INDAGINE SCIENTIFICA E RICERCA DEL SIGNIFICATO

In collaborazione con John Templeton Foundation

José Ignacio Latorre, professore di Fisica teorica, Università di Barcellona; Dan Maoz, George S. Wise Professor, Tel-Aviv University School of Physics and Astronomy; Robert Gilbert, professor of Biophysics, Nuffield Department of Medicine, University of Oxford; Jennifer J Wiseman, senior astrophysicist, Goddard Space Flight Center. Modera Brandon Vaidyanathan, Professor of Sociology and Director of the Institutional Flourishing Lab, The Catholic University of America

Può la scienza risvegliare il desiderio di qualcosa di più grande, qualcosa che va oltre ciò che la scienza stessa può misurare o spiegare? In un mondo sempre più segnato da frammentazione e smarrimento di un significato ultimo, l’indagine scientifica si rivela uno strumento inaspettato ma potente per riaprire domande profonde sul senso della realtà e della nostra presenza in essa. In questo incontro un gruppo eterogeneo di scienziati di primo piano a livello internazionale condivideranno la propria esperienza umana e scientifica, confrontandosi con domande che inevitabilmente emergono quando ci si trova “a tu per tu” con un universo che non cessa di suscitare stupore e meraviglia.

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BRANDON VAIDYANATHAN

Ciao, buonasera a tutti. Sono Brandon Vaidyanathan, professore di sociologia alla Catholic University of America. È veramente un onore essere qui con voi e moderare questa sessione. È sempre stato un mio sogno poter tenere un discorso interamente in italiano e oggi non è quel giorno. Scusate, farò una figuraccia in 2 minuti, è meglio che parli in inglese. Sorry. Comincerò con un aneddoto. Qualche anno fa ho incontrato una biologa presso il principale istituto scientifico indiano e mi ha mostrato un’immagine straordinaria. L’immagine sulla sinistra della slide rappresenta aghi del sistema di iniezione dei batteri. Si tratta di macchine complesse che iniettano proteine e altre molecole nelle cellule target, comprese le cellule umane, e mi ha detto: “Se non ti avessi detto che si trattava di un ago batterico, avresti potuto scambiarlo per uno di quei stamba o pilastri di un tempio indù, come nelle vicine rovine di un famoso tempio vicino a dove lavorava”. E vedete sulla destra questi pilastri. Poi mi ha descritto l’ago non solo come un’impresa ingegneristica meravigliosa che sarebbe molto difficile da produrre per noi, ma come una vera e propria opera d’arte. Se fossi un pittore, mi ha detto, “Lo avrei disegnato, è così bello”. Questa biologa era profondamente commossa da ciò che aveva scoperto. Non era un atto di conoscenza come una conquista, ma piuttosto un incontro che l’ha portata a connettersi profondamente con la realtà. Ho incontrato questa biologa nell’ambito di uno studio che stavo conducendo sul ruolo della bellezza nella scienza. Ne ho parlato qui al Meeting di Rimini qualche anno fa. Abbiamo intervistato migliaia di scienziati in Italia, in India, nel Regno Unito e negli Stati Uniti e abbiamo scoperto che più dell’80% di questi scienziati esprimeva, come la biologa che ho citato, un senso profondo di reverenza per i fenomeni che stavano studiando e scoprendo. Infatti, ritenevano che ogni scoperta aprisse ai loro occhi nuovi misteri e questo era vero anche se la maggior parte di questi scienziati dichiarava di non essere religiosi, nel senso di appartenere a una religione. Negli ultimi due anni ho cercato di studiare che cosa dà origine a questo senso di significato e di mistero nella scienza. Max Weber, uno dei padri fondatori della sociologia, vedeva nella scienza una fonte di disincanto. Toglie la magia, il significato e il mistero della realtà. Questo è il modo in cui molte persone ancora oggi lo vedono, ma gli scienziati che abbiamo studiato insistono sul fatto che in realtà la scienza è una fonte di incanto e questo ha a che fare non soltanto con la profonda bellezza della natura, ma anche con la pratica stessa della scienza che secondo loro apre costantemente a nuovi misteri. La scienza ci pone regolarmente di fronte a nuove domande e ci mette di fronte al mistero ultimo. E cosa facciamo, quindi? Desidero ringraziare gli organizzatori del Meeting di Rimini per aver invitato noi tutti a questa sessione, la John Templeton Foundation per aver sponsorizzato questo studio e i relatori di oggi, che discuteranno le domande chiave sollevate dalla nostra ricerca. La scienza può risvegliare il desiderio di qualcosa di più grande, qualcosa che va oltre ciò che la scienza stessa può misurare o spiegare? In un mondo sempre più segnato dalla frammentazione, dalla perdita del significato ultimo, l’indagine scientifica può essere uno strumento per riaprire domande profonde sul significato della realtà e della nostra presenza in essa? In altre parole, come può la scienza aiutarci a vivere più intensamente la realtà? I nostri relatori di oggi sono illustri scienziati internazionali che condivideranno la loro esperienza umana e scientifica con noi, affrontando le domande che inevitabilmente sorgono quando ci troviamo faccia a faccia con un universo che non smette mai di suscitare meraviglia e stupore. Vi presenterò a breve i relatori e potrete leggere la loro biografia sul sito web del Meeting. Il Dottor Dan Maoz, professore ordinario presso la scuola di Fisica ed Astronomia dell’Università di Tel Aviv, dove detiene la cattedra George S. Wise di Fisica e Astronomia. È noto per i suoi contributi fondamentali all’astrofisica osservativa, in particolare nello studio delle supernove, dei buchi neri e della formazione planetaria. Il Dottor Robert Gilbert, professore di Biofisica presso il Nuffield Department of Medicine dell’Università di Oxford. La sua ricerca si concentra sui meccanismi molecolari alla base delle malattie umane, in particolare il cancro, la malaria e i processi infiammatori; è anche un sacerdote anglicano. La Dottoressa Jennifer Wiseman è scienziata senior del progetto Hubble Space Telescope al Goddard Space Flight Center della NASA. È nota per i suoi studi sulla formazione stellare e per i suoi nel dialogo tra scienza e fede e ha anche diretto il programma Dialogo su Scienza, Etica e Religione presso l’American Association Advancement of Science per oltre un decennio. Il Dottor José Ignacio Latorre è il direttore del Centro per le Tecnologie Quantistiche dell’Università Nazionale di Singapore e ricercatore capo del Centro di Ricerca Quantistica del Technology Innovation Institute di Abu Dhabi. È anche direttore del Centro di Scienza de Benasche Petro Pasqual, un’istituzione che sostiene eventi scientifici internazionali e dirige anche il gruppo Quech presso il Barcelona Super Computing Center ed è a capo del progetto Quantic finalizzato alla costruzione del primo processore quantistico in Spagna. Vorrei per cominciare invitare ciascuno dei partecipanti a condividere un esempio della vostra ricerca scientifica che sia stato profondamente significativo per voi a livello personale e perché; cosa vi ha rivelato questa esperienza sulla realtà e sul vostro posto in essa. Dan, iniziamo con te.

DAN MAOZ

Grazie Brandon e buonasera. Il mio nome è Dan Maoz, sono un astronomo dell’Università di Tel Aviv. Molti amici italiani mi chiamano Dani Maoz. Va bene così. Allora, iniziamo con la foto. Quello che vediamo qui si chiama un resto di un’esplosione stellare che si chiama una supernova e questo è il resto di un’esplosione che è stata vista dalla Terra il 4 di luglio dell’anno 1054. È stata registrata da astronomi giapponesi e cinesi che hanno registrato che in questo giorno è apparsa nel cielo una stella nuova che era così luminosa che si poteva vederla durante qualche mese, durante il giorno. Poi è divenuta più debole, ma nonostante ciò, si vedeva durante la notte per quasi 2 anni e dopo è sparita. Hanno registrato il punto esatto nel cielo, nel segno del Toro, dove era questa esplosione. Oggi, quando guardiamo con i nostri grandi telescopi, per esempio in questa immagine che è stata fatta dal telescopio Hubble, vediamo il resto di questa esplosione e tutte le parti che costituivano la stella si espandono nello spazio a grande velocità, di circa 30 milioni di km/ora. Quelli sono i resti che vediamo qui. Questi resti sono composti da gas che ha arricchito tutti gli elementi nella tavola periodica degli elementi che sono più pesanti dei due elementi più leggeri, idrogeno ed elio. Sappiamo oggi che l’universo, quando è stato creato 14 miliardi di anni fa, era un posto molto semplice, era fatto solo di idrogeno ed elio. Durante la storia dell’universo, tutti gli elementi che conosciamo e di cui tutto il mondo intorno a noi è fatto, inclusi i nostri corpi, tutti questi elementi sono stati creati unicamente nelle stelle e quasi tutti gli elementi in esplosioni stellari come questa supernova del 1054. Queste esplosioni sono le fabbriche uniche della natura per creare tutte le materie che vediamo intorno a noi. Questo soggetto negli ultimi anni è nel fuoco della mia ricerca e provo di imparare la storia della creazione di tutti gli elementi durante la storia dell’universo. Ci sono molti fatti che non ho tempo di dirvi riguardo a questa foto. Al centro di questa foto c’è una stella molto debole che sappiamo oggi essere una cosa che si chiama una stella di neutroni, una forma molto densa della materia. Un cucchiaino di materiale di questa stella di neutroni pesa come una montagna, un miliardo di tonnellate; è quasi un buco nero, però no. Questa stella di neutroni emette luce, luce in tutte le lunghezze d’onda che esistono nella radiazione elettromagnetica, luce visibile, ma anche raggi. Tutto è molto complicato e fa parte di questo meccanismo in cui l’universo è diventato da un posto molto semplice alla complessità che vediamo oggi, che continua a svilupparsi fino al presente. Non c’è nessun giorno che non sento la meraviglia di tutto questo, la complessità. Mi chiedo: “Che cosa succede? Non capisco, come si dice in inglese, ‘what the f***’.” Mi scuso. Comunque, la meraviglia, la vista della meraviglia dell’universo è stata una parte di tutta la mia vita scientifica e penso che sia la maggiore motivazione per tutto ciò. Perché questa meraviglia, tutte quelle questioni di cui so che imparerò solo una piccola parte, tutto questo mi dà una gran gioia ogni giorno. Va bene.

ROBERT GILBERT

Grazie. Grazie Brandon. Per il mio esempio, vi mostro un’immagine di un complesso proteico. I componenti consistono di un enzima endo-modificante e un cofattore che fanno capo a un micro RNA. A breve vi spiegherò di cosa si tratta questa struttura. Questa immagine è una delle immagini che è stata creata con quei tipi di aghi batterici che ha mostrato Brandon all’inizio del Meeting. Abbiamo mappe tridimensionali che mostrano la struttura atomica dei diversi complessi che creano i processi vitali. Vediamo che si tratta di una complessità quadridimensionale spazio-temporale. Come funzionano le molecole? Quello che fanno, come modificano, elaborano le cellule? Il micro RNA pre-let-7 che vedete in giallo nella slide è molto importante. I micro RNA sono molto importanti. Penso che conosciate queste molecole micro RNA come quelle utilizzate nei vaccini anti-COVID. Ecco, queste molecole svolgono un ruolo di regolazione molto importante nelle cellule. In questo caso si tratta di un soppressore del cancro. I micro RNA di questo tipo sono estremamente importanti perché nel 2024 la scoperta di questo pre-let-7 ha ricevuto il premio Nobel per la medicina. Vista la struttura che mostra l’enzima endo-modificante, ora possiamo comprendere aspetti fondamentali di come funziona questo micro RNA. Vediamo come i micro RNA vengono prima catturati dall’enzima e poi l’enzima modifica il micro RNA e nel farlo ne determina il destino. Un’altra cosa che ora sappiamo da queste strutture sono i dettagli atomici e chimici. Zoomando potremo vedere, lo vedete nel riquadro sulla destra, il dettaglio. Perché per me è così importante come scienziato riuscire ad avere immagini di questo tipo delle molecole? Perché per noi è così significativo? Per me personalmente, ho davvero sempre ritenuto che fosse molto, molto interessante capire come si comportano tra loro le molecole. Sono un po’ come i mattoncini Lego. Questi mattoni, che poi sono anche nel tema del Meeting, queste molecole che interagiscono tra loro sono, in un certo senso, come i mattoncini che compongono diverse strutture che ora è possibile vedere nella loro complessità quadridimensionale. Questo ci spiega anche quelle che sono le modifiche di carattere biologico, e questa per me è una forma di bellezza, un modo di compenetrarsi di queste diverse molecole. Questa è una cosa che ho sempre trovato molto interessante, fin da quando ero bambino, quando ho cominciato a capire come funzionano le molecole, come interagiscono, come si modificano vicendevolmente. Mi affascinava allora e continua ad affascinarmi adesso. Un’altra cosa che riguarda la struttura: questo dimostra il ruolo di questo cofattore, di questa proteina; mostra che questa proteina svolge un ruolo fondamentale nel determinare il destino del micro RNA. Quello che ancora non vi ho detto, infatti, è che questi micro RNA sono importantissimi soppressori del cancro; devono essere maturi per diventare attivi e poter sopprimere i cancri, ma possono anche essere degradati da questo enzima. Vediamo come tutte queste cose interagiscono tra loro e questo ci consente di comprendere appieno come funziona il sistema. Per me questo è estremamente interessante, è un tipo di conoscenza fondamentale ed è importante anche perché è la combinazione di 16 anni di lavoro. Per molto tempo non siamo arrivati da nessuna parte. Avevamo sempre delle immagini confuse e non riuscivamo a capire quali fossero i dettagli atomici. Ora invece, con una tecnologia microscopica avanzata che ha vinto il premio Nobel nel 2017, siamo riusciti, con il lavoro e la dedizione degli studenti che ci hanno coadiuvato, ad avere questi dettagli. Questo ha fatto una grande differenza perché siamo riusciti a trovare qualcosa che prima non vedevamo, perché a volte ci troviamo di fronte a delle immagini e ci chiediamo: “Ma cosa sta succedendo?”. È proprio questa dedizione da parte di qualcuno che consente di arrivare a fondo a certe questioni. Per quanto riguarda la seconda parte, cosa ci dice questo in termini di quella che è la realtà e quello che è il mio posto nella realtà? Innanzitutto, molto importante, c’è un mondo là fuori che deve essere capito, è una cosa sulla quale abbiamo riflettuto tanto. C’è un intero mondo qua fuori e qui dentro che non riusciamo a capire appieno con le sue strutture, i suoi meccanismi che ora possiamo capire anche nei dettagli più precisi. In secondo luogo, le nostre menti sono incredibilmente capaci di fare questo, di capire questo. Non c’è motivo per cui non dovremmo capire questo tipo di molecole; siamo in grado di farlo, le comprendiamo appieno e questo consente di, poi, progettare dei medicinali che si basano su queste conoscenze. Chiaramente, questo è un risultato fondamentale. Un altro aspetto che volevo sottolineare è che la nostra comprensione è contingente, dipende da quello che il mondo ci dà, dalla dedizione di qualcuno, dagli sforzi che vengono compiuti e non è qualcosa che ci viene offerto su un vassoio d’argento. È qualcosa che noi dobbiamo creare, fa parte di un mondo più ampio. C’è questa conoscenza, dobbiamo impegnarci per arrivare ad avere un risultato completo che ci consente di capire come funzionano queste strutture. Questo mi dimostra anche che la mia comprensione può essere testata e raffinata in modo formalmente scientifico e ci dà la possibilità di dimostrare che alcune ipotesi sono concrete. Fondamentalmente, questo è il mio impegno e la mia passione che mi hanno spinto a portare avanti questo tipo di studi, questo tipo di osservazioni e a cercare di capire di cosa si tratta. Adesso ho una risposta. La cosa mi dà gioia, veramente, capire queste molecole mi dà gioia. Questo è un qualcosa di fondamentale nella scienza. L’obiettività è in un certo senso alimentata dall’oggettività. C’è questo impegno soggettivo che è fondamentale per acquisire una conoscenza oggettiva del mondo che ci circonda. Questo è un po’ il messaggio chiave che voglio lasciarvi oggi. Queste strutture, questo mio lavoro di scienziato, mi portano proprio a questo.

JENNIFER J. WISEMAN

Un’altra immagine dell’universo. Ora io sono un’astrofisica. Sono cresciuta in una fattoria, in una zona rurale degli Stati Uniti dove ho potuto esplorare la natura e osservare le stelle nel cielo notturno. Sono grata di aver potuto continuare studiando la fisica all’università e poi l’astronomia per il dottorato di ricerca. La mia famiglia mi ha sostenuto, i miei insegnanti e anche i membri della mia chiesa mi hanno sempre incoraggiato a studiare, a continuare a studiare e ho imparato che le stelle sono ancora in formazione. Regioni come quella che vedete in questa immagine di una nebulosa nella nostra galassia, la Via Lattea, sono molto attive con le nubi di gas tra le stelle che producono ammassi di gas denso che collassano sotto la loro stessa forza gravitazionale, creando alla fine nuove stelle e ammassi stellari come questo. Poi le nuove masse di stelle emettono una luce potente e venti che investono le nubi di gas residue, creando i bellissimi colori che vedete qui e scolpendo strutture a forma di pilastri che puntano verso le stelle. È in questi densi pilastri di gas e polvere che continuano a formarsi stelle di massa inferiore, come il nostro sole. Le stelle continuano a formarsi in molte nebulose della nostra galassia e ora sappiamo che le stelle si formano con dischi polverosi che le circondano. Noi usiamo tipi diversi di telescopi come strumenti per studiare l’universo. Qui potete vedere alcuni esempi: in alto, il telescopio spaziale Hubble, poi in basso a destra il telescopio Keck che si trova nelle Hawaii, e l’ALMA, un insieme di radiotelescopi che si trova in Sud America. Questi sono soltanto alcuni esempi di diversi tipi di osservatori che vengono utilizzati dagli astronomi professionisti. Telescopi diversi vedono tipi diversi di luce, osservano l’universo in modi diversi, dalla Terra o dallo spazio. Abbiamo bisogno di tutti questi tipi diversi di telescopi, come i diversi strumenti di un’orchestra che contribuiscono in modo unico alla composizione di un brano musicale. Con questi telescopi noi abbiamo delle immagini meravigliose dello spazio che non potremmo vedere con i nostri occhi. Ora sappiamo che le stelle che si formano nelle nebulose gassose che vi ho mostrato e una grande quantità di materia oscura che non vediamo, riempiono il volume delle galassie. Questa è una galassia che vedete. Queste strutture meravigliose possono contenere centinaia di miliardi di stelle, così come le nebulose e la materia oscura che non vediamo. E se andiamo a vedere più da vicino questa immagine, vedrete anche altre galassie. L’immagine NGC 1309, sempre del telescopio Hubble. Questi telescopi così sensibili ci dimostrano che l’universo è pieno di galassie. Questa immagine viene dal nuovo telescopio Rubin che ha un ampio campo visivo e ci rivela innumerevoli galassie. Ogni piccola luce è una galassia piena di centinaia di miliardi di stelle e probabilmente anche di pianeti. Possiamo vedere alcune galassie che interagiscono tra loro. Vediamo bellissime galassie a spirale dove le stelle ancora si stanno formando nelle nebulose che riempiono questi bracci a spirale. Sono immagini come queste che mi danno il più grande senso di stupore e meraviglia. Vorrei poter viaggiare istantaneamente verso una qualsiasi di queste bellissime galassie e guardarmi intorno. Noi vediamo queste galassie com’erano quando la luce le ha abbandonate per viaggiare verso i nostri telescopi, a volte milioni o addirittura miliardi di anni fa. L’astronomia è come una macchina del tempo e queste galassie non sono tutte alla stessa distanza da noi, il che significa che alcune ci appaiono come erano milioni di anni fa, mentre altre invece come erano miliardi di anni fa, più vicine al momento in cui l’universo ha avuto inizio. Possiamo confrontare quelle più antiche, più lontane, con quelle più vicine alla nostra galassia, alla Via Lattea, nello spazio e nel tempo e avere un’idea di come le galassie sono cambiate nel corso dei 13,8 miliardi di anni di storia dell’universo. Scopriamo che effettivamente le galassie sono cambiate nel corso del tempo cosmico, si sono fuse con altre galassie e sono cresciute. Le stelle al loro interno sono nate e poi morte, come diceva Dan, creando elementi più pesanti per arricchire la prossima generazione di stelle e consentendo la formazione di pianeti attorno a loro. Nel nostro sistema solare, avevamo bisogno che le generazioni precedenti di stelle nascessero e poi morissero, affinché il nostro sistema solare potesse avere gli elementi più pesanti che consentono ai pianeti e alla vita di formarsi e prosperare. Sono davvero stupita di come l’universo si sia evoluto nel corso di miliardi di anni in un bellissimo insieme di galassie in grado di sostenere la vita, compresi gli esseri viventi su almeno un pianeta in grado di contemplare la bellezza e la nostra stessa esistenza. Sono profondamente stupita di poter vedere tutto questo ed è appropriato che questa immagine venga chiamata abbondanza cosmica. A me ricorda il salmo 19 della Bibbia che dice: “I cieli narrano la gloria di Dio e il firmamento proclama l’opera delle sue mani, però non usano parole. Il loro messaggio viene comunque sentito fin dalla terra”. Questo è ciò che più mi colpisce. Grazie.

JOSÉ IGNACIO LATORRE

Buon pomeriggio a tutti. Brandon mi ha permesso di rispondere a una domanda che è un po’ tutta mia. Comincio dicendo, come Jennifer anch’io vengo da una famiglia di umili origini ed ero, per così dire, perduto. Mio padre insisteva molto che io studiassi; non sapevo bene che cosa fare, e quindi avevo parlato con la mia insegnante di latino. Lei mi ha detto: “Che opzioni hai, Ignazio?” E io ho detto questa, questa, questa, questa. Lei mi ha detto: “Qual è secondo te l’argomento più profondo?” E io ho detto: “La fisica”. “Bene, allora studia fisica”. Ed è questo che ho fatto, e devo a questa insegnante il miglior consiglio che abbia mai ricevuto nella vita perché sono entrato in un campo dove ho trovato la passione, la vocazione. Morirei per la scienza, per le scoperte, per la conoscenza. E ora, molti, molti anni dopo, creo e costruisco computer quantistici. Mi rendo conto che è molto difficile trovare delle immagini che possano competere con quelle che ci propongono gli astrofisici, che sono favolose, ma questo è quello che vi posso proporre. Non so se potete indovinare cosa vi sto mostrando con questa immagine. Non è semplice. Noi ora riusciamo a controllare la materia al livello ultimo. Possiamo intrappolare un unico atomo, un unico elettrone, un unico fotone. Possiamo dominare la materia. Quindi la scienza ha raggiunto il livello in cui usa gli elementi di base per manipolare ciò che ci circonda, elementi fondamentali della materia. Quella che vedete in questa immagine è una serie di ioni di atomi controllati completamente dagli esseri umani. Sono uno in fila all’altro, li illuminiamo e modifichiamo il loro livello quantistico interno. Questo ci ha dato la possibilità di avere idee importantissime: possiamo utilizzare gli elementi fondamentali della materia per codificare le informazioni, manipolare le informazioni, trasmettere informazioni. Quindi avremo un nuovo sistema di comunicare, di fare computing, e veniamo all’era dell’intelligenza artificiale e al controllo quantistico della materia, e questo è stravolgente, devo dire. Torno a questa idea di senso e significato e vi racconto un aneddoto. Brandon mi ha detto che potevo farlo. Ho il permesso. Può essere qualcosa che sembra non c’entri nulla, ma ascoltatemi. Con l’età si impara, si studia, si crede di capire meglio. Qualche anno fa ho dovuto modificare il programma, il curriculum del mio insegnamento. Quindi ai miei 20 studenti ho detto: “Allora, quest’anno facciamo qualcosa di diverso. Partiamo proprio da zero per arrivare al livello massimo di conoscenza umana”. E quindi abbiamo cominciato giorno dopo giorno alle 8:30 della mattina per cercare di capire come elaborare tutte le idee che venivano proposte per un intero semestre, e io ero tutto contento. Mi sembrava che funzionasse. Però due mesi dopo, ed è qui l’aneddoto, ho ricevuto una lettera di uno dei ragazzi che aveva partecipato al corso che mi ha detto: “Professore, devo dire una cosa. Quando lei era il nostro insegnante, io ero lì tutte le mattine alle 8:30. Mio padre era molto malato e alla fine è morto. La mia famiglia era disperata, io non capivo più quale fosse il significato della mia vita. E poi c’era lei alle 8:30 del mattino che ci insegnava da zero la bellezza e la verità. La bellezza e la verità. E questo mi ha consentito di sopravvivere. E ora devo davvero scriverle per dirle che il suo insegnamento scientifico mi ha cambiato la vita e ha aiutato tutta la mia famiglia”. Questo è proprio un aneddoto che dimostra che la scienza ha un’importanza fondamentale nella vita delle persone, anche se sto utilizzando l’esperienza di qualcun altro. Questo davvero spiega quanto la scienza possa toccare profondamente l’anima delle persone. Io sono una di queste persone, questo mio studente era un’altra.

BRANDON VAIDYANATHAN

Grazie. Questi sono veramente esempi molto interessanti. C’è però una posizione diversa da quella di cui ci ha parlato José Ignacio, quella di Stephen Weinberg che diceva che più l’universo ci sembra comprensibile più ci sembra senza senso. Allora, sono curioso, certo, ci sono modi in cui la scienza può essere sentita come qualcosa di ricco di significato, però molti pensano che più si impara rispetto alla scienza, meno senso ha tutto questo. Mi chiedo come vi poniate di fronte a tutto questo. E quindi, do di nuovo la parola a José Ignacio.

JOSÉ IGNACIO LATORRE

Decidi tu, Brandon, quindi sei il capo. Se avete mai letto le opere di Stephen Weinberg, i primi 3 minuti dell’universo sono fondamentali. Più si impara, più si approfondisce la scienza, più questo è un viaggio. È un viaggio per me. Ora comprendo la scienza in modo molto diverso da quanto non facessi quando ero giovane. Però c’è un’idea che voglio condividere con voi. Credo che la scienza, e dobbiamo essere molto chiari su questo, e dobbiamo tener conto di quello che gli uomini dicono del mondo, il modo in cui noi utilizziamo le nostre menti per vedere che cosa succede là fuori. Per me c’è una chiara distinzione tra quella che può essere la realtà e quello che è il modo in cui gli esseri umani cercano di comprendere la realtà. La scienza è scritta in un’equazione che, se un’altra civiltà appare nel cosmo, può essere completamente diversa. Ci sono studi che sono stati fatti nel XVII secolo in Inghilterra, ma non solo quelle, in altre occasioni e studi che ci fanno pensare che la scienza potrebbe essere diversa se portata avanti da un’altra civiltà. C’è quindi una nuova scienza o ci sono molte diverse forme della scienza? Più io ho imparato nella vita, più ho capito che il modo in cui noi leggiamo la natura può essere temporaneo, però riusciamo a arrivare a un livello molto profondo di comprensione della natura, ne sono convinto, e non so se il significato o l’obiettivo sia un qualcosa che esiste al di fuori della mente umana, non sono sicuro. Quindi la questione di Weinberg, vorrei proprio discuterla in questi termini: è un qualcosa di assoluto oppure no questa idea della scienza?

JENNIFER J. WISEMAN

Rispondo a questa provocazione di Weinberg. Credo che molte citazioni che vengono estratte dal loro contesto facciano sì che si perda quello che è il contesto più generale. In parte ritengo che abbia ragione perché, per quanto adoriamo la grandezza dell’universo, come vi ho mostrato in questa immagine meravigliosa, e proiettiamo il futuro a lungo termine dell’universo, può essere piuttosto oscuro. Continuiamo a pensare che l’universo può continuare a crescere, ma poi potrà cominciare a raffreddarsi e le stelle moriranno. Possiamo concludere che tutto andrà perduto e potremmo pensare che l’universo non ha senso. In un certo senso, sì, posso anche essere d’accordo con questo commento, però non sono queste le conclusioni a cui arrivo io, perché credo che si possa arrivare a questa conclusione solo se si pensa che l’essere umano sia l’obiettivo ultimo dell’universo. Chiaramente, già sappiamo che la Terra non è al centro del sistema solare né noi siamo al centro della galassia o dell’universo. Quindi, la nostra importanza non nasce da dove siamo o quando siamo, ma dal fatto stesso che siamo, che esistiamo. La domanda che ci poniamo da sempre, “Perché c’è qualcosa e perché non c’è solo il nulla?”, dà adito a un’importante riflessione sul fatto che l’universo sia dotato di queste grandi proprietà che gli hanno consentito di svilupparsi in un luogo in cui si formano le stelle, si formano i pianeti e la vita si evolve. Una vita che si traduce in esseri come noi che possono pensare e parlare come facciamo noi oggi. Questo, secondo me, dimostra che tutto questo ha un senso, che c’è un obiettivo. Magari noi non lo comprendiamo appieno ad oggi, però secondo me è ovvio che c’è qualcosa di molto importante nell’universo e di molto importante nel fatto che noi esistiamo. Qui entrano in gioco elementi che vanno oltre la scienza, come la fede e la filosofia, e di questo parleremo poi.

ROBERT GILBERT

Vorrei rispondere facendo qualche commento generale e poi concentrarmi in particolare sulla ricerca che svolgo. Il commento generale è questo: credo che gli scienziati debbano agire come se l’universo avesse un senso e non il contrario, poiché quando facciamo ricerca, dobbiamo credere che ci sia una coerenza, una logica e, quindi, uno scopo di qualche genere. Questo è uno stimolo continuo al nostro studio; quindi è un ragionamento logico, una sorta di morale di base. C’è proprio una morale che i ricercatori devono seguire che consiste nel credere nella verità, e credere nella verità dà significatività. Non è detto che si debba essere per fare questo dei grandi scienziati per avere questo senso, questo codice etico. Personalmente, credo che qualsiasi scienziato sia migliore se segue questo principio di credere nella verità. Credo che siano davvero le basi per la sperimentazione di qualsiasi tipo. Inoltre, dobbiamo capire, in questo senso ampio, il significato. Questo codice etico deve appartenere a uno scienziato, così come un senso di umiltà, ancora prima che possa indagare a fondo la realtà che vuole capire meglio, al di là che possa verificare se le sue aspettative sono vere o meno. Questo è il contesto generale. Dobbiamo agire come se il mondo avesse una significatività. Poi, è chiaro che la nostra intenzione è quella di analizzarlo e capirlo.

Su una scala più piccola e concentrandomi invece sul mio lavoro, vorrei dire che il fatto che le persone notino come io sia entusiasmato dal trovare questa bellezza in quello che faccio, mi fa capire come questa prassi a livello individuale, di esercitare questa morale, questo codice etico, fa la differenza, perché è la soggettività che alimenta l’oggettività, la ricerca oggettiva che permette poi di portare alla messa a punto di medicinali che salvano la vita delle persone. Credo che sia questo il vero valore aggiunto, sia a livello individuale che di quadro più generale, perché è chiaro che occorre quindi credere nella verità e nel desiderio di scoprire il senso.

DAN MAOZ

Stephen Weinberg era molto intelligente. Questa sua dichiarazione però, a mio vedere un po’ strana, poiché affermare che a lui sembrava che l’universo avesse un senso, ma poi più lo conosceva più gli sembrava senza senso, sembra presupporre che lui abbia compiuto un percorso di consapevolezza che l’ha portato dall’idea che ci fosse un senso alla constatazione che non ci fosse. Ma credo che se si pensa che l’universo ha un senso, questo implica che ci siano delle entità che hanno un significato e che ci sia anche un’entità superiore che possa supervisionare tutto questo, così come credono tante persone in questa stanza, e che ci sia quindi qualcosa di superiore che regola le nostre azioni. In realtà non so se posso dire che sono d’accordo con la sua affermazione. Più semplicemente, per me l’universo è sempre sembrato senza senso sin dall’inizio, ma non credo che sia un problema. L’universo è quello che è. Io mi considero molto fortunato perché ho la possibilità di lavorare e il mio lavoro consiste nel cercare di indagarlo al massimo.

BRANDON VAIDYANATHAN

Credo sia sorprendente la varietà, la diversità di queste esperienze anche di meraviglia, di scoperta del bello, e tutto questo ci può portare in diverse direzioni rispetto alla questione del significato. Sicuramente la scienza è una sorta di porta che permette di scoprire nuove cose, nuove cose che immediatamente non sono visibili e quindi magari che possono portare alla scoperta di un significato o alla scoperta dell’assenza di un significato anche rispetto a questa esperienza di stupore. Non so se ciascuno di voi ora può parlarci di come sia possibile fare un lavoro scientifico che sia sostenuto da questo tipo di posizioni. Il vostro impegno con la scienza e con i vostri colleghi e rispetto alle loro diverse posizioni sul significato delle cose, come prende forma e soprattutto come influenza, secondo voi, il modo in cui tra scienziati e ricercatori si può creare un senso di comunità? Credo che si possa banalizzare l’esperienza di stupore perché è molto soggettiva, puramente soggettiva; alla fine, quello che conta può essere solo la pubblicazione di un articolo oppure una scoperta che viene riconosciuta. Vorrei capire se potete farci capire qual è per voi il valore di questa esperienza soggettiva, di questo senso di meraviglia profonda, di stupore, perché ne abbiamo bisogno e perché voi come scienziati ne avete bisogno. È qualcosa che è al centro del significato della scienza proprio come impresa, come lavoro. Non so, Jennifer, vuoi iniziare tu?

JENNIFER J. WISEMAN

Beh, credo che la cosa che per me è più importante rispetto al fatto di essere una scienziata sta proprio nel lavoro con gli altri colleghi. Ognuno di loro rappresenta un punto di vista diverso in termini di background culturale e di fede, ma quello che ci unisce è la curiosità. La scienza è una struttura stupenda. Possiamo attraverso di essa rispondere a domande sul mondo naturale, quello fisico, e ci fornisce quindi un approccio unificato, un modus operandi significativo, una struttura unica che ci consente di dare risposte anche attraverso misurazioni, calcoli matematici. Quindi la scienza è un dono in questo senso, ma la scienza non risponde alle grandi meta-domande, i grandi interrogativi: “Perché qualcosa esiste?”. Sono interrogativi di natura più filosofica o religiosa: “Dio esiste?”, “Che tipo di relazione abbiamo con lui?”. Questi sono interrogativi che vanno al di là delle strutture, i processi della scienza. Trovo meraviglioso che la scienza ci unisca perché abbiamo questo senso di curiosità che ci accomuna, ma al tempo stesso possiamo mantenere la nostra diversità di interpretazioni in senso più ampio. Come poi ognuno di noi come viene motivato e qual è la nostra interpretazione rispetto all’esistenza o meno di un senso. Non so se ho risposto alla domanda, però questa è la mia opinione.

BRANDON VAIDYANATHAN

Ecco, come sacerdote anglicano, Robert, sono interessato al modo in cui questo tuo lavoro di ricerca scientifica ha influenzato anche il tuo significato rispetto al tema del senso con la tua vocazione.

ROBERT GILBERT

Hai parlato di vocazione. Cosa posso dire rispetto alla scienza? Questo apprezzamento della bellezza e delle cose che studiamo ci aiuta anche a trovare coerenza tra le cose. Quando si vedono i risultati, ci si entusiasma davvero. Questo sicuramente genera un senso di unione tra le persone. Il modo in cui io vedo la bellezza e do importanza al valore della scienza consiste proprio in questo, nel fatto che ci dà un senso di unità. Un po’ come diceva Jennifer, noi lavoriamo con colleghi che hanno background culturali e di fede diversi, però siamo tutti d’accordo su una cosa: sul grande entusiasmo che ci deriva da quello che studiamo. Questo per me ha grandissimo valore e credo che sia qualcosa che condivido con chiunque altro lavori nell’ambito della scienza. Brandon, tu mi hai chiesto rispetto alla mia vocazione personale. Quello che posso dire è che la mia vocazione è il risultato di un lungo percorso che ho fatto e che mi ha portato a diventare sacerdote anglicano. Ho cercato di capire come pormi a servizio degli altri, ad esempio rispetto a mio figlio e ho cercato anche di essere un buon insegnante, un buon membro della mia comunità, un buon pastore in senso liturgico. Ho sempre cercato di svolgere il ruolo di mentore rispetto ai miei studenti. Qualcosa che per me è sempre stato fondamentale nel mio percorso di vocazione. Stavo anche pensando a un’altra cosa che ha menzionato anche Jennifer nel suo discorso. Questo tema della bellezza, e di nuovo questo è qualcosa che ci accomuna come scienziati perché noi apprezziamo la bellezza. Poi è chiaro che possiamo dare un significato diverso, ma è qualcosa che ci accomuna, che ci unisce. Inoltre, rispetto alla mia vocazione vorrei dire che le persone di fede di diverse tradizioni cristiane, ma anche di diversi credo, e anche coloro che non credono sono accomunati dal fatto di credere nella verità. Quindi la scienza è un microcosmo che unisce tutti gli scienziati, però il credere nella verità, ma anche rispetto alla fede, credo che il fatto di pregare insieme, indipendentemente dalla tradizione da cui si proviene, unisce le persone. Credo che così come gli scienziati siano uniti dal piacere della ricerca, ci sia un’unione tra le persone che sono di fede o comunque che credono nella verità, perché il credere nella verità è qualcosa che unisce e non che separa. E anche la scienza fa sì che chi pratica la scienza creda nella verità, e quindi questo forse è un filo rosso tra i due aspetti.

BRANDON VAIDYANATHAN

Dan, non so se vuoi commentare anche qual è il senso che attribuisci alla scienza. Nel senso, la scienza può darci sufficiente senso affinché non abbiamo bisogno di altro oppure alcuni hanno bisogno di qualcosa in più, come la fede. Come la vedi?

DAN MAOZ

Sono completamente d’accordo con quanto hanno detto Jennifer e Robert. Come scienziati parliamo una lingua comune. Siamo tutti alla ricerca della verità. Ci crediamo, innanzitutto, crediamo che la verità esista. Forse non è un’idea così diffusa e comune. Ci sono persone che credono in verità alternative. Noi crediamo in un’unica verità che crediamo che sia là fuori e che dobbiamo cercare di raggiungere. Ma allora, per tornare alla tua domanda, posso dire che ho molti colleghi che non sono di fede come me, altri che sono profondamente religiosi. Io li rispetto tutti ugualmente e non ho la presunzione di sentirmi superiore per questo, assolutamente no. E poi c’è il professor Marco Bersanelli che ci ha invitato qui, che è uno scienziato di fama mondiale e il suo team ha scoperto verità importantissime e profonde dell’universo; è anche una persona molto devota e profondamente religiosa, e io rispetto questo completamente. Quindi siamo accomunati dal perseguire la ricerca scientifica. Non posso dichiarare di capire a fondo i miei colleghi che sono di fede. Viviamo come in due mondi paralleli, poiché da un lato il nostro lato scientifico ci porta a essere sempre scettici, animati da tantissimi dubbi, a cercare sempre di verificare quello che pensiamo, che ipotizziamo. Dall’altra parte, queste persone sicuramente hanno dei credo religiosi che non mettono in dubbio. Io non riesco a capire come facciano a far convivere questi due aspetti, però lo rispetto completamente.

BRANDON VAIDYANATHAN

José Ignacio, sentiti libero anche di reinventare la domanda. In realtà sarei curioso di sapere una cosa rispetto a una cosa che dicevi quando chiacchieravamo prima, un incontro che hai avuto con un famoso scienziato. Non so, magari potrebbe essere pertinente con quello che stiamo dicendo adesso.

JOSÉ IGNACIO LATORRE

Allora, vorrei dire una cosa rispetto alla meraviglia. Marco ha scritto un libro, ed è così che l’ho conosciuto, sull’idea di semplicità nella scienza che ha sempre guidato la mia mente. Questo principio è sempre stato un principio guida per me e per me rappresenta la meraviglia ultima, quindi questa idea di semplicità nella scienza. Allora, aneddoto personale: ho conosciuto John Polkinghorn ed è stato qualcosa che mi ha colpito profondamente, anche perché, ricordo che abbiamo avuto una conversazione animata dalle stesse parole che ha detto Dan: non bisogna avere paura di affrontare le questioni più profonde. Io sono rimasto colpito, lui mi ha davvero colpito con questa sua posizione che mi ha spiazzato, e credo che avesse ragione: bisogna sempre cercare di andare più in profondità e bisogna rispettare tutte le opinioni. Credo che questo sia un segno anche di grande umiltà. Mi ha cambiato profondamente.

BRANDON VAIDYANATHAN

Chiedo se magari ciascuno di voi potesse lasciarci con un consiglio. Dunque, personalmente quando ero al liceo, la mia esperienza con la scienza è stata piuttosto diversa dalle vostre. Per me non è stata una porta sulla bellezza o la meraviglia, ma ho sempre considerato la scienza come qualcosa da memorizzare, qualcosa che forse mi avrebbe aperto le porte di una carriera brillante, mai invece come un percorso verso una meraviglia consapevole. Poi ho cominciato a conoscere gli scienziati che avevo studiato, ed è lì che ho capito il senso di bellezza e di meraviglia. E’ a partire da quel momento la scienza per me è diventata un percorso verso il mistero, la gioia, l’entusiasmo, la meraviglia, attraverso gli occhi degli altri. Questo mi ha portato quindi a sviluppare l’idea che la scienza può essere anche una fonte spirituale per ciascuno di noi. Potete dirci come la pratica della scienza può essere valida anche come pratica spirituale, come risorsa nel nostro viaggio verso l’infinito, verso questi grandi interrogativi su quello che conta, anche se non siamo scienziati professionisti? Non so, Dan, comincio con te e poi proseguo con gli altri.

DAN MAOZ

Per me il tratto più importante di uno scienziato, e credo che Galileo Galilei sia stato davvero il primo che ha personificato quest’anima, è proprio lo scetticismo, il dubbio: non credere a nessuno, non credere in niente, e porsi sempre interrogativi, domande. Credo che questo sia un ottimo consiglio per chiunque, per una persona laica, una persona non di scienza, ma anche per uno scienziato, che si indaghino questioni di significato, di senso o di fede. Quello che ci rende umani è la curiosità. La curiosità, nella sua essenza, consiste nel farsi domande, nello scoprire cose, nel capire se queste cose sono vere o meno. Questo è il mio consiglio. Quindi scetticismo, in una parola.

BRANDON VAIDYANATHAN

Ecco, non voglio metterti parole in bocca, ma è uno scetticismo fine a se stesso oppure una sorta di apertura mentale per cercare di verificare, sperimentare costantemente, quindi per andare oltre a quello che si vede?

DAN MAOZ

Sì, è uno strumento, è uno strumento davvero utilissimo. Uno strumento intellettuale sviluppato dalla nostra mente. Credo che sia stato molto utile finora, perché altrimenti non avremmo compiuto il percorso di sviluppo ed evoluzione che abbiamo fatto.

ROBERT GILBERT

Vorrei riprendere quello che ha detto Dan, quindi il pensiero critico, l’apertura mentale. Un consiglio che io do di solito è che, se si ha una nuova idea scientifica, magari anche nell’ambito della biologia (io non sono un grande esperto di fisica), qualsiasi idea che vi appare confusa, cercate di vederla come un’esperienza di apertura mentale. Perché magari non si capisce molto quello che si ha di fronte, ma bisogna dirsi: “Lo scienziato che ha elaborato questa idea si è trovato di fronte alla mia stessa posizione di confusione, di scarsa comprensione” per cui all’inizio, è chiaro che qualsiasi cosa può sembrare fumosa, difficile, confusa. Bisogna essere sempre aperti mentalmente. Questo è un tratto fondamentale di tutti gli scienziati, quindi è chiaro che è un percorso che è stato compiuto da chiunque poi è arrivato a una scoperta. Per concludere il messaggio che vorrei lasciarvi a voi tutti, che siate scienziati o no, quando notate qualcosa nel mondo, cercate davvero di lavorare sulla vostra curiosità e attardatevi su quella cosa, perché questo è un costante esercizio scientifico. Ciascuno può diventare uno scienziato ogni qualvolta cerca di raccogliere informazioni e comprensione. Riflettete anche sulle cose che suscitano il vostro interesse, che vi entusiasmano, quello che trovate straordinario, bello nel mondo e soffermatevi su questo, riflettete su questi elementi. Questo potrebbe essere anche una sorta di promemoria, di esperienza personale esistenziale e di verità, ma anche di amore per la comprensione che può portarci a una migliore comprensione e amore per l’altro, perché questa è anche la base per una reciprocità. È questo che ci unisce, perché l’amore e l’amore attraverso la conoscenza ci uniscono.

JENNIFER J WISEMAN

Una volta a Gesù è stato chiesto qual era il comandamento più importante e lui disse che ce n’erano due: amare il proprio Dio con tutto il proprio cuore, la propria anima, e amare il proprio prossimo come se stessi. Credo che potremmo applicare questi due principi anche a questa visione della scienza, cercare un senso di umiltà. È qui che entra in gioco la curiosità, perché più si capisce il mondo naturale attraverso la scienza, che si sia scienziati o meno, che si sia persone di fede o meno, possiamo prendere seriamente questo senso di curiosità per studiare il mondo naturale con integrità, apprezzare l’apprendimento, la conoscenza. Ovviamente questo può arricchirci ancora di più se siamo persone di fede, poiché è qualcosa che ci permette di vedere la creazione con occhi nuovi. Il principio di amare il proprio prossimo significa: cosa possiamo fare poi con tutta questa conoscenza, man mano che conosciamo sempre di più la biologia, il mondo naturale, l’astronomia, la fisica, la chimica? Che cosa possiamo fare con queste conoscenze, come possiamo utilizzarle per migliorare la vita delle persone, rendere il mondo migliore? Far sì che queste conoscenze siano una benedizione per gli altri. Come scienziata non posso impiegare le giornate a contemplare la bellezza e la natura. Anch’io devo avere a che fare con budget, con i colleghi, rispondere a un sacco di email. Ma come possiamo fare tutto questo in un modo che sia anche utile per gli altri? Come possiamo usare i modi in cui facciamo scienza, raccogliamo conoscenze, in modo da creare qualcosa di buono per il mondo, per gli altri, qualcosa che onori Dio e quindi utilizzare la pratica della scienza e la conoscenza in un modo che porti aiuto e gioia al mondo.

JOSÉ IGNACIO LATORRE

Dunque, vorrei concludere tessendo le lodi della creatività perché credo che sia davvero la qualità umana per eccellenza, la capacità di creare sulla base della comprensione e non è affatto banale. Credo che sia davvero il livello più elevato di intelligenza, la creatività. Nel mio team lavoriamo proprio così, anzi è obbligatorio essere creativi. Questo implica il porsi domande, essere onesti, essere aperti mentalmente. Sono tutte cose necessarie per essere creativi. Io credo che questo davvero sia davvero il livello più elevato di intelligenza, la creatività, e quindi spero di rimanere sempre creativo. Grazie.

BRANDON VAIDYANATHAN

Grazie a tutti voi. È stata una sessione davvero arricchente. Ho imparato tantissimo e ci avete dato una nuova chiave di lettura per vivere una vita più piena e piena di significato. Domani alle 12:15, nella mostra Homo faber curata da Marco Bersanelli – andatela a vedere se non l’avete ancora fatto – ci sarà una sessione di domande e risposte con alcuni di noi, quindi se volete siete assolutamente benvenuti. Vorrei ringraziare la John Templeton Foundation per aver sponsorizzato questa sessione, poi Marco, gli organizzatori del Meeting. Potete saperne di più sul nostro sito meaningofscience.com. Grazie ancora per essere stati con noi.

Data

24 Agosto 2025

Ora

17:00

Edizione

2025

Luogo

Sala Neri Generali Cattolica
Categoria
Incontri