I RISCHI EDUCATIVI

Eugenia Carfora, preside istituto Morano al Parco Verde, Caivano (Napoli); Paolo Valentini, coordinatore didattico licei Fondazione Karis, Rimini. Dialogo con Franco Nembrini, docente, saggista e pedagogista.

Due dirigenti che, pur operando in contesti molto differenti, non chiudono gli occhi davanti alla debolezza dei ragazzi e sono capaci di riaccendere il loro interesse per ciò che studiano e la vita che li attende.

Guarda l’incontro

 

ANNA LEONARDI

Buon pomeriggio a tutti. Iniziamo questo incontro del pomeriggio. Abbiamo scelto come titolo i rischi educativi, perché educare non può mai essere ridotto a formule, come vedremo in questo dialogo, ma è sempre un cammino, un incontro fra due libertà e per questo educare è sempre un profondo atto di fiducia. Abbiamo invitato dei dirigenti scolastici e una insegnante in pensione, che pur venendo da contesti diversissimi hanno puntato tutto su questa possibilità di incontro che è l’unica che è capace di far crescere e di rendere desiderabile il crescere. Ve li presento: Eugenia Carfora, dirigente dell’Istituto Morano a Caivano Napoli, situato nel parco verde, un contesto ad alto rischio tra degrado, spaccio, criminalità e dispersione scolastica. Lei nel 2018, quando è arrivata, aveva 719 iscritti, ma solo 380 entravano a scuola. Lei è riuscita a far ritornare in classe a costo di andare a citofonare nelle case e tirarli giù dal letto, letteralmente. Oggi gli 800 iscritti frequentano quasi tutti ed è stata definita preside coraggio. Io non so se è una definizione che le piace, però di coraggio ne ha, soprattutto per la fiducia con cui guarda le cose. Lei in un’intervista alla Rai aveva detto che quando guarda i casermoni del Parco Verde, nel loro degrado, dietro a quelle finestre rattoppate coi cellofan, lei non vede solo il degrado, ma lei vede dei volti e sono i volti dei suoi studenti. Poi abbiamo Paolo Valentini che è coordinatore didattico dei licei e rettore delle scuole Caris di Rimini. È nata come scuola materna nel 1974 in un appartamento privato per iniziativa di un gruppo di famiglie. Poi negli anni l’offerta formativa è esplosa: sono nate le elementari, le scuole medie, i licei. L’ultimo neonato è il liceo linguistico. Oggi conta 1300 iscritti, alunni ed è in questi 50 anni di vita è diventata un punto di riferimento per il territorio. Poi abbiamo Franco Nembrini, ti presento per gentilezza, insegnante in pensione, ha dato vita all’Istituto La Traccia in provincia di Bergamo. È scrittore, è un profondo conoscitore e un appassionato divulgatore di Dante e ha questo dono di trasformare la letteratura in vita. Comunque lui prima, è vero, prima tra i banchi di scuola e poi rivolgendosi a un pubblico, quello della televisione, della rete, dei lettori dei suoi libri, ha continuato la sua missione educativa sempre non intesa come un riempire, ma sempre come un risvegliare, rendere coscienti di sé, del mondo e del proprio destino. Adesso io cedo la parola a lui perché sarà lui che terrà le redini di questa chiacchierata. Io resto qui per tenervi a bada perché non siete da meno dei vostri studenti.

FRANCO NEMBRINI

Grazie, gentilissima. Abbiamo poco tempo e tante cose da ascoltare dai due relatori. Io farò qualche domanda con una premessa che è questa. Ho accettato con entusiasmo l’idea di questo incontro, di partecipare, perché sento l’urgenza di cosa hai detto prima: risvegliare la coscienza di questo povero paese conciato da sbatter via. Risvegliare la coscienza del paese e quindi la nostra prima di tutto rispetto a quella che definiamo emergenza educativa, perché se ne parla poco. Se n’è parlato tanto, oggi se ne parla poco. Sembra che i problemi siano sempre altri e invece il paese sta affondando per il fallimento o le fatiche di un sistema educativo che non trova una strada. Non trova una strada perché troppi adulti, credo, non hanno speranza sufficiente da comunicare ai propri figli e ai propri ragazzi, a una generazione di giovani. Se siamo qui è per provare a dire almeno a voi e speriamo poi che la cosa sia contagiosa e si diffonda, che la prima responsabilità di un paese, degli adulti di un paese, a partire dai politici, dei cardinali, dei preti, degli insegnanti, dal sistema scolastico, da ogni famiglia, l’emergenza di questo paese è che gli adulti ritrovino l’entusiasmo, ritrovino l’entusiasmo educativo, la voglia di avere qualcosa di grande da dare ai propri figli. Loro due sono i testimoni che abbiamo chiamato a raccontare che questa cosa, nonostante il contesto sia così difficile, è possibile. È possibile? Certo, bisogna averci un po’ di coraggio, preside coraggio. Allora, la prima domanda che voglio fare è questa: chi ve lo fa fare di fare un mestiere? tralascio i neologismi. Chi ve lo fa fare di fare un mestiere così impossibile? Perché sembra che tutto remi contro: lo stipendio, il riconoscimento del valore sociale di quello che fate tendente a zero, la fatica di un dialogo che pare diventato impossibile con le famiglie, a volte anche col territorio, come nel caso di Eugenia. Insomma, perché uno dovrebbe cimentarsi oggi con un lavoro così? Quello addirittura di dirigere a volte centinaia di colleghi, di insegnanti in un compito così delicato e verrebbe da dire disperato. Chi ve lo fa fare? E con quali risultati? Se avete episodi concreti da raccontare, meglio ancora. Vai tu, Pavel. Lo chiamo Pavel perché è un amico di antichissima data.

PAOLO VALENTINI

Allora, grazie intanto dell’invito, di questa possibilità di riguardare un’esperienza che è un’esperienza ormai di qualche anno ma vivissima. Infatti per rispondere a questa domanda devo rispondere al presente. Io ho iniziato a fare il preside, vabbè, devo essere onesto, perché me l’hanno chiesto, ok? Me l’hanno chiesto, non ho fatto concorsi, ne parlavamo con Eugenia prima e nella scuola paritaria c’è questo vantaggio, se lo possiamo chiamare così, ma me l’hanno chiesto e quando me l’hanno chiesto ho dovuto ridomandarmi perché io ero a scuola, che cosa stavo facendo, perché stavo insegnando, perché mi si proponeva un modo diverso di stare in rapporto coi ragazzi, con gli insegnanti, con la scuola che avevo frequentato alle superiori e cui ero tornato a lavorare da qualche anno. La risposta è stata semplice. Io accetto di aiutare questa scuola a crescere se e solo se questa è la possibilità di andare a scoprire, a capire ancora meglio qual è il segreto che sta dietro quei volti di quei maestri, uno è qui presente, ma per fortuna ne ho avuti molti nella vita, che ho scoperto, riguardando la mia esperienza, quel segreto che c’era nei volti e nell’esperienza di persone che mi hanno voluto bene e mi hanno aiutato al punto che ho deciso di fare dell’educazione anche un mestiere, anche il mio lavoro e proprio per questo, perché ho scoperto su di me una, come dire?.. ero pieno di gratitudine e riguardando la vita, come spesso succede quando ci sono gli snodi, quando nascono i figli, quando ci si sposa, ci si riguarda un po’ tutto e mi sono accorto che le persone più importanti della mia vita, a partire dai miei genitori, erano grandi educatori, sono stati grandi educatori. Vi racconto solo questo, velocissimo. La mia scuola, come è stato detto, è stata fondata da un gruppo di genitori, 11 bambini, una mezza stanza. Noi a Rimini siamo abituati a ospitare e stringerci un po’ in famiglia per fare spazio ai turisti. In quel caso lo spazio era per 11 bambini che cominciavano l’asilo, un po’ di sabbia nel giardino ed è partito l’asilo nel 1974 e quindi da più di 50 anni. Dopo pochi anni questa scuola incontra e nasce il rapporto con due persone, due fratelli, Don Giancarlo Ugolini e Lella Ugolini. Don Giancarlo io l’ho conosciuto a scuola come professore di religione al liceo ed è nato un rapporto esclusivo per quanto io percepivo, cioè questa persona per me c’era, c’era e mi dava del tempo. Aveva molti più anni di me. Le mie domande erano le domande di un ragazzo di 16 anni e lui mi ascoltava, mi faceva capire le cose, mi diceva quello che potevo capire in quel momento. Quando è morto nel 2009 e sono andato al suo funerale e ho avuto l’onore di portare il suo corpo insieme ad altri amici. Mi sono girato e un po’ come adesso ho visto una folla molto più di questa e ho avuto un contraccolpo perché ho detto “Ma io ho conosciuto questa persona e con questa persona sento di aver avuto un rapporto personale”. Prima ho usato la parola esclusivo, ma nel senso per me. Invece questa persona è stata padre di migliaia, migliaia di persone. Io questo segreto mi interessa e in quel momento lì mi si è offerta la possibilità di provare non solo a giocarmela con 100 studenti all’anno, le mie classi dove insegnavo italiano, latino, storia, geografia, ma anche con i docenti di una scuola che adesso ha migliaia di studenti, quindi 120-130 insegnanti. Questo voleva dire portarla a un livello diverso. Quindi io perché lo faccio? Per questo motivo. Ancora oggi ho capito tante più cose, ma mi accorgo che le sfide della realtà sono continuamente nuove. Cosa riusciamo a ottenere? Che frutti vediamo? Dopo magari lo raccontiamo meglio con altre immagini, ma quello che io vedo è un gruppo di insegnanti che sta cominciando e che continua e riscopre ogni giorno cosa vuol dire farsi compagnia, cioè che non si può educare da soli e questo sta facendo nascere dentro la scuola, sta continuando a far crescere dei ragazzi, dopo magari racconto meglio, che davvero possono entrare in questo mondo, non in un mondo astratto e lo fanno a testa alta.

FRANCO NEMBRINI

Grazie Pavel. Eugenia, in un contesto difficile come la Napoli che conosci bene, cosa vuol dire fare il preside? Provare a fare qualcosa come quello che ha descritto lui, questo rapporto educativo, attenti ai ragazzi, rispondendo ai loro bisogni, perché anche la dirigenza nel nostro sistema scolastico qualche difettuccio ce l’ha. Ti dico per esperienza e sto parlando di Bergamo. A un certo punto ero così in difficoltà coi presidi in questo tentativo di vivere così la scuola che mi mettevano continuamente i bastoni tra le ruote. Ho scelto addirittura il trasferimento dal paesello dove vivo e dove insegnavo. Pavel l’ha vista a casa mia. Uscivo di casa, traversavo sulle strisce e c’era il cancello della scuola. Ho chiesto il trasferimento a Bergamo, che voleva dire un’ora di macchina andare, un’ora a tornare per il preside che c’era in questo istituto magistrale. Il presidente dell’Azione Cattolica, il compianto Luigi Roffia, lo avevo conosciuto a scuola perché l’avevo visto fuori dai cancelli di un istituto magistrale di più di 1000 studenti. Le mattine alle 7:00 la scuola cominciava alle 8:00, lui era lì, guardava le ragazze perché erano quasi tutte femmine, essendo un istituto magistrale, le guardava, le osservava entrare e aveva una parola per tutti. Maria, il papà come sta? Giovanna, hai risolto quel problema? Ti aspettavo ieri in ufficio, non sei venuta, perché? uno a uno! Io sono. Ho chiesto per poter costruire con un preside così, solo che ne ho conosciuti due o tre così. Si può essere così anche in una situazione ancora più difficile come la tua. Tu come fai?

EUGENIA CARFORA

Intanto ti devo rimproverare perché io non sarei andata mai via. Io avrei detto all’altro preside: datti una mossa.

FRANCO NEMBRINI

Accuso il colpo. Accuso il colpo.

EUGENIA CARFORA

Scappa. Non si scappa mai dalla difficoltà. La difficoltà va affrontata.

FRANCO NEMBRINI

Vabbè, ciao.

EUGENIA CARFORA

Guarda che nulla è così semplice. Tutto quello che ci si presenta davanti agli occhi a volte presenta dei problemi. Volevo valorizzare te un po’. Allora, io credo che chi entra a scuola e chi la frequenta con gioia e chi la vive con la prospettiva di dare gioia anche agli altri non se ne va più. Per cui io sono stata fortunata e i miei genitori mi hanno consentito di andare a scuola e sono ancora qui. Credo che il preside, tutti quanti dovremmo anche pensare chi è che può fare il preside: solo chi è stato insegnante. E questa la dice lunga. Per cui non esiste il preside, quello coraggioso o quello super. Esiste quello che tu hai metabolizzato e lo puoi rendere agli altri facendo capire che a scuola si diventa felici e liberi. Io a scuola sono andata contenta e non me ne voglio andare più e ti faccio anche un altro rimprovero, ha detto la presentatrice che lui è in pensione. Questa è un’altra cosa sbagliata. Perché un educatore non va mai in pensione.

FRANCO NEMBRINI

Qui ci sono.

EUGENIA CARFORA

Grazie a Dio. Perché tu devi essere un facilitatore. Tu sei una cosa preziosa. Quello che sei tu, il giovane insegnante non l’ha ancora percepito e tu vuoi essere un tutor, quindi noi della scuola dovremmo morire a scuola. Questo è quello che io vorrei fare. Anche tu. È stato per scherzo che ho fatto il concorso. Mi ha spinto il mio provveditore perché mi occupavo degli immigrati della dispersione scolastica. Ero comandato presso un ufficio e mi disse: “Guarda, tu la devi fare questa richiesta perché io ti vedo tosta, ma puoi portare anche tanto brio”. Per gioco feci questo concorso e mi ritrovai, insomma, tra quelli che potevano aspirare a dirigere una scuola. Sono allergica a quelli che dicono che non si può fare o a quelli che si lamentano sempre e quelli che fanno più progetti in modo numeroso rispetto al numero degli studenti. Io mi occupavo di progettazione e quando vedevo la prof era intimidita perché doveva far arrivare il progetto a scuola. Quando poi io parlavo con la prof diceva: i miei ragazzi mi hanno detto “Professoressa, quando mi hai spiegato la storia perché non l’ho capita” e lei mi disse: “Non ho più tempo”. Dissi: “Forse è il caso che io vada un attimo lì”. Mio marito mi conosce, sono una combattente e non guardo spesso al pericolo. Disse: “Cosa sceglierai?”. Dissi: “una scuola”. Mi ero informata che c’erano delle scuole molto ambite. Il centro, io vado da una città all’altra e dice mio marito: “Chissà questa dove va”. C’era una scuola che tutti evitavano, ma mi ero già informata ed era una scuola del primo ciclo. Arrivo e non trovo la scuola, ovvero la trovo bellissima, enorme, materassi, tutto quello che era il disordine, il caos era lì. Mi disse una donnina: “Ma tu chi sei? Sei una insegnante che deve venire qua? E che, perché te lo dovevo dire a te? No, perché se hai bisogno rivolgiti a mio fratello”. Dissi: “Proprio perché mi devo rivolgere a tuo fratello, non ti dico che cosa devo fare”. Poi la storia è andata come è andata e ho scelto una scuola un poco sgarrupata, però bella. Ho scelto quel luogo perché non è che mi piacciono le sfide, perché la scuola è già bella, anche se a volte è sgarrupata. L’ho presa e ho dovuto alzare un po’ la camicia e portare ordine. Quindi i primi tempi tutti mi hanno accettato perché facevo le pulizie, ma mentre facevo le pulizie vedevo gli altri perché non l’avevano fatto prima. Dopo aver messo per anni un po’ di sacrifici a mettere un pochino in luce la bellezza della scuola, mi resi conto che quello non era il problema. Il problema era quelli che non venivano a scuola. Allora dico: “Perché non vengono a scuola?”. E ricordo con lucidità quando i prof mi dissero, era un sabato, perché io dico a tutti non bisogna chiudere il sabato a scuola. Non lo proponete. Non fate 6 ore al giorno e matematica dalle 13 alle 14 quando i ragazzi non capiscono niente per avere il sabato libero. Il sabato deve essere libero al centro di Milano perché c’è l’altra persona che si prende cura. Non ho mai chiuso e mi disse “Voi da qui non vi muovete”. Dice: “Questa è matta”. Scendo per i viali di Parco Verde e una signora, la mamma di Doriana mi disse: “Preside, ma che ci fate qua? Venite a prendervi il caffè”. Dico: “Ma tua figlia non è venuta a scuola”, “e quella non si è voluta svegliare”, “apri un po. salgo sopra”. E di lì, nelle palazzine tutti volevano offrire il caffè alla preside. Quel caffè non me l’ha mai offerto un colletto bianco, quindi io sono dalla parte di chi non ha gli strumenti per pensare. E allora ho portato negli anni tanti ragazzi nella scuola. Di questo non mi vergogno, lo rifarei, lo dobbiamo rifare tutti insieme perché i ragazzi hanno bisogno degli esempi. Io non volevo essere un esempio, volevo risolvere il problema. Che altra domanda mi hai fatto? La mia esperienza? Spero di essere stata sintetica,

FRANCO NEMBRINI

Più chiara di così si muore.

ANNA LEONARDI

Scusa Franco, scusa. Volevo dire che l’incontro è possibile seguirlo anche in hall Sud. Se nelle retrovie non sentite bene, potete andare in hall Sud.

FRANCO NEMBRINI

No, dicevo che mi colpisce molto perché in questi giorni, ve ne accorgerete, ci sono temi importantissimi che il Meeting sta affrontando. Pensavo tra me stamattina quando preparavamo l’incontro alle situazioni che ho incontrato ieri, in particolare i miei amici ucraini che hanno una mostra qui sulla guerra, sulle sofferenze, il problema della pace, il problema di dare il proprio contributo a questo mondo che sta andando a rotoli. Quel che dici mi conferma in una intuizione che fin da ragazzo, andando dietro al nostro maestro Don Luigi Giussani, è che la pace è sì un problema politico e della politica, ma la pace o ce l’hai tu o non la porterai a nessuno, o la vivi o non la vivi. Il tuo contributo alla pace nel mondo è la pace che vivi tu nelle cose che fai. A me impressiona che tu abbia il coraggio di parlare di felicità in un posto dove accadono situazioni di questo tipo. Dico anche che la situazione che vive Pavel, piuttosto di quella che vivo io a Bergamo o a Milano, alla fine, alla radice è la stessa. Abbiamo una generazione che fa fatica a essere in pace, a volersi bene, a raggiungere o a cercare di raggiungere quella felicità a cui pure si sentirebbe destinata. Cosa facciamo? L’esperienza vostra nel contribuire alla pace nella classe, nei rapporti, nella convivenza tra docenti, nel rapporto con le famiglie. Qui sta scoppiando una guerra tra classe docente e famiglie; gli episodi si moltiplicano, avete presente tutti, no? Insegnanti che assaltano i genitori, genitori che assaltano gli insegnanti. Cosa si può fare per ricominciare da una pace vera lì nella scuola che dovrebbe essere deputata a questo lavoro? Pavel, ci provi, si capisce? Non abbiamo concordato proprio tutto

PAOLO VALENTINI.

Si è capito benissimo. La prima immagine che mi viene in mente rispetto a questo è dei momenti di lavoro settimanali con le persone con cui condivido una responsabilità a scuola. Perché dico questo? Perché quella pace che uno può provare a portare personalmente, costruire faticosamente ogni giorno, la mia esperienza è quella che io ho bisogno costantemente degli occhi di chi con me sta portando la stessa.., guarda le stesse cose tutti i giorni e del tempo per poterla, per poter vedere quel che accade, per poterlo giudicare, per questo mi vengono in mente i momenti in cui noi ci vediamo a pranzo, perché a Rimini è così, ci vediamo a pranzo e la prima parte delle nostre riunioni è sempre raccontarci cosa sta succedendo. Cosa è successo quella mattina entrando a scuola? Io, una delle prime cose, non ho girato per i viali di Rimini. I ragazzi erano in classe, ma alcuni arrivavano tardi, soprattutto chi abita più vicino, come sempre. Mi ero accorto c’erano tante burocrazie, sono minorenni, dovrebbero entrare accompagnati se la giustificazione, il pezzo di carta, il registro online. Insomma abbiamo scelto questa cosa che inizialmente io li accompagnavo in classe, li aspettavo, i ritardatari e li accompagnava in classe uno a uno. Nell’arco di 6 mesi alcuni arrivavano tardi pur di fare questa cosa. Succedeva che parlavamo. Cosa è successo? Adesso mi colpisce perché passati ormai quasi 10 anni lo faccio ancora con l’aiuto di alcuni collaboratori, ma mi rendo conto che un po’ è cambiato il mio modo di accompagnare i ragazzi in classe perché mi accorgo che, piuttosto che rimproverarli o indagare, io li rincuoro. Quello che mi trovo a fare ogni mattina è provare a dire a loro: “Guarda che ce la possiamo fare, guarda che ne vale la pena, guarda che qualcuno ti aspetta”, che non è una cosa che toglie il dramma del ritardo, perché ci sono sempre lì io, perché la condotta, perché… quindi, il lavoro coi miei colleghi, questo fatto di tutti i giorni provare a cogliere e ad ascoltare e a stare a vedere che cosa accade coi ragazzi è fondamentale. Racconto una terza istantanea. Ho in mente, ci raccontavamo prima, da dopo il Covid, da 5 anni a questa parte, sicuramente si è fatta largo una fatica a scuola, un elemento che prima non era così predominante: i ragazzi che stanno male, male in tutte le .. dal malessere fisico a.. Io passo parte del mio tempo a dialogare con loro fuori dalla classe, andare a capire cosa succede. I professori stessi, le segretarie. Questa è una cosa che mi colpisce perché è una domanda che uno di fronte a questo, cosa…, non so come dire, che cosa ci chiede? E anche qui quello che mi è venuto spontaneo fare, ho ragazzi che stanno a casa e non stanno a casa perché magari vanno a lavorare, ma stanno a casa perché non riescono ad alzarsi dal letto e mi è venuto spontaneo chiamare i miei amici a Bergamo, a Milano, a Roma, a Bologna per chiedergli: “Ma voi come fate?”. Abbiamo cominciato e ci aiutiamo spesso nel provare a capire come rispondere, a come far fronte a una questione che ti atterrirebbe perché ti toglie il terreno sotto i piedi e questo è un altro elemento. L’ultimo che racconto sono vari flash, ma i puntini li lascio unire a voi. Assemblea finale di scuola: in questo contesto dove i ragazzi fanno fatica, dove lo studio è una cosa sempre più difficile, noi abbiamo tre momenti nell’anno nelle scuole superiori in cui tutti e tre i licei ci troviamo insieme seduti. Io mi metto di fianco ai rappresentanti dell’istituto, due per ogni istituto, sei ragazzi, microfono aperto, assemblea, com’è andata? Prima all’inizio dell’anno facciamo una proposta, a metà anno verifichiamo come sono andati e alla fine dell’anno raccogliamo. Quello che a me colpisce ogni anno è sentire prima di tutto l’ordine e le domande e le questioni che vengono fuori e seconda cosa vedere questa comunità di persone che fa dei passi, che cammina, che si racconta il passo raggiunto durante l’anno, magari piccolo, magari che è stata la scoperta che studiare con un compagno è stato la rivoluzione.

FRANCO NEMBRINI

Grazie Pavel, questo mi fa venire in mente una considerazione che ho fatto proprio in una comunità di universitari recentemente. Ho incontrato 500 universitari in una vacanza e per la prima volta la domanda che mi hanno fatto è stata formulata così in modo esplicito: “Il problema che abbiamo è che siamo tutti convinti di non valere niente”, che credo sia un po’ la formula che fotografa un problema grave educativo, grave nelle famiglie e nella scuola. Se tu hai di fronte ai ragazzi che magari poi reagiscono in un certo modo e borderline con atteggiamenti, col bullismo, con le crisi depressive, con gli psicofarmaci, se abbiamo di fronte una generazione di ragazzi così in difficoltà a dare un giudizio positivo, a stimarsi, a volersi bene, da dove si può partire? Ti formulo addirittura, perché il tempo è breve, ti formulo addirittura la domanda da preside: come fai tu a far capire, a insegnare ai docenti, a tener conto di questi ragazzi fatti così, che vivono questa difficoltà? Come aiuti i tuoi insegnanti, insomma, a essere insegnanti veramente educatori, come dicevi prima?

EUGENIA CARFORA

Un luogo di scuola non deve insegnare niente, quindi certi luoghi, certi contesti vanno scelti e non utilizzati. Esserci la mattina in modo disponibile e felice rispetto agli sguardi che incroci è fondamentale. Non puoi dire ad un insegnante cosa deve fare. L’insegnante deve realizzare una sorta di riflessione su quello che vuole. Quando mi arrivano i docenti, specie quelli nuovi io dico due cose… fino adesso guardo quanto ho sofferto, perché i miei ragazzi non hanno mai visto uno stesso docente nel quinquennio, mai! Cambiano sempre perché noi lo sappiamo, gli insegnanti da questo punto di vista sono fortunati. Anche ogni anno possono cambiare scuola, e a me capita! Il ragazzo percepisce, registra, che è utilizzato per quei punti che lo portano a casa sua e no, per me la scuola non è questa…. Però… io devo cambiare l’anno e dico a loro: “dimentica tutto quello che sta fuori, mettici il cuore, fatti coinvolgere, ma non farti mai travolgere, spegni il telefonino, e ascolta. Quello che dorme non darci solo la carezza, devi scuotere, perché a scuola non si deve dormire…” cioè esserci da questo punto di vista, prima di tutto abbatte le barriere tra preside e professore. Noi siamo una famiglia a scuola e questa famiglia la dobbiamo far percepire anche all’altra famiglia. L’altra famiglia consente a te di avere lo stipendio perché ti ha dato suo figlio, non è importante se lui lo vuole fare, sei tu che devi trovare le soluzioni e un’altra cosa è quella di esserci con la testa e ripeto, con il cuore, ma anche con la capacità di dire no e di aiutarli a sfuggire dalle scorciatoie perché molte volte sono gli educatori che devono finire presto e devono guardare l’orologio prima che la campanella suoni. Tutti questi elementi, io dico che poi vengono tradotti “tu non vali niente”. Ma chi ve l’ha detto che non vali niente? Voi vi dovete far sentire, dobbiamo far rumore, discutendo, con il senso civico. Io ci vado prima a scuola, perché mi piace guardarli negli occhi la mattina, quello il mio momento, perché quando vai nella stanzetta devi guardare le carte. E invece uscendo sul marciapiede, andando nel bar, dicendo “ciao preside”, dicendo “che hai fatto ieri sera?” e toccandoli, tu capisci tante cose, quando il professore arriva, “quello non vuole fare niente”, quello ha fatto questo, ma qualcosa ha fatto per i ragazzi, si ha detto che era stanco, allora tu racconti che cos’è la stanchezza e quando ti puoi permettere di recuperarla, sennò è inutile che stiamo lì a giudicare, perché sennò questi ragazzi a scuola non ci vengono proprio e i professori se ne vanno. Quello alla fine è un lavoro e per me questo non è un lavoro, questo è un servizio affinché la comunità si possa sentire tale che noi siamo i migliori, chi lavora a scuola è qualcosa di speciale, però deve farla sentire questa cosa speciale anche ai ragazzi e per farla sentire la deve guardare negli occhi e non deve guardare l’altro che cosa fa, non deve guardare l’altro che cosa dice per risolvere il problema, io credo che la passione, il senso della responsabilità, ma anche l’umorismo, perché il docente deve avere un grande umorismo, ci deve giocare sulle cose e io credo che i 500 che hanno incontrato Franco non dovranno mai dire quello che hanno detto, perché è grave quello che dicono. Forse non hanno mai affrontato la verità. Quello che uno vuole fare dentro, non c’è nessuno che ti dice non lo devi fare, a me non dicono che devo andare fuori a prendere i ragazzi, è una cosa che sento, se tu la senti, la trasmetti e contamini, io non ho mai messo le tende davanti alla mia finestra, perché volevo aprire la finestra, perché volevo aprire la finestra, perché i genitori devono essere contaminati, quindi io la metto la musica la mattina, svegliarsi con la musica è una cosa meravigliosa…. Quando sono arrivai i blitz in quella realtà io ho aumentato il volume e ho detto, fa rumore e questo concerto farà in modo che quel blitz non si farà quando i ragazzi entrano a scuola, perché non ce ne sarà più bisogno. Quindi dobbiamo esserci, dobbiamo sentire le cose, non lo può fare solo il preside, non lo può fare solo il professore, è insieme e poi agli educatori che poi dicono che si va in pensione… io non andrò mai in pensione, perché avrò sempre qualcosa da fare, perché quel ragazzo porta in sé il mio esempio, l’attenzione a dare l’esempio, non desideriamo da ragazzi quello che invece noi facciamo. Il telefonino lo dobbiamo spegnere prima noi e poi i ragazzi. La stanchezza la dobbiamo condividere, il discorso sull’attualità deve avere un senso, noi dobbiamo essere visionari, dobbiamo avere visione, noi guardiamo lungo, loro si affidano a te, con la fiducia che diamo ogni giorno possiamo cambiare le cose. Io non dico che le ho cambiate, io ho seminato, ho messo una traccia, poi quello che verrà dopo sarà ancora più bravo di me. Io dico che ogni attimo della nostra vita è proprio qualcosa di prezioso, non perdetevi un attimo dei ragazzi e delle cose che fate pensateci cento volte.

FRANCO NEMBRINI

Grazie. Questa immagine di una preside che sostituisce un concerto, la musica, al rumore degli elicotteri della polizia o dei carabinieri, mi sembra veramente di una novità straordinaria. Spesso la scuola tante volte crede di educare intervenendo quando il peggio è già irrimediabile, cioè punendo, scacciando. Racconto un episodio che mi è carissimo di un amico prete che insegna religione a Roma che a un certo punto è successo un episodio abbastanza grave e l’istituzione scolastica per la gravità di questo comportamento di questo ragazzo ne ha proposto l’espulsione. Ma io qualsiasi cosa faccia un ragazzo non riesco a pensare all’espulsione dal sistema. Allora, insieme con questo prete si è preso questo ragazzo, si è fatto un dialogo con lui e ne è venuta una storia di amicizia straordinaria, tanto che lo stesso ragazzo che avrebbe dovuto essere cacciato dalla scuola non solo è rimasto, ma è uscito a pieni voti lui e i tre o quattro della banda di cui faceva parte, perché quando un adulto c’è, qualcosa accade. Domanda a Pavel, stavolta parti tu.. Nella tua esperienza, quali sono le caratteristiche di un buon insegnante? Cos’è che fa di uno un insegnante? Te lo chiedo anche perché molti universitari vengono da me e mi chiedono: “Vorrei fare l’insegnante, cosa dici?”. Cosa guarderesti tu di un amico più giovane o di un’amica che facendo l’università ti chiede: “Vorrei fare l’insegnante, cosa dici?”. Per non dire la risposta che diedero i miei figli un giorno quando mi dissero: “Papà, sei stato coraggioso perché facendo quattro figli hai fatto il voto di povertà, facendo l’insegnante hai fatto il voto di miseria”, ma era un eccesso di umorismo da parte di figli contenti e spiritosi. Cosa chiediamo a questi ragazzi che volessero cimentarsi col compito educativo? Lo chiedo anche a te.

PAOLO VALENTINI

Eugenia mi sembra che abbia già dipinto alcune cose di quello che ha detto prima. Ha detto che bisogna imparare e questa cosa è verissima, perché la passione, uno insegna, gli insegnanti che incontro, i migliori insegnanti che incontro sono insegnanti che hanno una passione enorme per la loro disciplina che invece che diminuire cresce negli anni, ma cresce perché insegnando e quindi continuando a manipolare questa realtà che conosci, che ti appassiona dall’origine, la vedi rinascere nei volti di questi ragazzi. A me quello che dico sempre facendo letteratura ogni anno che si inizia un programma nuovo è che quei ragazzi avranno la possibilità di dire di quei testi, e lo dico perché è il mio ambito, quello che nessuno ha mai detto. Cioè, come reagirà la letteratura che faranno, i testi che faranno con loro, sarà una cosa unica. E questo aspetto qui, se l’insegnante, nella passione che ha per la disciplina, per la materia, è attento e coglie questo, impara 100 volte che con 200 dottorati di ricerca. Però aggiungo un altro aspetto nel farlo e nello scoprire questa novità. L’insegnante però ha la possibilità davvero di testimoniare una cosa a questi ragazzi, ne parlavamo prima, che attraverso quella materia, primo, attraverso quel particolare tutto è legato, ma soprattutto che lui dentro quella cosa lì, dentro quel particolare, può trovare qualcosa di sé, può scoprirsi. Quindi capire che tutto è interessante perché quella questione del valore che dicevi prima, scusami, sono rimasto sbalordito da un esempio di 500 ragazzi universitari che dicono: “Io non valgo niente”, e questa è la fatica che vedo io negli insegnanti di oggi, ma in me, nel fatto che io entro in classe e io non parto dalla gratitudine per il bene ricevuto, ma magari dalla mancanza del mio valore, dalla mia inconsapevolezza. E questo è impressionante perché fare scuola e insegnare, l’avventura educativa e l’avventura della conoscenza è una strada per cui i ragazzi posso coprire questo valore. Non è una cosa in antitesi, è una possibilità reale.

FRANCO NEMBRINI

Eugenia, che diciamo? Vai.

EUGENIA CARFORA

Degli insegnanti tutti ne parlano.

FRANCO NEMBRINI

Perché mi è venuto in mente di chiederlo a voi due. Ho partecipato mesi fa a un’assemblea di presidi, di un certo livello. Duecento presidi di scuole importanti di scuole con tanti ragazzi.

FRANCO NEMBRINI

E a un certo punto è uscita la battuta di uno di loro che quasi gridando ha detto: “Ma diciamocelo qual è il problema? Ognuno di noi di notte sogna di poter scegliersi gli insegnanti perché la grande difficoltà che facciamo è la gestione del corpo docente. È vero o no?”.

EUGENIA CARFORA

Questo sistema è un po’ particolare. Io immagino di costruirmi una casa, chiamo il migliore geologo, la migliore impresa, perché voglio la mia casa fatta in un certo modo. Il sistema scolastico italiano il reclutamento lo fa il Ministero, per cui poi si chiede a chi coordina o dirige una scuola: “Tu devi raggiungere degli obiettivi”. Gli obiettivi si raggiungono anche in base alle persone che ci lavorano.

FRANCO NEMBRINI

Esatto.

EUGENIA CARFORA

Allora, voglio dire, questa è una condizione un po’ particolare. Io credo, sapete chi deve scegliere gli insegnanti? L’insegnante. Chi vuole fare l’insegnante non deve chiedere a Franco: “Che ne dici? Faccio l’insegnante?”. Stare con i ragazzi, devi sentire. Solo il fare sentito ti porta un risultato. Perdonatemi. Cosa diciamo ai ragazzi quando facciamo orientamento? “Ma che ne so, dopo 5 anni non sanno che cosa scegliere”. E io dico sempre: “Cosa piacerebbe fare a te per 24 ore? Giocare a pallone”. E dopo ti arriva a 40 anni, non ce la fai, che fai? Eppure hai ragione. Quale rivista ti piace leggere tantissimo? E quella no? Cominci a vedere che cosa ti fa proprio felice e tu la scegli. E così io dico che oggi ci vuole una moralizzazione perché poi gli insegnanti sono anche un po’ particolari. Vogliono andare ad insegnare a Parma, però vogliono l’assegnazione provvisoria a Napoli e poi dico, io ho insegnato 10 anni a Padova, ho 10 anni di insegnamento. Può parlare chi tutti i giorni va a scuola, vede, sente, ascolta. Non può esserci una carriera di danza delle apparizioni perché i ragazzi veramente sono mortificati. Il metodo: è mai possibile che un ragazzo passa da 10 metodi diversi, il risultato non c’è? Per cui io penso che non debba dire io chi deve fare l’insegnante e che caratteristica. La prima cosa: ci deve andare contento a scuola, deve perdersi dentro questa disciplina, non deve sentire la campanella la mattina, non deve sentire voglia che sono arrivato lì, adesso Giuseppe si è svegliato, mi ascolta, vuole andare subito e che ti racconta la sua esperienza. Si deve perdere con i ragazzi e non deve mai insegnare nulla. Devono fare insieme. Quindi quando l’insegnante fa insieme all’altro si soddisfa e soddisfa. E poi l’educatore è bellissimo quando vede che il ragazzo diventa più bravo dell’insegnante. Molti insegnanti ormai lasciano la classe e vanno da soli. Per me l’insegnante è qualcosa di speciale, però li dobbiamo anche pagare perché non possiamo dire che gli insegnanti non fanno niente. Oggi, malgrado sgarrupata, la scuola aprono la… Tu apri la porta, apriamo i cancelli. Quindi è vero che ci pagano poco, ma facciamoci sentire in modo uniti. Non mandiamo nelle piazze i ragazzi a rivendicare quello che non hanno i ragazzi. Scendiamo nelle piazze. Noi abbiamo bisogno di parlare. Se non ci ascoltano, facciamo rumore. Ma la prima cosa, il vero rumore è esserci tutti i giorni a scuola facendo meno assenze possibili perché se ci assentiamo poco, si assentano poco anche i ragazzi. Non ci facciamo omogeneizzare da questo sistema. Io dico che quando i ragazzi mi vedono, mi vedono un po’ tutto. Io ho scelto di forse di rimanere lì fino a che non mi diranno “Vattene” in altri modi, perché mi hanno detto: “Tu sei l’unica che hai creduto in noi, mi hai visto crescere”. E io ho visto avere anche la barba che è uscita fuori. Ci sono insegnanti che a scuola ci vanno poco e non sanno neanche chi è Giuseppe. Quando si va negli scrutini: “Chi è Giuseppe?”. Tu dopo 9 mesi devi avere un quadro nel tuo volto perché ogni numeretto che dici stai ragionando in termini di visioni e di fiducia ai ragazzi. Quindi, cari ragazzi, cari professori, io ci credo nella scuola, è bellissima. Anche sgarrupata è la nostra scuola, siamo noi che la possiamo ribaltare e farla diventare più bella, più essenziale e non sentire ragazzi che manco si salutano dopo 5 anni. Neppure alle gite vanno più insieme perché le offerte di fuori col booking. Io invece, ragazzi: “Voi dovete dormire insieme, vi dovete misurare, voi fra 10 anni vi dovete rivedere”. “Ti è sembrato bello fare lo scherzo al professor Franco?” “Sì, che bello!”. Questa è la scuola e la vita è la palestra di vita.

PAOLO VALENTINI

Sì. Mi sono bloccato prima perché volevo leggere una cosa, non l’ho letta, ma adesso la leggo velocissimamente. Quest’anno, come tutti gli anni a inizio d’anno, le tre quinte dei licei, gli diamo 5 minuti per dire qualcosa. Sono arrivate alla fine di un percorso, per qualcuno un percorso anche molto lungo, e hanno questi 5 minuti di celebrità davanti a tutti i genitori. Quest’anno una classe, l’ultima da cui ci saremmo aspettati, ha scritto una serie di cose di cui vi leggo tre righe. Scrivono del loro percorso non semplice, iniziato, peraltro, col Covid. Fate i conti, erano il primo anno. “Per ultimo ci teniamo a fare un ringraziamento ai prof che sono stati e sono una parte fondamentale del percorso che non hanno mai mollato per noi, che nonostante le difficoltà a loro interessava di noi come persone, oltre che far crescere la nostra cultura. Migliaia di volte ci avete preso, mi colpisce perché poi gli danno del voi, migliaia di volte ci avete preso più sul serio voi di quanto lo facessimo noi. Quante volte una lezione si è fermata solo per prendere sul serio la domanda o addirittura il lamento di qualcuno? Sì, anche il lamento, perché voi continuate a spingerci a non soccombere in quelle quattro mura, ma a portare lì dentro tutto di noi. Il liceo non è una passeggiata, siamo onesti, ma fatto con voi che ci volete bene e che, nonostante tutto, con noi non avete mai mollato. È un po’ ripetitivo, ma lo leggo, nonostante ve ne abbiamo date le ragioni per farlo, la scuola è diventata un posto più accogliente dove il nostro errore non ci determina.”

FRANCO NEMBRINI

Spiega.

PAOLO VALENTINI

No, ti ho guardato così perché dico, il guardare il proprio errore così è veramente la tenacia di qualcuno che per cinque lunghi anni questa classe è stata oggetto di un bene che non conosceva. Perché l’anno scorso quando siamo arrivati a fare un’assemblea coi genitori, dura, perché gli abbiamo detto letteralmente: “Non sappiamo più cosa fare”. Però abbiamo preferito dirglielo, cioè li abbiamo convocati prima del tempo e gli abbiamo detto: “Noi non sappiamo più cosa fare”. Non è stata una bella assemblea, ve lo assicuro, è stata difficile, ma abbiamo provato a vedere se qualcosa, provocando la realtà, l’abbiamo detto anche ai ragazzi prima. È successo che un gruppetto di docenti liberamente di questa classe ha cominciato a trovarsi tutte le settimane, un’ora non convocata da me. Io non lo sapevo neanche, me l’hanno detto dopo e l’hanno chiamata la “riunione dei sorvegliati speciali”, perché ogni volta sceglievano qualcuno per settimana da guardare in maniera particolare e provare a raccontarsi cosa vedevano. Io non lo so se questo è l’esito automatico, ma questo è quello che è venuto fuori da questo tipo di lavoro dove questi ragazzi non sono meglio degli altri, non hanno meno problemi, ma hanno avuto una chiave di qualcuno che gli ha dato la possibilità di guardarsi in un altro modo, dove il loro errore, come loro dicono, non li ha determinati, non fino in fondo.

FRANCO NEMBRINI

Che nome dareste a questo atteggiamento? Cosa vuol dire? Guardate in modo quel che diceva lei prima quando diceva di questi ragazzi che danno certe risposte, ma lei va avanti scommettendo col cuore, ha detto. Cosa vuol dire questa fiducia? Questa la chiamavi anche tu apertura che poi alla fine è la caratteristica condivisa del buon insegnante, dell’educatore. Proviamo a lasciarci con un messaggio chiaro su questo. Cos’è? Come chiamereste o come descrivereste questo atteggiamento? Perché mi sembra la chiave di volta di tutta la chiacchierata di oggi. Io posso provarci? Dal mio punto di vista ci provo. Vai prima tu o prima io?

EUGENIA CARFORA

Prima io.

FRANCO NEMBRINI

Dici prima io.

EUGENIA CARFORA

Ma mi fa fuori tutte le volte, mi spara in faccia.

FRANCO NEMBRINI

No. Adesso sparo io. Parti te, parti te che poi io rispondo.

EUGENIA CARFORA

È bello parlare di relazioni. Le relazioni devono essere pure. Lì c’è stata una relazione pura, vera. Il docente non si è mai stancato e lo studente è una spugna, apprende. Per cui noi qualsiasi gesto facciamo, dobbiamo fare con cognizioni di causa, perché la relazione pura, educativa, alta, dà sempre ottimi risultati.

FRANCO NEMBRINI

Però devi spiegare una cosa. Due volte nell’intervento di prima hai buttato lì una frase che, sentita così, mi hai detto: “L’insegnante non impara” e va bene, “non ha niente da dire, non ha niente da insegnare”. Ecco, siccome può essere equivocata, volevo chiederti di dire meglio questo particolare, cosa vuol dire?

EUGENIA CARFORA

Quando si va nei quartieri difficili, nelle realtà complicate, è normale che il linguaggio non viene subito. Ci devi lavorare, per i ragazzi, per l’attenzione. E quando vai lì tu non vai per trasmettere, tu devi prima apprendere, devi creare il clima, devi rendere quella tua lezione così magnetica che il ragazzo la tensione la lascia fuori e automaticamente, tutto entra dentro. Per cui non si deve mai andare con una lezione preparata, ci devi andare a cuore aperto, devi prenderti tutto, anche casomai una parolaccia, non la devi giudicare perché tu stai giudicando quell’autostima che quel ragazzo in quel momento non ha. Quando tu entri in empatia, in comunicazione diretta. Lì avviene proprio un miracolo, arriva il vulcano delle emozioni. Questo volevo dire.

FRANCO NEMBRINI

Grazie davvero tanto. Pavel, vuoi aggiungere qualcosa?

PAOLO VALENTINI

Franco, mi vengono in mente un po’ di parole. La prima, ma penso sia sotto traccia quello che dicevi, la parola speranza e la parola misericordia. Ma perché? E la parola pazienza, che sono… prima si parlava di lungimiranza. Davvero noi adulti, l’adulto è colui che riesce in questo senso qui a guardare sé stesso. Ed era l’altro elemento dell’insegnante che secondo me va sottolineato oggi ancora di più. L’adulto riesce a fare tutte queste cose, come dicevi tu prima, se lo fa con la sua di vita. Perché i ragazzi, un’altra cosa che non si perdonano mai, sono proprio i loro errori. E vedere degli adulti in grado di guardare i propri errori e anche loro con uno sguardo, mi vien da dire, di misericordia, non saprei come altro chiamarlo, è una cosa di un livello educativo estremo e questo aiuta anche loro a capire che è possibile cambiare i rapporti. È una cosa che io tutti i giorni mi trovo con loro: questo rapporto non si può cambiare. Loro vedono a volte i ragazzi i rapporti come immutabili, quelle ferite immutabili, come qualcosa che non si può, ferite che non si possono sanare e quindi possono essere aiutati a guardare questo come invece una possibilità di capire. Io, scusate, ho lasciato la frase a metà, sono rimasto sconvolto, ho visto in questi giorni al Meeting l’incontro Madri per la pace, ma non solo. La differenza che c’è tra parlare di perdono e perdonare, come raccontava la mamma palestinese, cosa vuol dire perdonare chi ha ammazzato tuo figlio? Questa non è una cosa che tu puoi raccontare ed è chiaro che lì è estremo come esperienza, però l’esperienza che a volte i ragazzi vivono di ferita rispetto ai loro problemi non è meno grave, non è meno drammatica e le ferite che si creano a volte tra loro nei rapporti, nelle relazioni, hanno veramente il potere di apparentemente distruggerli, di bloccarli. Per cui questa capacità di coglierli dove sono e poter far accadere l’educazione e la conoscenza deve partire da questo, sono d’accordissimo, da questo legame, da un terreno comune che deve pian piano costruire.

FRANCO NEMBRINI

Sì. Provo a dire anch’io la mia. Userei la parola che ha usato Pavel per dire quale sia il fondamento, la condizione dell’educazione: la parola misericordia, nel senso proprio con cui la conosciamo, affermazione del valore dell’altro a prescindere da quel che fa o ha un valore a prescindere. È come dire: “Tu vali. Adesso parliamo del resto”. Te lo dico insegnando italiano, insegnando matematica. Ho questo ricordo di un bambino delle elementari. Avevamo quelli che fanno tribolare, quelli che le mamme nella chat della classe, che secondo me è un reato, andrebbe scritto nel codice penale, la costituzione della chat delle mamme della classe che spesso serve a emarginare, possibilmente espellere quello che le mamme ritengono essere un disturbo alla vita del loro bambino che invece è una specie di Gesù bambino. C’è allora la mela marcia, insomma, tendono a farla fuori. Delle cose orribili accadono su quelle chat. Bene, un ragazzino terza elementare di quelli lì che fanno problema anche agli insegnanti, è difficile. Portiamo la classe in gita a Venezia, San Marco, Pala d’oro. Avete presente quell’incredibile gioiello di 3 m², tutto oro, diamanti. I bambini si sistemano, arriva il prete che fa da Cicerone lì dentro, brum, tira la tenda e compare questa cosa pazzesca. I bambini così con gli occhi fuori dalla testa, proprio quello lì, la peste della classe, rimasto meravigliato qualche secondo, fa la domanda: “Ma quanto vale?”.

EUGENIA CARFORA

Concreto.

FRANCO NEMBRINI

Il prete, un saggio, dà delle spiegazioni, poi si rivolge a lui e gli dice: “Guarda, non so rispondere a questa domanda. Vale così tanto, guarda quanto oro, quante pietre preziose. Vale così tanto che non si sa dire una cifra, però una cosa la so: tu vali di più”. Io vi giuro che quel giorno quel bambino l’abbiamo accompagnato e si faceva fatica a tenerlo in due, mano nella mano con la maestra. È stato di una docilità tale che la mamma la sera mi ha chiamato chiedendomi cosa gli avessimo fatto, se orale o in vena, capito? Dopo una settimana è tornato tutto come prima, ma io ricordo che quel bambino ha acquistato una percezione di sé così grande da potersi permettere di essere buono, da non aver bisogno di essere cattivo, violento e incapace di relazioni, perché un adulto gli aveva detto: “Tu vali”. Ecco, io riassumo tutto quel che ci siamo detti con questo appello: bisogna che qualche adulto ricominci da questo “Tu vali”. E faccio una piccola precisazione, se mi è consentito: mi piacerebbe sapere così, magari, ne parliamo dopo. Ce lo diciamo dopo. Alleanza scuola famiglia. Io non ci credo tanto. Non credo tanto all’alleanza tra istituzioni che sono in difficoltà, cioè la famiglia in crisi, la scuola in crisi. Mettere due istituzioni in crisi a risolvere la crisi non mi sembra una genialata. È come due moribondi che si scambiassero la cannetta dell’ossigeno. Non è che si danno una mano. No, bisogna trovare un’altra partenza, la sua, il coraggio di esserci. Lei si è appellata esplicitamente e ha definito la responsabilità dell’adulto così: il coraggio di esserci. E ha fatto 10 esempi da portare a casa, perché esserci vuol dire essere puntuali, vuol dire essere sul posto e non ti ferma nessuno. Ti devi ammalare davvero per essere assente davanti a 30 ragazzi che ti aspettano e ai quali chiedi di essere come te presenti. Insomma, vuol dire tante cose, adulti che accettano di esserci anche nella difficoltà della propria famiglia, della propria professione e della propria scuola. La risolvo con questo slogan: è il tempo della persona. Bisogna che quel che abbiamo ascoltato oggi si ripeta per contagio all’infinito. Io, una preside che dice: “Io ci sono, adesso vediamo un po’ di capire se tu ci sei, alunno, genitore o insegnante, e con chi ce la fa, con chi vuole, si comincia”. Pavel a modo suo ha detto la stessa cosa. Io per la mia piccola esperienza dico lo stesso. La scuola rinascerà da alcuni che ci entrano dicendo con coraggio e con entusiasmo. Con coraggio e con entusiasmo: Io ho tanto da vivere, ho tanto da imparare e perciò ho tanto da dare. Le due cose stanno insieme. Si dà tanto in quanto si riceve tanto. Non si può dare quel che non si ha. Se non hai voglia di imparare, non puoi chiedere di aver voglia di imparare a 30 ragazzi che c’hanno in mente tutt’altro. La voglia di imparare è contagiosa. Lo sguardo che hai su di te, ha detto Pavel, e sui ragazzi diventa un modo di far scuola, un modo di essere. L’educazione è uno sguardo, è una mirada, dicono in spagnolo, uno sguardo. Io credo che se partissimo tutti da qui, ciascuno al suo posto, il politico faccia il politico, cioè ci dia l’autonomia vera che secondo me coincide con la possibilità della scuola di scegliersi gli insegnanti, di pagarli tanto e scegliere i migliori, perché per i nostri figli vorremmo gli insegnanti migliori, non mandati da… ho ancora il tempo di un piccolo esempio. Sono andato in Russia tanti anni fa, era da poco caduto il muro di Berlino, insomma si poteva andare e venire finalmente. Mi chiama un preside di Mosca, un vecchio bolscevico di quelli… Parliamo, mi fa visitare la scuola e mi dice: “Vede, quest’ala dell’edificio l’ho adibita a bed and breakfast per accogliere le classi che arriveranno da tutta Europa a visitare Mosca, le gite scolastiche, insomma, così raccogliamo i soldi, incontriamo i ragazzi di tutta Europa, facciamo un servizio bellissimo”. Io lo affermo e gli dico: “Scusi, preside, mi faccia capire? Lei, preside, ha deciso che metà dell’istituto diventasse bed and breakfast?”. E lui mi fa: “Certo, sono il preside!”. Cioè un’autonomia che investe il preside di una responsabilità e la può esercitare tale da decidere con le famiglie, col territorio, le cose migliori da fare. Non deve aspettare il decreto di Roma che gli dice: “Puoi cambiare i banchi”, perché se li cambi di tua iniziativa vai in galera perché hai fregato il demanio. No, ma la cosa peggiore è stata quando a pranzo mi ha detto: “Ma voi in Italia come arruolate gli insegnanti?”. Loro dicono: “Assumete”. Noi che siamo un po’ più militari e consideriamo la scuola una caserma, usiamo la parola arruolare. “Come arruolate gli insegnanti?”. “Ah”, gli dico, “C’è poco da arruolare, te li mandano, te li spediscono da Roma”. Lui si fa serio e mi dice: “Professore, non mi prende in giro. Non mi farà credere che in Italia non avete l’autonomia!”. Il povero professor Nembrini con la lacrima gli ha detto: “Eh no, lei ce l’ha un preside bolscevico nel 1990 e rotti. In Italia facciamo ancora fatica ad assumerci questa responsabilità”. Speriamo che venga presto il tempo in cui la società, non so in che forma — famiglie, scuola, non so — ma possa fare della scuola quel che abbiamo detto oggi, il luogo più bello, più felice, più contento in cui i ragazzi possano trovare quella stima di sé, quel valore di sé, senza il quale non si diventa adulti, non si diventa generativi, non si crea niente. È l’augurio che faccio a loro che c’hanno ancora tanto lavoro da fare. Io sono in pensione. Meno male. Sono in pensione sapendo, come ha detto il rettore che mi ha sostituito, quel giorno che mi hanno salutato — peraltro sono andato in pensione 10 anni prima della pensione per motivi di salute. Oh, motivi di salute veri, siamo a Bergamo — mi hanno salutato dicendo: “Comunque, Franco, ricordati che la paternità non va in pensione”. Mai. Questo mi pare sia lo slogan su cui ci possiamo trovare d’accordo. Grazie a tutti. Lascio la parola a Anna per le conclusioni.

ANNA LEONARDI

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Data

24 Agosto 2025

Ora

15:00

Edizione

2025
Categoria
Incontri