INVITO ALLA LETTURA. Introduce Camillo Fornasieri, Direttore del Centro Culturale di Milano. - Meeting di Rimini
Scopri di più

INVITO ALLA LETTURA. Introduce Camillo Fornasieri, Direttore del Centro Culturale di Milano.

UOMOvivo
Presentazione del libro di Gilbert Keith Chesterton (Ed. Lindau). Partecipano: Gloria Garafulich, Managing Editor The Chesterton Review the Journal of the Chetserton Institute for Faith & Culture; Marco Sermarini, Presidente della Società Chestertoniana Italiana; Annalisa Teggi, Saggista e Traduttrice.

A seguire:

L’ATLANTIDE ROSSA. La fine del comunismo in Europa
Presentazione del libro di Luigi Geninazzi, Giornalista e Scrittore (Ed. Lindau). Partecipano: l’Autore; Roberto Fontolan, Direttore del Centro Internazionale di Comunione e Liberazione. In occasione dell’incontro intervento di saluto di Piotr Nowina-Konopka, Ambasciatore della Repubblica di Polonia in Italia.

 

INVITO ALLA LETTURA. Introduce Camillo Fornasieri, Direttore del Centro Culturale di Milano.
Ore: 11.15 eni Caffè Letterario A3
UOMOvivo
Presentazione del libro di Gilbert Keith Chesterton (Ed. Lindau). Partecipano: Gloria Garafulich, Managing Editor The Chesterton Review the Journal of the Chetserton Institute for Faith & Culture; Marco Sermarini, Presidente della Società Chestertoniana Italiana; Annalisa Teggi, Saggista e Traduttrice.

A seguire:

L’ATLANTIDE ROSSA. La fine del comunismo in Europa
Presentazione del libro di Luigi Geninazzi, Giornalista e Scrittore (Ed. Lindau). Partecipano: l’Autore; Roberto Fontolan, Direttore del Centro Internazionale di Comunione e Liberazione.

CAMILLO FORNASIERI:
Benvenuti, cominciamo questo momento di invito alla lettura. Presentiamo il libro di Chesterton, Uomovivo, che Lindau ripropone con una nuova traduzione al pubblico italiano. Siamo molto lieti di avere un altro momento dedicato all’autore, oltre quello della mostra, che ci descrive veramente un grande testimone, nel ’900, di questa passione per l’uomo, di questa capacità di cogliere la tristezza profonda, il desiderio grande che anima l’uomo di tutti i tempi. Ne parleranno con noi Gloria Garafulich, che è la Direttrice del Chesterton Institute for Faith & Culture e anche editor della rivista chestertoniana in versione inglese. Poi abbiamo con noi la traduttrice, Annalisa Teggi, alla mia sinistra, che è stata anche la traduttrice de La ballata del cavallo bianco, che fu rappresentata qui al Meeting due anni fa. E poi Marco Sermarini, che è Presidente della Società Chestertoniana Italiana. Sermarini è interessante anche perché ha fondato una scuola, una scuola libera, intitolata a Chesterton, a San Benedetto del Tronto, una media e una superiore, che si è gemellata con una analoga scuola degli Stati Uniti. Partiamo subito con Gloria. Grazie.

GLORIA GARAFULICH:
Buongiorno. Io sono molto felice di essere qui oggi. Mi dispiace di non poter parlare italiano, perdonate il mio italiano scadente. A nome del Padre Ian Boyd, Presidente dell’Istituto Chesterton, desidero esprimere il nostro profondo gradimento agli organizzatori del Meeting di Rimini. In particolare a Emilia Guarnieri, Alessandra Vites e Otello Cenci, per aver ospitato una meravigliosa mostra di Chesterton, che invita il visitatore a entrare nella casa e nella vita di Chesterton e per una fantastica produzione di Manalive. Credo che sia il migliore momento per la nuova traduzione di Manalive di Annalisa Teggi. Questo è un momento molto importante per Chesterton, è un anno chestertoniano, è un anno in cui Chesterton è vivo.
Ho detto spesso che una presentazione abbastanza accurata della filosofia di vita di Chesterton la si possa trovare ovunque nei suoi scritti; questo vale senz’altro per Uomovivo. Si tratta di un romanzo bizzarro, che è stato pubblicato nel febbraio del 1912, in un momento in cui il giovane Chesterton stava acquisendo una fama quale uno dei più noti autori dell’età edoardiana. Ed è il titolo stesso del romanzo che ci indirizza a capire qual è la ragione di questa sua popolarità. Tutto quello che sappiamo del giovane ed esuberante Chesterton, ci dice che era una persona veramente viva e si potrebbe anche dire che voleva svolgere per i suoi lettori il ruolo che poi il protagonista del romanzo avrebbe avuto per i tristi ospiti di House Beacon e cioè ridare vita ed emozione, significato a delle vite che viceversa erano diventate piatte e senza senso. La somiglianza fra Chesterton e il suo personaggio arriva anche ad includere un comune aspetto fisico, caratterizzato da una grossa mole. Il senso del sacro, caratteristico di Chesterton, lo ritroviamo anche in quest’opera. È un’idea del sacro tale per cui anche quella fetta della vita che si considera profana, in realtà si rivela essere anche sacra. E così il romanzo, che all’inizio sembra non avere nessun tipo di contenuto religioso, in realtà ha un suo chiaro significato religioso. Pensiamo per esempio all’inizio del romanzo. Le prime pagine del romanzo sono dedicate ad una descrizione lunga ed elaborata del vento che scuote la periferia nord di Londra, dove si trova la pensione House Beacon. La descrizione del vento è assolutamente naturalistica, ma ricorda anche un passaggio biblico ben noto, tratto dagli Atti degli Apostoli, in cui il vento di Pentecoste si abbatte sulla casa in cui hanno trovato rifugio gli apostoli spaventati dopo la morte di Cristo. E nel romanzo il vento di Londra si abbatte su House Beacon e ci viene detto che si tratta di un vento buono, che non fa male a nessuno, la cui energia invisibile trasfonde una certa drammaticità in vite che apparentemente non sono drammatiche, trasferendo anche quel senso di crisi che affligge il mondo. E altrettanto dicasi per la trama apparentemente profana del romanzo. Il romanzo si incentra per lo più su un finto processo, all’interno del quale Innocenzo Smith alla fine viene, come è prevedibile, assolto. Assolto da una serie di reati apparenti e questo processo che è assolutamente profano, ha in realtà un significato profondamente religioso. Da questo punto di vista il romanzo fa pensare ai gialli di Chesterton. Una volta Chesterton ebbe a dire che il mondo moderno avrebbe bisogno di un nuovo tipo di detective, di investigatore, qualcuno che fosse capace di scoprire la virtù religiosa nascosta in ciò che di primo acchito si potrebbe confondere con il vizio. Come Padre Brown, anche Innocenzo Smith è un po’ un detective e la virtù che scopre è una virtù assolutamente umana, ma secondo lo schema chestertoniano delle cose, secondo il quale la grazia si sviluppa a partire dalla natura e quindi l’umano nasconde una presenza nascosta del divino, il romanzo ricorda un po’ la Ballata del cavallo bianco, il poema epico più famoso di Chesterton. In questo poema il re Alfredo si oppone alla corte danese e fa la nota considerazione di carattere religioso: “Dunque la vostra fine è su di voi, è su di voi e su i vostri re, non a causa di un fuoco nella palude di Ely, non perché i vostri dei sono nove o dieci, ma perché solo agli uomini cristiani è dato custodire anche il mondo dei pagani”. La base autobiografica del romanzo getta anche una nuova luce sul suo significato nascosto. Uomovivo va visto come un’opera che appartiene al periodo anglo-cattolico di Chesterton. Il romanzo venne pubblicato nel 1912 e all’epoca Chesterton era molto vicino a dei pensatori anglo-cattolici, come il Canonico Henry Scott Holland e il Reverendo Conrad Noel, il prelato anglo-cattolico radicale ch aveva incontrato per la prima volta presso la Christian Church Union. E anche il personaggio di Raymond Percy, che troviamo alla fine del romanzo, ci fa pensare in tutto e per tutto proprio a Conrad Noel. Il romanzo poi riflette anche la teologia ottimistica di questo ambiente anglo cattolico. Le avventure comiche del Reverendo Raymond Percy, e la satira sul Canonico Hopkins, assolutamente privo di humour, vanno viste proprio come una presentazione anche divertente degli amici anglicani di Chesterton. Lo humour che si diffonde da questo romanzo ci fa anche pensare all’atmosfera allegra e bonaria che caratterizzava gli ambienti anglo-cattolici. Si potrebbe anche dire che Uomovivo, come il romanzo precedente di Chesterton, La sfera e la croce, sia stato scritto proprio per promuovere in un modo indiretto le opinioni di questi amici anglo-cattolici di Chesterton. Chesterton condivide le opinioni di questo gruppo di teologi, di scrittori che pensavano che la evangelizzazione della cultura fosse urgente tanto quanto l’evangelizzazione di ogni singolo individuo. In altri termini possiamo dire che Uomovivo costituisce un’ottima introduzione a tutti gli scritti di Chesterton ed in modo particolare a quello spirito gioioso che li caratterizza. La fama e notorietà personale di Chesterton si rifletteva anche dal grande numero di critiche pubblicate quando uscì il romanzo Uomovivo. Queste critiche costituiscono di per sé un indice della posizione di primissimo piano che Chesterton rivestiva tra gli scrittori edoardiani. Nel 1912 l’uscita di un suo libro costituiva un evento di importanza nazionale e il tono delle critiche relative al romanzo è assolutamente indicativo, e infatti gran parte di queste critiche identificavano Chesterton proprio con il protagonista del suo romanzo. Nell’articolo pubblicato il 1 marzo del 1912 sul Daily News, che era il giornale che pubblicava i famosi Saggi del Sabato di Chesterton, Scott James scrisse che in Uomovivo tutti i personaggi gli assomigliano in una danza fantastica verso la luna e cambiano forma, colore e carattere mano a mano che si spostano e volano nell’aria, fino a che le loro parole, i loro sogni, sembrano avere la stessa consistenza di quell’uomo imponente e massiccio che a volte può essere il sempliciotto, oppure Dio, oppure impersonare lo stesso Chesterton. Una recensione, pubblicata e firmata il 6 aprile del 1912 sul Nation, parla del romanzo come di qualche cosa che è assolutamente in linea con tutti gli altri scritti di Chesterton. L’articolo sottolinea che l’allegria di Chesterton, del suo personaggio, hanno un’aria surreale che li fa assomigliare all’uomo di Rousseau nello stato di natura, in cui la natura non è una condizione di primitiva barbarie, ma uno stato in cui l’uomo può realizzarsi libero dai suoi difetti. L’uomo ideale di Chesterton è un selvaggio ma anche un signore, è primitivo e metafisico, è innocente come un bambino ma acuto come un giudice, esplosivo e mistico, è ingenuo come Adamo prima della sua caduta e poi estremamente scaltro nel dar la colpa al serpente. Nello stesso articolo poi si solleva un altro punto segnalando un apparente difetto nella filosofia di Chesterton. Quello spensierato ottimismo espresso da Uomovivo indica, secondo il critico, che Chesterton ha fatto pace troppo chiaramente e nettamente col problema del male. E comunque, malgrado la diversità di opinioni che viene espressa dai vari critici, Uomovivo resta un’opera importante, un’opera che costituisce una perfetta introduzione a tutti gli scritti di Chesterton.

CAMILLO FORNASIERI:
Molto bello questo intervento di Gloria Garafulich; adesso ascoltiamo Marco Sermarini, che si addentra un po’ nel libro anche facendoci ascoltare alcuni passaggi.

MARCO SERMARINI:
Grazie. E’ una cosa bella vedere tutte queste persone qui riunite per Chesterton. Penso sia una cosa grande e questo mi rallegra molto perché ripenso che nel 2002, quando iniziammo la Società Chestertoniana, la gente non sapeva neanche pronunciarlo il nome di Chesterton e oggi invece vedo file interminabili di persone che vogliono entrare nella mostra, tantissime persone che ci chiedono come fare e che cosa fare per approcciare il suo pensiero, la sua opera e questo mi rallegra tantissimo, sono molto molto contento che siate molti. Vedo gente con le magliette con le frasi di Chesterton e vedo tante belle cose, quindi penso che Chesterton, se gli lasciamo qualche altro giorno, si prenderà tutto il Meeting e di questo io sono non felice, felicissimo. Premesso questo, andiamo al cuore della questione. E’ Chesterton stesso che ci illustra la genesi di quest’opera, e lo fa nella sua Autobiografia:

Ciò che mi stupisce, quando guardo indietro alla mia giovinezza, e anche all’adolescenza, è l’estrema rapidità con cui si può fare ritorno con il pensiero alle cose fondamentali e perfino alla negazione delle cose fondamentali. In età precocissima, ero tornato con il pensiero fino al pensiero stesso: ed è una cosa terribile, perché può indurre a credere che non ci sia nulla, al di fuori del pensiero (…) Era come se avessi io stesso proiettato l’universo dall’interno, con i suoi alberi e le sue stelle. E si arriva così vicino alla nozione di essere Dio che, in tutta evidenza, ci avvicina ancora di più alla follia (…) Mentre atei ottusi predicavano che nulla esisteva al di fuori della materia, li ascoltavo con il quieto orrore del distacco, pensando invece che non esisteva nulla al di fuori della mente.

Queste idee, unite al clima culturale decadentistico e pessimistico, avevano creato un cattivo habitus mentale nel giovane Gilbert (tra i diciotto ed i venti anni), che lo avevano indotto a pensare anche al più folle dei delitti, il suicidio.
Poi tutto cambiò grazie alla lettura di alcuni libri, tra cui spiccano Robert Louis Stevenson con la sua Isola del Tesoro, Walt Whitman con le sue poesie (chiaramente quelle non a sfondo omosessuale che Gilbert avrebbe rifiutato decisamente: era una di quelle insane inclinazioni che più gli avevano messo paura, se proprio vogliamo dirla tutta) ed il libro biblico di Giobbe (sì, proprio Giobbe, quello che discute con Dio dopo la apparente negazione e privazione del tutto).
Chesterton mette una solenne pietra sopra a queste assurde preoccupazioni psicologiche (come le chiama lui stesso) verso la primavera – estate del 1894, quando scrive una lettera al suo amico di sempre Edmund Clerihew Bentley in cui dice:

Adesso la visione sta svanendo nel corso della vita quotidiana, e ne sono felice. È imbarazzante parlare con Dio faccia a faccia, come si parla con un amico.

Adombra un’esperienza mistica? Forse, ma sta di fatto che da lì in poi cambierà tutto. Dirà Chesterton di aver

scoperto che la realtà intorno a noi, se la si esamina, testimonia una… perfezione mistica
e di essere certo che ogni cosa è come è perché così deve essere.

Gratitudine sarà la parola chiave di questa storia che ha lasciato il segno nella vita di migliaia di persone:

Nessun uomo ha veramente misurato la vastità del debito verso quel qualsiasi essere che l’ha creato e che lo ha reso capace di chiamarsi qualcosa. Dietro il nostro cervello, per così dire, v’era una vampa o uno scoppio di sorpresa per la nostra stessa esistenza: scopo della vita artistica e spirituale era di scavare questa sommersa alba di meraviglia, cosicché un uomo seduto su una sedia potesse comprendere all’improvviso di essere veramente vivo, ed essere felice.

Più avanti ci dice che sempre in quel periodo della sua vita compose la poesia The Babe Unborn, in cui l’autore impersonava un bambino mai nato che implorava l’esistenza e prometteva di prodigarsi in tutte le virtù e che avrebbe fatto sempre il buono, purché gli fosse data la vita. E ancora:

Fu in quel periodo che abbozzai quello che, più tardi, fece parte del mio racconto intitolato Manalive: la storia di un tale d’animo buono, che andava in giro con una pistola e la puntava a bruciapelo contro il pessimista, se mai diceva che la vita non valeva la pena di essere vissuta.

Quest’idea viene accennata pubblicamente per la prima volta nel capitolo introduttivo di Ortodossia, dove dice:

Spesso ho avuto la tentazione di scrivere un romanzo sulla figura di un navigatore inglese che, per un lieve errore di calcolo della rotta, scoprì l’Inghilterra credendo di aver scoperto una nuova isola nei mari del Sud.
E poi accusa la sua pigrizia che gli avrebbe impedito di scrivere questo libro. Il pressing durava dall’età di vent’anni, ormai non ce la faceva più. Prima si chiarì le idee scrivendo L’uomo che fu Giovedì, la sua autobiografia romanzata, e Ortodossia, la sua autobiografia filosofica. E’ Chesterton stesso che le definisce così, sia chiaro. In queste due opere trovate le idee fondamentali di quest’uomo buono e geniale e lui ripercorre tutto il suo viaggio verso l’ortodossia.
Ma il libro sull’uomo buono che girava con la pistola a cannoneggiare i pessimisti era troppo importante per non essere scritto, e quindi oggi possiamo dire grazie a Dio e leggerlo e pure presentarlo a tutti qui.
Uomovivo forse è il romanzo più scopertamente autobiografico (a ben guardarli, lo sono tutti: o meglio, tutti contengono qualcosa che riguarda la vita di Chesterton, un personaggio che gli somiglia, un uomo grande e grosso, il poeta, oppure qualcosa che fa parte della sua vita di tutti i giorni e spesso anche una donna dai capelli rossi, cioè la sua cara moglie). Quindi quando si dice che questo libro è la storia di un uomo dall’animo buono, tutto converge a pensare a lui, perché lui era davvero di animo buono, era un uomo davvero buono ed innocente come un bimbo. Padre O’Connor lo ribattezzò Chestertonchild.
Poi è autobiografico anche quando Chesterton racconta di Innocent Smith che gira con la pistola: non tutti lo sanno ma Chesterton si andò a sposare con la pistola in tasca, perché dice lui che non esistono matrimoni prudenti come non esistono suicidi prudenti, e siccome il matrimonio è una grande avventura, bisogna prepararsi per bene. Poi passò anche in una latteria a bere un bicchiere di latte, proprio dove lo portava da bambino sua mamma… Per la cronaca si presentò in chiesa con il bollino del prezzo ancora attaccato alle suole delle scarpe e quando si inginocchiò fece ridere tutti e partì per il viaggio di nozze dimenticando i bagagli alla stazione (ma con la pistola in tasca…).
Quando Chesterton scoprì che la vita era bella ed era vera, partì per quello che William Oddie, uno dei suoi biografi, chiama the long journey round the world, il lungo viaggio attorno al mondo, alla vita, al bello dell’esserci, il viaggio che parte dalla scoperta della gratitudine per la somma bontà del tutto, dalla scoperta dell’ortodossia e dalla riscoperta dello strumento del costante stupore. Quest’opera dunque fu concepita con questo precipuo scopo: fungere da regola (sì, proprio così, è una regola, come i francescani, i domenicani e i benedettini) per chi riconosce il segreto della vita – la gratitudine per tutto, in primis per l’esserci, che è meglio del non esserci – e decida di esercitare senza tregua l’arte del suo protagonista, Innocent Smith, che “frustava la sua anima a suon di risate pur di impedire che si addormentasse". Sentite come si descrive attraverso le parole del reverendo Percy:

Aveva fatto perdere a sua moglie una lunga serie di domestiche eccellenti, a causa di quella sua abitudine di bussare a casa sua come fosse un perfetto sconosciuto, per chiedere se il signor Smith abitasse davvero lì e che tipo d’uomo fosse. La classica domestica londinese non è abituata a padroni che si dilettano con ironie così astruse; e risultò impossibile spiegarle che il padrone lo faceva per guardare le proprie faccende con la stessa viva curiosità che di solito si ha verso le faccende altrui.
«So che c’è un tale chiamato Smith» era solito dire con aria stranita «che vive in una di queste case a schiera. So che è molto felice, eppure non riesco mai a coglierlo in flagrante». Talvolta era capace di mettersi improvvisamente a trattare sua moglie con quel tipo di cortesia impacciata, tipica di un giovane che s’innamora a prima vista di una sconosciuta. Talvolta era capace di estendere queste poetiche premure anche nei confronti del mobilio; si scusava con la sedia su cui si sedeva, saliva le scale con la prudenza di uno scalatore, per sentire come nuova la percezione di quello scheletro di realtà. «Ogni gradino è una scala e ogni sgabello è una gamba» diceva. E altre volte si comportava da sconosciuto nel modo completamente opposto, cioè entrando da passaggi strani, per sentirsi come un ladro o un rapinatore. Scassinava e s’introduceva abusivamente in casa sua, come aveva fatto quella notte con me.

Questa idea era chiara da sempre, tanto che la ritroviamo ne L’Imputato (in cui elogia le cose apparentemente indifendibili) ma soprattutto in Ortodossia:

(…) Il libro "Robinson Crusoe" (…) deve la sua perenne vitalità al fatto che esso celebra la poesia dei limiti o meglio ancora il romanzo stravagante della prudenza. Crusoe è un uomo sopra un piccolo scoglio con poca roba strappata al mare: la parte più bella del libro è la lista degli oggetti salvati dal naufragio. La più grande poesia è un inventario. Ogni utensile da cucina diviene ideale perché Crusoe avrebbe potuto lasciarlo cadere nel mare. E’ un buon esercizio nelle ore vuote o cattive del giorno stare a guardare qualche cosa, il secchio del carbone o la cassetta dei libri, e pensare quanto sarebbe stata la felicità d’averlo salvato e portato fuori del vascello sommerso sull’isolotto solitario. Ma un migliore esercizio ancora è quello di rammentare come tutte le cose sono sfuggite per un capello alla perdizione: tutto è stato salvato da un naufragio. Ogni uomo ha avuto una orribile avventura: è sfuggito alla sorte di essere un parto misterioso e prematuro come quegli infanti che non vedono la luce. Sentivo parlare, quand’ero ragazzo, di uomini di genio rientrati o mancati; sentivo spesso ripetere che più d’uno era un grande "Avrebbe-potuto-essere". Per me, un fatto più solido e sensazionale è che il primo che passa è un grande "Avrebbe-potuto-non-essere".

In Ortodossia elaborerà la filosofia di Pimlico, il quartiere di Londra decaduto che però se amato quando ancora non è amabile può diventare Firenze o Roma, cioè il patriottismo cosmico; in altre parole bisogna combattere per il mondo amandolo ed odiandolo con la stessa intensità perché diventi quel che deve essere.
Nell’Autobiografia dice che quello che fu chiamato il suo ottimismo, che l’aveva salvato e che lui definirà ottimismo irrazionale, poteva suonare grosso modo così:

Perfino la mera esistenza, ridotta agli estremi limiti, è talmente straordinaria da essere stimolante. Paragonato al nulla, tutto era meraviglioso.

Allargando il raggio al mondo intero, un giorno Chesterton giovanotto ventenne arriverà a dire ad un suo amico qualcosa di simile a questo: A mondo donato non si guarda in bocca… Quindi non solo stupirsi quando può accadere, ma stupirsi sempre, meglio ancora: esercitare l’arte dello stupore e della meraviglia, del riconoscere in ogni cosa quella vampa di sorpresa anche a costo di prendersi a schiaffi per rimanere svegli. Scriverà Gilbert in un prezioso quadernetto ancora in quei gloriosi giorni attorno al 1894:

C’è un segreto per la vita
Il segreto del costante stupore

Ma dove nasce tutto ciò?
Il senso della gratitudine per tutto è una caratteristica dell’immaginazione chestertoniana che trae origine dalla sua fanciullezza: a venti anni Gilbert riesce a recuperare “la permanente attesa della sorpresa” che era il dono di suo padre Ed, un uomo splendido che fabbricava per i figli il teatrino delle marionette e lo animava e leggeva loro tutti i più bei libri della letteratura inglese, cioè la prospettiva che il quotidiano è il cancello per l’imprevisto ed il meraviglioso, che era stato coltivato con il “vero senso per cui ognuno ha in mano il capo di un filo elfico che deve alla fine condurlo al paradiso” (L’età vittoriana in letteratura) secondo George McDonald.
Tutto questo, misteriosamente e miracolosamente, era già tutto intero nella testa del giovane ventenne Gilbert, come uno scoppio di meraviglia desiderato ed atteso. Lo troviamo in uno dei suoi Notebook, i suoi quaderni giovanili (segue nella riga successiva la frase di prima sul segreto del costante stupore):

C’è una cosa che dà radiosità a tutto, strade, case, pali della luce, comunità, politica, vite – è l’idea di qualcosa dietro l’angolo.

Ma c’è un aspetto che non va trascurato, ossia: non fermiamoci solo a stupore e gratitudine, che vanno benissimo. Chesterton in quegli anni giovanili scoprì il pericolo dell’eresia, cioè del cattivo pensiero, il pensiero contrario alla ragione, che è radice del male:

Il punto è che ho scavato talmente in profondità da incontrare il diavolo e misteriosamente riconoscerlo.

dirà nell’Autobiografia. Fermarsi solo al primo livello significherebbe mutilare Chesterton. Difatti c’è un interessante, misconosciuto in Italia, articolo di Chesterton su un numero del Daily News del 1907 intitolato The Diabolist, cioè il satanista. Racconta di un incontro accaduto proprio in quegli anni giovanili con un suo coetaneo che si proclamava satanista, seguendo il flusso delle idee decadentiste in voga in quell’epoca e rifiutate da Chesterton. In esso Chesterton racconta che il suo conoscente gli aveva chiesto perché stesse diventando ortodosso. Chesterton dice di non essersene accorto sino a quel momento e risponde che stava diventando ortodosso

perché sono arrivato, giusto o sbagliato che sia, dopo aver stirato il mio cervello fino a farlo squarciare, al vecchio credo secondo cui l’eresia è più minacciosa del peccato. Un errore è peggio di un crimine, perché un errore genera crimini.

Per lui una vita ingrata era, prima ancora che una follia, un’eresia perché non riconosceva l’evidenza di quel qualcosa dietro l’angolo che dava radiosità e luce a tutto. Per cui si lanciò nella battaglia dell’ortodossia. Guardate che Innocent Smith non è un buontempone che gode dei tramonti e del vino bevuto sul tetto di casa, di una bottiglia di vetro volgarissimo e dell’oro perché è tutt’oro quello che luccica. E’ uno che fa queste cose ma perché è sbagliato e folle non farle. Innocent si prende la briga di saltare il muro di Casa Beacon e vi porta lo scompiglio dell’ortodossia, calca in testa allo scientista dottor Warner il suo cappello perché è depresso e questo è sbagliato perché ogni uomo è un re e il suo cappello è la sua corona e quindi l’uomo comune vale come il re; punta la pistola in faccia al rettore Eames perché rinsavisca e così possa rinsavire lui stesso!
Una regola, non istruzioni per l’uso, ma una regola vera: vuoi rimanere sano? Vuoi rimanere in questa attesa permanente della meraviglia e godere davvero di tutto, anche del godimento? Frusta allora la tua anima a suon di risate perché questo è ortodosso, il nulla è eretico.
Stupore, gratitudine per tutto, anche per le tende a pallini ed i paperi dello stagno, amore per la propria moglie ed una bella pistola puntata sulla testa dell’uomo moderno, cioè l’amore per l’ortodossia ed il senso comune contrapposti all’eresia che guasta l’uomo e il suo cervello e così questo mondo per cui combattere da patrioti cosmici. Ecco il significato di quest’esplosione di vita che l’Innocente Chesterton ci regala perché la possiamo tenere sempre per noi come un gigantesco segreto da rivelare al mondo. Grazie.
CAMILLO FORNASIERI:
Grazie. Da Annalisa Teggi l’ultimo intervento.

ANNALISA TEGGI:
Buongiorno. Il traduttore è un mestiere silenzioso, nessuno vede mai la figura del traduttore, quindi io mi rispecchio fedelmente in questo e quindi vi farò solo una battuta. Innanzitutto qui è già successo quello che succede in Uomovivo, perché non so se vi siete accorti, ma Innocenzo Smith, il protagonista, è qui tra di noi. L’avete visto? Alza un po’ la mano, saluta. “Ciao!”. Questo è quello che succede in Uomovivo, e solo un genio come Chesterton poteva dedicare il titolo di un romanzo a un protagonista che non fa il protagonista, cioè che non è al centro della scena ma la cui presenza, come un fuoco d’artificio, mette il fuoco nella vita degli altri. Innocenzo Smith è silenzioso come è stato adesso il nostro Innocenzo Smith e noi siamo qui a parlare di lui. Questo è quello che fa Chesterton, non mette mai al centro se stesso, anche quando parla di sé, ma è come un fuoco d’artificio che insospettabilmente rimette al centro noi della nostra vita. E di questo gli siamo sempre grati. Ci sono alcuni aneddoti di Chesterton che i chestertoniani conoscono a menadito. Io adesso ne ripeterò uno, che quindi loro si sentiranno ripetere per la millesima volta e vale più di mille parole che potrei spendere io. Sermarini mi corregga se la citazione che faccio è sbagliata. Una volta in una circostanza fu chiesto da un giornalista a Chesterton: «Se lei dovesse mai trovarsi in un’isola deserta, quale libro vorrebbe avere con sé? Forse Shakespeare, Dickens, la Bibbia…?». E la risposta di Chesterton fu: «Be’, se mi dovessi mai trovare su un’isola deserta, l’unico libro che vorrei davvero avere è quello che si intitola “100 e uno modi per costruire una barca”».
Le battute sono belle così, ed è sempre un peccato rovinarle con una spiegazione. Dunque, io cerco di non cadere nella trappola di spiegare questa battuta, ma è di vitale importanza capire che (come sempre) dietro ogni battuta spiritosa di GKC c’è una verità molto spirituale. Cioè profonda e vera. Nessuno di noi avrebbe dato la risposta che diede GKC; noi (o meglio, parlo per me) avremmo cominciato a pensare all’isola deserta con molto piacere (il mare, le palme … no ufficio … no traffico) e con altrettanto piacere ci saremmo messi a pensare a quale bel libro leggere in un momento di svago così idilliaco.
Chesterton, invece, ha guardato la parola “isola”. E ci ha visto qualcosa di pericoloso. Come sempre accade, le sue intuizioni pescano in quelle evidenze che stanno dietro le apparenze; in questo caso il punto è: è bello stare su un’isola deserta? In tutti i contesti e in tutte le salse, oggi ci viene fatto credere che la solitudine sia una cosa positiva, che sia piacevole come una bella isola deserta. Ci viene detto che più l’uomo è isolato, cioè libero da vincoli di ogni tipo con la società e l’umanità che lo circonda, più è padrone di sé e capace di gestire la sua vita. Oggi siamo così illuminati e progrediti da ritenere una grande conquista il fatto che una donna possa scegliere di abortire in completa solitudine e privacy, semplicemente deglutendo una pillola.
Ecco, Uomovivo di Chesterton è un pacco esplosivo innescato per far esplodere la falsità di questa illusione. La solitudine è il nemico numero uno dell’uomo. L’isola deserta non è una cosa bella, per questo occorre costruire una barca e andarsene. Occorre muovere i remi a velocità supersonica per sfuggire alla tentazione di convincersi che l’uomo è salvo e protetto quando è isolato, cioè libero da vincoli con gli altri. E Uomovivo è una delle tante barche che GKC ha costruito per noi, per traghettarci in acque più sane e meno solitarie.
E la cosa paradossale, che solo un genio come Chesterton poteva immaginare, è usare un titolo che provocatoriamente sembra parlare di un uomo solo: UOMO – VIVO sembra un nome maschile, singolare … e, invece, Chesterton lo usa come una parola esclamativa e plurale. Il titolo Uomovivo sembra suggerirci che la storia che andremo a leggere ci parlerà di un protagonista, di un eroe la cui figura in qualche modo sarà sempre al centro della scena. E, invece, al contrario di quello che succede nella maggior parte dei romanzi o dei film che vediamo, il protagonista Innocent Smith di Chesterton è protagonista proprio perché non è al centro della scena. Sta al centro della scena per poco. La sua presenza è impetuosa, ma lo è al modo del fuoco d’artificio che squarcia il cielo scuro e lo illumina, restando muto: Smith è un evento tanto appariscente quanto silenzioso, è un uomo vivo innanzitutto perché genera affetti, escandescenze, risate e lacrime negli altri. Sta per un attimo al centro della scena, per riportare gli altri al centro – al cuore – della propria esistenza. È un po’ come il detonatore: dove lui passa, gli altri esplodono … di vita. Di se stesso dice pochissimo e quando viene processato resta completamente in silenzio.
La stessa cosa si può dire anche di GKC, che è stato e resta un vero protagonista perché non mette mai al centro se stesso, ma leggere ciò che ha scritto fa sentire noi sempre più protagonisti della nostra vita. Ci fa sentire al centro, cioè a fuoco. Mette a fuoco la nostra vita, e ci mette dentro anche il fuoco.
Come anticipavo, infatti, Uomovivo – in inglese «manalive» – non è un semplice nome e aggettivo, ma è una vera e propria esclamazione. In inglese si usa per indicare forte stupore e shock. Qualcuno dice che fu introdotto nel corso del regno della regina Vittoria, la quale non tollerava che si usassero esclamazioni riferite a Dio (come Oddio! Santo Cielo!) e quindi si passò a usare espressioni che coinvolgevano l’uomo. Non è sicuro, quindi questa informazione va presa con le molle. Ma è sicuro che Innocent Smith vuole farsi chiamare non semplicemente “man” “alive”, ma “manalive!”. In italiano, l’unico modo per rendersi conto di cosa significhi, è considerare l’esclamazione Evviva! che usiamo sempre per esultare, senza più pensare quel che diciamo: noi esultiamo dicendo che una cosa «è-viva». Questa è la gioia prima e unica, lo stupore e lo shock. E ci sta sempre sulla bocca. Dunque Innocent Smith è un uomo vivo, ma è soprattutto un Evvivo!
L’asso nella manica di Chesterton è il senso comune. L’uomo può riempirsi la testa di astruse teorie, ma alla fine la verità di quel che egli è davvero si trova nelle cose semplici che gli stanno sempre sulla bocca, senza che lui se ne accorga più. E così noi, in teoria, ci mettiamo a pensare che in certe particolari condizioni la vita sia qualcosa di insostenibile, di cui è anche giusto privarsi, eppure quando siamo contenti continuiamo a dire “evviva”. E GKC ci dice che il nostro “evviva” è più vero delle serissime teorie che insinuano de “se” dei “ma” e dei “però” sul dato che è la vita. Per guardare onestamente come stanno le cose, non occorre inventare nulla, occorre che semplicemente l’uomo si accorga delle parole che usa, che si stupisca di ciò che si porta addosso da sempre. Per innescare lo stupore, occorre un gesto violento; occorre un’esclamazione e non basta una semplice constatazione.
Smith è un’esclamazione ambulante, come afferma nel romanzo il personaggio di Michael Moon:

L’idea che Smith sta attaccando è questa: noi viviamo in una società confusa e per questo siamo arrivati a pensare che certe cose siano sbagliate quando, invece, non lo sono affatto. Siamo arrivati a pensare che fare il ribelle e l’esuberante, il chiassoso e l’impetuoso, il guastafeste e lo scontroso sia sbagliato. Di fatto tutte queste azioni non sono semplicemente scusabili, sono anzi impeccabili.

Rimanendo fedeli ai 10 comandamenti, cioè alle cose fondamentali, si può essere esuberanti ed eccentrici in tutti i modi possibili. Non dobbiamo desiderare la roba d’altri, ma possiamo desiderare la nostra roba con lo stesso ardore che riserviamo per qualcosa di bello che non è nostro. Possiamo e dobbiamo essere esuberanti, quasi violenti, per ricordarci che siamo vivi. Dovremmo scrivere sulla porta di casa nostra un cartello, da guardare tutte le mattine prima di mettere un piede fuori casa, con su scritto: “Attenzione, pericolo di vita!”. Questo farebbe Smith, per dirci che tutte le volte che mettiamo un piede dentro il mondo mettiamo piede dentro una materia infiammabile e meravigliosa, pericolosa perché viva. Sarebbe bello cominciare ogni giornata con questo grido d’allarme: stai attento, stai per correre il pericolo di essere vivo!
Concludo dicendo qualcosa sul fatto che ho definito il titolo Uomovivo non solo un’esclamazione, ma anche un plurale (e non un singolare). Se il nemico numero 1 dell’uomo è la tentazione di venerare la solitudine, l’antidoto all’isolamento non è semplicemente lo stare in gruppo, ma quella forma di vincolo e compagnia che è la famiglia. Se leggerete questo romanzo vi accorgerete che Uomovivo è un complotto di famiglia, è come un giallo e quindi non vi anticipo la soluzione. Ma Innocent Smith non è da solo. E, guarda caso, lì dove passa lui gli uomini e le donne si innamorano, nascono famiglie. Chesterton scrive in Cosa c’è di sbagliato nel mondo: «non solo siamo tutti nella stessa barca, ma abbiamo anche tutti il mal di mare». A tutti capita, vivendo, di essere in qualche modo feriti da quel mal di mare che è il male di vivere. Per questo dobbiamo darci una mossa e costruire barche (che vuol dire case e famiglie) per navigare insieme, e non starcene tranquilli e soli su un’isola deserta.
Grazie.

CAMILLO FORNASIERI:
Grazie Annalisa. Bene, invitiamo quindi alla lettura di questo bellissimo libro con tutto il senso di stupore, di debito verso l’essere che ci hanno comunicato i nostri amici. Ringraziamo Gloria Garafulich, la sua nuova venuta al Meeting, e vi invito a rimanere alla prossima proposta mentre salutiamo gli ospiti e chiamo Luigi Geninazzi e Roberto Fontolan.
Il libro che presentiamo è sempre della casa editrice Lindau, ma voltiamo un po’ pagina, dalla narrativa e andiamo a guardare un periodo della nostra recente storia. Il libro si intitola L’Atlantide rossa. La fine del comunismo in Europa, l’autore è Luigi Geninazzi, che è qui alla mia destra. Giornalista, scrittore, si è dedicato a tantissime zone del mondo per raccontarle, ha collaborato al settimanale Il Sabato per lungo tempo e poi al quotidiano Avvenire.
Ha seguito con molta attenzione tutti i fenomeni dei Paesi oltre cortina fin dagli inizi degli anni ’80, è stato anche a Mosca negli anni ’90, dopo la caduta del Muro di Berlino ed è quindi un testimone diretto di tutti quegli avvenimenti.
Il libro riporta anche alcune bellissime fotografie che ci aiutano a rendere presente in una maniera vivace tutti quei fatti.
È con noi a parlarne Roberto Fontolan, anch’egli giornalista ma di fatti più legati forse al nostro Paese. Entrambi testimoniano un giornalismo intero, vero, capace di raccontare i fatti e di suscitare domande.
Geninazzi ha sempre lasciato una traccia di sé nei paesi in cui è stato, soprattutto in Polonia, un Paese che ha amato moltissimo – abbiamo il nuovo Ambasciatore della Polonia presso la Santa Sede, Piotr Nowina-Konopka, che saluto – e che gli ha conferito la Croce di Grande Ufficiale della Repubblica, uno dei riconoscimenti più importanti per un cittadino straniero.
Io vorrei dare la parola, prima di iniziare questo dialogo tra Fontolan e Luigi Geninazzi, all’Ambasciatore che voleva salutare il Meeting in questa occasione preziosa per lui e per noi. Grazie.

PIOTR NOWINA-KONOPKA:
Il mio primo problema è che non parlo italiano.
Voglio salutare prima Luigi, il mio amico degli anni ’80, e tutti i partecipanti perché penso che il ruolo svolto da Luigi negli anni ’80 e ’90 sia stato assolutamente unico per liberare il nostro Paese, per aiutare la nostra esistenza, per dare una testimonianza di quanto si è fatto in Polonia. Sono Ambasciatore della Polonia libera presso la Santa Sede. Grazie per l’invito e grazie per il libro.

CAMILLO FORNASIERI:
Grazie Ambasciatore, e allora la parola a Roberto Fontolan.

ROBERTO FONTOLAN:
Io ho condiviso con Luigi un bel pezzo di storia di vita e professionale: il Sabato e l’Avvenire. Abbiamo avuto anche una coincidenza, una volta, in un lungo viaggio in Polonia, in occasione di un viaggio del Papa nell’87. Io penso che Luigi sia stato il più acuto, il più informato, il più autorevole dei giornalisti italiani che si sono occupati della Polonia in particolare, alla quale lo lega un sentimento quasi di passione travolgente, e del mondo dell’Est.
Questo libro è il grande racconto, la narrazione di una grande epopea, l’epopea dei dieci anni che hanno sconvolto il mondo, parafrasando il famoso libro di John Reed I dieci giorni che sconvolsero il mondo, che da molti è stato anche considerato una specie di prototipo di giornalismo in cui Reed raccontava la Rivoluzione bolscevica.
Ma questi dieci anni hanno visto Luigi sempre presente, sempre primo, e nel libro ci sono vari episodi che documentano questa sorta di scelta preferenziale, di primogenitura che Luigi ha avuto e ha vissuto in particolare nei confronti della Polonia. Poi nel libro ci sono anche tutti gli altri racconti, ci sono anche altri tasselli di questo mondo che sembrava immutabile, sembrava destinato a una lunga storia e in pochi anni, in poco tempo, in pochissimo tempo, si è dissolto nel nulla.
Ora, chi come noi, essendo io piuttosto anziano, ha vissuto quei tempi, quegli anni, quel periodo, corre sempre il rischio di fare i discorsi dell’associazione “ex-combattenti e reduci” e prendo lo spunto da questo perché il titolo, L’Atlantide rossa, mi ha portato, mi porta la prima domanda che voglio fare a Luigi.
Questo è un libro di archeologia o di attualità? Tu hai scavato in un mondo perduto come gli archeologi scavano o hanno scavato in Medio Oriente, in Terra Santa e quindi è un libro di quel passato o è un libro dell’attualità, di oggi? Come possiamo riproporre l’attualità di questa stagione del mondo a distanza di 25 anni?

LUIGI GENINAZZI:
E’ un libro del passato che ci interroga sul presente. La prima volta che sono andato in quel mondo, era veramente un altro pianeta, lo dico per i giovani che non lo sanno o ne hanno una vaga idea, lo dico soprattutto per tanti miei coetanei, più o meno, che hanno conosciuto e hanno vissuto con me quell’ esperienza. Un pianeta lontano, anche se in aereo ci voleva un’ora O poco più per andare a Varsavia, Praga, o a Budapest.
Un mondo fatto di ristrettezze, di restrizioni, di privazioni, questa era un po’ l’immagine che avevamo allora.
Mi ricordo una frase che mi aveva colpito sulla parte occidentale del Muro di Berlino quell’epoca: “Last Coke to Vladivostok”, questa è l’ultima Coca Cola che potete bere fino a Vladivostok, perché di là c’era la miseria. Quando partivo, mia moglie mi dava sempre le arance, strumento preziosissimo di aiuto per gli amici. Questa era l’immagine del mondo. Perché parlare adesso di questo mondo, per fortuna scomparso, di questa Atlantide rossa che si è inabissata? Perché non c’era solo questo. Perché la nostalgia non era di quando io ero giovane, ma di come erano loro, dell’umanità che ho incontrato. Vedete, in quegli anni, a partire dallo sciopero degli operai nei cantieri navali di Danzica del 1980, fino alla caduta del Muro di Berlino che è diventata un’icona della storia del ’900, che ha chiuso un’epoca, in quegli anni tantissime persone, tantissimi uomini e donne, popoli e nazioni si sono messi in movimento per fare una rivoluzione, diremmo noi, per gridare la loro voglia di libertà, per far sentire forte il loro desiderio di non vivere più sotto una cappa di piombo, che era molto oppressiva e anche dura, anche omicida. Ebbene, l’hanno fatto in un modo che mi ha lasciato fin dal primo giorno stupefatto, sconvolto, e quindi coinvolto in questa avventura. La frase che più si addice ad un giornalista, soprattutto ad un inviato, e che ho vissuto sulla mia pelle, è la famosa frase che citava sempre don Giuss, citando credo Gregorio di Nissa: “Solo lo stupore conosce”.
Non si poteva non essere meravigliati di quello che succedeva: gente che si ribellava senza nutrire odio per il potere contro cui combatteva, gente che dimostrava senza neanche tirare un sasso, senza neanche uno slogan rabbioso. E’ stata una rivoluzione andata avanti per tanti anni dalla Polonia a tutti gli altri paesi dell’Est, dove non si è rotto neanche un vetro. E allora, capisci Roberto, capite, perché è interessante oggi? Pensate a che cosa succeda in questi giorni Egitto, cosa succede nei Paesi Arabi, ma anche cosa succede da noi, in Occidente, dove anche quelli che vogliono, sotto lo slogan dell’antipolitica, cambiare le cose, si accontentano di slogan rabbiosi, senza mettere in discussione se stessi. Quella gente ha conquistato la libertà perché era libera interiormente, perché aveva una fede, che in Polonia è diventata una tradizione di tutto il popolo, e anche in grandi laici è diventata una capacità, la risorsa di guardare il mondo con un occhio privo di vendetta e di odio. Tutto questo, io credo, è una bella lezione per noi, dovremmo riflettere su quell’esperienza.

ROBERTO FONTOLAN:
Qua, su questo gradino qui, c’è una frase di Mattei, che dice: “II futuro è di chi lo sa immaginare”.
Tu che hai cominciato a frequentare questi mondi fin dai primi momenti dell’insurrezione, della rivolta pacifica di questa rivoluzione della coscienza, avresti immaginato quello che sarebbe successo?

LUIGI GENINAZZI:
No, assolutamente, nessuno immaginava. Parlavo pochi minuti fa con l’Ambasciatore Piotr, che ho conosciuto 40 anni fa e ridevamo insieme ricordando la fatica e quando qualcuno come me, come giornalista, gli chiedeva cosa succederà in futuro, tentava di dire: “Mah, speriamo che la Polonia si avvicini un po’ all’Occidente, si “finlandizzi” un pochettino, insomma usciamo da questa cappa di piombo” e poi nel 1989 tutto è crollato in modo incredibile ed io devo dire, da un punto di vista professionale e anche umano, una vera avventura. Questa storia che ho cercato di riscrivere in questo libro è davvero più avvincente di un romanzo. Neppure Dan Brown, neppure uno scrittore di fantapolitica avrebbe potuto immaginare che nel gennaio 1989, quando c’era un certo Eric Honecker a Berlino est che diceva “il Muro resterà almeno per altri 100 anni”, tanto era sicuro, il Muro sarebbe crollato dieci mesi dopo. Nessuno poteva immaginare che un galeotto, uno scrittore detenuto a Praga, Václav Havel, detenuto all’inizio del 1989, arrestato e picchiato dalla Polizia, una volta uscito di prigione nell’ottobre si sarebbe ritrovato Presidente della nuova Repubblica.
Nessuno poteva immaginare che a Berlino, dove nessuno poteva mettere il naso fuori dalla Repubblica democratica tedesca, quella che chiamavano la Repubblica drammatica tedesca, perché era un incubo di oppressione e di chiusura, ad un certo punto i poliziotti non sapessero più cosa fare, aprissero le porte e dicessero: “andate, andate!”. La migliore definizione di tutto questo l’ha trovata guarda caso un laico come Václav Havel: cosa è successo? Un miracolo, un miracolo dovuto alla fede di grandi uomini che è entrata nella storia. Io dico sempre con uno slogan: negli anni ’80, nella storia che sembrava eterna, nella contrapposizione fra i due blocchi, è entrato il fattore doppia W. Doppia W come Wojtyla, il grande Pontefice protettore di Solidarność e di questi movimenti, una doppia W come Walesa, un operaio, un elettricista che è diventato poi l’icona, una figura carismatica che rappresentava questa voglia di libertà e di dignità senza odio e senza violenza. E’ entrato questo fattore ed ha sconvolto tutto, e il potere, abituato a pensare che la gente vada tenuta costretta e se uno alza il becco viene subito represso, non han potuto fare nulla contro milioni di persone che non avevano slogan violenti, non usavano pugni, non usavano armi, semplicemente erano lì e dicevano siamo noi, siamo noi il popolo. Noi siamo il popolo, semplicemente questa realtà contro un potere oppressivo. Nessuno poteva immaginarselo ed è una delle storie di successo più belle del mondo.

ROBERTO FONTOLAN:
Hai detto che nessuno poteva immaginarsi che in pochissimo tempo, nell’arco di un paio d’anni, questo blocco plumbeo, cementizio, triste, così minaccioso, potesse in qualche modo dissolversi. Ma come è potuto accadere? Uno si può spiegare che in un Paese, in una situazione ci fosse una tale tensione umana, sociale, politica, abbiamo parlato della Polonia, che potesse portare a quello che è successo. Ma non in tutti quei Paesi. Io mi ricordo, quando stavo al Tg2, in quel periodo, alla RAI, e facevamo continuamente servizi sulle statue di Lenin e Stalin che venivano abbattute di città in città in tutto l’est europeo, che era una cosa veramente impressionante, metterli insieme in una galleria d’immagini era veramente uno shock. Quindi, cosa è successo, come mai, in così poco tempo, il famoso effetto domino è stato cosi deflagrante? Che cosa c’era sotto questo gigantesco mondo di piombo?

LUIGI GENINAZZI:
Quello che è successo si può spiegare benissimo con quello che già nell’800 ha scritto uno dei più grandi teorici della politica, Alexis de Tocqueville: “Quando un potere chiuso, oppressivo e totalitario incomincia timidamente a fare qualche apertura, non va verso la democrazia, va verso l’auto annientamento”. E’ esattamente quello che è successo in quei Paesi. Voglio solo ricordare che per esempio in Polonia, Solidarność, nata nel 1980, è stata messa fuori legge nel 1981, decapitata, i suoi leader incarcerati per molti anni, proibito il solo nominare la parola Solidarność, eppure questa parola continuava a venire fuori, non solo nella stampa clandestina, veniva fuori perché ad esempio il Papa andava in Polonia, e quando c’era il Papa, come ho scritto in un capitolo, c’era libertà. Ma non era uno slogan, era una realtà. C’era il Papa, la gente diceva “scendiamo in strada perché c’è il Papa e non ci picchiano, possiamo dire quello che vogliamo”. C’è il Papa, c’è la libertà. Solidarność non era mai morta, e mentre tutti, anche alcuni della Chiesa locale polacca, pensavano che bisognasse rassegnarsi alla nuova situazione, con il nuovo Capo comunista, Jaruzelski, il Papa ha sempre creduto, uno dei pochi che ha sempre creduto, che Solidarność, che questa spinta alla libertà, che questa forza di dignità e di fede avrebbe vinto. Quindi questa storia andava avanti, nonostante tutto, come un fiume carsico, nonostante il clima del potere comunista. Quando a un certo punto qualche persona, come appunto il Generale Jaruzelski, ha capito che non era più sostenibile questa situazione, anche perché, lo accenno nel libro, la situazione economica era sempre peggiore e quindi le promesse del potere che si reggevano sul dare un po’ di benessere alla gente non tenevano più, si è presentato – secondo me quello è stata la vera svolta -, nel gennaio dell’89, a noi giornalisti occidentali dicendo la frase di James Bond: “Mai dire mai”. Noi siamo rimasti stupiti. Come “Mai dire mai”? L’uomo che aveva messo in galera Walesa riapre il dialogo con Walesa, l’uomo che aveva detto nell’81 che Solidarność era una realtà del passato tornava a dialogare con la tavola rotonda, con Solidarność. Lui pensava, poverino, di mettere – e l’ha ammesso poi nella sua biografia, adesso ha 90 anni, è molto malato – di mettere insieme socialismo e democrazia, un po’ come Gorbaciov poi in Unione Sovietica. Ma socialismo e democrazia non stavano insieme, era una democrazia con le stampelle e la gente non vuole una democrazia con le stampelle, vuole semplicemente correre libera. E allora quello che è successo in Polonia è stato imitato in Ungheria e in altri Paesi. Qualcuno ha resistito, qualcuno ha ceduto, ma questa logica si è allargata a tutta l’Europa fino a far crollare un muro che sembrava, se non eterno, dovesse durare per secoli.

ROBERTO FONTOLAN:
Hai già accennato a queste figure, il libro è pieno di queste grandi figure storiche. Ma come erano queste persone? Havel, come era, come si parlava con Václav Havel, come si parlava con Walesa, Mazowiecki, con tutti i grandi leader di Solidarność? Come si parlava col Papa? Tu hai partecipato, e lo racconti con grande emozione, anche a dei momenti di dialogo del Papa con la grande intellettualità, la grande intelligencija europea e tu eri stato ammesso a questo, a questi consessi di riflessione. Lì sì che si giocavano anche grandi parole, grandi pensieri. Ma soprattutto la mia curiosità è come erano queste persone ? Se la storia cammina sulle gambe delle persone, io voglio sapere, tu che li hai conosciuti tutti, come erano questi qua.

LUIGI GENINAZZI:
Se mi permetti, parliamo alla fine del Papa perché ci vorrebbe un’intera conferenza ed ho troppe cose da dire, ma la domanda è suggestiva e cerco di rispondere. Come erano queste persone? Havel, io l’ho conosciuto appena uscito di prigione e sono andato a trovarlo nella sua casa in campagna, la casa poi dove è morto nel dicembre 2011. Ed è stata un’avventura incredibile, perché oggi, se noi vogliamo andare in un posto, a parte che abbiamo il navigatore, uno chiede ad un amico che gli dice dove abita quel signore e ci va. Io non riuscivo a sapere dove abitava. Non potevo usare il telefono che era controllato dalla Polizia, e alla fine ho preso delle indicazioni, sono andato con una macchina in questo posto e lui, vicino alla sua casa, aveva la casa dei poliziotti che lo custodivano. Per fortuna è uscito in giardino e l’ho incontrato e siamo stati tutto un pomeriggio a parlare. Il primo a fare domande era stato lui, era molto interessato a sapere chi era quello stranissimo prete, così gli avevano detto, che aveva avuto la strana idea di pubblicare il suo libro Il potere dei senza potere. Questo è un applauso, credo, che va a don Francesco Ricci. Prendo l’occasione per salutare il suo grande amico e nostro amico ancora, Mons. Negri, Vescovo di Ferrara. E allora Havel era interessato e io ho dovuto rispondergli e dire: “Mah, guarda che c’è della gente in Italia che sta leggendo questo libro, io stesso l’ho presentato”. Io avevo un po’ paura che ci chiedesse i diritti d’autore, perché l’avevamo pubblicato senza la sua autorizzazione, invece era contentissimo e mi ha spiegato come l’ ha scritto. M’ha fatto vedere che lui aveva talmente paura che i poliziotti della casa vicina andassero a controllare, che lui scriveva su dei fogli e poi andava nel bosco e li nascondeva dietro la corteccia degli alberi. Questo era come vivevano. Quando si è trovato nel mezzo della mischia della Rivoluzione del 1989, ha detto una frase che forse va bene anche per noi in Italia oggi, ha detto: “perché avete chiamato me che sono un drammaturgo, un attore a fare politica?”. E’ perché i politici oggi sono tutti talmente squalificati che bisogna cercare qualcun altro che faccia questo mestiere.

ROBERTO FONTOLAN:
Ci vorrebbe anche da noi un bel drammaturgo da portare!

LUIGI GENINAZZI:
Il problema è che noi abbiamo dei comici che fanno di mestiere il politico o che vorrebbero farlo, che non sono all’ altezza di Havel, ma chiudo la parentesi. Questo era Havel.
O Walesa. Walesa era un operaio. Era difficile parlare con lui, perché il suo polacco era di difficile comprensione anche per gli altri. Ma aveva dentro una forza tale! Pensate, un uomo che è stato su tutte le televisioni del mondo, simbolo della libertà nel 1980 e ’81, premio Nobel, ad un certo punto, sotto lo stato di guerra, dice “io non mollo, Solidarność rinascerà!”, ma non è che prendo il fucile, non è che vado in piazza a sbraitare, a urlare contro Jaruzelski, i comunisti, no, torno a fare l’operaio. E’ tornato a fare l’operaio. E poi dopo, siccome la storia si prende le sue rivincite, Solidarność diventerà libera e lui diventerà Presidente della nuova Repubblica Polacca.
Penso a Zverina, pochi lo conoscono adesso, un grande teologo amico di Havel, che è stato nelle prigioni naziste, con la Cecoslovacchia occupata dai nazisti, e appena liberato dalle prigioni naziste è passato nelle prigioni comuniste.
E’ uno dei più grandi teologi del ’900, è quello che ha scritto la lettera ai Cristiani di Occidente, e mi ha detto che lui, i suoi saggi di teologia, li ha scritti sui rotoli di carta igienica, perché non aveva la carta. E’ tutta questa gente che ho conosciuto. Allora capisci che non è possibile non rimanere stupiti.
E poi mi parlavi del Papa, mi chiedevi del Papa.
Il Papa ho avuto la fortuna di conoscerlo personalmente. Io dico sempre una battuta un po’ vanagloriosa, ma permettetelo, perché tanti mi chiedevano se conoscevo il Papa ai tempi di Wojtyla, e io rispondevo che tutti conoscono il Papa, la differenza è che il Papa conosceva me. Per merito del suo Segretario e per merito della Polonia, l’ho conosciuto in varie occasioni, ho parlato con lui personalmente e sono stato con lui a Castelgandolfo, lo racconto nel libro, non voglio anticipare. Ma la cosa che semplicemente voglio dire, e non voglio parlare della sua grande capacità di coinvolgere il cuore e le menti degli uomini, di milioni di persone, la sua grande capacità, per esempio, con un giornalista giovane come me, di intrattenersi, di farmi da guida a Castelgandolfo e di chiedermi che cosa pensassi della Polonia, capite, perché lui amava ascoltare, ed era così vicino agli altri che aveva lo sguardo lungo sulla storia. Questa era la differenza rispetto ad altri eminenti uomini di Chiesa polacchi. Lui aveva lo sguardo lungo, insomma. Forse aveva avuto qualche previsione, ma lui era convinto che quel mondo che sembrava allora così forte, come si ricordava all’inizio, così poderoso, così incancellabile, così inamovibile, in realtà fosse un gigante dai piedi di argilla, e non posso non ricordare la sua grande umanità, la sua apertura. Quando a Castelgandolfo io ero lì che leggevo Il Corriere della Sera e c’era un titolo in cui si riferiva che il giornale comunista cecoslovacco attaccava, come spesso succedeva, il Papa anticomunista, lui legge l’articolo insieme a me ed alla fine dice che di tutti i comunisti, questi sono i peggiori. Pensate se lo avessi scritto allora, sarebbe successa una guerra diplomatica con il regime di Praga.
Pensate che uomo libero interiormente fosse, uno che ti dice così, ed è per questa grande libertà che lui parlava in pubblico come in privato: lui diceva le cose in pubblico quando andava in Polonia e le diceva in privato a Jaruzelski. A Jaruzelski una volta ha detto: “Tu non sei il re delle coscienze, tu devi dare la libertà a questa gente”. E quando gli hanno detto: “Lei non potrà incontrare Walesa, perché Solidarność è illegale”, ha detto: “Allora torno a Roma, domani prendo l’aereo e torno a Roma”. E a quel punto anche Jaruzelski ha detto: “per carità”! Vi ricordate Giovanni Paolo II nell’agosto 1984, che al balcone a Castelgandolfo dice: “Volevo andare in Unione Sovietica, mi hanno detto di no”. Capite? Sono queste cose che han fatto ridare speranza alla gente, perché milioni di persone, vedendo una persona così, dicevano: “Allora possiamo metterci anche noi in coda dietro di lui, possiamo anche noi seguirlo in questo, se abbiamo uno così”. Walesa, nella sua prefazione al mio libro, afferma: “Io ho sempre tentato di fare qualcosa in Polonia contro i comunisti, ma mi ritrovavo con 10-15 persone, poi è arrivato ’sto Papa e ci siamo ritrovati in 10 milioni”.

ROBERTO FONTOLAN:
C’è sempre un punto che cerchiamo di toccare. Alla fine, che cosa erano questi piedi di argilla? Che cosa vedeva, cosa toccava il Papa in questa cosa? Era, questa debolezza che lui vedeva e forse pochi altri al mondo vedevano, era una debolezza economica di questo impero, era una debolezza economica, una debolezza politica, era un problema geostrategico? Questa debolezza da che cosa veniva?

LUIGI GENINAZZI:
Grazie della domanda perché tocchi il cuore del problema. La debolezza era anche economica ed era quella più vistosa, più eclatante, di cui tutti parlavano, la miseria, le code, ecc., che oggi sono oggetto quasi di barzelletta, ma allora erano terribili, perché la gente doveva alzarsi alle 5 di mattina e far la coda di tre ore, sperando di avere il latte per i bambini. Erano cose anche drammatiche. E di questo tutti i grandi esperti parlavano. Ma secondo me non è crollato per quello e il Papa ha indicato la vera debolezza. E’ quella che molti di noi oggi, in questi mesi, hanno riscoperto rileggendo il libro di Havel. La vera debolezza è che questo potere si fondava sulla menzogna. Il post-totalitarismo non era più un potere come quello staliniano, che prendeva di notte la gente, la buttava nei gulag o l’ammazzava e ha ammazzato milioni di persone, perché se tu eri sospettato di non essere amico del comunismo, eri un nemico e andavi distrutto. Il potere di Jaruzelski in Polonia, il potere di Honecker in Germania Est, il potere di Husak in Cecoslovacchia sapeva benissimo, ed era rassegnato, che la gente non credeva nel comunismo, non ci avrebbe mai creduto, ma neppure loro ci credevano. Era un sistema di potere e bisognava far finta di accettarlo, come ben spiega Havel nel suo libro. Era questa menzogna che ad un certo punto è diventata insopportabile: non si può vivere una vita intera per finta, non si può far finta per tutta la vita. Lo vediamo anche noi. Uno sbaglia tutti i giorni, mille volte al giorno, ma non può vivere facendo finta di essere qualcosa d’altro. E’ questa menzogna che ha fatto crollare quel potere. La gente viveva nella menzogna e ad un certo punto ha detto “noi vogliamo vivere nella verità, vogliamo essere come siamo, nella semplicità”. Gli operai cosa han chiesto a Danzica? Pane, libertà di sentire la Messa alla radio la domenica. Non c’era neppure questa libertà. Vogliamo semplicemente essere noi stessi. E’ su questa menzogna che è crollato quel regime ed è l’intuizione dei grandi come Havel, ed è l’intuizione di Giovanni Paolo II, la stessa di Solgenitsin con il suo slogan “Vivere nella verità e non vivere più nella menzogna”. Questo, e finisco, vuol dire che uno prima di cambiare il potere cambia se stesso, prima di urlare contro il potere fa i conti con se stesso, solo dopo può anche scendere in piazza e stare in piazza per giorni e giorni contro un potere, perché sa chi è e che cosa vuole, non solo perché è arrabbiato.

ROBERTO FONTOLAN:
Qui al Meeting siamo stati molto fortunati, perché i Meeting degli anni ’80 e ’90 erano popolati di queste personalità: il Papa è stato qui nell’82, Walesa è stato qui tre volte, Havel il Meeting ha cercato per molti anni di poterlo invitare, provato e riprovato, ci eravamo quasi riusciti, ma poi le sue condizioni di salute sono state proibitive. Abbiamo lavorato tantissimi anni con Irina Alberti, che era stata la segretaria di Solženicyn, tu ricordavi don Francesco Ricci e la sua intuizione clamorosa, geniale, dei libri che venivano pubblicati e che qui trovavano il loro ambiente naturale. E’ come se avessimo vissuto un gemellaggio di coscienza, di fraternità profondissima con tutto questo mondo. E io credo che il Meeting, in qualche modo, il suo piccolo aiuto, la sua piccola picconata a quel muro sia riuscito a darla, no?

LUIGI GENINAZZI:
Certamente, io credo che molti di coloro che sono qui, quelli che hanno la mia età, si ricordino di come, dopo aver visto quei personaggi al Meeting, vibrassero in un cuor solo con quelle esperienze. Ti ricorderai come ci siamo mobilitati dopo lo stato di guerra in Polonia, siamo stati gli unici, insieme alla Cisl e a pochi altri, a qualcuno di Lotta continua. Le istituzioni non si erano mosse a portare aiuto concreto alla Polonia che era alla fame e lo slogan era “Solidarietà con Solidarność”, perché quell’esperienza di solidarietà ci aveva insegnato molto, quindi ci sentivamo in dovere di essere riconoscenti con loro e di aiutarli concretamente. Tutto questo non deve essere solo un bel ricordo del passato, come dicevo, serve di esempio e di lezione anche oggi, perché quando noi vediamo tanti sconvolgimenti e tante rivoluzioni nel mondo, purtroppo non riusciamo più a mettere in moto gli stessi meccanismi, e non solo per colpa nostra, c’è un’oggettiva difficoltà a fare questo. Questo è un messaggio soprattutto per il mondo d’oggi che abbiamo davanti.

ROBERTO FONTOLAN:
Chiudo con un’ultima cosa. Hai accennato ai movimenti di ribellione che ci sono oggi in diverse parti del mondo per diverse ragioni, in contesti completamente diversi, dai Paesi Arabi all’ Occidente, tutto un mondo segnato dall’epoca di Twitter e di Facebook. I nostri amici egiziani ci raccontano sempre che la grande raccolta di firme, 21 milioni di firme, tutte accompagnate dalla fotocopia della carta d’identità, ha portato alla caduta di Morsi. Questi ragazzi sono riusciti a raccogliere 21 milioni di firme lavorando solo di piedi, camminando per le strade di Facebook e Twitter; in quegli anni invece è successo qualcosa di incredibile per tutto quello che hai detto senza Twitter, senza Facebook, senza cellulari, senza navigatori. Che cosa è riuscito a mobilitare tutta questa energia che non aveva gli strumenti che abbiamo oggi? Come si poteva comunicare? Cosa teneva insieme questa coscienza che non aveva gli strumenti, la ricchezza sterminata degli strumenti che abbiamo oggi?

LUIGI GENINAZZI:
Era il desiderio di un’umanità più grande, il desiderio della verità che ti faceva superare le montagne. Io ho vissuto come ultima delle rivoluzioni dal basso anche quella Egiziana, quella di Piazza Tahrir che è nata su internet. La prima rivoluzione è nata su internet e io sono convinto che internet sia un formidabile strumento di comunicazione. Ma lì abbiamo visto che non fa nascere una nuova soggettività, né politica né culturale: internet è uno strumento. Chiedevo a quei ragazzi: dove sono i vostri Walesa, dove sono i vostri Havel? Chi sono i vostri riferimenti? Sono i blogger. Avete più saputo che fine hanno fatto questi famosi blogger egiziani? Io non lo so, sono spariti. Perché? Allora, non so se per fortuna o meno, non c’erano questi mezzi, il collante era il meccanismo del desiderio di incontrare l’altro, di essere insieme nella verità e nella libertà. E anche se fisicamente il telefono funzionava malissimo ed era controllato dalla polizia e non c’era nessun altro strumento, si stabiliva subito una unità, un incontro, inconcepibile tra questa gente. Io voglio raccontarvi solo un piccolo episodio: quando sono stato una delle prime volte in URSS, sono andato ovviamente nelle Repubbliche Baltiche che erano le regioni più lontane dalla mentalità sovietica, perché avevano una tradizione di indipendenza nazionale come la Polonia. La Lituania era ed è ancora di tradizione cattolica. Sono andato a intervistare una suora clandestina, che viveva clandestinamente perché ovviamente le suore non potevano avere dei monasteri riconosciuti ufficialmente, pubblicamente, e il problema è stato “sì ma questa qui parla lituano e io come faccio?” Ho trovato una persona, un vecchietto, che mi ha accompagnato da questa suora clandestina, che parlava perfettamente italiano, a Vilnius nel 1988. Gli dico: ma dove hai imparato l’italiano tu? Sei stato in Italia? Mai. Ma dove l’hai studiato? Vent’anni nel gulag, ho letto tutto Dante. Io ero commosso davanti a uno che parlava e non sbagliava un verbo, la sintassi. È un desiderio questo, adesso con internet tu puoi imparare tremila lingue ma se non c’è il desiderio, se non c’è questa roba, non impari niente, sei d’accordo?

CAMILLO FORNASIERI:
I motivi per prendere, leggere questo libro sono molti, li abbiamo ascoltati. Uno in particolare sottolineo: è accaduto qualcosa in quegli anni, in quelle zone, tra quelle persone; è un dato di fatto che non è accaduto altrove. C’è un tipo di passaggio, una tonalità nell’esperienza che qualcuno ha vissuto che non si può non conoscere, pena il non riuscire a fare l’esperienza di questa verità umana. Grazie, grazie a Roberto Fontolan anche del suo lavoro, a Geninazzi. Trovate il libro all’uscita, arrivederci.

Trascrizione non rivista dai relatori

Data

21 Agosto 2013

Ora

11:15

Edizione

2013

Luogo

eni Caffè Letterario A3
Categoria
Testi & Contesti