LA BELLEZZA, BENE COMUNE. L’ARTE COME ESPERIENZA DI RISCATTO DELLE PERSONE E RISORSA PER RIGENERARE IL MONDO DEL LAVORO

Organizzato da Fondazione Progetto Arca

Giuseppe Frangi, giornalista Vita, Franco Mussida, musicista; Costantina Regazzo, Direzione Servizi Fondazione Progetto Arca; Francesca Rizzi, amministratore delegato Jointly; Alice Stefanizzi, direttrice marketing, fundraising e comunicazione Fondazione Progetto Arca. Modera Luca Fiore, giornalista e critico d’arte

C’è un diritto spesso sottaciuto nella società di oggi: è il diritto alla bellezza. Non è un diritto accessorio ma essenziale, che riguarda tutti gli ambiti del vivere sociale nella loro dimensione quotidiana. Nei percorsi di reinserimento di persone marginalizzate, l’esperienza della bellezza certifica la luce al fondo del tunnel e il riconoscimento di una piena dignità. Nel mondo del lavoro, la cura per gli ambienti favorisce un’umanizzazione dei contesti e un recupero della socialità dei rapporti, nel segno di un benessere condiviso.

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LUCA FIORE

Buonasera a tutti, grazie per essere venuti a questo incontro organizzato dalla Fondazione Progetto Arca dal titolo “La bellezza bene comune: l’arte come esperienza di riscatto delle persone e le risorse per rigenerare il mondo del lavoro”.
Abbiamo con noi i nostri ospiti: Giuseppe Frangi, già direttore oggi consigliere di Vita, presidente dell’associazione Testori e critico d’arte; Alice Stefanizi, direttore marketing, fundraising e comunicazione del Progetto Arca; Costantina “Tina” Regazzo, direttore dei servizi del Progetto Arca; Francesca Rizzi, fondatrice di Jointly, società che fornisce all’impresa i percorsi di welfare aziendale; e il grande Franco Mussida, artista, musicista, leggendario chitarrista della PFM.

FRANCO MUSSIDA

E anche impegnato. Ma vedete il mondo dello spettacolo? Questi si fanno un mazzo come un canestro. Tutti quanti voi lavorate tutti i giorni e chi sta su un palcoscenico poi alla fine si becca gli applausi. Fateli a loro gli applausi, che lavorano tutti i giorni sempre facendosi un mazzo come un canestro. Dai, scusate il giornalista che è in me.

LUCA FIORE

Allora, l’idea della bellezza come valore di cui si può essere ricchi ma si può essere anche poveri; e la povertà di bellezza è ingiusta tanto quanto la povertà di beni materiali. Stasera vogliamo ragionare su questo. In che senso la bellezza contribuisce al bene comune e occorre che ci impegniamo a che tutti ne abbiano accesso in vari modi, in varie esperienze, soprattutto chi è più povero degli altri di valore. Allora io chiederei a Giuseppe proprio questo: in che senso la bellezza è bene comune?

GIUSEPPE FRANGI

Grazie di questo invito, grazie di essere qui. In che senso la bellezza è bene comune non può essere frutto di un discorso, è frutto di un’esperienza innanzitutto. Il vissuto del Meeting dimostra che la bellezza può essere un bene comune, come anche il vissuto di una realtà come Fondazione Arca, che ho avuto la felicità e l’onore di frequentare in questi ultimi anni, ti dimostra come la bellezza di fatto possa essere qualcosa di molto vicina alla vita di tutti e anche delle persone che meno ci si aspetta possano essere vicine alla bellezza.
Ovviamente io ho una formazione, come quella di Luca, giornalistica, ma anche una formazione artistica, come del resto anche Luca. Quindi quando si ha questa formazione artistica c’è un po’ il vizio di pensare che la bellezza sia comunque qualcosa di elitario, di lontano, che la bellezza sia tale proprio perché è dall’altra parte, è dietro la vetrina del quadro che è al museo, che è comunque protetto da un vetro, dietro la vetrina molto più banalmente degli esercizi oggi molto pletorici del lusso della moda.

Allora mi piaceva, nelle mie letture, riprendere le parole di un grande designer, forse il più geniale designer italiano, Ettore Sottsass, il quale si è proprio scontrato su questo tema questo problema per la sua natura, prima ancora che per la sua professione che poi è diventata e maturata nel tempo e si è affermata come quella di un geniale designer che ha cambiato la storia del design non solo italiano. E parlava dell’impraticabilità della bellezza, cioè del trovarsi di fronte alla natura della bellezza come qualcosa che, lui diceva, è lontana, diversa, è complicata, è difficile. Lui era nato nel Trentino ancora austriaco, prima della guerra mondiale, quindi c’era sempre questo italiano un po’ affascinante ma non molto corretto. C’è un attributo lontano, irraggiungibile: è il prezzo. La bellezza ha un prezzo; se non ha un prezzo, non è bellezza. Quindi c’è un costo della bellezza e la bellezza deve costare molto; se non costa molto, non si tratta di bellezza.

Io, nella mia maturazione, nel dare un senso a quella che è una professione ma poi di fatto è un’avventura culturale, mi scontro con questa idea. E l’uomo comune si trova di fronte, mettendosi nei panni dell’uomo comune, a questa bellezza che non può essere trovata in un posto qualunque. Il tema è: non posso trovare la bellezza perché la bellezza non può essere trovata in un posto qualunque. E d’altra parte uno potrebbe dire accontentiamoci di una visione idealistica della bellezza, che poi è una ricaduta nel senso motivazionale, che può avere una ricaduta di godimento estetico. C’è la famosa frase di Dostoevskij, “la bellezza salverà il mondo”, che dal punto di vista della potenza e della suggestione è meravigliosa. Poi dopo si richiede, tornando alla posizione di Sottsass, di chiedersi: “Ma come? Ma quando la salverà il mondo?”. Perché poi il mondo lo salvi nell’ora, nell’istante, non lo salvi in un orizzonte troppo lontano. E anche pensate al tema dei musei, il museo come godimento dei capolavori. La bellezza che ti tocca perché la vedi, ce l’hai di fronte, però comunque c’è sempre un qualcosa che poi non ti appartiene, quindi te la porti fuori e alla fine si traduce quasi in frustrazione.
Avete in mente quell’immagine iconica delle centinaia di persone che si affacciano davanti alla Gioconda, evidentemente attratti da cosa? Dal quadro più bello del mondo, quindi da un apice di bellezza. Ma cosa si porta via da quella visione, da quell’esperienza? Si porta via una frustrazione, una nostalgia, un piccolo brivido che si esaurisce nel momento in cui esci dal casino di quella sala del Louvre. C’è sempre un vetro davanti.
E sempre Sottsass proponeva un’altra bellissima metafora. Diceva: “Va bene, siamo sicuri. Raffaello e Michelangelo sono la bellezza e sono le aquile, le aquile che volano alte, irraggiungibili, bellissime, vedono le cose dall’alto, sperimentano il cielo, sono vicine alle stelle. Ma noi, noi chi siamo? Noi siamo i passerotti”. E se capissimo che la perfezione delle aquile è anche la perfezione del piccolo passerotto che becca nel granello, nell’asfalto, nelle aiuole delle nostre città? E allora noi viviamo su un altro piano, che è quello dei piccoli e poveri passerotti. Anche loro, nel loro piccolo, nella loro umiltà, sono perfetti. Quindi c’è la perfezione del passerotto. Vuol dire che la perfezione non è solo delle aquile, scrive Sottsass, ma anche dei passerotti. E che la perfezione non è solo nel cielo irraggiungibile della ricchezza, ma anche nelle strade della povertà. E la perfezione delle cose che fanno gli uomini deve essere anche così.

Ecco che abbiamo sfondato un piano. Nella sua storia professionale, come ha applicato questa orizzontalità e questo abbassamento di piano della bellezza? Con la pratica del design, cioè di produrre oggetti e cose che appartengono alla quotidianità di milioni di persone. Ha portato sulle nostre tavole, dentro i nostri armadi, sulle nostre credenze, l’ha portata lì, l’ha fatta toccare con le nostre mani. Ed è la meraviglia di quella stagione stupenda del design italiano che ha cambiato la visione dell’interno delle nostre case, riportando qualcosa che era un’eredità del passato. Perché anche nel passato gli oggetti che erano nelle nostre case erano bellissimi proprio nella loro povertà. E quindi, in una civiltà completamente diversa dove vale la logica dello standard, della produzione seriale, si può anche dentro un contesto di produzione completamente diverso, dice Sottsass, portare la bellezza a misura di tutti. Possiamo tenerla tra le mani, in sostanza. E quindi lui ha risposto a questa inquietudine con questa sua pratica, che è una pratica di innovazione, di cambiamento, di adeguamento anche al gusto e agli stili di vita di una stagione umana completamente diversa.

Però quello che ascolteremo oggi qui è qualcosa di diverso, un passo ulteriore secondo me, lo dico perché conosco l’esperienza e le storie di tutti, dove la bellezza diventa veramente bene comune in una dimensione ancora più matura, ulteriore. E continuando un po’ in questo racconto di ciò che ha rappresentato il design italiano, ce n’è un altro, la persona a cui umanamente sono sempre stato più affezionato, un altro grandissimo designer, Enzo Mari, che rispetto a Sottsass ha fatto un passo ulteriore. Ha detto: “Va bene, noi disegniamo, progettiamo cose che vengono incontro al desiderio che le persone hanno di fare cose belle anche nelle cose normali, però ci vuole qualcosa di più”. E ha inventato quel concetto di autocostruzione.
Cosa vuol dire concetto di autocostruzione? Che non solo proviamo a produrre queste cose, ma le facciamo produrre da chi poi le userà. Quindi noi diamo una sorta di idea, per cui io do un’ipotesi di lavoro per cui chi mi segue può, con poco, mettere le mani e costruire lui stesso una bellezza che poi vivrà. È un processo che nella testa di Mari aveva qualcosa di utopistico, oggettivamente. Utopistico perché poi, per metterlo in pratica, ci vuole un modello organizzativo. Non puoi farlo come proposta al mercato, perché resta sempre dentro una logica utopistica quella che lo ha mosso, che è commovente e significativa. E che poi non è un caso se si va a leggere il manuale del progetto bellezza di Fondazione Arca e troviamo la stessa parola: autocostruzione.
E cos’è l’autocostruzione? Autocostruzione vuol dire che questa bellezza bene comune è una bellezza che si genera da percorsi partecipati. Lo ascolteremo. Da ascolto, da generazione di forme che magari non sono state preventivate. Quindi, quello che era un livello utopistico oggi è diventato pratica, paradossalmente, in segmenti che sembrano marginali della vita civile. Ma perché questo accada, cosa bisogna fare? Bisogna stanare il desiderio di bellezza che le persone hanno, rimetterlo in movimento, perché il bisogno di bellezza non è un accessorio della vita, ma è un fattore costitutivo della vita. E quindi non lasciarlo più su un piano di aspirazione. Occorre mettere in atto delle pratiche dove sensibilità e competenze convergano, capacità di ascolto, di implicazione nei processi. La bellezza si genera da relazioni che questa affezione nei confronti delle persone accende. E poi la domanda di bellezza chiede di esporsi in processi in cui mettere in gioco anche dati acquisiti, cioè non si può fare dei percorsi prestabiliti. Bisogna mettersi in gioco, è un po’ un’avventura. In fondo la bellezza comune è un’avventura, in quanto esito di persone, di percorsi condivisi. Io non vorrei andare oltre il tempo.

LUCA FIORE

Parliamo allora delle avventure. Alice, il Progetto Arca ha scelto di puntare sulla bellezza per andare incontro alla vita delle persone più fragili. Come e con che prospettive lo ha fatto?

ALICE STEFANIZZI

Buonasera a tutti. Cercherò di rispondere a questa domanda in questi pochi minuti ma e anche di riprendere un paio di punti citati da Giuseppe. Anzitutto, cercherò di portarvi a capire che per Progetto Arca, e forse anche per tutti noi, la bellezza è la normalità. Alcuni luoghi, quando sono normali (è una parola che non piace a molti…) sono spazi di energia positiva, spazi in cui le persone si relazionano e diventano belli. Non devono essere per forza esteticamente perfetti, speciali, diversi, lontani. Possono essere luoghi in cui si sta bene, e i luoghi in cui si sta bene sono belli.

Questo abbiamo cercato di fare con il Progetto Arca, soprattutto nell’ultimo decennio. Anzi, un po’ di più. Nel 2013 abbiamo iniziato a interrogarci, insieme ai designer del Politecnico di Torino e agli antropologi dell’Università degli Studi di Torino, su come migliorare gli spazi d’accoglienza. Perché da tanto tempo il terzo settore accoglie persone in stato di fragilità, soprattutto adulti, e molto spesso i luoghi di accoglienza, in una storia italiana e non solo, sono stati luoghi semplici, grigi a volte, dove tutto si fondava sull’apporto donativo, che non sempre bastava a riempire e a dare significato. In quegli anni nel 2013 ci siamo chiesti come rendere quei luoghi dei luoghi di energia positiva, come dicevo prima. Dei luoghi in cui stare bene. Se sto bene in un luogo, se sono sereno, se mi ritrovo nel luogo in cui sto, anche se è uno spazio transitorio della mia vita, perché magari sono una persona senza tetto che è stata qualche anno in strada ed è stata finalmente accolta in un centro d’accoglienza, non voglio rimanere lì tutta la vita. Voglio crearmi una strada diversa per il mio futuro, voglio che qualcuno mi aiuti a farlo. Beh, quel luogo, se è un luogo in cui sto bene, svilupperà quella mia energia e la renderà ancora più positiva e farà sì che io possa trovare un nuovo sentiero.

Insomma, insieme a questi designer e antropologi ci siamo detti: “Ma come fare?”. La risposta è stata una sola: l’ascolto e la co-costruzione, la co-progettazione prima ancora della co-costruzione. Quindi nel 2013 ci siamo messi al tavolo con alcune persone senza dimora con problemi di dipendenza che avevano abitato un centro d’accoglienza per un certo periodo. Lo dovevamo ristrutturare, avevamo cambiato sede, passavamo da una sede centrale a Milano a una sede un po’ più decentrata, dove adesso tra l’altro abbiamo gli uffici sopra al centro d’accoglienza che ai tempi abbiamo ristrutturato. Ci siamo seduti al tavolo con quegli ospiti. Immaginatevi delle persone che hanno vissuto la strada e che hanno anche avuto problemi gravi di dipendenza da alcool, da sostanze, da gioco. Ci siamo seduti al tavolo anche con gli operatori che lavoravano con quegli ospiti e con dei volontari, che hanno sempre uno sguardo attento, un sorriso un po’ più forte per le persone rispetto anche agli operatori, perché danno il loro tempo, non soltanto il loro spazio lavorativo. E ci siamo chiesti come costruirlo quel centro d’accoglienza, che fare, come renderlo un luogo completamente umanizzato e che risponda concretamente alle esigenze di quelle persone. Che non sia solo un posto letto, un luogo dove ti disintossichi, ma un luogo dove tu ti senti di stare.
Abbiamo parlato a lungo, abbiamo fatto dei focus group in cui ognuno è intervenuto, e i pareri più discordanti o concordanti hanno infine costruito la ristrutturazione e il design di quegli spazi. Faccio degli esempi concreti. Uno dei problemi principali che ci era stato posto, lo raccontiamo sempre con Giuseppe e lo abbiamo raccontato anche nella mostra qui al Meeting l’anno scorso, è che le persone senza dimora che hanno problemi di alcolismo hanno un terribile reflusso gastroesofageo. Se bevi tanto, succede che qualcosa viene su, e se l’hai fatto per tanti anni, viene su tanto se non ti curi. E quindi i letti normali non funzionavano, perché ti metti tre cuscini dietro la testa oppure stai male tutta la notte.

Ci hanno chiesto di co-progettare e abbiamo co-costruito dei letti di legno, tramite una cooperativa veronese, in cui ti potevi appoggiare a uno schienale e stare seduto tranquillamente nei tuoi momenti notturni in cui ti stai disintossicando, in cui hai bisogno di riflettere sulla tua vita, in cui forse ti senti solo, ma almeno non ti senti male fisicamente. Quegli stessi letti, per richiesta degli ospiti e degli operatori, avevano dei cassettini nascosti in cui le persone senza dimora che accoglievamo potevano mettere i loro oggetti. Non perché all’interno del centro di accoglienza qualcuno ti rubi qualcosa, non accade, soprattutto non in quel centro che accoglie circa 20 persone. Si vive una relazione per cui nulla accadrà. Ma perché, se sei stato tanti anni in strada, quello che domina la tua testa di notte è la paura. Hai paura che qualcuno ti rubi quel telefono, quel piccolo avere, quella cosa che ti porti dietro da sempre, quella fotografia, quel mazzo di chiavi. E quindi nasconderlo significa sentirsi sicuri. Un luogo dove mi sento bene fisicamente, un luogo dove mi sento sicuro è il luogo dove io sviluppo la mia energia positiva e posso finalmente rinascere, se lo voglio.

Un altro esempio: a un certo punto ci siamo detti: “Ma di che colore le facciamo le pareti di questo centro d’accoglienza?”. E abbiamo chiesto agli ospiti: “Tu di che colore le vuoi?”. E ricorderò sempre, ero presente a quel focus group, che una persona senza dimora rispose così: “Ma perché? Di che colore possono essere?”. Come di che colore possono essere? Possono essere di tutti i colori che vuoi, la vernice costa uguale, no? Possiamo farlo? “Ah, ma non possono essere solo bianche?”. Se per tanti anni nessuno si relaziona in maniera sana con te e tu sei chiuso nel tuo cartone dentro una strada, ti dimentichi i colori, te li dimentichi completamente. È lì che l’ascolto, il dialogo e l’attenzione reciproca aiutano a sviluppare e a risviluppare pensieri di bellezza che poi sono pensieri di normalità. Perché quelle pareti alla fine le abbiamo fatte bianche e verdi, semplicemente perché se stai chiuso in un centro d’accoglienza per 90 giorni e 90 notti, dopo che sei stato in strada tanto tempo hai bisogno di verde, di piante. Forse è lì che vuoi stare, in un bosco. Non so quanto tempo ho ancora, chiudo. La vera bellezza è il protagonismo delle persone, protagonismo che poi porta sempre ad una strada: il benessere della normalità piena.

LUCA FIORE

Grazie Alice. Hai usato una parola che è quella di rinascita e su questa volevo rilanciare a Tina. Cosa vuol dire che la bellezza può essere un motivo di rinascita? Che cosa è capitato? A te cosa hai visto? Come funziona?

COSTANTINA REGAZZO

Sì, devo dire che ascoltando Giuseppe e Alice le emozioni sono tantissime anche per me, perché mi stavo chiedendo che cos’è davvero la bellezza. Avevo pensato delle cose da condividere con voi ma me ne stanno arrivando altre. Ho proprio pensato che a noi piace l’idea di vedere la bellezza delle persone. Noi incontriamo spesso in strada persone che non si lavano da giorni, qualcuno che magari non si fa la barba, qualcuno che puzza anche un po’. E quindi riscoprire la bellezza dell’altro attraverso l’incontro con l’altro è uno degli elementi che, forse nel percorso di rivisitazione del nostro incontro come operatori, diventa determinante. Perché la bellezza è legata a quanto io mi sento sicura, che idea di bellezza ho dentro di me.
L’idea della bellezza l’abbiamo costruita, si dice, quando siamo dentro la pancia della nostra mamma, ma poi per tutta la vita qualcuno ci dice “come sei bello”, “come sei brutto”, “che begli occhi” o “che bel trucco”. Questo ci porta poi a capire qual è la bellezza di quello che è dentro e fuori di noi. Allora questa idea della bellezza interiore, che noi costruiamo nella costruzione della nostra identità, nell’idea del sé, diventa determinante quando per tanto tempo rischio di perderla e di non guardarmi più. Moltissimi dei nostri ospiti non si guardano, e una delle riflessioni che abbiamo fatto anche all’interno della nostra fondazione è se abbiamo degli specchi nei nostri luoghi, se abbiamo degli arredi che in qualche modo fanno sentire l’altro accolto. Perché per poter sperimentare la bellezza di sé e dell’altro ho bisogno di sentirmi sicura.
Questa idea dei luoghi sicuri è stato l’elemento sul quale abbiamo lavorato tantissimo. Perché se sono sicuro posso guardare con occhi diversi. Se mi sento al sicuro e protetto posso guardare con occhi diversi ciò che mi circonda. Ognuno di noi, quando vede una cosa bella, la riconosce se ha costruito dentro di sé un’idea di bellezza. Quindi noi, nei nostri racconti, diciamo che ci sono persone che vivono in strada ma che la loro casetta fatta di cartoni è la bellezza del luogo, e anche il marciapiede che ho di fronte lo guardo con occhi diversi. Però sarà capitato, a me per fortuna sì, ma credo anche a qualcuno di voi, se uno è innamorato vede le cose in maniera diversa. Se pensiamo alla potenza della musica che ci attiva dei ricordi: tu senti quella canzone, ti ricordi che cosa è successo quel giorno lì, rivivi l’emozione, senti un sentimento diverso che ti ricorda anche il luogo in cui sei stato.

Quindi abbiamo capito che lavorare sull’identità, sulla capacità di costruire una propria identità, è un processo complicatissimo. Allora, come diceva Alice, noi non abbiamo mai pensato di dire all’altro come si debba essere belli, come ci si debba muovere dentro i luoghi perché siano belli, ma abbiamo pensato di ascoltare ciò che l’altro ci portava. E attraverso l’idea di che cosa l’altro mi porta, anche che percorso di ricostruzione possiamo condividere. Perché non siamo noi che cambiamo le vite degli altri. Noi cambiamo se ci lasciamo influenzare dagli incontri e dalle vite degli altri che viviamo dentro di noi.
Questo è un processo complicatissimo, perché quando ci siamo detti come devono essere i nostri servizi, come facciamo a costruire un servizio bello, ma bello per chi? E allora abbiamo incominciato a dire: sicuramente bello per noi che viviamo quel luogo. E quindi questo concetto di salutogenesi, della bellezza che mi fa sentire bene, che genera salute e che mi fa ricercare quel piacere. Qualcuno dice che se noi riusciamo ad attivare l’io desiderante, cioè quando c’è una cosa che mi piace, poi purtroppo per noi nelle dipendenze questo diventa un problema. Perché se mi piace una certa sostanza e cerco quella sostanza, forse non faccio proprio quello che serve a me. Ma anche lì è da decidere se questa è la strada, perché si aprono tutti quei luoghi sanzionatori o quelle visioni sanzionatorie sulla propria vita e quella dell’altro. Però l’io desiderante si arricchisce delle esperienze che facciamo. E quanto più noi riusciamo a godere di ciò che abbiamo, che sia la nostra percezione di salute, di bellezza e di piacere, tanto più lo ricerchiamo. E la ricerca continua ci fa cambiare rispetto ai nostri desideri e alle nostre voglie di vivere in maniera diversa.
Questo per noi è un impegno che portiamo avanti con tutti i professionisti, che cerchiamo di realizzare con i nostri ospiti, e questo per noi è il valore della comunità. Costruire non forme belle e perfette, ma lavorare sulle imperfezioni che diventano bellezza se io ho la capacità di leggere che cos’è quella bellezza per me e per l’altro. A noi piacciono tutti, ci piacciono quelli che non hanno gli occhi azzurri, ma ci piacciono tantissimo gli occhi azzurri. Però è per dire che se uno ha anche gli occhi marroni o verdolini, ci piace lo stesso. Ci piace la luce di quell’occhio, la spiritualità che passa attraverso quello sguardo e quell’incontro.
Questo ci ha fatto comprendere che per stare bene, per vivere bene con la sofferenza, perché noi la incontriamo tutti i giorni e non possiamo dimenticarla, abbiamo bisogno di stare all’interno di luoghi che generino benessere. Guardare un’opera d’arte fa bene all’anima e al cuore. Guardare un luogo bello, curato, fa venire voglia di tenere quel luogo curato e di migliorarlo. Raccontavo proprio, dicendoci che cosa diremo ai nostri ospiti, di come alcuni studi hanno dimostrato che quando le persone vivono in cattività fanno cose molto piccole, lavori di piccole opere d’arte con quattro pastelli e un fogliettino. Quando si sentono liberi e accolti, producono tantissimo e hanno bisogno di riempire gli spazi.
Allora questa capacità di stare con l’altro per percorsi piccoli, dove l’altro fa un lavoro e lo fa fare anche a noi… questa è la fortuna che abbiamo. Lavorando con gli umani, per poter incontrare l’altro bisogna incontrare se stessi. E questa capacità di rimodulare il processo di costruzione della vita dell’altro, partendo da ciò che l’altro chiede e quindi mettendoci al servizio, ci fa fare una grossa riflessione rispetto a ciò che è bello e a ciò che è bellezza, ma soprattutto all’idea che luoghi belli, caldi, accoglienti sono luoghi che abbiamo desiderio di vivere. Questo è quello che vorremmo portare nelle nostre case, nei nostri servizi, e siamo anche così ambiziosi da pensare che questo sia un messaggio di comunità. Per noi fare comunità è questo: sapersi incontrare con forme diverse, ma con un’idea di forma da co-costruire insieme.

LUCA FIORE

Grazie Tina. Però la bellezza è anche non solo in questi luoghi di frontiera, ma anche nella quotidianità del mondo del lavoro. Francesca, voi vi occupate di welfare aziendale. Che rapporto c’è, come lo concepite, il rapporto tra welfare aziendale e bellezza? Cosa vuol dire, come lo interpretate?

FRANCESCA RIZZI

Intanto lasciami dire che secondo me è molto interessante il fatto che in questo panel arriviamo da esperienze, ambienti e prospettive molto diverse: il non profit, il profit, l’arte, la tecnologia, perché noi poi offriamo servizi tecnologici. Ma quello che ci accomuna è una visione di bellezza non in senso estetico ma in senso etico, di bellezza nelle relazioni con l’altro. Quello che vi posso portare io è un concetto di bellezza dei luoghi di lavoro intesi non solo come spazi e luoghi di produzione, ma inteso come luoghi pensati ed evoluti per nutrire le relazioni, dove ci si prende cura delle persone, dove si offrono possibilità alle persone di realizzare il proprio potenziale e dove si generano comunità di relazioni che poi, ovviamente, hanno anche una finalità produttiva. Noi ci occupiamo un po’ di questo, e cerchiamo di dare accesso a questo tipo di bellezza a un maggior numero di lavoratori e di imprese possibili.
Però, per arrivare a questo punto, vorrei prima fare un passaggio, secondo me fondamentale, che è quello sul significato del lavoro, che si porta dietro poi il concetto del luogo di lavoro e di bellezza sul lavoro. Negli anni ’70 Basaglia prevedeva l’inserimento lavorativo e pensava al lavoro non solo come possibilità economica da dare a persone con patologie psichiatriche, ma come luogo di cura. Quanto questa visione è distante da quello che oggi leggiamo sui giornali? La narrativa sul lavoro oggi parla di ambienti tossici, burnout, livelli di assenteismo, tanti termini, quiet quitting, che ci danno una visione del mondo del lavoro che richiede un reset, un ripensamento.
Il primo messaggio è fare evolvere l’idea di lavoro da una dimensione acquisitiva, e quindi scambio tempo-denaro e salario, a una dimensione di realizzazione. È un luogo e un’opportunità attraverso cui la persona costruisce il proprio sé e il proprio percorso di vita, oltre che professionale. Se partiamo da questa idea, cos’è un luogo di lavoro? Non è solo un luogo di produzione, sicuramente fatto da spazi e macchinari, ma diventa un luogo disegnato e pensato proprio per creare questa opportunità.

Vi vorrei raccontare di un progetto su cui abbiamo lavorato quest’anno per un cliente che doveva progettare il nuovo Head quarter. Questa è una grande azienda italiana, familiare e multinazionale. Il cliente ci ha detto: “Noi dobbiamo progettare lo spazio in cui le nostre persone lavoreranno nei prossimi 30-40 anni”. Quindi, prima di mettere in mano all’archistar il brief, la domanda che si sono fatti è: “Ma noi che luogo di lavoro vogliamo realizzare? Che concetto di lavoro vogliamo avere? Come lavoreremo nei prossimi 20-30 anni?”. La meta-progettazione, in termini tecnici, è stata quella di dire: “Qual è la nostra strategia nei confronti delle persone? Che cosa vogliamo promettere?”. E da lì poi nasce il brief per l’architetto.

Il messaggio è che per progettare luoghi di lavoro non servono architetti, ma serve una visione, una strategia nei confronti delle persone, che sono la risorsa più strategica all’interno di un’organizzazione. E qui arriva il tema della bellezza, perché se crediamo questo, che cosa vuol dire bellezza sul luogo di lavoro? Per noi vuol dire cura. Un concetto di cura nelle relazioni, perché i luoghi di lavoro sono luoghi di relazioni; cura delle persone, ma anche cura delle opportunità che tu come datore di lavoro offri alle tue persone. Da questo punto di vista, ritorno sul concetto iniziale che la bellezza non può essere un lusso, così come il benessere sul luogo di lavoro non può essere un lusso o una cosa che poche aziende ricche e benpensanti fanno. È un fattore abilitante, una condizione abilitante.

Quindi per avere luoghi di lavoro di questo genere, con questo tipo di bellezza, non ci servono archistar e non ci servono nemmeno condizioni economiche o produttive speciali. A me piace molto il termine che usa Marco Bentivogli, quello degli “architetti del lavoro”. Gli architetti del lavoro possono essere imprenditori, manager, ma sono gli stessi lavoratori. Sono persone che ripensano il lavoro in modo sistemico e che ridisegnano le esperienze lavorative delle persone all’insegna della cura, dell’opportunità, della crescita, delle relazioni, del senso di comunità.

Quindi credo che abbiamo in questo momento abbiamo non solo un diritto alla bellezza da preservare, ma anche un diritto al buon lavoro, per riprendere poi i temi della mostra qui vicino. Un diritto al buon lavoro che significa la possibilità di rigenerare veramente i luoghi di lavoro in una visione di cura, di abilitazione e di benessere condiviso, che sono condizioni abilitanti alla produttività. Non stiamo parlando di assistenzialismo, ma proprio di funzionamento corretto di un’organizzazione.

LUCA FIORE

Grazie mille. Franco, siamo stati bravissimi, quindi abbiamo il tempo che ti ho promesso. Tu hai collaborato all’esperienza delle Audioteche del Progetto Arca, al centro di accoglienza straordinario Fantoli e a Casa Iannacci. Di cosa si tratta e che rapporto hanno con la bellezza e il suo valore sociale?

FRANCO MUSSIDA

Un povero ex rocchettaro che ha frequentato tanti palcoscenici in giro per il mondo, ha incontrato attraverso un elemento di mediazione meraviglioso e straordinario di cui dobbiamo ancora scoprire tutta la sua meraviglia e tutto il suo valore, che è la musica, si ritrova oggi in mezzo a persone che si fanno delle domande, secondo me, di un’altezza straordinaria. Io ogni volta che sento la parola bellezza mi chiedo: ma che cosa è davvero la bellezza? Io non voglio farvi una supercazzola di quelle filosofiche esistenziali, troppo grande, però devo prima fare una premessa. La prima è che sono felice di essere stato invitato qua e sono contento di collaborare con il Progetto Arca, perché ho trovato e trovo persone che amano le persone. Questa è la prima cosa importante, che non ha niente a che vedere con la bellezza, e non cerchiamo di essere banali dicendo che anche questa è bellezza. No. Questa è qualcosa che vive eticamente dentro le persone come un bisogno, la necessità di voler essere utili nella vita.

E per poter essere utili nella vita, una cosa essenziale credo sia la capacità di essere attenti all’essenziale. Questa attenzione io la vedo, la vivo nelle parole, nella “cazzimma” della signora che ho qua a fianco, che vorrebbe mordere il mondo con la sua energia, con l’attenzione che ho sentito da voi, da Tina, nell’esplorare o nel farsi delle domande sulla bellezza interiore. Quindi c’è un’attenzione formidabile in questi ragazzi, posso dire ragazzi perché dall’alto della mia età posso anche dirlo. Ecco, questa è la premessa essenziale che devo dire.

Ma la domanda rimane. Io personalmente ritengo…intanto il mio lavoro, io sono il presidente del CPM Music Institute, che non è una scuola di musica, è un’università oggi, che ha portato la musica popolare e il jazz a essere riconosciuti dallo Stato. Quindi mi occupo di giovani, mi occupo di suono, mi occupo di emozioni. Il mio compito è quello di lavorare con il mondo delle emozioni. Perché? Perché la musica è uno strumento che ci permette, ci svela e ci racconta che cos’è l’anima. È un elemento che suscita direttamente, con una potenza incredibile, il nostro mondo interiore e ce lo fa muovere, come diceva giustamente Tina, ma nello stesso tempo ce lo racconta.
Allora la musica oggi la vediamo tutti, e il mondo del suono, in una specie di partita da tennis, dove quando la pallina va in un campo, tutti guardano quella parte del campo. E noi praticamente sono secoli che stiamo guardando da una parte del campo, e la pallina invece sta andando da un’altra parte. Dobbiamo incominciare ad osservare la musica come un elemento straordinario nella nostra società, e quindi come qualcosa che ci consente di portare alle persone quella libertà emotiva di cui hanno bisogno. Voglio rimarcare, perché forse ce lo siamo dimenticati, che siamo tutti quanti preda di una società che ha fatto una sorta di incantesimo e che dietro questo vetro che meno male abbiamo tutti quanti noi, dove stiamo cercando la bellezza, il compito, secondo me, che deve riguardare tutti è quello di aiutare le persone a riconoscerla. Questo è il tema fondamentale.

Dobbiamo aiutare le persone a riconoscerla. Parole come “bellezza” devono essere riempite di contenuto, non possono essere soltanto utilizzate per dare un senso, un significato, una forma o un modo di comportarsi con le persone. Un’altra parola che dobbiamo riempire di significato è la parola “mistero”. Viviamo in una società in cui questa parola ha ancora un senso? Dovremmo. Ma noi quanto riusciamo davvero a raccontare e a dirci: vive questo mistero oggi? Siamo di fronte ad una realtà che dobbiamo in qualche modo vedere per quella che è. Il compito degli artisti, secondo me, è quello di svelare, di togliere questo elemento che non ci consente di arrivare a percepire davvero che cos’è la bellezza.

Parlo da musicista perché, ovviamente, il tema del riconoscere la bellezza è quello di incominciare a parlare dei vestiti con i quali noi ci comportiamo nella vita. Cosa sono questi vestiti? Sono i nostri sentimenti. Io dico una parola, posso dirla in mille modi diversi, la rivesto sempre di qualche cosa che poi diventa elemento di relazione. Quanta coscienza ho nel fare questo lavoro? Allora il nostro lavoro con Arca, il mio lavoro con Arca, dei miei collaboratori insieme, è proprio quello di utilizzare il mondo del suono e della musica per far sì che le persone comuni, i ragazzi… io adesso sono appena arrivato da San Patrignano perché là c’è un’altra Audioteca e c’è un gruppo di lavoro molto importante. L’Audioteca è diventata un elemento fondante che si aggiunge agli altri elementi educativi che la comunità offre.

E quindi il lavoro che faremo a Fantoli, che abbiamo fatto a Fantoli e che faremo in Casa Iannacci, è quello di accogliere delle persone per dargli da un lato la possibilità di fermarsi, di fare silenzio, che è una delle cose fondamentali, perché siamo intossicati dai nostri pensieri. Soprattutto l’elemento cognitivo è sempre così vivo e attivo da non lasciarti libero mai. Ma la nostra vita è soltanto pensare logicamente? La nostra struttura interiore è fatta di un elemento anaffettivo, che è la nostra propensione a pensare logico, e poi c’è quell’altro mondo che è uno strumento meraviglioso di relazione. Ma delle quali dobbiamo imparare insieme a trovare degli elementi educativi. Ma prima di tutto bisogna riconoscerlo.
Ma voi lo sapete che la gente non sa di possedere un’anima? Viene usata dal sistema, dal mercato. Meno se ne accorgono e meno la gente percepisce di essere un essere senziente, tanto più risponderà al mercato. Ma la vogliamo dire questa cosa sì o no? C’è un lavoro da fare e dobbiamo farlo insieme. Abbiamo uno strumento. Io ne ho uno, voi avete tanti talenti diversi e ciascuno dovrà utilizzarlo per quello che vuole, ma con onestà, facendo il meglio ciascuno cercherà, secondo me, il modo per far sì che gli altri, la gente, si accorga davvero che cosa significa la parola bellezza. Perché la parola bellezza prende senso nel momento stesso in cui ti accorgi di avere una responsabilità, che è quella di vivere per te stesso e per gli altri, ma soprattutto di avere un’opportunità meravigliosa: poter osservare questa meraviglia del cielo che si chiama universo.

LUCA FIORE

Grazie, grazie mille veramente ai nostri ospiti, perché sono riusciti a restituirci la complessità e il fascino di questa avventura che è quella di scommettere sulla bellezza e di tener duro. Tenere duro su che sia qualcosa attaccato alla vita, sia qualcosa che tutti possano vivere e sperimentare. Io ringrazio ancora tutti e vi ricordo che il Meeting è qualcosa che facciamo insieme, che esiste perché chi partecipa, chi ascolta questi incontri, vuole partecipare. E quindi occorre il contributo di tutti perché continui, perché cresca. Io vi invito ad andare a cercare i punti “Dona ora” e fare una donazione. Sono donazioni deducibili fiscalmente, quindi non ci sono ragioni per non farle, perché così ci potremo trovare qui l’anno prossimo ancora a parlare. Grazie mille.

Data

23 Agosto 2025

Ora

19:00

Edizione

2025

Luogo

Arena cdo C1
Categoria
Incontri