IL RUOLO DELLE DONNE NELL’AMBITO DELL’AZIONE UMANITARIA, TRA RESILIENZA E LEADERSHIP NEI CONTESTI DI CRISI

In diretta sui canali digitali di Agi

Organizzato da WeWorld

Martina Albini, coordinatrice del Centro Studi di WeWorld; Asmae Dachan, giornalista e scrittrice; Marco Rusconi, direttore Agenzia italiana per la Cooperazione allo sviluppo; Rahel Saya, giornalista e attivista per i diritti di donne e bambini. Modera Stefania Piccinelli, direttrice Programmi Internazionali WeWorld

Il panel intende porre l’attenzione su tre contesti in cui WeWorld lavora da anni in modo consolidato, proprio in collaborazione con la Cooperazione Italiana: Ucraina, Afghanistan e Siria. A partire dall’esperienza sul campo e dal recente rapporto “Her Future at Risk”, realizzato da WeWorld, l’incontro propone un confronto sul ruolo delle donne nell’ambito dell’azione umanitaria, tra resilienza e leadership nei contesti di crisi.

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STEFANIA PICCINELLI

Buonasera a tutti e tutte, io sono molto onorata e anche un po’ emozionata di essere qui con voi stasera, in questo posto davvero bello e soprattutto davvero importante per i temi e perché ci sono tante persone e tanti giovani. Sono Stefania Piccinelli e sono la responsabile dei programmi internazionali di We World, che insieme all’Agenzia Italiana per la Cooperazione promuove questa piccola discussione, questa piccola apertura sul mondo, il mondo delle donne, delle bambine e dei bambini in contesti di crisi protratte. In particolare, parleremo di conflitti, ma conflitti che si intersecano sempre anche con altre problematiche. Parleremo di Afghanistan, dove oltre alla crisi umanitaria, alla crisi politica, terremoti, siccità; parleremo della Siria, in cui oltre alla crisi politica, alla crisi sociale, alla crisi economica, alla guerra, il calore e la siccità la colpiscono. Quindi queste crisi protratte che durano decenni, ventenni, quarant’anni e che colpiscono la vita delle persone e delle donne e delle generazioni presente e future. Bambini che nascono e crescono in ambiti di conflitto senza un minimo di certezza. Se già noi qui sentiamo l’incertezza del futuro, immaginiamoci cosa vuol dire nascere dentro una tenda, nascere sotto le bombe, nascere con regimi dittatoriali che ti impediscono di fare le cose. Ma io non aggiungerò altro perché abbiamo qua delle testimonianze importanti in contatto con le comunità locali. We World è una ONG, quindi anche noi lavoriamo in questi paesi, siamo in contatto, ma ho qui con me Asmae Dachan, che è giornalista, scrittrice siriana che abita in Italia ma che è in contatto con il suo Paese, così come lo è Rahel Sayah, studentessa bravissima afgana, fortissima e giornalista, che porteranno il loro punto di vista, le loro testimonianze importantissime. Siamo anche con il direttore dell’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo, Marco Riccardo Rusconi, e Martina Albini di We World, una collega. Io mi occupo, vado ad Aleppo, vado a Kabul, mi occupo dei programmi di We World in diversi Paesi. Martina va a visitare i Paesi, ma soprattutto fa un preziosissimo lavoro di analisi, incrociando i dati che vengono dalle attività, le testimonianze importanti come quelle di Asmae, di Rahel, ma anche di tantissime colleghe, persone con cui noi lavoriamo quotidianamente in questi Paesi. Li rielabora e ci restituisce dei dati, dei dati che sono importanti per noi, per We World, per fare meglio il nostro lavoro. Abbiamo avuto l’onore di questo report che presenterà Martina questa sera, che si chiama “Her Future at Risk” – Il futuro delle donne è a rischio – in italiano. È stato patrocinato questo report anche dall’Agenzia Italiana, quindi dall’Italia, ed è stato presentato a marzo alla 69° conferenza internazionale sullo stato delle donne a New York presso le Nazioni Unite, un evento side event della conferenza internazionale, patrocinato dall’Italia, dalla rappresentanza italiana alle Nazioni Unite. Oggi presenteremo alcuni dati, quali presenterà Martina brevemente a introduzione, proprio per dare anche un contesto a quello che ascolteremo dopo dagli altri speaker, proprio per far capire di che cosa stiamo parlando. I dati sono importanti perché tante volte si parla di situazioni che non si conoscono, quindi andare a raccogliere i dati, le interviste, le testimonianze e incrociare questi aspetti è estremamente importante. Questo report si focalizza su alcuni paesi che noi chiamiamo in crisi protratte. Sono l’Afghanistan, sono il Sahel – quindi il Mali, il Burkina Faso, l’Etiopia – sono tutti paesi chiave in cui la presenza non solo di We World e di altre organizzazioni governative italiane, ma dell’Italia e della cooperazione italiana è molto importante. Questo è un pochino il percorso che faremo questa sera insieme. Chiudo il mio intervento introduttivo raccontandovi veramente due parole su che cos’è We World. We World è un’organizzazione non governativa, un’organizzazione della società civile italiana, partner dell’Agenzia, quindi certificata, che da decenni lavora con il Ministero degli Affari Esteri italiano, lavora con l’Unione Europea, lavora con il supporto anche di altri enti istituzionali e fondazioni per portare avanti lo sviluppo e gli aiuti di emergenza in oltre 20 paesi del mondo. Sono 50 anni che operiamo, quindi dall’inizio degli anni ’70, ne abbiamo viste e continuiamo a vederle. Le cose non sempre migliorano a livello macro, ma a livello micro, io personalmente ho vissuto sette, otto anni in Africa, sempre con We World, e comunque la differenza sulla vita delle persone la facciamo, anche in contesti terribili. Questo, secondo me, è una cosa sempre da sottolineare e cerchiamo sempre di più di fare anche analisi e testimonianza, perché riteniamo che siano parte integrante del nostro lavoro. Non basta fare i pozzi, fare le scuole; importantissimo farli, importantissimo, non sto dicendo che non sia importante. Lavorare con le comunità lo facciamo, siamo presenti, ma è importantissimo essere presenti anche qua. Ringraziamo davvero il Meeting di Rimini, il Ministro degli Affari Esteri e l’Agenzia per darci l’opportunità di creare questo ponte, che non è sempre facile che ci sia. Con questo io intanto vi ringrazio e lascio la parola a Martina Albini che ci racconterà molto meglio di me quelli che sono i dati e le testimonianze che arrivano dal terreno.

MARTINA ALBINI

Grazie, buonasera a tutte e tutti, grazie per essere qui. Il rapporto di cui parleremo tutta sera, “Il futuro delle donne è a rischio”, è partito da una domanda, che probabilmente vi sarà più chiara alla fine. Ci siamo chiesti cosa significa trovarsi ai margini della risposta umanitaria. Noi sappiamo che le nostre società sono caratterizzate da profonde disuguaglianze, anche quando non viviamo un contesto umanitario. Immaginatevi che nel momento in cui si presenta un contesto umanitario, di qualsiasi natura esso sia – Stefania ricordava che una crisi può essere causata da fattori umani, come conflitti o guerre, ma anche da fattori naturali – quando si presenta una crisi, queste disuguaglianze che c’erano prima si amplificano e diventano gigantesche. E soprattutto pesano sulle spalle e sulle vite di quelle persone che chiamiamo a stare ai margini. Ed è curioso perché queste persone sono la maggioranza della popolazione mondiale: le donne, i bambini e le bambine. Pensate che alla fine del 2025, 305 milioni di persone in 72 paesi avranno bisogno di ricevere assistenza umanitaria. Di queste, donne, bambini e bambine sono circa tre su quattro. È un dato veramente allarmante. Ma cosa succede, quindi, quando si presenta una crisi umanitaria? Noi l’abbiamo analizzata all’interno del rapporto in diverse sezioni. A proposito, se siete interessate ad approfondire la tematica, lo ritrovate anche tramite QR code, potete accedere alla ricerca. Ci sono tre impatti principali sulle vite di donne, bambini e bambine. Il primo è l’aumento della violenza basata sul genere. Oggi, in contesti di crisi, il 70% delle donne subisce violenza di genere. Ci sono poi le bambine e i bambini che non dobbiamo dimenticare. 18 dei 20 paesi con i tassi più alti di mortalità materna sono proprio paesi in conflitto. Poi c’è un tema, ed è il secondo, di mancato accesso ai servizi. E quando noi parliamo di servizi, parliamo di diritti. Parliamo di diritto all’educazione, di diritto all’assistenza sanitaria, di diritto all’acqua. Bene, immaginate, nel contesto di crisi, tendenzialmente, si cerca di rispondere velocemente, ovviamente, perché c’è un’emergenza, ma rispondere velocemente a volte porta a non considerare il fatto che le persone hanno bisogni diversi. Quindi immaginatevi le donne che continuano ad avere le mestruazioni anche quando c’è una crisi umanitaria e molto spesso non si tiene conto di questo e invece dovremmo farlo. Pensiamo all’educazione: 85 milioni di bambini nel mondo che vivono in crisi umanitarie sono fuori da scuola con il rischio di creare una cosiddetta generazione persa, perché poi rientrare a scuola è difficilissimo. E di questi bambini, più della metà sono bambine, perché sappiamo che le crisi colpiscono più duramente. C’è poi, infine, un tema che è la partecipazione. La partecipazione ai processi decisionali, soprattutto quelli legati alla ricostruzione. Noi sappiamo, perché tantissime ricerche ce lo dicono, che la partecipazione sensibile al genere, quindi la partecipazione attiva delle donne e delle nuove generazioni – quindi anche di bambine e bambine che hanno un loro pensiero e sanno formularlo – permette di costruire processi di pace più duraturi. Addirittura, la probabilità di creare pace duratura per circa 15 anni è più alta del 35% se partecipano le donne. Eppure, nel 2024, le donne negoziatrici erano soltanto meno del 10% all’interno dei tavoli internazionali. Noi abbiamo approfondito tutti questi aspetti attraverso numeri, naturalmente, ma anche attraverso tante storie. Storie di persone che noi incontriamo ogni giorno nel nostro lavoro e che raccontano di resilienza e di trasformazione e le vedremo tra poco. Ma ci tengo anche a ricordare le storie delle tante operatrici, nostre colleghe umanitarie, che si scontrano con un settore che molto spesso è caratterizzato esso stesso da forme di sessismo, con cui dobbiamo fare i conti anche noi. Quindi queste donne raccontano anche le difficoltà nell’operare in un sistema che forse ancora non è pronto a questa avanzata delle donne. Bene, queste storie cosa ci raccontano? Ci raccontano che i cosiddetti margini, in realtà, possono diventare dei luoghi di trasformazione, perché non ci sono solo gli effetti negativi di cui vi ho parlato finora. Le storie che troverete nel rapporto e che poi ci porteranno anche le nostre ospiti, sono storie di persone che cercano di creare anche una nuova normalità all’interno di contesti che sono tutto meno che normali. Raccontano di donne che tengono in piedi il tessuto sociale del paese, che continuano a lavorare, che continuano a creare reti di economia circolare e di cura collettiva. Un esempio, forse quello più lampante, è quello dell’Ucraina, dove tutti gli uomini oggi si trovano al fronte, sono costretti a combattere a causa dell’invasione su larga scala, e quindi le donne non solo continuano ad avere il lavoro che facevano prima dell’invasione, ma sono diventate operatrici umanitarie, tengono insieme le comunità, i figli, le persone anziane, le persone con disabilità. Ora, qual è il rischio? Perché noi qui ci stiamo dicendo effettivamente che queste sono cose positive e che dovremmo continuare a valorizzare il ruolo delle donne, il ruolo delle nuove generazioni. Il rischio è che nei processi di ricostruzione ci si dimentichi di tutto questo. Lo vediamo oggi ai grandi tavoli dei negoziati, dei processi di pace, del cessate il fuoco. Non dobbiamo dimenticarci il valore di queste pratiche che nascono dal basso, dobbiamo valorizzarle, dobbiamo riconoscere l’agency femminile, dobbiamo riconoscere il ruolo di queste persone. Dobbiamo orientarci verso processi che siano trasformativi; infatti, alla fine del rapporto noi mettiamo delle raccomandazioni che ci dicono di andare a lavorare verso società più paritarie, non costruire quello che c’era prima ma ricostruire meglio. Quindi torniamo alla domanda con cui siamo partite: cosa significa trovarsi ai margini della risposta umanitaria e ribaltiamola chiedendoci: e se fossero i margini a guidare la risposta umanitaria e quindi la ricostruzione?

STEFANIA PICCINELLI

Grazie Martina. Andiamo ad ascoltare adesso le storie dei nostri e delle nostre ospiti e partirei da Asmae e ti girerei un pochino la domanda di Martina. Faremo due giri di domande. Vi chiedo di stare cinque minuti in maniera da avere il tempo per entrare e anche da lasciare il tempo al pubblico per farvi delle domande. Asmae, tu vieni dalla Siria, sei in contatto con la Siria, scrivi, sei una giornalista, queste storie dai margini le conosci meglio di chiunque altro. Questi dati che ha riportato Martina, come sono veri, come si riflettono nelle donne, nelle giovani siriane con cui tu entri in contatto? È la stessa domanda rispetto all’Afghanistan, quindi non aspettate la mia domanda, andate in fila, la pongo a Rahel rispetto alle donne afgane. Devo dire che, conoscendo Asmae e Rahel, sono due esempi di donne molto oltre la resilienza, siete esempi di donne molto forti, altro che ai margini!

ASMAE DACHAN

Grazie, buonasera a tutti e a tutte, grazie a We World e agli organizzatori per l’invito. Sì, sono emozionata di essere qui, in particolare quest’anno. Come sapete, la Siria a dicembre del 2024 ha vissuto un periodo di trasformazione importante: è caduto un regime che era lì da 54 anni, con tutto ciò che ne conseguiva a livello di violazione dei diritti umani in particolare e dei diritti di chi era a questi margini, quindi anche delle donne e delle cosiddette minoranze. In questo periodo la Siria sta vivendo una doppia emozione: da un lato la gioia di un paese che si deve rialzare da una dittatura, dall’altro la paura di cosa c’è dopo. Sono arrivata in Siria a fine dicembre, sono stata lì quasi un mese e ho toccato con mano questa grande voglia di cambiamento, di trasformazione. La sensazione che ho avuto, come siriana, in questo momento, è stata che si rialzassero da una sorta di coma e prendessero coscienza, toccandosi fisicamente il corpo, di quanti e quali sono i danni che queste continue violazioni dei diritti umani, questi 14 interminabili anni di guerra, hanno causato, in particolare, le persone che la guerra l’hanno subita, perché prima si parlava di numeri, sono sempre le persone che le guerre non le scelgono, coloro che pagano il prezzo più alto delle guerre, quindi parliamo delle donne, parliamo dei bambini. Le donne che ho incontrato in Siria hanno una doppia emozione: l’emozione di chi dice “ok, adesso la Siria non è più un paese sotto una dittatura, finalmente questa agognata libertà la possiamo esprimere” e dall’altro lato il grande dilemma di chi si trova, praticamente, a reinventarsi l’alfabeto, di chi dice “come si fa, come si fa a riavviare un dialogo tra popolazione civile, quali sono gli spazi e i margini per lottare per i diritti delle donne, per i diritti dei bambini?”. Andando nel dettaglio, l’UNICEF parla di circa 5 milioni tra bambini e ragazzi che sono fuori dal sistema scolastico e su una popolazione che in totale conta circa 22 milioni di abitanti, ci rendiamo conto che il presente e il futuro del paese è fortemente compromesso, perché è una generazione di bambini e di ragazzi, in particolare di ragazze, illetterati, che non sanno leggere, non sanno scrivere. Ma c’è anche di più: bambini che non hanno mai giocato a pallone, che non hanno mai fatto esperienza della spensieratezza e con loro le donne. Le donne che, come in Ucraina, come in tutte le altre crisi, si sono trovate da un lato a ricoprire dei ruoli che la società tradizionalmente non dava loro come opportunità, quindi si sono trovate a inventarsi una gestione della società che prima non esisteva. Nelle aree sottoposte, ad esempio, a isolamento, si sono inventate la distribuzione dei beni, la condivisione delle risorse, la gestione delle scuole nei campi per gli sfollati interni. Allo stesso tempo, in particolare in questo viaggio, ho lavorato con le donne che sono vittime in maniera doppia anche per il fatto di aver subito durante gli anni del conflitto violenza di genere, che purtroppo è una delle tante armi non convenzionali, ma diffuse in maniera esponenziale. Quindi donne che da un lato sul proprio corpo e nella propria anima hanno subito questo genere di violazione, questo genere di crimine terribile, ma devono anche fare i conti con una società che spesso purtroppo ha una visione punitiva di chi subisce il reato, quindi una doppia vittimizzazione proprio perché vengono emarginate, non vengono accolte. Quindi le sfide che in questo momento le donne siriane hanno davanti sono tantissime, ma la nota positiva che mi sono portata a casa da questo viaggio è la grande speranza e la grande resilienza. Io non ho sentito mai la parola “disperazione”. Molte persone chiaramente vorrebbero lasciare la Siria, lasciarsi dietro le spalle tutto l’orrore della guerra, ma molte altre persone invece sono lì con la voglia di costruire, sono lì e dicono a noi siriani che viviamo fuori dalla Siria di tornare o di fare l’attraversamento del ponte, andata e ritorno, per portare la loro voce altrove, per dire che c’è una popolazione giovane, c’è una popolazione che ha conosciuto l’orrore della guerra e che vuole fare esperienza della pace, vuole fare esperienza dove i diritti umani vengano messi al centro e le donne possano essere protagonisti di questa nuova fase di ricostruzione.

STEFANIA PICCINELLI

Grazie. Grazie Asmae, veramente. Rahel.

RAHEL SAYAH

Grazie mille, buonasera a tutti e a tutte. Sono molto contenta di essere qui e devo ringraziarvi per avere organizzato questo evento. Vorrei dire tante belle cose, belle notizie, ma devo dire che la nostra storia, che vengo dall’Afghanistan, è totalmente un’altra storia. Io vengo da un paese che forse il mio paese è l’unico paese del mondo in cui le donne di questo paese non hanno nessun diritto, quel diritto fondamentale che da quando nasciamo dobbiamo avere come ogni essere umano. Io vengo da un paese in cui le donne non possono studiare, non possono lavorare, non possono vivere liberamente, non possono uscire liberamente di casa. Oggi, tra qualche giorno, il 26 agosto, saranno quattro anni che sono qui in Italia e il 15 agosto erano quattro anni che i talebani sono tornati al potere e hanno tolto tutte le opportunità, soprattutto per le donne. Le donne che hanno fatto il loro meglio durante questi 20 anni, hanno lavorato tantissimo, hanno studiato, sono riuscite ad entrare negli uffici governativi, lavoravano accanto agli uomini, gestivano sia la casa che la famiglia e lavoravano con ogni altra persona fuori. La nostra situazione devo dire è grave, perché io ormai sono qui, sono contenta, studio, lavoro e continuo la mia vita normale come ognuno di voi che siete stasera qui. Ma quando sento dall’Afghanistan, quando chiedo delle mie amiche che sono rimaste lì, mi fa tristissima, perché dico “noi siamo qui, viviamo normalmente come ogni altra persona, ma il mio Paese, che abbiamo 40 milioni di abitanti, di cui circa il 50% di questi abitanti sono donne, sono ragazze giovani che non possono fare nulla”. Quello che, se anche sono fuori dall’Afghanistan, mi fa male, perché sono rimaste tantissime ragazze, sono rimaste le mie colleghe, compagne di classe, che quando sentiamo rimaniamo proprio bloccati, “cosa possiamo fare per loro?”. Perché questi gruppi che sono tornati, io vi voglio dire così che l’Afghanistan ha 34 province. I talebani, questo regime, non sono venuti da fuori dall’Afghanistan, erano già in Afghanistan perché erano ad alcune province che non erano a Kabul, perché eravamo noi donne che avevamo la disponibilità di studiare, di lavorare, di vivere normalmente. Ma quando sono tornati, quando il 15 agosto 2021 il governo è caduto e questi regimi facilmente sono entrati al capitale, a Kabul, è lì che proprio è finito tutto. Noi che io ho 25 anni, che non ho visto mai i talebani mentre studiavo, parlo dal 2015, 2010, 2011, ma la nostra famiglia, la mia mamma che ha vissuto la prima volta quando i talebani erano al potere, raccontava. Ma proprio quando sentiamo dalla nostra mamma, dalla nostra nonna, non possiamo immaginare quanto era difficile per queste persone che hanno vissuto, perché io come una ragazza giovane non immaginavo mai che i talebani sarebbero arrivati di nuovo e avrebbero preso il potere per la seconda volta. Adesso che sto parlando con la mia amica, con le mie amiche, con la mia famiglia, con la mia mamma, stavolta è molto peggio rispetto alla prima volta. Forse le donne avevano la possibilità di uscire con la burka, forse in qualche modo riuscivano ad studiare, a fare una semplice passeggiata, ma adesso proprio sono bloccate a casa. Quello che io che vengo da questo paese è proprio non è facile neanche ad immaginare, perché io quella semplice passeggiata che posso fare qui, queste donne hanno speranza per fare questa semplice passeggiata. Quelle che sono purtroppo rimaste a casa, che soffrono, ma soffrono in una maniera, in una situazione, in un modo grave. Quello che ho avuto l’onore di partecipare al festival di We World, che lo so, e poi ho capito molto meglio che We World sta lavorando nel mio paese, quello che mi fa contentissima, anche sono le persone in questo paese che vivo qui in Italia, che ho perso tutto, tutto, sono venuta qui in Italia, vedo e trovo che sono le persone che vogliono fare qualcosa, soprattutto per le donne. Perché, secondo me, le donne, come sappiamo tutti e tutte, le donne sono metà della società e il mondo è bello con le donne. Ma secondo me, una società, un paese e proprio il mondo non ha la bellezza senza le donne. È quello che noi siamo belle così. Tutte le donne, gli uomini, tutti insieme, lavorare insieme, studiare insieme, camminare insieme, fare una passeggiata tutti insieme, ma quello che in Afghanistan oggi noi non vediamo. Se voi guardate, leggete sul giornale o forse in TV, la situazione è molto peggio rispetto a quello che voi vedete e sentite. Vedo che il mio tempo è già finito e se avete qualche domanda sono qui. Grazie mille.

STEFANIA PICCINELLI

Grazie Asmae, grazie Rahel per la vostra testimonianza fortissima e devo dire, se mi posso permettere, lo dico sempre, Rahel, complimenti, sei fantastica. Se pensate che è arrivata quattro anni fa in Italia e non studiava italiano quando era a Kabul, in quattro anni parla l’italiano meglio di me, devo dire che dimostra, dice tanto della tua forza. Direttore, è difficile parlare dopo queste testimonianze, ma so che per l’Agenzia per la Cooperazione Italiana, sia la Siria che l’Afghanistan sono due paesi estremamente importanti. L’Italia continua ad esserci, non si può dire la stessa cosa di altri colleghi, altre cooperazioni, soprattutto per l’Afghanistan. Cosa fa la cooperazione italiana e quali sono, in queste due realtà e in generale, le azioni della cooperazione italiana per riportare al centro donne, bambini e bambine?

MARCO RICCARDO RUSCONI

Grazie al Festival che ci ospita anche quest’anno, al padiglione della Cooperazione allo Sviluppo, che è voluto dal Ministero degli Esteri e grazie a We World, che è una delle tantissime realtà della vibrante società civile italiana che noi siamo onorati, felici e contenti di avere come partner nell’azione di cooperazione allo sviluppo che il paese nella sua interezza conduce. Intanto una parola, perché noi parliamo di cooperazione allo sviluppo, ma se andiamo a vedere la definizione della legge italiana sulla cooperazione, che è una bellissima legge, che ha compiuto dieci anni lo scorso anno, “cooperazione allo sviluppo” è una abbreviazione di una frase più lunga che è “cooperazione e sviluppo sostenibile ai diritti umani e alla pace”. Per cui i diritti umani e la pace sono nella stessa parola, poi cadono perché altrimenti diventa troppo lungo, però sono ricompresi nello stesso concetto di cooperazione internazionale e di cooperazione allo sviluppo. Lo vediamo in maniera molto evidente nei conflitti e nelle crisi che ci toccano da vicino, toccano i diritti umani, vanno ad erodere diritti umani che a volte sono già precari, sono già traballanti o non ci sono del tutto. Ma ovviamente la crisi colpisce le fasce più marginali, le fasce più deboli, le persone più vulnerabili, con un effetto di retrazione che aggrava alcune situazioni e quindi va ancora a peggiorare e a fare anche a retrocedere in alcuni casi. Pensiamo per esempio anche al Covid quanto ha impattato noi qui in Italia, che è un paese avanzato che poteva disporre dei sistemi digitali, però quanti ragazzi e bambini sono colpiti dal Covid, immaginate in paesi africani dove subito le bambine hanno smesso di andare a scuola e non sono più tornate. Le abbiamo recuperate dopo la fine del lockdown, che è una perdita enorme perché si perde lo sforzo che era stato fatto anche per portare le bambine alle scuole, quindi con alcuni ancora incoraggiamenti importanti, anche alcune attrazioni, perché le bambine sappiamo in alcune parti del mondo, come è stato detto, in casi eclatanti come l’Afghanistan, ma anche in altri casi, non c’è ancora il retaggio culturale che dice che non è necessaria l’educazione delle bambine. Quindi già aver portato bambine a scuola e poi aver interrotto questo a causa di una crisi, va ad aggravare una situazione e quindi va a retrocedere rispetto ad obiettivi che si erano dati. Noi siamo in un contesto non felice, lo dobbiamo dire, perché sugli obiettivi di sviluppo sostenibile non stiamo andando avanti, compreso quello sull’uguaglianza di genere, non lo diciamo noi, ma ce lo dicono le statistiche, ce lo dicono gli indicatori, perché è vero che sono 300 milioni di persone in stato grave di necessità di assistenza umanitaria, cinque anni fa erano la metà. Cinque anni fa, se ci fossimo trovati al Meeting di Rimini, non avremmo immaginato un futuro in via di degrado. E qui il titolo che voi avete dato allo studio è molto interessante, “Il suo futuro è a rischio”. Ma un futuro, parliamo di persone per le quali anche il presente è comunque a rischio, perché è un presente in cui non c’è certezza, in cui non ci sono diritti, in cui non c’è sostegno. È un presente in cui non c’è un riconoscimento di un ruolo e non c’è empowerment, c’è emarginazione. Allora cosa fa la cooperazione italiana? Intanto abbiamo aumentato molto le risorse per gli interventi umanitari, ovviamente c’è una buona notizia nel senso che c’è qualcuno che pensa che sia necessario farlo, è anche in controtendenza rispetto al passato, ma per stare al passo a crisi sempre più importanti. Ci sono crisi conclamate nuove, crisi dimenticate, crisi protratte che comunque continuano a fare vittime. Ma con lo scopo di vedere l’intervento umanitario non come un intervento assistenziale, ma avendo sempre a mente quella che è la struttura di una comunità, quindi un intervento diretto alle comunità e a tutte le forze vive di questa comunità, quindi le donne e i giovani. I bambini e le bambine sono la componente essenziale. I progetti della cooperazione italiana hanno sempre una componente di importanza di genere e in tutte le dimensioni, non soltanto quelle più evidenti. Facciamo educazione per cui dobbiamo accertarci che le scuole abbiano, in alcuni paesi, i bagni e i gabinetti separati, altrimenti le bambine non vanno a scuola. Le famiglie non mandano le bambine a scuola in alcuni paesi se non ci sono i bagni separati, quindi sembra un argomento terra terra ma è un elemento importante. Ma anche in altri ambiti, se noi pensiamo anche a infrastrutture di tipo idrico, se disegniamo un progetto per fare una rete di pozzi con pipeline per portare acqua dove acqua non c’è, l’intervento richiede un progetto ingegneristico, ma non basta questo. Se noi caliamo un progetto puramente ingegneristico, io lo rispetto al massimo per gli ingegneri, ma se lo caliamo così, senza interpellare chi è beneficiario, chi utilizza l’acqua, chi va ad approvvigionarsi di acqua, e in molti paesi le donne. Quindi nei progetti di disegno delle pipeline dei pozzi, oltre a capire la pendenza, il gradiente, eccetera, e le condotte, che sono elementi essenziali, però andiamo a interpellare le donne perché sono le donne che portano acqua a casa. Il tempo risparmiato dalle donne che si sacrificano per prendere acqua, risparmiato dal fatto di avere un rubinetto, è un tempo essenziale da dedicare poi all’educazione, all’autoaffermazione, all’autodeterminazione, eccetera. Quindi anche negli ambiti che sembrano più tecnici o più lontani, la componente di genere è essenziale. L’ho fatto, ho fatto un esempio, mi sono riferito ad esempio di sviluppo, ma lo è ancora di più nel caso dell’umanitario e con una visione che è molto fortemente italiana, il nostro modo di operare in cui non c’è separazione dall’intervento umanitario all’intervento di sviluppo e in cui anche la resilienza è una base per l’early recovery e per quindi ripartire sulla base. In Siria è un paese dove c’è una popolazione, c’è anche una popolazione femminile che è istruita rispetto ad altri paesi e quindi è un protagonista, non è un oggetto di cooperazione, è un soggetto di cooperazione. Mi fermo qui adesso.

STEFANIA PICCINELLI

Grazie direttore. Grazie mille. Facciamo un altro piccolo giro di domande. Adesso andiamo a guardare quello che può essere il futuro in contesti come la Siria, come l’Afghanistan. In questo momento due crisi, due crisi protratte, due crisi di lungo periodo, lo abbiamo detto. Due contesti che sono stati veramente e si stanno per certi aspetti deteriorando, in particolare i contesti per le donne, le bambine e i bambini. Però anche contesti dove non si può pensare, dopo 15 anni, 20 anni, 40 anni, di fare, come giustamente diceva il direttore, interventi veramente di prima emergenza. Non possiamo fare distribuzioni di cibo forever, bisogna dare delle prospettive, bisogna avere delle prospettive, bisogna cercare di costruire delle prospettive per le persone, anche le persone che vivono e che non hanno in questo momento l’idea o la prospettiva di veramente che il contesto possa cambiare. E questo soprattutto per l’Afghanistan. Per la Siria, come diceva Asmae giustamente poco fa, è un periodo cruciale, un periodo in cui ancora molto traballante, perché incrociamo le dita delle mani e dei piedi, come si suol dire. Cerchiamo di lavorare, oltre che a incrociare le dita, sulla Siria si sta, dopo anni di sanzioni, di chiusura del regime di Assad, questa apertura si sta pensando a una ricostruzione. Chiedo ad Asmae come si può pensare a una ricostruzione centrata, con le donne al centro, con i bambini e le bambine al centro? Questo anche con, abbiamo qua il direttore Rusconi, quindi potete avere anche il microfono per dare dei suggerimenti al posto giusto, ecco.

ASMAE DACHAN

Grazie, questa domanda mi onora e mi commuove allo stesso tempo perché, appunto, questo corpo che esce dal coma e si guarda, si tocca e capisce quante ferite ha. Io sono tornata dalla Siria con due parole, una è un colore e l’altro invece è un sostantivo. Il colore è il grigio, perché ci sono delle città, dei quartieri, dei villaggi dove ho avuto l’impressione di avere un problema agli occhi perché vedevo solo grigio. Il grigio chiaramente è il colore delle macerie, c’è un livello di devastazione in alcune aree della Siria che è veramente immenso. Non è spiegabile a parole. Noi che viviamo nel centro Italia conosciamo che cosa vuol dire macerie, che cosa vuol dire sfollati perché purtroppo ci sono stati dei terremoti, ma da moltiplicare in maniera esponenziale su un paese. C’è un’immagine in particolare: quando sono andata a Damasco, sono salita sulla montagna che si chiama Jabal Qasim, che è una montagna altissima di oltre 1400 metri sul livello del mare, da cui si vede tutta Damasco, quindi tutte le meraviglie di questa città che è rimasta praticamente intatta. E poi si vede però anche la periferia di Damasco che invece è rasa al suolo. E allora è impressionante. Quindi quando parliamo di ricostruzione, ad esempio, a livello fisico, proprio materiale della Siria, c’è una ricostruzione che è già partita. Ad Aleppo, ad esempio, ho visto l’antico minaretto della moschea degli Omayyadi che è in ristrutturazione, una parte dell’antico Souk, il mercato coperto millenario è in ricostruzione. Ma c’è da ricostruire proprio tutto ciò che sono le infrastrutture sociali, quindi le abitazioni, le scuole, le scuole che sono state bombardate, che sono diventate rifugio per sfollati, le scuole che sono diventate caserme militari vanno ricostruite, vanno ricostruiti gli ospedali. Quindi c’è tutta una serie di priorità che riguardano le infrastrutture sociali che permetteranno alle donne, agli uomini, ai bambini di tornare a una vita, tra virgolette, normale. Non amo molto questa parola, ma qui diventa importantissima, cioè la normalità delle nostre vite è avere un tetto sopra la testa e svegliarsi e andare a preparare la colazione per i bambini, non andare a vedere se sono vivi o se la stanza dove dormivano è stata bombardata, perché anche questo è successo. Il grigio è un colore che io vorrei che la Siria si potesse lasciare alle spalle, ma quindi non riguarda solo una ricostruzione fisica del paese, perché la cosa più importante è, e qui la cooperazione, il dialogo, incontri come questo, l’amicizia, il dialogo interreligioso, sono fondamentali, perché se c’è una ricostruzione fisica che è fondamentale e imprescindibile, c’è anche una ricostruzione a livello psicologico, di dialogo, di confronto tra le persone. Oggi i siriani stanno finalmente facendo esperienza del guardarsi negli occhi e avere opinioni diverse e dirsela in faccia senza paura. Sono allo stesso tempo terrorizzati dal fatto che la Siria ancora è piena di bande armate, è piena di episodi di violenza inaudita. Purtroppo nei giorni scorsi è venuto fuori un report dove si calcola che recentemente almeno 150 donne sono state sequestrate e sottoposte a violenza di genere. Quindi è un paese dove ancora si annaspa, i diritti umani sono ancora molto molto fragili, ma sono un punto fondamentale dal quale ricostruire. Vi dicevo, il sostantivo-aggettivo che mi sono portata dietro, oltre al colore, è quello, dico la parola prima in arabo perché è la lingua con cui l’ho sentita di più, poi ve la traduco in italiano, che è “Mahfuddin”. “Mahfuddin” è una parola araba che può essere tradotto con “scomparsi forzatamente” e “desaparecidos”, ci hanno insegnato i nostri fratelli argentini. Non c’è una sola famiglia siriana che non pianga o non sia in ansia per un parente, donna, uomo, spesso anche minorenne, che è scomparso forzatamente. L’ONU calcola che in 50 anni di regime in Siria siano scomparse almeno 300 mila persone, di cui circa 120 mila solo negli ultimi 14 anni. Una cosa che ha accompagnato il mio viaggio purtroppo è stato il ritrovamento di fosse comuni. Purtroppo ad Aleppo, che è la città delle mie origini, ho assistito all’apertura di una di queste fosse e all’arrivo dei familiari che andavano a cercare i propri cari, un segno, qualcosa per dire “è vivo” oppure “non c’è più”, “dov’è”, perché anche rimanere in balia dell’incertezza. Allora quando parliamo di ricostruzione c’è da ricostruire un paese che ha tante ferite anche sotto quel profilo, perché c’è un proverbio siriano che dice che la mamma del morto piange singhiozzando, mentre la madre del disperso forzatamente, del “mafkud” appunto, non dorme mai perché è sempre con quest’ansia. Ecco, io oggi penso che una cosa che manca proprio ai siriani, manca in maniera viscerale, è la pace che non è soltanto l’assenza di una guerra, ma è proprio il costruire una società dove tutti e tutte abbiano gli stessi diritti, le stesse opportunità, dove le donne non debbano più guardarsi le spalle per paura di essere sequestrate, né per paura di un bombardamento, né per paura di essere discriminate. Questa cosa mi ha colpito moltissimo, e qui chiudo, quando ho incontrato le avvocatesse a Damasco, allora mi hanno detto: “noi sui nostri diritti, sulle conquiste alle quali abbiamo lavorato per secoli, non facciamo un solo passo indietro”. Quindi c’è anche questo rischio purtroppo oggi in Siria che da un lato si costruisca, dall’altro venga meno qualcosa; loro invece sono pronte a difendere i propri diritti, quindi le donne giudice, le donne avvocate, le donne magistrato, le donne che ricoprono ruoli importantissimi in Siria e che hanno difeso questi ruoli nonostante tutto e nonostante tutti, non vogliono fare un passo indietro in questo senso. E qui la comunità internazionale può fare moltissimo, può imporre una vigilanza dove non vengano più chiusi gli occhi di fronte alle violazioni dei diritti umani. Di questo ha bisogno tantissimo oggi la Siria.

STEFANIA PICCINELLI

Grazie. Grazie Asmae. Tra le altre cose, ricordo che ad Aleppo il 7 febbraio del 2023, dopo essere stata precedentemente teatro di fronte di conflitto ed essere stata distrutta dal conflitto, è stata anche fortemente distrutta dal terremoto. E qui torniamo a queste crisi che sono non solo protratte ma anche veramente complesse e purtroppo con varie ragioni. Ti ringrazio moltissimo anche perché io ho avuto l’onore, noi lavoriamo ad Aleppo, da Damasco, da Deir ez-Zor, ho avuto l’onore di visitare questo paese bellissimo, tra cui anche Aleppo, per cui mi commuovono personalmente molto le tue parole. E prendo davvero quello che tu dici, noi lavoriamo con le donne e con i giovani, prendo quello che tu dici come un indirizzo anche per la nostra azione: questa pace che non è solo l’assenza di conflitto e di non abbassare la guardia nella ricostruzione e di tenere alti i diritti, i diritti delle donne e le donne al centro. Rahel, il contesto afghano è molto diverso, però anche qui non possiamo abbassare la guardia. We World lavora, lavora a Herat con le donne, noi lavoriamo con le donne capofamiglia, quindi immaginatevi lavorare con le donne capofamiglia in un contesto come quello che ci ha raccontato Rahel. Il futuro. Che consigli ci dai per i nostri interventi, per le donne? Come vedi il futuro dell’Afghanistan per non abbassare la guardia?

RAHEL SAYAH

Ci sono tantissimi contesti che veramente, quando guardo quei 5 minuti, dico “non è abbastanza”. L’Afghanistan e il popolo afgano, soprattutto le donne e le bambine, vivono in un periodo più buio possibile, perché dico “noi ogni Paese ha il suo problema che le donne vogliono affrontare, vogliono risolvere”, ma quello che sta accadendo in Afghanistan si parla di altre cose, ma comunque il titolo è uguale. Parlo dell’educazione. Secondo me, che sono una ragazza afgana e vengo dall’Afghanistan e vedo che queste donne non hanno nessuna possibilità di andare avanti, di studiare. Senza che le donne non vadano alle scuole, a studiare, a imparare le cose, la costruzione non è possibile e non è duratura. Quello che dico è 50 e 50, metà e metà devono studiare, devono imparare e devono andare in scuola, quello che le donne in Afghanistan non possono. Quello che noi abbiamo bisogno di trovare un modo che ancora stanno facendo: hanno le scuole, i corsi, le classi nascoste che studiano in qualche modo possibile. La seconda cosa che penso è la partecipazione alla vita sociale, quello di cui loro non hanno nessuna possibilità. Quello che loro proprio, se vogliano, vogliano con il cuore, se anche hanno quella mancanza di vedere fuori e quello non hanno, non possono avere parte nella scena della politica. Le donne devono avere quella opzione, quella scelta di dare, di condividere la sua opinione sulla politica di un paese e deve avere la possibilità di decidere chi può guidare, chi può lavorare, chi può essere utile nella sua vita in questo paese, che questa donna proviene. La terza cosa che penso è autonomia economica. Devono essere autonome, devono lavorare, devono vivere autonomamente, quello che devono avere la possibilità di decidere quale è meglio per questa persona. Quello che noi in Afghanistan non abbiamo, quello che viviamo in un periodo così di crisi possibile che veramente siamo rimaste “cosa possiamo fare in Afghanistan?”. Queste donne, forse il discorso non è il posto che vi voglio dire adesso proprio stasera, il popolo afgano non solo vive in questa situazione così grave che le donne non possono fare nulla, le bambine, le ragazze giovani non possono andare, non possono continuare alle scuole, ma anche altri afgani che sono usciti dall’Afghanistan dal 2021, sono andati dove? In Pakistan, sono andati dove? In Iran. Soprattutto sono andati in Iran perché noi abbiamo una cultura, posso dire, uguale con l’Iran, parliamo nella stessa lingua e più di 4 milioni di afgani noi abbiamo in Iran. Quello che sta accadendo non solo dentro l’Afghanistan, ma è un’altra cosa che sta accadendo fuori dall’Afghanistan, che stanno rimandando tutti gli afgani che sono in Iran. Per me è accettabile quello che le persone quando creano qualche problema, quando non accettano le regole, il ruolo, il diritto di questo paese che devono accettare, ma quello anche posso capire che non sono le persone che sono andate illegalmente perché non avevano proprio né tempo, né la possibilità, né anche quell’opportunità di fare tutto in regola. Ma cosa sta accadendo, che adesso che We World sta lavorando a Herat, avete visto tantissimi afgani dall’Iran, hanno fatto deportazioni forzate. In un giorno più di 27.000 afgani sono arrivati ad Herat che non avevano nessun posto di andare, sono rimasti tutti a Herat, erano le bambine, i bambini che sono venuti senza genitore, avevano preso, sono arrivati ad Herat. Proprio tre giorni fa, quello che ho letto sul giornale, che un autobus che portava questi afgani dall’Iran a Kabul o dove era la destinazione finale, questo autobus che aveva più di 80 persone, 80 passeggeri, ha vissuto un incidente che tutti questi passeggeri sono morti. Tra queste 78 persone erano 19 bambini. Quello che dico, adesso noi afgani, sia le donne che le persone, il popolo che è rimasto in Afghanistan, soffrono per questo regime. Non c’hanno la possibilità di fare nulla dentro l’Afghanistan, ma quelli che hanno avuto l’opportunità in qualche modo di uscire dall’Afghanistan, che sono andati dal 2021, 2022, 2023, hanno vissuto queste situazioni fuori dell’Afghanistan. Le persone che avevano perso la speranza sono andate in altri paesi per trovare la speranza e loro non hanno potuto di tornare di nuovo o per la seconda volta a casa. Non avevano posto in Iran, non avevano posto in Pakistan, ma li hanno rimandati in questo modo che abbiamo visto i bambini, abbiamo visto le bambine, abbiamo visto le mamme senza i figli, senza il marito. Ma quello che dico, tutto il mondo adesso, il popolo afgano ha bisogno di aiuto. Cosa possiamo fare? Almeno con il passaparola possiamo comunicare, possiamo parlare, possiamo avvisare cosa sta accadendo veramente per il popolo afgano. Le donne non possono fare nulla, non è che la situazione è cambiata. La gente, il popolo afgano, le donne, le bambine sono abituate a questa situazione. Per me è accettabile e posso capire facilmente che adesso il mondo, cosa stia accadendo, la guerra, la situazione, tutto questo è molto facile da capire. Ma noi non dobbiamo pensare che l’Afghanistan è lontano. E l’Afghanistan, secondo me, è importante questo, che noi dobbiamo pensare che nessuna crisi è lontana. È quello che noi dobbiamo pensare di fare qualcosa, qualsiasi cosa che possiamo fare per tutte le persone, che possiamo pensarci, che almeno possiamo, abbiamo la possibilità di fare qualcosa per queste persone.

STEFANIA PICCINELLI

Grazie. Grazie. Direttore, quindi, futuro, ricostruzione, crisi protratte. La cooperazione italiana è stata una delle prime cooperazioni a dotarsi di linee guida che chiamiamo del nesso tra umanitario, sviluppo e pace, perché anche la pace c’entra ed è importante ed è veramente, noi lavoriamo insieme alla cooperazione italiana, quando se ci sono cose che non vanno le diciamo, ma se ci sono cose di cui possiamo dire che invece vanno bene, è vero che l’Italia fa aiuti d’emergenza sempre con un occhio più in là, quindi non nell’immediato e con interventi che sono sempre più complessi della semplice “ti do il cibo”. In questi contesti, questo approccio che guarda il futuro, che guarda la pace, è estremamente importante. Quali sono le prospettive della cooperazione italiana, soprattutto in Siria ma anche in Afghanistan, dove per fortuna rimanete e noi vi chiederemo sempre di rimanere e di non indietreggiare?

MARCO RICCARDO RUSCONI

E infatti, intanto un messaggio così di speranza per Asmae e Rahel che ringrazio per le testimonianze e anche per gli spunti che ci hanno dato. L’Italia c’è. Ricordiamoci che in Afghanistan non siamo a Kabul ma a Doha c’è un’ambasciatrice donna che segue i processi insieme alla comunità internazionale, quindi l’Italia non si è dimenticata dell’Afghanistan, naturalmente non era più possibile avere degli accordi con un governo che non è riconosciuto dall’Italia e che viola i diritti umani, ma non per questo ci si è dimenticati della popolazione del paese, quindi degli uomini, delle donne, dei bambini di questo paese. E anche in Siria, l’Italia è presente adesso, fisicamente, anzi è il primo paese, se vogliamo, tra il gruppo dei paesi like-minded, ad aver riaperto un’ambasciata, quindi a mandare un ambasciatore. L’Agenzia va un po’ con una strategia, in concorso con il Ministero, ha fatto alcuni passi prima, tecnici, perché ha riattivato la sua antenna a Damasco, quindi altri segnali per dire che la cooperazione e l’accompagnamento dell’Italia non sono mai mancati. La cosa più generale, per stare sul tema anche del ruolo delle donne, io penso che, riprendo le parole che sono state dette da diverse persone che mi hanno preceduto, della ricostruzione che non può essere una ricostruzione qualunque. Cioè il concetto di Build Back Better che deve essere sia nel campo dei diritti, sia nel campo della rimozione delle disuguaglianze, sia nel campo della sostenibilità ambientale, sociale, deve essere un concetto fondamentale di qualunque ricostruzione. Quindi la ricostruzione è un’opportunità, ma se viene fatta secondo questi principi e questi criteri. E qui sul ruolo delle donne, che è fondamentale, io direi due cose. Una, ascoltare di più la voce delle donne e fare della questione di genere una questione mainstream, cioè che permea qualunque attività e qualunque iniziativa, qualunque azione. Ci deve essere una dimensione, grande o piccola, anche di questioni di genere e di uguaglianza di genere. Siamo lontani da questo, in ambito umanitario, diciamolo, perché in ambito umanitario è vero che c’è spesso la fretta di dire “ma insomma c’è un’emergenza e allora facciamo presto”. Ma noi dobbiamo fare presto e fare bene, perché se non facciamo bene poi non ricostruiamo in una maniera in cui ci sono diritti per tutti e per tutte, che ci sia uguaglianza. Quindi questo è un punto importante, le stime dicono che solo il 20% dei progetti umanitari tengono conto anche della dimensione di genere. L’Italia su questo è più avanti rispetto alla media, ma è un obiettivo con la totalità che ci dobbiamo sicuramente dare. E poi l’altro concetto che volevo toccare è quello della vulnerabilità, perché associare giovani e donne alla vulnerabilità è corretto, ma può essere anche una trappola. Nel senso che la vulnerabilità non è una condizione data, è il risultato di barriere, è il risultato di condizionamenti, è il risultato di pregiudizi, per cui c’è, ma come conseguenza di quest’altra dimensione, di questi altri ostacoli. La Costituzione italiana, che è una bella Costituzione, usa una parola molto forte per dire come arrivare all’uguaglianza: parla di rimozione degli ostacoli, cioè non dice “superare l’ostacolo”, dice “rimuoverlo”. Rimuovere è un’azione forte, è un’azione che implica sicuramente non violenza ma determinazione. Quindi l’ostacolo c’è, bisogna rimuoverlo, bisogna toglierlo e quindi in questo senso la vulnerabilità va letta sempre associata alle cause, alle concause della vulnerabilità e quindi agire su quelle determinanti, perché senza quelle determinanti la vulnerabilità non ci sarebbe, sarebbe mitigata e quindi ancora di più si potrebbe e si deve effettivamente contare sul protagonismo anche delle donne nella ricostruzione degli interventi umanitari, dello sviluppo in generale e della pace.

STEFANIA PICCINELLI

Grazie. So che è tardi, ringrazio tantissimo gli ospiti per essere stati e aver rispettato i tempi. Vi chiedo prima di chiudere se c’è una domanda dal pubblico o qualcuno che vuole approfittare dei nostri ospiti per chiedere qualcosa. Prego.

NATALIA CONESTÀ

Grazie, scusate perché ho parlato pure nella sessione precedente. Allora io mi chiamo Natalia Conestà e ho creato un network di ONG locali in Africa che si occupano di giovani, lavoro e pace. Oggi va bene, abbiamo sentito molto di Medio Oriente, di Afghanistan eccetera, però dove ho lavorato io nell’ultimo anno, tra il Senegal e la Guinea-Bissau, solo il 40% delle bambine sono registrate all’atto di nascita. E c’era un programma della cooperazione italiana su questo che era dato a UNFPA e UNICEF che alla fine non credo sarà rinnovato. Comunque è giusto per ribadire che il diritto alla nascita, di essere registrato è la base di tutto, il diritto di esistere, solo per ricordare questo. Grazie.

STEFANIA PICCINELLI

Grazie, qualcun’altra che si sente di intervenire? Non vedo nessun coraggioso o coraggiosa.

MARCO RICCARDO RUSCONI

Non sei un soggetto di diritti, non sei beneficiario di servizi, non vieni considerato. Questo è vero, soprattutto anche lì, anche la mancata registrazione non colpisce tutti allo stesso modo. È più facile che ci siano bambine non registrate che bambini non registrati, quindi ancora una volta torniamo all’argomento che abbiamo detto prima che viene molto ben evidenziato nel “Her Future at Risk”. Su questo però, poi vediamo caso per caso, ma in realtà noi incoraggiamo anche interventi che non necessariamente sono in ambito anagrafe di registrazione ma prendiamo anche alcuni di sanità per cui con alcuni progetti noi chiediamo anche, perché lo propongono i soggetti attuatori, comunque di associare a un presidio medico dove comunque arrivano persone, di associare questo. La Comunità di Sant’Egidio fa questo effettivo doppio ruolo e lo associa effettivamente a servizi sanitari per cui tu ti rechi in questi centri e allo stesso tempo tu vieni registrato e diventi quindi soggetto di diritti, quindi è una dimensione importante che abbiamo ben presente e cerchiamo anche di associarla ad altre operazioni sempre nell’idea di fare interventi che non siano a una logica, sì, se io posso, nello stesso tempo in cui fornisco dei servizi essenziali, anche provvedere o sopperire alla mancata registrazione, lo faccio con queste modalità. Grazie per lo spunto.

ASMAE DACHAN

Sì, uno spunto molto importante, anche io mi unisco al commento, perché chi è registrato, se esiste, ha dei diritti. Oggi in Siria si parla di future elezioni, di prossime elezioni. Ecco, questo è un grande dilemma. Abbiamo in Siria oggi più di 6 milioni e mezzo di sfollati interni, oltre ai 6 milioni e mezzo di profughi fuori dalla Siria. Queste sono tutte persone che in qualche modo andranno censite per poter accedere di nuovo al loro diritto di votare e di essere votati e votate, quando i documenti sono stati distrutti perché sono stati incendiati gli archivi, quando le persone sono state costrette a sfollare e dei loro documenti non resta traccia. E questo ci pone di fronte a un problema che è veramente un problema reale, perché oltre al fatto di non poter avere testimonianza di dove sono le proprie radici, del fatto di esistere, significa anche vedere meno, vedere poche garanzie o nessuna garanzia rispetto al fatto di poter accedere a quelli che sono i propri diritti umani, a partire dalla cura sanitaria, alla scuola e fino ad arrivare al diritto di votare ed essere votati.

STEFANIA PICCINELLI

Altri che raccogliamo? Sì, vedi che allora c’è qualcun altro.

DOMANDA DAL PUBBLICO

Grazie, in una recente esperienza di ricerca, durante una collaborazione con una piccola ONG, mi sono ritrovata nel mezzo di un programma che ufficialmente era destinato all’empowerment femminile e aveva ricevuto dei fondi per essere portato a fine. Una volta arrivati nel paese, ci siamo resi conto che tutto questo progetto, che era guidato in realtà anche dagli uomini, non aveva per niente preso in considerazione il fatto che potessero esistere delle pratiche, magari considerate anche banali, ma di auto-organizzazione delle donne sul luogo che comprendevano anche un’organizzazione molto forte da un punto di vista di associazione delle cose che dicevate prima, anche proprio dal punto di vista della gestione economica che ci ha molto colpito. Io mi chiedo, in quanto ricercatrice italiana, mi sono chiesta come possiamo fare quando ci ritroviamo di fronte a una situazione di questo genere in cui anche quando si parla di empowerment femminile, anche quando il progetto è volto a mettere al centro le donne, c’è un’invisibilizzazione totale delle pratiche che almeno a me sono sembrate estremamente funzionali, ma completamente invisibilizzate. Questa era la mia domanda per voi.

ASMAE DACHAN

Posso provare a partire io? Tocca un tema molto importante. In Siria durante gli anni della guerra hanno funzionato molto nelle aree sottoposte a bombardamento, isolamento, assedio, i comitati di coordinamento locale dove le donne e i giovani che rifiutavano le armi, quindi erano in maggioranza donne e in minoranza uomini in questi contesti, hanno cercato di gestire la società civile senza avere sostegno dal livello internazionale, senza avere un sostegno neanche a livello locale, ma semplicemente facendosi forza gli uni con gli altri e contando sulle risorse che avevano localmente. Questo è stato raccontato da chi era lì sul campo e ha potuto vedere i processi che hanno portato alla tutela di certi diritti e alla promozione di certe buone pratiche in contesti ostili. E quando si va lì si vede da vicino la realtà. È importante cercare il più possibile di farla raccontare a chi la sta vivendo, documentarla e mettere in contatto queste realtà anche con la stampa a livello locale, a livello internazionale. Se c’è la realtà di un Paese dove la libertà di stampa non esiste, magari fare noi da tramite per queste persone, non di sostituirci a loro, ma di raccontare noi, essere noi i loro occhi, le loro orecchie e portare la loro voce altrove. Se ho ben centrato la domanda, è importantissimo che tutto ciò che riguarda una buona pratica messa in atto dal basso, quindi dalla consapevolezza, dall’iniziativa delle persone, possa avere dignità di essere raccontata, perché veramente gli sforzi fatti dal basso sono a volte risolutivi di tante situazioni di emergenza che altrimenti nessuno conoscerebbe, delle sfumature che a volte a noi sfuggono. Nessuno, per esempio, in guerra si occupa di salute sessuale riproduttiva, cosa che invece è fondamentale, la prevenzione delle gravidanze. Quindi la consapevolizzazione nei campi per sfollati interni è un’emergenza in Siria. Ci sono delle tende dove una donna ha anche 4-5 bambini nati in 6-7 anni, quindi uno dietro l’altro. Ci sono delle pratiche che invece dal basso, con realtà magari molto piccole, ONG oppure piccole associazioni, vengono messe in pratica e che vanno sostenute. Quindi quando ci si trova davanti a questo, a qualcosa che funziona, è bene raccontarlo. E se non funziona, cercare di dare il proprio contributo magari affinché possa andare un po’ meglio.

MARTINA ALBINI

Posso aggiungere una cosa a quanto diceva Asmae? Giustamente, condivido quello che dicevi sul valorizzare buone pratiche esistenti, anche perché non possiamo aspettarci che un approccio che funzioni in un contesto poi funzioni in un altro. E a volte la risposta è piuttosto semplice, basta chiedere. Non possiamo pensare di andare con i nostri preconcetti di interventi con schemi, perché comunque il nostro è un settore anche molto schematico, programmatico, ma giustamente perché è così che si lavora. Però bisogna andare dalle comunità, dalle persone e chiedere: “cos’è che funziona, di cos’è che hai bisogno, cosa ti immagini?”. Quindi anche non solo la dimensione del bisogno, ma la dimensione dell’aspirazione, cioè dove vogliamo portarlo questo paese, dove vogliamo portare la nostra comunità. Perché di nuovo torniamo al tema delle disuguaglianze e delle ingiustizie. Questa si chiama ingiustizia epistemica, quindi della conoscenza. Il fatto di pensare che certe persone non abbiano nulla da insegnarci e non è vero. Quindi il primo passo è sempre andare fuori, chiedere, dubitare del livello di conoscenza che abbiamo di un contesto, perché quasi sempre crediamo di sapere tutto e non abbiamo capito tutto.

STEFANIA PICCINELLI

Grazie Martina. Io direi che purtroppo rimarremo qua a lungo, ma il tempo è tiranno rispetto a questa domanda del lavoro con le comunità e del sapere comunitario. Il sapere che c’è, come valorizzarlo, come farlo mettere a sistema, come farlo emergere, è una domanda difficilissima, una sfida enorme per i programmi, sia in particolare in contesti d’emergenza. E io credo che ci sia anche un pochino il difetto di quello che intendiamo per società civile. Abbiamo avuto per tanti anni, credo che adesso sia un pochino cambiato, tanti anni l’idea che la società civile è la società civile organizzata che crea un’associazione. Io ho vissuto ad esempio la Tunisia post rivoluzione, tutti creavano delle associazioni perché era quella la modalità di partecipare che voleva l’Occidente. Si può lavorare anche con le comunità, non c’è bisogno di avere l’associazione formalizzata che poi non è detto che sia quella che è portatrice veramente. Quindi veramente valorizzare questo lavoro comunitario, difficilissimo, però credo che sia una cosa che vada fatta. Ultima battuta.

MARCO RICCARDO RUSCONI

Grazie anche per questo spunto, c’è un tema che è quello della localizzazione. Anche qui usciamo dallo schema per cui “l’umanitario arriviamo, perché siamo organizzati, abbiamo degli schemi che sono anche tecnicamente, scientificamente provati”. Però sempre di più, e questo anche noi al Ministero e all’Agenzia ci ragioniamo, sempre di più come rafforzare la dimensione di localizzazione. Quindi vuol dire non escludere un partner locale perché magari non ha la stessa struttura, conformazione e solidità del partner agente, ma semmai andare il più possibile ad appoggiare, a rafforzare quello che già c’è, perché dove c’è una comunità non c’è mai deserto. Ci sono sempre pratiche, ci sono sempre reti, ci sono sempre punti di resilienza che proprio valorizzando e rafforzando quelli che anche nell’umanitario si raggiunge lo scopo e si solidifica poi una struttura sociale comunitaria destinata a resistere.

STEFANIA PICCINELLI

Grazie mille. Io andrei a concludere ringraziandovi tantissimo per la vostra presenza. Volevo ricordare, è stato già detto tutto quindi non faccio le conclusioni, voglio solo ricordare una cosa. Soprattutto per le donne afgane, ma anche per le donne siriane, ma per tutte le donne. Ho recentemente letto un libro che è la biografia di Marie Curie. Marie Curie ha studiato illegalmente in Polonia, in scuole, dentro gli scantinati perché non si poteva. È riuscita ad andare in Francia, e ha vinto due Premi Nobel, è una donna ed è l’unica che ha vinto due Premi Nobel. Quindi io credo che ci sia speranza per le donne afgane, per le donne siriane, per le donne di tutto il mondo e vanno supportate con qualsiasi mezzo. Vi ringrazio tantissimo. Vi ricordo che We World ha dei progetti e quindi se volete sostenerci andate sul nostro sito www.weworld.it, ma vi ricordo che siamo qua in questa bellissima location e abbiamo questa opportunità di parlare perché c’è il Meeting di Rimini e che ognuno di voi può dare un contributo decisivo. Trovate le postazioni “Dona Ora”, quindi la solidarietà parte anche da questo. Quindi grazie per essere state con noi questa sera. Buona cena e ricordatevi delle donne di tutto il mondo.

Data

22 Agosto 2025

Ora

19:00

Edizione

2025

Luogo

Arena Internazionale C3
Categoria
Incontri