la rigenerazione urbana senza persone non esiste. Noi dobbiamo riuscire a essere accoglienti, tornare a esserlo, e farlo insieme a tutti coloro che vorranno dare il loro contributo. Credo che questa sia la sfida più importante che le nostre città si trovano di fronte, soprattutto le città medie che hanno meno risorse e meno possibilità.
SIMONA FRIGERIO
Grazie mille assessora, veramente grazie. Ora passiamo all’assessore Paolo Franco di una regione molto importante, la Regione Lombardia, che è anche la mia regione. Assessore, Lei ha fatto un robusto piano casa con una visione innovativa. Ora le chiedo di sintetizzarci questa sua visione.
PAOLO FRANCO
Innanzitutto, è proprio una missione. Il ragionamento è stato quello di declinare un piano sui futuri demografici della mia regione, paese per paese, città per città, in collaborazione con il rettore della Bocconi. Abbiamo introdotto risorse, ma anche cambiamenti ordinamentali, regionali e legislativi, partendo da tre aspetti fondamentali.
Primo: il patrimonio è vetusto, energivoro, non sempre a norma per quanto riguarda il rischio sismico. Di conseguenza, quasi il 10% del nostro patrimonio è sfitto perché, come si diceva, le risorse sono quelle che sono. Secondo aspetto da cui siamo partiti: gli inquilini. Oltre il 40%, anche in Regione Lombardia, non è in grado di pagare non solo l’affitto, ma anche le spese. Terzo aspetto: negli ultimi 50 anni l’edilizia residenziale pubblica, da strumento per i lavoratori, si è trasformata in strumento di welfare di fronte a tutte le necessità sociali, venendo meno al proprio statuto, che è invece più consono a quello dei comuni.
Partendo da queste tre situazioni, abbiamo messo in campo 1,537 miliardi di euro su cinque assi fondamentali: sostenibilità del sistema; welfare abitativo per chi non è in grado, quindi dare energie alle nostre ALER per potersi sostentare economicamente; cura del patrimonio, con oltre 760 milioni di euro, perché in attesa che sia in grado di automantenersi, almeno sia meno energivoro e più efficiente; la rigenerazione urbana, perché con Milano abbiamo realtà che ne hanno necessità. Sugli “mattoni nuovi”, dico che siamo abituati a rigenerare, come ci insegnano gli imprenditori bergamaschi. E infine, l’housing sociale.
È stata un’iniezione, dopo tantissimi anni, che ha due visioni: quella della “lancetta dei minuti” e quella “delle ore”. La cura del patrimonio ha portato a una riduzione del 30% degli sfitti, calcolando che ogni anno il sistema ne genera altri, quindi è un 60% iniziale. E soprattutto, anche il raddoppio delle assegnazioni. Il tema essenziale è recuperare, con l’ordinamentale, il mix abitativo. Non dimentichiamo che l’edilizia residenziale pubblica regionale nasce per i lavoratori. Io dico sempre che con il servizio militare e le case popolari abbiamo unito l’Italia. Quindi non è per gli indigenti. Questo è un tema fondamentale che va affrontato. Evidentemente non si butta fuori nessuno, però nello stesso tempo abbiamo ridotto quasi del 15% le nuove assegnazioni a fasce ISE da 10-16 mila euro, che non sono indigenti, ma sono quelli che hanno bisogno della casa quando vengono a lavorare, sia in realtà di provincia come nella città metropolitana.
È evidente che il mio compito è quello di andare a recuperare altre risorse. Il tema dell’Europa è fondamentale, il FESR, sui temi della programmazione 22-27. Per fortuna a fine giugno ho fatto un po’ il quadro di questi anni, quindi non solo formazione ma anche inclusione sociale e, per quanto ci riguarda, housing sociale. Oggi i primi risultati si incominciano a vedere. Sappiamo benissimo che non abbiamo risolto il problema, né è risolvibile dopo anni in cui non si è investito. Sicuramente servono le risorse e serve la capacità. Ci stiamo provando, i primi risultati stanno arrivando e, secondo me, c’è un tema fondamentale: fino a che punto l’edilizia pubblica regionale deve assorbire la socialità di tutto il resto? Perché questo è il tema vero.
SIMONA FRIGERIO
Grazie Assessore. E ora passiamo al Presidente Mario Valducci. Qual è il ruolo che sta giocando lo Stato tramite INVIMIT SGR nei centri urbani con la missione Regenera, un’iniziativa nazionale per la rigenerazione del patrimonio immobiliare sottoutilizzato o in disuso?
MARIO VALDUCCI
Grazie per l’invito. Due parole su INVIMIT. INVIMIT è una SGR di proprietà pubblica, al 100% del Ministero dell’Economia e delle Finanze, che ha come obiettivo principale quello di valorizzare il patrimonio immobiliare proveniente dallo Stato. Quando intendiamo Stato, intendiamo Regioni, Comuni, INAIL, INPS, aziende ospedaliere, quindi quelli che sono i nostri fornitori del patrimonio immobiliare. Noi abbiamo la fortuna di avere una quota delle riserve tecniche dell’INAIL, che servono per finanziare tutte le opere di ristrutturazione che dobbiamo fare.
Devo dire che il titolo sia del Meeting di Rimini di quest’anno sia del panel di oggi è proprio calzante rispetto alla nostra missione. Da una parte, questo patrimonio immobiliare pubblico è un patrimonio abbandonato da decenni e quindi “nei luoghi deserti costruiremo con mattoni nuovi” significa proprio dare una nuova vita a immobili che attualmente sono diventati spesso centri di abbandono, di spaccio e di insicurezza per i comuni e per la società. Dall’altra parte, il titolo di oggi, “Mattoni nuovi per la nuova città”, calza con la valorizzazione del patrimonio immobiliare, nel senso che le nuove città, come è stato detto da molti relatori, dovranno essere diverse da quelle che abbiamo preso in eredità. La composizione dei nuclei familiari è cambiata, così come le esigenze della nostra società, che ha bisogno di studentati, ha bisogno di quelle abitazioni per la grandissima parte della popolazione che spesso rinuncia a un nuovo posto di lavoro perché la quota da investire per una casa è superiore al 50% del nuovo stipendio, e quindi rinuncia a questa nuova prospettiva di lavoro e di costruzione di una nuova famiglia.
Parliamo di senior housing, cioè di tutte quelle abitazioni necessarie per chi è autosufficiente ma, magari, ha i figli che non sono più in città, che sono andati all’estero o in altre regioni, e quindi ha bisogno di un luogo accogliente dove poter completare la propria esistenza. Noi, attraverso questo programma Regenera che abbiamo lanciato, vogliamo far sì che questi luoghi abbandonati, che vediamo nelle nostre città, possano rinascere. Se ci guardiamo in giro, laddove vediamo un immobile abbandonato, spesso demolito in parte o con scritte di vario tipo, quasi sempre nel 90% dei casi è un immobile pubblico in disuso da troppi anni. Con questo progetto Regenera abbiamo messo a disposizione questi patrimoni immobiliari consultando e attivando l’imprenditoria locale e nazionale, trovando quindi chi dà una destinazione d’uso a questi immobili con la collaborazione, determinante ed essenziale, di Regioni e Comuni. Poi, nella seconda parte, vi dirò come sta avendo successo questo programma di rigenerazione.
SIMONA FRIGERIO
Grazie mille Presidente. E ora, in chiusura del primo giro di domande, andiamo all’architetto Luigi Benatti. Le chiedo di raccontarci la sua esperienza di professionista impegnato in progetti di taglio sociale.
LUIGI BENATTI
Sì, intanto buon pomeriggio a tutti e grazie di questo bellissimo dibattito. Brevemente, vorrei dare un piccolo contributo illustrando un progetto che ritengo interessante. È molto semplice. Fra i tanti che abbiamo fatto per ripensare parti di città, questo forse ha aspetti simbolici che possono essere facilmente riportati in altre situazioni che probabilmente molti di voi conoscono.
Questo è un progetto che si trova a Bologna. È stato un progetto finanziato con i Contratti di Quartiere 2, secondo una linea di finanziamento statale che prendeva l’ultimo fondo dei finanziamenti Gescal e li investiva per realizzare case di carattere popolare. Stiamo parlando di interventi pubblici. È un intervento pubblico che prevede la demolizione di una serie di edifici (in questo caso dovevano essere sei, ma ne sono stati realizzati solo tre), che erano delle “stecche” realizzate negli anni ’40-’45. Bisognava riammodernarle perché erano prive dei minimi servizi; non c’erano neanche i servizi igienici all’interno, erano esterni. Quindi, il Comune e ACER BOLOGNA decidono di rigenerare.
Noi prendiamo cura di questo progetto, una cosa molto semplice, perché in questi casi bisogna fare cose semplici, poco complesse, altrimenti non si portano in fondo. Abbiamo quindi immaginato due piccole demolizioni e ricostruzioni che eliminavano parte di questo tessuto, con queste stecche orientate in maniera eliocentrica, realizzando delle piccole corti urbane. Forse non si vede tanto, perché lo schermo è un po’ basso, però lì si vede un piccolo schema. L’intervento prevedeva la realizzazione di due diversi isolati; in questo momento ne è stato fatto solo uno. Guardate bene la data d’inizio del pensiero di questo progetto: 2003.
(proiezione di alcune slide)
L’idea è quella di creare un ambiente più urbano, un ambiente su cui si potessero affacciare tutti gli alloggi all’interno di questi due nuovi edifici e che potessero ritrovare un ambiente di relazione attorno a uno spazio verde, che funzionava sia da elemento bioclimatico sia da luogo di incontro su cui tutti i balconi affacciavano. Dovete pensare che questi interventi vengono per la maggior parte utilizzati da persone che non sono italiane. Sono interventi ERP, quindi vengono assegnati in gran parte a famiglie extracomunitarie appena immigrate, che hanno tradizioni completamente diverse. Un luogo di incontro, quindi, assume un’importanza pazzesca, perché non si tratta solo di far conoscere persone che hanno relazioni di vicinato, ma di far incontrare persone con tradizioni completamente diverse.
Lo studio di questa idea nasceva proprio dalla possibilità di affacciarsi, condividere, vedersi l’un l’altro, che queste case si guardassero e si parlassero. Il tentativo è stato semplice, anche l’architettura è molto semplice, però l’idea è stata proprio quella di aprire tutti questi contesti sopra una corte comune. C’è stata anche un’idea architettonica che ha cercato di caratterizzarlo, ma l’aspetto più importante è proprio questo. Dobbiamo pensare che la città, come è stato detto da chi ha parlato prima di me, si rigenera a partire da queste relazioni, dalla possibilità di generare relazioni positive di vicinato. Per fare questo, nell’intervento abbiamo anche fatto un tentativo sociale, secondo me, ben riuscito, perché per accelerare questo processo di integrazione auspicato dallo IACP, c’è stata la possibilità di inserire degli appartamenti protetti per persone con disabilità di tipo mentale. Di solito, all’interno di questi interventi, questo mix porta a delle buonissime e interessantissime possibilità di sviluppo anche nelle relazioni. Grazie.
SIMONA FRIGERIO
Grazie mille architetto per questo bellissimo esempio che ci ha portato. Ora partiamo con il secondo giro di domande. Per chi non lo sa, il senatore Castelli è stato per dieci anni sindaco di una bellissima città, Ascoli Piceno, ed è per questo che ora gli chiediamo quali misure pensa siano necessarie, sia a livello legislativo ma anche economico, per aiutare i sindaci delle nostre città ad avere città più sicure, più inclusive e più sostenibili.
GUIDO CASTELLI
La premessa di quello che dirò parte da una cosa che, rispetto a quello che diceva il professor Colleoni, mi vede d’accordo su un punto e molto contrario su un altro. Molto d’accordo nel dire che, per rispondere alla domanda, dobbiamo partire dal presupposto che l’Italia è composita, ci sono tante Italie, tanti tessuti, e quindi è difficile dare una sola risposta. La cosa che invece mi ha fatto sobbalzare è dire che il problema è il sovrappopolamento del mondo. In Italia abbiamo un’Italia che tendenzialmente sta morendo, in cui fra 50 anni saremo 6 milioni di meno, in cui tra 14 anni gli under 14 saranno solo il 10%, in cui il 40% delle persone avrà più di 65 anni. Il problema sarà sostenere la fragilità. Le città rischiano di perdere la loro funzione, che è quella di essere il luogo che faceva paura a Tamerlano, dove si faceva il pane insieme.
Io non ho ricette, però sono convinto di una cosa. Prima cosa, ha ragione l’onorevole Mazzetti: per poter ripensare le città piccole, medie e grandi dobbiamo semplificare e mettere insieme Stato, privato e privato sociale. Per rimettere insieme le città ci vogliono i soldi, lo Stato non ne ha più. Sulla base di regole chiare, è necessario stabilire chi fa cosa, con principi, onestà e trasparenza.
Seconda risposta: chi sceglie e dove si sceglie come rifare la città? A livello statale? Siamo davvero sicuri che qualcuno che ci dice cosa dobbiamo fare sia la risposta migliore in quell’Italia composita? È il modello PNRR, in cui ci dicono: “Ci sono sei cose da fare, tu le devi fare, devi fare la corsa a ostacoli per farle tempestivamente”. Si chiama sussidiarietà, ora in totale e verticale. I comuni, il tessuto della relazione istituzionale di base, sono da recuperare, perché abbiamo vissuto 10 anni, fra il 2010 e il 2020, in cui l’autonomia in Italia, a dispetto di quello che dice l’articolo 5 della nostra Costituzione (“L’Italia, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie”), è stata mortificata. Le autonomie sono il luogo del pensiero, perché a Rimini hai un problema che magari è diverso da quello che abbiamo ad Ascoli o a Milano. Quindi, restituire protagonismo ai territori.
Ultimo tema: non disperare. E allora, prima che mi dica che sto finendo il tempo, vi racconto una storia. 1894, la più grande città del mondo si chiama Londra, ha quasi 5 milioni di abitanti. A un certo momento, degli urbanisti dicono: “Attenzione, Londra rischia di essere sommersa dall’letame di cavallo”. Perché 500.000 londinesi ogni giorno si spostavano con le carrozze a cavallo, c’erano qualcosa come 250.000 cavalli a Londra e i cavalli fanno quello che devono fare: deiezioni. Londra puzzava. Si disse: “Londra va cambiata, bisogna disboscare tutti i quartieri periferici per far pascolare i cavalli e mettere l’avena perché potessero mangiare”. Stiamo sull’orlo della fine del mondo. Mentre qualche urbanista teorizzava la necessità di disgregare Londra perché rischiava di essere sommersa di cacca, successe una cosa. Qualche anno prima un signore che si chiamava Benz inventò la macchina. Qualche anno dopo un signore che si chiamava Ford capì che con la catena di montaggio era possibile rendere le macchine capaci di sostituire i cavalli. E alla fine, quell’urbanista che teorizzava la distruzione di Londra fu dimissionato.
Perché lo dico? Perché nulla è perduto. Se noi sappiamo curare anche quell’innovazione e quella capacità di interpretare le soluzioni possibili – privato, pubblico e privato sociale – nulla è impossibile per chi vuole costruire con mattoni nuovi una nuova città, che potrebbe essere anche molto antica. Grazie.
SIMONA FRIGERIO
Passiamo ora alla dottoressa Mazzetti. Le chiedo di indicarci quali sono i provvedimenti che reputa necessari e urgenti per intervenire e rendere possibile una programmazione urbanistica che tenga conto in primo luogo dei cittadini.
ERICA MAZZETTI
Grazie della domanda. Come ho detto prima, l’idea è bella e chiara, perché ho ascoltato a lungo le categorie economiche e professionali di questa nazione, ed è per questo che ho preparato quel Testo Unico delle Costruzioni che mette proprio al centro la persona. Non scordiamoci che l’umano è l’urbano; da questo binomio non possiamo uscirne. Da qui è nata la mia proposta di legge che, ripeto, il 10 settembre inizia l’iter in Parlamento.
Io credo fondamentale la consultazione con chi è del mestiere, conosce il tema, il settore, le norme. Però a un certo punto la politica deve fare delle scelte, scelte che abbiamo fatto noi come partito, Forza Italia, con la prima firma di un Testo Unico delle Costruzioni. Ma dobbiamo guardare molto anche all’Europa. L’Europa ci ha indicato un’altra strada che non è ancora sfruttata nel nostro Paese, ma che è fondamentale: tutto quello che riguarda la ristrutturazione. Questo ancora non è stato approcciato nel nostro Paese. Tutto quello che si può ristrutturare è fondamentale. Dal 2024 è direttiva europea, e allora noi bisogna lavorare lì.
Cosa significa questo? Significa che abbiamo tantissimi immobili, soprattutto della logistica e dell’ex manifatturiero, che sono lì abbandonati, che occupano suolo e che non rispettano la quota “consumo di suolo zero”. Devono essere per forza demoliti, ma non è detto che dobbiamo ricostruire in quel punto. Dobbiamo fare un salto di qualità anche culturale, perché i piani regolatori, che in tante città ormai sono anche spariti, non possono più essere limitati alle mura di un comune, ma devono essere pensati in un’area metropolitana. Se io vengo da una città come Prato, che è soffocata dagli immobili e non ha più spazio per costruire, e accanto c’è un comune con tanto spazio, demolendo delle vecchie fabbriche, perché non farlo? Ecco, qui dobbiamo ripensare da capo come pianificare.
L’altro tema fondamentale che dovremo affrontare immediatamente è tutto il tema dell’emergenza abitativa. L’Europa ci sta lavorando. Proprio ad aprile ho partecipato, come membro della commissione parlamentare ottava, a un incontro con tutti i rappresentanti degli altri Paesi europei: è un problema di tutta l’Europa, non solo nazionale. Buona parte ha già a disposizione un piano casa; nel nostro Paese, in questo, siamo indietro. Lo dico in modo chiaro, anche se sono in maggioranza. Io sono molto insistente affinché il ministro Salvini venga in commissione e facciamo insieme un piano casa che serva per domattina, insieme a Regioni, Comuni, ma soprattutto alle categorie economiche e professionali, che hanno da dare molto di più degli altri.
Ma ancor prima è fondamentale fare dei piani città. Mancano da troppi anni. Le città vanno ridisegnate pensando, come dicevo prima, non a oggi ma ai prossimi cinquant’anni. Abbiamo città, non dico centri storici perché quelli non si toccano, anzi, da lì bisogna prendere spunto, ma abbiamo tutta la prima cintura che è vetusta, ha circa 100 anni. Sono edifici fatti prima che ci fosse la legge antisismica, prima della legge energetica, ambientale e strutturale. Allora dobbiamo fare dei grandi piani città, prima ancora che piani casa, perché dobbiamo ridisegnare queste città. Abbiamo necessità di creare nuovi alloggi e, dove è necessario – c’è l’amico Guido che conosce la situazione meglio di me – se ci sono aree in cui c’è stato un dramma come in Italia centrale, in quei punti specifici dobbiamo avere anche il coraggio di spostare gli abitati, di ricostruire nuove città. Ma per fare questo si torna a quello che ho detto all’inizio: ci vuole un Testo Unico delle Costruzioni semplice, che superi tutte le norme urbanistiche ed edilizie che dal 1942 a oggi esistono e che hanno peggiorato la concorrenza con le regioni dal 2001. Il Testo Unico va proprio in questa direzione, che per me è fondamentale: il diritto di ogni persona di poter vivere in una propria abitazione.
SIMONA FRIGERIO
Grazie mille Onorevole. Ora passiamo di nuovo al presidente Valducci. Lo Stato può agire con la forza dell’istituzione centrale, ma, presidente, è sufficiente? Lei come vede la collaborazione del privato per un bene comune?
MARIO VALDUCCI
Eccomi. Dovevo riprendere, collegandomi al progetto Regenera, anche questa seconda domanda. La prima cosa che ricordo è che un anno fa, quando siamo arrivati nella nuova governance – c’è anche qui l’amministratore delegato Stefano Scalera – abbiamo verificato che c’erano tantissimi immobili fermi, abbandonati da 20-30 anni. La prima cosa che abbiamo fatto è dare un documento di identità a questi immobili, perché noi li riceviamo da soggetti pubblici, ma spesso non hanno una storia urbanistica. Insieme ai comuni dobbiamo ricostruire queste storie urbanistica, perché molti di questi immobili hanno secoli di vita. Dobbiamo ricostruire un’identità che ci consenta poi di ristrutturarli e rigenerarli.
La seconda cosa, una volta data questa identità, abbiamo messo a disposizione del mercato, proprio come soggetto pubblico ma ponte tra lo Stato e il privato, 31 immobili cielo-terra abbandonati. Di questi, 21 hanno già ricevuto delle proposte concrete di riutilizzo, spesso attraverso contratti di locazione. E siccome noi siamo un organismo dello Stato che ha la prevalenza di voler fare opere di ristrutturazione di carattere sociale e molto meno speculativo – la parte speculativa la faranno i privati – di questi 21 immobili che hanno già ricevuto proposte concrete e per cui inizieranno i lavori, la gran parte, 19, sono dedicati ad attività sociali: studentati, case per persone che non riescono a pagare affitti di mercato, senior housing. Questo è molto importante per una società come la nostra.
Chiaramente, queste rivalorizzazioni del patrimonio pubblico le facciamo insieme ai comuni, perché deve essere il tessuto sociale, locale a condividere se lì serve uno studentato piuttosto che una senior living o case a canoni convenzionati. La sinergia con le istituzioni locali e regionali è fortissima e determinante per poter dare una nuova vita. In più, creiamo ricchezza. Per arrivare a fare queste ristrutturazioni, mediamente su questi 21 immobili c’è una spesa di quasi 200 milioni. Spesso è più alto il valore della ristrutturazione del valore intrinseco del bene, ma anche qui l’attività sociale che viene data attraverso il recupero dell’immobile è fondamentale, oltre alla crescita economica perché, quando si mettono 200 milioni sui territori si dà nuova occupazione e nuove modalità di far crescere la nostra ricchezza.
Questo è il valore che noi riteniamo fondamentale. Ecco perché nel nuovo piano industriale abbiamo definito la nostra società come un ponte tra lo Stato e il privato. Noi continueremo a gestire quegli immobili che hanno molta socialità e quindi con rendimenti relativamente medio-bassi, mentre quegli immobili che possono essere valorizzati con attività ricettive-alberghiere, magari utili a quel tessuto comunale, vengono poi passati ai privati. Di questi 21 immobili che avranno una nuova vita, 12 sono stati affidati a SGR private che utilizzeranno anche contributi pubblici e finanziamenti da Cassa Depositi e Prestiti Real Estate, e 9 sono soggetti privati, imprenditori locali, che insieme a noi svilupperanno questi immobili.
SIMONA FRIGERIO
Grazie mille Presidente. E ora passiamo all’assessore Paolo Franco. Assessore, il suo piano casa è rivolto sia agli enti pubblici ma anche ai privati. Ci può dire quale accoglienza ha ricevuto?
PAOLO FRANCO
Noi abbiamo già bandito un housing sociale da oltre 18 milioni di euro, che ha raccolto le istanze del mondo dell’impresa per la necessità di realizzare alloggi per i propri dipendenti. Noi siamo nella patria di Villaggio Crespi, per cui per noi veniva facile ripetere un’operazione a distanza di anni. Dall’altra parte, abbiamo investito in un fondo con una nostra SGR, insieme a CDP, che già da anni ci ha permesso di realizzare partenariati pubblico-privati, realizzando oltre 5.000 alloggi. Non basta, ma questa è la via che dobbiamo seguire.
Rispetto a un tema che è molto delicato, concordo con tutti: la pianificazione urbanistica deve essere qualcosa di fondamentale. Oggi, se fai una città nell’hinterland di Milano con 4.000-5.000 alloggi di edilizia pubblica, che ospitano 25.000 abitanti su 40.000, non possiamo che lamentarci di avere un ghetto, se poi, come ho detto prima, c’è tutto il tema dell’indigenza. Questa è Rozzano, per esempio. Su queste situazioni dobbiamo fare il mix abitativo che stiamo facendo, con la collaborazione anche dei privati. E soprattutto, dobbiamo ragionare che quando un amministratore pianifica l’edilizia pubblica, deve pianificarne anche i servizi, perché altrimenti si portano una serie di necessità su quei territori.
Poi, lo lancio qua come tema con gli interlocutori istituzionali. Io ho anche il compito, e l’abbiamo fatto, di facilitare le giovani coppie che vogliono comprarsi una casa, rispetto a chi, come la maggior parte dei lombardi, ha fatto e fa sacrifici per averla. Quindi c’è un tema da affrontare: l’edilizia residenziale pubblica. Non sto parlando delle fragilità, degli indigenti, di quelli che non possono. Che missione deve avere? Perché sennò è a vita, e dobbiamo continuare a costruire case a dispetto di chi invece fa sacrifici. In questi anni, qualche colpevolezza sull’infinità dell’assegnazione permette anche l’assistenzialismo. Oggi, quanto mi conviene migliorare la mia condizione economica se poi perdo l’alloggio a una quota da indigente? Questo è un tema che non possiamo ignorare per le nuove generazioni.
Il lancio potrebbe essere: 20 anni, che è un periodo in cui una famiglia porta i propri figli a un primo livello di educazione, è il massimo che ti concedo, nella misura in cui hai questa necessità. Perché altrimenti non ne usciamo. Gli spazi per costruire sono quelli che sono, le economie le abbiamo sentite. Su questo dobbiamo affrontare il tema, dobbiamo dircelo, perché nel mio piccolo, in questi anni, ogni assegnazione diventa a vita. E allora dobbiamo chiarirci questo aspetto, altrimenti ci stiamo raccontando tante situazioni.
Chiudo col fatto che noi in questi anni abbiamo anche investito in una cosa che non è direttamente di nostra competenza: la sicurezza, mettendo guardie giurate H24 e portierati, riprendendo un tema, quello dei portierati, che è importante e fondamentale per ridare dignità a chi vive lì. Le nostre case in Regione Lombardia avevano già gli spazi, le agorà per parlare, ma se non ci fosse stato la sicurezza sarebbero diventati punti da cui scappare. Oggi la ridimensione è coinvolgere tutti gli aspetti sociali, quindi il terzo settore. Noi facciamo partenariati con loro e anche con i privati, per cui oggi la via qual è? Tu fai il fornitore di energia per quel determinato numero di immobili, insieme a me; quindi, anche io come Regione metto delle economie, ristrutturiamo e insieme abbiamo un ragionamento che guarda avanti. È ovvio: patti chiari, amicizia lunga.
SIMONA FRIGERIO
Grazie mille Assessore. Ora torniamo all’Assessora Ridolfi, a cui voglio chiedere che cosa auspica il comune di Rimini per una città moderna.
VALENTINA RIDOLFI
Credo che il grande auspicio sia quello di un’alleanza vera e propria tra il pubblico, che deve fare il suo mestiere perché ha un dovere etico di avere una visione, un pensiero. Sono anch’io assolutamente d’accordo sul fatto che bisogna rovesciare la tendenza degli ultimi anni a prediligere l’edilizia rispetto all’urbanistica, perché l’urbanistica, la pianificazione e la progettazione urbana sono fondamentali per garantire la qualità degli spazi di vita e di relazione delle persone. Non si può fare il contrario, altrimenti mettiamo una sommatoria di interventi che non rispondono, per i motivi che l’assessore Franco ha appena detto, al bisogno abitativo delle persone a fascia grigia, che ormai sono la classe media, e non creano nessuna qualità urbana.
Prima cosa: rimettere al centro il pensiero della città. Io ascoltavo ieri l’amatissimo presidente Draghi che, da bravo uomo di finanza, parlava di pragmatismo verso la visione. Ecco, io credo che chi si occupa di città non possa rinunciare ad avere anche la visione. Poi il pragmatismo è tutto quello che è stato detto, cioè come si lavora insieme per il bene collettivo, sapendo che quello che ci interessa raggiungere è la bellezza civica di cui parlava Vico, la bellezza urbana da cui discende. Ma noi dobbiamo rimettere al centro la bellezza civica, le persone. Questi sono i nostri mattoni. I nostri mattoni sono le persone, e quello che gli ruota attorno deve essere in funzione loro.
Quindi io auspico questo: un grande movimento del mio territorio nella parte pubblica, privata, sociale, ma auspico anche collaborazioni con tutte le realtà che si stanno occupando di città, che, come dico sempre, è il miglior mestiere del mondo, anche se sicuramente uno dei più sfidanti. E come dice qualcuno, è la più grande invenzione dell’umanità. Credo anche io che da qui ripartirà, anzi, da come faremo le nostre città si misurerà la sostenibilità futura del nostro pianeta, delle nostre nazioni e delle nostre comunità locali.
SIMONA FRIGERIO
Grazie mille, grazie. Ora torniamo all’architetto Benatti. Da tecnico architetto, quanto le governance delle città sono davvero sensibili a una richiesta di un’architettura e un’urbanistica moderna, sostenibile e accogliente?
LUIGI BENATTI
Sì, allora, intanto vorrei mostrare un altro video che ho portato, non di un progetto mio ma di un progetto realizzato in Francia. Riguarda alcuni edifici residenziali pubblici che sono stati trasformati con un intervento secondo me semplicissimo e geniale, che li ha cambiati completamente.
(Proiezione di un video senza audio)
Sono stati realizzati dei semplici balconi prefabbricati che hanno ampliato l’area esterna di queste facciate terribili e hanno creato un ambiente filtro tra la casa e l’esterno, che ha rigenerato completamente questi edifici.
Allora io dico, primo passo: il progetto. Lo diceva prima benissimo l’onorevole Mazzetti, la ringrazio tantissimo. Il progetto è importantissimo perché è la matrice di un’idea, della possibilità di creare innovazione all’interno di un tessuto sociale. Il progetto, la pianificazione. Prima di tutto. Non lo dico perché sono un architetto e quindi è il mio mestiere, ma è necessario rischiare a questo livello.
Seconda parola importantissima: il coraggio. Bisogna avere soprattutto il coraggio di eliminare, di liberarsi dagli facili slogan. Uno, per esempio, che sento di più e che ormai si è rivelato impossibile e ci sta imprigionando, è il cosiddetto slogan “consumo di suolo zero”. È un pensiero debole, perché non ci permette di rigenerare gli ambiti più intasati, quelli che hanno bisogno di poter portare fuori edilizia. Perché? Perché ci sono talmente tante tecnologie, talmente tanta capacità per poter rendere a impatto zero interventi anche realizzati su aree verdi. Dobbiamo utilizzare queste tecnologie, dobbiamo liberarci dagli slogan facili che ci stanno distruggendo, rendendo impossibile riqualificare le nostre città.
Terza e ultima cosa: velocità. Io chiedo velocità. L’intervento che vi facevo vedere prima, quello di Bologna, è stato pensato nel 2003 e concluso nel 2024. Venticinque alloggi, con i finanziamenti sul tavolo: 21 anni per realizzarli. Siamo a Bologna, una città che si vanta di avere una capacità amministrativa importante, o quanto meno matura. Ecco, questo è il ritmo dei nostri interventi, perché ci sono, diceva benissimo e la ringrazio ancora l’onorevole Mazzetti, talmente tante norme incrociate, contraddittorie, vetuste, impossibili, impraticabili, irrealizzabili, che praticamente ci legano le gambe. È come se ci dicessero di correre all’interno di una palude. Questo è impossibile. È veramente importantissimo creare un nuovo pensiero totale su urbanistica, costruzioni, edilizia e lavori pubblici.
SIMONA FRIGERIO
Grazie architetto per questo bellissimo esempio e anche per le considerazioni. Penso che anche tra il pubblico ci ritroviamo in moltissimi nelle sue parole. Passiamo ora al professor Colleoni. Il professore prima ci ha detto che tutto o quasi passa dalla città: la maggior parte della popolazione italiana e mondiale si concentra lì. E quindi le chiedo: quale intervento considera veramente fondamentale per la sostenibilità? L’urbanistica, i trasporti, la mobilità pubblica, la lotta all’inquinamento, oppure tutti?
MATTEO COLLEONI
Sì, allora, una precisazione sul rapporto sviluppo demografico e urbanizzazione. A livello mondiale, il grosso incremento demografico si verifica nelle aree urbane. Esiste una forte correlazione, da sempre, tra urbanizzazione, sviluppo demografico e sviluppo industriale. Questo a livello mondiale. Ci aspettiamo quindi che il grosso traino demografico si verifichi a livello urbano.
A livello dei Paesi sviluppati, la situazione è molto diversificata. Nei Paesi nordici, per esempio, questa relazione è ancora molto forte, nei Paesi mediterranei molto meno, in Italia è debolissima. In Italia, se non avessimo flussi di immigrazione, pur molto contenuti, avremmo un calo demografico; comunque abbiamo una stabilità demografica. A livello di Paese, la situazione dai dati statistici è la seguente: abbiamo le città che hanno avuto un incremento demografico, che sono poche, soprattutto quelle ricche del Nord. Abbiamo le aree interne che sono in forte calo demografico. Abbiamo le zone sub e periurbane che sono in forte aumento demografico.
Di conseguenza, la cosa molto importante da tenere in conto, per chi amministra, è che abbiamo più di due Italie. L’Italia che ha un aumento demografico, che si verifica soprattutto nelle periferie delle aree urbane, quelle che noi chiamiamo zone sub e periurbane. L’Italia che ha un piccolo aumento demografico diversificato, che è quello delle grandi città, molto vario: nel Nord e a Roma abbiamo un aumento, mentre nel Sud abbiamo un calo demografico anche urbano. E poi abbiamo, drammaticamente, le aree interne che stanno perdendo popolazione. Questa è la situazione statistica. In termini di politiche, lo si lascia fare ai politici, è ovvio che va fatta una politica di aumento demografico e di sostegno soprattutto delle aree interne.
Per quanto riguarda invece le aree urbane, su cosa intervenire? Sui due settori nei quali c’è più domanda di consumo e anche emissioni dirette e indirette, che sono il settore edile e il settore dei trasporti. Le città emettono e consumano il 70% delle risorse: all’interno di questa quota, il settore edile è attorno al 50% e quello dei trasporti attorno al 30%. Quindi, i primi interventi da fare sono nel settore dell’edilizia e dei trasporti.
In quale direzione? Nel settore dell’edilizia, la faccio molto breve, attraverso una ristrutturazione delle fonti energetiche per l’energia termica e frigorifera. Non possiamo diminuire la domanda di energia termica e frigorifera in queste condizioni. O spostiamo popolazione, oppure a parità di popolazione cerchiamo di avere una struttura della fonte energetica diversa. Questa è la prima soluzione, attraverso soluzioni che vanno nella direzione dell’elettrificazione, dello stoccaggio e del contenimento delle emissioni di inquinanti.
Per quanto riguarda invece i trasporti? I trasporti emettono il 30% di inquinanti a livello complessivo. Come intervenire? In due direzioni. Primo, il contenimento del parco veicolare. L’Italia ha il più alto parco veicolare d’Europa: 52 milioni di veicoli su 60 milioni di abitanti, di cui 40 milioni di autovetture. Siamo, dopo il Lussemburgo, il Paese con il più alto tasso di motorizzazione. Come prima cosa, va contenuto il tasso di motorizzazione. Seconda cosa, va aggiornata la struttura di motorizzazione italiana. Considerate che abbiamo ancora oggi circa un 90% di parco veicolare endotermico, con una struttura veicolare molto vecchia. Sapete quant’è l’età mediana di un’autovettura in Italia? Tredici anni. Sono autovetture troppo vecchie, troppo inquinanti. Quindi, come nel campo edilizio, va fatto un lavoro di ristrutturazione delle fonti energetiche sia del settore edile che di quello trasportistico.
Detto questo, non va fatto soltanto a livello urbano. E quando parlo di città, attenzione, non è soltanto la città. C’è l’area metropolitana milanese, in cui abitano 5 milioni di persone, un’area in cui il grosso incremento demografico non ce l’ha Milano, ma le città piccole attorno, a bassa densità, dove vanno ad abitare le famiglie che pagano una villetta a schiera più o meno il prezzo di un monolocale in un quartiere semicentrale di Milano, e si spostano fondamentalmente con le autovetture.
In termini politici, sono d’accordissimo con quello che dice l’assessore: sostenere molto le aree interne, anche attraverso politiche di redistribuzione demografica, molto opportune. È vero che il 50% vive sul 10% della superficie, ma l’altro 50% vive dall’altra parte. Quindi, due politiche differenziate. E per le città, politiche che vanno a vedere il sistema dei consumi e delle fonti energetiche delle due attività, edile e trasportistica.
SIMONA FRIGERIO
Grazie mille professore. Ora chiudiamo il secondo giro di domande con Giuseppe Cappochin. Il Consiglio Nazionale degli Architetti ha formato un comitato scientifico presieduto da Carlos Moreno, l’ideatore della “città dei 15 minuti”, e ha pubblicato il volume “Italy in proximity”. In questo volume sono inserite e raccontate iniziative di innovazione di molte città europee. Ora chiediamo a Pino: come sono messe le città italiane dei 15 minuti?
GIUSEPPE CAPPOCHIN
Ci sono e stanno crescendo. Abbiamo fatto questo comitato perché vogliamo avere, nei nostri rapporti e nelle proposte di progetto che portiamo avanti, un’autorevolezza scientifica. Il lavoro ci ha portato alla scrittura di questo libro che citavi, “Italy in proximity”, legato a quella che è la visione della rigenerazione urbana e dell’urbanistica territoriale italiana, anche per dare un segnale che non possiamo continuare in questa direzione.
Devo dire che ci sono tantissime realtà in Italia che si stanno muovendo, soprattutto dopo il Covid. Il Covid è stato un acceleratore importante di processi in questa direzione. Abbiamo capito che non potevamo continuare a vivere in questo modo, che andavano poste le persone al centro del progetto. Te ne dico qualcuna che mi viene in mente perché abbiamo avuto contatti diretti. Verona sta facendo il nuovo piano, ha già approvato il documento preliminare incentrato su questi temi: le persone al centro del progetto e la prossimità. La stessa cosa sta facendo Reggio Calabria, non con un piano vero e proprio ma con un masterplan importante della città, e stanno andando in questa direzione specifica, con una modalità diversa che, secondo me, può anche aiutare sul discorso della semplificazione delle procedure. Mi viene in mente Bologna, naturalmente, che è partita ancora prima della “città dei 15 minuti”, è già da tempo che sta lavorando in questa direzione. Mi viene in mente Genova. Mi vengono in mente anche tante piccole realtà.
La Francia ha una legge, “Petites Villes de Demain”, finanziata con 3 miliardi di euro per le città sotto i 20.000 abitanti, che vengono chiamate “città dei 15 minuti”, che non è quanto tempo ci metto ad attraversare la città, ma come la vivo. E questo è estremamente importante.
Devo dire che, non più come esponente del Consiglio Nazionale ma come professionista, mi capita sempre più spesso di ricevere incarichi per realizzare dei masterplan dei centri dei comuni. E questo diventa importante. Ne abbiamo già completati due, già approvati. Cosa ha portato questo? In queste realtà, i privati – perché sono d’accordo col senatore Castelli che si deve trovare l’equilibrio tra l’interesse pubblico e l’interesse privato, altrimenti non si riesce a creare questa operazione – facevano delle proposte al comune di accordo pubblico-privato, ognuno proponendo qualcosa di slegato dall’altro. Il masterplan invece ha realizzato una visione complessiva al 2050, una visione futura della città. È stato approvato, ci sono state discussioni pubbliche ed è stato apprezzato, perché c’è molta sensibilità anche nella popolazione adesso in questa direzione, in questa attenzione a porre le persone al centro. C’è una nuova cultura, aiutata anche dal Covid.
Cosa ha comportato questo? Fatto e approvato il piano, i proprietari di questi alberghi non erano molto contenti perché non era il loro progetto, però hanno capito che se il loro progetto diventava un tassello di un disegno complessivo, anche loro ricevevano ancora più vantaggio, perché questo si accompagnava a interventi pubblici non fini a se stessi, ma con una visione complessiva che genera più valore. Nel giro di due anni è stato fatto e approvato il masterplan, perché non è uno strumento codificato e quindi non ha bisogno di tutti gli iter di approvazione. Sono partiti gli accordi, sono già approvati con una variante specifica al piano e adesso stanno attuando gli accordi. Questo è un sistema che, secondo noi, funziona molto bene, con il privato che poi interviene nel pubblico in questa direzione.
Direi che è anche importante una cosa: rigenerare costa più che costruire sul nuovo. Se noi vogliamo contenere il consumo di suolo, inteso come la prima macchia d’olio, dobbiamo creare le condizioni perché rigenerare sia competitivo rispetto a creare nuove realtà.
SIMONA FRIGERIO
Grazie mille Giuseppe, grazie mille a tutti i nostri relatori che ci hanno aiutato a capire meglio il vasto tema della città. Ora sappiamo che si può costruire una città nuova con mattoni nuovi, mettendo al centro la passione per l’uomo e l’amore per il prossimo. Vi ricordo di sostenere il Meeting di Rimini, che ci offre tantissimi incontri di altissimo livello, lo fa a titolo gratuito e quindi ha bisogno del nostro aiuto. Grazie e buon Meeting a tutti.










