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ECONOMIA SOCIALE E FRATERNITÀ, UN NUOVO PARADIGMA?
Organizzato da UCID Unione Cristiana Imprenditori Dirigenti
Saluto di Lucia Albano, sottosegretario Ministero dell’Economia e delle Finanze; Alfonso Amarante, rettore Pontificia Università Lateranense; Nino Apreda, presidente UCID Campania; Benedetto Delle Site, presidente Movimento Giovani UCID; Aldo Fumagalli, presidente UCID Lombardia; Sigrid Marz, presidente UNIAPAC; Fabio Storchi, presidente UCID Reggio Emilia; Stefano Zamagni, professore di Economia politica, Università di Bologna. Modera Claudia Conte, giornalista, conduttrice e opinionista TV
Dopo l’appuntamento al Meeting 2024 che aveva promosso le idee contenute nella pubblicazione UCID “Economia Civile” e coerentemente con il percorso identificato nel dibattito citato, UCID si interroga su come superare le logiche ESG. Una necessità già descritta lucidamente, essendo l’esame dei risultati che l’impresa raggiunge in ambiti ambientali, sociali e di governance di per sé avulsa dalle motivazioni e dall’attitudine con le quali i responsabili d’azienda si adoperano in questi ambiti. Eppure sono le motivazioni e l’attitudine a garantire che l’impegno venga mantenuto nel tempo e vada a formare un ulteriore strato di cultura d’impresa che possa perennizzare la coerenza fra elementi ESG, valore dell’impresa e soddisfazione degli stakeholders.
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CLAUDIA CONTE
Buongiorno. Buongiorno a tutti e benvenuti a questo panel dedicato all’economia sociale e fraternità, luogo ideale per ospitare il panel di oggi, che è il Meeting per l’amicizia tra i popoli qui alla fiera di Rimini. Questa iniziativa è promossa da UCID, l’associazione di imprenditori, dirigenti e professionisti impegnati ad attuare la dottrina sociale della Chiesa nelle proprie attività. UCID è presente qui al Meeting di Rimini per il secondo anno. Il cammino è stato avviato lo scorso anno presentando una guida sull’economia civile e la dottrina sociale della Chiesa. È una guida proposta da UCID per imprenditori e dirigenti. Oggi è l’evoluzione di questo cammino e ci vogliamo porre all’attenzione dei nostri ospiti e della vostra una domanda coraggiosa e necessaria: può davvero la fraternità diventare un principio operativo per le imprese? E ancora, è possibile superare le logiche spesso considerate degli indicatori ISG per recuperare invece un senso autentico? Negli incontri di questi giorni qui nello stand di UCID si è parlato del cuore nuovo dell’imprenditore e se l’imprenditore non ha questo cuore nuovo, se non ha un senso, allora anche gli indicatori ISG potrebbero separarsi, diventare metriche di impatto separate dalle motivazioni profonde che devono guidare l’agire degli imprenditori. Quindi i criteri ambientali, sociali e di governance devono essere vissuti in maniera autentica, altrimenti diventano degli adempimenti o strumenti reputazionali. Ecco allora l’importanza di parlare di fraternità, un termine che non appartiene soltanto al vocabolario religioso, ma può diventare una chiave etica, relazionale e culturale per una nuova stagione dell’economia. Quindi fondare un’impresa su relazioni di fiducia e rispetto della dignità umana. Oggi abbiamo il privilegio di avere qui con noi per discutere su questo tema dei relatori di altissimo profilo che rappresentano mondi diversi ma convergenti, perché questo cambiamento si può fare tutti insieme: mondo accademico, istituzionale, imprenditoriale, associativo e spirituale. Li ringraziamo per la loro presenza e diamo subito inizio al nostro dialogo di oggi.
È qui con noi Lucia Albano, sottosegretario al Ministero dell’Economia e delle Finanze con delega all’economia sociale. Grazie sottosegretario per essere con noi. È con noi Aldo Fumagalli, presidente di UCID Lombardia. Grazie presidente. Il professor Stefano Zamagni che non ha bisogno di presentazioni, uno dei più importanti economisti, esponenti dell’economia civile presso l’Università di Bologna. È con noi Sigrid Marz, presidente di Uniapac. Uniapac unisce le associazioni di imprenditori cristiani in 40 paesi nel mondo. Ci raggiungerà padre Alfonso Amarante, rettore della Pontificia Università Lateranense. È con noi il cavaliere Fabio Storchi, presidente di UCID Reggio Emilia. Nino Apreda, presidente di UCID Campania, riferimento per il Mezzogiorno di UCID e Benedetto Delle Site, presidente del movimento Giovani di UCID. Grazie a tutti per essere con noi.
Allora, iniziamo passando la parola al sottosegretario Lucia Albano. Per la prima volta presso il Ministero dell’Economia e delle Finanze è stato costituito un gruppo di lavoro per la redazione del Piano di azione italiano per l’economia sociale. Ecco sottosegretario, che importanza ha.
LUCIA ALBANO
Grazie. Grazie e ringrazio particolarmente Claudia Conte per questa sua introduzione, questo saluto. Saluto e ringrazio per l’invito. Intanto ringrazio CDO, la Compagnia delle Opere, per aver ospitato questo incontro. Ringrazio UCID per l’impegno che sempre profonde in questo ambito. Con loro c’è un rapporto di collaborazione. Ringrazio e saluto e non mi scuserete il professor Zamagni, devo dire che fin da studentessa studiavo, leggevo, approfondivo le tematiche che già mi affascinavano allora, anche perché sin da ragazza ho cominciato a occuparmi di… allora, non si chiamava né economia sociale, professore, né economia civile, c’era il volontariato, c’era l’attività e c’erano tante realtà nelle quali l’io, il protagonismo, emergeva e quindi sicuramente è una storia anche la mia che viene da lontano. Diceva giustamente Claudia Conte che c’è una raccomandazione. Ecco, saluto. È arrivato il padre Alfonso Marà. Buongiorno padre. Buongiorno. Una raccomandazione a livello europeo che ha chiesto ai paesi membri di fare un Action Plan, un Piano d’azione per l’economia sociale. Intanto è interessante ed è importante che l’Europa si sia attivata su questo tema, in maniera così proattiva perché ha capito, ha compreso fino in fondo quelle che sono le potenzialità di questo ramo dell’economia. Quando mi è stato dato al Ministero dell’Economia questa delega che non era mai stata esercitata, ho cominciato a lavorarci e sono stata particolarmente lieta di poterla esercitare, di poterci lavorare. Proprio perché c’era questa raccomandazione, proprio perché era necessario costruire, formare un Action Plan proprio per la fine di questo anno che deve essere presentato, quindi l’Italia lo presenterà in Europa alla fine dell’anno, ho voluto costruire un gruppo di lavoro al Ministero dell’Economia per lavorare e approfondire questa tematica. L’Action Plan, adesso è inutile, però, ci sono diversi ambiti nei quali l’Action Plan va a lavorare. Uno di questi è quello fiscale e finanziario, poi c’è quello della formazione, poi ci sono gli ambiti degli strumenti, poi c’è il tema del procurement, quindi degli appalti. Per ogni ambito di questo Action Plan si è costituito un gruppo di lavoro con tutti gli attori che si sono aggregati, con i principali attori dell’economia sociale in Italia e si è cominciato a lavorare. La prima cosa che abbiamo fatto, professore, è perimetrare l’economia sociale. È la prima cosa, è complessa perché gli elementi che sono il primato della persona, la non distribuzione degli utili e, in maniera molto semplice, principi democratici che guidano queste organizzazioni, ecco, questi elementi sono elementi comuni a molte nostre organizzazioni e quindi come perimetrare questa economia sociale, no? C’è il tema della cooperazione, c’è il tema dell’associazionismo, ci sono le fondazioni bancarie, ci sono realtà e sono migliaia e migliaia di realtà che lavorano in questo ambito e che molto spesso hanno pochi strumenti. Questo tipo di lavoro che è stato fatto, e quindi il secondo punto, sono gli strumenti. Partiamo da quelli fiscali, ma arriviamo anche a quelli finanziari. Quindi il Ministero dell’Economia sta lavorando approfonditamente per poter fornire strumenti anche ai soggetti dell’economia sociale in senso ampio. L’ultima cosa che vorrei sottolineare è che sono stata particolarmente lieta perché ho intrecciato questa delega dell’economia sociale a un’altra delega che ho alla valorizzazione dell’immobiliare pubblico. Perché questi due temi e poi ne parleremo anche in altri panel oggi, sono due temi che devono lavorare assieme. L’immobiliare pubblico può essere una delle leve per poter sostenere i soggetti dell’economia sociale perché la valutazione dell’impatto sociale dell’immobile pubblico e quindi la possibilità di mettere a disposizione degli spazi e dei luoghi per l’economia sociale diventa un volano per l’economia. Quindi io non sto parlando solo dal punto di vista sociale, ma anche dal punto di vista economico. Dall’altra parte in questo momento gli attori dell’economia sociale, ecco, questo io sto scoprendo di volta in volta, di giorno in giorno e lo sto riverificando, sono quelli che in questo momento possono dare veramente una speranza e un’apertura diversa al mondo di un’economia. Prima sentivo parlare dei criteri ISG. Certo, i criteri ISG sono molto rigidi, anche piuttosto freddi nel loro essere definiti, però possiamo anche andare ad approfondirli e riempirli di un’umanità. C’è la S di social che a me, credo che sia profondamente legata al tema dell’economia sociale e quindi il dialogo è aperto non solo con il mondo del non profit ma anche con il mondo del profit che in questo momento deve guardare all’economia con occhi nuovi e occhi diversi. Quindi vorrei anche invitare UCID a partecipare, se lo ritiene, a questi tavoli, a questi gruppi di lavoro, perché certamente un contributo di chi nel mondo del lavoro e della professione ha uno sguardo diverso è un contributo che noi accogliamo molto volentieri. Grazie.
CLAUDIA CONTE
Grazie sottosegretario Lucia Albano. Quindi Lucia Albano ha tirato questa bella proposta di inserire UCID nel gruppo di lavoro presso il Ministero. Allora vorrei passare la parola al presidente di UCID Lombardia, Aldo Fumagalli, per commentare questo dato e poi rispondere un po’ alla domanda di apertura. Che significato ha essere oggi qui a parlare di economia sociale e di fraternità?
ALDO FUMAGALLI
Grazie mille per questa apertura. Saremo con lei, saremo dei suoi soldati in questa missione che le hanno dato così difficile. Molto l’ha già detto Claudia. La crisi dell’economia di mercato capitalista ha delle evidenze che sono i problemi che ha provocato, ma soprattutto questa ineluttabilità, questa incapacità di questo modello di auto-risolvere i problemi che ha provocato. Non è che ci manca l’indirizzo. L’indirizzo è stato segnato nel 2015. L’idea di uno sviluppo sostenibile, di uno sviluppo che in qualche modo potesse accoppiare risultati per tutti, ma progresso generale per l’umanità, è stata dato. 193 paesi aderenti alla ONU hanno detto come vorremmo in qualche modo creare un bene comune nel momento in cui creiamo ricchezza e creare ricchezza insieme a uguaglianza, felicità, eccetera. Si è cominciato, tutti d’accordo, ma dopo dieci anni dobbiamo constatare, noi l’abbiamo fatto a Milano durante gli Stati Generali dell’imprenditoria cristiana, l’abbiamo visto che in qualche modo i risultati non sono quelli che ci si poteva aspettare dieci anni fa. Nel frattempo, siccome questa è una cosa nota e visibile, la parte regolamentatoria di questo mondo si è sviluppata fortemente. Ci sono iniziative da tutti i punti di vista, ci sono iniziative premiali, ci sono iniziative verso i codici delle imprese, ci sono iniziative di tutti i tipi, ma delle volte si ha la sensazione che in qualche modo tutta questa voglia e necessità, soprattutto di regolamentare, è un po’ come la necessità di far giocare dei giocatori di football che sono nati per giocare a football, cercare di fare cambiando le regole, semplicemente cambiando le regole, fare dei balletti di danza classica. È difficile, le imprese sono quelle cose lì, le organizzazioni sono quelle cose lì, difficile cambiare lo stampo. E allora ritorna in voga, ritorna al centro della discussione la possibilità di proporre dei modelli di economia di mercato alternativi che possono in qualche modo inglobare e tenere come fondamento quello che la semplice economia capitalista non è riuscita a fare e quindi andare verso i modelli di economia civile che in qualche modo possono sistemare e essere autocorreggenti. Per fare questo, sai, gli accademici tirano un po’ sulle spalle. Di giocatori di football americano stiamo parlando, non di… Quindi bisogna ricominciare dagli attori, bisogna ricominciare dal genoma degli attori. Pensiamo come UCID, come Uniapac, che il mattone, visto che siamo a parlare di mattoni qui, uno dei mattoni che possiamo cercare di rendere proprio e di investigare è proprio il mattone dell’attitudine, dell’intenzione, della ragione con la quale facciamo le cose. Tutti gli indici ISG si basano sui risultati di quello che viene fatto. È corretto misurare i risultati, ma niente misura le reali intenzioni di chi vuole produrre risultati, di come si affronta il problema, se è vero o no che nelle imprese e nelle aziende ci sono delle cose, delle regole riscritte. Ci siamo concentrati, su consiglio del professor Zamagni, a cui cedo immediatamente la parola, sulla fraternità, perché pensiamo che la fraternità sia alla base della ricostruzione e della conversione da giocatori di football in danzatori che possa essere uno degli elementi, e abbiamo speranza che il mondo accademico e in qualche modo tutti insieme possiamo misurare questo mattone, possiamo pesarlo, quindi non possiamo lasciare che le buone intenzioni siano buone intenzioni anche dal punto di vista del capire se vengono usate o non vengono usate. Questo è lo spirito con quale parliamo oggi di questo tema e questo è lo spirito che ci dà speranza, dà speranza a UCID e dà speranza a Uniapac nel momento in cui vogliono sostenere questo percorso.
CLAUDIA CONTE
Grazie presidente Fumagalli, poi torneremo da lei anche per le conclusioni. Intanto ha aperto un tema importante, quello riprendendo un po’ il titolo del Meeting: “Luoghi deserti costruire con mattoni nuovi”. Io direi mattoni di fraternità, come ricordava anche il cardinale Zuppi nella Santa Messa. Vorrei passare la parola al professor Zamagni. Allora, già il presidente Fumagalli parlava della necessità di avere modelli di economia alternativi che possano permettere di superare, e in realtà è già superato, il paradigma alternativo del mainstream neoliberista. Allora quali sono però i limiti strutturali delle proposte ISG e in che modo l’economia civile può rappresentare questa alternativa?
PROFESSOR ZAMAGNI
Grazie molte. Bene ha fatto UCID a organizzare questo panel su un tema oggi di centrale rilevanza. Rispondo alla domanda partendo però da questa precisazione che abbiamo ascoltato dalle parole della nostra sottosegretaria, economia sociale. Oggi l’espressione economia sociale è diffusa in tutto il mondo, la conoscono tutti e questo non è sempre un bene quando non c’è chiarezza di impostazioni, perché due sono le matrici dell’economia sociale. Non è unica. L’una è quella che ha avuto la sua culla in terra d’America ed è legata alla matrice culturale di chi conosce un po’ la storia americana. L’altra invece è il modello di economia sociale nostro italiano, perché storicamente l’economia sociale è nata prima in Italia e poi altrove, ma dopo la riforma protestante è stata un po’… E qual è la differenza? Che nel modello americano gli enti dell’economia sociale, i nomi li conosciamo dal volontariato, le imprese sociali, cooperative sociali, ONG, eccetera, sono in funzione del mercato. Vuol dire che gli enti dell’economia sociale devono surrogare le lacune che il funzionamento di mercato capitalistico lascia sul campo. Dove il mercato for profit non ha interesse a intervenire, si lascia spazio a questi enti. Nella nostra concettualizzazione, l’economia sociale invece è in funzione della società civile, non solo del mercato, né solo dello Stato. Ed è questo il motivo per cui il nostro modello vincerà sicuramente, ma trova difficoltà perché l’economia sociale, come la interpretiamo noi italiani, ha nel proprio DNA il principio di sussidiarietà. La sussidiarietà però circolare, non solo quella orizzontale, non basta quella orizzontale, ci vuole quella che vuol dire enti pubblici, enti privati, imprese e enti del terzo settore, come li chiamiamo noi, devono interagire sistematicamente tra di loro. Nella sussidiarietà orizzontale invece la relazione è solo tra due, non tra tre vertici. Ente pubblico ed ente. Bisogna coinvolgere anche il mondo delle imprese. Nella sussidiarietà orizzontale le imprese intervengono solo in seconda battuta. Ecco perché il nostro modello sarà vincente. Come voi sapete la sentenza 131 della Corte Costituzionale del 26 giugno 2020 ha sancito quello che ho appena brevemente detto, e cioè che se vogliamo fare evolvere un paese o una comunità bisogna che i tre vertici di questo triangolo magico, ente pubblico, privati for profit e enti del terzo settore o privato non profit, devono interagire sistematicamente. Ora la sentenza è una sentenza, non si può mettere in discussione, però bisogna che ci sia il Parlamento che adesso partendo da quella sentenza tiri fuori la legge ordinaria, altrimenti la sentenza non può avere effetti pratici. Io sono sicuro che la sottosegretaria si batterà perché questo avvenga, perché altrimenti la Corte Costituzionale poi si arrabbia e dice: “Ma voi io ho fatto la sentenza e vi ho dato la dritta, ma voi Parlamento non riuscite a tirarlo fuori”. Il discorso dell’economia civile si collega a quanto ho detto. Voi sapete che in economia ci sono due grossi paradigmi oggi. Paradigma è una parola greca che vuol dire sguardo, visione. Seguire un paradigma vuol dire la visione con cui io osservo la realtà. Allora, le due visioni sono da un lato quella legata alla tradizione, chiamiamola nordico-europea e americana, ed è il paradigma del mainstream. Il neoliberismo. Dove è nato? Non è nato in America e poi si è diffuso e applicato. L’altra invece, cioè l’economia civile, ha avuto i suoi natali in Italia, o meglio l’Italia non esisteva ancora, Napoli e poi subito dopo Milano. A Napoli Antonio Genovesi che fu il primo cattedratico al mondo. Chiedetelo a certi economisti, chiedete: “Chi ha avuto la prima cattedra al mondo, cattedra universitaria?”. Mica lo sanno. Vi diranno Adam Smith. Disastro, perché gran parte degli economisti non studiano, non sanno le cose e poi pontificano facendo credere e la gente non è tenuta a essere esperta e gli va dietro perché Adam Smith aveva la cattedra di filosofia morale. Antonio Genovesi è stato nel 1753, poi da Napoli si porta a Milano. Pietro Verri è stato quello…, Giandomenico Romagnosi e tanti altri. Dov’è allora la differenza tra le due visioni, i due paradigmi? Per il paradigma del mainstream che qualcuno chiama anche economia politica vale l’assunto dell’homo oeconomicus, vuol dire per avere successo in economia ognuno deve pensare a se stesso fregandosene, scusate la parola volgare, degli altri e però comportarsi in maniera razionale, cioè calcolando ecc… E tutto questo homo oeconomicus è un derivato di quanto Hobbes, filosofo inglese, che nel 1651 aveva scritto homo homini lupus cioè “ogni uomo è un lupo nei confronti dell’altro uomo”. Il paradigma dell’economia civile parte da un altro assunto antropologico che ha voluto scrivere Genovesi stesso in esergo del suo libro, e cioè homo omini natura amicus, che vuol dire ogni uomo è per natura amico di un altro uomo. Allora, se uno avesse un po’ di testa sulle spalle basterebbe questo per far capire le differenze, perché se io penso che voi siete dei lupi mi comporterò in un certo modo, dovrò difendermi e mai riuscirò a fare un’autentica amicizia. Ci posso fare amicizie con i lupi che ti vogliono sbranare? Se parto da quell’altra visione invece ricerco. Ecco allora perché il principio di fraternità nasce all’interno del paradigma dell’economia civile. Voi direte, ma anche quegli altri. Attenzione, gli altri non parlano mai di fraternità, parlano di fratellanza e maledetti quelli intellettuali che confondono l’idea alla gente, facendo credere che fraternità e fratellanza siano più o meno la stessa cosa. C’è voluto Papa Francesco che ha scritto l’enciclica Fratelli tutti e andate a leggere i primi numeri, i primi paragrafi, e spende le prime due pagine per chiarire la differenza che c’è fra fraternità e fratellanza. Non che la fratellanza sia una brutta cosa, no, ma è un’altra cosa. Ed è tipica esattamente di questo cioè nel concetto di fratellanza io mi avvicino a te perché ho un interesse da perseguire, un interesse di un tipo che può essere materiale o immateriale, di breve o non importa. Nella fraternità io vengo a te perché per natura siamo amici, cioè ci riconosciamo che siamo fratelli in quanto figli di un unico ente. Poi uno si aggiunge la componente, se vuole, religiosa e capisce subito, però ha delle implicazioni pratiche notevoli. Col principio di fratellanza la sussidiarietà circolare non si potrà mai realizzare. Chi afferma il contrario è uno che non sa le cose, e anche se in buona fede le intende, e quindi va rispettato, però non sa le cose. Se vogliamo applicare la vera sussidiarietà bisogna che il paradigma dell’economia civile venga accolto e il fatto che questo paradigma dal punto di vista storico anteceda … perché Genovesi nel 1753 e Adam Smith in Scozia nel 1776 e quindi il modello italiano viene dopo ma è nato prima. Però noi italiani siamo fatti così perché ce l’ha detto Leopardi, andate a leggere Leopardi, il suo saggio di fine Settecento sul carattere degli italiani. Siamo fessi, fessi, fessi perché noi non sappiamo valorizzare le nostre radici perché ci vergogniamo e andiamo a rimorchio degli altri. Ma si può immaginare questo? L’economia di mercato chi l’ha inventata? L’economia di mercato è nata nel 1400, nel secolo dell’Umanesimo. Firenze, la Toscana è stata la culla e poi si è diffuso. Mica l’hanno inventata quelli là. Ma vogliamo scherzare? Eppure si fa credere che l’economia di mercato con tutti gli orpelli ecc… sia un business delle popolazioni nordiche che ovviamente vanno rispettati tutti perché ci sono elementi di positività e di convergenza, però è giunta l’ora di fare chiarezza, di fare chiarezza e per fare un onore alla verità storica in questo. Ecco, per concludere, perché riprendere e sta già avvenendo. Oggi parlare di economia civile fino a 15-20 anni fa sembrava una cosa strana, la confondevano con l’economia civica, roba da ridere, ma comunque oggi non fa più ridere, anche perché, come stanno andando le cose sulla scena internazionale, si capisce che o si ritorna a quel fondamento che, non dimentichiamolo, le radici profonde dell’economia civile nascono nel Quattrocento (Antonio Genovesi è stato quello che l’ha sistematizzata scientificamente ma nel Quattrocento all’interno della scuola di pensiero francescano perché i primi grandi economisti sono stati tutti francescani). Chi ha inventato la finanza sono stati i francescani. Voi lo sapevate o no? Quelli che avevano fatto il voto di povertà. Poi dopo, quando la finanza è passata dentro l’altro paradigma, le degenerazioni che ancora oggi denunciamo. Allora sapere queste cose e fare un’operazione di verità, a mio modo di vedere, è molto, molto urgente in un paese come il nostro, ma non perché noi dobbiamo menar vanto, anzi dobbiamo essere al servizio degli altri, ma se noi edulcoriamo o nascondiamo la verità, mai riusciremo ad andare. E ultima battuta, non confondiamo la crescita con lo sviluppo. Perché la crescita non è un attributo solo umano, anche le piante crescono, anche gli animali crescono. Ma solo l’uomo, l’uomo nel senso di essere umano, è capace di sviluppo, perché sviluppo viene dal latino. Esse davanti alla parola vuol dire negarlo. Quindi sviluppo vuol dire togliere i viluppi. I viluppi sono i lacci, le catene. Quindi ama lo sviluppo chi ama la libertà. Gli animali non vogliono svilupparsi, non gli interessa niente della libertà, le piante neppure, però vogliono crescere perché anche gli animali devono mangiare. Quindi la crescita non è che sia una brutta cosa. Ma non pensiamo che con la crescita risolviamo i nostri problemi di noi esseri umani, perché noi aneliamo alla libertà e quindi aneliamo alla felicità. Grazie.
CLAUDIA CONTE
Grazie professor Zamagni, davvero è un grande maestro, lo dobbiamo dire. Ci ha ricordato, salutiamo il sottosegretario Lucia Albano, che è davvero urgente questa operazione verità e quindi valorizzare il DNA italiano per superare questo paradigma mainstream neoliberista e quello dell’homo oeconomicus e quindi quello che porta a questo individualismo che è anche un po’ quello che impedisce la vera fraternità. Dobbiamo recuperare anche proprio quella che è la sussidiarietà circolare, quindi l’interazione tra enti pubblici, privati e del terzo settore. Veramente, professore, questo è stato un contributo molto importante, l’iniziativa di oggi. È con noi la dottoressa Marz, presidente di Uniapac, che abbiamo detto, è l’associazione delle imprese che si occupano a livello internazionale di questi temi. Allora vorrei chiedere qual è il ruolo di Uniapac per la trasformazione di questo modello economico, rendendo poi i paradigmi i criteri ISG un comune sentire, quindi superare queste logiche a volte un po’ fredde e c’è poi una convergenza internazionale verso un’economia più fraterna?
SIGRID MARZ
Buongiorno, sono tedesca, per me parlare italiano è un po’ difficile. Per questo devo leggere quello che volevo dire. Prima di rispondere alla domanda, vorrei dare una breve panoramica su chi è Uniapac per coloro che tra voi non ci conoscono. È importante anche per ciò che svilupperò in seguito. Noi riuniamo 45 associazioni di imprenditori cristiani di cui UCID è il membro italiano in 43 paesi. Nel 1931 Paesi Bassi, Belgio, Francia hanno creato l’Uniapac Internazionale per, cito, “occuparsi di questioni sovranazionali e di coordinamento internazionale per contrastare le ideologie marxiste, socialiste e liberali che non rispettano o abusano della proprietà privata”. Perché lo dico? La porta della nostra crisi è cresciuta perché abbiamo imparato a creare una ricchezza sulla scala mai vista prima, ma non abbiamo imparato altrettanto a condividerla. È una citazione di un defunto consigliere spirituale di Uniapac, Eduard. Detto questo, ci sono anche buone notizie. Le statistiche mostrano che entro il 2050 per la prima volta nella storia la classe media sarà la classe dominante a livello globale. Buona notizia, ma ritorniamo al nostro senso di responsabilità nei confronti della proprietà privata nel tempo in cui viviamo. Voglio dare un esempio dell’Unione Europea. Forse conoscete già la proprietà Stewart come struttura proprietaria alternativa al principio del valore per gli azionisti. Esiste già nella legislazione olandese e tedesca. Essa garantisce che le aziende diano priorità al valore a lungo termine rispetto ai profitti e ai dividendi a breve termine. Solo due principi sono sanciti: autodeterminazione e orientamento allo scopo. I diritti economici degli azionisti sono separati dai diritti di voto affinché le aziende possano perseguire i propri obiettivi. Non è per tutti, ma quello che voglio fare è importante che possano farlo per le aziende. Per me si tratta di fraternità incorporata nel diritto societario. Potremmo aver bisogno dell’aiuto di UCID e della BKU tedesca, dato che un tedesco e un italiano sono i relatori ombra. È un esempio di fraternità cristiana in politica e voglio anche dare qualche esempio della mia vita come presidente perché dobbiamo far crescere la torta della fraternità in economia e cerchiamo anche a contribuire alla crescita della fraternità raggiungendo potenziali nuovi membri. Potremmo avere un nuovo membro in Indonesia, un paese musulmano con la piccola ma vibrante comunità imprenditoriale cristiana. Da quando li ho incontrati ho capito che possiamo imparare molto dai cristiani della diaspora. Sono rimasta impressionata quando ho incontrato il primo in Bangladesh. Viva la sua fede apertamente con coraggio, senza imporsi, ma con umiltà. Ho anche incontrato un secondo esempio in Danimarca per mostrare che Uniapac non è Caritas. In Danimarca i cattolici sono una minoranza e la chiesa è relativamente povera. La Caritas, l’organizzazione esiste, ma è finanziata dal governo. Il vescovo mi dice: “per ottenere i finanziamenti devono fare un buon lavoro”. Cosa fanno? Inventano la fraternità imprenditoriale nel campo profughi. Una piccola azienda danese fornisce piccoli forni che i profughi possono usare per cucinare i pasti. Per evitare che venga tagliata tutta la legna per cucinare, sono alimentati a energia solare. E per consentire ai rifugiati di guadagnare un po’ di soldi, altri possono affittare il forno. Qui la Caritas sviluppa progetti di autoaiuto piuttosto che distribuire assistenza gratuita. Questo mi ha dimostrato che la nostra missione si colloca al livello dopo Caritas. Eppure lavoriamo con gli stessi principi: vite dignitose, guadagnarsi da vivere attraverso il lavoro sulla base della proprietà privata che genera certo reddito.
CLAUDIA CONTE
Grazie dottoressa Marz. Ecco, far crescere la torta di un’economia più fraterna. Questa è la missione di Uniapac e se vogliamo, anche quello diceva il professor Zamagni della sussidiarietà circolare, sono questi modelli che propone Uniapac, che propone UCID. Allora vorrei passare la parola al Cavaliere Fabio Storchi, presidente di UCID Reggio Emilia. Allora, riprendendo un po’ le parole del professor Zamagni che ricordava homo omini natura amicus, lei Cavaliere Storchi, ha parlato di impresa come infrastruttura sociale, richiamando anche l’immagine del deserto evocata da Papa Francesco. Allora, in questo contesto economico attuale, quali passi concreti può compiere un imprenditore per far sì che la sua impresa diventi luogo di fraternità e non solo di efficienza? Quindi superare la logica del PIL con quella della FIL, la Felicità Interna Lorda.
FABIO STORCHI
Buonasera a tutti. È una sfida sicuramente molto importante, ma voglio ricordarvi un po’ la genesi della mia adesione a UCID, perché dieci anni fa ho sentito il professor Zamagni, non l’avevo sentito in precedenza. Ha usato parole come quelle di oggi che mi hanno veramente convinto di portare avanti questa esperienza di economia civile applicata alla mia esperienza di imprenditore. Perché così coinvolgente, così convincente nella sua manifestazione che evidentemente d’altronde dobbiamo riconoscere che grazie al professor Zamagni si parla di economia civile in Italia perché l’ha riscoperta lui dopo che era stata praticamente abbandonata. Non c’è un’università in Italia, sono poche per la verità, dove si insegna economia civile che è la nostra economia, il modello economico del Mediterraneo, dell’Italia, come voglia dirsi. E quindi abbiamo approfondito in questi anni la materia dell’economia civile applicata all’azienda nella pratica quotidiana. Abbiamo cercato di tenere conto di queste che sono le indicazioni che arrivano e che dicono che il profitto non è la misura di tutto, è uno dei parametri, ma il parametro principale è quello della cura della persona, quello della valorizzazione della persona che lavora all’interno della fabbrica, che ci deve essere il giusto guadagno per tutti, che non ci possono essere parti differenziati. Abbiamo cercato di applicare nel nostro mondo questi criteri che sono criteri di fondamentale importanza. Come ci ricordava il professore, li usavano già i mercanti del 1200, 1300, 1400, Prato, Firenze, usavano proprio il buon senso, queste che erano misure di buon senso. Ma Aldo non è contento. Aldo Fumagalli non era contento di questa lettura dell’economia civile che in qualche modo ricorda anche l’ISG perché chi applica l’ISG in fabbrica sa che c’è molta sovrapposizione rispetto ai principi e i criteri dell’economia civile (by the way). Abbiamo anche scritto un libro sull’economia civile, sui criteri dell’economia civile a uso e consumo degli imprenditori e dei dirigenti che vogliono fare questo tipo di esperienza. Vabbè, ma torniamo ad Aldo. Aldo si è molto innamorato della parola fraternità, fraternity, pronunciata dal professor Zamagni in qualche incontro che abbiamo avuto e quindi oggi siamo lì a fare un passo in avanti rispetto a quella che è la nostra esperienza applicativa in azienda, considerando anche il termine di fraternità. Fraternità in azienda significa riconoscere l’altro come fratello. Se tu riconosci l’altro come fratello, evidentemente hai nei suoi confronti tutta una serie di obblighi comportamentali che partono dal rispetto, dalla dignità, dal mettersi a disposizione per aiutarlo nei momenti di difficoltà, per aiutarlo nella professione, per fare tutto quello che serve perché lui sia felice e possa realizzare la sua felicità anche in fabbrica. E quindi la fraternità coinvolge tutta una serie di elementi che valorizzano al massimo e mettono la persona al centro. Parlando di questo tema, recentemente, a metà luglio, il Cnel ha approvato un disegno di legge sulla responsabilità. Vi leggo il testo che ho qui che si chiama appunto: “La valorizzazione della fraternità umana nei luoghi di lavoro”. Questo è un disegno di legge che è stato presentato dal adesso Cnel al Parlamento per la sua approvazione e che si pone come obiettivo quello di favorire l’azienda, la fabbrica, il posto di lavoro come il luogo ideale per poter gestire rapporti di fraternità fra tutti. Evidentemente è un passaggio molto importante, molto significativo, perché significa sviluppare una serie di rapporti e far lavorare le persone all’interno della fabbrica in modo ottimale e ci sono i vantaggi anche per l’azienda nell’applicazione di questi criteri perché significa aumentare la motivazione, aumentare l’attaccamento del lavoratore alla sua impresa, significa aumentare la produttività, significa aumentare la redditività, significa tutta una serie di aspetti che danno una risposta anche ai bisogni di competitività delle imprese. Allora, riflettendo e considerando l’aspetto che emerge da questo documento del Cnel, dai documenti che abbiamo esaminato sulla fraternità in fabbrica, mi sono ricordato del contratto del 2016 che ho firmato come presidente di Federmeccanica per i metalmeccanici italiani e anche in quel contratto abbiamo riscontrato tantissimi elementi che vanno e che ricordano appunto l’aspetto di fraternità di cui abbiamo parlato in precedenza. Ci sono tutti gli aspetti che sono collegati all’autovalorizzazione della persona, alla formazione continua della persona, alla partecipazione del lavoratore alla vita dell’impresa. Tutta una serie di aspetti che la fraternità agevolano e aiutano e che sono già contemplati e ripresi nel contratto nazionale che abbiamo firmato nel 2016. Quindi ci sono tutti una serie di elementi che ci inducono ad essere positivi, così come ci ricordava il professor Zamagni, rispetto a questo cammino che dobbiamo portare avanti. Io credo che la fabbrica sia il luogo ideale per poter esercitare e provare l’applicazione di questi nuovi principi e di questi nuovi criteri. Il fatto di creare un ambiente in cui le persone che lavorano 5 giorni alla settimana, 8 ore al giorno, fianco a fianco con questo aspetto di apertura, di comprensione, di condivisione e di valorizzazione di quello che fa l’altro, può evidentemente cambiare molte cose nel clima aziendale, ma anche nell’atteggiamento delle persone. Io credo che siano aspetti che ci riportano anche alla necessità di portare all’interno delle aziende, ma non solo, maggiore bontà. Noi viviamo un periodo di grande cattiveria, io la chiamo cattiveria, di odio, di conflitto e di contrapposizione. Io credo che dobbiamo fare la nostra parte come classe dirigente per creare e dare esempi di maggior bontà all’interno delle nostre aziende e poi all’esterno nella famiglia piuttosto che nella società allargata. Io credo che questo sia il dovere che tutti noi abbiamo oggi, proprio un impegno ad essere migliori, ad essere più bravi e ad essere più buoni nei confronti dei nostri interlocutori, perché credo che il mondo di oggi ne abbia tanto bisogno. Grazie.
CLAUDIA CONTE
Grazie Cavaliere Storchi. Il suo è un bellissimo esempio perché lei, insomma, è un grande imprenditore e quindi applica questo modello. I criteri di economia civile in azienda, rendere la fabbrica luogo di fraternità. Quindi se il lavoratore è felice rende di più. Questo però bisogna renderlo sistemico. Bisogna in qualche modo, attraverso una formazione etica degli imprenditori, possa diventare un qualcosa di un comune sentire e UCID in questo svolge un ruolo davvero importante. Allora, vorrei passare la parola…
FABIO STORCHI
Se mi consente solo una battuta perché capisco di portar via troppo tempo, ma bisogna modificare per poter applicare questi concetti, bisogna modificare le pratiche manageriali, bisogna fare cambiamenti all’interno dell’azienda e quando vengono realizzate e vengono in qualche modo portate avanti, ci vuole anche il coraggio da parte dell’imprenditore di rendere noto questo tipo di best practice perché anche gli altri possono in qualche modo seguirle e applicarle nelle loro aziende. Quindi l’invito, così come riceviamo spesso dai nostri referenti anche ecclesiastici, è di avere il coraggio e di avere il coraggio di professarle anche pubblicamente.
CLAUDIA CONTE
Esatto. Il coraggio di applicarle e il coraggio anche di raccontarle, affinché possano essere seguite. Grazie per il suo esempio. Vorrei passare la parola al dottor Nino Apreda, che abbiamo detto rappresenta UCID in Campania ed è un rappresentante anche nel Mezzogiorno. Allora, a lei vorrei chiedere come si traduce la fraternità nel mondo dell’impresa e qual è la sua esperienza nel Mezzogiorno. Quali sono i progetti di UCID su questi temi? Cosa ci insegnano?
NINO APREDA
Grazie Claudia e ringrazio tutti per questo invito e per l’opportunità che mi date di riflettere su un tema che tocca la radice stessa del nostro fare impresa. Economia sociale e fraternità è un nuovo paradigma. Già Antonio Genovesi, l’abbiamo nominato prima, nel 1700 vedeva questo contrasto tra una persona che era formata da un giusto equilibrio tra interesse di sé e solidarietà sociale. Se guardiamo ancora la tradizione della dottrina sociale della Chiesa, scopriamo che questo paradigma non è in realtà nuovo, ma profondamente antico e sempre attuale. Già Leone XIII con la Rerum novarum indicava una via che supera la logica del mero profitto e mette al centro la dignità del lavoro, la giustizia sociale e la responsabilità verso la comunità. Un esempio straordinario (e Angelo Ferro nominava spesso e ne ha fatto anche dei libri di questo insegnamento) lo troviamo in Bartolo Longo. Bartolo Longo non fu soltanto il fondatore del santuario di Pompei, ma un vero imprenditore sociale, educatore, seppe coniugare fede e concretezza, spiritualità e capacità organizzativa. La realtà aziendale non si basa soltanto sulla capacità di fare profitto, ma è anche la base della capacità generativa della propria comunità, del contesto in cui vive e sopravvive. Oggi nel nostro Meridione, che per il secondo, terzo, quarto semestre, ha avuto un PIL maggiore rispetto al resto d’Italia, abbiamo ritrovato la piccola e media impresa che rappresenta il luogo dove questo paradigma può e deve trovare espressione concreta. La piccola e media impresa meridionale non è solo un soggetto economico, è spesso un punto di riferimento per il territorio, una famiglia allargata che genera occupazione, trasmette valori, sostiene la fragilità e costruisce prossimità. In molti casi supplisce alla mancanza del welfare pubblico offrendo sicurezza, solidarietà e opportunità di lavoro. Ecco perché, di fronte al rischio di ridurre l’impegno etico dell’impresa solo ai parametri ISG, trasformare in Excel questi parametri, noi diciamo, come ci insegna il professor Zamagni, che serve qualcosa di più. Serve una motivazione interiore, una cultura che tenga insieme economia e fraternità, perché solo così l’impresa può durare, generare fiducia e trasformare le società. In questa prospettiva la sfida è riscoprire il senso comunitario dell’impresa, non solo centro di produzione, ma laboratorio di relazioni, di corresponsabilità, di futuro condiviso. Un’impresa che non ha paura di misurarsi con la fraternità, perché è proprio qui che sta la sua forza e la sua credibilità. Grazie.
CLAUDIA CONTE
Grazie, presidente Apreda. Allora, come diceva il professor Zamagni, nel DNA degli italiani c’è la sussidiarietà, ma io aggiungerei anche nel DNA del Mezzogiorno, della Campania, c’è questo senso di comunità che oggi è tanto importante recuperare e riscoprire. Grazie per il suo intervento e prima di passare la parola a Padre Amarante vorrei invece ascoltare le parole del dottor Delle Site che rappresenta i giovani imprenditori di UCID. Allora a lui vorrei chiedere questo: i giovani lo sappiamo che sono il futuro, sono il presente e dobbiamo rimettere i giovani al centro. I giovani imprenditori sono più sensibili al tema dell’impatto sociale e umano dell’impresa? Che visione portano in questo senso?
BENEDETTO DELLE SITE
Allora, oggi fenomeni come le dimissioni di massa, se n’è parlato tanto anche ultimamente, ma soprattutto la capacità attrattiva che un’azienda esercita verso le nuove generazioni non è più misurabile solo in termini di calcolo economico. Pensiamo semplicemente al tema dell’innovazione. Il giovane, sia che si tratti di un imprenditore di prima generazione, sia che si tratti di un imprenditore che subentra magari in un’impresa familiare, è chiamato nel suo contesto a innovare. Però la lettura che noi spesso abbiamo oggi del concetto di innovazione si ferma all’innovazione tecnologica, che è qualcosa che stimola molto i più giovani che evidentemente hanno propensione, vocazione, dimestichezza con questi nuovi strumenti. Però si dimentica molto spesso quanto il giovane nell’azienda cerchi anche questa dimensione della fraternità, non solamente in termini di benessere, sicuramente di welfare aziendale. Appunto le dimissioni di massa guardano a fenomeni dove l’azienda non offre strumenti di welfare aziendale o un clima aziendale in cui i giovani possano riconoscersi e quindi identificarsi poi con quella che è la visione dell’impresa, ma anche il ruolo che un’impresa ha in un dato territorio. L’impresa è in un territorio, dal territorio sappiamo che riceve, ma nella visione dei giovani quell’impresa è chiamata anche a restituire e quindi qui la generatività.
La fraternità si esprime… e qui porto degli esempi concreti perché altrimenti sembra che questa fraternità rimanga in qualche modo un principio teoretico e non si cala poi nella realtà operativa di un’azienda. Tema startup. Quante volte questa fraternità si declina attraverso l’unione di giovani ingegneri, di giovani informatici con artigiani senior e che il combinato di queste due esperienze genera appunto unendo innovazione e tradizione manifatturiera, esperienze di nuova impresa. Ma l’esempio dell’economia sociale: imprese cooperative che in qualche modo prima che erogare servizi sono dei luoghi che offrono speranza a chi viene escluso. Le imprese che puntano su delle filiere eque e che quindi scelgono di valorizzare il lavoro e non solamente di valorizzare i costi. Altri esempi sono (è stato richiamato anche da Fabio Storchi) l’approccio manageriale e quindi sempre più il mondo del management si interroga su come valorizzare… cioè il capitale dell’impresa non sono solo i macchinari, non sono solo, diremmo, oggi gli algoritmi, sono le persone e questo deve evidentemente influenzare la visione dei giovani manager, se non altro. Rispondendo su questo, io dico semplicemente: i giovani sono innovatori. Oggi forse la più importante innovazione che noi siamo chiamati a portare nell’impresa come giovani, oltre all’innovazione tecnologica, è l’innovazione di una virtù, perché la fraternità è una virtù, non è semplicemente un dato misurabile. Spesso le relazioni che sorreggono un’impresa sono la variabile decisiva anche rispetto alla struttura organizzativa e all’innovazione tecnologica. Il problema qual è? Che questa variabile non viene letta dagli analisti e non si sa come declinarla e riportarla nei bilanci trimestrali. Quindi è evidente che c’è bisogno di andare oltre e io direi che i giovani in questo sono chiamati a dare un esempio anche pratico che, secondo me, deve essere molto, molto incisivo. Siamo in qualche modo noi chiamati a declinare quella che sarà l’economia (è stato richiamato il 2050) quindi l’economia dei prossimi decenni.
CLAUDIA CONTE
Grazie, presidente Delle Site. Quindi i giovani innovatori, non soltanto in ambito tecnologico, ma io direi culturale, relazionale e la più grande innovazione rimane l’essere umani, la fraternità, quindi questa grande virtù e i valori. Allora, a proposito di questo, salutiamo anche la piccola Elena, la bimba di 6 mesi, quindi è una delle più piccole. Bello qui al Meeting di Rimini, vedere anche tanti giovani, tanti ragazzi, tanti bambini, un po’ lo spirito è questo. Grazie. Adesso vorrei passare la parola. Abbiamo il privilegio di avere con noi l’Arcivescovo Amarante, rettore della Pontificia Università Lateranense. Lui parla di follia educativa nella sua università. Allora vorrei chiedere a padre Amarante qual è il contributo che la teologia, la dottrina sociale della Chiesa possono offrire per la costruzione di questo nuovo paradigma e che cosa fraternità in chiave biblica può essere tradotto nel linguaggio dell’impresa?
S. ECC. ALFONDO AMARANTE
Bene, grazie soprattutto dell’invito e permettetemi una cosa. La mia riflessione è debitrice a un insegnamento ricevuto anni fa in un contesto diverso, sempre dal professor Zamagni. Da qualche anno io vado elaborando un’idea: come formare i futuri docenti, ma soprattutto come formare i futuri leader di impresa, non soltanto economica, anche civile oggi. Io inizio a ragionare in una maniera un po’ diversa dove i miei colleghi docenti mi guardano con occhi un po’ strani. Perché? Perché noi oggi usiamo una parola che a me non piace, leader, per tanti motivi personali, è una parola che non mi piace. Addirittura gli spagnoli parlano di lideranza, è una cosa che per me italiano fa ancora più senso. Però oggi noi abbiamo bisogno di iniziare a formare ragazzi, giovani, studenti, docenti che iniziano invece a parlare con il linguaggio di una lideranza, potremmo dire, circolare o sociale. Infatti ho preso le categorie che il professor Zamagni ci ha ribadito anni fa, però applicandole nell’ambito formativo: come oggi è possibile formare questi ragazzi, ma soprattutto come è possibile autoformarci? Attraverso quattro principi. Il primo non è la fraternità, ma è la reciprocità. Perché solo nel momento in cui noi entriamo in reciprocità con gli altri, potremmo scoprire che l’altro, per quanto è diverso, mi è fratello. Se questi due principi, reciprocità e fraternità, sono la base del discorso su cui poi poter iniziare a riflettere, ce ne sono altri due che diventano fondamentali. Il primo è il dono, il secondo è bene comune. Mi fermo soltanto sul bene comune perché oggi quando noi parliamo di bene comune spesso non riusciamo più a capire cos’è il bene. Confondiamo il bene personale, il tornaconto personale, in modo particolare quello economico, non più come bene per tutti, ma come bene per una parte. Quando il bene è bene per una parte significa che diventa male. Allora l’università che è un corpo intermedio, potremmo dire che è un corpo del terzo settore, è un corpo che comunque oggi viene visto soltanto come costo perché difatti non genera profitto, è un corpo invece che può donare, può creare un ambito formativo dialogico, di confronto, per far scoprire la bellezza del bello, del bene che può portare a una vocazione che è quella del dono. Ma ragionare così significa iniziare a scardinare delle idee che per centinaia di anni invece ci sono state dette, perché se non c’è il tornaconto personale non c’è la possibilità. Oppure ancora un’idea bella ma pericolosa: quella della meritocrazia è fondamentale. Ma fino a che punto poi diventa ambito di fraternità oppure fino a che punto diventa ambito davvero di crescita e non soltanto di egoismo? Allora per rispondere alla domanda che veniva posta all’inizio: oggi come formare? Oggi è possibile soltanto formare nella misura in cui noi ci crediamo. Vi faccio un esempio. Io sono il rettore dell’Università del Papa. Aldo me lo dice sempre: tu ti puoi vantare, sei l’unico che dice “il rettore dell’Università del Papa”, però sono il rettore che trova più difficoltà a fare dei progetti con le industrie perché praticamente noi non chiediamo un tornaconto personale, ma chiediamo che vengano insegnate a questi ragazzi, creare a questi ragazzi un ambiente non di concorrenza, ma un ambiente di condivisione, non con gli altri, ma per gli altri. E questa è una difficoltà che noi troviamo continuamente. Stranamente noi ci troviamo con un paradigma. Tutti quanti dicono la fraternità è essenziale, bellissima, ma nella pratica tutti remano contro questo paradigma. Allora, qual è il mio auspicio? È che davvero questa conversione non tanto mentale, di cuore, possa diventare paradigma di fraternità effettivo e non soltanto proclamato. Grazie.
CLAUDIA CONTE
Grazie padre Amarante per ciò che fa all’Università del Papa, ma anche per le sue parole oggi. Quindi reciprocità e fraternità, ma anche dono e bene comune, bene che deve essere bene di tutti, non solo di una parte, e poi la meritocrazia che non può mai significare egoismo, quindi non lasciare indietro nessuno. Come dice il professor Zamagni, l’inclusività vera è quella in cui poi la fraternità ha una sua grande guida che può direzionarci. Io ringrazio tutti per i vostri speciali interventi di oggi e allora vorrei lasciare la parola per un saluto finale al presidente di UCID Lombardia, Aldo Fumagalli. Grazie a tutti per essere stati con noi.
ALDO FUMAGALLI
Ma più che un saluto, avendo terminato il tempo che la CDO ci ha messo a disposizione nel palco, volevo chiedervi se poi avete avuto anche voi questo odore di speranza che la parola fraternità ha evocato. Io l’ho sentito. Io personalmente sentendo i panelist parlare ho sentito quello che in diritto si chiama fumus boni iuris. L’idea che c’è qualcosa dietro questo che rischia di funzionare. Io la sento fortemente, personalmente credo che anche UCID e Uniapac la sentano. Bello sarebbe darci appuntamento qua fra un anno per vedere se abbiamo anche qualche segno concreto del lavoro svolto. Grazie a tutti.
CLAUDIA CONTE
Grazie presidente Fumagalli. Quindi siamo anche nell’anno del Giubileo della speranza. I semi germoglieranno e io però vi ricordo che è possibile sostenere il Meeting di Rimini attraverso una donazione alla Fondazione Meeting, che è una realtà del terzo settore, nei punti “Dona ora” qui alla fiera di Rimini, quindi ogni dono sarà un mattone per continuare a costruire insieme questi momenti di condivisione speciali come quello di oggi. Grazie a tutti di nuovo. Grazie.










