FRANCESCO VENTORINO, LA MEMORIA E LA PRESENZA

In diretta sui canali digitali di Play2000 (vod), Tv2000 (2a serata)

In collaborazione con Tracce

Felice Achilli, cardiologo; S.E.Mons. Giuseppe Baturi, segretario generale CEI; Lucetta Scaraffia, storica ed editorialista. Modera Stefano Filippi, direttore Tracce

“Don Ciccio” fu teologo, filosofo e insegnante. Ha lasciato un segno profondo nella sua città, Catania. A dieci anni dalla scomparsa, lo ricordano persone che gli erano state molto vicine e ne portano avanti gli insegnamenti.

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STEFANO FILIPPI

Buongiorno a tutti e benvenuti all’incontro di questa mattina in cui ricordiamo una figura per tutti noi molto cara, don Francesco Ventorino, per tutti don Ciccio. Don Ciccio è mancato il 17 agosto di 10 anni fa. Aveva 83 anni ed era stato uno dei più stretti seguaci e amici di don Giussani, l’anima di Comunione e Liberazione in Sicilia e in tante altre parti d’Italia. Don Ciccio è stato filosofo, teologo, saggista. Negli ultimi anni di vita anche cappellano del carcere di Piazza Lanza di Catania, che egli definì così nella messa per i 60 anni di sacerdozio che celebrò tra le mura del penitenziario: “Un luogo dove l’umanità dolorante dei detenuti si incontra con l’umanità generosa di quelli che si prendono cura di loro”. Il carcere per lui era un luogo di incontro e tutta la sua vita fu un luogo di incontro con le persone, ogni singola persona in cui si imbatteva o in cui decideva di imbattersi. Perché per Don Ciccio, incontrare significava andare incontro, come possono ben testimoniare quanti lo conobbero dopo che magari era stato lui a farsi avanti, per esempio, dopo aver letto un certo articolo o aver conosciuto una situazione difficile. L’esperienza che facevano coloro che entravano in rapporto con lui era quella di un uomo, di un prete che andava sempre all’essenziale, al cuore di chi aveva davanti. E lo faceva addentrandosi nell’umanità delle persone, immedesimandosi totalmente con loro, prendendo sul serio tutto e tutti, diventando amico di tutti. Che cosa rendeva possibile questa sua passione per ogni singola persona incontrata nella vita? Credo che la risposta possa essere in alcune frasi dell’intervento che lui tenne al Meeting del 2007, quando fu chiamato a tenere la relazione sul titolo dell’edizione di quell’anno, che era “La verità è il destino per il quale siamo stati fatti”. A conclusione del discorso in cui aveva citato un’infinità di scrittori e intellettuali, Don Ciccio ricordò anche un tragico evento che aveva colpito la sua famiglia e disse così: “È necessaria dunque una bellezza che regga di fronte all’urto di mia madre che chiede perché possa accadere che sua figlia muoia a 30 anni per dare la vita a un figlio che a sua volta muore dopo pochi giorni. È necessario una bellezza che renda accettabile la vita e la morte, la gioia e il dolore, la realtà insomma, così come l’uomo ne fa esperienza”. “La domanda sul nostro destino,” concluse don Ciccio, “trova risposta esauriente solo nel volto di Cristo”. Oggi, 10 anni dopo che quel volto è diventato per lui esperienza totale e definitiva, lo ricordiamo proprio qui al Meeting di Rimini. Lo facciamo con tre ospiti che lo hanno conosciuto molto da vicino per aspetti diversi e che ringrazio di cuore per aver accettato l’invito degli amici di Catania del Meeting e della rivista Tracce. Vi presento qui alla mia sinistra Sua Eccellenza Monsignor Giuseppe Baturi, segretario generale della Conferenza Episcopale Italiana, Lucetta Scaraffia, storica editorialista, e infine Felice Achilli, cardiologo. Ognuno di loro ha conosciuto ed è diventato amico di don Ciccio in momenti ed esperienze diverse che ci racconteranno. Partirei dalla signora Scaraffia e le chiederei appunto come ha conosciuto don Ciccio e che cosa la colpì della sua personalità e dell’amicizia che lei e suo marito avete avuto con lui.

LUCETTA SCARAFFIA

Grazie. Io sono un po’ imbarazzata a parlare di don Ciccio perché so che qui in sala, oltre che qui accanto a me, ci sono persone che hanno conosciuto Don Ciccio molto più di me, meglio di me, e hanno avuto la vita segnata da don Ciccio, forse più di me. Però ho risposto naturalmente con grande gioia a questo invito perché non potevo negare un qualcosa a un ricordo di don Ciccio. Io l’ho conosciuto a un Meeting molti anni fa, non ricordo gli anni. Stavo visitando il Meeting e dovevo presentare un libro che avevo scritto su Francesca Cabrini. In quel momento stavo girando per il Meeting e di colpo vedo davanti a me un sacerdote accompagnato da delle persone che un po’ conoscevo e che conosceva mio marito, soprattutto perché insegnava a Perugia ed erano legate al suo mondo di Perugia, che mi guarda con uno sguardo che mi ha trapassata letteralmente. Quegli sguardi sono di una persona che ti vede come sei, al di là dell’immagine che tu vuoi dare agli altri, che ti sei costruito per anni, per una vita, anche per difenderti dagli altri. Uno sguardo che ti trapassava e nello stesso tempo carico di un amore infinito. Quello sguardo di don Ciccio me lo ricorderò tutta la vita. Quando l’ho visto, ho pensato: “Questo è quanto più vicino deve esistere nel mondo al modo in cui Gesù guardava le persone che ha incontrato quando girava per la Palestina”. Poi negli anni ho capito che questo sguardo di don Ciccio, che ho conosciuto e frequentato tanto con mio marito negli anni successivi con grande simpatia, amore e divertimento, l’amicizia di Don Ciccio era un’amicizia generosissima, ma molto esigente. Era un’amicizia che chiedeva tanto. Non era detto che tutti volessero dare tanto, o neanche che io abbia sempre voluto rispondere alle esigenze molto alte che Don Ciccio aveva dell’idea di amicizia. Lui offriva questa possibilità di avere con lui un rapporto estremamente esigente. Io ho avuto la sensazione, avendolo seguito negli anni, che gli unici che abbiano risposto sempre e costantemente alla sua richiesta così forte di verità e di coinvolgimento profondo che poneva la sua amicizia, siano stati i carcerati. Negli ultimi anni della sua vita ho visto don Ciccio felice, felice del suo rapporto con le carceri, di cui ci parlava tantissimo. Felice perché la sua proposta di amicizia era stata accolta finalmente senza riserve dai carcerati, che erano incarcerati e non avevano più niente da perdere. Questo l’ho trovato veramente un compimento totale della sua missione di prete. La sua missione di prete non è stata scritta. Don Ciccio ha parlato in tante riunioni, ha scritto lettere, però non era quello dell’intellettuale o del predicatore il suo ruolo preciso, anche se sapeva fare queste cose bene. Il ruolo di don Ciccio era quello dell’amicizia che risvegliava l’animo di chi incontrava, naturalmente di chi voleva, accettava di farsi risvegliare. Don Ciccio amava profondamente, però non era mai consolatorio. Anche in momenti difficili della mia vita don Ciccio non mi ha mai consolata, mi ha sempre proposto di fare un passo in avanti, di fare un passo di più. Lui proponeva sempre di superare noi stessi e ci faceva capire anche quali erano, con delle domande, con delle critiche. Era anche un critico molto severo, e quali erano i lacci che ci tenevano indietro, che ci impedivano di proseguire in avanti. Questo era un aspetto di don Ciccio che è rarissimo riscontrare nelle persone, anche nei sacerdoti che noi incontriamo, che spessissimo parlano molto di amore ma questo era un amore che richiedeva tempo, pazienza, attenzione, tutte le qualità umane di don Ciccio che venivano dedicate a questi rapporti, tutta la sua intelligenza, la sua cultura, ma anche la sofferenza. Don Ciccio, in quello, era un po’ retrò. Adesso nessuno lo dice più, ma pensava che la sofferenza fosse parte del suo compito. La sofferenza offerta a Dio. Io mi ricordo sempre di un viaggio che ho fatto con lui in Terra Santa. Durante quel viaggio, in un albergo di Gerusalemme, di tutte le camere d’albergo, tutte ottime camere di questo albergo, non successe niente. Quella di don Ciccio si allagò di notte, il letto di don Ciccio si allagò. Don Ciccio non svegliò nessuno, non chiese aiuto a nessuno, e lui, che era il più vecchio e malato di tutti noi, non disse niente a nessuno. Noi tutti avremmo ceduto la camera a don Ciccio, avremmo fatto qualsiasi cosa per lui. Lui non disse niente a nessuno. Poi il giorno dopo ha passato una giornata di pellegrinaggio anche faticosa senza batter ciglio. Io penso che anche in questo caso lui l’abbia vista come un’occasione di offrire una sofferenza o fastidio a Dio per qualcosa, per qualcuno. La sua amicizia comprendeva anche questi aspetti. Di questo ne sono assolutamente sicura. E poi ti sorprendeva. A un certo punto mi ricordo che era un inizio autunno, abbiamo visto don Ciccio che veniva a Roma per gli impegni di CL. Ci veniva quasi sempre a trovare a casa oppure ci invitava a Catania per vari motivi, anche un po’ pretestuosi. Noi ci precipitavamo a Catania ed era un modo per stare con lui e con gli amici di Catania molto bello, passare delle ore bellissime, ma anche mangiare del pesce buonissimo. Quella volta che venne, mi ricordo, era a casa nostra e aspettavamo che arrivasse mio marito che aveva un impegno. Parlando, lui mi disse: “Il 2 gennaio parto per la Terra Santa. Era appena finita la seconda intifada. Perché non vieni?”. Io non avevo mai pensato di andare in pellegrinaggio in Terra Santa. Mi sarebbe piaciuto andarci con un viaggio, ma ero molto presuntuosa e pensavo che i pellegrinaggi fossero cose di devozionalità che non mi interessavano. Però me l’aveva chiesto don Ciccio, sono andata, e lì il pellegrinaggio era impeccabile. C’era una parte scientifica fatta da Don Lirio che era meravigliosa. Abbiamo avuto incontri politici e sociali molto interessanti, ma l’esperienza non era quella. L’esperienza vera era stare lì. Don Ciccio non ha detto una parola di troppo, non ha mai evocato delle emozioni, ma bastava essere lì. Don Ciccio sapeva la potenza di quei luoghi, sapeva che tutti noi avremmo incontrato veramente Gesù in quei luoghi dove si sentiva ancora così tanto la sua presenza. E lui voleva che io incontrassi Gesù, capissi in quei luoghi che era possibile ancora incontrare Gesù oggi. Questo ho capito. Per quello voleva portarci sempre tutti in Terra Santa, voleva condividere con noi quella che era anche un’esperienza mistica. Ritengo che sentire così forte la presenza di Gesù in quei luoghi costituisca un’esperienza mistica che don Ciccio aveva. Non ne parlava prima, non ne parlava dopo, ma noi sapevamo che cos’era. Dopo avevamo capito perché eravamo in Terra Santa, dopo avevamo capito quanto fosse stato importante quell’invito e quanto fosse importante obbedire anche agli inviti di don Ciccio che erano delle occasioni molto più grandi. Noi non dovevamo fermarci alla prima impressione che ci dava, che magari era invitarci a una presentazione un po’ noiosa a Catania, a delle cose che in apparenza non erano di appeal, almeno per me. Erano sempre esperienze di qualcosa di molto di più che ci aprivano la mente, soprattutto ci aprivano il cuore. Io devo tantissimo a don Ciccio nella mia vita e devo dire che quel pellegrinaggio è stato un punto fondamentale a cui ogni tanto ritorno nelle preghiere, nei ricordi. Sono sicura che don Ciccio sia stato veramente un allevatore di anime, uno che riusciva a risvegliare le anime. A molti di noi, e non solo ai carcerati, anche noi abbiamo delle carceri dentro di noi che sono le nostre abitudini, le nostre mentalità ristrette che ci impediscono di volare. Il compito di don Ciccio era quello di scuoterci, di farci domande, di sgridarci, di incoraggiarci in modo tale da spingerci a volare, e io di questo gliene sarò sempre grata.

STEFANO FILIPPI

Dott. Achilli, Lei don Ciccio l’ha conosciuto in una circostanza drammatica, tragica per la sua famiglia.

FELICE ACHILLI

Spero comprendiate la difficoltà mia a parlare di don Ciccio, perché è difficile descrivere con delle parole una ricchezza di presenza e personalità come la sua. Ma soprattutto perché il rapporto con lui continua ad essere un rapporto vivo che determina me, la mia famiglia e i miei figli. Il destino vuole che proprio oggi, 16 anni fa, io abbia incontrato don Ciccio, o meglio che don Ciccio abbia incontrato me, esattamente il 25 agosto del 2009. La circostanza tragica era legata al fatto che io ero venuto al Meeting per ringraziare don Carron, che era venuto a fare il funerale di mio figlio, il nostro quarto figlio Andrea, che era morto in un incidente stradale due mesi prima. Vi lascio immaginare lo stato d’animo. Ero venuto, mi ero seduto in platea all’incontro che don Carron faceva, e se mi chiedeste di che cosa ha parlato non saprei dirlo, perché la mia testa era altrove. Andavo ripetutamente a quello che c’era accaduto e questo introduceva, insinuava un distacco fra me e quello a cui stavo partecipando, che pure conoscevo. Improvvisamente, alla fine di questo incontro, la persona che era seduta davanti a me si alza, si gira, mi abbraccia e mi dice: “È un mese che ti cerco, voglio venire a casa tua”. Io non ho vergogna di dire che per me è stato come Zaccheo, ho capito Zaccheo. In una condizione in cui veramente l’umanità nostra è messa alla prova, come per noi è stato quello, per me, non c’era neanche la capacità di muoversi, di prendere un’iniziativa. La sola cosa che sarebbe potuta accadere era che qualcun altro la prendesse. E Don Ciccio è stato questo per me, per noi questo. Tenete conto che l’avevo intravisto qualche volta, qualche anno prima, ma non c’era una frequentazione abituale, non è mai venuto a casa mia, non conosceva la mia famiglia. La domanda sul perché questa preferenza è stata sempre presente in me. Perché questa preferenza per noi e non solo in modo formale? Chi conosce don Ciccio sa che era un misto di sicilianità e spirito germanico. Non è che mi ha detto: “Voglio venire a casa tua”. Mi ha detto: “Voglio venire a casa tua in questa data, prendo l’aereo, devi venire a prendermi”. Per cui concordiamo e vado a prenderlo all’aeroporto e lo porto a casa mia. Mia moglie che non conosceva Don Ciccio, noi del nord ci aspettavamo un personaggio un po’ diverso, un po’ sovrappeso. Mia moglie, quando l’ha visto salire dalle scale, tutto perfetto, era rimasta. Comunque viene a casa nostra, si ferma qualche giorno, e la prima cena ha come risposto al perché di quella domanda. Ci siamo seduti a cena e lui è andato diritto alla questione, e cioè, se era vero per noi che quello che era accaduto non fosse solamente una disgrazia, ma che ci fosse dentro quello che era accaduto qualcosa da scoprire, se era vero che Dio dà e Dio compie. Questo è diventato un dialogo, come faceva lui, diretto subito coi miei figli, con noi. Solo che noi non l’avevamo previsto. Succede che a un certo punto inizia a suonare il campanello di casa mia e i nostri figli avevano detto ai loro amici che sarebbe venuto lui e quindi casa nostra si è trasformata praticamente in un’assemblea con un centinaio di ragazzi. Mi ricordo che noi eravamo messi ai margini perché tutti questi ragazzi non si sapeva dove metterli, per cui c’eravamo messi seduti sui gradini della scala e sentivamo solo la sua voce. Ed è stata un’esperienza che poi si è ripetuta tantissime volte, di incontri dove a tema c’è sempre solo stato la ragionevolezza e la corrispondenza dell’evento cristiano al cuore dell’uomo, perché questo era quello che importava a lui. Un anno dopo, ci scrive infatti: “Andrea, vostro figlio e nostro fratello, è morto un anno addietro. Ma come può questa apparente delusione e negazione di ogni desiderio che è la morte essere un compimento? È possibile solo se Dio stesso ha provato questa morte umana e l’ha vinta nell’umanità di suo figlio. È per questo che vi dicevo che in questo fatto è messa alla prova la vostra e la nostra fede, la nostra certezza nella resurrezione di Cristo. Se Cristo è risorto, la vita di Andrea è immersa di schianto nella sua resurrezione, proprio a causa della sua morte così prematura e violenta, fino ad apparire ingiusta. Mentre a questa resurrezione la vostra e la nostra vita viene preparata come in un lungo Sabato Santo. E nel Sabato Santo Cristo è disceso agli inferi nella solitudine estrema e assoluta dell’uomo, dove non arriva nessun raggio d’amore, dove regna l’abbandono totale senza alcuna parola di conforto. È successo l’impensabile, e cioè che l’amore è penetrato negli inferi. Per cui anche nel buio estremo della solitudine umana possiamo ascoltare una voce che ci chiama e trovare una mano che ci prende e ci conduce fuori. Questa sarà la vostra vita per sempre, perché questa è la vita del cristiano, questa è la fede: non solo il buio, ma anche la luce”. Questo non era l’affermazione di un’ipotesi intellettuale, era il contenuto di un’amicizia e di una condivisione della vita. Nei mesi successivi don Ciccio ha problemi di salute, deve affrontare un altro intervento al cuore. Aveva la possibilità, gli erano state prospettate diverse ipotesi. Alla fine, in una delle tante volte che è venuto a casa nostra, mi dice: “Ho più di 80 anni, sono al mio secondo intervento cardiochirurgico, ho un tumore da diversi anni. Se devo morire, voglio che sia tu ad accompagnarmi” e quindi decise di venire a fare l’intervento nel nostro ospedale. Riprendendo quello che la professoressa diceva circa la questione che la sofferenza non era un aspetto della vita estraneo all’avvenimento che aveva incontrato, quello che è stato per lui, ed è stato un percorso lungo, l’affronto della malattia è sinteticamente detto in due cose. In un fatto. Un giorno ci ha scritto che aveva capito quello che nella scuola di comunità aveva letto frettolosamente, e cioè che se l’amore è la legge della vita, il vertice è l’offerta della propria vita. Ci diceva: “Ho cominciato a capire che l’offerta della mia vita nell’obbedienza che mi viene chiesta è ciò di più utile che io possa fare per il bene della Chiesa, del movimento e della mia comunità. Perché l’offerta della vita sconfigge ogni impotenza, anzi dall’offerta sgorga una fecondità misteriosa più grande di quella che presumi derivi dal darti da fare”. L’ultimo Natale che passò in ospedale, io me lo ricorderò tutta la vita. Avevano radunato tutti i pazienti, c’era stata la messa e poi avevano invitato la banda per fare tre pezzi natalizi. A un certo punto il direttore chiede a don Ciccio, perché aveva capito la persona che aveva davanti, di dire due parole. Sembrava la corte dei miracoli: c’erano pazienti, parenti, medici, infermieri. Lui, che stava già provato, disse questa cosa che so a memoria: “Questo è il più bel Natale della mia vita, perché attraverso la vostra opera è per me più facile credere all’avvenimento di cui questa notte facciamo memoria”. Anche noi abbiamo vissuto l’esperienza del pellegrinaggio in Terra Santa. Ci ha portato subito con 150 persone di ogni estrazione. Vi leggo solo quello che ha scritto una dottoressa, nostra amica che è venuta, scrivendo a mia moglie: “Il senso della vita, anzi il compimento della vita, abbia una risposta così contraddittoria come la croce, io non l’ho mai capito né accettato. Però ora riesco un po’ ad accoglierlo guardando la tua faccia. Con stupore mi trovo ad accettare quanto ci ha detto don Ciccio, che lui non accetterebbe mai meno di un Dio crocifisso per l’amore dell’uomo”. Se devo sinteticamente dire questa presenza, questa paternità è ancora quella che ci fa camminare ora.

STEFANO FILIPPI

Grazie.

Monsignor Baturi, lei ha avuto anche una frequentazione, come dire, da allievo, da studente. Per lei è stato un maestro anche di insegnamenti. Lei come lo conobbe e che cosa che cosa ricorda e che cosa trattiene anche dell’insegnamento di don Ciccio?”

GIUSEPPE BATURI

L’ho conosciuto a 16 anni ed è stato il “tu” fondamentale della vita, dell’esperienza cristiana fino al momento della morte e oltre. Quando nella comunità di Catania si usava dare del lei a don Ciccio, poi quando introdusse il tu disse: “Vorrei che per voi io diventi un tu”. Ed è quel “tu” con cui ci siamo rapportati, non perché perfetto, ma perché amava. Nella Bibbia si dice, leggerò qualcosa anche per difendermi dall’emozione. Nella Bibbia si dice che un uomo sarà conosciuto nei suoi figli il Siracide. Il che significa non solo che bisogna guardare i figli per capire la statura di un padre, ma che un figlio non può parlare del padre senza fare i conti con sé stesso, con la sua vita. Questa è la bellezza, ma anche la difficoltà di questo momento, perché parlare dei propri genitori, come di Don Ciccio, delle persone rilevanti, significa fare i conti con sé stessi. Questa frase allude all’importanza del tempo, perché un figlio crescendo nella fedeltà al Padre, nel riconoscere l’imponenza che nel tempo cresce.

Quali sono i tratti fondamentali? Mi avete chiesto questo. Io stamattina ho cercato di tratteggiarli non per definire un uomo perfetto. Lui avrebbe rifiutato un incontro necrologico dove si dicono tutte le cose più belle del defunto. Lui avrebbe voluto, come adesso stiamo facendo, una memoria generativa, la memoria di qualcosa capace di generare ancora vita. Io direi cinque tratti e spero di farla in breve tempo.

Il primo era una passione per la verità assoluta. Amava citare Gesualdo Bufalino, “Le menzogne della notte”, quella frase di uno dei personaggi: “Ma io chi sono? Noi chi siamo?”. Diceva a lezione, come in conversazione, come a tavola, perché il don Ciccio che qui ha parlato davanti a 10.000 persone, era lo stesso che parlava a tavola davanti a uno. Non si può lavorare, non si può educare i figli, non si può far nulla senza lasciarsi inquietare da questa domanda: “Ma noi chi siamo? Che siamo?”. Questo significava almeno due cose: una grande fiducia nella ragione dell’uomo. L’uomo può rendersi conto delle cose, e però anche una grande inquietudine perché nessun livello di conoscenza delle cose può soddisfare questa domanda. Ad ogni conquista si apre una domanda ulteriore. Questo faceva sì per lui che l’uomo e la sua ragione dovessero stare in una posizione di mendicanza, di silenzio, di ascolto. Gli esami. Io sono stato suo studente di ontologia e metafisica, Monsignor Pennisi lo fu di cristologia. I suoi esami severissimi, ne bocciava più lui che l’intera facoltà e dava più lavoro lui agli psicologi che non lo Stato. Era una serie infinita di “perché”, perché ogni affermazione doveva essere fondata, motivata. L’esame finiva quando tu ti arrendevi. In base al numero di “perché” che ricevevano risposta dava il voto. È una ricerca inquieta e che non poteva fermarsi di fronte a uno slogan o a un’affermazione ideologica, ma carica di fiducia. Noi possiamo conoscere brandelli di verità.

La seconda cosa è la lealtà verso l’esperienza, perché ci invitava sempre a guardare le cose che accadono, gli incontri che avvenivano. Questa verità la si trae dalla vita, dalla vita, non dalla vita pensata o dalla vita che produce un fascio di emozioni. Quella non è l’esperienza. Nel 1987, in una serata di giugno, mi chiamò nella sua stanza in Via Sala e mi disse: “Ma tu hai mai pensato a farti prete?”. Ho detto: “In verità no”. Lui mi disse: “Secondo me devi farlo perché vedo dei segni, io te li dico e tu ti paragoni con libertà”. L’invito era motivato dalla necessità di leggere segni della realtà. L’uomo puro, il povero di spirito, insegnava, è l’uomo che non frappone obiezioni tra sé e la realtà, cioè l’esperienza. Per questo si può essere disposti a cambiare opinione.

La terza cosa è l’implicazione dell’affettività. Era un uomo che amava la vita, amava le persone chiamandole per nome. Un segno di questo amore che dava, ma chiedeva per nome, non parlava all’opinione pubblica, ma al cuore di ciascuno. “Tu hai pensato a far questo, ti suggerisco questo”. Si commoveva. Tutti ricordiamo certi funerali oppure di fronte alla bellezza, perché senza bellezza non c’è implicazione dell’affettività. In verità lui voleva essere padre. A un incontro con il clero di Catania, lui disse così: “Essere padre significa essere un luogo in cui l’uomo possa imparare quasi osmoticamente la vita del mistero come carità e tenerezza”. L’abbiamo studiato al catechismo, ma ci vuole un luogo in cui la carità e la tenerezza del mistero diventano reali per sentirne tutta la premura per la propria personale e unica esistenza. Uno impara ad amare la propria unica esistenza davanti a un “tu” che ti ama come un padre, cioè facendoti percepire la tenerezza di Dio.

L’altro elemento che vorrei dire, e così mi ricollego, è che però c’è un punto che non dobbiamo trascurare. Il vescovo, ai suoi funerali del 19 agosto, si chiese: “Ma qual è la radice di tanta ricca umanità, di tanta generosa e straordinaria operosità nella vita e nel ministero?”. Se non cogliamo la radice, forse ci sfugge la cosa più importante. Il vescovo rispondeva: “Era innamorato di Cristo”. Ecco che significa essere innamorato di Cristo? Qualche giorno prima, il 14, la comunità di Catania, per il suo anniversario, usa radunarsi in pellegrinaggio. Lui è morto il 17. Io qualche giorno prima vado a chiedere se ha un’intenzione da dettare. Lui scrive questa intenzione, la rivede, la riscrive, e mentre parlava di me, per esempio, perché il mistero ero io davanti. “Preghiamo perché don Ciccio, in questa prova suprema della vita, conservi la serenità e la disponibilità ad un’obbedienza totale, e perché il Signore mantenga in lui la coscienza che nella sua carne si sta compiendo la passione di Cristo per il bene nostro e di tutta la Chiesa”. Queste sono le ultime parole che lui ha scritto: la vita come offerta, come obbedienza, nella certezza di una fecondità. Qualche anno prima, sempre in un incontro con il clero di Catania, aveva detto con la sua passione: “Chissà attraverso quali vie, in quali modi si compirà il mistero di identificazione a Cristo anche per noi. Forse saremo chiamati a condividere l’oscurità tenebrosa della sua coscienza sulla croce fino alla percezione dell’abbandono del Padre. Oppure la lacerante sofferenza del suo corpo, forse l’amarezza del tradimento e dell’abbandono degli amici. Certamente l’obbedienza della consegna totale nella morte. Quelli saranno i momenti in cui saremo più utili alla Chiesa. Il mistero della salvezza dell’uomo è così profondo che non si può affrontare se non partecipando all’abissale misteriosità della croce”. È per amor nostro, è per amore dei carcerati, è per amore della Chiesa, è per amore di questa Chiesa che è il movimento e di tutte le sue dimensioni che l’ha offerto. E sapendo che il tema della salvezza dell’uomo richiede una coscienza abissale come quella della croce. Tanto che nell’immaginetta ricordo che lui volle mettere la frase di San Paolo: “Per me vivere è Cristo”. Quel giorno, il 19 agosto, chi partecipò a quel funerale ricevette come ultima parola di Don Ciccio in riferimento a Cristo, nel cui amore ha amato tutti noi.

STEFANO FILIPPI

Grazie. Volevo chiedere questo ancora alla professoressa Scaraffia. Abbiamo detto che Don Ciccio era uno che andava incontro alle persone e aveva anche una particolare attenzione personale nei confronti di personalità del mondo culturale e intellettuale. Non dico lontani dalla Chiesa, ma anche lontani dal movimento: intellettuali laici che erano molto conosciuti, che scrivevano sui giornali. Abbiamo avuto la testimonianza di quando morì articoli scritti da Giuliano Ferrara, da lei stessa, dal professor Galli della Loggia. Questo aspetto di don Ciccio che voleva incontrare queste figure di grande rilievo, che non frequentavano il mondo di CL o della Chiesa, questa capacità di incontro con queste figure.

LUCETTA SCARAFFIA

Sì, io penso che don Ciccio cercasse questi incontri sia perché gli interessava capire cosa pensavano le persone che erano lontane dalla Chiesa, sia per respirare la libertà. Don Ciccio non si è mai voluto rinchiudere nel mondo di CL. Questo è molto importante. Pur essendo appassionatissimo di CL, a noi diceva sempre “la mia gente”, cosa che a me colpiva moltissimo. Non ha mai cercato neanche lontanamente di fare propaganda di CL con noi, né con me che ero cattolica praticante e credente, né tantomeno con persone come Giuliano o mio marito. Era lì, se volevamo la vedevamo, lui ci diceva delle cose, ma non era assolutamente una persona che cercava di carpire persone. Era sicuramente curioso di capire le ragioni degli altri. Era un cultore della libertà e della verità, e di alcune persone, come mio marito e Giuliano, lo attirava il loro tentativo di dire la verità. Questa è una cosa importantissima. Anche se erano fuori della Chiesa, si accorgeva che erano molto attenti alla verità. La verità fa parte sostanziale del cristianesimo e lui trovava in loro dei germi del cristianesimo. Questo è molto importante.

Vorrei ancora dire una piccola cosa. Credo che don Ciccio sia stato in assoluto il prete migliore che ho conosciuto. Ho avuto la felicità di conoscere anche dei bravi preti, alcuni erano i miei confessori, ma Don Ciccio è stato sicuramente quello che aveva portato a livello eroico, direi, le virtù di quello che deve essere un bravo prete. Dico eroico perché al di là delle delusioni, al di là di quello che anche noi gli infliggevamo, perché tutti noi gli abbiamo inflitto delle delusioni, quelle su cui lui forse puntava, cercava di farci andare più avanti. Al di là di tutto quello che succedeva, non portava mai rancore, ci guardava sempre con l’amore e ci spingeva ancora una volta ad andare avanti, perché era consapevole del suo ruolo che era quello di far nascere al cristianesimo, alla fede, ogni giorno di più le persone credenti e riportare alla fede quelli che non erano ancora arrivati a essere credenti. Ma lo faceva con una verità e un rigore per cui tutto sembrava vero. Anche questo aspetto della sofferenza di cui abbiamo parlato, che è un aspetto che è caduto molto in una forma di scherno. Penso a Paolo Poli, queste cose che sono state molto prese in giro. Con Don Ciccio diventavano grandissime e vere. Ha avuto questa capacità straordinaria in un mondo che disprezzava fino in fondo un atteggiamento di chi poteva vedere un valore nella sofferenza. Don Ciccio l’ha tenuto alto questo valore della sofferenza e questo è stato uno dei suoi gesti più eroici perché era difficilissimo farlo nel mondo in cui viviamo. Un mondo di ricerca di piacere, di soddisfazioni, solo quello, e anche di sicurezza e di certezza che lui aveva di essere nella strada giusta. Questa certezza l’ha trasmessa anche a noi.

STEFANO FILIPPI

Grazie. Dottor Achilli, noi abbiamo intitolato l’incontro di oggi, “Memoria e Presenza”. Lei ha già in qualche modo introdotto il tema, nel senso quando ha detto che il rapporto con Don Ciccio dura anche oggi, ecco, ci vuol descrivere come continua, insomma, anche oggi 10 anni dalla sua morte.”

FELICE ACHILLI

Sì, come ho già detto, oggi sono 16 anni da questo incontro, precisi. Metà di questi anni la sua morte non ha spento la sua presenza che è ancora misteriosamente vicina. La prova di questo è l’incontro di oggi, la vita che continua a fiorire fra le persone che l’hanno conosciuto o di cui noi siamo diventati immeritatamente amici: Piazza Lanza, la Caritativa, Casa Livatino, l’Istituto Ventorino. C’è una vita che continua ed è evidente, è difficile da negare. Devo dire che noi abbiamo avuto il dono di esserci anche alla fine. Mi ricordo che la settimana prima che stesse male definitivamente ci disse: “Non preoccupate, perché io sarò più presente di prima”. Queste sono quelle frasi che ti segnano, da un lato ti segnano, dall’altro ti provocano, perché esigi di vederne la verità, hai bisogno di vederne la verità. Quindi quello che trattengo di don Ciccio è don Ciccio. È la sua presenza fondata su quello che è stato il contenuto della nostra amicizia. Il contenuto della nostra amicizia con lui non si poteva non arrivare a questo punto. Era l’ipotesi dell’incontro con Cristo come fattore determinante della vita, incontrabile nella Chiesa e sul volto dei santi, dei tanti santi che vivono oggi. Chiudo con questa cosa che, a mio parere, dà lo spessore di cosa voleva dire il rapporto con lui. Noi partiamo da Milano di ritorno dalle vacanze. Dopo essere stati la settimana prima da lui, torniamo dalle vacanze, avevamo l’aereo per andare a Catania. Stavamo salendo in aeroporto e ci arriva una telefonata che le sue condizioni stavano peggiorando. Mi ricordo che all’arrivo a Catania, chi è venuto a prenderci ci dice: “Guarda, adesso sembra stare meglio e ci ha detto che vi aspetta”. Noi siamo arrivati, siamo stati con lui. Pochi giorni prima, mia figlia, Chiara, di 16 anni, dovete tener presente che gli ultimi anni di don Ciccio sono stati veramente duri dal punto di vista di quello che ha dovuto affrontare.

Neanche 15 giorni prima, scriveva a mia figlia: “Carissima Chiara, non smettere mai di porti le domande fondamentali che tengono vigile la tua vita, quelle domande alle quali solo in Gesù si trova risposta. Pensa che sono le stesse domande che accompagnano me ogni giorno, adesso che sono al compimento della mia bella avventura umana. In questo siamo insieme e uniti profondamente, pur essendo in condizioni totalmente diverse. La potenza della domanda e la certezza che c’è la risposta in quel popolo che hai incontrato sarà la forza della tua vita. Ti ringrazio della tua amicizia e spero di rivederti”. Questo succedeva 15 giorni prima e penso che dia lo spessore di quell’uomo lì.

STEFANO FILIPPI

Grazie. Un’ultima domanda per Mons. Baturi. Lei ha accennato a don Ciccio come padre, però lui era un figlio, un figlio di don Giussani. Che rapporto c’era tra di loro? Il fatto di essere diventato un padre. Non si genera se non si è generati in qualche modo.

GIUSEPPE BATURI

Faccio anche qui una premessa. Non voglio essere l’esegete di don Ciccio, nessuno di noi può esserlo. Siamo tutti testimoni di qualcosa che ci riguarda personalmente, ma lui, come nostra mamma, come le persone, sono sempre più di quello che noi ne percepiamo. Un po’ di senso del mistero ci aiuta a cogliere la verità di affermazioni con umiltà. Lui raccontava, in tanti modi, come l’incontro con Don Giussani aveva corrisposto a un’attesa, un desiderio profondo di fecondità anzitutto sacerdotale. L’incontro con un segreto, quello del carisma, che ha a che fare con Cristo, con la realtà, con la comunità, era capace di rendere feconda la sua vita già consegnata alla Chiesa nel sacerdozio e che aveva già sperimentato paternità importanti come quella del suo rettore Pennisi. Ricorda il primo incontro con Don Giussani: attraversa l’Italia e vede don Giussani parlare alla fine di una giornata dell’esperienza vissuta e indurre i suoi ragazzi a guardare il panorama in silenzio per mezz’ora, così che la realtà potesse imprimersi nella coscienza. Ma negli ultimi anni, soprattutto a metà degli anni ’90, mi sembra che lui abbia riletto questo rapporto in modo profondissimo, parlando di uno sguardo che non si finisce di imparare. Il rapporto deve essere con un testimone che guarda la realtà a una profondità tale da suscitare il desiderio e quindi l’attrattiva, perciò il legame, che altrimenti sarebbe fondato su un dovere o su un’adesione intellettualistica. A metà degli anni ’90 c’era questo problema, il problema della sequela. Capisco così: se vado da un legislatore devo chiedere cosa fare. Se vado da un maestro mi chiedo cosa devo credere. Se vado da un testimone devo chiedere: “Ma tu che vedi? Cosa vedi di questa realtà?”. L’esperienza che spesso noi facevamo è avere il rapporto con uno che vedeva altro oltre. Questo lui l’ha ridetto come inerente al suo rapporto con don Giussani. Una sequela fondata sul desiderio di imparare uno sguardo così profondo da essere inesauribile, che è lo sguardo di Cristo. Significa anche, come i discepoli per Cristo, che i discepoli andavano a chiedere: “È accaduto un fatto delle torri, che significa? Cosa significa?”. Imparavano dallo sguardo di Cristo, che non è una cosa sentimentale. È riconoscere quel livello in cui la verità coincide con un amore, quello del Padre. Questo significa anche essere disposti alla correzione, a una contestazione della propria misura, ad accettare che il bene che cerchi e che desideri è più largo della misura che tu avevi pensato di vivere costretto in qualche recinto. È una ricomprensione della sequela che coincide con l’essere cristiani e con il rapporto con Cristo.

STEFANO FILIPPI

Grazie, grazie.

Ringrazio a nome di tutti voi i nostri tre ospiti, li ringrazio veramente di cuore. Prima di lasciarvi ricordo che questo incontro è organizzato da Tracce, la rivista internazionale di Comunione e Liberazione. In padiglione A3 trovate un grande stand della rivista con un programma di incontri di cui questo fa parte. È stato ospitato in questa sala perché il numero dei presenti lo rende evidente. Allo stand c’è la possibilità di abbonarsi, di regalare abbonamenti. Chi si abbona qui al Meeting riceverà un omaggio, una raccolta di storie che abbiamo raccontato sulla rivista negli ultimi tempi, che abbiamo sintetizzato e raccolto per voi. Tracce è una rivista, ma è anche un sito CL online che è stato rinnovato dove trovate storie, commenti, interviste, approfondimenti tutti i giorni.

L’ultima cosa che voglio raccomandarvi è che ognuno di noi può dare un aiuto decisivo al Meeting con una donazione, dove trovate il cuore e i volontari che vi chiedono un aiuto. Ogni dono è un mattone nuovo per continuare a costruire insieme luoghi di incontro, di bellezza e di speranza. Grazie ancora a tutti e grazie ai nostri ospiti.

Data

25 Agosto 2025

Ora

13:00

Edizione

2025
Categoria
Incontri