I GIOVANI E L’AFRICA: FORMAZIONE E IMPRENDITORIALITÀ PER UNO SVILUPPO SOSTENIBILE

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Elena Beccalli, rettore Università Cattolica del Sacro Cuore; Fabio Petroni, direttore dei Programmi E4Impact Foundation; Fabrizio Piccarolo, direttore Fondazione Lombardia per l’Ambiente; Roberto Sancinelli, presidente e amministratore delegato Montello S.p.a.. Modera Giacomo Ciambotti, ricercatore, Università Cattolica del Sacro Cuore

In un contesto globale segnato da profonde trasformazioni sociali, climatiche ed economiche, il continente africano si conferma come uno dei protagonisti strategici del futuro. Con oltre il 60% della popolazione al di sotto dei 25 anni, l’Africa rappresenta la più grande riserva di energie, creatività e potenzialità giovanili. Tuttavia, lo sviluppo sostenibile e integrale del continente passa necessariamente attraverso un investimento concreto e mirato sulla formazione. La conoscenza, l’educazione e la crescita personale rappresentano le basi imprescindibili per costruire società più giuste, resilienti e capaci di affrontare le sfide globali: dall’innovazione tecnologica alla transizione energetica, dalla lotta alle disuguaglianze all’inclusione sociale. In questo incontro si metteranno a tema le pratiche e i “mattoni nuovi” di una costruzione tra Italia e Africa a partire dalla formazione accademica e imprenditoriale, nella consapevolezza che un’Africa giovane, istruita e protagonista può essere motore di sviluppo non solo per il continente stesso, ma per l’intera comunità globale

Con il sostegno di Università Cattolica del Sacro Cuore, Montello, Eni

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GIACOMO CIAMBOTTI

Buonasera, buonasera a tutti e benvenuti all’incontro dal titolo “I giovani e l’Africa, formazione e imprenditorialità per uno sviluppo sostenibile”. In un contesto globale segnato da profonde trasformazioni sociali, climatiche ed economiche, il continente africano si conferma come uno dei protagonisti strategici del futuro. L’Africa rappresenta una terra di opportunità, lo vedremo oggi con i nostri relatori, ma allo stesso tempo, come tutti voi potete immaginare, è una terra caratterizzata da grandi sfide.

Per inquadrare il fenomeno e il titolo che abbiamo voluto dare a questo incontro, pensiamo all’età giovanile media in Africa: circa 19 anni. In alcuni contesti questo dato scende addirittura a 15 anni, come in Uganda o in Niger. Questo ci fa riflettere perché non tanto l’Africa non rappresenta un’opportunità solo per l’oggi, ma soprattutto per il domani, per un futuro sostenibile che è ancora da costruire. Un altro dato che fa riflettere è che circa il 70% della popolazione è al di sotto dei 25 anni, quindi ancora in una fase di studio e di lancio sul mondo del lavoro. D’altra parte, sono note le grandi sfide che caratterizzano questi contesti. Sarebbe da dire le “Afriche”, i vari paesi e contesti che caratterizzano questa terra. Grandi sfide che vanno ovviamente dalla povertà al cambiamento climatico, che colpisce soprattutto il settore agricolo, uno dei settori primari, piuttosto la difficoltà di accesso al settore sanitario, ai servizi sanitari e all’educazione.

In tutto questo contesto, l’imprenditorialità rappresenta una soluzione non soltanto perché le imprese per propria natura possono provvedere con prodotti e servizi alle esigenze della popolazione, ma soprattutto per la sua forza trasformativa che i giovani, e lo vedremo, in Africa sanno portare. Lo sviluppo sostenibile del continente africano passa quindi necessariamente per una formazione nelle varie discipline, ma vorrei dire anche per un’educazione manageriale all’imprenditorialità. Nel promuovere questo sviluppo basato sulla formazione e sui giovani, è essenziale il ruolo di diversi attori: le università, gli enti non profit, gli attori della cooperazione internazionale e anche gli attori for profit, quindi le imprese italiane operanti in Africa.

Questi attori sono chiamati a un cambio di paradigma nell’approccio all’Africa. Si è passati da un rapporto con attori nel continente africano che erano primariamente beneficiari di progetti, a un approccio collaborativo e costruttivo, dove con gli attori in Africa si può costruire assieme, in una logica win-win di cui il Piano Mattei promosso dal governo italiano è un esempio. Il desiderio di questo incontro è proprio quello di mettere in luce esperienze di progetti, di iniziative e di attività collaborative e trasformative, non soltanto fatte per l’Africa ma con l’Africa.

Introduco quindi e ringrazio di cuore i relatori che abbiamo invitato e hanno accettato di confrontarsi con noi su questo tema, a partire dal magnifico rettore dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, professoressa Elena Beccalli; il presidente di Montello S.p.A., Roberto Sancinelli; il direttore dei programmi di EE4Impact Foundation, Fabio Petroni; e Fabrizio Piccarolo, direttore della Fondazione Lombardia per l’Ambiente. Grazie.

Entriamo subito nel vivo e inizierei con una domanda al Magnifico Rettore. Se ci può aiutare a delineare meglio l’importanza di queste collaborazioni costruttive tra le università italiane e le università africane, soprattutto in ottica del Piano Africa che ha recentemente promosso nel nostro Ateneo? Grazie.

ELENA BECCALLI

Grazie, buonasera a tutti e grazie per l’opportunità di presentare le ragioni che stanno alla base di questo Piano Africa dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. Partirei dal dato demografico, perché questa è una motivazione estremamente rilevante. Se guardiamo le proiezioni relative alla popolazione del continente africano al 2050, parliamo di 2,5 miliardi di persone. Questo significa che una persona su quattro nel 2050 sarà dal continente africano, a fronte di un contesto per l’Europa radicalmente diverso. Se nel 1950 la popolazione europea era il doppio rispetto a quella del continente africano, nel 2050 sarà un quarto: una persona su quattro nel 2050 sarà del continente africano, una persona su venti sarà del continente europeo.

Questi numeri credo siano da soli sufficienti a spiegarci perché in Europa non possiamo non occuparci di Africa. Il continente europeo è destinato all’irrilevanza dal punto di vista demografico, mentre il continente africano è destinato a beneficiare di un cosiddetto dividendo demografico. Questo dividendo sarà ulteriormente valorizzato dal fatto che la popolazione dell’Africa sarà molto giovane, come ci ricordava. Tuttavia, la possibilità di tradurre questa popolazione giovane in un’opportunità per il continente africano dipenderà dalla possibilità di offrire posti di lavoro a questi numerosi giovani. Se questo non si dovesse realizzare, questa enorme massa di giovani potrebbe tradursi in un elemento di vulnerabilità e di ulteriore instabilità sociale e politica per l’Africa.

Credo che la sfida diventi prioritariamente quella di offrire delle opportunità di imprenditorialità diffusa, per fare in modo che questi giovani possano trovare occasioni di impiego. Le evidenze empiriche oggi sono particolarmente drammatiche: un giovane su tre in Africa è disoccupato e il continente presenta ancora oggi la più alta percentuale di NEET, cioè di giovani inattivi e non impegnati in un percorso educativo. Tutti questi elementi ci portano a dover considerare con attenzione l’Africa e, in questo senso, una leva particolarmente efficace è senz’altro quella dell’educazione. Ho più volte utilizzato l’espressione “education power”, il potere e la forza dell’educazione, una leva efficace nell’avviare percorsi trasformativi anche per consentire una formazione che dia le conoscenze di base per intraprendere attività di carattere economico.

È per questo motivo che abbiamo posto in Università Cattolica al cuore dell’inaugurazione dell’anno accademico il tema dell’Africa. I risultati di questi interventi, sempre affidati a testimoni dal continente africano, si ritrovano nel volumetto “L’Università Cattolica con l’Africa: educazione, solidarietà, sviluppo”, perché questi crediamo che questi siano i tre termini che possano qualificare il modo di intendere la relazione con l’Africa. Una relazione che abbiamo voluto ulteriormente valorizzare attraverso il Piano Africa dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, una struttura di azione e di intervento che vuole essere “con l’Africa” e non “per l’Africa”. Questa è stata la chiave con cui abbiamo lanciato questa idea e proposta di un lavoro sinergico con le istituzioni, con le imprese con le università africane, proprio perché l’idea è di adottare una logica di cooperazione orientata però a un lavoro con i paesi africani. Non appunto solo per i paesi africani. E perché riteniamo che la logica debba essere quella di un arricchimento vicendevole.

Non è solo un dare ai paesi africani, ma riteniamo che si possa ricevere molto con questa logica collaborativa, che in ambito educativo vorremmo declinare su almeno tre versanti. Il primo è quello di sviluppare dei percorsi educativi con atenei africani, questo già in parte avviene parlando dell’esperienza della fondazione for impact, ma l’idea è quella di portare con le università africane portare percorsi formativi adatti alle esigenze dei loro paesi. In secondo luogo, vorremmo valorizzare le esperienze di volontariato per i nostri studenti in paesi africani, perché riteniamo che di nuovo con la logica di arricchimento vicendevole i nostri studenti possano tornare molto arricchiti da esperienze in africa e in terzo luogo, vorremmo diventare sempre più un polo di formazione per studenti di seconda generazione presenti in Europa.

In sintesi, l’aspirazione è quella di diventare l’università europea con la più forte presenza in Africa in termini di progetti educativi, di ricerca e di terza missione. È un’aspirazione che ha delle radici profonde, perché l’Università Cattolica da sempre ha maturato una presenza in Africa, una presenza che si è tradotta in lavoro con le istituzioni, le imprese e le università africane che oggi vede già nel nostro Piano Africa la presenza di 123 progetti attivi su una pluralità di ambiti disciplinari: educativo, imprenditoriale, agrario e sanitario. Abbiamo le competenze in università per lavorare con i paesi africani su una molteplicità di versanti, proprio per andare verso forme di sviluppo orientate alla sostenibilità, all’equità e alla solidarietà, e non invece a un mero approvvigionamento di capitale umano o di risorse naturali, che è quello che vediamo fare da altri operatori di altre parti del mondo.

GIACOMO CIAMBOTTI

Abbiamo appena iniziato ad accennare a qualche mattoncino, come ci ricorda il titolo del Meeting, un mattone di novità nell’approccio dell’Università Cattolica. Passiamo adesso a un’impresa for profit orientata però al mondo Africa, ormai da qualche anno attiva in Kenya. Presidente, le chiederei se ci può raccontare come è nata questa sua iniziativa, cosa fa Montello con il Kenya e i fattori di particolarità che avete riscontrato in questa vostra attività, anche in prospettiva futura per una crescita di questa vostra attività

ROBERTO SANCINELLI

Sì, mi permetta di fare una premessa. Il mondo occidentale, l’Europa, l’Italia, è in debito con l’Africa, perché la storia ci dice che siamo in debito. Il mondo occidentale è andato in Africa a depredarla delle sue ricchezze naturali, materiali, e addirittura a depredarla nella dignità umana con la schiavitù. Questo è un fatto che va tenuto presente. Oggi noi ci stiamo avvicinando all’Africa non per prendere, ma per dare. L’Africa, però, è un continente talmente generoso che nel nostro dare, oggi di cui loro hanno bisogno, ci restituisce subito ciò di cui abbiamo bisogno noi.

Siamo in Africa affiancati dalla E4Impact, con la sua presenza istituzionale e formativa. Andare in Africa per un’impresa oggi presenta tre aspetti di ritorno. Noi siamo una società profit, non non-profit, e siamo andati in Africa coscienti di creare un valore, ma un valore che si concretizzerà nel tempo perché devono crearsi le condizioni. Sicuramente un ritorno ci sarà, più in valore che in termini economici a breve termine. Il ritorno economico sarà a lungo termine e sarà sicuramente il valore di quello che si è creato lì. Tuttavia, a breve e a medio termine il ritorno lo abbiamo subito, grazie anche alla formazione perché noi la denatalità che oggi noi non possiamo farne a meno di prenderla in considerazione come grande problema di sviluppo sociale, ecc… noi abbiamo bisogno di questa, abbiamo bisogno, non c’è niente da fare. Oggi soprattutto le attività manifatturiere, in particolare quelle, tutte, oggi se non abbiamo la possibilità di attingere la forza di lavoro la professionalità perché fino a adesso è stato una forza di lavoro dequalificata oggi abbiamo bisogno di una forza di lavoro da quei Paesi lì, l’Africa, qualificata. Ecco quanto è importante il lavoro di E4Impact di formazione e istruzione.

Vi assicuro che abbiamo riscontrato una potenzialità enorme. Questi giovani hanno voglia, si impegnano, vogliono arrivare, dare e dimostrare che sono capaci di fare. Sta a noi dargli questa possibilità. Questa è una grande possibilità che abbiamo per le necessità di sviluppo che abbiamo noi, perché sia chiaro, sul piano economico e sociale stiamo andando giù, con la denatalità e l’invecchiamento stiamo andando giù. Come facciamo per intervenire e sostituire? Due anni fa, in un altro convegno qui, avevo fatto una proposta a livello politico. Ancora oggi mi chiedo come mai l’Italia non abbia un Ministero dell’Immigrazione. È una domanda che mi faccio da cittadino. Stiamo ancora gestendo l’immigrazione in una fase di emergenza, ma non ci rendiamo conto che questa è veramente una ricchezza per noi.

In Africa siamo andati a fare impresa. Noi ricicliamo rifiuti e in Europa riciclare il rifiuto è diventato una necessità, perché ci siamo accorti il rifiuto che era un problema era un fattore da trasformare in risorsa. Ma sapete che in Africa il rifiuto insegna a noi che è una risorsa? Loro ce lo insegnano. Non dobbiamo confonderci: in certi punti siamo più sporchi noi dell’Africa, perché per loro il rifiuto riciclabile è diventato un modo di vivere, è nata automaticamente dal cittadino. Alla nostra azienda si presentano giornalmente con i famosi sacchi a rete sulla bicicletta, che tutti avete visto in qualche filmato, e ti consegnano il rifiuto già pronto (non hanno bisogno di CONAI) già pronto per essere riciclato. Si portano a casa i loro 3, 4, 5 dollari, ma guardate che con 4-5 dollari in Africa si dà da mangiare e si vive in una famiglia di sette persone, oggi almeno è così.

Noi oggi abbiamo inventato il cosiddetto riutilizzo perché è necessario, ma il riutilizzo in Africa c’è sempre stato. Prima di buttare via qualcosa che ha avuto una funzione, lo usano per tantissime altre funzioni, lo sfruttano al massimo. Questo vuol dire che siamo andati là ma abbiamo anche riscontrato una realtà che noi stiamo costruendo e che loro hanno già in modo naturale. Il vero problema in Africa, per quanto riguarda i rifiuti, che ho già fatto presente, è quello igienico-sanitario. Hanno queste enormi discariche non controllate. Però sappiate che in quelle discariche non trovate un chilo di rifiuto che sia riciclabile; c’è solo quello che ormai non ha più un valore. Questo è l’esempio che mi ha chiesto. Grazie.

GIACOMO CIAMBOTTI

Grazie Presidente. Molto interessante vedere come ha imparato anche dall’Africa qualcosa dopo tanti anni di impresa eccellente qui in Italia. Effettivamente possiamo anche ricevere qualcosa.

Andrei con un’altra domanda al direttore della Fondazione EE4Impact, Fabio Petroni. La fondazione è attiva da tanti anni sul territorio africano in diversi contesti, soprattutto lavorando con giovani imprenditori di impatto. Il nome EE4Impact sottolinea proprio questa imprenditorialità, cioè imprenditori che hanno a cuore il cambiamento sociale, economico e ambientale dei propri contesti. Le chiederei, direttore, qual è il ruolo dell’imprenditorialità d’impatto in Africa e quali sono i fattori di criticità emersi in questi anni di lavoro.

FABIO PETRONI

Grazie mille. Ormai dal 2012 E4Impact costruisce letteralmente, mattone su mattone, imprenditori. Siamo arrivati a 20.000 imprenditori in 20 paesi africani e la lezione fondamentale è che l’impatto dell’imprenditore sta essenzialmente nella creazione di nuovi posti di lavoro (e mi ricollego all’osservazione del magnifico rettore). Nella nostra esperienza, la media dei nuovi posti di lavoro creati dalle aziende che abbiamo supportato è di 13. Il calcolo è semplice: 13 per 20.000. Lì c’è un potenziale enorme in un contesto come quello africano, in cui il 10% della popolazione è disoccupata, fino ad arrivare al 37% della Namibia. Ma il dato più rilevante è che il 60% della popolazione è sottoccupata, cioè si trova in una situazione di lavoro sottopagato, informale e privo di tutele sociali. È altrettanto evidente che sono le piccole e medie imprese a poter risolvere questo problema. A un estremo ci sono le multinazionali, che creano occupazione ma non hanno la capacità di assumere tanti giovani quanti sono quelli che la crescita demografica sta collocando sul mercato del lavoro, e spesso ricercano professionalità sviluppate che non sempre incontrano le competenze disponibili. All’altro estremo ci sono quelle stesse microimprese informali che creano sottoccupazione. In mezzo si trova lo spazio, praticamente libero, delle piccole e medie imprese e lì ci sono gli imprenditori di impatto. Ed è interessante notare che, di fatto, in Africa ogni piccola e media impresa può essere un’impresa di impatto. Vale la pena distinguere tra un imprenditore d’impatto ghanese e un imprenditore sociale italiano. L’imprenditore sociale italiano è mosso essenzialmente da uno slancio morale, il che è eccellente. Identifica un problema e costruisce un’azienda per risolverlo. L’imprenditore d’impatto ghanese è un animale molto diverso. C’è sicuramente lo slancio morale, ma c’è una condizione sociale, che è quella di appartenere a una comunità (che può essere la tribù o la famiglia, ma si appartiene a una comunità che cresce, che fa crescere questa persona, che la fa studiare (non è la famiglia che fa studiare ma una comunità). L’imprenditore percepisce quindi un dovere di restituire qualcosa alla comunità, e soprattutto la comunità se lo aspetta.

Faccio un esempio concreto. Un mio allievo ghanese, Steven, ha creato un’azienda che produce uno yogurt bevibile, Yomi, diventato il primo yogurt bevibile del suo Paese. Il suo percorso, in cinque tappe, è tipico di tutti gli imprenditori di impatto africani. Si parte dal lavoro formale. Steven appartiene alla classe media; sfatiamo il mito che si possa fare impresa di grande successo partendo da uno slum, non succede mai, si parte da una persona che ha una base di risorse adeguate. In quanto membro della classe media trova un lavoro formale (che è un sogno da parte dei ghanesi) e comincia a mettere da parte dei soldi. Il secondo passaggio è l’avvio informale dell’impresa. Steven ha un piccolo ammontare di denaro da parte e cosa fa? Lo investe in un ristorante informale che è gestito dalla famiglia (dalla moglie, in particolare). Altra dinamica tipicamente africana e ghanese in particolare. Quando non è in ufficio, è al ristorante, aiuta la moglie, comincia a sperimentare con lo yogurt e la cosa funziona, comincia a venderlo attraverso il ristorante. L’aziendina prende piede, comincia a venderlo in altri ristoranti. A questo punto c’è il terzo passaggio, il decollo formale. Fino a quel momento, Steven era nella più completa illegalità. L’azienda viene registrata, viene registrato un logo, si compra qualche macchinario, si affitta un piccolo spazio adiacente al ristorante e l’azienda cresce, ha successo. Il quarto passaggio è la negoziazione sociale. Steven si iscrive al nostro MBA. L’azienda comincia a crescere più rapidamente, sigla un contratto con Total per distribuire lo yogurt, a questo punto legalmente registrato e via discorrendo, in tutte le stazioni di servizio del Ghana, quindi è distribuito nazionalmente. A questo punto bisogna fare un investimento serio, servono un terreno, servono macchinari. Steven, da bravo ghanese, va dal suo paramount chief, cioè il capo della famiglia allargata, e gli chiede il terreno. Il terreno in Ghana è un bene collettivo, non appartiene ad una persona. Il chief dice molto bene, posso concedere questo terreno. Tu cosa dai in cambio alla comunità che ti concede questo terreno? Cioè la comunità sta investendo nella tua impresa, cosa dai in cambio? Occupazione. A questo punto siamo al quinto e ultimo passaggio che è l’integrazione. Steven mantiene la promessa, oggi assume circa 50 persone in maniera formale, quindi tutte con un contratto adeguato, le proprie tutele sociali e via discorrendo. A questo punto evidentemente la crescita dell’azienda è indissolubilmente legata al benessere della comunità. Questo è l’imprenditore di impatto africano, quindi potenzialmente ogni piccola e media impresa africana è un imprenditore di impatto. Investire lì vuol dire evidentemente investire nella soluzione del problema lavorativo, oltre che creare probabilmente un nuovo paradigma di imprenditorialità di comunità.

Brevemente sulle sfide. Evidentemente per un imprenditore ghanese, kenyota, ugandese, zimbabwano, ancora di più, le sfide abbondano. C’è un problema di inflazione, c’è un problema di instabilità politica, c’è un problema di incertezza delle regole da seguire, magari il mercato non è così forte da sostenere un nuovo prodotto o quantomeno da acquistarlo molto velocemente. Però il problema principale essenzialmente è quello dell’accesso al credito. In Ghana, che come avrete capito è un po’ il Paese in cui io vado più spesso, il tasso di interesse su un prestito bancario è del 33% annuo. Lo si abbassa al 20%, se si deposita nella banca presso la quale si chiede il prestito, un ammontare di denaro pari al prestito, quindi ti restituiscono i tuoi soldi con un tasso di interesse del 20%. Questo però, oggettivamente, è un problema che va risolto con un’iniziativa in grande stile da Piano Mattei, per intenderci. È un’operazione sulla quale non mette le mani neanche il CDP, ci ho parlato. Non è cosa che possiamo fare. Grazie mille.

GIACOMO CIAMBOTTI

Grazie Direttore. Passiamo alla Fondazione Lombardia per l’Ambiente. Sempre in ottica di cooperazione, di collaborazione, quindi di progetti win-win, la Fondazione si è attivata anche recentemente in Africa, con l’Africa, con delle progettualità e ci può raccontare qual è la finalità della FLA, Fondazione Lombardia per l’Ambiente, soprattutto anche in ottica delle politiche regionali che Regione Lombardia sta attivando. Grazie.

FABRIZIO PICCAROLO

Grazie, buonasera a tutti. Sì, allora introduciamo un tema nuovo e diverso rispetto a quello che abbiamo sentito finora, perché il nostro approccio come Fondazione Lombardia per l’Ambiente, evidentemente nei progetti di cooperazione internazionale anche con l’Africa, è incentrato sullo sviluppo sostenibile, in particolare con l’Africa sul tema dei cambiamenti climatici. Prima però di approfondire brevemente questo tema, ci tenevo a dire due parole sul perché la Fondazione da oltre 15 anni si occupa di cooperazione internazionale attraverso progetti di ricerca, di formazione e la partecipazione a eventi e conferenze. Per noi la cooperazione internazionale è un fattore fondamentale per raggiungere obiettivi ambiziosi in materia di adattamento e mitigazione ai cambiamenti climatici. Il rafforzamento della cooperazione internazionale in materia di finanza, tecnologie e sviluppo di capacità può consentire una maggiore efficacia e innovazione nei programmi e negli obiettivi climatici dei Paesi. I partenariati transnazionali, inoltre, possono stimolare lo sviluppo delle politiche, la diffusione delle tecnologie, l’aumento della conoscenza, con l’obiettivo di ridurre il divario marcato che c’è tra le varie aree del mondo. Uno degli effetti del cambiamento climatico, infatti, lo sappiamo bene, è l’aumento delle differenze regionali a livello globale. Con l’ulteriore crescita del riscaldamento globale, i limiti all’adattamento e le perdite e i danni saranno sempre più concentrati tra le popolazioni e le aree geografiche più vulnerabili del mondo e diventeranno sempre più difficili da evitare. Il sesto report dell’International Panel on Climate Change, l’IPCC, indica che circa 3,3-3,6 miliardi di persone vivono in contesti altamente vulnerabili ai cambiamenti climatici. Le regioni e le persone di questi paesi hanno notevoli vincoli di sviluppo e hanno una elevata vulnerabilità ai rischi climatici. L’aumento degli eventi meteorologici e climatici estremi ha esposto milioni di persone a un’acuta insicurezza alimentare e ha una riduzione della sicurezza idrica, con i maggiori impatti negativi osservati in molte località e comunità di Africa, Asia, America Centrale e Meridionale, cioè nei paesi meno sviluppati. Un altro dato di questo divario marcato è che tra il 2010 e il 2020 la mortalità umana dovuta a inondazioni, a siccità e a tempeste è stata 15 volte superiore nelle regioni altamente vulnerabili rispetto alle regioni con vulnerabilità molto bassa. In questo contesto di differente vulnerabilità a livello globale, uno dei settori più impattati dal riscaldamento globale è quello agricolo. Sebbene la produttività agricola complessiva a livello mondiale sia aumentata, il cambiamento climatico ha rallentato questa crescita negli ultimi 50 anni con impatti negativi correlati principalmente appunto nelle regioni a media e bassa latitudine. Per questo uno dei progetti di cooperazione internazionale avviato da noi proprio quest’anno riguarda il settore agricolo, faccio l’esempio nello stato della Tanzania, ed è emblematico come modello di intervento di cooperazione internazionale. L’obiettivo del progetto è quello di implementare strumenti di adattamento al cambiamento climatico a favore della produzione agricola, in particolare attraverso azioni di capacity building e formazione. Perché dunque abbiamo pensato a un progetto che riguarda il settore agricolo? Perché abbiamo pensato a strumenti di adattamento al cambiamento climatico e perché azioni di capacity building? Perché il settore agricolo? Perché in Tanzania l’agricoltura impiega circa il 75% della forza lavoro e contribuisce al 28% del PIL e una parte considerevole della popolazione giovanile è impiegata nel settore agricolo. Alcuni studi indicano percentuali comprese tra il 76 e il 79% di occupazione per i giovani di età compresa tra i 15 e i 34 anni. Perché il cambiamento climatico? Perché anche in Tanzania il cambiamento climatico sta avendo un impatto significativo sul settore agricolo a causa del cambiamento dei modelli delle precipitazioni e dell’aumento delle temperature che minacciano la produzione agricola e la sicurezza alimentare. La siccità, ad esempio, sta esaurendo le fonti d’acqua e ha un impatto su importanti bacini idrici come il Lago Vittoria e il Lago Tanganica. Tali condizioni estreme hanno inciso sulla crescita economica nazionale a causa della forte dipendenza della crescita del prodotto interno lordo da attività sensibili al clima, in particolare l’agricoltura, la pesca e l’allevamento. In un contesto come questo il tema dell’adattamento al cambiamento climatico diventa centrale. Nel tentativo di affrontare questa situazione, infatti, il Paese si è impegnato in un percorso di adozione di misure di mitigazione e di adattamento basati sulle capacità nazionali. Programmi, strategie, piani, iniziative di sviluppo hanno contribuito all’identificazione delle priorità di adattamento al cambiamento climatico. Sempre il sesto report dell’IPCC osserva come vi siano stati rilevanti progressi a livello globale nella pianificazione e nell’attuazione dell’adattamento in tutti i settori e in tutte le regioni del mondo, generando molteplici benefici. La crescente consapevolezza pubblica e politica degli impatti e dei rischi climatici ha portato almeno 170 paesi e molte città a includere l’adattamento al cambiamento climatico nelle loro politiche e nei processi di pianificazione. L’efficacia dell’adattamento nella riduzione dei rischi climatici è documentata per contesti, per settori e per regioni specifici, uno dei settori cruciali della Tanzania, come di molti paesi africani. Le politiche di adattamento sono le più efficaci per ridurre i rischi climatici nel settore agricolo e le azioni di capacity building mirano a sostenere le politiche e le iniziative di adattamento al cambiamento climatico attraverso la crescita della conoscenza, della consapevolezza da parte delle istituzioni, delle aziende e delle comunità locali e dei giovani. In questo contesto si colloca l’azione della Fondazione Lombardia per l’Ambiente in Africa.

GIACOMO CIAMBOTTI

Grazie Direttore. Abbiamo aggiunto qualche tassello, approfondendo il tema dell’imprenditorialità d’impatto, approfondendo il tema del capacity building, quindi la formazione anche in settori specifici come quello agricolo. Ora, in un secondo giro di tavolo che sarà più breve con approfondimenti, cercheremo di entrare un po’ di più in questi mattoni che già i nostri relatori ci hanno raccontato. In particolare tornerei dal Magnifico Rettore con un altro pezzettino di quello che l’Università Cattolica sta facendo e in relazione anche chiaramente al dibattito e a quanto emerge nel Piano Africa che ci ha raccontato. Quali traiettorie vede per la cooperazione, per una cooperazione win-win, quindi collaborativa, come diceva prima, con l’Africa sempre più equa e allo stesso tempo trasformativa, tra Italia e Africa? E quali sono, secondo lei, gli ingredienti che ritiene più essenziali anche per uno sviluppo sostenibile in questi contesti africani? Grazie.

ELENA BECCALLI

Partirei con una premessa ed è dire che per l’Africa non serve pensare a modelli di sviluppo spettacolari. Eduard Matoko, direttore dell’UNESCO, ce l’ha raccontato molto bene nel suo bellissimo libro “L’Africa degli africani. Utopia o rivoluzione”, sottolineando come semplicemente serve rispondere ai bisogni elementari della popolazione, dall’istruzione alla sanità. E pensando agli ingredienti per questo percorso, vengono indicati tre elementi che vorrei qui sottolineare. Il primo, la pace. Il secondo, politiche orientate alla dignità della persona, e il terzo, l’educazione. Partiamo dalla pace, perché si parla troppo poco di quanto il continente africano sia martoriato da guerre e conflitti. Nel 2024 l’Africa è stato il continente più interessato da guerre e conflitti, 28 sui 61 registrati a livello internazionale. I conflitti sono raddoppiati negli ultimi dieci anni in Africa e sono morte negli ultimi tre anni 330.000 persone. Queste sono evidenze che parlando di Africa dobbiamo avere in mente perché non possiamo pensare a uno sviluppo equo e sostenibile di questo continente se non ci occupiamo seriamente dei processi di pace in Africa. In questo senso l’educazione gioca un ruolo importante perché è attraverso il potere dell’educazione che possiamo fornire uno sguardo orientato alla convivenza pacifica, alla coesione sociale, offrendo opportunità di sviluppo basate per esempio sull’imprenditorialità diffusa delle piccole e medie imprese. Non possiamo prescindere dall’educazione se vogliamo pensare a un continente africano che sia meno interessato da quella terza guerra mondiale a pezzi, rispetto alla quale in numerose occasioni Papa Francesco ci ha sollecitato a prestare attenzione. In questo senso però, pensando alle politiche educative, non dobbiamo trasferire in Africa i modelli educativi che abbiamo sviluppato in occidente. Questo è un punto importante. Pensiamo al tema della digitalizzazione. Abbiamo già delle profonde polarizzazioni e differenze in Africa tra le aree urbane, le aree suburbane, le aree rurali e non dobbiamo correre il rischio che la digitalizzazione diventi uno strumento anche in ambito educativo che va ad ampliare queste già profonde differenze. E allora dobbiamo pensare a delle politiche di digitalizzazione che siano diffuse in Africa e che interessino non solo le grandi città, ma anche le aree periferiche suburbane e rurali. Altro aspetto, nel pensare ai programmi, ai percorsi formativi per l’Africa. Non dobbiamo replicare i modelli statunitensi ed europei, perché? Perché sono dei percorsi educativi che riflettono quell’invecchiamento della popolazione da cui siamo partiti. L’Africa invece gode di questo dividendo demografico e allora dobbiamo pensare a dei percorsi formativi che sappiano sfruttare al meglio, valorizzare al meglio questo dividendo demografico. Questo a dire che pensando all’Africa non dobbiamo pensare a una traslazione dei modelli di sviluppo occidentali, ma dobbiamo tenere conto delle specificità di questo continente e dunque diventa essenziale lavorare con l’Africa. Un ultimo aspetto. Pensando al Piano Africa dell’Università Cattolica, certamente questo nasce nel solco di una consolidata tradizione del nostro Ateneo su queste tematiche e penso in particolare a due esperienze. La prima è quella del contributo dell’Università Cattolica a tutta l’idea di Enrico Mattei con riguardo all’Africa. Perché? Perché quella è un’esperienza che si è sviluppata molto con accademici della Cattolica, penso a Marcello Boldrini, a Francesco Vita, a Pasquale Saraceno, sulla base di un presupposto fondamentale: formare la classe dirigente locale, di nuovo l’intersezione tra crescita ed educazione. E una seconda esperienza con la quale concludo, è quella che Padre Agostino Gemelli ha fortemente voluto con la creazione a Piacenza di una facoltà di Agraria con quale obiettivo, tanti anni fa, di andare a contrastare la fame in Africa. Ecco allora il Piano Africa oggi diventa un modo per reinterpretare queste esperienze così consolidate che in Ateneo possiamo avere, abbiamo avuto e che meritano di essere rinnovate perché l’Africa ha ancora bisogno di una collaborazione che vicendevolmente ci porti a uno sviluppo che fa bene all’Africa ma fa forse ancora meglio all’Europa.

GIACOMO CIAMBOTTI

Grazie. Allora tornerei dal Direttore Piccarolo. Ci ha raccontato un po’ dei vostri progetti che Fondazione Lombardia per l’Ambiente sta attuando soprattutto in Tanzania e le chiederei, Direttore, se ci può approfondire un po’ di più quali strumenti e modalità di intervento avete riscontrato come favorevoli per una crescita anche in ottica de-coloniale, come ora ci raccontava il Magnifico Rettore, cioè non portando tanto modelli nostri e cercando di replicarli, ma anche sfruttando modelli virtuosi e creativi che sono propri del contesto africano. Grazie.

FABRIZIO PICCAROLO

Sì, infatti questi progetti di cooperazione nascono il più delle volte, quasi tutti, da una richiesta che arriva da parte dei governi africani, in questo caso appunto, della Tanzania, di supporto tecnico istituzionale per l’attuazione e anche magari la valorizzazione e con un contributo di innovazione a processi che già sono in atto nel Paese. Per rispondere a questa richiesta si formano partenariati di eccellenza, tra istituzioni, in questo caso Regione Lombardia, università, centri di ricerca, imprese e organizzazioni internazionali proprio per fornire questo supporto tecnico istituzionale al Paese. Un supporto che viene dato sostanzialmente su tre livelli. Il primo livello come formazione e affiancamento e accompagnamento ai policy makers, decisori politici e ai tecnici della pubblica amministrazione, proprio per supportare e aiutare, accompagnare questo processo di localizzazione e di attuazione a livello locale, a livello regionale degli obiettivi climatici, degli obiettivi di sviluppo sostenibile che vengono poi approvati a livello globale, a livello mondiale. Però certo c’è questa necessità poi di tradurre questi obiettivi globali in obiettivi efficaci, concreti a livello locale, a livello regionale. Il secondo livello di questo intervento è la partecipazione e l’accompagnamento e il coinvolgimento degli stakeholder locali e quindi portare questa competenza, questa innovazione, in collaborazione, quindi non con un processo top-down, ma con un processo di partecipazione e di coinvolgimento degli stakeholder locali. Quindi andare a individuare già prima che parta il progetto quali sono i soggetti che a livello locale possono essere protagonisti di questa azione. Il terzo livello è quello dell’educazione e della formazione, cioè con le università e con i centri di ricerca sviluppare programmi di formazione ed educazione a tutti i livelli. Dal livello della formazione scientifica, della formazione professionale, della formazione specifica su determinati temi fino a quella più diffusa, di azione di educazione diffusa a tutta la popolazione, proprio per rendere consapevole la popolazione, i cittadini, le persone dei processi in atto e di implementazione e di consapevolezza dei problemi che ci sono e che vengono affrontati. L’obiettivo, in definitiva, è fornire conoscenza e strumenti in una visione integrata di governance e partecipazione di tutti i livelli della società a partire da un’incentivazione della cooperazione con la popolazione locale.

GIACOMO CIAMBOTTI

Ecco, abbiamo introdotto quindi un altro aspetto di come si collabora con l’Africa, che è questa prospettiva multilivello che tocca diverse fasce della società fino ad arrivare alle comunità locali. Allora, Direttore Petroni, torniamo da lei e abbiamo anticipato il tema del Piano Mattei che è stato introdotto recentemente. Le chiederei qual è stato l’impulso che ha portato, secondo lei, in ottica collaborativa tra Italia e Africa, e cosa può essere fatto anche per espandere l’efficacia per sfruttare anche questi partenariati, questa logica sinergica che abbiamo visto anche tra gli attori, come ci avete raccontato. Ma cosa potrebbe essere fatto?

FABIO PETRONI

In primo luogo il Piano Mattei sicuramente è un’iniziativa disruptive nel panorama italiano, almeno per tre ragioni. La prima per la dotazione finanziaria di 5 miliardi e mezzo, che è piuttosto un unicum nell’esperienza italiana sul fronte dell’internazionalizzazione e della cooperazione. La seconda ragione per la linea geopolitica molto chiara, l’Africa, mai l’Africa era stata così chiaramente definita la priorità della politica estera della Repubblica Italiana. Il terzo elemento poi è quello strategico perché la Repubblica Italiana questa volta si lancia sul campo, sul territorio della cooperazione allo sviluppo, tentando però di integrarvi l’interesse nazionale, tenta di proiettare tramite il Piano Mattei dichiaratamente e con grande onestà il proprio interesse economico, quindi con un coinvolgimento potente delle aziende private. Secondo me questo è proprio l’aspetto più interessante. La diplomazia tedesca, la diplomazia francese, inglese, americana, operano in questa logica da anni. Per l’Italia invece è la prima esperienza ed è un’esperienza molto importante, tanto che tutti i progetti, tranne pochissimi che sono intergovernativi, Ministero Italiano contro Ministero Etiope, per intenderci, tutti gli altri progetti hanno un co-investitore che è un’azienda privata. Questo dà l’idea della svolta e qui secondo me si può giocare la partita dell’accesso alla finanza e mi riallaccio quindi alle criticità degli imprenditori. Dentro il Piano Mattei c’è un capitolo particolare che è la Misura Africa, uno strumento finalizzato a facilitare gli investimenti italiani all’estero essenzialmente. Sarebbero interessati a fare una sperimentazione con questa Misura Africa nel senso di finanziare le joint venture italo-africane piuttosto che l’azienda italiana che vorrebbe andare all’estero. In una situazione del genere evidentemente il finanziamento andrebbe alla joint venture, all’azienda africana, non andrebbe all’azienda italiana. Questo permetterebbe comunque all’azienda italiana di avere accesso diretto a un mercato ghanese, kenyota, ugandese, tramite l’azienda africana e di continuare evidentemente a giovare del de-risking dell’investimento garantito dalla dimensione del capitale pubblico. Dall’altro lato però l’azienda ghanese a questo punto avrebbe stesso accesso al credito ad un tasso di interesse ragionevole quanto meno e accesso anche alla tecnologia italiana che si suppone sia comunque un valore aggiunto. Evidentemente non è un percorso facile, il presidente Sancinelli ne sa probabilmente qualcosa, ci sono moltissimi interrogativi. Qual è l’opportunità? Qual è il Paese? Come individuiamo l’impresa? Come la valutiamo sul piano dell’affidabilità, della solvibilità, delle competenze tecniche? Come mediamo? Come creiamo un interesse comune? Come costruiamo anche la governance di un’azienda del genere, che non è un problema secondario? Come ci diamo un piano strategico che possa effettivamente condurre questa azienda al successo? Penso che E4Impact, con i suoi 40 mila imprenditori di cui uno ha affidato alle cure di Montello, possa effettivamente contribuire in questo senso e garantire quindi la condizione di quell’ecosistema che supera anche il problema dell’accesso alla finanza. Grazie.

GIACOMO CIAMBOTTI

Bene e concludiamo il giro con il Presidente Sancinelli. È stato chiamato in causa, è difficile operare ma lo sta facendo e quindi concluderei con una battuta, se vogliamo, a imprenditori e imprese italiane. Che cosa suggerirebbe nella sua esperienza a futuri imprenditori italiani che vogliono operare con delle joint ventures, con delle collaborazioni con l’Africa?

ROBERTO SANCINELLI

Prima di tutto io condivido in pieno ciò che ha detto la dottoressa Beccalli, bisogna comprendere bene la realtà del paese africano dove intendi esserci. Quindi noi l’abbiamo affrontato proprio con quello che è sul piano non istituzionale ma del privato, dell’impresa privata che vuole realizzare con un privato africano del luogo un’iniziativa e un’impresa. Noi cerchiamo di capire bene, prima scegliamo il partner, non andiamo da soli, noi vogliamo un partner locale che poi gestisca l’operatività, noi diamo il nostro contributo tecnologico, il sostegno finanziario, ma il partner locale che poi faccia la gestione operativa e affronti le problematiche di una gestione, di un’attività con le caratteristiche che deve avere per il Paese dove nasci. Questa è la cosa più importante. Quindi si va in Africa così. Secondo, non andare in Africa, come ho già detto all’inizio, pensando con un’impostazione occidentale, nostra, italiana. Vado, investo perché ho un ritorno. Ho detto prima, in Africa si va pensando più di realizzare un valore che quello di avere un profitto immediato da portare a casa. Perché poi anche questo è importante? Guardare all’Africa. Ma l’Italia è un hub nel Mediterraneo, è lì, in mezzo al Mediterraneo. Cosa ha davanti? L’Africa. Ma noi come impresa, noi ci occupiamo di commodity. Scusate, faccio una premessa importante. Noi ci occupiamo di commodity. Bene, sappiate che se c’è una misura, qualcosa che ti dà la misura dell’economia, cosa ci aspettiamo il domani? Ricordatevi che è la commodity, non è la finanza, è la commodity. È questo qui. Allora, l’Italia ha un hub che è messo lì. Noi siamo convinti che il futuro dell’Africa, ma è sotto gli occhi di tutti ciò che sta avvenendo oggi in Europa, dell’Italia non è alle spalle, non è più alle spalle, cioè l’Europa centrale, l’Europa, ma è davanti, è il bacino del Mediterraneo, è l’Africa. È un errore pensare, non c’è più mercato, non c’è più niente di noi, noi non avremo più il mercato alle nostre spalle, questo bisogna prenderne atto. Oggi purtroppo per scelte dell’Europa, c’è da discutere di chi è la colpa del Paese, però per scelte dell’Europa noi oggi siamo di fronte ormai a un declino economico-sociale strisciante, ma mi dispiace dirlo perché lo dico con rabbia, irreversibile. Ma lo dico con rabbia, però con la fiducia anche che si può cambiare. Però attenzione, bisogna rendersi conto di che cosa, il perché come sempre fra una nazione, perché siamo finiti lì e come si può uscire da questa situazione. E l’Africa è una grande opportunità, grandissima opportunità. Certo, bisogna lavorarci. Piano Mattei è uno, ma ok, è per dare. Bisogna lavorare, diciamo così, proprio su tante piccole cose che spetta proprio alle imprese italiane, che abbiamo questa caratteristica. Noi italiani siamo amatissimi, siamo amatissimi all’estero. All’estero ci dicono, io faccio sempre un esempio, se va un italiano che fa un’impresa, un investimento all’estero, che ha un rapporto con una, e se questa società ha un problema, se va l’italiano, gli spieghi che dopo qualche ora già gli esprimi la soluzione. Ma se ci va un’impresa estera ad esempio tedesca, quello prende nota, torna a casa e dopo tre mesi gli manda la soluzione. L’ho detto come esempio, ma è così, è la realtà. Noi ci ammirano proprio per la nostra capacità dell’immediatezza, di comprendere, di fare di rapporto. E noi questa cosa qui dobbiamo sfruttarla, la dobbiamo quotizzare. Abbiamo davanti sicuramente dei cambiamenti molto importanti, perché ormai non se ne può fare a meno di prendere degli indirizzi nuovi. Quali, non sta a me dirli, magari qualcuno lo penso da imprenditore, però vediamo un po’ cosa succederà, ma sicuramente qualche indirizzo nuovo, perché pensare di recuperare questa situazione economica, sociale (perché ricordatevi che non si può mai scindere questi due aspetti, assolutamente, va bene?) E bisognerà fare delle scelte probabilmente differenti, perché non sono più recuperabili ciò che abbiamo perduto, lo stiamo perdendo, non è più recuperabile lavorando su ciò che si è perso. Quello che si è perso è perso, non torna più, basta. Grazie.

GIACOMO CIAMBOTTI

Grazie, benissimo. Abbiamo, credo, ringrazio tantissimo i relatori che ci hanno accompagnato questa sera dentro questo tema che sicuramente in futuro vedrà nuovi incontri anche al Meeting, approfondimenti. Quindi ci auguriamo che si torni a dibattere su questo aspetto della formazione e dell’imprenditorialità in Africa. Traccio solo due spunti conclusivi, permettetemi di farlo. Il primo, abbiamo imparato che per costruire con mattoni nuovi occorre mettersi insieme, quindi creare partenariati, creare ponti tra Italia e Africa, soprattutto guardando gli attori in Africa non tanto come dei beneficiari soltanto, ma dei collaboratori, quindi co-creare insieme, quindi con l’Africa e non tanto per l’Africa, come ci dicevano. E costruire insieme anche dei contesti di pace, che è un elemento essenziale per poter creare imprese che possano germogliare e far generare l’impatto che si raccontava. Un secondo aspetto importante è quello di non replicare modelli, ma a partire da questa collaborazione creare nuovi progetti virtuosi che tengano conto, o cercano almeno di tenere in considerazione, quello che a livello locale si vive, l’Africa fatta dagli africani, questo è importante, l’Italia fatta dagli italiani e cercare in questo una sinergia che assolutamente può essere costruttiva. Mi permetto di concludere anche ricordando il valore del Meeting, perché questo costruire ponti, aprire dialoghi anche in ottica di pace è sicuramente una caratteristica del Meeting. Invito tutti, ricordo gli stand “Dona Ora” dove poter contribuire anche personalmente alla costruzione di questo luogo e vi suggerisco in ultima battuta di anche visitare una mostra che, secondo me, vista personalmente ieri, ha molto a che fare con quello che ci siamo raccontati, che è la mostra di Giannini intitolata “Non si può morire per un dollaro”. Si parlava prima di come si vive con pochi dollari in Africa e in un pannello della mostra si recita così: “Il successo non è misurato dalla quantità di denaro che si possiede, ma dalla quantità di impatto positivo che si ha sulla vita degli altri”. Questa è una frase di cento anni fa, ma mi sembra molto attuale rispetto a quello che è stato raccontato dai nostri ospiti. Vi ringrazio molto e buon proseguimento di Meeting.

Data

23 Agosto 2025

Ora

19:00

Edizione

2025

Luogo

Arena Internazionale C3
Categoria
Incontri