IL FUTURO NON È PIÙ QUELLO DI UNA VOLTA. Rigenerare la speranza con le famiglie

In diretta sui canali digitali di Play2000 (vod), Teleradiopace, Tv2000 (2a serata)

In collaborazione con Famiglie per l’Accoglienza

Adriano Bordignon, presidente Forum associazioni familiari; Martina Brusa, testimonianza; S.E. Mons. Giampaolo Dianin, vescovo di Chioggia; Fernando Milanés, presidente Congreso Internacional de las Familias (CIFAM), México; Monica Serreli, testimonianza; Achille Spinelli, vicepresidente Provincia autonoma di Trento, assessore allo Sviluppo economico, lavoro, famiglia, università e ricerca. Modera Luca Sommacal, presidente Associazione Famiglie per l’Accoglienza

Attorno a noi vediamo sempre più spesso la fatica a vivere e trasmettere quella fiducia verso il futuro che definisce la speranza. Ne sono una drammatica rappresentazione il calo delle nascite e dei matrimoni, la diminuzione di adozioni e affidi, la solitudine e anche la violenza all’interno delle famiglie, le difficoltà di integrazione di chi è fuggito dalla propria terra, il crescente disimpegno dagli spazi comunitari. Eppure c’è ancora chi guarda al futuro e rischia la sfida per un mondo più umano. Possono le famiglie rigenerare la speranza e costruire comunità con mattoni nuovi?

Guarda l’incontro

 

LUCA SOMMACAL

Buonasera a tutti e benvenuti. Saluto e ringrazio gli ospiti che hanno accettato di essere con noi qui questa sera: Monsignor Giampaolo Dianin, vescovo di Chioggia; Adriano Bordignon, presidente del Forum delle associazioni familiari; Achille Spinelli, assessore allo sviluppo economico, lavoro, famiglia, università e ricerca della provincia di Trento; Fernando Milanes, che ci ha raggiunto dal Messico, presidente del Congresso Internazionale della Famiglia. Benvenuto. E Monica Serrelli e Martina Brusa, che ci aiuteranno a entrare nel tema di questo nostro incontro attraverso le loro testimonianze. Allora, benvenuti a tutti. “Il futuro non è più quello di una volta, rigenerare la speranza con le famiglie”. “Il futuro non è più quello di una volta”. Questa è una frase di Mark Strand, un poeta americano che in una sua poesia descrive in modo mirabile un mondo privo di speranza in cui l’anelito di riscatto, il desiderio di un futuro positivo, vengono subito soffocati. Sentite cosa dice: “Chiunque si sia venduto vuole ricomprarsi, non si fa nulla. La notte divora le loro membra come una piaga. Tutto si offusca. Il futuro non è più quello di una volta. Le tombe sono pronte. I morti erediteranno i morti.” È un’immagine dura che, però, ben descrive il deserto umano che spesso ci circonda e che ci attanaglia, perché attorno a noi vediamo spesso una grande fatica a vivere e a trasmettere quella fiducia verso il futuro che definisce la speranza. La famiglia è il primo luogo a soffrire di questa sfiducia e ne sono una drammatica rappresentazione il calo del numero dei matrimoni, delle nascite, la solitudine e la violenza in famiglia che spesso vediamo e sentiamo in TV, la diminuzione delle adozioni e degli affidi. Viviamo una mancanza di apertura all’altro che porta, per esempio, alla difficoltà di integrazione di chi è fuggito dal proprio paese, dalla propria terra, oppure al crescente disimpegno dagli spazi comunitari. Eppure, proprio dalla famiglia si può ripartire, si può rigenerare la speranza e si possono gettare le fondamenta per costruire con mattoni nuovi case, dimore in cui ciascuno possa finalmente sentirsi amato. Come ci ha ricordato Papa Leone XIV durante lo scorso Giubileo della famiglia, lui diceva: “Il mondo di oggi ha bisogno dell’alleanza coniugale per conoscere e accogliere l’amore di Dio e superare con la sua forza che unifica e riconcilia le forze che disgregano le relazioni e la società.” Fortunatamente, c’è ancora chi, come gli ospiti che abbiamo qui tra noi oggi, vive questa dimensione, guarda al futuro con speranza e, rischiando, accetta la sfida del costruire. Cominciamo con Monsignor Dianin. Perché, in questo contesto, la famiglia che abbiamo descritto, la famiglia, rappresenta oggi un punto di speranza e di novità nella costruzione di una nuova socialità, di un nuovo mondo?

S.E. MONS. GIAMPAOLO DIANIN

Intanto buonasera a tutti e grazie di questo invito. Per me è un onore, una gioia, essere qui in mezzo a voi a parlare di questi temi. Rispondo alla tua domanda partendo da un testo molto vecchio, 1965. Si concludeva il Concilio Vaticano II con l’ultimo documento, la Gaudium et Spes, che nei numeri che dedica alla famiglia inizia così: “La salvezza della persona e della società umana e cristiana è strettamente connessa con una felice situazione della comunità coniugale e familiare.” La salvezza, quel termine in latino, suona così: “salus”, dove possiamo tradurlo come salute fisica, benessere, ma anche come salvezza cristiana. Il testo in quel suo primo capitoletto iniziava ricordando tutte le potenzialità, le risorse, li chiama sussidi della famiglia, ma evidenzia anche le problematiche. In modo particolare ricordava la fragilità del matrimonio, la debolezza dell’amore coniugale, le difficili condizioni economiche, il problema demografico, che a quel tempo era l’incremento demografico, quasi lo spauracchio demografico, mentre lontanissimo dal problema che abbiamo oggi, che è quello della denatalità. La salvezza della persona e della società passa attraverso la famiglia. Allora mi ha colpito il titolo di questo incontro: “Il futuro non è più quello di una volta”, dice il titolo. È proprio vero, nel 1965 il futuro aveva i tratti della necessità di consolidare l’istituto familiare. Oggi sembra che dobbiamo rifondare più che consolidare. Dobbiamo ridire le ragioni del matrimonio più che curarne le inevitabili ferite. Dobbiamo chiarire cosa sia l’amore, ridotto a sentimento, ad emozione e allergico a ogni legame che non sia provvisorio. Ma anche oggi, come nel 1965, dobbiamo dire con forza che quel termine “salus”, la salvezza e il bene delle persone e della società, passano attraverso il mondo degli affetti e il mondo dell’amore. Crediamo che il legame sponsale possa essere un argine a quell’oceano di sentimenti e di passioni, dentro le quali oggi gli uomini e le donne rischiano di annegare perché non sanno nuotare, nonostante siano convinti di saperlo fare. Oggi noi crediamo, come nel 1965, nel valore della famiglia. Crediamo che la salute di ogni persona passa attraverso una buona esperienza familiare. In quei legami la persona può nutrirsi di quella fiducia fondamentale che gli permette di affrontare la vita e in quei legami può strutturare la sua personalità a partire da quei primi sì e da quei primi no che gli vengono posti per il suo bene. Nel 1965 la speranza poteva accontentarsi di andare a braccetto con l’ottimismo. C’era il boom economico, la sostanziale solidità della famiglia, del matrimonio, protetta anche da una legge, la legge sull’indissolubilità del matrimonio. L’apertura alla vita non era ancora messa alla prova dalla piaga dell’aborto o dall’esplodere di tutte le tecniche di procreazione medicalmente assistite. A quel tempo, soprattutto, era evidente che il matrimonio riguardava un uomo e una donna. Nessuno immaginava che si sarebbe giunti a mettere in discussione anche questo. Il futuro non è quello di una volta. È proprio vero. Oggi il futuro porta con sé sfide infinitamente diverse da quelle che aveva davanti a sé il Concilio nel ’65. Oggi tutto è in discussione ed è qui che si colloca la speranza. Oggi la speranza non può essere un generico ottimismo. Sarebbe da ingenui anche solo pensarlo. Oggi la speranza esige un ancoraggio solido, ragioni credibili, argomentazioni significative. Soprattutto chiede di essere portata avanti non solo per le famiglie, ma soprattutto con le famiglie. Ecco la seconda parte del titolo: “Rigenerare la speranza con le famiglie”. Noi crediamo che loro siano e debbano essere i protagonisti della speranza. Certamente sono necessari la riflessione, l’impegno sociale politico, il discernimento per dare una speranza alla speranza, mi verrebbe da dire, ancorarla bene. Ma soprattutto servono oggi testimoni di speranza e lo possono fare le stesse famiglie perché è nel loro DNA generare vita e là dove la vita c’è non può non esserci anche la speranza. In questo senso Papa Francesco ha avuto un’intuizione bellissima nel scegliere il tema della speranza per il Giubileo. È una speranza che non illude, non delude, non ti prende in giro. Nel contesto in cui viviamo la mancanza di pensieri forti, di progetti globali, di prospettive a lungo termine, la prima a venire messa in discussione è proprio la speranza. Mi viene in mente uno slogan che diceva un autore: “Siamo tutti su una grande nave, ma dagli altoparlanti non viene ricordata la rotta, ma il menù del giorno.” Nel contesto della mancanza di pensieri forti, di progetti globali, la prima, dicevo, che è in crisi è proprio la speranza. La gente non cerca più una salvezza, gli basta il menù del giorno, gli basta star bene, e a rimetterci è soprattutto la speranza. Rimango ancora su questa parola “speranza”, che non è solo una virtù, ma è una dimensione costitutiva dell’essere umano. Erich Fromm diceva che quando la speranza è scomparsa, la vita è finita. La speranza ha anche un volto sociale e politico. Scrive Ernest Bloch nel suo volume “Il principio speranza” che la speranza non è la tendenza a soddisfare un bisogno, ma a superare lo stato di bisogno. Si caratterizza come un rifiuto di un presente ambiguo e tensione verso un futuro migliore. La speranza così diventa utopia, anticipazione a livello di immaginazione di un mondo migliore. Da vago sentimento, la speranza diventa e ha una funzione rivoluzionaria. Non è evasione dal presente, ma passione per il presente e per il futuro; è tensione e movimento verso una meta, con il coraggio di sporgersi, di sbilanciarsi, di oltrepassare se stessi. Non si ferma a calcolare i costi e benefici, ma anela alla pienezza e lotta per i piccoli passi possibili. La speranza è audace e, allo stesso tempo, è umile perché gode dei piccoli passi. Gli sposi e i genitori sono per me testimoni di questa speranza, quando lottano per la loro relazione e abbracciano con dedizione la sfida educativa. Penso in modo particolare, e qui immagino ce ne siano tanti, penso ai genitori adottivi e a quelli che aprono le porte della loro casa all’affido. Loro per me sono veramente testimoni di speranza. A volte, entrando nelle loro case e conoscendo, perché me le hanno raccontate e me le raccontano, le loro fatiche, io penso che entrando nelle loro case quella porta che io attraverso sia anch’essa una Porta Santa, come quelle che il Giubileo ci chiede oggi di attraversare. La speranza, con questa sua forza utopica e rivoluzionaria, chiama in gioco anche noi cristiani. Sto arrivando alla fine, anche se il tempo sta scadendo. Chiama in gioco anche noi cristiani. Papa Benedetto diceva che la speranza non è solo protendersi verso cose future che non si vedono, che non sono presenti, ma è renderle presenti. La speranza è rendere presenti quelle cose che non vediamo e questo cambia il nostro modo di vivere, perché l’oggi è già, come dire, toccato dal futuro. La promessa della vita oltre la morte plasma la nostra storia, dandole un senso e un futuro. Questa speranza con la S maiuscola fonda l’impegno del credente, fa della comunità cristiana un perenne disturbo di ogni città che vorrebbe essere stabile. Questa promessa cristiana fonda l’impegno dei cristiani nel mondo, raccoglie tutte le speranze degli uomini e dà loro un’indicazione. E termino con una battuta. C’è un ultimo aspetto che credo sia importante: le famiglie non possono essere lasciate sole. Credo che uno dei compiti che oggi spetta anche a noi cristiani sia proprio prendere sul serio il Vangelo, dove Gesù da una parte esalta il matrimonio, la famiglia, penso al tema dell’indissolubilità, dall’altra parte sembra quasi svuotarlo, invitando a legami più forti che sono quelli che nascono attorno al Vangelo. Oggi noi dobbiamo avere il coraggio di mettere in discussione quel modello di famiglia nucleare tipica del nostro mondo occidentale per allargarla verso reti, dialoghi, incontri, associazionismo, mettersi insieme. Questo credo sia importante. Magari saranno poche le famiglie che faranno questo. Penso a famiglie per l’accoglienza, ma mi piace pensare che a volte chi ha tenuto ferma la speranza in tutta la storia della salvezza è stato un piccolo resto di Israele che è rimasto fedele nei secoli dei secoli e ha atteso colui che è la speranza, Gesù. Quindi credo che testimoni di speranza le famiglie, in particolare quelle di cui ho parlato e che hanno organizzato questo incontro, credo che a loro dobbiamo dire un grazie perché, come un piccolo resto, tengono viva in mezzo a noi la speranza. Grazie.

LUCA SOMMACAL

Grazie, grazie, grazie per le sue parole profonde, bellissime, che rilanciano anche un compito. Adriano, hai recentemente pubblicato un libro dal titolo Rivoluzione famiglia, per collegarci in qualche modo anche alle parole di Monsignor Dianin, che contiene un capitolo sulla speranza. Qual è il contributo che la famiglia e le reti di famiglie stanno già oggi portando nella società italiana proprio dal tuo punto di vista, dall’esperienza che stai facendo?

ADRIANO BORDIGNON

Grazie, grazie Luca. In effetti, nel libro c’è un capitolo dedicato alla speranza perché noi pensiamo che la famiglia sia come un organismo, qualcosa di vivente che ha bisogno di un ecosistema. Uno degli elementi essenziali per metter su famiglia è quello di avere un’aria che respira speranza. È da questo che siamo partiti, nella realtà dei fatti. È un po’ una sfida oggi. Fare famiglia è sì una delle esperienze più straordinarie di ordine umano che sia nata e che sia dato di vivere. In ogni epoca le famiglie hanno vissuto immerse nell’ecosistema nel quale gli è stato dato di vivere, nella complessità delle stagioni. Oggi percepiamo che tante famiglie sentono affievolirsi la speranza, anche a causa di contesti globali in cui ci muoviamo: guerre, crisi economiche, mancanza di fiducia, cultura consumistica con ricadute sulla perdita di entusiasmo verso la vita e il suo orizzonte di senso. La sua prima conseguenza, quella della perdita di speranza, spiegava Papa Francesco nella Spes non confundit, è la perdita di desiderio di trasmettere la vita. Un cedere nel senso di indietreggiare sul proprio desiderio, che è l’unica legge che in realtà rende generativo l’essere umano. Non si trattava di una generatività solo fisica, solo fisiologica, ma la generatività che ogni giorno ci vede di fronte al mondo. La nostra epoca sta attraversando un periodo complesso che sta erodendo la speranza delle famiglie e la loro capacità di desiderare veramente. La mia generazione è forse la prima del dopoguerra che immagina che i propri figli vivranno in un futuro più arduo. Mia mamma Antonia e mio papà Giovanni erano sicuri, provenendo dall’epoca del dopoguerra, che i loro figli avrebbero condotto una vita migliore. Più ricchezza, più pace, più democrazia, più salute, più istruzione, più libertà, più collaborazione tra le persone e tra i popoli. Non temevano lo sfaldamento del tessuto sociale, il rattrappimento delle relazioni, il depauperamento dell’ambiente, l’invasività dell’intelligenza artificiale e delle tecnologie, il consumismo e l’individualismo. Era sì un’epoca di grande difficoltà, ma probabilmente era anche un’epoca di grandissime speranze. Oggi, in crisi è proprio la speranza stessa. Stiamo vivendo una stagione molto complessa che ci chiede, e penso lo faccia particolarmente verso le famiglie, di riaffondare le radici, di rimotivare le scelte, di cambiare gli sguardi. Oggi il mondo attanagliato dai conflitti, le polarizzazioni nella politica e nella comunicazione, la contrazione delle reti relazionali, ma anche i ritmi frenetici e il degradarsi dell’ambiente, ci chiede di trovare un modo diverso e più generativo di stare al mondo. Di fronte a questo cambiamento di scenario non possiamo lasciarci vivere né riapplicare a fasi nuove strumenti del passato. È necessaria, quindi, una fase riflessiva che, però, contenga in sé anche un’istanza di urgenza. Ci viene in soccorso un testo di Romano Guardini di oltre 90 anni fa che diceva: “L’amore si attua di fronte alla realtà. È qualcosa di creativo, è irripetibile e sprovvisto di modello. Noi siamo chiamati a un’azione nostra propria. Che cosa dobbiamo fare? Pensare, riflettere, comprendere, avvicinarci agli altri muovendo dalla verità che noi crediamo. Dobbiamo ricostruire con mattoni nuovi.” Uno dei frutti amari più evidenti di questa nostra stagione, che non viene adeguatamente sostenuta, è, per esempio, il calo della natalità che per ogni società è questione di speranza. Si legge in Spes non confundit: “Dipende dalla speranza la natalità e genera speranza.” Sono molteplici gli aspetti che favoriscono il fenomeno della denatalità. Il Forum sta cercando di lavorare, ma sono innumerevoli le questioni di ordine pratico-organizzativo: l’organizzazione del lavoro, le risorse economiche, il sistema fiscale, l’abitare, la condizione femminile e giovanile che sappiamo si mettono a fianco di un’incertezza che accompagna la vita delle giovani coppie e delle giovani famiglie. Se la nascita di un figlio non ha un riconoscimento sociale, se non ha un supporto comunitario, se non è un desiderio condiviso di continuità tra le generazioni, allora la speranza comincia ad affievolirsi e con essa la volontà di assumersi dei rischi e a guardare oltre se stessi. Le speranze generative dei giovani non meritano di essere mortificate, ma meritano di essere sostenute. Se si affievolisce la speranza, poi anche le relazioni di coppia si sfilacciano, non sono più nutrite, protette, diventano più fragili e non crescono. Le inevitabili crisi, invece di trasformarsi in occasioni di crescita, si tramutano troppo spesso in una rottura del rapporto. Ancora Papa Francesco, in quello splendido documento che è Amoris Laetitia, diceva: “C’è un vecchio ritornello che diceva che l’acqua stagnante si corrompe e si guasta e quando accade questo, la vita e l’amore del matrimonio ristagnano, smettono di essere in movimento, cessano di essere quella sana inquietudine che le spinge in avanti.” Questa è la situazione che mette in crisi la speranza delle famiglie e delle persone. Anche la coesione familiare, quindi, riguarda tutti noi. Dobbiamo lavorare per ridare spazi e possibilità alle famiglie e alle coppie che vivono momenti di crisi. Non riguarda solo l’aspetto intimo della famiglia, ma è un fatto sociale e comunitario. Questi sono alcuni dei motivi che il Forum sente importanti e per i quali si sente fortemente ingaggiato per custodire e alimentare la speranza delle famiglie. La speranza, infatti, è lo scheletro che sostiene e il muscolo che muove ciò che il cuore desidera e che la mente progetta. Paolo Freire, padre della pedagogia brasiliana, sosteneva che alla speranza ci si può educare. Non è un patrimonio che c’è dato, possiamo fare qualcosa per incrementarla, per migliorarla, per qualificarla. Nella sua visione antropologica, infatti, aveva ben chiaro che l’uomo è chiamato ad essere un soggetto sociale e non un oggetto. È la stessa prospettiva che noi, come Forum delle famiglie, chiediamo che venga riconosciuta alle famiglie: riconoscere le famiglie non come monadi, non come aggregato di individui, ma come soggetto sociale che merita di essere sostenuto con convinzione. Ecco che la famiglia, se messa nelle condizioni, può diventare fondamentale per la custodia e la rigenerazione della speranza, una sorta di “Hope Farm”, una fattoria della speranza. Ogni famiglia, intesa, come amava dire Papa Francesco, come laboratorio di umanizzazione, ha la possibilità, attraverso l’educazione, la creatività, la cultura, l’amore e l’impegno di trasformare le persone che ne fanno parte, ma anche chi ci sta intorno. La speranza, però, si nutre di desiderio, di possibilità e allora dobbiamo dare alle famiglie la possibilità di desiderare e di sperare. “Stay foolish, stay hungry” era il noto claim di Steve Jobs. Non era pensato per i contesti di cui stiamo parlando. Però a noi famiglie può suggerire che la speranza non è per persone con lo stomaco pieno, che si sentono perfette, arrivate. Bisogna restare affamati con quel pizzico di follia creativa che permette di mettersi in gioco, di saper correre dei rischi, di non lasciarsi scoraggiare di fronte alle difficoltà e, anzi, di sfruttare il diritto a sbagliare per imparare a qualsiasi età. A volte, riprendo ancora nuovamente Papa Francesco, nell’udienza del 27 settembre 2017: “Aver avuto tutto durante la vita è una sfortuna. Oggi dobbiamo tener conto di questo.” Pensate a un giovane, dice Papa Francesco, a cui non è stata insegnata la virtù dell’attesa, che ha bruciato tutte le tappe, a vent’anni sa già com’è il mondo, è destinato alla peggiore condanna, quella di non desiderare più nulla. Chiudere la porta ai desideri, ai sogni, è una condanna per un giovane. Lo si condanna a diventare un giovane d’autunno. È questa una delle emergenze che la famiglia deve affrontare: aiutare i giovani a desiderare e a percorrere le loro strade. Allora, di fronte a questo, la speranza ci chiede una circolarità, una speranza che non è da divano, è una speranza dell’agire, non è una virtù da divanisti. Chiama un protagonismo appassionato delle famiglie. Comporta l’agire, mettersi in moto, industriarsi, attivare processi e coltivare relazioni. Si tratta di scegliere chi si vuole essere, di chi si vuole fidarsi, cosa si vuole cambiare e in cosa impegnarsi. Non è un ozioso pensiero, uno stato d’animo, ma è una virtù non astratta, non per teorici, ma per famiglie che si ingaggiano con la vita e che si sporcano le mani. Il detto: “Finché c’è vita, c’è speranza”, non può essere di casa per le famiglie. La vita va affrontata, non vale il fatalismo, ma è prendere consapevolezza che ognuno di noi, ogni famiglia, ha un proprio ruolo per la comunità e per la società. Con la formazione, con una mente critica, con un’autonomia di pensiero, possiamo contribuire e aiutare la politica, l’amministrazione, la cultura a dare il meglio di loro stesse per sostenere le famiglie, perché le famiglie diventino un motorino e un volano per il paese. Infatti la famiglia, nonostante le sue contraddizioni, è il fondamento dell’amore concreto. È un laboratorio di amore sempre in produzione, fatta di mani che si prodigano, si sporcano, si aiutano, dove la speranza permette di trasformare le difficoltà in opportunità di crescita per tutti i suoi componenti, ma anche per le famiglie che ci stanno attorno. Ecco un’altra sfida per alimentare la speranza: saper uscire oltre i limiti della propria casa per rendere più domestico il mondo. Questo è un mandato che le famiglie hanno dentro di sé. È la capacità di rendere visibile l’amore di Dio attraverso gesti ordinari come la cura reciproca e l’impegno educativo. La famiglia offre sì reti di protezione e di resilienza nelle prove della vita, ma aiuta a vedere la spiga quando si vede solo il seme. Un atteggiamento che previene l’ignavia, il senso di impotenza che talvolta ci coinvolge o la disperazione e offre strumenti per affrontare paure e sofferenze. Sostenere la famiglia, capacitarla nella propria potenzialità, rappresentarla nell’agone della politica e della cultura è, oltre che un fatto di giustizia che come Forum portiamo avanti, una scelta di fiducia. Capire che lavorare per la famiglia è un investimento economico e sociale per il futuro del paese. Un prezioso alimentare lo sguardo di futuro verso questo nostro amato paese e il suo futuro. La speranza, perciò, riguarda la famiglia in modo speciale perché in fondo è la promessa dell’essere insieme, l’essere insieme agli altri in modo solidale e nella comunione. L’esperienza, infatti, ci dice che chiunque abbia a sperare non dice solo “io spero”, ma dice anche di “sperare in te”, di “sperare per noi e con noi”. E questo perché sperare è sempre confidare in una realtà personale, relazionale, in qualcuno che si può chiamare “tu”. Ecco perché percepiamo nitidamente che le famiglie devono e possono contribuire con forza e abnegazione a tenere viva la speranza in questo nostro paese. Ecco perché, come ci dice la  Spes non confundit, non possiamo accontentarci di sopravvivere o vivacchiare, di adeguarci al presente, lasciandoci soddisfare da realtà materiali. Ciò ci rinchiude nell’individualismo e corrode la nostra speranza, quella di tutti, generando una tristezza che si annida nel cuore, rendendo acidi e insofferenti. Sono parole di Spes non confundit, molto chiare. Ed ecco perché abbiamo un grande compito. In Spes non confundit, ci viene chiesto di costituire, a partire dalle famiglie, un’alleanza sociale per la speranza. Penso che possiamo farlo. Penso che dai piccoli resti del popolo di Dio possano crescere grandi piante e dare grandi frutti. Questa è la sfida per tutti noi e vi auguro buon lavoro su questa strada.

LUCA SOMMACAL

Grazie, grazie Adriano, per il tuo intervento e grazie per quello che il Forum sta facendo per portare avanti le istanze della famiglia a tutti i livelli, anche quello politico. Da questo punto di vista la provincia di Trento rappresenta un esempio virtuoso. Quindi chiedo ad Achille Spinelli quali sono le politiche a sostegno della famiglia che la provincia di Trento ha sviluppato in questi anni e quali sono state le sue ragioni personali che hanno sostenuto queste iniziative? Il perché?

ACHILLE SPINELLI

Sì, grazie della domanda. Buonasera a tutti i presenti e agli ospiti. Il futuro, già il titolo, “non è più quello di una volta” e non è più così brillante rispetto a quello che tempo fa ci si immaginava e tutti noi sognavamo. È stato citato spesso il tema della fiducia, il tema della speranza. Sono due concetti che convergono in un obiettivo: quello di trovare un futuro e soprattutto di dare gambe a questo futuro sostenibile. Il futuro non è più quello di una volta perché la società è cambiata e perché un grande inverno, quello demografico, è calato su tutti noi. A livello globale ha colpito, però, chiaramente l’Italia in maniera importante. Colpisce la provincia che io rappresento e la colpisce perché la politica deve per forza provare a dare una chiave di interpretazione di questa fase e deve provare a dare anche risposte di politica per trovare soluzioni. Io sono chiamato a portare una testimonianza, un’esperienza. Una provincia autonoma, e io sottolineo questo concetto di autonomia, perché la nostra autonomia è qualcosa di speciale, ma non quanto costituzione di uno statuto speciale, ma perché ci impone di agire con responsabilità e innovazione. Queste sono le due chiavi fondamentali di interpretazione dell’autonomia nell’elaborazione delle politiche, nella gestione della cosa pubblica, nell’amministrazione della nostra comunità. Cosa vuol dire? Vuol dire che nel tempo siamo stati e vogliamo essere ancora di più, prossimamente, laboratorio di iniziative politiche, di progettualità, ma se siamo responsabili, se siamo innovativi, lo siamo anche perché abbiamo la capacità di condividere, di ascoltare. Non siamo persone che hanno la verità in tasca, lo ha detto il presidente, abbiamo bisogno di collaborare, di diffondere l’informazione, di capirci, di sentire nella profondità della società e delle famiglie quali sono le esigenze e i bisogni. Per quanto li conosciamo, perché siamo tutti cittadini del mondo, abbiamo tutti una vita, però, abbiamo tanti temi che oggi stanno rivoluzionando anche le politiche che una pubblica amministrazione deve mettere in campo. Purtroppo la politica è abituata spesso a dare dei no, a dire no: “La cosa non è possibile, è impossibile fare”, soprattutto limitando questa possibilità di intervento alle tematiche di bilancio, alla limitatezza dei fondi pubblici, delle risorse, risorse per definizione limitate. Ma altrettanto, se vogliamo contrastare qualcosa che sta colpendo in maniera troppo dura il nostro futuro, invecchiamento della popolazione e denatalità, abbiamo bisogno di impostare delle politiche diverse. La provincia autonoma di Trento ritiene che la spesa pubblica in questi ambiti non sia spesa pubblica, ma sia investimento. Investimento vuol dire porre delle risorse in un settore che produrrà una resa. Già il PNRR nelle sue formulazioni ha costruito un concetto di resa che è di vari tipi, economica, ma anche sociale. Su questo della resa sociale noi siamo assolutamente convinti che si trasformerà poi in resa di sostenibilità economica per il sistema. Noi abbiamo la fortuna di essere un ente autonomo e che vive sostanzialmente di quello che produce, il 90% degli introiti del sistema pubblico provinciale, quindi più noi riusciamo ad alimentare il nostro sistema e produrre, e più riusciamo ad avere risorse per reinvestire anche nelle politiche sociali. Le politiche familiari sono uno dei driver principali delle politiche sociali. Abbiamo attivato strumenti che vanno dall’Agenzia per la Coesione Sociale, che coordina e collabora anche con i distretti famiglia, collabora con i Forum delle associazioni familiari, li mette al tavolo per poter condividere, crea elementi forti di sussidiarietà e dà gambe a questa sussidiarietà. Abbiamo messo in campo strumenti. Abbiamo ragionato recentemente, a luglio scorso, in una norma di assestamento di bilancio, per un assegno strutturale a favore delle famiglie numerose. Le famiglie con almeno tre figli riceveranno un sostegno fino al decimo anno d’età dei figli. Questo ci sembra qualcosa di importante, di strutturale, non è politica dei bonus una tantum, è politica che segue la famiglia, che vuole provare a dare strumenti che siano di azione concreta a favore delle famiglie. Abbiamo uno strumento un po’ più storico, l’Assegno unico provinciale, che adesso andremo a riformare, dopo vi dirò anche come, ma non voglio solo vantarmi di questi strumenti, vorrei anche che questo laboratorio Provincia autonoma di Trento potesse essere di esempio a livello nazionale per proporre delle pratiche, delle prassi che possono essere acquisite e trasferite a livello di altre regioni, ma anche a livello nazionale. Certamente si può far sempre di meglio. Abbiamo dei voucher sportivi e culturali. Cosa sono? Sono degli strumenti che le famiglie possono attivare a favore dei figli minorenni per frequentare musei, praticare sport e avere momenti di crescita personale, perché la nostra costruzione personale è fatta anche di qualcosa che non è solo economia o istruzione scolastica. Le famiglie sono al centro delle politiche del nostro sistema. Questo è il concetto sul quale io vorrei fermarmi. La famiglia per noi è qualcosa di fondamentale, è qualcosa che serve per ridare fiducia e speranza al nostro sistema, al nostro cammino. Intendo a cammino pubblico ma anche amministrativo. Ho citato l’Assegno unico provinciale perché è uno strumento che monetariamente in questa fase sostiene la natalità, sostiene le difficoltà e le fragilità economiche con erogazioni, sostiene la disabilità, le famiglie che devono per forza accudire e seguire familiari con disabilità, ha al suo interno assegni di natalità. Questo strumento, cerca anche di andare incontro a un’altra grande esigenza, quella della conciliazione vita-lavoro che interessa soprattutto nella costruzione della famiglia il ruolo della donna, della madre all’interno del nucleo familiare. Abbiamo anche ulteriori strumenti sui quali stiamo lavorando e che sono attivi. Abbiamo strumenti nell’agenzia del lavoro, che sono la co-manager a favore di imprenditrici madri, perché spesso si confonde la madre come se fosse sempre una dipendente pubblica o privata, ma il mondo delle imprenditrici, il mondo delle professioniste è un mondo altrettanto importante e grande e spesso quando loro vogliono costruire famiglia con il proprio marito si trovano davanti alla grande scelta di dover abbandonare o la scelta di fare famiglia o la scelta professionale. Questa grande opzione, questo grande problema personale che si costruisce nella loro situazione, cerchiamo di prevenirlo con la possibilità di finanziare per 18 mesi un manager, una manager, che possa sostenere l’attività che loro abbandoneranno per un periodo, per il periodo del primo accudimento dei figli. Questo è uno strumento che cercheremo di potenziare, ma la scelta della conciliazione è una scelta che ha a che fare con i servizi che ruotano attorno alla famiglia con figli. Se noi non riusciamo a costruire un sistema di servizi forti, strutturati, disponibili a un costo accessibile, non dico gratis perché il gratis non va quasi mai bene, ma a un costo accessibile, sostenibile. Nell’Assegno unico provinciale la logica è quella di passare da un’erogazione monetaria alla costruzione di un catalogo di soggetti erogatori di servizi che possono essere attivati tramite dei voucher scalari, con la possibilità di attivazione attraverso un elenco di soggetti abilitati che sono stati valutati, che sono certificati. È un grande lavoro sul quale siamo impegnati, però il concetto è quello che il nostro laboratorio di innovazione, che si affianca e si appoggia su università, su Fondazione Bruno Kessler, grande istituto di ricerca, sulla collaborazione con il sistema sociale, con le famiglie, con gli interlocutori che ci troviamo sempre a incontrare. Questo laboratorio può costruire e può fare una differenza plasmando politiche che possono finalmente provare a ridare speranza al nostro sistema, alla nostra collettività. Se poi questo potrà essere anche forma di attrazione, di attrattività per famiglie che vedranno il Trentino come luogo di destinazione per la costruzione di una propria famiglia, ma anche di una carriera professionale, non disgiunte le due cose. Su questo noi riteniamo di poter dire qualcosa di importante, di poter dare una risposta importante. Magari in un altro giro potremo anche approfondire altri elementi. Io mi fermerei qui. Grazie.

LUCA SOMMACAL

Grazie. Grazie per aver raccontato di quello che fate. Un’istituzione che, ascoltando, prova, mette in atto delle politiche a favore della famiglia e, in questo dialogo con famiglie, con chi è insieme, è sicuramente più efficace. Fernando Milanes, arriviamo a un’esperienza internazionale dal Messico, questa esperienza di famiglie che si mettono insieme per costruire. Ti chiederei: cos’è e da quale esperienza nasce il Congresso Internazionale della Famiglia? Perché è così importante una realtà come la vostra di famiglie in rete e amiche nella società messicana? Prima di lasciarti la parola, però, condividiamo un video che introduce sinteticamente la vostra realtà.

(Proiezione di un Video)

“La famiglia è la nostra prima comunità di vita. Spazio di incontro, fonte di sicurezza, identità e scopo. Ci forma e ci umanizza come nessun’altra istituzione, ma viviamo in un mondo pieno di sfide, un’infinità di prove e desideri, di circostanze interne ed esterne per le quali spesso non siamo sufficientemente preparati, ci mettono alla prova ogni giorno. È per questo che nasce il Congresso Internazionale delle Famiglie, CIFAM. Un incontro unico dove tutta la famiglia trova uno spazio per imparare, condividere, ridere, guarire e crescere. Per un intero fine settimana, i migliori esperti internazionali e locali, insieme a personalità di ogni ambito, si riuniscono intorno al tema della famiglia con l’obiettivo di rafforzarla. Sono già migliaia le famiglie che hanno vissuto questa esperienza in importanti città del Messico. CIFAM è molto più di un evento. È una celebrazione d’amore, di unità e di speranza che vuole lasciare un’impronta profonda nei luoghi in cui si svolge. Conferenze che toccano il cuore, laboratori che trasformano, spazi di ascolto che riconciliano, concerti che celebrano, giovani che si ispirano, bambini che imparano e giocano, famiglie che si sostengono, si donano e si elevano. CIFAM, il Congresso Internazionale delle Famiglie.”

FERNANDO MILANES

Saluto gli organizzatori di questo magnifico incontro e ringrazio in particolare Luca per l’invito a condividere il nostro progetto in rappresentazione della mia squadra e mi scuso di non essere in grado di fare la presentazione nella sua bellissima lingua. Il Congresso Internazionale delle Famiglie nasce dal riconoscimento dei conflitti che vivono le famiglie e delle sfide per le quali non sono sufficientemente preparate. Ci siamo dati il compito di accompagnarle in un momento critico della nostra storia recente. Eravamo nel punto di uscita della pandemia e ci siamo resi conto che la famiglia, che era stata ospedale, scuola, luogo di lavoro, aveva bisogno di un appoggio, di un accompagnamento. È così che abbiamo deciso di organizzare il nostro primo congresso intitolato proprio così: “Accompagnando le famiglie in un mondo sfidante”. Ci aspettavamo 2000-2500 partecipanti. Di solito facevamo tutto da casa e avevamo paura a uscire in strada e invece sono venute più di 8000 persone e per questo c’è venuta l’idea di trovare uno spazio come questo. Quello che voleva essere un evento unico è diventato un progetto itinerante. Oltre alla partecipazione in presenza, abbiamo avuto anche 4000-5000 persone collegate online dal Messico e 65 mezzi di comunicazione, più di 350 articoli nei mezzi di stampa tradizionali ed elettronici. Un gruppo ci ha chiesto anche che portassimo il congresso nella loro città e nel 2024 per questo l’abbiamo fatto a Guadalajara. Anche lì ci aspettavamo una partecipazione di 3000-4000 persone, ma, grande sorpresa, con più di 8000 partecipanti e collegati online altre 7000-8000 persone, quindi in totale più di 15.000 partecipanti. 95 mezzi di comunicazione hanno riportato l’evento con più di 700 articoli che, sorprendentemente, ne parlavano bene. Quando si parla oggi di famiglia, uno non sa come sarà accolto. Quest’anno, nel 2025, abbiamo organizzato il terzo congresso nella città di Mérida, dove c’è stata una partecipazione in presenza e online di più di 20.000 persone e abbiamo avuto quasi 5 milioni di visualizzazioni per il nostro evento. Al di là dei numeri, quello che ci emozionano, sono le testimonianze dell’esperienza che vivono i partecipanti. Per fare un esempio: “È stata una benedizione per la mia famiglia, un’esperienza spirituale di rinnovamento dello Spirito Santo.” O “Che felicità aver potuto partecipare a un evento così grande! È stata un’esperienza edificante per il mio matrimonio.” E potremmo citare moltissime altre testimonianze simili. Ci siamo resi conto che questo evento, in realtà, se si potesse riassumere in una parola sola, era la speranza. Speranza, quello che aveva generato e quello che era arrivato al cuore dei partecipanti. Perché un congresso? Perché l’esperienza per la famiglia è un’esperienza di accoglienza e di accompagnamento e per i leader sociali è un’opportunità per ritrovarsi e mettere al centro della società e dell’agenda sociale la famiglia come un fattore generativo e come bene comune. È un’opportunità per promuovere agende coordinate da diversi settori ed è una celebrazione della collaborazione tra associazioni, movimenti, leader sociali che rende possibile un’articolazione futura e, quindi, questo progetto si trasforma in qualcosa che ci dà unità e speranza. Cos’è il Congresso Internazionale delle Famiglie? È uno spazio di incontro, di apprendimento e collaborazione intersettoriale e interreligiosa che chiama la società attorno alla famiglia come causa di unità per accompagnarla di fronte alle sue sfide e favorire le condizioni per il suo rafforzamento. Nel corso di un fine settimana si svolgono delle sessioni simultanee. C’è un programma generale rivolto soprattutto a matrimoni, genitori, formatori che si punta a rafforzare il matrimonio e la famiglia a partire dalla comprensione del momento storico che stiamo vivendo e del contributo che la famiglia dà ai suoi membri, offrendo strumenti per aiutare a migliorare le loro funzionalità. Poi c’è il programma Giovani, che contribuisce a rispondere a quesiti fondamentali dei giovani, arricchire il loro progetto di vita e questi due programmi si completano con programmi per adolescenti, il programma per i bambini che, a partire dal gioco, dallo sport e varie attività adatte alla loro età, li aiutano ad allinearsi con questo grande progetto comune che è la famiglia. Inoltre, facciamo anche una Expo Famiglia dove partecipano degli sponsor, delle associazioni civili locali, nazionali e internazionali che offrono prodotti e servizi alle famiglie. Inoltre, abbiamo anche delle sale d’ascolto dove ci si può rivolgere per chiedere orientamento da parte di specialisti gratuitamente, di modo che quello che va aprendosi a partire dalle conferenze, dagli incontri, possa essere poi riportato e presentato a una persona esperta, così da assimilarlo e capire come gestire le proprie sfide. Come si può parlare oggi della famiglia in un mondo così ideologizzato e più preoccupati per i cambiamenti climatici, i problemi ambientali? La famiglia è il nostro habitat naturale e questo messaggio è stato accolto bene ovunque, anche nei mezzi di comunicazione. Forse per questo che siamo stati accolti così bene dai media. La famiglia è la nostra prima comunità di vita, uno spazio di incontro, di sicurezza, di identità e ci sviluppa e ci umanizza come nessun’altra istituzione. E parliamo anche di empatia, quello che chiamiamo realismo con speranza. Non ci sono famiglie perfette, ce ne sono di più o meno funzionali. Qualsiasi famiglia, tutte le famiglie, possono essere migliori. Perché è importante questa realtà nella società messicana? Perché abbiamo tutti bisogno di essere accompagnati e tutti possiamo accompagnare. Possiamo accompagnare non perché o quando siamo migliori, ma perché tutti abbiamo qualcosa da offrire e così come la fede si rafforza donandola, come persone, come coniugi, come famiglie, quando ci doniamo, ci rafforziamo e cresciamo. Evangelizzando, mi evangelizzo, umanizzando, mi umanizzo, insegnando, imparo e ci convertiamo in una speranza per l’altro quando andiamo loro incontro. Rete, famiglia senza uscita, no? Costruiremo un mondo nuovo. Vogliamo elevare la cura, la promozione, il rafforzamento della famiglia a un livello prioritario nelle agende pubbliche e private, nazionale e internazionale per il suo contributo insostituibile alla realizzazione personale dei suoi membri e allo sviluppo delle società. Crediamo fermamente che possiamo cambiare il mondo famiglia per famiglia e, come vediamo in questo schema, tutti abbiamo un ruolo, qualcosa da offrire. La famiglia come habitat naturale è immersa in un ecosistema sociale e i suoi ambiti di vita la aiutano nelle sue funzionalità e nel suo sviluppo. Invito tutti a vedersi al centro come famiglia, però anche a partire dall’ambito della vita, nel suo ruolo, a capire come può contribuire nella comunità, nel mondo del lavoro, nel mondo dell’intrattenimento, nelle chiese, nella funzionalità della famiglia. Tutti possiamo apportare qualcosa. Possiamo certamente cambiare il mondo famiglia per famiglia. Vi ringrazio.

LUCA SOMMACAL

Grazie. Grazie Fernando. Possiamo cambiare il mondo famiglia per famiglia. Questo inizio di cambiamento può voler dire anche cominciare a costruire la pace. La famiglia ha anche questo compito e la testimonianza che ascolteremo è legata a questo aspetto, perché quest’anno è il secondo anno in cui alcune famiglie in Italia si vedono coinvolte nell’accogliere alcuni bambini ucraini per il periodo estivo. Iniziativa che nasce dal cardinale Zuppi. Penso che tutti noi ci ricordiamo quando venne mandato da Papa Francesco a incontrare Zelensky in un tentativo di costruzione di pace. A margine di quell’incontro, un ministro del governo di Zelensky chiese a Zuppi di poter proporre questa iniziativa di accoglienza di bambini ucraini presso famiglie italiane, perché a suo tempo lei stessa era stata una cosiddetta “bambina di Chernobyl”. Ricorderemo tutti quell’esperienza, famiglie italiane che accoglievano bambini che vivevano in quella zona, nella zona di Chernobyl. Avendo vissuto quell’esperienza, lei chiese a Zuppi di poter proporre, in questo percorso di pace, la stessa esperienza che lei da bambina aveva vissuto. Dentro a questo contesto, Monica Serreli e suo marito l’anno scorso hanno accolto due fratelli ucraini. La domanda che mi viene da farti è: perché avete deciso di intraprendere questa esperienza e che frutti ha generato nella vostra famiglia e attorno a voi?

MONICA SERRELI

Grazie della domanda e buonasera a tutti. Io e mio marito viviamo in Abruzzo, abbiamo due figli ormai grandi e l’anno scorso abbiamo deciso di rispondere a questo avviso di cui parlava Luca, in cui veniva richiesta la disponibilità ad ospitare durante il mese di agosto dei ragazzi ucraini. Premetto che io vengo da una famiglia che ha sempre accolto in casa persone bisognose di ogni genere. Questo lo faccio come premessa, perché aver visto e aver vissuto in una casa così mi ha sicuramente aiutata a una disponibilità e a un’apertura grande e, fondamentalmente, mi ha fatto sperimentare quanto sia grande il guadagno nella fatica di accogliere. In casa io ho imparato che si può accogliere gratuitamente e ci si guadagna sempre, anzi, mi verrebbe da dire, attraverso la fatica. Considerando che durante il mese di agosto mio marito Giampiero lavora sempre, le uniche due cose di cui ci siamo preoccupati prima di decidere sono state che i figli fossero d’accordo e che i nostri amici collaborassero a questa avventura. Mi rendo conto che può sembrare semplicistico preoccuparsi solo di questi due aspetti, ma in realtà questo nasce dalla consapevolezza che non si può calcolare tutto quello che accadrà. Un po’ come diceva Paul: “Perché affannarsi tanto quando è così semplice obbedire?” L’accoglienza, in fondo, è senza misura e senza calcoli, infatti è sempre diversa da quello che noi immaginiamo, anzi, è sempre di più di quello che noi immaginiamo. Quindi sono arrivati Ivan e Maria, userò chiaramente due nomi di fantasia per parlarvi di loro. Sono un fratello e una sorella adolescenti provenienti da Kiev ed è stato subito evidente che questi due ragazzi si portavano dietro dei problemi molto grandi, specialmente lei aveva dei segni evidenti sul corpo, uno sguardo molto triste, assente, sempre rivolto verso il basso, era sempre vestita di nero, parlava pochissimo e mangiava ancora meno. Il viaggio di questo periodo in cui sono rimasti con noi è stato molto faticoso, come ogni cosa bella, ma molto gustoso. Abbiamo sicuramente guadagnato di più di quello che abbiamo dato, come dice mio marito. In più abbiamo assistito a un cambiamento che non è stato merito nostro e che si è reso evidente nel comportamento di entrambi, ma soprattutto di Maria nel suo coinvolgimento con noi e con i nostri amici. Vi faccio un esempio. Maria ha fatto per circa tre settimane il bagno nel mare completamente vestita. Io avevo provato a fare delle domande per capire quale era il motivo, ma, siccome le risposte che avevo ottenuto erano piuttosto allarmanti, ho smesso, e non è facile perché io sono una psicologa, quindi l’idea era sempre di capire. Abbiamo deciso di non approfondire perché eravamo consapevoli che non potevamo curare queste ferite così profonde. Però potevamo abbracciarle queste ferite, potevamo voler bene a questi ragazzi per come erano. Così non abbiamo più fatto domande, siamo andati a fare il bagno in un posto dove c’era poca gente che la osservasse. L’ultima settimana, grazie alla compagnia di mio figlio Pietro, di Elena, tanti amici che si sono coinvolti con noi, Maria ha fatto il bagno in costume, ha indossato un vestito con i fiori per la cena dell’ultima sera. Accoglierli, abbracciarli per come sono, ha voluto dire imparare a dialogare con loro, cosa non facile, nonostante la tecnologia, giocare con loro, cucinare qualcosa che gli piacesse. Abbiamo mangiato e cucinato questa zuppa ucraina che si chiama Borsch, che è invernale. Siamo stati a visitare Roma con un caldo infernale perché loro volevano vedere la Torre di Pisa a Roma. Si sono accontentati del Colosseo. Accoglierli ha voluto dire medesimarsi con tanto affetto per comprendere cosa stavano vivendo: il fatto che non vedevano fisicamente il loro papà da 2 anni, che buona parte del loro tempo lo trascorrevano da soli in casa o in giro con degli amici in una città piena di pericoli. Mi ricordo che una delle prime cose di cui sono rimasti stupiti era che da noi, noi abitiamo in un piccolo paese sulla costa adriatica, andare in giro per strada non era pericoloso e, soprattutto, non si vedevano ubriachi in giro, cosa molto usuale invece a Kiev da quello che ci hanno raccontato. Tanti tra i nostri amici, vicini e lontani, si sono coinvolti con noi in questa avventura e hanno dato tempo, attenzione e affetto e per noi è stato importantissimo, innanzitutto perché da soli non si riesce. Mi sembra che anche da molti interventi questo concetto sia evidente. Non si può sostenere la fatica e non si può tenere la speranza da soli. Poi per i ragazzi è stato più importante vedere la nostra amicizia che qualsiasi tentativo di spiegargli perché avevamo accettato di ospitarli. Per concludere in anticipo volevo dire due cose. La prima è che ogni gesto di carità ha un valore eterno e infinito, come quello di cui raccontava Luca. Questo è molto bello perché dà un valore a ogni azione e soprattutto lascia che qualcun altro la compia. La seconda cosa è che questi gesti dilatano la speranza in noi e anche in chi è con noi. Parafrasando il servo di Dio, Don Luigi Giussani, la speranza non può togliere il dolore, ma toglie dalla radice ogni paura.

LUCA SOMMACAL

Grazie. Grazie Monica. Abbiamo ascoltato famiglie, famiglie vive, famiglie che costruiscono la pace, famiglie che danno anche la vita, nel senso che la generano. Oggi parliamo tanto di denatalità. Questo è un altro tema. Parliamo tanto di denatalità. È necessario raccontare il perché valga la pena mettere al mondo dei figli. Oggi sembra scontato, ma scontato non lo è. Basta ascoltare certe interviste che l’anno scorso sono apparse sui giornali di coppie che deliberatamente sostengono di portare avanti una vita insieme senza mettere al mondo figli. Martina, perché invece nel pensare alla forma che avrebbe potuto prendere la vostra famiglia quando vi siete sposati, tu e tuo marito, avete deciso di volere dei figli? Rispetto a questi motivi, che esperienza state facendo con loro oggi nel crescerli? Perché vale la pena oggi mettere al mondo dei figli?

MARTINA BRUSA

Domanda semplice. Buonasera a tutti. Sono Martina, ho 37 anni e vivo e lavoro a Milano. Sono sposata con Matteo da 11 anni e abbiamo quattro figli dai 9 all’anno di età. Ho accettato l’invito di Luca, che con Adriano sono amici e guidano realtà che in questi anni hanno incontrato e hanno intercettato la mia curiosità e mi hanno accompagnato con i loro giudizi e i loro tentativi in alcune sfide che mi sono trovata ad affrontare e che mi stanno a cuore. Quando mi sono sposata, pensando anche a questo incontro, sinceramente non avevo una grande chiarezza di cosa mi sarei aspettata nel futuro di quel rapporto. Avevo grandi aspettative e desideri incerti. Non ho mai desiderato la famiglia numerosa, non ho quella storia. Avevo chiara la strada fatta e la consapevolezza che avevo in quel momento del gesto di grande libertà che mi ha unita al gesto di grande libertà di mio marito e che ci ha reso, dal primo momento, dopo il nostro sì, nel sacramento del matrimonio, una famiglia. Dopo quasi 2 anni è arrivata la grazia della nascita della nostra prima figlia e, oltre al classico scombussolamento generale, è nata in me la consapevolezza di una cosa mia che era nata da una nostra disponibilità, ma che dal primo istante della sua vita non era nelle mie mani, ma allo stesso tempo ne eravamo totalmente responsabili. Una dicotomia che all’inizio mi ha un po’ spiazzata. C’era qualcosa di nuovo, di reale, in carne d’ossa, mia figlia, che aveva avuto la forza di sconvolgere la mia vita al 100%, ma che in fondo non era mia e non potevo fare nulla perché ci fosse in quell’istante. È stata una sfida enorme che, però, ha reso più grande, con più senso, la vita mia, della nostra famiglia. In questi 10 anni la nostra famiglia è cresciuta e, crescendo noi con i nostri figli, ci siamo accorti di quanto non fosse per nulla semplice e scontato. Abbiamo costruito una famiglia numerosa, così credo la si possa considerare nel 2024, ed è stato anche confermato da qualche politico in un contesto avverso, in un sistema fiscale non a misura, in una città non a misura, in contesti di lavoro non a misura. Non è stato semplice economicamente, non è stato semplice nella logistica milanese. Faccio alcuni esempi perché ogni tanto mi rendo conto che forse sono esperienze nuove. Ho dovuto iscrivere un figlio al nido prima ancora che nascesse, inventandomi un nome che ancora non aveva. Ho dovuto iscrivere i figli al centro estivo di luglio a marzo per essere sicura di avere il posto, o mio marito alle 6:30 del mattino fa la fila fuori dal centro sportivo per essere sicura di poter iscrivere un figlio a nuoto. Queste sono le situazioni normali che ci troviamo a vivere nella gestione dei nostri figli. Non è per nulla facile tenere insieme anche la nostra vocazione, i nostri talenti lavorativi in cui entrambi ci sentivamo e ci sentiamo chiamati e, in particolare, io come mamma, e come è stato detto anche prima, mi sento di dover performare in tutto o di dover continuamente vivere su un filo dell’equilibrio molto instabile. Queste fatiche per me sono risultate una sfida. La nostra famiglia non sta in piedi solo come struttura sociale, sarebbe un po’ troppo poco per me, probabilmente sarebbe già caduta, ma come luogo per me di pace, non nel senso di silenzio, ovviamente con quattro figli piccoli che litigano tutto il giorno, ma di un luogo dove è chiara la nostra vocazione e dove faccio ogni giorno un’esperienza concreta di speranza e di senso. Nel mondo, nella vita, nella nostra quotidianità mi è evidente che si fa esperienza di poca speranza. Leggevo su un gruppo di Facebook di Mamme di Milano, un post di una mamma che, in modo anonimo, raccontava del disagio che provava allo scoppiare di una nuova guerra, circa la decisione di mettere al mondo un figlio, chiedendosi che futuro gli poteva garantire. Anche prima si diceva che il futuro non è più quello di una volta. Incuriosita, sono andata a leggere le risposte che mi hanno spiazzato molto più della comprensibile domanda. Le risposte erano tutte di questo tipo: “Non leggere, non informarti, meno sai, meglio stai. Non fidarti di quello che leggi, è tutto esagerato. Sei dalla parte fortunata del mondo, stai serena.” Mi sono quindi domandata che cosa avrei risposto io, che risposta mi davo, perché in un mondo con mancanza di speranza e che, visto l’esempio sopra, soffoca il desiderio di speranza, io desidero cercare e trovare e vivere uno sguardo mio e per i miei figli di speranza. Mi sono accorta che i miei figli, fatti e pensati come un dovere mio, come qualcosa di dovuto, mi incastrano e mi fanno fare una fatica immensa. Mi chiedo anche, senza scandalo, ogni tanto come sarei più libera senza di loro e quindi, invece che arricchirmi, mi inaridiscono. Succede anche a me e succede anche alla nostra famiglia. Poi, perché ci mettiamo a cercarlo, perché accade qualcosa, una vacanza tra amici, un incontro, la domanda di un figlio, una chiacchierata con un collega che vuol capire di più della mia scelta, la malattia del figlio di alcuni amici, accade qualcosa che mi ricentra e mi fa tornare a quello sguardo verso di loro che è uno sguardo verso chi li ha voluti e chi li ha voluti proprio nella mia vita. Noi non facciamo niente di straordinario e loro non sono certo dei bambini straordinari, ma nel loro vediamo e vedo una speranza concreta, quotidiana, fatta di tentativi, di tenerezza, di lotta, di fiducia e loro nella loro quotidianità sono per noi testimoni di questo. Quindi i nostri figli sono occasione di questo e poter fare con loro questa strada è una grazia. Ora iniziano a crescere e iniziano, soprattutto i due più grandi, a fare qualche esperienza che è al di fuori di quanto noi possiamo e vogliamo controllare. Hanno le loro inclinazioni, hanno le loro preferenze e quella responsabilità di cui parlavo inizialmente cambia, non è più un accudimento, un controllo al 100%. Intravedo nel nostro essere genitori l’orizzonte, perché sono ancora piccoli, del far nascere e crescere la loro voce, il loro io. In questi anni si è delineata in me la consapevolezza di quello che spesso Don Giussani dice: “Accompagnarsi al destino.” È una frase che ho sentito tante volte, ma che è diventata più chiara ora nella mia esperienza di famiglia, nei confronti di mio marito e nei confronti dei miei figli. La speranza che io desidero per loro, in un mondo che non posso decidere e governare, e questo è un dato di fatto, è poter far vedere loro uno sguardo che non guarda la realtà con paura, ma con fiducia. Questa fiducia nasce solo se vedono in noi adulti e soprattutto nei loro genitori una certezza che la vita ha un significato, che c’è qualcuno che questa vita ce l’ha donata e ce la dona. Non ho trovato alternative che sono state in grado di stare davanti con speranza alle sfide e circostanze che mi sono trovata a vivere in questi anni. Da ultimo, come è stato anche detto da alcuni relatori precedenti, mi accorgo che per non cadere nella fatica della quotidianità per noi è indispensabile non essere da soli, ma costruire insieme. Noi, nel tempo che abbiamo, ci sentiamo insieme con i nostri amici, con le persone che ci sono vicine e che cerchiamo per stare insieme per cambiare un pezzetto di mondo facendo cose semplicissime, nel contribuire a un’esperienza scolastica per i nostri figli più bella, nel riuscire a fare quello che da soli logisticamente ed economicamente non sarebbe possibile sostenere, nel sostenere realtà che sono una bellezza e una ricchezza nel nostro territorio, nel condividere un pezzo di fatica o una situazione in cui si fatica a vedere bene e aiutandosi a non incastrarsi dentro. Leggevo recentemente una frase su un volantino scritto da alcuni ragazzi universitari sulla situazione della guerra che dice: “Se Cristo è la nostra speranza e il mistero della Chiesa è la continuità di Cristo, allora collaborare a costruire la Chiesa è veramente l’unico modo con cui possiamo pensare con amore al mondo. È l’unico modo con cui possiamo rendere utile la nostra vita al mondo.” Nella mia esperienza, anche la nostra famiglia, con tutte le sfide, le sue fatiche, la sua bellezza, può diventare per noi un luogo in cui si costruisce un mondo nuovo e per tutta l’esperienza fatta finora ne vale la pena e per noi è un privilegio.

LUCA SOMMACAL

Grazie. Grazie Martina, perché ci hai testimoniato cosa vuol dire costruire una famiglia con una prospettiva grande. Farei un ultimo giro di interventi brevissimi, chiedendo a ciascuno: abbiamo ascoltato testimonianze, racconti, giudizi, provocazioni. Quale spunto vi portate a casa da quello che avete ascoltato rispetto al titolo del nostro incontro, anche al titolo di questo Meeting, la famiglia come luogo privilegiato per la costruzione di un mondo nuovo? Quali sono gli spunti che più vi hanno colpito?

S.E. MONS. GIAMPAOLO DIANIN

Sì, proprio una battuta e parto proprio da quello che diceva Martina adesso. Sperare è difficile, farlo ogni giorno, ogni mattina, come capita nella vita di una famiglia, a volte sfianca, a volte viene il fiatone. Allora, matrimonio e famiglia si fondano, non è un contratto così, una specie di do ut des, ma si fondano sulla decisione di donarsi la vita tra un uomo e una donna e di donarla a dei figli. Ora, chi dona la vita non è al sicuro, e questo è avvenuto al primo che noi abbiamo riconosciuto che ha donato la vita, Gesù. Chi dona la vita non è al sicuro, ma è salvo,” Chi vuole salvare la propria vita la perderà” cioè non ha sprecato la vita, non l’ha vivacchiata, ma l’ha vissuta. Credo che nell’avventura della famiglia sperare non vuol dire pensare che tutto avrà un buon esito, ma significa credere che tutto può avere un senso. Penso alle ferite che ci sono nelle famiglie, penso anche a chi ha dei figli difficili. A volte può essere perfino fallimentare l’esperienza della famiglia. Non siamo al sicuro, ma siamo evangelicamente salvi. Essere famiglie vuol dire mettere da parte il mito del rischio zero. George Bernanos diceva che la speranza non è un rischio da correre, ma è il rischio dei rischi. Quindi mi piace essere con i piedi per terra. Sapere che sperare non vuol dire pensare che tutto andrà bene, potrebbe anche andare male o essere comunque difficile, ma vuol dire credere che tutto può avere un senso e un significato.

LUCA SOMMACAL

Grazie. Grazie, Monsignor Dianin. Adriano,

ADRIANO BORDIGNON

Io molto velocemente mi porto a casa dal contributo che hanno portato gli amici due parole. La prima è coraggio, non aver paura, non lasciarsi portare via la speranza e una strada che è quella dell’insieme è risuonata, penso, in tutti gli interventi. Da soli si soffoca, ci si ritrae e sperare lo facciamo malgrado noi stessi, lo facciamo con gli altri, per gli altri e penso che la dimensione dell’insieme sia quella che ci salva, quella dell’amicizia che va custodita tra di noi e per il mondo che ci è stato dato, considerandolo come il miglior tempo che ci è stato affidato. Perché se non consideriamo questo il miglior tempo e i nostri compagni di strada i migliori che il Signore ha pensato per noi, la speranza cominciamo noi stessi a eroderla.

LUCA SOMMACAL

Grazie. Grazie Adriano. Achille.

ACHILLE SPINELLI

Sì, io porto a casa il concetto che fare famiglia è una scelta individuale o di coppia, se vogliamo dirla, ma è soprattutto la scelta di donna e soprattutto io penso che in quella fase, in quelle scelte, debba esserci un aiuto. Guardo dal lato pubblico e quindi mi dico che necessariamente gli amministratori pubblici devono iniziare a pensare a quell’iniziativa e a quella scelta, aiutando già la donna nel momento in cui inizia a pensare a quel concepimento, a guidarla nel percorso nascite, a dare le informazioni giuste quando servono, che purtroppo per esperienza mia personale non sono sempre disponibili e vanno cercate con grande fatica e poi andando a costruire un ecosistema di servizi e di politiche che possono aiutare la famiglia non solo a crescere di numero, ma a essere costruita nel miglior modo possibile. Questo è quello che porto a casa.

LUCA SOMMACAL

Grazie. Grazie Fernando.

FERNANDO MILANES

Se vogliamo rigenerare la speranza con le famiglie, dobbiamo restituire la speranza alle famiglie stesse ed è a partire da iniziative come queste, del lavoro di tanti fronti, di tante associazioni, di leader, di madri, di famiglie che accolgono. Questo incontro, questa atmosfera che ho vissuto da ieri pomeriggio, quando sono arrivato qua, mi emoziona trovarsi con altre famiglie, emoziona. Questo mi porto e bisogna mostrare al mondo la bellezza della famiglia e anche questo ci riporterà alla speranza.

LUCA SOMMACAL

Grazie, Monica.

MONICA SERRELI

Allora, sicuramente quello che io porto è quella dimensione che stava venendo fuori, la dimensione del rapporto, dell’amicizia e della condivisione, perché, per esperienza che ho fatto nella mia famiglia di origine e dopo, non è proprio possibile. Ci vuole sicuramente tutto il sostegno delle istituzioni, come diceva l’assessore, fondamentale, anzi, però ci vuole quella rete lì, quel rapporto e quell’amicizia, quegli spazi, perché sennò la passione per l’uomo e il sostegno della speranza è difficile, è impossibile.

LUCA SOMMACAL

Grazie. Grazie Martina.

MARTINA BRUSA

Io ringrazio tutti i relatori, in particolare Monsignor Dianin, perché mi sembra, quando ho sentito le sue parole, che abbia, con chiarezza, investito la famiglia di un compito che mi è sembrato interessante, con cui forse non avevo mai guardato la mia famiglia. Intendo la possibilità che le famiglie siano uno strumento per portare speranza in questo mondo e con fiducia a guardare a quello che è il futuro, anche se diverso da quello di una volta.

LUCASOMMACAL

Grazie. Grazie. Allora, io ringrazio di cuore i nostri ospiti e tutti voi per l’attenzione. Davvero dalla famiglia può rinascere la speranza. Una speranza che può assumere, come ci ricordava Monsignor Dianin, una funzione rivoluzionaria e ce lo ha testimoniato chi è intervenuto. La famiglia può essere il propulsore di un cambiamento profondo e radicale per la persona e per la società e ciò può accadere con maggiore efficacia, accompagnandosi, creando reti, non stando da soli. È un cambiamento per la persona, perché la famiglia è il primo luogo in cui ciascuno vive l’esperienza di essere amato, che sia un figlio o un ragazzo ospitato per il periodo estivo. Ce lo ha ricordato Papa Leone XIV dicendo questo: “Tutti noi viviamo grazie a una relazione, a un legame libero e liberante di umanità e di cura vicendevole”, come ci ricordavano prima i nostri relatori. Ed è un cambiamento per la società, “se ci amiamo così”, ricordava sempre il Santo Padre, “sul fondamento di Cristo, saremo segno di pace per tutti nella società e nel mondo e non dimentichiamo, dalle famiglie viene generato il futuro dei popoli.” Grazie ancora a tutti. Prima di lasciarci, però, devo leggervi un avviso importante. Ognuno di noi può dare un contributo decisivo al Meeting. Ogni dono è un mattone nuovo per continuare a costruire insieme luoghi di incontro, bellezza e di speranza. Lungo tutta la fiera si possono trovare delle postazioni “dona ora” caratterizzate da un cuore rosso e vi ricordiamo che la Fondazione Meeting è un ente del terzo settore, pertanto chi sosterrà il Meeting potrà usufruire dei benefici fiscali al momento della dichiarazione dei redditi. Buona serata a tutti, grazie ancora per l’attenzione e arrivederci, a presto.