IL MICROCREDITO MI HA CAMBIATO LA VITA

Il microcredito mi ha cambiato la vita. I parte

In collaborazione con Fondazione Cariplo. Testimonianze di: Aida Benamara, Fondazione Risorsa Donna; Lorenzo Calani, PerMicro; Maria Claudia Costantini, Responsabile Progettazione e Ricerca della Fondazione Risorsa Donna; Andrea Limone, Amministratore Delegato PerMicro. Partecipano: Luigi Casero, Sottosegretario Ministero dell’Economia e delle Finanze; Maria Ida Germontani, Membro della Commissione Finanze e Commissione per la Parità del Senato; Giuseppe Guzzetti, Presidente Fondazione Cariplo e ACRI; Vittorio Nozza, Direttore Caritas Italiana; Savino Pezzotta, Membro della Commissione Attività Produttiva, Commercio e Turismo della Camera dei Deputati; Luca Remmert, Vice Presidente Compagnia di San Paolo, Comitato di Presidenza ACRI. Introduce Antonio Quaglio, Caporedattore Il Sole 24 Ore – Responsabile di Plus24.

 

ANTONIO QUAGLIO:
Buongiorno a tutti, ben trovati. Ben ritrovato all’avvocato Guzzetti, e un saluto simbolico. Questo appuntamento al Meeting, ogni anno, è l’incontro con il mondo delle Fondazioni bancarie, che in questa stagione raccontano cosa hanno fatto nell’ultimo anno e che cosa intendano fare l’anno successivo, che cosa sia alla loro attenzione. Il microcredito è sotto i riflettori, diciamo noi giornalisti: era sulla copertina di Plus24, che è il settimanale di cui sono responsabile de Il Sole 24ore, sabato 7 agosto, venti giorni fa. Il microcredito e le Fondazioni erano su Il Sole 24ore domenica scorsa, quando il dottor Remmert, Presidente della Commissione Microfinanza e Microcredito dell’ACRI, ha raccontato a Il Sole 24ore cosa fanno le Fondazioni, introducendo l’incontro di questa mattina. Al di là della autocitazioni, di cui mi scuso, credo che questo testimoni quanto ciò di cui si discute al Meeting sia realtà, attualità stretta. Stamattina abbiamo tante testimonianze, tanti contenuti, ci vorrebbero due appuntamenti come questi. Cercheremo di farli in uno. Lascio subito la parola all’avvocato Guzzetti, Presidente dell’ACRI e della Fondazione Cariplo, perché introduca questa nostra conversazione.

GIUSEPPE GUZZETTI:
Grazie, buongiorno a tutti. Cercherò di facilitare il compito del nostro moderatore, il dottor Quaglio, nel rispetto dei tempi, perché, in questa tavola rotonda, per l’ACRI il protagonista è il dottor Luca Remmert. Quindi, sarà lui a parlare di ciò che sta facendo la nostra associazione, di quali siano le iniziative e di quali prospettive le nostre Fondazioni offrano riguardo alla tematica di stamattina, che ha acquisito attualità ed importanza anche nel nostro Paese. Fino a qualche tempo fa, il problema del microcredito era ritenuto un tema soprattutto dei Paesi sottosviluppati, dei Paesi in via di sviluppo. Si riteneva che nelle economie più avanzate, più progredite e mature, il microcredito non avrebbe avuto un gran senso. In realtà, questo è un tema di grande attualità anche per il nostro Paese, soprattutto perché, prima ancora della crisi, iniziative di microcredito sono state avviate da molti soggetti, da molti enti, istituzioni, persone. Questo lo dirà poi meglio Luca, ma alcune delle nostre Fondazioni da anni si stanno occupando di microcredito. La crisi poi ha evidenziato problemi, sia sul piano economico che sul piano sociale: per questo motivo, questo strumento è diventato una possibilità importante anche nel nostro Paese di utilizzare finanziamenti.
Ho detto sotto i due aspetti: c’è un microcredito economico, di chi si vuole mettere in proprio – l’immigrato, la donna, il piccolo operaio che è in cassa integrazione -, e il microcredito inventato e introdotto per la prima volta da Yunus nel 1977. C’è anche un microcredito “sociale”, che consente – non la erogazione a fondo perduto, o quelle lodevoli iniziative che in molte diocesi sono state fatte per costituire dei fondi di solidarietà per famiglie e lavoro, nei momenti di maggiore drammaticità, a famiglie in condizione di difficoltà di poter accedere a questi finanziamenti con l’impegno della restituzione, a tassi moderati, senza garanzie che non siano in grado di offrire. Questa possibilità offre un contributo importante a superare la crisi da parte delle famiglie e, quindi, un importante contributo alla coesione sociale, in modo da evitare un ulteriore degrado delle realtà sociali delle nostre comunità. Come ACRI e come Fondazione Cariplo, ringrazio il Meeting e gli organizzatori del Meeting di avere convenuto con noi che quest’anno il tema dovesse essere quello del microcredito. Lo riteniamo un tema di grande attualità, di grande importanza. Sentirete, dalle cose che riferirà Luca, quale sia l’impegno che le nostre Fondazioni, alcune da anni, hanno portato su questo tema e su queste iniziative, su questi strumenti, a conferma ancora una volta che le nostre Fondazioni non si limitano a quelle attività, pure importanti in questo momento di grande crisi dello stato sociale, relative ai bisogni essenziali delle nostre comunità, soventi abbandonate a se stesse e al loro destino.
Debbo anche aggiungere che una delle cose importanti che emerge dalla nostra attività come ACRI, è il fatto che alcune Fondazioni non solo si impegnano sul microcredito in Italia, ma stanno avviando, o hanno già avviato, alcune iniziative per sostenere, attraverso attività di microcredito, le realtà che stanno anche fuori dal nostro paese. Riferirà Luca, e quindi io devo attenermi all’impegno iniziale. Osservo ancora una volta, e mi pare importante sottolinearlo, che alcune Fondazioni si impegnano significativamente utilizzando non solo le proprie erogazioni, che sono erogazioni a fondo perso. Vi sono alcune iniziative che assolvono l’obiettivo che il famoso articolo 31 dichiarava: esso consente alle Fondazioni di utilizzare il proprio patrimonio per investimenti che siano coerenti con gli obiettivi da loro perseguiti, di utilità sociale, di credito sociale, di sviluppo della realtà economica e locale. Mi pare importante sottolineare questo, e richiamare la vostra attenzione. Ancora una volta, alcune Fondazioni colgono la possibilità di mettere a disposizione degli investimenti, o rendimenti che siano, coerenti con la finalità sociale dell’investimento. Questo dimostra che, per iniziative anche nel microcredito, non abbiamo come obiettivo la massimizzazione del rendimento e del profitto. Abbiamo anche investito in altre attività, siamo fortemente impegnati nel settore dell’edilizia sociale: io mi auguro che tutte le previsioni siano positive, e che fra qualche settimana, al Fondo cui partecipiamo noi e partecipano alcune banche, parteciperanno altre istituzioni. Bruciando tutti i tempi e tutte le tappe, spero che questo Fondo possa, nel giro di qualche settimana, iniziare i co-investimenti su alcune iniziative di edilizia sociale che sono in istruttoria alla SGR, Cassa Depositi e Prestiti Fondazione ACRI e ABI. Questo dimostra l’impegno e l’interesse che le nostre Fondazioni hanno in questa direzione.
È importante sottolineare la realtà di investimenti di una parte, ovviamente limitata, del nostro patrimonio a rendimenti più contenuti, perché, soprattutto sull’estero, il nostro impegno a sostenere le attività, le associazioni, il volontariato, nei Paesi in via di sviluppo, può avere obiettivi importantissimi dal punto di vista sociale, umano, culturale e di solidarietà. Di fronte al mare di problemi, di obiettivi e di necessità di sviluppo di questi Paesi, oggi, utilizzare il microcredito e sostenere il microcredito, anche con nostre iniziative messe a disposizione dei nostri investimenti, può dare, integrando le erogazioni a fondo perduto, un contributo importante alla crescita e lo sviluppo di questi Paesi. Lo dico da anni: diventa una rincorsa infinita e perdente limitarsi a sostenere le lodevoli e indispensabili iniziative che tutte le organizzazioni hanno in questi Paesi. Dobbiamo cercare di portare questi Paesi all’autosufficienza, fino alla condizione di essere capaci di andare avanti con le loro gambe.
Voglio fare un’ultima considerazione, dottor Quaglio, che non riguarda propriamente il microcredito, ma credo che sia a tema in questo nostro incontro. Articolo 11: ormai noi abbiamo guadagnato la parte positiva, che è quella che ho detto prima, cioè potere investire il nostro patrimonio in iniziative coerenti con la nostra funzione sociale. Merito al Ministro Tremonti, io glielo riconosco: abbiamo detto nelle sedi congressuali che il rapporto con il Ministero non potrebbe essere migliore, più che ottimo, rispetto a quello che è accaduto in questi anni. C’è pieno rispetto delle reciproche autonomie, disponibilità piena di collaborazione e i risultati si vedono. Il fondo di housing sociale, lo stesso fondo per le piccole-medie aziende, dove noi non siamo impegnati direttamente, nasce anche da colloqui che, come ACRI, in diverse circostanze abbiamo avuto con il Ministro. Ho letto, perché non ero a Rimini, con grande interesse e con totale adesione, le affermazioni che il Ministro Tremonti ha fatto a proposito di riforma del fisco. Ho visto che il Ministro ha annunciato che in questa riforma certamente troveranno una attenzione particolare tre realtà, tre aree, che devono avere uno spazio nella riforma per un trattamento fiscale particolare: l’area della famiglia, l’area del lavoro e l’area della ricerca. Totalmente d’accordo. Ormai da qualche anno, e negli ultimi tempi, c’è una forte accelerazione su un approfondimento di come si possa arrivare ad una modifica sostanziale dello stato sociale del nostro Paese, a fronte di risorse sempre più scarse. In questo contesto, il terzo pilastro di cui abbiamo parlato qualche volta, il non profit, può diventare, accanto allo Stato e al mercato, un pilastro fondamentale, se il Ministro Tremonti lo aggiungerà a famiglia, lavoro e ricerca.
Mi rimangono tre ringraziamenti, che lei mi consentirà e spero di averla aiutata. Un primo ringraziamento, come Fondazione Cariplo, devo rivolgerlo a una nostra Fondazione, la Fondazione Giordano Dell’Amore, che è una Fondazione gloriosa, fondata da Dell’Amore, che ha fatto tantissime cose. Oggi la nostra Fondazione, che è presieduta da Federico Manzoni, si occupa esclusivamente di microcredito. Non è una Fondazione che eroghi soldi, ma fa cose molto importanti dal punto di vista della ricerca, degli studi, del definire modelli, progetti sui quali possano impegnarsi le realtà del microcredito. Mi pareva doveroso, non per fare reclame, dare questo unico e pubblico riconoscimento alla nostra attività nel settore del microcredito a Manzoni, alla Fondazione Dell’Amore. Debbo anche un ringraziamento all’On. Casero, col quale abbiamo sempre trovato grande sensibilità nei nostri problemi. Anche nell’attività legislativa, in diverse occasioni, grazie al suo impegno come rappresentante del Ministero dell’Economia e delle Finanze, abbiamo avuto buoni risultati. Per questo gli do pubblico riconoscimento, così come alla senatrice Chiara Montani, che oggi partecipa a questa tavola rotonda. In collaborazione con loro due, abbiamo potuto, come ACRI, fornire al Governo un parere importante rispetto all’aspetto sociale del microcredito, che rischiava di essere totalmente espunto.
Concludo qui dicendo che in questo nostro incontro abbiamo un’immagine delle nostre Fondazioni come attente ai problemi del nostro Paese, attente a dare strumenti non complicati a problemi complicati e non facili, come questo del microcredito. In fondo, il nostro obiettivo, come quello di tutti coloro che hanno buona volontà e voglia di far crescere il nostro Paese, è costruire in positivo un avvenire per le nostre famiglie, la nostra società e anche la nostra economia.

ANTONIO QUAGLIO:
Ringrazio l’avvocato Guzzetti che ha idealmente introdotto il secondo intervento, quello della Senatrice Germontani. È stato già detto, lo ha sottolineato l’avvocato, che da poche settimane il microcredito ha scalato di qualità: da fine luglio, ha una normativa che abbiamo recepito dall’Unione Europea di cui facciamo parte. È una norma freschissima, ancora tutta da lavorare e da costruire. Le Fondazioni saranno tra le prime a farlo. Ringrazio in anticipo la Senatrice e apro con una domanda: cosa significa, nel mezzo di tante manovre politico-economiche estive, questa normativa sul microcredito?

MARIA IDA GERMONTANI:
Comincio anzitutto dai ringraziamenti: per me è la prima volta qui al Meeting di Rimini ed è anzitutto un grande piacere, un onore, respirare l’aria di questo importante appuntamento. Un ringraziamento quindi all’organizzazione, alla Fondazione Cariplo nella persona dell’avvocato Guzzetti: credo che dedicare una giornata del Meeting al microcredito sia particolarmente significativo in questo particolare momento economico del nostro Paese e anche internazionale, in un contesto dove il pubblico è costituito da adulti ma anche da moltissimi giovani. Per questo, credo che affrontare il tema del microcredito abbia un significato importante, in particolare perché, attraverso il microcredito sociale, in particolare, si dà una prospettiva di lavoro, di imprenditorialità, di sviluppo della creatività che certamente sono proprie dell’inizio di una vita lavorativa.
È vero che dopo la crisi finanziaria in molti hanno puntato l’indice verso un certo modo di fare finanza, ed è risultato necessario recuperare l’etica come elemento imprescindibile e socialmente indispensabile, così da poter contemperare valori morali ed interessi economico-finanziari. In questo quadro, la microfinanza e il microcredito si pongono come elementi di grande attualità. Microfinanza e microcredito non possono oggi essere accostati semplicemente al tradizionale fenomeno di povertà: le soglie di povertà hanno trovato nuove dimensioni, si sono generate, purtroppo, nuove categorie di poveri localizzati in Italia, in Europa, nel mondo. Per questo, il microcredito è un sistema estremamente efficace per sviluppare nuove imprenditorialità, nuove aziende, nuove piccole imprese per aiutare chi non ha lavoro, chi ha perso il lavoro, a rientrare nel lavoro e nel mondo economico come lavoratori autonomi o creando microimprese.
Qual è l’obiettivo? Offrire una assistenza rimborsabile a soggetti che non possono permettersi finanziamenti, come chi non ha lavoro o persone non attive nel mercato del lavoro che vogliono sperimentare un’occupazione indipendente ma non hanno accesso ai servizi bancari tradizionali. È chiaro che la prospettiva di ripresa del nostro Paese è condizionata dalla politica monetaria dei singoli Paesi, dal rischio dell’inflazione, dall’incubo della disoccupazione, dalla oculata erogazione del credito, in armonia con le politiche ambientali e con il grande progresso della tecnologia. È chiaro che la cultura di impresa in Occidente trova nella legalità e nell’etica il presupposto indispensabile per costruire il successo personale ed il progresso di una nazione. È certo che l’ispirazione religiosa costituisce il collante solidaristico della collettività che si ritrova quindi unita sulla base di quelli che sono valori intramontabili: la libertà, la giustizia, il diritto, il mai dimenticato ius dei romani. Quindi, siamo all’enunciazione simultanea, laica e religiosa, che viene da Obama e da Benedetto XVI: essi ritrovano la superiorità storica e culturale della civiltà occidentale e si rivolgono ai popoli della terra, ecumenicamente il Santo Padre e globalmente il Presidente americano.
Dicevamo allora che l’obiettivo è quello di una assistenza che non deve rappresentare la linea guida di un nuovo capitalismo non compassionevole. Da 30 anni, il microcredito e la microfinanza operano una rivoluzione nella possibilità di accesso ai servizi finanziari, nell’approccio al rischio bancario, mostrandoli come strumenti attraverso i quali è possibile ampliare la platea dell’inclusione finanziaria e sociale. Le esperienze internazionali sottolineano che la microfinanza deve poter rendere bancabile anche il non bancabile. Quindi, la microfinanza ha una funzione produttiva e di accompagnamento alla crescita e all’inclusione sociale, attraverso strumenti pensati ad hoc per soggetti esclusi dal sistema finanziario tradizionale, che possono essere persone fisiche oppure organizzazioni, specie quelle operanti nel settore sociale, ma non solo. Il microcredito non deve intendersi semplicemente come credito di piccolo ammontare, anche se questo è ciò che contraddistingue infatti il microcredito. Bisogna fare una distinzione con la micro finanza: il microcredito è l’attenzione alla persona che porta ad accogliere, ascoltare, accompagnare, coloro che si rivolgono alle istituzioni di microfinanza fino alla chiusura del programma di credito, e anche dopo. Comunque, all’interno dello sviluppo di comunità locali basato su equità, solidarietà e sostenibilità ambientale.
Il potenziale contributo del microcredito alla lotta contro la povertà è riconosciuto dalle più grandi istituzioni mondiali deputate a sostenere lo sviluppo: la Banca mondiale, il Fondo Monetario Internazionale, le Nazioni Unite. Dico questo perché, se noi siamo giunti a quel parere, relativamente al Decreto che recepiva la Direttiva europea sul credito al consumo, se abbiamo dato tanto valore, tanta importanza alla regolamentazione del microcredito, che entra così nel testo unico bancario, è stato perché evidentemente abbiamo tenuto conto non solo della realtà attuale ma anche di quello che era avvenuto in questi decenni. Anche la Commissione Europea, nell’ambito della strategia di Lisbona, propone di rendere più accessibili piccoli prestiti in Europa, cioè di migliorare l’accesso al credito per le piccole imprese e le persone in situazione di esclusione sociale. Quindi, il microcredito può sostituire, può sostenere una delle priorità delle strategia di Lisbona, cioè la capacità di liberare potenziale economico, favorendo l’integrazione delle persone, per mezzo di un’attività autonoma.
Quindi, due concetti importanti che sono ricorsi anche in queste giornate: l’integrazione e l’attività autonoma, la creatività della persona. Lo scopo è quello di raggiungere gli obiettivi della strategia attraverso politiche che sono rivolte allo sviluppo e all’incremento dei tassi di occupazione, strategie che possono portare ad un nuovo sistema economico volto all’innovazione e al dinamismo, all’ammodernamento, stando dietro ai cambiamenti, non tanto guardando solo al nostro Paese ma allo scenario internazionale. Negli ultimi anni, si sono moltiplicate le sperimentazioni di finanza e di microfinanza locale, proprio per contrastare il fenomeno della esclusione e per le difficoltà di accesso al credito da parte di soggetti che non sono in grado di fornire le garanzie normalmente richieste dal sistema bancario. Queste iniziative sono state assunte da vari soggetti: Pubbliche Amministrazioni, istituti bancari particolarmente sensibili, ma soprattutto dalla grande attività delle opere delle Fondazioni bancarie, spesso coalizzate in partnership innovative. Incentivare la creazione di opportunità di lavoro al di fuori di una logica assistenziale e con investimenti più bassi rispetto ad altri programmi pubblici, rientra a pieno titolo nei tre assi della strategia dell’Unione Europea sull’occupazione: occupabilità, quindi imprenditorialità, quindi, pari opportunità. Sentiremo poi gli interventi, le testimonianze di chi rappresenta il mondo femminile e il mondo dell’imprenditorialità femminile.
Due dati, prima di passare al merito del parere: in Italia ci sono i maggiori tassi di esclusione finanziaria dell’Occidente, il 25% secondo l’ultimo rapporto della Banca Mondiale, e a oggi il microcredito raggiunge appena 8000 nostri connazionali. Il 14% delle famiglie italiane non è titolare di nessuna attività finanziaria, comprendendo fra queste anche il conto corrente postale o bancario, e 18 milioni di cittadini risultano esclusi dal credito bancario. Secondo una recente ricerca della rete italiana di microfinanza, i microcrediti erogati in Italia sono quintuplicati negli ultimi due anni, una dimostrazione di come il microcredito abbia molte potenzialità come strumento di inclusione sociale e di lotta alla povertà, anche se finora si è sviluppato senza una normativa di riferimento adeguata. L’occasione è stata quella del Decreto del Governo, che ha recepito la direttiva europea sul credito al consumo: come Commissione Parlamentare, noi abbiamo fornito sia alla Commissione alla Camera, sia alla Commissione al Senato, un parere al Governo. Nell’ultimo Consiglio dei Ministri prima delle vacanze estive, è stato emanato il Decreto e, devo dire, si è tenuto conto di quanto espresso dalle Commissioni Parlamentari. Per questo, ringrazio il Governo nella persona del sottosegretario Casero. Quella del parere sull’attuazione della direttiva del credito al consumo è stata un’occasione per realizzare una serie di modifiche legislative al testo unico in materia bancaria e creditizia.
Io credo che tre punti siano stati essenziali: più trasparenza nei conti correnti bancari, maggiore vigilanza su agenti finanziari e mediatori creditizi, l’attività di confidi, importantissima per finanziare le piccole e le medie imprese. Quello che oggi ci interessa di più è la maggiore spesa sociale per l’attività di microcredito e prestito d’onore. Credo che questi siano stati qualificanti del parere che noi abbiamo posto come condizioni per il decreto, mentre altri punti li abbiamo sottolineati come consigli. Come diceva il presidente Guzzetti, ci sono due diversi tipi di microcredito: il microcredito svolto con finalità di profitto, quello che l’ACRI chiama microcredito d’impresa, che è finalizzato a permettere la via di attività imprenditoriale da parte di soggetti finanziariamente esclusi, e l’inserimento nel mercato del lavoro e sostegno alle famiglie. C’è poi il microcredito svolto non con finalità di profitto, quello che l’ACRI chiama microcredito sociale, per il quale nel parere si chiede la condizione che i prestiti siano erogati a condizioni più favorevoli di quelle del mercato, per evitare il rischio usura, e si sottolinea l’opportunità di ampliare la categoria dei soggetti abilitati ad erogare il microcredito alle persone giuridiche private, senza fini di lucro, il cui scopo statutario esclusivo sia l’inclusione sociale e finanziaria, e alle cooperative sociali e alle imprese sociali. Il lavoro svolto dalla Commissione in sede di parere è rappresentato da una iniezione di fiducia, evidenziata anche dall’inserimento esplicito, tra le attività finanziabili attraverso il microcredito da parte delle società di non profit, la concessione di crediti finalizzati alla formazione universitaria e professionale, il cosiddetto prestito d’onore che permetterà sbocchi professionali più facili per i giovani e per i meritevoli.
Per concludere, nel nostro Paese il 20% delle famiglie più ricche detiene il 40% del reddito nazionale, l’incidenza della povertà raggiunge il 27% nelle coppie con bambini, contro una media nazionale dell’11%. Da qui si capisce che la disparità dei redditi è tale che, per chi cresce in una famiglia che ha difficoltà economiche, è più difficile emergere ed avere successo. Ecco, io credo che con il microcredito noi diamo la possibilità di successo a tanti giovani. Gli ostacoli cominciano presto, quando da ragazzi si sceglie se andare al liceo o a frequentare un istituto professionale, o quando, successivamente, si rinuncia per questioni economiche ad andare all’Università. Nel nostro Paese cresce il numero di coloro che non possono accedere al credito bancario e le donne sono sempre le più esposte alla minaccia di disoccupazione e di licenziamenti, che le colpisce maggiormente rispetto ai colleghi uomini. Noi sappiamo che le donne ormai sono considerate trainanti per l’economia a livello mondiale, creando microimprese, piccole attività imprenditoriali: ma se in Europa sono stati fatti passi avanti nella tutela dei diritti delle donne in particolare, in Italia c’è ancora qualche difficoltà per il mondo femminile a vedere riconosciute, all’interno del mondo economico e del mondo lavorativo, la propria presenza ed il proprio valore. E’ quindi importante favorire il microcredito per le donne, perché esso può rappresentare la spinta competitiva per l’ottenimento di reali pari opportunità per tutti, uomini, donne. Grazie.

ANTONIO QUAGLIO:
Ringrazio la Senatrice per questa panoramica ampia e incisiva. Dottor Remmert, Presidente della Commissione di Microcredito dell’ACRI, cosa fanno e cosa intendono fare le Fondazioni bancarie per il microcredito?

LUCA REMMERT:
Grazie. Anche da parte mia un saluto a tutti. Mi preme trasferirvi l’emozione di stare per la prima volta al Meeting di Rimini: è qualcosa che veramente ti tocca la pelle. Io ho un obiettivo, o meglio una speranza: spero, con il mio breve intervento, di riuscire ad aumentare in voi la consapevolezza dell’importanza del ruolo delle Fondazioni bancarie nel nostro Paese, anche in relazione a quello che le Fondazioni bancarie stanno facendo sul sociale e sul microcredito. Le Fondazioni bancarie, infatti, nel raggiungere, cioè favorire lo sviluppo sociale, economico e civile dei loro territori, sono anche delle potentissime antenne sul territorio e, in un momento di particolare difficoltà economica come questa, intercettano i bisogni del territorio stesso, cercando di dare delle risposte. In questo contesto, ve l’ha già accennato il presidente Guzzetti, l’ACRI ha voluto mettere insieme questa Commissione per il microcredito. Io sono stato chiamato a presiederla: bisogna dare anche un ringraziamento a tutti coloro, tanti sono qui, che hanno lavorato con me e con gli uffici per arrivare al risultato del primo pezzo di lavoro. Abbiamo fatto un’analisi, un’indagine su tutte le fondazioni: hanno risposto 41 delle nostre fondazioni e che cosa emerge da questa analisi? Innanzi tutto, che la maggior parte delle fondazioni sono in ballo o stanno progettando delle iniziative riferibili alla questione microcredito. È vero che oggi solo l’1% delle risorse destinate sono risorse direttamente catalogabili verso il microcredito, anche se questa distinzione non può essere fatta in modo così rigido; ma è anche vero che gran parte delle fondazioni sono interessate allo sviluppo di iniziative sul microcredito. Seconda cosa: emerge in modo chiaro – e lo hanno già detto tutti coloro che mi hanno preceduto, il presidente Guzzetti, la senatrice Germontani – che le Fondazioni si occupano di queste due tipologie di microcredito: quella che noi, a grandi linee e in modo grossolano, definiamo sociale e quella che definiamo economica o di impresa, con una preminenza da parte del mondo delle Fondazioni sul microcredito sociale rispetto a quello di impresa. È emerso da questo questionario e dai lavori della nostra Commissione quanto fosse importante la definizione di un quadro normativo specifico e più preciso rispetto al passato; ecco che tutto il lavoro che è stato fatto – e grazie ancora anche da parte mia alla senatrice Germontani, che è stata veramente essenziale in questo tipo di lavoro – sul testo unico bancario per rimettere a posto questo quadro di riferimento per il microcredito, è stato importante.
Ci fa piacere anche poter dire che gran parte delle istanze che noi avevamo rappresentato sono state in un modo o nell’altro recepite. È emerso anche come sia essenziale che il microcredito si basi su una struttura triangolare fatta dagli enti intermedi, fatta da banche e Fondazioni. Gli enti intermedi hanno quella capacità di essere, prima, antenne sul territorio, e poi operare quell’opera di tutoraggio di cui parlerò dopo: sono le Caritas diocesane, le cooperative, i comitati, le associazioni di volontariato, i centri di ascolto. Le banche sono i soggetti, dal momento che noi come Fondazione non lo possiamo fare, deputati a erogare il credito. La terza gamba del tavolo è costituita dalle Fondazioni, che intervengono generalmente con l’impiego di risorse per i fondi di garanzia, e per disegnare e favorire l’avvio dei servizi ancillari di tutoraggio e di assistenza svolti dagli enti intermedi, attraverso il finanziamento, o anche con il ruolo di antenne sul territorio che le Fondazioni inevitabilmente hanno.
Dicevamo tutoraggio: questo è l’altro aspetto, emerso dalla nostra analisi o dai lavori della nostra Commissione, assolutamente fondamentale. E’ credito perché va restituito, detto brutalmente, ma è un credito molto particolare. Nella fase di intercettazione delle domande, e soprattutto nella fase di sviluppo del progetto, se è microcredito di impresa, o dell’andamento del credito stesso se è microcredito sociale, questa attività di tutoraggio è assolutamente fondamentale. Ci sono realtà all’interno delle nostre Fondazioni molto interessanti: per esempio, la realtà che è nata nell’ambito del Monte dei Paschi di Siena, col microcredito di solidarietà, è forse una delle realtà più attente a questo tipo di problema e a questo tipo di attività.
Che cosa emerge ancora, e ho finito con l’analisi di quello che è stato il nostro questionario alle Fondazioni. Si avverte come preoccupazione anche quella riguardo al fatto che stanno nascendo molte iniziative, e quindi è necessario che il quadro di riferimento normativo ci sia e sia chiaro, perché il tema è sicuramente caldo. Queste iniziative, infatti, devono essere regolamentate nella loro esistenza. Ben venga che ce ne siano tante, ma è assolutamente fondamentale regolamentarle, perché ad esempio, come ci ha detto la Senatrice Germontani, non si scivoli verso problematiche vicine all’usura nella questione dei tassi. L’ultimo aspetto che emerge è che ci sia una forte azione di coordinamento in questo quadro di molti soggetti che, in un modo o nell’altro, nascono e si dedicano al microcredito. Come Fondazione, per il nostro ruolo all’interno del microcredito, noi cerchiamo di farlo. Ma dobbiamo dire che la Commissione ha espresso l’auspicio che il Comitato Nazionale del Microcredito, quello presieduto dall’Onorevole Baccini, riesca a migliorare la sua opera di coordinamento con un’attività più concreta, più fattiva, meglio agganciata al vero mondo che si sviluppa intorno al microcredito.
Il nostro coordinatore mi ha detto che dovevo cercare di non fare troppi esempi, ma io ancora due minuti li porto via, e vi faccio qualche esempio su quella che è l’attività così eterogenea ma così intensa delle Fondazioni sulla questione del microcredito. Parto dalla mia, di Fondazione, la Compagnia di San Paolo, perché lì si è sviluppata una attività molto interessante a partire dal 2003 fino al 2009, dislocata su vari territori, con dei partner locali, alcuni dei quali interverranno dopo. E’ stata un’attività intensa, importante, che si è sviluppata bene, ma quello che è importante è che ad un certo punto, dopo sei anni di lavoro, ci siamo resi conto che quel modello non andava bene. Abbiamo cercato un modello migliorabile, e abbiamo cercato di virare coinvolgendo altri soggetti. E così in Piemonte abbiamo abbandonato quell’iniziativa, fondamentalmente un’iniziativa nostra, portando a bordo altri soggetti per aumentare il finanziamento dei fondi di garanzia, perché questo è un altro aspetto importante, che poi fondamentalmente è il ruolo importante delle Fondazioni. Abbiamo portato a bordo la Regione, la Commissione Regionale dell’ABI, la FinPiemonte, la Fondazione di Cuneo e nove associazioni di categoria.
Quindi, ecco che anche gli altri soggetti sono importanti perché stanno sul territorio e si rendono conto di quanto l’aspetto del microcredito d’impresa sia importante. Altre iniziative: vi ho accennato quella del Monte dei Paschi, iniziativa diversa da quella di Torino ma attivissima sul territorio, molto capillare, con una grandissima attività di monitoraggio e di tutoraggio, che è diventata un vero punto di riferimento. Fondazione Cassa di San Miniato, completamente diversa perché addirittura hanno creato a Gerusalemme un’associazione di diritto israeliano che aiuta i piccoli imprenditori e artigiani nello sviluppo della loro attività. Solo come titolo, non perché siano meno importanti delle tre che ho citato, Microfinanza1, un’iniziativa della Fondazione Cariplo, a Torino la Fondazione Antiusura della Fondazione CRT, a Cuneo il Progetto Fiducia, a Gorizia Microcredito Sociale, a Venezia un altro progetto importantissimo, a Padova, a Bologna, a Reggio Emilia, a Forlì, a Carpi, a San Miniato, a Siena, in Abruzzo, a Foggia. Insomma, solo per darvi la dimostrazione che l’attività delle Fondazioni è, sotto questo punto di vista, veramente attiva e importante.
Concludo dicendo che, nell’ambito di quel grande discorso che ha introdotto il Presidente Guzzetti, della modifica del nostro stato sociale, mi piace molto ciò che è rappresentato nella cartella stampa del Meeting di Rimini, che dice come nella realtà di oggi sia innanzitutto necessario partire dall’umanità di ogni persona, facendo dei bisogni e dei desideri degli uomini l’anima delle scelte grandi e di quelle quotidiane. Ecco, io credo che si possa dire che queste due righe, che questi assunti, rappresentino bene anche una delle convinzioni su cui si fonda l’attività delle Fondazioni di origine bancaria. Spero di avervi rappresentato e di avervi effettivamente convinto di questa importanza. Grazie.

ANTONIO QUAGLIO:
Bene, grazie dott. Remmert, anzitutto Vicepresidente della Compagnia San Paolo. Ha concluso il suo intervento parlando di persone, di società civile. La società civile non è attorno alle Fondazioni, ma è dentro le Fondazioni. Per legge, per sentenza della Corte Costituzionale, negli statuti. Adesso si apre una parentesi in cui la società civile parla del microcredito e di come interagisce, anche con le Fondazioni, sul microcredito. Chiederei a monsignor Nozza, direttore della Caritas italiana, di aprire questa parentesi.

MONS. VITTORIO NOZZA:
Saluto e ringrazio per l’invito e per l’opportunità che mi è data di portare dentro questo grande evento la parola di quell’organismo che, a nome della Chiesa, quotidianamente sta dentro i territori nazionali e internazionali, prendendo in considerazione il vissuto, la storia di vita di numerose persone, segnate in modo particolare da precarietà e da povertà. Colloco questo mio intervento di 8, 10 minuti su quattro passaggi. Il primo: perché? Perché Caritas, perché questo organismo di Chiesa è coinvolto nell’utilizzo di uno strumento che sa molto di supporto economico? In un secondo momento, la breve storia che caratterizza questo organismo, di seguito l’importanza di coniugare insieme più condizioni perché sia efficace e, infine, la conclusione.
Innanzitutto, perché. Benedetto XVI, nella Deus Caritas Est, al numero 31b recita il programma del cristiano, il programma del buon samaritano: il programma di Gesù è un cuore che vede. Questo evento ha posto al centro di tutto il suo svilupparsi il cuore capace di vedere, di vedere dove c’è bisogno, e di intervenire di conseguenza, utilizzando gli opportuni strumenti che la società, che il nostro tempo ci mettono a disposizione. Ed è proprio a partire da questo cuore che vede, la più che decennale esperienza di ascolto, di osservazione, di accompagnamento, che l’organismo Caritas ha in atto su territori diversi, dal più piccolo a quello a livello internazionale. È opportuno coglierne il perché, che colloco in modo particolare su quattro piccoli passaggi che richiamo soltanto. L’accesso al credito, in Caritas Italiana, è ritenuto un diritto fondamentale di ogni persona. Questa convinzione sottolinea ed evidenzia la centralità che la persona e la sua dignità deve avere in ogni situazione e in ogni contesto culturale, sociale ed economico in Italia e nel mondo.
Il microcredito è ritenuto strumento utile, se non fondamentale, nella lotta alla povertà poiché permette di puntare sulla centralità della persona e sull’autopromozione personale e comunitaria. Perché possa produrre tale effetto è necessario che lo strumento del microcredito:
▪ sia posto dentro un approccio integrato, fatto di assistenza tecnica, marketing, formazione, orientamento, cura e accompagnamento personale e comunitario;
▪ esiga il mantenimento dei tassi ad una percentuale tendenzialmente più bassa di quella delle altre istituzioni finanziarie;
▪ offra ampia partecipazione e protagonismo alle donne;
▪ sia inserito in programmi complessivi e integrati che non escludano le fasce sociali più deboli che non possono beneficiare di nessun tipo di credito;
▪ sia inserito dentro una progettualità che ha come obiettivo alto la costruzione di relazioni umane sempre più intense e ricche;
▪ persegua l’obiettivo della giustizia sociale ponendo la persona al centro più che lo strumento utilizzato;
▪ sia utilizzato a servizio della singola persona ma dentro una progettualità che esalti l’apporto del cammino ‘fatto insieme’.
L’utilizzo dello strumento del microcredito da parte di Caritas Italiana, nei propri programmi di solidarietà in Italia e nella cooperazione internazionale, si inserisce in modo integrato nella sua più ampia e variegata azione che privilegia e cura con molta attenzione:
▪ le azioni di promozione integrale della persona;
▪ la dimensione educativa, pedagogica (caratterizzante ogni sua attività fondata sulla ‘funzione prevalentemente educativa’ realizzata attraverso la ‘pedagogia dei fatti’);
▪ le azioni di intervento progettuale e operativo a dimensione comunitaria.
Caritas Italiana, con alcune Caritas diocesane del Centro Italia, si è posta per la prima volta la questione dell’accesso al credito per le fasce deboli ‘non bancabili’ nel 1999, durante il periodo della ricostruzione delle abitazioni dopo il sisma che nell’ottobre del 1997 colpì l’Umbria e le Marche. In realtà la questione era già stata affrontata, in anni precedenti, in occasione della promozione e nascita delle Fondazioni anti-usura, molte delle quali promosse e sostenute dalle Caritas diocesane che in modo sempre più crescente andavano constatando e considerando situazioni di famiglie, di artigiani e di commercianti che versavano in condizioni di sovra indebitamento. Fondazioni anti-usura nate da una lunga e quotidiana esperienza di presenza e servizio di incontro, relazione, ascolto e osservazione di numerose persone in difficoltà e a rischio povertà, di cui le Caritas diocesane in Italia hanno maturato nei decenni soprattutto attraverso il servizio quotidiano dei Centri di ascolto dei poveri e degli Osservatori delle povertà e delle risorse.
Nel 1999 si affrontò anche il problema riguardante la tipologia di Istituto Bancario di cui ci si potesse avvalere per sostenere un’iniziativa così particolare e delicata. La scelta cadde su Banca Etica, di cui Caritas Italiana (oltre a diverse Diocesi e realtà di Chiesa) è socia sin dall’inizio e che in quegli anni muoveva i primi passi sulla scena del credito nazionale. L’iniziativa del 1999 fu apprezzata da diverse Diocesi che colsero l’originalità e la forza promuovente della proposta. Parallelamente anche, in modo autonomo, alcune Caritas Diocesane dettero vita a diverse iniziative di microcredito con Istituti di Credito locali. In alcuni casi e per talune fattispecie veniva dimostrato che era possibile passare dalla logica del sussidio a fondo perduto a quella del piccolo credito.
In tal caso, venivano ad essere responsabilizzate sia le Caritas Diocesane, che erano chiamate a valutare la sostenibilità sociale dell’affidamento del credito a persone in situazioni svantaggiate, sia le persone, in quanto chiamate a scommettere su se stesse, a recuperare una propria dignità dentro un progetto di riscatto personale e responsabile. La cura e l’accompagnamento diverrà un arricchimento permanente, un’esperienza forte di maturazione personale e consolidamento della propria vocazione. Il coinvolgimento di soggetti come le Caritas Diocesane sta proprio nella possibilità di essere ‘rete solidale’ capace di accompagnare e sostenere il richiedente (micro)credito, proprio perché protagonisti qualificati (sintesi di una rete di relazioni estremamente articolata, dal povero del sud del mondo, all’impegno nell’accoglienza di barboni e senza-tetto, alla cooperativa sociale spesa nell’inserimento lavorativo di detenuti e tossicodipendenti). Inoltre non va dimenticato l’altissimo valore educativo che l’erogazione di una tale tipologia di credito ha anche per i giovani: questo credito è micro solo nella consistenza non certo nel valore sociale che esprime ed ‘aggiunge’ alla comunità: esso infatti va a sostenere progetti di piccola impresa familiare, spesso artigiana, spesso con forte vocazione mutualistica di tipo cooperativistico, spesso di tipo sociale.
Il risultato più interessante è stato però quello di catalizzare l’interesse sia delle Caritas Diocesane sia di numerosi Istituti di Credito a vocazione nazionale e locale verso l’adozione di strumenti di microcredito. In continuità con le esperienze precedenti è quindi da leggersi la sottoscrizione della specifica convenzione con il Sistema del Credito Cooperativo nei territori colpiti dal sisma in Molise ed Alta Puglia del 2002, per sostenere il progetto di costituzione di un “Fondo di garanzia per il credito a progetti sociali per la ricostruzione a favore delle popolazioni colpite dal terremoto” con il pieno coinvolgimento delle Diocesi colpite. Il Protocollo prevede l’erogazione di prestiti (della durata di cinque anni per le imprese e di tre anni per le famiglie con un importo massimo, rispettivamente, di 30 mila e di 15 mila euro, su un plafond complessivo di 2 milioni di euro) a fronte di necessità abitative, ricostruzione o ristrutturazione di immobili, attivazione utenze, spese sanitarie e scolastiche, acquisti mezzi di trasporto, acquisto di beni o strumenti per la realizzazione di progetti di promozione sociale ed economica del territorio colpito dal sisma.
Questo meccanismo, abbastanza semplice, è stato mutuato dall’importante e già consistente progettualità di microcredito che Caritas Italiana aveva e tutt’ora ha in progetti di cooperazione a livello internazionale sia direttamente sia attraverso ETIMOS (di cui è socia dal 1993). L’esito dei vari progetti ha permesso un graduale e progressivo approfondimento delle conoscenze e competenze da parte di Caritas Italiana, oltre che un impegno per la promozione e diffusione di tale strumento da parte delle Caritas diocesane in Italia e nel mondo. Oggi molti poveri vogliono poter camminare con le proprie gambe, avere opportunità responsabilizzanti di crescita e di sviluppo. Il microcredito risponde a queste esigenze, come ci dimostra il miglioramento della vita di qualche migliaio di persone raggiunte dai progetti di microfinanza di Caritas Italiana e delle Caritas diocesane in Africa (Rwanda, Mozambico, Kenya), in America Latina (Perù, Bolivia, Colombia), in Asia (India, Thailandia) e in Italia. Nel nostro paese sono almeno 117 su 220 le Caritas diocesane interessate e attivate con progettualità di microcredito, a sostegno soprattutto di famiglie, di artigiani, di commercianti, di immigrati e nella promozione di progetti sociali nelle regioni colpite da emergenze e calamità naturali quali: Umbria e Marche (terremoto 1997); Molise, Puglia e Sicilia (terremoto ottobre 2002) e Abruzzo (terremoto aprile 2009).
Per Caritas Italiana e le Caritas diocesane, la microfinanza rappresenta sempre più uno strumento di lotta alla povertà ma anche un’opportunità di promozione e crescita dell’identità, della dignità umana e di solidarietà e condivisione delle risorse per l’affermazione del diritto universale al lavoro responsabile. Lo strumento del microcredito, sviluppato nel Sud del Mondo come strumento finanziario per lo sviluppo della microimpresa attraverso l’erogazione di piccoli prestiti a persone ‘non bancabili’, può essere considerato una risposta innovativa a fenomeni come l’esclusione sociale anche nei nostri paesi sviluppati, proprio con l’obiettivo di rispondere ad esigenze di crescita reddituale ed economica di persone e famiglie. Passare dal concetto di “persone che si arrangiano”, che “vivono alla giornata” a quello di “microimpresa o microimprenditore” rappresenta infatti un salto culturale importantissimo nell’approccio alla gestione del credito. Questo salto porta al risultato che siano ritenuti bancabili, ossia meritevoli di fiducia e di credito, anche singoli, gruppi o famiglie che, pur non potendo fornire garanzie tangibili, sono in grado di avviare una propria attività lavorativa che diventa motore di crescita e di sviluppo sociale, civile ed economico, prima di tutto per loro stessi e comunque per tutto il tessuto sociale di un territorio. Conseguentemente tutto ciò favorisce lo sviluppo di ulteriori condizioni favorevoli per l’accesso al mercato del lavoro.
Da alcune progettualità di Caritas Italiana in atto in alcuni Paesi a livello internazionale è possibile cogliere ‘esperienze segno’ che ci offrono spunti e riflessioni interessanti e indicatrici di percorribilità a sostegno dell’importanza dello strumento del microcredito nella promozione del cammino di vita di poveri e di esclusi. Ecco di seguito alcune note caratterizzanti tali esperienze, così come ci sono state comunicate dai protagonisti di tali progetti.
Progetto microcredito a La Paz in Bolivia:

  • Si possono realizzare grandi progetti con modeste risorse.
  • In un gruppo di lavoro per attuare un progetto importanti sono sia la professionalità sia il ‘gioco di squadra’.
  • L’obiettivo di ogni progetto è la centralità della persona, in particolare della persona più indifesa, meno strumentata e inclusa.
  • I pilastri di un progetto che vuole offrire un servizio alla comunità sono, in successione: l’organizzazione della comunità; l’informazione, l’istruzione e la formazione della comunità; il coordinamento inter-istituzionale; la prestazione del servizio.
  • Le indagini sociali non possono servire solo per dare una conoscenza dei bisogni o dei problemi, ma devono servire per accompagnare i cambiamenti.
  • Per avviare una microimpresa occorre che le persone apprendano a: organizzare il lavoro; pianificare il tempo; pianificare i costi; amministrare la piccola impresa; fare attenzione al ‘marketing’, ecc. Tutti elementi, questi, che sviluppano grandemente la partecipazione e la formazione alla responsabilità delle persone coinvolte.
  • Spesso è una situazione di ‘criticità’, di difficoltà, quella che sta all’inizio dell’avvio di molte attività legate alle piccole imprese: esse nascono da un’intuizione creativa per far fronte alla crisi. Le persone che intraprendono una piccola impresa cominciano con l’imparare e col disporre di un credito raccolto attraverso la rete Caritas che facilita il mettere insieme il ‘poco’ di tutti imponendosi un’‘auto-organizzazione’ del lavoro, individuale o di gruppo.
  • La gran parte di questi protagonisti sono donne, che assumono la responsabilità in un ambiente a loro difficile non come contro-reazione ma come servizio. Sono soprattutto loro che sono capaci di quella creatività che occorre nella responsabilità e nella conduzione dell’impresa.
  • Le piccole offerte di persone semplici che mettono a disposizione di Caritas Italiana le loro risorse avviano processi di grande partecipazione e responsabilità (ad esempio il sostegno ad una molteplicità di microprogetti).

La responsabilità verso la comunità stessa matura nei luoghi dove sono attive queste dinamiche, soprattutto nelle Caritas e Pastorali sociali, diocesane, parrocchiali, e naturalmente provocano cammini che vanno verso attività di formazione politica. Formazione politica colta soprattutto come educazione alla partecipazione e alla corresponsabilità.
Progetto microcredito a Llo in Perù:

  • L’esperienza del microcredito dei “bancos comunales” ha nella centralità data alla persona, in particolare alla donna, il suo aspetto fondamentale.
  • Queste attività sono sviluppate e realizzate considerandole come parte integrante i grandi compiti che appartengono alla vita della Chiesa e della Caritas.
  • Un aspetto molto interessante sta nel fatto che il sostegno attraverso il microcredito avviene nei confronti della singola persona che si colloca dentro un gruppo, all’interno di un’esperienza di gruppo, ossia di gioco di squadra attraverso cui passa l’esperienza comune. Il ‘gruppo solidale’, che è forma di partecipazione e corresponsabilità in iniziative economiche, esercita una forma di controllo sociale positivo: è occasione per usufruire di una seconda opportunità nel caso di insuccesso della prima, ad ognuno dei membri. Le persone ricevono e sperimentano la solidarietà in caso di ‘crisi’ personali [maltrattamenti, lutti, ecc.], è quindi prevenzione al fallimento, luogo di acquisti solidali, impegno a generare risparmio, … Tutto questo insegna che i problemi e le difficoltà di ogni tipo devono passare attraverso l’esperienza del sostegno e della solidarietà comunitaria.
  • Inoltre, il progetto punta molto sull’auto-formazione, sull’apprendimento di nuove capacità: rende molto attenti a ciò che si è chiamati a fare. Questo è un elemento che arricchisce molto.
  • Nel progetto hanno grande importanza la partecipazione e la corresponsabilità, e sembra essere questa la strada più giusta di apprendimento, perché i poveri, i semplici, anche quelli che sono meno dotati, possano usufruirne. Azione fondamentale è l’‘accompagnamento’ dell’esperienza, asesoría. L’esperienza del microcredito rappresenta per la Chiesa un’azione di educazione popolare con contenuti ed effetti importanti: sviluppo delle capacità, sviluppo della microimpresa, promozione delle donne, concertazione e partecipazione, pianificazione della partecipativa, autopromozione.
  • Un’altra ricchezza evidenziata nel progetto è che fa conto dei piccoli gesti, dei piccoli crediti, come segni di un qualcosa di grande che già viene in essi significato. Si tratta di piccole iniziative e di piccole opere, ma con un grande investimento formativo sulle persone ed apertura alla partecipazione civica, alla cittadinanza, alla crescita del bene comune.
  • Tutta l’esperienza si colloca in una situazione ben organizzata, di professionalità, d’apprendimento, d’attività educative e di capacità di risposta, che ne costituiscono la forza stessa.
  • Infine, da non dimenticare, l’offerta del microcredito di per se stessa sottrae le persone, e soprattutto i poveri, da facili strumentalizzazioni e sfruttamenti del loro lavoro che li soffocherebbero così come ne soffocherebbero le iniziative.

In sintesi, tre sono i grandi ingredienti che, impastati armoniosamente insieme, compongono la qualità dell’azione svolta: le opportunità di crescita che essa offre; l’accompagnamento in essa previsto; la formazione che ne è parte integrante. Tutto questo sottolinea come il progetto nasce da una dimensione ecclesiale ben radicata, dalla condivisione dello stesso cammino di fede. Ambedue posti a servizio delle persone dell’intera comunità. E’ questo il vero servizio di carità che il cammino delle Chiese e delle Caritas sono chiamate a svolgere nella promozione delle persone soprattutto i più poveri e gli esclusi.
GLI EFFETTI DELLA CRISI FINANZIARIA ED ECONOMICA SUI POVERI. A causa della crisi che ha travolto il mondo, si accentua l’intersecarsi simultaneo di fenomeni di perdita di risorse, ad altri di endemica mancanza di risorse (già di per sé spesso frutto di violenza strutturale), ad altri infine, più sottili, di sistematica (e, ancora una volta, strutturale) sottrazione di risorse. Questo a livello nazionale, europeo, e soprattutto internazionale, dove gli ultimi rischiano di essere certamente le vittime più probabili – perché non rappresentate o mal rappresentate, incapaci cioè di (auto)difesa dei propri diritti – e al prezzo più alto. Quello che le Caritas locali e i nostri operatori all’estero ci raccontano è il volto delle statistiche: basti pensare al raddoppiamento della popolazione delle favelas argentine in questi ultimi mesi, dove ai disperati locali si uniscono folti gruppi di boliviani e paraguaiani, tra miseria e violenza, in una ‘umanità gettata tra i rifiuti’.
E’ la crisi vista dal sud, dall’est, dal mondo che non conta:
– irrigidimento del mercato del credito anche nei Paesi in via di Sviluppo;
– riduzione delle esportazioni (soprattutto di materie prime) con relativo peggioramento delle ragioni di scambio;
– contrazione delle rimesse dei migranti;
– diminuzione degli aiuti internazionali allo sviluppo (tutte le maggiori Organizzazioni Non Governative internazionali hanno rivisto al ribasso del 15-30 % i propri budget preventivi per il 2009 e il 2010, a seguito delle strette);
– volatilità dei prezzi alimentari (a danno dei produttori locali);
– aumento dei lavori informali, in nero, non tutelati (la previsione: 66% del totale nel 2020),
– ecc.
A questi fenomeni, già di per sé stessi assai preoccupanti per i Paesi più poveri, se ne aggiungono altri, rispondenti a logiche e trends di deglobalizzazione ormai evidenti:
– flussi finanziari privati netti verso i Paesi in via di Sviluppo: un crollo dell’82% nel 2009 dal record del 2007;
– banche occidentali in contrazione nelle erogazioni di credito;
– investimenti stranieri diretti in grande frenata;
– fondi sovrani in ritirata: investimenti nei propri paesi.
Altri racconti ci giungono dai luoghi di rientro dei migranti, andati a cercar fortuna in occidente, Italia inclusa. Un ritorno da falliti nei Paesi d’origine: rischiano non solo il tracollo finanziario, ma, ancor peggio, l’esclusione sociale e derive depressive. Un esempio tra i tanti è la diocesi di Chilaw in Sri Lanka, zona privilegiata di emigrazione anche verso il nostro Paese ed ora già significativamente di rientro in Patria. Caritas Sri Lanka – SEDEC, la Caritas diocesana di Chilaw e i nostri operatori in loco sono attenti e attivi anche rispetto a questo nuovo fenomeno. Tuttavia, anche per quanto riguarda le migrazioni, i trend sarebbero duplici: di rientro per i ‘falliti dell’emigrazione’, ma anche di nuove fughe da nuove aree di povertà da crisi. E questa seconda, secondo i più, sarebbe certamente quella che prevarrà. Con fughe dai propri territori sempre più rocambolesche, a rischio di ogni tipo di pericoli. Quello che potrebbe essere un ulteriore scenario, più cupo, che si potrebbe intravedere in epoca di crisi e recessione economica, parte dagli studi sulla pace e dalle ricerche in ambito di variabili causali generanti violenza armata ed organizzata. Basti ricordare che la sola correlazione statistica significativa documentata è quella tra guerre e povertà, escludendone di fatto altre più sottese almeno nell’immaginario collettivo e nel linguaggio mediatico. Se si analizza più in dettaglio tale correlazione si nota come il simultaneo verificarsi di quattro fattori sia in effetti il vero detonatore, il mix letale che rischia di scatenare la violenza collettiva: povertà assoluta, recessione economica, disuguaglianze economiche, dipendenza da poche risorse di reddito (tipicamente materie prime, minerarie o energetiche).
Lo dicono studi ed indagini (tra cui quelle di Caritas Italiana sui conflitti dimenticati) e lo confermano le numerose esperienze delle Caritas Diocesane e delle Caritas locali, nell’incontrare i volti di chi fugge da povertà e violenza, vittime di miseria e barbarie, nel Sud come nel Nord del mondo. Attenzione dunque: in queste fasi storiche si rischia di assistere ad un contemporaneo verificarsi di più di uno di tali fattori a livello regionale, sub-regionale, ma anche a livello internazionale e globale. Non occorre ricordare in tal senso quando già più volte espresso dagli storici, ma neanche trascurare voci che già parlano di rischi rispetto alla coesione sociale, al crescere di fenomeni di conflittualità sociale e di altre che inneggiano all’importanza di leaders forti per fronteggiare la crisi.
Un po’ in tutta Italia, la crisi economico-finanziaria sta intaccando il capitale sociale e le prospettive di futuro delle famiglie del ceto medio. Anche le fasce più deboli della popolazione avvertono un evidente deterioramento delle proprie condizioni, anche perché le difficoltà di bilancio degli enti locali sta determinando una contrazione o eliminazione di alcuni servizi sociali essenziali, con la conseguente sofferenza delle famiglie beneficiarie.
La difficoltà degli enti locali nella presa in carico della povertà si riflette sull’aumento delle persone che chiedono aiuto alla Caritas. Nel corso del biennio 2008-2009 l’aumento di domanda sociale non sembra sensibile alla tradizionale dicotomia nord-sud: si registrano infatti incrementi significativi anche nelle diocesi del Centro e del Nord Italia.
Anche se la maggioranza dei richiedenti è comunque straniera (70%), aumentano gli italiani in difficoltà. Segnali dal territorio:

  • Caritas Concordia-Pordenone: nel 2009 si è manifestata una sostanziosa crescita nelle presenze (+20%), con una significativa componente di persone che per la prima volta si sono rivolte al Centro di Ascolto.
  • Caritas Reggio Emilia: +28,3% di utenti rispetto al 2008.
  • Caritas Imola: +12% rispetto al 2008.
  • Caritas Torino: si riscontra un incremento delle richieste di aiuto intercettate dai Centri di ascolto dell’ordine del 25% dal mese di settembre 2008, per un totale di circa 50 mila utenti alla fine dell’anno.
  • Caritas Roma: da un confronto tra i dati relativi al periodo gennaio-maggio 2008 e 2009, si rileva un incremento di oltre tre punti percentuali della componente italiana (dal 22,8% al 26%).
  • Un nuovo fenomeno che si sta affacciando al mondo Caritas si riferisce alla forte presenza di nuovi richiedenti e una diminuzione delle ‘vecchie conoscenze’. Segnali dal territorio:
  • Caritas Concordia-Pordenone: nel 2008, i nuovi richiedenti erano stati pari al 56% del totale; nel corso del 2009, tale componente è aumentata, collocandosi su valori di incidenza pari al 62% (+31% nel giro di un anno).
  • Caritas Reggio Emilia: la percentuale di persone ‘nuove’ nel 2009 è stata pari al 65,2% (+ 28% rispetto al 2008).
  • Caritas Rimini: più della metà degli italiani e degli stranieri che si sono presentati per la prima volta alla Caritas nel 2009, sono ‘nuovi’. Resta elevato il numero dei ‘ritorni’, il 10% di questi aveva fatto accesso per la prima volta alla Caritas tra il 2002 e il 2004.
  • Caritas Frosinone-Veroli-Ferentino: nel corso dell’anno 2009, si sono rivolte ai cinque centri di ascolto vicariali un totale di 438 nuove persone, con un incremento, rispetto al 2008, di ben 152 persone (+52%).
  • Un ulteriore elemento di complessità si coglie nell’aumento delle ‘povertà immateriali’ e il forte legame tra le situazioni di difficoltà che si affacciano ai centri di ascolto e l’aumento di problemi a sfondo psicologico o relazionale. Segnali dal territorio:
  • Caritas Liguria: il 48,3% degli italiani e il 7% degli stranieri che si sono rivolti ai Cda della Liguria hanno manifestato anche un disagio socio-relazionale.
  • Caritas Termoli-Larino (CB): nel 2009 i problemi psicologici e relazionali giungono a coinvolgere la maggioranza delle persone ascoltate dalla Caritas (51%). Particolarmente colpiti i giovani genitori (31% degli utenti).

Sulle dimensioni e le dinamiche sociali del fenomeno si stanno rivelando preziosi gli Osservatori diocesani delle povertà e delle risorse (presenti nel settanta percento delle Diocesi italiane), che da diversi anni approfondiscono e studiano i fenomeni di povertà in modo attento e costante, garantendo alle comunità locali la necessaria base empirica per una coerente programmazione socio-pastorale locale.
Molte le risposte avviate, accanto a quella del ‘prestito della speranza’ promossa dalla Conferenza episcopale italiana. Caritas Italiana ha effettuato un monitoraggio sulle nuove attività contro la crisi economica, avviate a partire dal 2008 dalle Diocesi, dalle Caritas diocesane o da enti/organismi, espressione delle Chiese locali.
Nuove iniziative e presa in carico dei bisogni generati dagli effetti negativi dell’attuale crisi economica-finanziaria. Tale monitoraggio, aggiornato a giugno 2010, evidenzia la presenza di 635 iniziative, attive presso 196 diocesi (su un totale di 220 diocesi italiane dove è presente la Caritas diocesana). E’ importante sottolineare che tale dato non include tutte le prestazioni e le attività di sostegno economico delle Diocesi: sono state infatti conteggiate nella rilevazione solamente le nuove progettualità, sorte negli ultimi due anni, per sostenere in modo specifico le famiglie e le piccole imprese colpite dalla crisi economica. Non rientrano inoltre in tale conteggio le tradizionali iniziative di aiuto materiale, che non sono finalizzate ai ‘nuovi poveri’ (es.: le mense, gli ostelli e i dormitori notturni, i magazzini di distribuzione di beni primari, ecc.).
Dall’analisi di tali interventi emergono alcuni aspetti di interesse generale:
– vi sono iniziative puntuali, legate in modo sistematico ad un’analisi approfondita dei bisogni;
– le realtà territoriali che dispongono di una struttura già consolidata sono avvantaggiate nella realizzazione di molte iniziative;
– le Caritas sono molto impegnate in un lavoro di animazione delle comunità cristiane al “senso di carità”. Allo stesso tempo, le Caritas non si limitano ad un solo lavoro di animazione e sensibilizzazione, ma ricercano in modo creativo vie nuove per la realizzazione di concrete opere segno;
– in questo senso, le Caritas diocesane da più tempo impegnate sul tema della povertà economica hanno avviato progetti di tipo culturale, che puntano ad indicare nuovi stili di vita, nuove forme di economia solidale e indicazioni precise sui pericoli di un capitalismo senza regole, fondato su un concetto di benessere solamente materiale.
Microcredito per famiglie e per imprese. Senza entrare nel merito di tutte le tipologie di intervento – che saranno poi presentate il prossimo ottobre in un capitolo del 10° Rapporto Caritas-Zancan ‘In caduta libera’ – in questa sede mi preme evidenziare due gruppi di iniziative. Il primo gruppo si riferisce al microcredito socio-assistenziale: si tratta di piccoli prestiti legati, in buona parte, alle esigenze quotidiane delle famiglie, e che si avvalgono in genere di un Fondo diocesano di ‘solidarietà’. Non si tratta quindi di erogazioni a fondo perduto, ma di sostegni economici responsabilizzanti, che prevedono in qualche modo la restituzione del prestito (o di una parte di esso). Alcune delle iniziative censite prevedono l’attivazione dei beneficiari, anche attraverso l’assunzione di piccole responsabilità nella dimensione della comunità locale. In totale, sono 113 le Diocesi che hanno attivato un progetto di microcredito socio-assistenziale per persone o famiglie in difficoltà. La diffusione maggiore di tali iniziative è presso le regioni del Nord Italia (48 Diocesi).
Un secondo gruppo di iniziative rientra invece nel microcredito per le piccole imprese. In questo caso, i prestiti sono rivolti a favore di microimprese in fase d’avvio o già costituite, a elevato rischio finanziario e con oggettive difficoltà di accesso al credito. In totale, sono 49 le Diocesi che hanno attivato negli ultimi due anni progetti di microcredito per piccole imprese, spesso a conduzione familiare. In questo caso, è il Sud Italia che vede il maggior numero di Diocesi attive (24 Diocesi).
PROSPETTIVE DI LAVORO. Etica ed economia sono intrinsecamente correlate. Non è dunque accettabile una posizione chiusa e autoreferenziale dell’economia rispetto all’etica. Ma quale etica? Non basta certo un’etica deontologica, ma serve un’etica generale oggettiva ancorata alla natura ed alla dignità umana. Tra le proposte può essere interessante quella di istituire un comitato nazionale per l’etica economica e finanziaria.
Esistono modelli alternativi a quello neoliberista? Sì e sono praticabili. Sono modelli che mettono al centro la tutela della dignità delle persone, delle future generazioni e dell’ambiente. Occorre che:

  • le scelte personali (stili di vita), quelle organizzative (criteri etici) procedano di pari passo col porre la questione politica della redistribuzione della ricchezza.
  • l’educazione alla sobrietà sia una priorità, secondo il modello delle QUATTRO R (ridurre, riparare, riutilizzare, riciclare).

Alcuni segnali concreti:

  • non ingabbiare la legge sulla riduzione del debito dei paesi più poveri;
  • trovare fondi per una cooperazione internazionale che parta dai bisogni reali, più coordinata e capace di valorizzare le espressioni delle società civili del Nord e del Sud del mondo, non privilegiando la cooperazione bilaterale o multilaterale a scapito di un coinvolgimento della stessa società civile e del volontariato internazionale;
  • sostenere il microcredito come strumento efficace ed efficiente di lotta alla povertà, sia in contesti rurali che urbani;
  • perseguire e rilanciare l’obiettivo di dare credito a 100 milioni di famiglie (anno internazionale del microcredito) con iniziative concrete, senza dichiarazioni fumose;
  • progetti e impegni concreti sono possibili in un clima di dialogo e di riconciliazione.

ANTONIO QUAGLIO:
Grazie, monsignor Nozza. Ora pregherei la signora Costantini, della Fondazione Risorsa Donna di Roma, di prendere posto vicino alla signora Benamara, che è alla mia destra, e pregherei anche il signor Limone di accomodarsi alla mia sinistra vicino alla signora. Questi sono due casi, due esperienze in carne ed ossa di microcredito. Velocemente ma senza farci mancare nulla, si racconteranno. Cominciano la signora Costantini e la signora Benamara, grazie.

MARIA CLAUDIA COSTANTINI:
Mi presento, sono Maria Claudia Costantini. La Fondazione, nata nell’aprile 2001 a Roma, svolge attività di ricerca, formazione e progettazione europea, in particolare nella Regione Lazio, ma anche a livello europeo ed internazionale. Nel 2003 la Fondazione entrò a far parte del progetto “Compagnia di San Paolo”, gestendo tutta la parte relativa, prima alla Provincia di Roma, poi alla Regione Lazio. Con una particolarità: si dedicava essenzialmente alle donne immigrate, perché pensavamo che l’esclusione sociale ed economica delle donne immigrate fosse l’aspetto maggiore. E quindi si pensava che se funzionava il microcredito con loro, poteva funzionare con tutti. Il tempo ci ha dato ragione, perché è arrivato il 2010 e siamo riusciti a dare crediti, prima alle donne immigrate, poi abbiamo allargato a tutte le donne, con tassi di restituzione vicini al 97%. Questo è un elemento di grande successo. La Fondazione si rivolge unicamente alle donne proprio perché pensiamo che siano quelle che hanno più necessità di avere strumenti a disposizione per uscire da quella situazione di esclusione economica, sociale e finanziaria. Prima abbiamo citato il caso dell’accesso al credito. Confermiamo anche noi, con una ricerca che abbiamo svolto su questo tema, che le donne vengono escluse dal credito, non solo quando hanno bisogno di una garanzia da parte di un’altra persona, perché se la garanzia è rappresentata da un’altra donna questo accesso al credito viene messo in pericolo. Io vorrei lasciare la parola ad Aida, che è stata una delle prime persone che ha avuto accesso al progetto del microcredito.

AIDA BENAMARA:
Buongiorno a tutti. Io mi chiamo Aida Benamara, vengo da Roma per presentare la mia testimonianza come donna, come immigrata e come commerciante. Non commercio di qualsiasi tipo, ma di quello che so e che faccio, perché sono una donna auto-ricambista. Adesso faccio dieci anni di attività, non è stato un inizio facile, perché non è partito come tutte le attività da un capitale, anzi. Per quattro o cinque anni ho lavorato in una ditta che non m’ha pagato. Ho resistito tanto in questa ditta, perché era nato un feeling tra me e i pezzi di ricambio che mi ha fatto sperare, anno dopo anno, di vedere la società dove lavoravo uscire dalla crisi. Un anno sono dodici mesi senza stipendio, moltiplicato per cinque sono una bella cifra per una donna. Uno si domanda: ma come hai fatto a campare in questi cinque anni? Purtroppo, sulle spalle della mia famiglia della Tunisia: dal Belgio mi mandavano i soldi, senza dire la verità ai miei famigliari, cioè che non mangiavo la sera perché c’era solo l’acqua ed un pezzo di pane da inzuppare, come le galline. Uno dice: perché non torni al tuo Paese? Non sono tornata, stiamo bene in Tunisia, ma mi è capitata l’occasione di vivere la crisi di altre persone, di soffrire la fame. L’ho fatto per scelta e con grande coraggio, perché nel 2001 il mio datore di lavoro mi ha detto: “Figlia mia, non ce la faccio più. Ti ringrazio per tutti questi anni, ma io devo chiudere per fallimento”. Gli ho detto: “No, mi dispiace, tu per me sei un padre”. Adesso per me è veramente un padre, perché il mio l’ho perso da quando avevo nove anni. Quel fatto si è trasformato in un grande amore e ho salvato quell’attività. Cosa abbiamo fatto? Abbiamo riscalato i soldi che non ho preso per cinque anni e con l’aiuto dei miei familiari ho pagato la cifra che doveva essere pagata a tutti i fornitori, una somma di 120 milioni di lire. Ho comprato l’attività partendo da sottozero, è iniziata la mia attività e per questo avevo bisogno chiedere un prestito alla banca.
Senza conoscermi, senza sapere se ero una brava persona, senza una motivazione, la banca mi ha detto che non poteva darmi il prestito. Almeno mi avessero detto che non ero brava, che non ero una commerciante! Un bel giorno mi arriva un fax dell’Ambasciata tunisina dove c’era scritto: “Fondazione Risorsa Donna aiuta immigrati donne per avere un microcredito”. Ho pensato che fosse uno dei tanti fax che arrivano tutti i giorni e che poi non risolvono niente. Io non ho un padre, non ho una madre, non ho una zia e non ho garanzie. Che garanzie posso dare? Solo la mia volontà di lavorare, come donna e come immigrata. Perché la donna è la colonna vertebrale della società. Perciò, se cade questa colonna cade tutta la società. Ho deciso di provare comunque, ho preso tutti i documenti che ha chiesto questa Fondazione Risorsa Donna e mi sono presentata. La prima impressione – ed è quella che rimane per sempre – è che lì trovi qualcuno che ti guarda con un bel sorriso. Almeno, sono immigrata e mi hanno fatto un sorriso. Mi hanno fatto accomodare, mi hanno fatto un test psicotecnico. Tra parentesi, io ho studiato, sono laureata in giurisprudenza e criminologia. Mio marito è dottore in commercio internazionale. E chiudo la parentesi.
Mi presento lì alla Fondazione e mi chiedono: allora, com’è questa attività? E racconto tutta la mia storia. Sembrava che ci fosse un po’ di speranza. Mi hanno detto: “Signora, non le possiamo dire subito di sì perché ci sono certi criteri per avere questo microcredito”. Io ho detto: “Sono pronta a tutto, basta avere questo microcredito, per me è una marcia in più. Un autoricambi chiede un sacco di soldi, ci vuole un bel capitale”. Allora hanno detto che dovevo fare dei corsi. Appena mi hanno detto che bisognava fare dei corsi, saltavo di gioia: la cosa era seria, fare corsi di marketing, preparare la persona a fare commercio veramente, seriamente, come si deve. Ho detto sì, meno male, ci siamo. E da lì ho cominciato con la Fondazione Risorsa Donna a frequentare tutti i corsi che mi avevano proposto, gratuitamente, senza pagare un centesimo. Magari andando da un’altra parte avrei pagato non so quanti soldi.
Finiti i tre o quattro mesi di corso, ho avuto un microcredito di 20.000 euro. Questi 20.000 euro per me sono stati molto importanti, mi hanno dato veramente una spinta. Perché l’autoricambi deve essere sempre aggiornato, deve avere sempre il materiale pronto, se ti arriva un meccanico, un cliente, qualsiasi persona, tutti hanno fretta, tutti vanno di corsa, tutti vogliono il pezzo subito, perché all’ultimo momento si ricordano che c’è da cambiare il filtro, il filtro antipolline e quello e quell’altro. Allora, quel capitale l’ho preso, ho messo nuovi prodotti, nuovi articoli e mi sono messa non proprio alla pari con gli altri grossi autoricambisti, ma mi ero fatta un nome: tutti vengono da me perché sanno che all’autoricambi Aida possono trovare quello che cercano. Noi abbiamo approfittato anche della crisi, perché questa crisi finanziaria ci ha dato una grandissima forza. Perché una grande forza? Perché il nostro futuro adesso è diventato un ritorno al passato, perché parecchie famiglie non ce la fanno a sostenere le macchina di ultima generazione con una grande tecnologia, allora tornano alla vecchia 500, alla vecchia 600, alla 124, e dentro quel magazzino che avevo comprato, con tutti i suoi debiti, c’era un grande magazzino di auto d’epoca. Questa è diventata la nostra forza: commercializziamo auto d’epoca, ricambi per auto d’epoca e auto nuove. Spero di non averla fatta troppo lunga e grazie a voi.

MARIA CLAUDIA COSTANTINI:
Volevo dire solo una cosa: Aida ha citato i corsi di formazione. Uno degli aspetti del progetto di microcredito che segue la Fondazione, è l’accompagnamento nella fase precedente all’erogazione del prestito ma anche successivamente, fino a quando loro non hanno finito di restituire tutto il debito, proprio perché non è soltanto un’occasione per erogare soldi ma per seguirli. E questo accompagnamento non viene svolto solo dalla Fondazione ma da una rete fatta di associazioni, di enti locali, di centri per l’impiego, centri per l’orientamento al lavoro, associazioni d’impresa. Queste nuove associazioni fanno capire come il microcredito non sia solo erogazione del prestito ma sia creare una rete intorno alla persona per farla lavorare, per farle avere una crescita, anche di carattere sociale.

ANTONIO QUAGLIO:
Bologna, PerMicro. Signor Limone.

ANDREA LIMONE:
Buon giorno a tutti. Il cuore è davvero quello che ci ha spinto tre anni fa ad intraprendere questa sfida e il cuore è quello che ci muove tutti i giorni. PerMicro, di cui sono Amministratore, è una società specializzata in microcredito, operante ad oggi in 11 città italiane tra cui proprio Rimini. Di cuore, sono i nostri investitori: Oltreventure, per esempio, che è un fondo di investimento sociale che ha avviato la nostra attività e che ci segue giornalmente, raccoglie capitali pazienti e coraggiosi per investire in società con utilità sociali che siano sostenibili nel tempo. Insieme a lei, altre quattro istituzioni grandi e presto, a settembre, il Fondo Europeo degli Investimenti che crede nella sfida di un operatore specializzato in microcredito.
Di cuore sono i nostri operatori, che ci mettono la faccia, perché dare credito, l’etimologia latina ce lo dice, è confidare in, è fidarsi di, e quindi bisogna innanzitutto accogliere le persone, ascoltarle e accompagnarle in tutto il percorso. Non è banale, perché l’imprenditore ci mette la faccia ma ci mette la faccia anche Francesco Rangasci, che è il nostro operatore a Rimini, la faccia di PerMicro sul territorio.
Terzo, di cuore sono i nostri compagni di viaggio, con cui siamo nell’associazione Ritmi, un’associazione che mette insieme 20 istituzioni italiane che fanno microcredito, fra loro diverse, con obiettivi e modalità molto differenti, tutte unite dal desiderio di dare un’opportunità per costruire. E poi le nostre reti, 1642 fra associazioni, centri di ascolto, comunità etniche, parrocchie, che firmano una garanzia morale per i nostri microimprenditori, oppure amici che si coinvolgono per seguire moralmente chi decide di intraprendere.
E infine, e concludo, i nostri clienti, i nostri clienti come Lorenzo, che in un periodo di crisi si rimboccano le maniche perché credono, perché vedono qualcosa dietro la loro esperienza, le loro capacità e perché ci vogliono provare. Ad oggi, sono più di 800, 850 persone che sono partite, hanno preso un microcredito con PerMicro. È nella responsabilità individuale di ognuno, nella voglia di costruire, che si fonda una comunità sociale, una comunità attenta, reattiva, aperta. Lascio la parola a Lorenzo che intanto ringrazio infinitamente perché ci dedica del tempo prezioso, questa mattina, per raccontarci che cosa è successo. Prima di lasciargli la parola, però, voglio lasciarvi un compito per le vacanza che stanno per finire un po’ per tutti: mandate a PerMicro o a una qualunque altra istituzione di microcredito un vostro conoscente, un giovane, una persona che avete incontrato per strada. Parlate del microcredito perché il microcredito è un’opportunità grande e tutti noi abbiamo il diritto e il dovere di farlo conoscere alle persone che hanno un piccolo sogno, perché possano ritornare a sognare coi piedi per terra. Noi li aiutiamo in questo e vorremmo che voi ci aiutaste diffondendo il nostro e altri siti, dicendo che l’opportunità del microcredito esiste oggi, subito, per chi ha voglia di costruire qualcosa. Allora, Lorenzo, raccontaci cosa hai combinato.

LORENZO CALANI:
Ciao a tutti, io mi chiamo Lorenzo Calani. Ringrazio la Fondazione e il Meeting di Rimini di avermi invitato, ringrazio chiaramente PerMicro di aver reso possibile questa attività, questa forma di impresa che stiamo portando avanti a Bologna. La forma di impresa è sperimentale. Io, insieme ad altre persone che non possono essere qui, ho un mio lavoro ma contemporaneamente cerco, proprio perché vivo in un’epoca dove c’è bisogno di sperimentare qualcosa di nuovo, di mettere in piedi un’attività di noleggio veicoli speciali. Sono veicoli ecologici, veicoli a propulsione umana, perché utilizzano i pedali. In Italia sono poco conosciuti, ma noi li conosciamo perché siamo appassionati e viaggiamo spesso all’estero, abbiamo pensato di portarli anche qua. Per fare cosa? Per fare un noleggio dedicato alle famiglie, valorizzare i parchi della nostra città, utilizzarli per un servizio di consegna a domicilio di frutta e verdura, a chi, ad esempio, ha problemi a muoversi e in ultimo anche per un servizio di promozione per le aziende che vogliono far conoscere i propri prodotti. Se volete conoscerci meglio, stiamo mettendo in piedi anche una pagina su Internet, la trovate su www.velomobile.it. In ultimo, volevo testimoniare che l’approccio con questo servizio di microfinanziamento è stato molto positivo, soprattutto per il rapporto aperto dagli operatori. Io ho avuto a che fare con Francesco, il referente qui in zona, che si è dimostrato una persona estremamente aperta, in ascolto, anche verso un’attività che, non lo nego, a qualcuno poteva far sorgere qualche dubbio che io fossi normale. Invece PerMicro ha capito subito la bontà del progetto e ci sta aiutando molto. Vi ringrazio, non ho nient’altro da aggiungere. Se volete saperne di più, ci potete contattare su info@velomobile.it. Grazie.

ANTONIO QUAGLIO:
Grazie anche all’esperienza bolognese. Ci avviamo verso la conclusione. C’è un’altra voce dal Parlamento, l’onorevole Pezzotta, e concluderà il Rappresentante del Governo, il Sottosegretario Casero.

SAVINO PEZZOTTA:
Buongiorno a tutti, grazie per l’invito. Non è la prima volta che sono al Meeting, sono molto contento soprattutto di tentare di discutere di cose concrete. Dopo un mese in cui abbiamo assistito a un dibattito politico che definisco – perché questa mattina sono buono – strano, tornare in un posto dove si parla di concretezza è un sollievo per l’anima. Questo è un dato, è un sollievo per l’anima. Sono anche convinto che si possano trovare, quando si va sulle cose concrete, delle convergenze. Non c’è nulla come il discutere delle cose che riguardano le persone, le imprese, dove sia possibile trovare sempre una mediazione, un incontro. E’ quando discutiamo delle teorie della politica che arriviamo alla rissa, e questo Paese da quindici anni continua ad andare su questo terreno, per cui sembra condannato a litigare in continuazione, senza che le cose vadano bene. Bisognerebbe trovare un modo per cui, di fronte alla situazione economica che viviamo, vi siano più ragioni di convergenza che di divergenza.
Vedete la proposta fatta da Marchionne, in questa sede, di un patto sociale? E’ una proposta che giudico positiva. Ma basta un patto sociale relegato alle parti sociali, cioè impresa e lavoratori, o questo Paese ha bisogno di un patto più ampio, che coinvolga anche la dimensione istituzionale e politica? Se le emergenze sono quelle che abbiamo di fronte, occorrerà raccogliere la provocazione di Marchionne seriamente, perché relegarla solo a un aspetto della nostra vita socio-politica si rivelerà un errore. Si ha il coraggio di fare come è stato fatto in tempi passati? Ho sempre presente la manovra del ’92, in cui si affrontavano le questioni per entrare in Europa: o facciamo un processo di questo genere nella situazione nella quale oggi ci troviamo, oppure non andiamo da nessuna parte. Aspetto che il Governo ricominci a governare, ma il Governo deve avere una capacità diversa, non di escludere ma di includere; a me sembra che invece le battute di queste ore tendano più all’esclusione che all’inclusione. Per fare certe cose, c’è bisogno di un clima sociale e di un clima politico più disteso, sennò alla fine ci imballiamo tutti. Questa è la mia preoccupazione di questi giorni, comprese le questioni importanti di cui discutiamo questa mattina.
Vedete, c’è un dibattito che noi non stiamo facendo, o che noi facciamo un po’ così, che si sta svolgendo negli Stati Uniti in modo particolare e con forza; è quello sulla new normal, ovvero sulla nuova normalità che dovrebbe stabilirsi all’uscita dalla crisi economica. La definizione è di Bill Gross, uno dei due fondatori di Pimco, il più grande fondo di investimento del mondo. Questo signore afferma che la recessione ha mutato strutturalmente il mercato del lavoro, ha modificato in profondità la distribuzione dei redditi; basterebbe che ci riferissimo a quello che avviene nelle nostre famiglie e a come sono cambiati i consumi in questi mesi. Ci sono delle conseguenze dirette sui livelli di benessere e di ricchezza a cui noi eravamo abituati, alcune delle quali si sono intraviste sia nel discorso di Marchionne sia in quello del Ministro Tremonti. Possono non piacerci, ma contengono un nucleo di verità che non possiamo sottovalutare: quando usciremo da questa crisi – e alcuni segnali di movimento ci sono, troppo deboli, a mio parere – ci troveremo con un’economia globale molto diversa, con una divisione internazionale del lavoro cambiata. Lo avvertiamo in termine di esportazioni e di competizione, e questo necessariamente richiederà un adattamento e interventi molto profondi sul nostro sistema sociale, politico ed economico, se vogliamo salvaguardare i criteri della solidarietà. Se invece lasciamo andare le cose, la regola sarà quella che i più ricchi diventeranno più ricchi e i più poveri diventeranno più poveri, oppure vincerà quel micro-corporativismo territoriale o di settore che sembra stia oggi prevalendo nel nostro Paese.
Il problema vero che noi abbiamo è che bisogna dare delle risposte. Possiamo reggere solo con gli ammortizzatori sociali? Ma voi sapete quanti sono? Quanta gente è in cassa integrazione? Possiamo reggere solo con le casse integrazione ordinarie, speciali o in deroga? Sulla messa in mobilità? Sono domande che esigono delle risposte, anche molto innovative. Ora il problema non è difendere gli strumenti, il problema che abbiamo è come difendere i valori e come cambiare i mezzi senza cambiare i fini; questo obbligo lo abbiamo di fronte e non possiamo scappare. Possiamo fare tanti bei discorsi, possiamo magari avere opinioni diverse, ma il problema c’è. Credo che una regola di realismo politico e sociale sia guardare in faccia la realtà per quella che è. Può il nostro Paese continuare così, con un 29% di disoccupazione giovanile, che è la cosa che mi angustia di più? Allora bisogna veramente mettersi nell’onda di un cambiamento, cioè capire che siamo veramente dentro una situazione che è di cambiamento strutturale e non congiunturale, che non si tornerà come prima.
Da questo punto di vista, l’inventare nuove forme, nuovi modelli, nuove possibilità è un’esigenza; non possiamo aspettare che la politica risolva tutto, non ce la fa, neanche la migliore. Occorre responsabilizzare la società; è inutile continuare a parlare della società civile come del regno della purezza. La società civile siamo tutti noi. Occorre investirla di responsabilità, perché al punto in cui la crisi ci ha portato è necessario un ripensamento del nostro modello economico. Noi siamo cresciuti in questi ultimi 30 anni con l’idea che l’economia avesse solo due soggetti: il privato e lo Stato. Ora ci stiamo rendendo conto che da soli non bastano e che occorre riscoprire come soggetto dell’economia la società civile. Certo che è già all’opera! Abbiamo sentito delle esperienze meravigliose, ma occorre riscoprirla come un soggetto importante, e non marginale, della realtà economica. Occorre scoprire, cioè, come la società riesca veramente a creare degli strumenti, delle reti, dei mezzi, delle possibilità, aiutandola e mettendo in campo una serie di cose. Non accettiamo questa nuova normalità che propone una riduzione dello stato sociale, del mantenimento di alti livelli di disoccupazione o cose di questo genere, ma pensiamo che vi sia la necessità di un cambiamento e di una visione nuova della dimensione economica. Va bene il privato, c’è un ruolo dello Stato che deve giocare in termini di politiche economiche e industriali, c’è un ruolo che appartiene alla società civile sul terreno economico che deve giocare con determinazione e con chiarezza.
Dico queste cose non in modo astratto, le dico qui perché voglio rendere atto di una esperienza fatta, che mi aiuta a ragionare e a dire delle cose anche attorno alle Fondazioni bancarie e non solo. L’esperienza della Fondazione per il Sud, che le Fondazioni bancarie e il terzo settore hanno lanciato, ha realizzato veramente un qualcosa di nuovo: si è capito che il sociale, e io metto nel sociale privato le Fondazioni bancarie, e il non profit, possono essere in sinergia per creare le condizioni di un’infrastrutturazione sociale dentro cui si colloca il microcredito. Si è potuto sperimentare, ormai è due o tre anni che funziona, che la Fondazione per il Sud è in grado, o è stata in grado, di mobilitare delle risorse in questa area del Paese che noi conosciamo solo per la criminalità e non conosciamo per un tessuto sociale fatto di cooperative, fatto di giovani che hanno inventato del lavoro e che sono entrati dentro a un processo di novità. Questa è una cosa da rivalutare, perché significativa della possibilità di fare economia, di creare lavoro, di creare professionalità, di creare competenze, partendo da una dimensione di questo genere.
L’altra iniziativa che valuto come importante, dentro questa idea di economia civile, è sicuramente quella delle Fondazioni di comunità, quelle che operano in Lombardia, quelle che la Fondazione per il Sud ha teso a lanciare dentro la realtà meridionale. Sono un modo per mobilitare la dimensione territoriale, la dimensione sociale del territorio con strumenti, con possibilità. Allora, io dico: questa idea fatta con la Fondazione per il Sud ha dato l’impressione in modo molto preciso che è possibile creare un sistema, che è possibile creare un modello, che le questioni non possono essere trattate separate ma vanno integrate attraverso delle sinergie profonde. Credo che in questo modello di economia civile dobbiamo lavorare: e qui inserisco il tema del microcredito. C’è una cosa che mi fa un po’ timore, quando parliamo del microcredito, e che dovremmo cercare di superare: è quello di attestarlo ad una visione pauperistica, cioè come strumento da utilizzare solo per i poveri. Certo, per i poveri, certo, per il sociale, ma il microcredito non può avere solo una visione pauperistica, deve avere una capacità di coinvolgere anche la dimensione del contributo del privato, che può essere rilevante nel capitalizzare il settore, per l’apporto di professionalità, per l’integrazione con i circuiti della finanza classica, bancaria e non bancaria. Cioè, un privato che è sempre più conscio che la microfinanza è uno strumento di sviluppo economico dal quale deriva un beneficio anche per sé.
Non è una cosa a latere, è un modo di stare dentro la società, di stare dentro il modello dell’economia da cui anche il privato, anche il pubblico, trae un beneficio. Credo che questo sia l’elemento per cui occorre rompere lo schema che vede la microfinanza come un elemento per i poveri. Questo, invece, è uno strumento di intervento nell’economia, è uno strumento importante per quell’economia civile che noi rivendichiamo, perché a fianco dell’economia politica occorre veramente che l’economia civile ritorni a essere un tema importante. Certo, dobbiamo ricordare che dentro questo c’è il ruolo importante delle Fondazioni bancarie, Fondazioni bancarie che ancora, da una parte della politica, sono viste con sospetto, perché fino ad ora non si è ancora capito il ruolo sociale che possono giocare e che noi dobbiamo invece valorizzare e far capire. Non è facile, ma bisogna farlo capire, perché tante volte vengono viste solo come il luogo di un deposito di capitale che si può togliere, e non come il luogo che può favorire una implementazione sociale, che può favorire il microcredito, che può favorire queste forme di economia nuove, di cui noi abbiamo bisogno.
E credo che, da questo punto di vista, il ruolo che ha giocato ACRI sia stato, anche proprio dal punto di vista culturale, estremamente importante e significativo. Certo, bisogno tenere presente che anche oggi in Italia non esiste una legislazione compiuta sul microcredito, perché l’attività di raccolta di concessioni dei prestiti è regolata dal testo unico bancario, dal testo unico delle disposizioni in materia di intermediazione finanziaria. Queste norme stabiliscono requisiti. Da questo punto di vista, la nuova formativa che offre il nuovo quadro regolatore dell’attività del microcredito è una cosa importante dentro il testo unico bancario e che va portata fino in fondo, anche con alcune correzioni che ritengo debbano essere fatte, perché noi sappiamo che il microcredito è una realtà, l’abbiamo visto nell’esperienza, che continua a crescere nel nostro Paese e coinvolge i livelli istituzionali. Oggi noi abbiamo all’ordine del giorno, dal punto di vista istituzionale, in Parlamento, nell’attuale legislatura, tre proposte di legge. Il Governo ha adottato, nella seduta del Consiglio dei Ministri del 30 luglio scorso, un Decreto Legislativo per una nuova regolamentazione finanziaria del microcredito: la Banca d’Italia guarda con attenzione a questa realtà, l’Associazione Bancaria Italiana ha creato un proprio dipartimento, e le Amministrazioni Locali discutono e ragionano attorno a questo. È ora che ci sia la possibilità di avanzare su questo terreno. Certo, è un compito che richiede apertura e innovazione. Gli schemi classici del sistema bancario, del sistema creditizio vanno integrati e potenziati creando anche strumenti e modelli nuovi, che contengono il meglio dell’economia di mercato, ma contengono anche il meglio dell’economia civile che si sta sviluppando nel nostro Paese. E credo che questi siano gli obiettivi che noi dobbiamo cercare di raggiungere.
Che cosa possiamo fare? Credo che bisognerà predisporre in tempi brevi, prendendo quello che è già in atto, cioè quello che già si sta muovendo, un quadro normativo che aiuti a riconoscere e sostenere le buone pratiche. Ho detto prima che alcune cose si stanno già facendo, penso all’articolo specifico sul microcredito, contenuto nel testo unico bancario. Occorre favorire la professionalizzazione degli operatori e sostenere lo sviluppo organizzativo e tecnico delle istituzione di microfinanza. Occorre accrescere la dotazione finanziaria complessiva con finanziamenti a medio e a lungo periodo e con una adeguata capitalizzazione delle istituzioni. Occorre alleggerire la copertura dei costi operativi delle istituzioni.
Io sono molto d’accordo con il Presidente Guzzetti che, nella sua introduzione, diceva: quando parliamo delle riforme fiscali, sicuramente del quoziente familiare, occorre anche incominciare a pensare a come alleggerire dal punto di vista fiscale questo tipo di interventi che vanno verso la società, che vanno verso la creazione di un nuovo modello di welfare, di cui noi oggi abbiamo bisogno se non vogliamo che al decadimento del vecchio modello si rimanga del tutto scoperti. Io credo che questo sia l’impegno che noi dobbiamo portare avanti. Da questo punto di vista, occorre veramente una iniziativa di tutti, forte, che superi un po’ le contraddizioni che sono interne al nostro modello, al nostro sistema politico. Dobbiamo sapere che da questa crisi non si torna come prima e che le difficoltà che avremo di fronte vanno affrontate sicuramente da parte delle politiche industriali, delle politiche economiche, ma anche con una responsabilizzazione nuova, diversa della società civile, nel creare condizioni di lavoro, nel creare opportunità, nel creare modelli di mutualità, di welfare, di cooperazione nuove e significative. Da questo punto di vista, il microcredito può rivelarsi uno strumento, non solo di copertura di alcune necessità, ma di prospettiva di una nuova società, di una nuova economia in cui il principio della solidarietà, della sussidiarietà, diventi un principio che si trasforma in concretezza. Grazie.

ANTONIO QUAGLIO:
I minuti conclusivi sono per permettere al Sottosegretario Casero di tirare le file. Grazie.

LUIGI CASERO:
Grazie. Innanzitutto vorrei ringraziare gli amici del Meeting di Rimini per avermi invitato anche quest’anno e avermi messo in un dibattito interessante, utile, che ci permette di fare anche sul tema di microcredito – ma in modo un po’ più ampio sul tema della finanza e della banca – alcune riflessioni. Devo dire che condivo il fatto che il Meeting abbia riportato il dibattito della politica italiana di questi giorni su temi concreti, veri, su temi che toccano tutti i cittadini, che sono i temi dello sviluppo del nostro Paese, della possibilità di crescere, della possibilità di crescere in modo più equilibrato. E questo va a merito di chi organizza tutti gli anni questo incontro e pone temi così importanti, così seri, anche per il modo in cui sono posti, per il modo in cui si discute.
Devo iniziare l’intervento partendo dal fatto che è stato approvato il Decreto ministeriale che ha toccato i temi del microcredito, in seguito a un grande lavoro fatto nelle Commissioni Camera e Senato. Vorrei ringraziare tutti i Parlamentari, i Deputati e i Senatori delle Commissioni, specialmente l’Onorevole Pagano, che fra l’altro è in aula e che è stato il relatore alla Camera, e la Senatrice Germontani, per quello che hanno fatto su questo tema, che ha permesso poi al Governo di sintetizzare quanto è stato inserito nelle risoluzioni e che secondo me ha fatto fare un passo avanti su questo importante e delicato tema. Fatemi dire che, in una nota un po’ polemica, nessuno dei media ha citato questi vari passaggi che sono stati fatti. E’ passato un po’ in secondo piano, ed è strano perché, una volta che il Parlamento lavora in modo produttivo e si fa una cosa produttiva per il Paese, esce pochissimo sui giornali e la gente, tranne gli addetti al lavori, non ne viene a conoscenza. Sarebbe invece utile che fosse a conoscenza di tutti, come dovrebbero essere tutti a conoscenza della testimonianza della signora tunisina. Io l’ho sentita per la prima volta oggi, e devo dire che se questa testimonianza avesse una valenza nazionale, sicuramente sul discorso dell’immigrazione si potrebbero fare dei passi avanti, sicuramente ci potrebbe essere un dibattito più utile, più interessante e con meno pregiudizi. Questa è funzione che dobbiamo avere tutti: cercare di pubblicizzare, di far capire che ci sono queste situazioni positive nel Paese, che sicuramente ci fanno crescere e sviluppare.
Torniamo al discorso del microcredito. Io ritengo che il microcredito sia uno dei campi in cui la finanza italiana debba svilupparsi. Noi dobbiamo creare un sistema finanziario, un sistema creditizio utile per lo sviluppo del Paese, che deve contenere tutto ciò che permette di crescere e far crescere e far sviluppare il Paese stesso. Strumenti legati al sostegno di situazioni di credito molto piccole, che però permettono di uscire da situazioni di difficoltà e creare degli sviluppi economici. Un sistema finanziario e bancario che sostenga molto la piccola e media impresa, che, ricordiamoci, è forse il centro motore dell’economia italiana, piuttosto che la grande impresa. Purtroppo, per anni abbiamo sofferto di una cultura dominante, non italiana, anglosassone, che ha spinto le banche italiane verso le grandi imprese, le operazioni finanziarie e speculative d’alto livello, che provocavano immediati redditi, che però non davano certezza. Il sistema italiano ne è uscito in modo positivo, anche per il fatto che il sistema italiano bancario non ha mai utilizzato fino in fondo questo modello. Devo dire che la presenza – e devo dare un riconoscimento alle Fondazioni – di partecipazione di capitale delle banche italiane in mano a istituzioni come le Fondazioni, che hanno sempre avuto una valenza sociale, non esaltando la sola redditività ma cercando di creare uno sviluppo organico al sistema, è un fatto che ha privilegiato e salvaguardato il nostro sistema bancario. Se il nostro sistema bancario è uscito così forte – perché nei confronti degli altri Paesi è uscito sicuramente forte, e ricordiamoci che, nel nostro Paese, il Tesoro ha dovuto mettere solo qualche garanzia economica, ma fondamentalmente non ha utilizzato fondi pubblici per salvaguardare il sistema -, è anche dovuto alla forza e alla genesi del nostro sistema.
Devo riconoscere un merito all’avvocato Guzzetti, che è un grande banchiere, che nel periodo dello sviluppo degli strumenti di finanza alternativa, della globalizzazione complessiva delle banche, dell’estremizzazione degli strumenti di finanza delle banche, ha sempre fatto dei richiami alle banche italiane, perché continuassero a fare quello per cui sono nate, cioè raccogliere i risparmi e dare questi risparmi per lo sviluppo italiano. Le Fondazioni hanno avuto un ruolo fondamentale e hanno svolto una funzione sociale ed economica: per questo, cito il discorso del microcredito, e anche l’housing sociale. Ricordiamoci che le Fondazioni stanno facendo molto housing sociale nel Paese, a fronte di una richiesta di case a basso prezzo che possano essere utilizzate da studenti, da bisognosi e così via. La Fondazione del Sud è stata citata come un esempio positivo di intervento delle Fondazioni sul territorio. Io vorrei ricordare anche le varie Fondazioni territoriali in cui si è strutturata la fondazione CARIPLO, che permette alla stessa di intervenire più direttamente su alcune problematiche sociali del territorio, dividendo le varie funzioni che hanno le Fondazioni e intervenendo più direttamente sui bisogni sociali del territorio. A fronte di questo, esiste poi un’attività di partecipazione azionaria di cui, in questi ultimi mesi, vediamo il ruolo positivo che hanno svolto le Fondazioni nelle banche.
Il tema del Meeting ci permette poi di allargare la riflessione sul discorso del microcredito, e sulla necessità che ha in questo momento lo Stato Italiano di cercare di accompagnare il sistema economico italiano verso uno sviluppo più organico, più forte, che possa superare le difficoltà e le debolezze che aveva prima dell’inizio della crisi. Il Ministro dell’Economia ha citato tre campi di intervento che io riprendo: il fisco, la famiglia, il lavoro e la ricerca. Penso che siano tre campi prioritari, su cui si debba utilizzare lo strumento fiscale. Il nostro Paese è basato sulla famiglia e deve riconoscere che la famiglia è un elemento fondamentale per lo sviluppo sociale, ma anche economico. È basato sul lavoro, e in questo momento esiste una grande forza nel nostro Paese, perché è rimasto ancora un Paese manifatturiero e dobbiamo cercare di salvaguardare la manifattura italiana. Nello stesso tempo, dobbiamo cercare di sviluppare la ricerca e il genio italiano che ci permette di crescere e di competere con gli altri Paesi.
L’Avvocato Guzzetti citava il discorso del terzo settore: non è un tema che vogliamo dimenticare, ma anzi è un tema fondamentale per lo sviluppo. Devo dire che sono convinto che questo Governo abbia fatto molto, in questi due anni. Il discorso legato alla salvaguardia dei conti economici del Paese viene riconosciuto da tutti ed è un discorso fondamentale. Nello stesso tempo, invece, deve proseguire in un’azione più forte nei confronti di una revisione complessiva del concetto di Stato e di come lo Stato si pone all’interno del Paese. Io sono convinto che lo Stato debba dimagrire e debba dimagrire migliorando. Come? Integrandosi moltissimo col terzo settore e con tutto ciò che c’è di volontariato presente nel Paese. Guardate, mi hanno riferito stamattina una battuta che ha fatto Marchionne. Stava parlando del Meeting di Rimini: gli hanno detto che qui ci sono 10 dipendenti e 3000 volontari. Allora ha detto: “In questo modo è molto facile, è una cosa importante”. Ecco: l’uso, l’utilizzo e l’esistenza dei volontari nel nostro Paese è una cosa che viene poco riconosciuta e poco utilizzata in senso positivo. Il volontariato è uno dei punti di forza del nostro Paese, e noi dobbiamo avere la capacità di renderlo organico in uno sviluppo del Paese stesso.
Quindi, uno Stato che possa dimagrire in alcuni campi e possa invece utilizzare il terzo settore, che va dal volontariato alla scuola. Io ritengo che sulla scuola debbano essere fatti una serie di passi avanti e si debba integrare sempre più la scuola privata con quella pubblica, sia per ragioni di libera scelta – è inutile parlare a voi della libera scelta, ma è una cosa fondamentale – che per ragioni economiche. Noi sappiamo benissimo che il costo per allievo in una scuola privata è nettamente più basso di quello in una scuola pubblica. Questo può essere considerato anche in altri campi, ad esempio nel sociale, ad esempio nell’assistenza, e così via. E’ una grande riforma che dobbiamo fare nei prossimi mesi, nei prossimi anni: e spero che su questo ci possano essere convergenze in Parlamento, che si possano trovare maggioranze più ampie e si possa, su questi temi che riguardano complessivamente il Paese, trovare una convergenza delle forze politiche.
Finisco con un’ ultima battuta legata ancora al modello di sviluppo. Dicevo che in questi giorni si è parlato molto di modello di sviluppo diverso: sulle pagine dei giornali, oggi ci sono le dichiarazioni fatte da Marchionne sul discorso del nuovo patto sociale. Io ritengo che sul lavoro debbano essere fatti dei grandi passi avanti, iniziando a riconoscere che non esiste più quel conflitto politico da cui era nato il conflitto sociale. Spesso, specialmente nelle piccole e medie imprese, il rapporto fra datore di lavoro e dipendente è diventato molto stretto, e tutti si sentono all’interno di una stessa squadra. È necessario che si individuino strumenti legislativi e strumenti istituzionali che possano far sì che questo rapporto, che per ora è un rapporto fra le persone, possa essere organizzato e istituzionalizzato. Ho sentito che si è parlato di partecipazione dei lavoratori agli utili delle imprese. Io ritengo che questo possa essere uno strumento giusto. Su questi temi, ci potrebbero essere strumenti fiscali che facciano sì che questi meccanismi istituzionali dell’impresa possano diventare veri, forti. Su questi temi, ci giochiamo la scommessa dei prossimi anni. Io spero che questo clima positivo che c’è stato al Meeting di Rimini, possa essere ripreso all’interno della vita politica italiana nei prossimi giorni, nelle prossime settimane, e possa portare poi alla definizione e alla votazione di norme che facciano crescere il nostro Paese. Grazie.

ANTONIO QUAGLIO:
Grazie a tutti per la cortese partecipazione alla nostra conversazione e arrivederci al prossimo Meeting.

(Trascrizione non rivista dai relatori)