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LO SGUARDO CHE ALLARGA L’UMANITÀ: LA LETTERATURA COME ESPERIENZA DEL REALE
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Eraldo Affinati, scrittore e docente, fondatore della Scuola Penny Wirton; Paolo Malaguti, scrittore e docente. Modera Letizia Bardazzi, presidente Associazione Italiana Centri Culturali
Nelle due lettere del 2024, Papa Francesco riconosce alla poesia e alla letteratura una funzione essenziale: esplorare le profondità dell’animo umano per comprendere noi stessi e il mondo che ci circonda. Ma cosa significa davvero “fare esperienza della realtà” attraverso le pagine di un libro? Come la letteratura può diventare palestra dello sguardo, allenandoci a vedere con gli occhi dell’altro? Nell’incontro tra due voci della narrativa contemporanea – Eraldo Affinati, che dalla cattedra alla Scuola Penny Wirton ha fatto dell’incontro con l’altro una vocazione, e Paolo Malaguti, esploratore delle pieghe più nascoste dell’esistenza – si indaga il potere trasformativo della lettura. Perché leggere non è mai atto neutro: è coinvolgimento personale, è ampliamento di prospettiva, è costruzione di quella “ampiezza di umanità” che sole le storie sanno regalare. Un dialogo sul presente della letteratura italiana e sulla sua capacità di farci abitare la complessità del reale.
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LETIZIA BARDAZZI
Buonasera a tutti, benvenuti a questo incontro dal titolo “Lo sguardo che allarga l’umanità, la letteratura come esperienza del reale”, in questo bellissimo primo giorno di Meeting. Nel 2024 Papa Francesco ha indirizzato due lettere sulla sua visione della poesia e della letteratura, in una sintesi robusta del suo percorso personale. La prima, uscita all’inizio di agosto del 2024, ha sottolineato l’importanza del ruolo della letteratura nella formazione e nella maturazione di ogni uomo; la seconda è una missiva indirizzata ai poeti. Queste due lettere ci hanno accompagnato tutto l’anno nella preparazione del Meeting, in particolare nel lavoro che i centri culturali hanno fatto nella presentazione di autori e di libri che presentiamo al Book Corner, che è lo spazio dedicato agli incontri con la formula di podcast live. La letteratura e quindi l’ascolto dei grandi autori è una via di accesso per entrare in un fecondo dialogo con la cultura del nostro tempo. Ci apre nuovi spazi interiori e ci permette di dare vita, dare corpo, dare parola a tutto ciò che noi viviamo, a ciò che desideriamo, a ciò per cui soffriamo, a ciò che sogniamo. Perché che riusciamo a superare gli angusti confini dell’io, chiuso talvolta in un individualismo e in un’indifferenza, e ci si apra a tutta la realtà, alla realtà intera nella pluralità delle sue sfaccettature. Quante volte sentiamo che le parole di uno scrittore dicono meglio di noi ciò che pensiamo e proviamo? Ci sentiamo letti dalla pagina che leggiamo. C’è chi ti rappresenta meglio in ciò che manchi e in ciò che desideri. È ciò che portava Luigi Giussani a definire Leopardi un’autorità, proprio perché esprimeva meglio di se stesso quello che provava. Un’autorità che poi diventa amica nella misura in cui lo si interiorizza, capendone le ragioni e scoprendone i limiti. E quante volte egli ha letto nell’opera di grandi autori la tensione alla ricerca del volto umano, affrontando con loro, nel confronto con le loro parole piene di arte, di genio e quindi di profezia, le questioni più importanti, più acute della coscienza umana, offrendoci un percorso culturale che in questi anni ha educato tutti noi. La letteratura, dice Papa Francesco, è come un telescopio, secondo la celebre immagine coniata da Proust, puntato su esseri e cose, indispensabile per mettere a fuoco la grande distanza che il quotidiano scava fra la nostra percezione e l’insieme dell’esperienza umana. Oggi abbiamo con noi due voci della narrativa contemporanea, due insegnanti che hanno sperimentato la profonda potenza della narrazione e del racconto e che coltivano la passione dello scrivere per accrescere se stessi e per vivere la sfida della relazione con i ragazzi. Ve li presento: Paolo Malaguti, per la prima volta al Meeting, scrittore e insegnante. Tra i suoi ultimi libri ricordo “SicutErat. Il mistero in dialetto: storia di una fede piana” per la Libreria Editrice Vaticana, “Fumana”, che presenteremo domani al Book Corner, di Einaudi, “Sul Grappa dopo la vittoria”, di cui è uscita la ristampa per Einaudi, che è il grande esordio di Malaguti, “Piero fa la Merica” e tanti altri. Ti accogliamo con un grande applauso. Eraldo Affinati, ben noto al pubblico del Meeting, scrittore e fondatore della scuola Penny Wirton, una scuola gratuita di italiano per migranti che è presente in ben 65 città italiane. In libreria adesso con “Testa, cuore e mani: grandi educatori a Roma” per la Libreria Editrice Vaticana. Ricordo “L’uomo del futuro: sulle strade di Don Lorenzo Milani”, “Il Vangelo degli angeli”, “La città dei ragazzi” e tanti altri. Benvenuto Eraldo.
Allora, iniziamo questo nostro dialogo con questa domanda che rivolgo a Paolo Malaguti. Paolo, nei tuoi romanzi valorizzi molto la cultura, la tradizione linguistica della tua terra, il Veneto, e anche l’importanza della narrazione familiare. Affermi che tutti noi in fondo siamo portatori sani di storie, che dovremmo accettare il rischio del racconto, perché un racconto, stringi stringi, è un atto di amore. Cosa hanno suscitato in te le parole di un pontefice sul ruolo della letteratura nella nostra vita?
PAOLO MALAGUTI
Allora, intanto buonasera. Davvero grazie, grazie di questo che per me, come hai detto, è una prima volta e ovviamente sono discretamente preoccupato, quindi grazie di questo onore sulla fiducia. Quello che dicevi sul metodo che provo a seguire, che ho provato a seguire fino ad oggi almeno per cercare le storie, ad oggi ne ho riscontrato la validità, ovverosia le storie sono davvero molto vicine. Il materiale narrativo è l’ultimo dei problemi, secondo me, di un narratore, perché basta mettersi con lo sguardo giusto e abbiamo il privilegio, che è anche ovviamente una responsabilità grave, di vivere in una parte di mondo con una densità storica, artistica, linguistica incredibile. Quindi tutto questo può essere materiale narrativo, anche se a volte, e questo ad esempio è il tema del dialetto, ci comportiamo all’opposto, cioè quasi lo censuriamo, quasi ne facciamo un atto di vergogna cercando invece di uniformarci.
Nel merito della tua sollecitazione, in particolar modo nella lettera di Papa Francesco rivolta al tema del rapporto tra letteratura e formazione anche sacerdotale, due sono stati i nodi che mi hanno impressionato e che ho sentito vicini, due parole che richiamo e provo a commentare brevemente, tenendo lo sguardo un po’ strabico tra amante della scrittura da un lato e insegnante dall’altro. La prima parola sulla quale Papa Francesco è tornato spesso è la gratuità, la gratuità dell’atto narrativo e dell’oggetto letterario. Il tema della gratuità, a mio avviso, è molto bello, paradossalmente rivoluzionario ai giorni nostri e quindi, quando cerco proprio di fare i primi passi in classe cercando di far capire come funziona la letteratura, ci soffermiamo su quelle specifiche. Un testo narrativo è un testo, è un atto comunicativo, è qualcosa che uno compone e scrive, in questo caso, presupponendo dei destinatari, solo che è un testo che obbedisce a regole differenti rispetto a un articolo di giornale o, che ne so, al bugiardino di una confezione di medicinali. I fondamenti dell’estetica individuano tre ingredienti, tre paradigmi, tre principi focali che caratterizzano l’oggetto artistico o il testo letterario nella nostra fattispecie rispetto a tutti gli altri testi. E uno di questi, il termine tecnico è “la sospensione del criterio di utilità pratica”. Cioè, quando noi leggiamo un romanzo, come quando noi ascoltiamo una canzone o entriamo in un museo e guardiamo un quadro, di fatto dovremmo verificare un piacere che si autoavvera, che si autoesaurisce. Il che da insegnante mi provoca, perché ovviamente va da sé che assegnare la lettura di un romanzo col fine di un’interrogazione o di un compito in classe crea un cortocircuito nel piacere della lettura, perché nega questo principio di mancanza di una gratuità. Solo che, a mio avviso, la gratuità può andare anche oltre, e cioè ci può aiutare soprattutto con gli studenti a ricordarci, a ricordare loro, ma anche a noi stessi, che poi arriveranno le funzioni pratiche della vita, poi arriverà l’obbligo anche dello stipendio, di trovare un posto nel mondo, una progettualità anche professionale, però non è tutto lì. Ci sono anche altre cose. La ricerca del bello può anche essere fine a se stessa e può prescindere da un principio economico. Non siamo solo prodotto interno lordo.
L’altra parola su cui Papa Francesco è tornato spesso in questi documenti è il senso del rapporto tra letteratura e mistero. E anche questo, a mio avviso in maniera interessante, ci richiama a un altro di quei tre ingredienti che fanno sì che un testo letterario sia un testo letterario. Ed è, di nuovo, una parola tecnica, ma che significa qualcosa che abbiamo tutti sperimentato nella vita: è la polisemia. Ovvero, un testo letterario non esaurisce mai i suoi significati, che è il motivo per cui, ad esempio, leggendo un testo pensato per un’altra cultura rispetto alla nostra, come l’Odissea, continuiamo a sentire risuonare qualcosa. Ed è anche il motivo per cui quando noi stessi rileggiamo lo stesso romanzo a distanza di anni non stiamo facendo una semplice operazione di ripasso, ma scopriamo cose nuove. Cioè, il testo letterario rivela sempre cose nuove, quindi ha una carica inevitabile di mistero, è un pozzo senza fondo, scopriamo sempre. Questo magari avviene in maniera massima nella poesia. Quando provo ad affrontare un testo molto complicato come “La casa dei doganieri” di Montale, provo a fare questo gioco di togliere le note a piè di pagina e di dire: “Ok, cosa vuole dire qui?”. E lì, come è giusto che sia in arte e in letteratura, fioriscono le idee e le proposte. Questo, a mio avviso, uscendo di nuovo, come prima, dall’ambito letterario, ha anche una valenza profondamente etica. È un valore intimamente democratico, perché ti insegna, se esercitata la polisemia fin da piccoli, a rispettare le opinioni diverse dalle tue. Ti insegna a capire che se qualcuno non la pensa come te su un tema, beh, ragionateci assieme. E ci insegna che se adesso, qui, quanti noi siamo, dicessimo ognuno qual è il romanzo della sua vita, probabilmente salterebbero fuori 200, 300 risposte diverse. La cosa bella è che avremmo tutti ragione. Quindi gratuità e mistero, li ho trovati due punti molto stimolanti.
LETIZIA BARDAZZI
Bello, grazie mille. Eraldo Affinati, che valore ha per te la letteratura nella tua vita di educatore e in che modo permette di sviluppare quelle immagini della vita e anche di interrogarsi verso il suo significato e quindi di diventare anche un tramite per uno sviluppo spirituale e culturale?
ERALDO AFFINATI
Buonasera. Io ho sempre sentito un nesso abbastanza forte tra il tema educativo e il tema letterario. Questa è la ragione per cui queste riflessioni di Papa Francesco mi hanno toccato nel profondo, perché, sin dall’inizio, quando ho esordito con un libro dedicato a Tolstoj, “Veglia d’armi”, ho sentito sempre dentro di me questa doppia pulsione pedagogica e letteraria. In effetti Tolstoj, se ci pensiamo bene, è stato il più grande scrittore-insegnante dell’epoca moderna. Non ho mai sentito divaricate queste due cose. Scrivere e insegnare significa condividere una comune responsabilità: la responsabilità della parola. Parola scritta nel caso dello scrittore, parola orale nel caso dell’insegnante. Ma cosa vuol dire esercitare la responsabilità della parola? Non è un concetto giuridico, non è un concetto precettistico, è qualcosa di molto profondo. L’insegnante quando sta in classe deve assumere la responsabilità dello sguardo dei suoi studenti. Questo è un punto che ci porta in una condizione pregiuridica, è quella differenza essenziale tra l’uomo e l’animale. E anche lo scrittore è vincolato all’esperienza che deve trasmettere e questo è un punto fondamentale che io ho molto ritrovato nelle parole di Papa Francesco. Noi oggi viviamo un rischio fortissimo, a mio avviso: il rischio di poter considerare le nostre parole libere, cioè sganciate dalla necessità del riscontro. Vediamo i ragazzi, vediamo i giovani, gli adolescenti che spesso hanno l’illusione di poter dire e fare e pensare e sognare qualsiasi cosa, mentre invece l’educatore deve riuscire a far capire ai suoi alunni, ai ragazzi che ha di fronte, che non possiamo permetterci di pensare, di sognare, di essere tutto e il contrario di tutto. C’è il momento in cui tu devi scegliere, devi scegliere fra tante possibili opzioni che hai di fronte. E in questa scelta non devi stare sempre in sospensione. La letteratura, dice Papa Francesco, ti aiuta a discernere. Lui da gesuita aveva ben chiaro questo elemento del discernimento. Tu leggi “Guerra e pace”, per esempio, di Tolstoj, come facevo io da ragazzo nella mia solitudine (non ho avuto maestri), e in quel momento io capivo che potevo essere Pierre o potevo essere Andrej, potevo identificarmi in questo o in quel personaggio. Tolstoj, i grandi scrittori, ti chiamano a prendere posizione, ed è questo l’elemento cruciale della letteratura di oggi. Prendere posizione significa rinunciare. Rinunciare non è facile, è doloroso perché tu rinunci a qualcosa che avresti potuto fare in nome di un’altra cosa in cui credi di più. Quindi io penso che oggi i ragazzi soprattutto hanno bisogno di adulti che possano incarnare una scelta, che possano essere ai loro occhi delle persone che hanno scelto, che hanno deciso di intraprendere una strada, che hanno disertato le altre strade. La letteratura ti insegna che la libertà non è il delirio e il superamento del limite e l’ebbrezza. La libertà è accettare il tuo limite e questo è un percorso di educazione sentimentale, come si diceva una volta, che oggi i giovani, io sento, hanno fatica a fare. Perché la rivoluzione digitale che abbiamo di fronte in qualche modo li illude, li seduce, li droga, droga il loro desiderio, in qualche modo li porta a restare sempre disponibili a tutto. Qui invece, alcuni scorci di queste riflessioni di Papa Francesco ci aiutano a riportare la letteratura a questa sua dimensione formativa. La letteratura come dimensione formativa che ti aiuta a crescere, ti aiuta a diventare ciò che magari tu già sei e non sai. In questo senso Sant’Agostino, con il suo concetto di maestro interiore, in qualche modo ci aiuta ancora oggi a capire che in ognuno di noi, e noi insegnanti lo sappiamo, c’è un fuoco originario. L’insegnante è quello capace di vedere il futuro negli occhi dei suoi studenti, quel futuro a loro stessi ignoto.
LETIZIA BARDAZZI
Grazie Eraldo. Entrambi avete avuto un’esperienza di fede di cui conservate una profonda gratitudine, che avete raccontato spesso nei vostri scritti e in altre occasioni. Paolo Malaguti con l’Azione Cattolica, i campi in Val Pusteria, i giovani verso Assisi. Eraldo Affinati sicuramente nell’imbattersi nella personalità geniale ed educativa di Don Lorenzo Milani. Vorrei riflettere con voi sull’affermazione di Erich Auerbach per cui è proprio grazie alla narrazione del Vangelo che si è introdotto un nuovo realismo nella letteratura, perché è con il cristianesimo che si è segnato un nuovo valore, un valore infinito, alla concretezza del quotidiano, di tutti i giorni. Vi chiedo, come vedete il legame tra la concretezza della narrativa dei Vangeli e la capacità della letteratura, e quindi anche nelle vostre opere, di rivelare il reale e l’umano nella sua imperfezione e anche nella sua misteriosa profondità?
PAOLO MALAGUTI
Sì, è vero. Con il senno del poi è stata una bella fortuna quella di poter incontrare, perché non è stato un atto pienamente volontario. Mi sono trovato in un contesto di persone, di incontro in oratorio in una parrocchia francescana e da lì ho potuto iniziare un percorso che è passato attraverso l’animazione, ed è stato proprio nel momento in cui animavo e mi divertivo molto che ho pensato che avrei potuto provare anche a insegnare, ad andare avanti. Una cosa che all’epoca non mi piaceva era quando ai ritiri spirituali c’era il momento in cui dovevi prenderti il Vangelo e leggertelo. La trovavo una cosa inutile e me ne vergognavo anche perché mi sembrava una cosa bigotta. Infatti al liceo di questa cosa con i miei compagni non ne parlavo, glissavo sul fatto che avevo la mia copia delle Fonti Francescane, la mia copia dei Vangeli che dovevo leggere. Chiaramente sbagliavo. Infatti è successo che poi un po’ alla volta ho capito che una delle ragioni per cui mi sembrava inutile quell’attività, cioè la presunzione di conoscere già i Vangeli (“li ho sentiti a messa tutta la vita, cosa devo leggerli ancora?”), era una presunzione falsa, sbagliata. Nel senso che li avevo sentiti, raramente li avevo ascoltati, non li avevo mai letti con attenzione e scoprivo qualcosa. Questo qualcosa era appunto che, in una maniera che non accadeva in modo altrettanto forte, altrettanto caldo, quando studiavo i poemi epici o quando traducevo magari le versioni dal latino o con parecchia più fatica dal greco, sentivo che era una realtà più distante. Invece lì mi trovavo con una realtà più vicina, nonostante i duemila anni di lontananza. Registravo questo calore, registravo questa, qui e lì anche emozione, non riuscivo a interpretarla e l’ho lasciata lì. È stato proprio negli anni dell’università che mi è capitato di leggere “Mimesis” di Auerbach e sono riuscito a far mia la risposta all’analisi che fa lui e che in qualche modo è sottesa alla tua sollecitazione. Cioè, nel capitolo in cui Auerbach argomenta la carica dirompente e rivoluzionaria che i testi evangelici hanno nel bacino del Mediterraneo, nella ridefinizione della rappresentazione della realtà, porta un esempio. Porta un esempio dal Vangelo di Matteo. Siamo nei capitoli della passione di Cristo, nel momento in cui Pietro si è fermato nel cortile del Sommo Sacerdote e da lì aspetta in questo momento di sospensione, di attesa, di paura, tant’è che, interrogato, (“ma sei anche tu?”, “no”, “ti riconosco, tu sei uno di loro”), lui rinnegherà Gesù per tre volte. Ecco, nel testo di Matteo, se non sbaglio, a differenza degli altri tre, alla terza accusa, l’argomentazione che portano i servi del Sommo Sacerdote è questa: “Anche la tua parlata ti manifesta”, anche il modo in cui parli ti denuncia. Oggi diremmo: “Anche l’accento fa capire che sei uno di loro, anche il tuo dialetto”. E Auerbach fa notare che è la prima volta, in sostanza, che ci troviamo di fronte a un testo che ha un doppio carpiato, una doppia rivoluzione. Uno: esce dalla nobiltà, dall’eccezionalità fisica o morale dei protagonisti classici, esce dalla straordinarietà degli eventi e ci porta in un contesto tutto sommato normale, un cortile, con persone normali, e ci fa addirittura sentire le differenze di accento, di inflessione, tra una parte e l’altra di quelle terre. Ed è una cosa nuova e dirompente, straordinaria. Tant’è che, per trovare un testo della letteratura classica in grado di un realismo simile, bisogna andare a pescare il “Satyricon” di Petronio, che infatti non a caso, secondo una bella chiave di lettura, è un testo che presuppone, forse in chiave parodica, i Vangeli. Secondo una bella teoria Petronio forse aveva in mente, sapeva, aveva letto, aveva in qualche modo noto qualche testo sulla storia, sulla vita di Gesù, e forse anche per questo diventa un testo così rivoluzionario. Che i Vangeli abbiano quindi in qualche modo creato una mutazione genetica nell’immaginario occidentale, ci sta. Resta da capire il perché, e questo perché secondo me ci avvicina al senso del perché ancora oggi leggiamo romanzi e del perché proprio il genere romanzo sia fiorito, si è sviluppato e si è esploso, anche se in qualche modo esisteva già prima, proprio nella civiltà del Mediterraneo. È la centralità dell’uomo. Cioè, quando provo a spiegare i fondamentalissimi, la base-base-base di che cos’è un testo narrativo, dico che è un testo in cui c’è qualcuno che fa qualcosa. Stop. Quindi la conditio sine qua non perché un testo sia un testo narrativo è che ci deve essere qualcuno che agisce, una persona. Quindi al centro del testo narrativo, al centro del romanzo, ci sono le persone. Questa centralità delle persone è speculare alla centralità dell’uomo nel messaggio cristiano, non solo dell’Uomo-Dio e del Dio che si fa uomo, ma della dignità di ogni uomo, anche di un pescatore che rinnega il suo maestro per tre volte. Questa cosa qui è, secondo me, emozionante e ci rinnova sempre nella responsabilità di mettere al centro dei nostri racconti la dignità umana. Non dimenticarci che quando noi raccontiamo storie, mettiamo uomini e donne al centro delle nostre storie e stiamo parlando, anche se in maniera indiretta, a uomini e donne che prenderanno in mano magari i nostri racconti. Ricordarci che al centro del messaggio cristiano c’è una dimensione narrativa e c’è una rivoluzione della dignità dell’uomo, secondo me, è una bella chiave di lettura. Sommata anche a una cosa che a me diverte sempre ricordare a me stesso, cioè che nel cristianesimo non ci siamo accontentati di un testo sacro, ma ne abbiamo quattro di riferimento, quattro Vangeli. Quindi la stessa storia è come se, simbolicamente mi viene da dire, si sia accettata la sfida di dire: “Ok, non è importante la parola, non va idolatrata la parola, la stessa storia te la raccontiamo in quattro versioni, perché l’importante è la centralità dell’uomo”.
LETIZIA BARDAZZI
Grazie Paolo. Ti ringrazio perché mi hai dato modo di comprendere ancora più a fondo la profondità di alcuni tuoi romanzi che ho potuto leggere, quindi la concretezza e la misteriosità che alcuni dei personaggi evocano. Grazie. Eraldo.
ERALDO AFFINATI
Diciamo che il realismo di cui parla Auerbach, inaugurato dalla rivoluzione cristiana, per me è legato al tema della qualità della relazione umana che il cristianesimo afferma. Nel momento in cui il giovane Nazareno scende per la prima volta da Cafarnao e raggiunge il lago di Tiberiade, incrocia lo sguardo dei primi pescatori. Quel tipo di sguardo non è uno sguardo retributivo, come purtroppo ancora oggi noi ci scambiamo, è uno sguardo a fondo perduto, per così dire. Infatti produce, prima ancora che una risposta, un gesto: questi pescatori seguono Gesù nel momento in cui lui li ha guardati e c’è questo momento della sequela. E quel momento lì è un momento germinale della civiltà occidentale. Tante volte lo sappiamo, se non ci fossero stati i Vangeli forse nemmeno la grande letteratura russa sarebbe così come è stata. Quindi questa dimensione della qualità della relazione umana, intesa come una relazione a fondo perduto, credo sia l’elemento distintivo e caratteristico del cristianesimo e in questo senso tutta la letteratura ne è stata scossa, quella occidentale in primo luogo. Però possiamo dire che ognuno di noi è in qualche modo interpellato da questo. Io questo l’ho sempre sentito nella mia attività di insegnante, questo sguardo speciale. Noi, quando insegniamo l’italiano a ragazzi che vengono da tutto il mondo, questi ragazzi, quando si mettono di fronte alla volontaria, al volontario, intuiscono, capiscono che lei o lui lo stanno facendo gratis quel lavoro di insegnare i verbi, di insegnare le parole, i lessemi, la costruzione delle frasi. E nel momento in cui capiscono questo, quei minorenni non accompagnati, quei profughi, quelle donne con bambini di cui non si sa chi è il padre, tutte quelle persone che vengono da noi secondo me sono mosse, sentono dentro di loro: “Ma tu perché lo stai facendo, visto che nessuno ti sta pagando? Perché sei qui con me? Perché ti stai prendendo cura di me?”. Questo aspetto qui può fare la differenza ancora oggi nell’azione, nella vita di ognuno di noi. Io ricordo sempre una volta che alla Città dei Ragazzi, dove ho insegnato per tanti anni, questa comunità educativa alle porte di Roma fondata da Monsignor Carroll Abbing, un sacerdote irlandese che raccoglieva gli “sciuscià”, i bambini abbandonati dopo la seconda guerra mondiale… quando ci sono andato io, erano quasi tutti immigrati i miei studenti, però c’erano anche ragazzi italiani provenienti dalle borgate limitrofe alla città. Molti di questi ragazzi facevano uso di sostanze, erano ragazzi sempre al limite. Una volta chiamammo un operatore sanitario e gli chiedemmo di spiegare ai nostri adolescenti il rischio a cui andavano incontro. Gli chiedemmo di farlo in modo professionale. Lui eseguì il mansionario creando una sorta di brainstorming alla lavagna, scrivendo tutti i concetti, chiamando i ragazzi a partecipare. Alla fine della sua produzione lui si rivolse a questi ragazzi e disse: “Avete domande?”. E nessuno disse niente, come se quella lezione fosse andata a vuoto. Poi alzò la mano un ragazzo cerebroleso che aveva il sostegno, e ricorderò sempre lo sguardo smarrito anche dell’insegnante di sostegno rivolto a questo ragazzo, che pensava: “Chissà cosa vorrai tu mai chiedere adesso? Nessuno di questi scolari sta dicendo niente, tu che domanda vorrai fare?”. Lui alzò la mano e, rivolto a questo operatore specializzato, disse: “Ma tu mi vuoi bene?”. Noi restammo tutti senza parole perché comprendemmo che lui, questo ragazzo con ritardi mentali, aveva in qualche modo messo il dito sulla piaga, cioè aveva mostrato a tutti che quella persona che era stata chiamata a esporre i rischi delle sostanze stupefacenti, aveva fatto il suo lavoro in un modo professionale, ma non era coinvolto veramente. Lui l’aveva sentito. “Mi vuoi bene?”. Quel richiamo mi viene sempre in mente quando penso a uno sguardo che dovrebbe riuscire a non essere uno sguardo strumentale nei confronti delle persone. E, naturalmente, questa è una condizione non naturale, non istintiva, ma è una condizione culturale che tu devi conquistare nel tempo, negli anni, devi lavorare dentro te stesso per riuscire a ottenere questa libertà del rapporto con gli altri. In questo senso credo che il cristianesimo debba essere reinventato continuamente, ogni giorno, ora per ora, e questo rinnovamento deve avvenire a livello linguistico. E questo Papa Francesco, in quelle lettere, secondo me l’aveva proprio centrato: c’è bisogno del rinnovamento del linguaggio religioso, soprattutto rispetto ai ragazzi, altrimenti il rischio di perderli è molto forte, oggi più di ieri. Dobbiamo fare in modo che il nostro linguaggio sia fortificato e legittimato dalla nostra vita, dalla nostra esperienza, altrimenti le nostre parole rischiano di essere sterili.
LETIZIA BARDAZZI
Grazie Eraldo. A proposito di gesti concreti che tu proponi, con questa gratuità di cui parlavi, ci puoi raccontare in poche battute la tua esperienza del percorso che hai fatto sulla Via Francigena per portare ragazzi a consegnare questa lettera al Santo Padre in Vaticano?
ERALDO AFFINATI
Sì, ho pensato di fare un viaggio, questo è successo uno o due mesi fa, da Milano a Roma, seguendo la linea della Via Francigena, però attraversando, toccando nelle varie tappe, tutte le Penny Wirton presenti lungo il percorso, quindi da Milano, la Toscana, poi fino al Lazio. Questo perché ho voluto riprendere la lettera che due ragazzini africani si erano portati dietro nel 1999, quando però vennero trovati morti assiderati all’aeroporto di Bruxelles. Loro si erano nascosti nell’aereo, e gli venne trovata questa lettera in cui chiedevano ai potenti della terra cibo, sanità e istruzione. Dopo tanti anni queste richieste, come noi sappiamo, non sono state soddisfatte e allora ho voluto riprendere quella lettera, riscrivere quella lettera con le parole degli immigrati che ho incontrato lungo il percorso e l’abbiamo portata in Vaticano. È notizia di pochi giorni fa, il Papa ha risposto con una lettera ufficiale. E del resto, nel momento in cui viaggiavamo, sentivamo, perché era il momento del passaggio tra l’uno e l’altro Papa, ci trovammo nel monastero di Cellole, nella tua Toscana vicino a San Gimignano, e ricorderò sempre il momento in cui i monaci ci dissero questo passaggio che era avvenuto, il primo discorso di Papa Leone, e quelle sue parole tese a invocare una pace disarmata e disarmante furono per noi quasi un viatico rispetto al percorso che stavamo facendo. In quel viaggio ho visto veramente che dobbiamo avere il coraggio di pronunciare vecchie parole, vecchie parole che i nostri padri usavano e che noi abbiamo quasi il pudore di non usare più. Che sono quelle parole che i nostri immigrati ci hanno consegnato: pace, fraternità, amore, fratellanza, giustizia. Abbiamo quasi paura di pronunciarle queste parole, però sentendole ridire da Ibrahim, da Rashidur, da Mohamed, da Francisca, mi sono sembrate quasi vere di nuovo.
LETIZIA BARDAZZI
Grazie, non potevamo perdere questa esperienza. Nella lettera ai poeti Papa Francesco dice che “l’artista è occhio, voce e porta. L’uomo che con i suoi occhi guarda, insieme sogna, cioè immagina un mondo che ancora non c’è, ed è anche la voce delle inquietudini umane. È colui che plasma l’immaginazione spirituale delle persone nel nostro tempo” e per queste tre cose, lui dice, l’artista ha un’enorme responsabilità. Che reazioni suscitano in voi queste tre definizioni dello scrittore e come sentite, come vivete, questo invito alla responsabilità come servizio all’umanità intera? Paolo.
PAOLO MALAGUTI
Forse delle tre definizioni quella che mi ha sollecitato di più è quella dello scrittore o dell’artista come persona che guarda il mondo ma al tempo stesso ne sogna, ne sogna un altro. Credo che ovviamente non vada inteso il sogno come una fuga dalla realtà. Compito della letteratura, credo, fermo restando che c’è la letteratura di pura evasione ed è pienamente legittima, ma credo che la letteratura non debba limitarsi a scrivere di prati fioriti e di gattini che fanno le fusa e basta. C’è appunto, c’è una responsabilità e questa responsabilità è quella del sogno, cioè riuscire ad avere la forza, secondo me, di tracciare un progetto, di dare un senso al mondo in cui viviamo anche attraverso storie che riguardano altre epoche, altri tempi. Quindi artista come uomo che sogna, nel senso che guarda oltre, progetta e cerca un senso da consegnare alle persone con le quali condividerà il proprio prodotto. Devo dire che un amico critico letterario, che tra i primi ha fatto delle recensioni sui miei primi romanzi, già a suo tempo mi aveva fatto notare una cosa che poi effettivamente nel tempo ho trovato vera. Lui mi ha detto: i tuoi protagonisti non commettono il male. Sono sostanzialmente protagonisti tesi al bene. Ho pensato: “Hai ragione, come mai questa cosa qua?”. Ci ho pensato e mi sono dato una risposta. Effettivamente, quando scrivo tuttora, attuo ormai in maniera automatica un doppio filtro. Il primo filtro è: “Cosa avrebbe pensato mia nonna materna, che è quella con cui ho vissuto di più nell’infanzia, se avesse letto, ormai non c’è più, queste pagine?”. Quindi c’è il filtro della prospettiva del mondo di una delle figure più importanti che mi hanno formato. L’altro filtro è: “Cosa penserebbero i miei studenti se leggessero queste pagine?”, che può essere anche visto come un rischio molto teorico, che riescano a prendere in mano le mie pagine. In realtà spero che leggano altro, non certo quello che provo a scrivere io, ma al di là di quello, credo che sia possibile, giusto forse, che l’arte provi a restituire soprattutto ai ragazzi, e quindi soprattutto ai giovani lettori e alle giovani lettrici, una possibilità, un’opportunità di direzione nel futuro. Eraldo prima ha portato di fronte ai nostri occhi delle storie davvero pesanti di un’umanità che rischia, nonostante gli anni in cui viviamo, di essere ancora oggi dimenticata. Nella mia esperienza, io insegno a Bassano del Grappa in un liceo, ho a che fare mediamente con studenti e studentesse che sulla carta sono molto avvantaggiati e sicuramente da un punto di vista socioeconomico lo sono. Ma nonostante questo, spesso e volentieri ci troviamo di fronte, noi e i genitori, a una sorta di cinismo appreso, già a 16-17 anni, di cui non possiamo non sentirci corresponsabili. Cioè, se un diciassettenne arriva a dire: “Vabbè, ma tanto sappiamo come vanno le cose, tanto le cose non cambiano perché…”, allora qualcosa è andato storto. In questo senso credo che la letteratura e l’arte in genere possano avere una grande funzione, proprio perché, per quello che abbiamo detto prima, sollecita l’immaginario, propone tante chiavi interpretative, ti apre mondi diversi. E allora, qui ovviamente entriamo nel terreno arbitrario dei gusti, delle opinioni, prendetele come tali, io non riesco a farmi piacere, come lettore, una letteratura che in effetti è ben rappresentata nel mercato editoriale, che a mio avviso indugia in maniera quasi compiaciuta, quasi pornografica mi viene da dire, sul dolore fine a se stesso. È una sorta di ostentazione ombelicale della disfunzione familiare, della disfunzione relazionale, in maniera quasi anatomica, senza fare quel passo in più che a mio avviso è doveroso: non di censurare il male, ma di guardare il male provando ad accettare la sfida enorme dell’umanità di darci un senso. Dove il senso non vuol dire: “Ah, il male ti arriva perché…”, ma dire: “Nonostante il male che nella mia vita incontro, la mia vita può avere, deve avere una progettualità”. D’altra parte se leggiamo, prendete quello che volete dei grandi della letteratura, Dostoevskij, se leggiamo Victor Hugo, se leggiamo Manzoni, cavolo se c’è il male, cavolo se c’è l’indagine nel male, profonda. Però non ci si ferma lì, si va oltre, si cerca di andare oltre. E chiaramente non è facile, però da insegnante, e qui c’è una delle… per altri aspetti magari è difficile conciliare l’attività di scrittura con quella di insegnamento, qui trovo che sia molto facile. Scherzando spesso con i colleghi dico: “Lo Stato ci paga per essere ottimisti”. Cioè, anche attraverso la letteratura non possiamo non provare a consegnare ai nostri ragazzi una chiave di senso, o la chiave per accedere alle loro chiavi di senso. Però condannarli al cinismo, chiudergli noi la porta in faccia con un immaginario dominato dal male che vince, anche questo secondo me è un darci la zappa sui piedi.
ERALDO AFFINATI
Il tema della responsabilità dell’artista è un tema spinoso perché, chiaramente, tutti ci rendiamo conto che non possiamo chiedere all’arte una precettistica di ciò che è bene e ciò che è male. L’arte è qualcosa che va in una sfera ancora più profonda, ti chiama in causa, al di là dei contesti giuridici, prima ancora di questi. Prendiamo i Karamazov, “I fratelli Karamazov” di Dostoevskij. Noi lo vediamo come un libro del sottosuolo, molto spesso vediamo questo grande romanzo come la storia di un parricidio e crediamo che magari quel grande romanzo possa essere stato soltanto un’immersione nel male umano. Certo che è questo. Però dimentichiamo che in quel romanzo c’è poi una luce profonda che sta dentro lo stesso male di cui parlava Dostoevskij. Non a caso quel romanzo finisce con una sorta di inno pedagogico con uno dei protagonisti, Alëša, che va al funerale di uno dei bambini morti e riunisce i suoi antichi nemici. Quindi quel romanzo che sembrava una radiografia del male, e lo era, e lo è, però poi è anche l’indicazione di una salvezza, di una strada di salvezza. Diciamo che la letteratura è una intensificazione della vita, ti aiuta a intensificare la tua vita. Non ti può dare una risposta facile, però per arrivare a questo devi portare il lettore a un’immedesimazione dentro la letteratura. Per me è stato molto utile il confronto con Dietrich Bonhoeffer, su cui ho scritto un libro intitolato “Un teologo contro Hitler”. Chi più di lui ha vissuto sulla sua pelle questo tema di cui adesso stiamo parlando in modo teorico? Un pastore luterano fatto impiccare da Adolf Hitler poco prima della fine della seconda guerra mondiale nel lager di Flossenbürg. Proprio lui che in qualche modo ha vissuto questa tensione profonda del cristiano combattente. Quando i suoi discepoli lo avvicinarono, gli dicevano: “Ma tu come fai a essere sia un cristiano sia un militante, un combattente, uno che in qualche modo si è messo dentro la storia, non è rimasto fuori?”. Lui da artista, da filosofo, da teologo e da cristiano rispose dicendo così: “Guardate, se io vedessi sul Kurfürstendamm di Berlino, la più grande via di Berlino, un autista pazzo uccidere i passanti” (chiara allusione al Führer), “il mio primo dovere come pastore, prima ancora che quello di andare a soccorrere i feriti, dovrebbe essere quello di strappare il conducente dalla guida del mezzo. Dopo averlo fatto mi dovrei rimettere alla misericordia di Dio”. Quella frase di Dietrich Bonhoeffer può appartenere a ognuno di noi. C’è la realtà penultima e la realtà ultima. Della realtà ultima noi nulla sappiamo, noi però siamo chiamati ad agire qui e ora, non chissà dove e chissà quando. E quindi come uomini, prima ancora che come artisti, ma l’artista è un uomo, è soltanto questo, non è diverso da un altro uomo, noi dobbiamo prendere posizione, dobbiamo sporcarci le mani, dobbiamo rischiare anche di sbagliare, dobbiamo entrare dentro l’azione, dobbiamo ferirci, dobbiamo anche farci male. Non possiamo credere di poter conservare una coscienza immacolata di fronte all’azione della storia. La storia ti chiama in causa e chi più di un insegnante e di uno scrittore sente questo richiamo profondo a toccare proprio con mano, davvero con testa, con cuore e con mano, cioè con pensiero, con passione e nella realtà quotidiana? Quindi non possiamo disattendere alla nostra responsabilità come artisti e dobbiamo secondo me rifuggire dall’idea di un’arte staccata dalla vita, di un’arte libera, di un’arte che possa non pagare il prezzo del risarcimento nel caso in cui commettesse un danno. Non è questo. Molti maestri del Novecento ce l’hanno fatto credere, ma non è questa la strada che noi dobbiamo fare. Mezz’ora fa ho visto la mostra qui al Meeting, molto bella devo dire, dedicata a Vasilij Grossman. Una ragazza me l’ha spiegata in modo perfetto, tassello per tassello. Ecco, Vasilij Grossman, quello sì che ha pagato fino in fondo anche tutti i suoi errori. Oggi, più che mai, un artista come Grossman ci può essere utile nel conflitto russo-ucraino. Lui che era ucraino e che aveva però militato nell’Armata Rossa, da cui poi prese le distanze. Quello sì, è un tipo di artista che si è messo in gioco, si è ferito, si è fatto male e ci ha consegnato una parola vera però, non una parola falsamente libera.
LETIZIA BARDAZZI
Un’ultimissima domanda ai nostri ospiti. Vorrei chiedervi, nel vostro percorso personale, quali opere vi hanno più formato, vi hanno più introdotto ai significati profondi e a fare esperienza della realtà, che è il concetto centrale della lettera di Papa Francesco sul valore della letteratura.
PAOLO MALAGUTI
Allora, quando penso al mio percorso di lettura devo dire che ho rischiato grosso, perché rischiavo di fermarmi proprio sul nascere, perché patisco della disgrazia di essere il fratello minore di una sorella maggiore, ovviamente scherzo, lettrice fortissima. E quindi sono cresciuto con la litania dei miei genitori che era in dialetto: “Guarda tua sorella quanto legge, che brava, leggi anche tu”. Ho provato anche a leggere quello che leggeva lei, cioè “Cime Tempestose” o “Jane Eyre” e, porca vacca, non riuscivo a capacitarmi di come un racconto che si poteva chiudere in tre pagine… scherzo, anche qui ovviamente, però se tutti dicessero ciò che pensano subito: “mi piaci”, “mi sposi?”, “sì”, “no”, finito. Invece no. Quindi rischiavo di finirla lì. Devo dire, tre tappe. La prima, proprio in quegli anni lì, tra le medie, le prime letture, “L’isola del tesoro”. È stata la prima lettura che mi sono bevuto, in cui mi sono immerso, in cui ho avuto paura e mi stupivo di non annoiarmi, mi stupivo di voler andare avanti. Quindi Stevenson sicuramente è stato il primo incontro.
La seconda tappa, siamo ai primi anni dell’università, il “Don Chisciotte”. Lo ricordo con affetto al di là del romanzo, ovviamente, per il tipo di lettura che rimpiango, perché è stata una lettura dai tempi lunghi. Passavo dei pomeriggi a leggere ininterrottamente entrando nella macchina narrativa. Ed essendo un bel romanzone c’era quell’effetto che ti capita con i romanzi belli corposi, che a un certo momento sei in balia del romanzo, non lo domini tu, ti sei dimenticato le parti iniziali, non vedi ancora la fine e dici: “Ok, portami tu”. E purtroppo qui mi viene da fare una riflessione non polemica, ma una constatazione: spesso, non sempre, trovo come nelle case editrici quasi quasi, non dico che mettano dei diktat, però sono contenti se vedono che la tua prima bozza si aggira in quella consistenza virtuosa tra le 250 e le 300 cartelle che non spaventa il lettore medio. Perché il lettore medio pare che sia, ma io sicuramente sì, più che mai in difficoltà con la lettura lunga, perché abbiamo sempre quella tentazione di cinque minuti, vediamo se mi è arrivata una notifica di WhatsApp, vediamo se mi è arrivata una mail. E quindi la lettura lunga l’abbiamo persa, quella me la ricordo.
Terzo e ultimo, che è poi l’amore più recente e quello che più ha inciso nel mio percorso di scrittura è “Libera nos a malo” di Meneghello. È stato in quel libro lì che ho… devo dire che gli voglio un gran bene perché mi ha permesso di rideclinare profondamente i miei rapporti linguistici familiari. Non mi hanno insegnato il dialetto, ero contento che non mi avessero insegnato il dialetto perché mi vergognavo del dialetto della mia famiglia, considerandolo un codice di serie B, indice di ignoranza, e mi sbagliavo. E leggere Meneghello mi ha permesso non di recuperare, perché molto è andato perso, ma di cercare di riavvicinarmi a quel codice che, come tutti i codici familiari, secondo me, può essere un potentissimo punto di partenza per la nostra scrittura, se ci piace scrivere.
ERALDO AFFINATI
Potrei citare tanti libri, però mi piace ricordare quei libri che a me hanno formato, ma che poi ho messo in pratica in classe leggendoli ai ragazzi. Lì è come se avessi trovato una prova della forza della letteratura, che non aveva modificato soltanto me, ma in qualche modo, attraverso la mia passione, poteva estendersi ai ragazzi ai quali mi rivolgevo. Ricorderò sempre una delle mie prime supplenze nell’estremo Casilino romano, in un quartiere difficile, Giardinetti, oltre il Raccordo Anulare. Insegnavo in una scuola media, prime supplenze, e ricorderò sempre quando ho cominciato a leggere “Le ricordanze” di Leopardi, gli occhi di un ragazzo, di un bambino quasi, come si illuminarono all’attacco delle ricordanze: “Vaghe stelle dell’Orsa, io non credea / tornare ancor per uso a contemplarvi / dal paterno giardino scintillanti…”. E quando vedevo questo ragazzino che mi guardava con gli occhi sbarrati, dentro di me dicevo: “Beh vedi, allora forse Leopardi lo possiamo anche togliere dallo scranno e portarlo qui e può essere utile a tutti”. Oppure quando leggevo “I Malavoglia” di Verga alla Città dei Ragazzi, mi sembrava difficile anche per noi italiani, però alcuni ragazzi afghani mi guardavano affascinati, erano contenti. Allora una volta chiesi ad Hafiz: “Ma come mai tu, non è difficile per te? Perché ti stai entusiasmando per questa storia di questa famiglia di pescatori siciliani?”. E lui: “Ma lo sai professore che i proverbi del vecchio ‘Ntoni sono uguali a quelli di mio nonno a Kabul?”. Allora lì mi resi conto della potenza universale della letteratura, di questa possibilità di riuscire a parlare a tutti. Oppure quando in una classe qualsiasi di un istituto professionale avevo presentato “Il sergente nella neve” di Mario Rigoni Stern (per me un incontro straordinario anche con l’uomo, con Mario, oltre che con lo scrittore, che ebbi modo di conoscere perché avevo curato tutta la sua opera per Mondadori) e a un certo punto mi resi conto di avere in classe due ragazzi che avevano avuto il nonno, uno che aveva militato nell’Armata Rossa ed era un ragazzo moldavo, l’altro invece aveva avuto il nonno abruzzese, alpino negli Alpini italiani. E quindi questi due nipoti di due soldati che probabilmente potevano anche essersi scambiati delle fucilate… quando scoprimmo questo, invitai questi due miei studenti a fare la pace e loro la fecero veramente, come si usa a quell’età, con un certo impatto scenografico. E lì mi resi conto di come la letteratura potesse essere non solo una pagina scritta, ma carne, carne viva.
LETIZIA BARDAZZI
Bene, grazie mille. Ringraziamo i nostri ospiti per la ricchezza che ci hanno donato in questo dialogo. La nostra umanità non si forma senza un contatto diretto con le storie raccontate. La letteratura apre la mente, ridesta il cuore, aiuta la costruzione della pace e ci permette di fare vera esperienza della realtà. Grazie a loro possiamo sicuramente dire che leggere, la letteratura e la poesia sono mattoni di nuova costruzione che noi offriamo al mondo intero e a noi stessi. Vi invito tutti a sostenere il Meeting grazie ai punti del Dona Ora. Vi ringraziamo e vi auguriamo un buon Meeting.










