DIALOGO, PROPAGANDA… IL RISCHIO DELLA GUERRA COGNITIVA

In diretta sui canali digitali di Play2000 (vod), Rai News, Teleradiopace

Paolo Carozza, Chair Meta Oversight Board; Mauro Magatti, professore di Sociologia, Università Cattolica del Sacro Cuore; Luciano Violante, presidente Associazione Futuri Probabili. Modera Andrea Simoncini, professore di Diritto costituzionale e pubblico, Università degli Studi di Firenze e vicepresidente Fondazione Meeting per l’amicizia fra i popoli ETS

Come la rivoluzione digitale cambia politica e democrazia? Che ruolo gioca la propaganda politica nella comprensione dei fatti e del mondo? Come le grandi piattaforme digitali stanno sostituendo le organizzazioni e le principali funzioni pubbliche giustizia, salute, lavoro, educazione?

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ANDREA SIMONCINI

Buonasera, benvenuti al nostro incontro “Dialogo, propaganda e rischio della guerra cognitiva”. Cominciamo subito con un video, prego.

Io ringrazio l’associazione Futuri Probabili, in particolare il caro amico Marco Casu, per averci consentito di utilizzare questo video che hanno prodotto per l’Expo di Osaka di quest’anno. Abbiamo visto, abbiamo ascoltato voci di giovani, di ragazzi, di ragazze, il nostro futuro probabile, discutere delle parole che oggi ricorrono di più: guerra, spazio, algoritmi, generazioni, limiti, passioni. E proprio da questi volti, da questi dialoghi, noi vorremmo prendere le mosse per entrare in un tema difficile ma assolutamente rilevante, quello della guerra cognitiva. Per capire meglio cosa intendiamo con questa espressione, che può suonare un po’ strana all’inizio, visto che abbiamo cominciato con dei ragazzi ascoltando ragazzi in età di scuola, io vorrei molto brevemente raccontarvi una storia scritta da un maestro del genere, Gianni Rodari, attenzione, scritta nel 1962.

Un giorno bussò alla nostra porta uno strano tipo, un ometto buffo, alto più di due fiammiferi. Aveva in spalla una borsa più grande di lui. “Ho qui delle macchine da vendere”, disse. “Fate vedere”, disse il babbo. “Ecco, questa è una macchina per fare i compiti. Si schiaccia il bottoncino rosso per fare i problemi, il bottoncino giallo per svolgere i temi, il bottoncino verde per imparare la geografia. La macchina fa tutto da sola in un minuto”. “Compramela, babbo”, dissi io. “Va bene, quanto volete?”. “Non voglio denari”, disse l’omino. “Ma mica lavorerete per pigliar caldo?”. “No, in cambio della macchina voglio il cervello del vostro bambino”. “Ma siete matto?”, esclamò il babbo. “State a sentire signore”, disse l’omino sorridendo. “Se i compiti glieli fa la macchina, a cosa serve il cervello?”. “Comprami la macchina, babbo”, implorai. “Cosa me ne faccio del cervello?”. Il babbo mi guardò un poco e mi disse: “E va bene, prendete il suo cervello”. L’omino mi prese il cervello, se lo mise in una borsetta. Come ero leggero senza cervello, tanto leggero che mi misi a volare per la stanza. E se il babbo non mi avesse afferrato in tempo sarei volato giù dalla finestra. “Bisognerà tenerlo in gabbia”, disse l’ometto. “Ma perché?”, domandò il babbo. “Perché non ha più cervello. Ecco perché se lo lasciate andare in giro, volerà nei boschi come un uccellino, in pochi giorni morirà di fame”. Il babbo mi rinchiuse in una gabbia, come un canarino. La gabbia era piccola, stretta, non mi potevo muovere. Le stecche mi stringevano tanto che alla fine mi svegliai spaventato. Meno male, era stato solo un sogno. Vi assicuro che mi sono messo subito a fare i compiti.

1962, bellissima. Oggi viviamo in un’epoca in cui l’incubo del bambino di Rodari, la macchina per fare i compiti, è scaricabile praticamente gratis da internet. La tecnologia digitale è evoluta in maniera talmente rapida, veloce, pervasiva, che moltissime attività che ritenevamo esclusive degli esseri umani (studiare, conoscere, giudicare, decidere, in una parola, pensare) possono essere svolte da macchine. Questo vuol dire che se una macchina può sostituire il mio pensiero, quella macchina prima o poi catturerà anche la mia libertà. Per secoli abbiamo chiesto alla tecnologia di fare quello che desideravamo, oggi le chiediamo cosa desiderare. E questo crea un rischio nuovo di dominio, di schiavitù o una possibilità di liberazione.

Papa Leone XIV, ai giovani radunati a Tor Vergata il 2 agosto per la veglia del Giubileo, ha detto: “Oggi ci sono algoritmi che ci dicono quello che dobbiamo vedere, quello che dobbiamo pensare e quali dovrebbero essere i nostri amici”. E allora le nostre relazioni diventano confuse, a volte ansiose. E quando lo strumento domina sull’uomo, l’uomo diventa uno strumento, sì, strumento di mercato, merce a sua volta.

Per discutere di questi temi, di questo scenario in cui noi viviamo, oggi abbiamo tre ospiti eccezionali. Storie tra di loro molto diverse ma tutte accomunate da un punto che mi fa molto piacere evidenziare, che è una grandissima fedele amicizia con chi propone il Meeting. Il primo, al quale dobbiamo anche la scelta del tema sul quale sta lavorando da molto tempo ed è molto coinvolto sia come pensiero e riflessione sia come proposta, è il presidente Luciano Violante. Luciano ha un curriculum pubblico che francamente esime dal dovere di fare presentazioni troppo lunghe: magistrato, presidente emerito della Camera dei Deputati, è sicuramente un grande protagonista di primo piano della nostra vita politica e culturale e negli ultimi anni sta proprio lavorando moltissimo, si sta interrogando sul futuro, assieme a molti amici. A lui si deve proprio la fondazione di questa associazione Futuri Probabili, dalla quale abbiamo preso in prestito il video per aprire.

Il secondo ospite è collegato, spero che lo possiate vedere, noi lo vediamo qui ma eccolo qui, è il professor Paolo Carozza dell’università di Notre Dame in collegamento dagli Stati Uniti. Oggi abbiamo professori dell’università di Notre Dame su tutti e due i lati, perché c’è anche un altro professore qui davanti che ci guarda che è il professor Dehning che saluta anche il professor Carozza, abbiamo fatto anche questo collegamento. Paolo insegna all’università di Notre Dame, è un grandissimo amico, mio personale, del Meeting. Ho controllato, la prima partecipazione registrata è del 2007 in un incontro sul diritto negli Stati Uniti assieme al giudice Samuel Alito della Corte Suprema americana. Paolo è professore di diritto costituzionale, diritto internazionale, diritti umani, di diritto comparato, ma negli ultimi anni ha intrapreso una nuova avventura professionale e attualmente è co-chair dell’Oversight Board, che è un organismo creato dalla società Meta (quindi per capirsi la società che produce Instagram, Facebook, Whatsapp) proprio per regolare i contenuti che sono caricati sulle piattaforme. Dunque, in questi ultimi anni vive da dentro il tema di questa nuova tecnologia digitale.

Infine, come si dice in questi casi, last but not least, il professor Mauro Magatti, insigne professore dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. Anche lui, amico di lunga data, ho controllato con lui il primo appuntamento al Meeting è del 2011, un po’ dopo Paolo, però anche lui, firma autorevolissima del Corriere della Sera, ma anche di moltissimi altri quotidiani e giornali italiani, negli ultimi anni protagonista soprattutto della pubblicistica italiana. In particolare negli ultimi anni, assieme anche a sua moglie, la professoressa Chiara Giaccardi, di molti volumi in cui entra proprio nel tema di queste transizioni. L’ultimo che è proprio uscito oggi è “Macchine Celibi”, che Mauro assieme a Chiara ha firmato e che ha proprio il tema che noi vogliamo affrontare. Per questo io direi, iniziamo subito. Luciano, tu da tempo hai deciso di accendere una luce sul tema della libertà cognitiva, che è il tema che vogliamo affrontare oggi. Puoi aiutarci intanto ad introdurlo e poi proseguiamo nel nostro dialogo.

LUCIANO VIOLANTE

Grazie. Dunque, nella nostra abitudine di popoli del mondo occidentale, l’opinione pubblica, cioè l’opinione dei cittadini, è un grande motore dello sviluppo delle democrazie. Si sente cosa pensa la gente, cosa pensa l’opinione pubblica, e i governanti si orientano sulla base dei principi dell’opinione pubblica. Anche se una volta Moro disse: “Noi dobbiamo ascoltare l’opinione pubblica, ma dobbiamo avere la responsabilità di orientare l’opinione pubblica”. Non basta ascoltarla e seguire, altrimenti non si è leader, ma si è follower, si è gente che segue quello che pensano gli altri. La cosa importante è che c’è bisogno che ognuno di noi si formi liberamente la propria opinione, liberamente, senza costrizioni. Quando noi vediamo la pubblicità di un dentifricio, sappiamo che il mio dente non sarà più bianco come dicono loro, sappiamo che quelli vogliono farci comprare un dentifricio e va bene. È una propaganda non subdola. Se un politico ci spiega quanto sono belle le cose che ha fatto, sappiamo che sta dicendo delle cose per conquistare il nostro consenso.

Ma ciò che avviene attraverso i digitali, le comunicazioni social, non è così limpido, non è così chiaro. Pensate che nel 2016 il governo della Birmania, che si chiama Myanmar adesso, creò dei siti con le immagini dei grandi protagonisti del cinema, dello sport, della canzone, della musica del popolo, i quali facevano dichiarazioni molto violente contro i Rohingya, che è una popolazione islamica della Birmania. Questo al fine di far crescere l’odio nei confronti di questa popolazione. Poi a un certo punto qualcuno se ne accorse, chiese a Facebook: “Ma scusate, che cosa sta succedendo?”. E Facebook spiegò: “Non c’entriamo noi, è il governo birmano che ha creato questo tipo di meccanismi al fine di costruire un’opinione pubblica contraria ai Rohingya”. Quindi a questo può servire anche creare e manipolare l’opinione pubblica.

Noi dobbiamo stare attenti a una cosa: ogni tecnologia nella storia, e qui c’è un grande sociologo con noi che ce lo può spiegare meglio di quanto possa fare io, ogni nuova tecnologia ha delle opportunità e dei rischi. L’automobile può andare di qui in qualche altro posto del mondo o può ammazzare qualcuno. L’aeroplano li trasporta in un certo modo, ma può crollare e così via. Tutto il problema della tecnologia non è frenare la tecnologia, ma governarla. Questo è il tema: fare in modo che non procuri danni. Quando apparvero le prime macchine a Londra, una macchina investì una signora che si fece male, e il sindaco di Londra stabilì che ogni automobile fosse preceduta da un signore con una lanterna rossa che segnalava che stava arrivando la macchina dietro. Capite che la cosa durò poco, perché evidentemente non era praticabile come soluzione. Ecco, quello è un modo di non capire che la tecnologia va governata.

Il rischio che abbiamo è che la nostra libertà di crearci un’opinione sia inquinata. Sono tre i rischi, poi ne parleremo dopo. Il primo rischio è che non ci sia separazione tra potere digitale e potere politico. Cioè, il potere politico toglie le regole al potere digitale, quindi questo può fare quello che vuole, e il potere digitale a sua volta può fare campagne, finte però (chi le riceve non sa che sono finte), a favore del detentore del potere politico o contro gli avversari di chi detiene il potere politico. Il secondo grande pericolo è la disinformazione. Poi, in un secondo giro magari dirò come ci si può difendere. Il terzo pericolo, che è nuovo e molto grande, è il condizionamento tecnologico dell’attività cerebrale. Una società di Musk ha costruito, ma non solo lui, molti lo stanno facendo, un meccanismo che si introduce nel cranio delle persone. L’hanno fatto prima con un paraplegico e con successi notevoli, perché il paraplegico ha potuto cominciare a parlare con le parole, a fare dei gesti, a cominciare ad usare il computer, eccetera. Quindi questo è importante e positivo. L’hanno provato su un emiplegico e i risultati sono stati ancora maggiori, naturalmente, perché i vincoli erano inferiori. Poi hanno proposto di farlo su una persona sana e hanno detto di no. Questo esperimento è stato fatto in Cile e il Cile ha modificato la propria Costituzione stabilendo il diritto di ciascuno alla libertà cognitiva, a costruirsi liberamente la propria opinione. Perché attraverso quel meccanismo nel cranio, naturalmente si può anche convincere una persona a comprare quel dentifricio piuttosto che un altro, a seguire quel politico piuttosto che un altro. E quindi questi tre sono, a mio avviso, i rischi maggiori che corriamo. C’è un problema, primo di governo, secondo di pedagogia. Bisogna insegnare ad usare questi strumenti. Come si insegna a guidare l’automobile, bisogna insegnare a guidare questi strumenti, questa è la mia opinione.

ANDREA SIMONCINI

Luciano ci ha aiutato a collocare i temi sul tavolo qui davanti a noi. Come si forma l’opinione? La libertà della formazione dell’opinione? Oggi indubbiamente uno strumento, forse il più diffuso e quello più pervasivo e analitico con il quale noi formiamo le nostre opinioni, sono le grandi piattaforme digitali. E il professor Carozza, Paolo, in questi anni si è trovato ad avere un punto di osservatorio molto particolare, interno direi, anche se esterno dal punto di vista dell’indipendenza, ma sicuramente molto vicino a questi fenomeni, per cui volevo proprio chiedere a lui di darci un po’ il suo punto di vista su questi grandi temi. Cosa c’è in gioco? Cosa questo tema della libertà cognitiva evoca per noi? Paolo.

PAOLO CAROZZA – 0:25:59

Grazie Andrea, grazie per l’invito, per l’accoglienza. L’unica delusione mia è di non poter essere lì con voi di persona, perché mi manca tanto condividere l’ambiente eccezionale della fiera in questa settimana, ma anche perché è un po’ ironico che io debba parlare dei rischi e dei problemi della sfera digitale apparendo davanti a voi solo attraverso mezzi digitali. Tuttavia, sono grato di poter partecipare a questa discussione perché l’argomento è di tale importanza per le nostre vite e il nostro futuro, con un’urgenza che cresce ogni giorno. L’intelligenza artificiale e le tecnologie algoritmiche stanno davvero generando un mondo di cose nuove, di rerum novarum, stanno scatenando un potere sorprendente e cambiamenti vasti e rapidi in ogni dimensione delle nostre vite. Nessun aspetto dell’esperienza umana rimane intatto. Ed è esattamente per questo motivo che, secondo me, è insufficiente cercare di capire quello che sta accadendo semplicemente guardando alle manifestazioni della tecnologia in una sfera isolata della vita o un’altra. Dobbiamo andare a quello che è al centro di ogni espressione culturale, della politica, all’economia, alla società, cioè la persona umana.

Le tecnologie dell’IA sono strumenti e, come Luciano ci ha appena ricordato, tutti gli strumenti nella storia umana possono essere utilizzati o come mezzi per promuovere il bene comune e lo sviluppo umano integrale, oppure possono essere strumenti di riduzione dell’esperienza e delle libertà umane. Le possibilità dell’IA per contribuire al fiorire umano sono impressionanti. Non è necessario diventare un tecno-utopista per riconoscere che molto bene può nascere dall’IA per accogliere questo. Ma siamo onesti, qualsiasi sguardo sullo stato dell’umanità oggi, con realismo lucido, non può non riconoscere che stiamo già assistendo quotidianamente davanti ai nostri occhi a segni evidenti del modo in cui queste tecnologie anche possono degradare la vita umana. Questo per me è molto chiaro nella sfera in cui sono più direttamente immerso, di cui hai parlato tu, l’Oversight Board, cioè le tecnologie di comunicazione che ora definiscono in modo schiacciante come produciamo, scambiamo e riceviamo informazioni tutti. Da una parte, possediamo una capacità senza precedenti di comunicare gli uni con gli altri, attraverso tempo e geografie e lingue e culture, a un grado che sarebbe stato inimmaginabile solo poche generazioni fa. Eppure, paradossalmente, questi stessi strumenti, che sono in linea di principio aperti alla comunicazione di tutte le persone e al miglioramento dell’espressione e dell’incontro umano, sono anche diventati gli strumenti di influenza di massa più potenti di sempre.

Le conseguenze negative di quest’ultimo aspetto, i casi che siamo chiamati a gestire nel lavoro dell’Oversight Board tutti i giorni, sono profonde: incitare alla violenza, manipolare i media e diffondere informazioni false, frode e sfruttamento, alimentare problemi di salute mentale, minare il benessere dei giovani. E anche, da non sottovalutare, lo sforzo sempre più incisivo di controllare quale voce dovrebbe o non dovrebbe essere sentita, quali idee sono quelle corrette che devono essere amplificate e quali dovrebbero essere rimosse dalle piattaforme e perseguite anche penalmente, perché sono fuori moda o scomode. Nessuna di queste cose è nuova. Abusare del proprio discorso per diffondere informazioni false o per manipolare persone o per commettere frodi è un fatto vecchio quanto la civiltà umana. Ma certe caratteristiche delle tecnologie odierne rendono straordinariamente difficile risolvere i problemi. Ad esempio, l’immensa dimensione dell’ecosistema informativo, la velocità della loro circolazione, la persistenza dei dati nel tempo. E poi, il più preoccupante di tutto, è il modo in cui l’intera rete digitale sfrutta enormi quantità di dati personali per orientare i nostri desideri verso i fini di qualcun altro, che siano ideologici o economici. Questo è il pericolo per la nostra libertà cognitiva che Luciano sta giustamente identificando e di cui oggi parliamo.

Ma che cosa si deve fare a riguardo? Per contrastare tali problemi, spesso abbiamo l’istinto di rivolgerci direttamente al potere dello stato e della legge. Dopotutto, lo stato di diritto è emerso proprio per imporre limiti al potere, per portare responsabilità nell’esercizio del potere, e così di preservare la libertà, l’uguaglianza, la giustizia. E da questa prospettiva la risposta idonea sarebbe in nuove leggi e regolamenti sui poteri delle piattaforme di social media, delle compagnie di IA, di altri attori nella sfera digitale. Ma penso che dovremmo essere prudenti riguardo a questo riflesso istintivo. Certo, senza dubbio, la legge ha un suo ruolo da giocare, un ruolo essenziale. Io non sarei professore in una facoltà di legge se non credessi nella nobiltà e nella necessità dello stato di diritto per raggiungere il bene comune. Ma iniziare da lì sarebbe sottovalutare la portata, la profondità e la novità della sfida che affrontiamo oggi. Essere eccessivamente concentrati solo sul giuridico ci porterebbe a trascurare e perdere quello che è ancora più fondamentale, cioè il soggetto umano. Questo è dove la direzione verso cui Luciano ci sta puntando è la più importante, secondo me. Dobbiamo chiederci più seriamente come le tecnologie che vengono utilizzate influenzano le dimensioni di base della nostra umanità, non meramente cercare migliori regole e istituzioni di governance e responsabilità.

Per offrire un breve esempio, considerate i problemi della polarizzazione politica. Molti studi mostrano le relazioni molto complesse tra polarizzazione e il ruolo dei social. Non c’è una linea chiara di causalità. Comunque, un filone potente della ricerca suggerisce che la polarizzazione è aumentata in gran parte separando le nostre interazioni attorno a questioni politiche dalle reti sociali reali di persona, non virtuali. In altre parole, più le persone sono impegnate in interazioni online decontestualizzate, con persone con le quali altrimenti avrebbero poche o nessuna connessione sociale di persona, più è probabile che quelle interazioni le portino a quello che è chiamata polarizzazione affettiva. O per dirla al rovescio, quelli che hanno meno probabilità di diventare haters, sono quelli le cui comunicazioni e dibattiti avvengono nel mondo reale, contestualizzati, personali, con persone con cui abbiamo un insieme più ampio di connessioni sociali. In breve, fissando lo sguardo bene sul soggetto umano, vediamo chiaramente che le persone hanno bisogno di relazioni reali, relazioni affettive sane e diverse, per essere aperte al dialogo, alla ragione e al desiderio della verità.

Queste ricerche e altre suggeriscono un’intuizione: che le risposte ai problemi generati dalle nuove tecnologie stanno prima di tutto non nel controllare la tecnologia, ma in una comprensione adeguata della persona umana, nelle dimensioni fondamentali di quello che costituisce il soggetto umano, quello che ci rende esseri liberi e ragionevoli, quello per cui le persone sono fatte. È un problema antropologico prima di essere un problema tecnologico. Richiede di capire cos’è la persona umana, per che cosa è fatta, qual è il suo valore, in una parola, la sua dignità. Ma una sfida grande che abbiamo oggi è che viviamo in un’era dove il significato e il contenuto della dignità umana è stata sempre più ridotta ad una sola dimensione: l’autonomia decisionale, la libertà di prendere decisioni incondizionate sulle cose che valuto personalmente. Questo è certamente un aspetto fondamentale dell’identità di un essere umano, ma un focus esclusivo sull’autonomia è del tutto inadeguato per capire i rischi che le tecnologie contemporanee stanno ponendo alla nostra umanità. Un focus esclusivo su un’etica dell’autonomia porta direttamente a forme estreme di individualismo, di separazione sociale e frammentazione, di assenza di responsabilità e solidarietà e un’ossessione narcisistica con l’autenticità personale. Questa versione della dignità umana che favorisce monadi isolate non connesse l’una con l’altra, eccetto in relazioni superficiali mediate (pensate alla differenza tra due veri amici e la richiesta di un’amicizia su Facebook), si allinea troppo facilmente con il potenziale di sfruttamento delle tecnologie digitali. Favorisce un soggetto umano fin troppo pronto a cooperare, anche inconsapevolmente, con i poteri di sorveglianza e con la manipolazione del desiderio. Questo, si può dire, è una versione dell’era digitale di quello che Hannah Arendt aveva acutamente diagnosticato come le origini del totalitarismo nel secolo precedente.

Per iniziare ad affrontare queste “rerum novarum” del mondo digitale, quindi, dobbiamo recuperare e sviluppare una comprensione più robusta, più spessa, della dignità umana, che sia capace di resistere ai poteri nuovi della nostra era. Qui non ho tempo per entrare in tanti dettagli, ma nel concludere queste osservazioni, vorrei solo suggerire brevemente quattro dimensioni della dignità umana a cui penso dovremmo essere più attenti se speriamo di preservare l’autentica libertà umana cognitiva, e non solo, in questa età algoritmica.

Primo, che la dignità umana è incarnata. La nostra relazione con la realtà non può essere ridotta a un esercizio mentale, ma esiste nella carne, in una mente, corpo e spirito integrati. La tecnologia a cui siamo soggetti cerca di sostituire un’esperienza incarnata della realtà con una mediata. Per dare solo un esempio concreto, considerate il numero allarmante di persone che oggi sviluppano forme di attaccamento romantico ai chatbots di IA, e le sue conseguenze negative.

Secondo, la dignità umana è relazionale. Dal momento in cui siamo nel grembo, al giorno in cui moriamo, scopriamo, sviluppiamo e viviamo il significato, il valore e la direzione delle nostre vite in relazione con altri, attraverso la comunione, attraverso l’appartenenza. Nella misura in cui le tecnologie che ci sono offerte pretendono di sostituire l’isolamento alla relazione, minacciano la dignità umana.

Terzo, la dignità umana richiede di preservare l’interiorità, o quello che nella tradizione biblica era riferito come il cuore. Non il cuore nel senso diminuito della sede del sentimentalismo, l’emozione, l’irrazionalità, ma il cuore come rappresentante della capacità umana di cercare il significato della realtà, di esercitare la coscienza, la responsabilità per gli altri, la capacità di dare se stessi e la propria vita per il bene degli altri e per il bene comune di tutti. Provate a confrontare questo cuore con la totale invasione ed occupazione della vita interiore su cui molte forme di tecnologia digitale, dai social media all’IA, basano la loro influenza.

E infine, la dignità umana richiede di sperimentare e accettare i limiti umani. L’età algoritmica ci promette, a volte molto esplicitamente, un mondo senza limiti, un mondo che è perfettamente controllabile, un mondo senza vulnerabilità, senza debolezza. Anche la morte stessa deve essere superata dalla tecnologia. In contrasto, come ha osservato il sociologo tedesco Hartmut Rosa, “è solo nell’incontrare l’incontrollabile che sperimentiamo veramente il mondo. Solo allora ci sentiamo toccati, mossi, vivi. Un mondo che è completamente conosciuto, in cui tutto è stato pianificato e padroneggiato, sarebbe un mondo morto“. Questa non è un’intuizione metafisica, dice Rosa, ma un’esperienza quotidiana. Quindi dobbiamo resistere alla presunzione che la tecnologia sia destinata a trascendere i limiti attraverso cui sperimentiamo veramente cosa significa essere umani.

In sintesi, chiudo dicendo semplicemente che se vogliamo davvero rispondere alla guerra sull’integrità cognitiva che le “rerum novarum” digitali ci presentano, sì, abbiamo bisogno di costruire norme e istituzioni di responsabilità nuove e creative nella nostra legge e la nostra politica. Ma ancora più di quello, abbiamo bisogno di rinvigorire la questione umana. La stessa questione di tre millenni fa, quando il salmista cantava: “Che cos’è l’uomo, perché tu te ne curi?”.

ANDREA SIMONCINI

Grazie. E ringrazio davvero il professor Carozza per aver trovato il modo di collegarsi e di darci questo contributo così interessante e importante che sicuramente svilupperemo. Però dico che lo aspettiamo qui in presenza a Rimini il più presto possibile, in modo tale che possa darci le sue osservazioni di persona e non digitalmente come ci è capitato oggi. Grazie Paolo, ancora davvero. E allora proseguiamo. Nel passare il microfono, nell’aprire il microfono di Mauro, abbiamo sentito: qui ci troviamo in un mondo in cui ci sono delle macchine, c’è un sistema tecnico che normalmente siamo abituati a pensare come qualcosa che produciamo e che invece in qualche maniera ci produce. Diventiamo sempre di più, ci percepiamo, ci concepiamo, abbiamo rapporti e relazioni sempre di più per quello che queste macchine ci consentono. E questo scenario di “macchine celibi” che dite tu e Chiara nell’ultimo libro, e comunque come senti questi temi su cui abbiamo aperto?

MAURO MAGATTI

Grazie, grazie dell’invito. Direi prima di tutto che stiamo parlando di processi di cui nessuno riesce a cogliere precisamente la portata, che sono molto veloci, molto grandi ed è bene da una parte essere umili e dall’altra parte capire che bisogna lavorare insieme per cercare di capire cosa fare con questo nuovo mondo che è già nato, sta nascendo e si sta sviluppando. Io sono molto d’accordo con il discorso che ha fatto Paolo Carozza, cioè che la questione è fondamentalmente antropologica, prima di tutto antropologica, e poi è politico-regolamentativa e tecnica, ma se non partiamo dall’elemento antropologico è difficile.

La questione della tecnica è una questione antica, è originaria della stessa umanità, della stessa civilizzazione; quindi, non ha senso quando parliamo di tecnologia né essere pro, tecno-entusiasti, né essere contro, tecno-fobici. La tecnologia è un “pharmakon”, diceva Socrate, nel senso greco della parola: un “pharmakon” è un farmaco che da una parte ci aiuta a risolvere dei problemi ma nell’affrontare questi problemi ne crea di nuovi. Quindi quando parliamo di tecnologia, lasciamo perdere l’essere pro o l’essere contro. Si tratta di capire di che cosa stiamo parlando, che caratteri ha questo nuovo mondo, questa nuova tecnologia e cosa possiamo fare per affrontare le sfide che ci pone, in modo che valorizziamo le opportunità e riduciamo i rischi.

Allora, che cos’è questo farmaco? Dove interviene? Io lo collocherei un po’ storicamente questa vicenda del digitale, che naturalmente ha il suo percorso tecnico, nasce dalla cibernetica, dall’idea di ridurre la comunicazione a informazione. Spiego. La comunicazione, come quella che stiamo usando noi oggi con le parole ordinarie, è abbastanza vaga. Io sto cercando di fare un discorso più o meno logico, le mie parole risuonano dentro ciascuno di voi, sì, ci intendiamo più o meno, e dobbiamo fare lo sforzo poi di capire che cosa ho detto io, che cosa dici tu. La comunicazione ha degli elementi molto confusi. Allora, l’idea della cibernetica è: no, cerchiamo di creare un sistema per cui da A a B l’informazione arriva precisa, senza perdita, senza creare confusione. E qui c’è stato un salto logico incredibile, cioè abbiamo scoperto, gli scienziati hanno scoperto, gli ingegneri hanno scoperto che creando delle strisce 0-1 tu puoi trasformare il linguaggio e tante altre cose in stringhe che poi sono la base dei sistemi tecnologici che oggi abbiamo.

Allora, questo sistema che cosa cura? Cura il fatto che nella seconda metà del Novecento, adesso per farla breve, nelle democrazie abbiamo liberalizzato il senso. Abbiamo detto: “Va beh, ci sarà il Papa che dirà la sua, ci sarà mio padre che dice la sua, ognuno è libero di dirla come vuole”, che è un passaggio storico importante, per carità, è una cosa fondamentale che abbiamo conquistato. Abbiamo liberalizzato il senso e abbiamo costruito nel frattempo mondi sempre più grandi, la globalizzazione. L’era digitale è la tecnologia, è il farmaco che da una parte permette di organizzare questi sistemi sempre più vasti, sempre più complessi che le vecchie tecnologie non erano in grado di gestire e dall’altra parte tenta, prova, si immagina, fantastica di poter risolvere il problema della liberalizzazione del senso.

Ma come tutti i farmaci, se da una parte risolve dei problemi, ci permette di realizzare nuovi obiettivi, di fare dei passaggi, dall’altra parte il farmaco, soprattutto se non è usato con attenzione e se chi lo usa non è consapevole del farmaco che sta usando, aggrava dei problemi. Per cui noi stiamo andando in un mondo che da una parte raggiunge dei livelli di efficientizzazione sempre più spinti e sempre più capillari, perché il digitale fa questo. Con la fabbrica avevamo efficientizzato il luogo della produzione, poi con le infrastrutture materiali abbiamo efficientizzato la mobilità, adesso con il digitale efficientizziamo ogni nostra azione quotidiana. Cito per fare un esempio banale il contapassi. Tutte le persone che hanno più di 50 anni hanno in tasca il contapassi. Qualche autorità medica ha detto che bisogna fare 10.000 passi al giorno per stare in salute e se tu alla sera alle 9 ti accorgi che ne hai fatti 2.500, dici: “Oh cacchio, qui devo farne assolutamente perché sennò mi ammalo”. Esci nonostante che diluvi per fare i 7.000 passi che ti mancano. Ci diamo degli standard, delle misure che efficientizzano persino la vita quotidiana, anche in positivo, pensate ai vantaggi che abbiamo in campo della mobilità o in campo della medicina.

Ma insieme a questa efficientizzazione, noi siamo in una situazione in cui c’è il totale caos comunicativo, nel senso che noi abbiamo chiaramente perso ogni speranza che con la parola, con il logos e quindi con la politica, noi possiamo intenderci. Ma questo vale nei rapporti intrafamiliari piuttosto che dentro un’impresa, piuttosto che dentro un movimento. L’idea che la parola, il dialogo ci risolva, ci rimetta in comunione l’abbiamo abbandonata. Quindi abbiamo una situazione in cui abbiamo il massimo dell’efficienza e il massimo del caos comunicativo. Una cosa bella e impegnativa.

Allora, questo farmaco, dobbiamo prima di tutto essere consapevoli del fatto che se ci fa fare dei passi in avanti, ci pone dei problemi assolutamente inediti che non abbiamo mai visto, che dobbiamo tentare prima di tutto di inquadrare. E questa è una prima questione. L’altra questione è che la digitalizzazione riduce la distanza tra l’uomo e la macchina. L’ha detto Paolo in conclusione. Non so se qualcuno di voi usa ChatGPT. Io quest’estate ho avuto un problema, avevo questa forma in gola che non passava, mia moglie era via. Allora ho cominciato a chiedere a ChatGPT consigli su quello che dovevo fare, naturalmente non sono medico. E mi sono accorto che questa cosa è veramente impressionante, che tu parli con ChatGPT, stabilisci una relazione pseudo-vivente e questa è una novità che viene dopo i social, perché i social hanno creato quella polarizzazione, quei problemi che dicevamo. Oggi con l’intelligenza artificiale noi stabiliamo delle relazioni con delle macchine che sono sostituti delle relazioni con gli umani, e questo creerà tutta una serie di problemi che dobbiamo prepararci ad affrontare.

Dall’altra parte, l’ha detto prima Luciano Violante, la digitalizzazione e le nuove tecnologie sempre più includono il nostro corpo dentro il sistema tecnico che abbiamo costruito, e la digitalizzazione a questo punto di vista fa dei passi impressionanti. L’esempio che è stato portato, che è noto, impiantare un chip in una persona che ha avuto dei problemi fisici che le consente di restituire, ad esempio, la parola attraverso questo chip, è una meraviglia. Noi stiamo parlando di un aggeggio che mettiamo in testa e la domanda successiva sarà: “Ma se io ti potenzio le facoltà cognitive, perché non posso vendere un prodotto che potenzia le facoltà cognitive?”. Al momento non è possibile, evidentemente, ma è chiaro che la spinta va lì.

Allora il secondo punto, e chiudo, è che si riduce la distanza tra noi e le macchine. Le macchine diventano più simili agli umani, perché le abbiamo fatte noi, più simili a noi evidentemente, e dall’altra parte gli umani tendono a diventare sempre più meccanizzati, sempre più simili a macchine. Ecco, tutto questo non è per creare ansia, ma per dire che siamo una generazione, siamo delle generazioni che stanno affrontando un gradino della storia molto serio, molto impegnativo, molto difficile. Come ho detto all’inizio, dobbiamo essere umili, non capiamo tutto, nessuno capisce tutto di quello che sta accadendo. Aiutiamoci a capire, a ragionare, a pensare. Nel secondo intervento tornerò su questo punto del pensare, perché il nodo è esattamente che cos’è il pensiero, ma mi fermo qua.

ANDREA SIMONCINI

Non volevi creare ansia, però non è che stiamo proprio tranquilli tutti. E allora proprio per questo, anche perché una riflessione su questi pericoli l’avevi cominciata prima, Luciano. Per esempio, mi viene in mente: impiantare un chip nel cervello per potenziare l’umano non si può. E allora attenzione, non si può in certi sistemi legali in cui quello che noi conosciamo come alcuni principi fondamentali vengono rispettati, ma il mondo è molto grande; quindi, che in questo momento non stia già succedendo da qualche parte non possiamo escluderlo del tutto. Per questo volevo tornare a questa distinzione tra potere politico e potere digitale di cui tu parlavi prima, la disinformazione, cioè questi grandi temi, come li affrontiamo?

LUCIANO VIOLANTE

Innanzitutto c’è un principio etico di fondo: non si può fare tutto quello che si può fare. C’è un limite delle cose e dobbiamo stare attenti a pensare che si possa fare tutto quello che si può tecnicamente fare. Umanamente non si devono fare alcune cose, altrimenti saltano alcuni punti di fondo della comunità umana. In quello che ha detto il professor Magatti, mi hanno colpito due cose. Tu hai usato il termine “pharmakon”. “Pharmakon” in greco vuol dire due cose: sia la medicina sia il veleno. È abbastanza interessante che tu abbia usato non a caso questo termine, perché stiamo parlando di qualcosa che può essere usato molto positivamente ma che può essere appunto un veleno.

Fermo questo, facciamo un passo indietro. Machiavelli dice che per il buon governo ci vogliono delle buone leggi ma anche i buoni costumi, cioè non bastano i governanti, ci vogliono anche i cittadini. Allora, la domanda che dobbiamo porci adesso è: noi, di fronte alle cose di cui stiamo parlando, che cosa dobbiamo fare e cosa possiamo fare? Guardate, ci sono tutte le leggi di questo mondo, ma nessuna legge di questo mondo può impedire a questa tecnologia di invaderci. Dobbiamo essere noi a creare dentro di noi strumenti di difesa. Come? Se per esempio ci arriva continuamente un tipo di messaggio uguale, state attenti, lì c’è un’operazione in corso. Contro qualcuno, per esempio, contro il signor Rossi. Se arrivano 10, 15, 20, 30.000, 2.000 messaggi, vuol dire che lì c’è un’operazione in corso di cui dobbiamo guardarci.

Poi c’è un punto che diceva molto bene il professor Carozza che è questo, lui parlava di polarizzazione. Che cosa vuol dire? Vuol dire che i social non hanno mediazioni, c’è l’opinione A o l’opinione B e tutto questo crea tensione. Nel social non c’è nessuna forma di mediazione, invece la comunità umana si regge sul cercare di capire le ragioni dell’altro e di trovare un punto di mediazione tra le mie ragioni e quelle dell’altro. In questo senso il social va usato con attenzione, va usato, ci serve, però stiamo attenti perché il social polarizza, sei o pro o contro. E d’altra parte sviluppa tutto quell’inconscio che c’è in ciascuno di noi che non ha il coraggio di manifestarsi pubblicamente, ma quando siamo sulla scrivania con quella roba magari qualcuno lì scrive o dice delle cose che non scriverebbe se dovesse farlo a voce.

Un’altra cosa che mi ha colpito del professor Magatti è che tu eri solo quando hai avuto… E stiamo attenti, la solitudine è una questione. Oggi la solitudine è un grande problema umano. Ci sono molte persone sole. È difficilissimo fare comunità. Guardate, come sapete io grazie alla vostra cortesia sono ospite da qualche anno del Meeting. Questa è una comunità. La cosa importante che voi fate, non so se lo sapete, scusate se mi permetto di dire questo, è di essere comunità, di essere persone che hanno gli stessi sentimenti, che mettono la persona umana al centro di una serie di relazioni, che guardano al futuro con un dato di speranza, non di disperazione, che si sentono impegnati a considerare la vita, scusate se è giusta questa espressione, una forma di missione. Ma non voglio usarlo in termini ecclesiali, ma come compito, come funzione, non lasciarsi vivere, vivere impegnandosi per costruire, per andare avanti, per fare le generazioni come sono andate avanti, costruendo.

Ecco, di fronte a questo tipo di questioni che abbiamo, i rischi sono quelli che noi dobbiamo, noi stessi, dobbiamo difendere la nostra libertà cognitiva. Noi ci difendiamo tutte le nostre libertà quando vengono minacciate. Questa minaccia ha una caratteristica particolare che è insidiosa, perché non la vedi subito, non te ne accorgi. Ecco, bisogna accorgersene, bisogna stare più attenti, questo intendo dire. Noi abbiamo dentro di noi anche degli strumenti di difesa, non dobbiamo aspettare soltanto le leggi. Le leggi possono fare quello che volete, ma poi, faccio un esempio più banale se volete, un sindaco può fare tutto il necessario per pulire la città, ma se la gente continua a buttare le carte per strada c’è poco da fare, la città sarà sporca. Anche noi dobbiamo concorrere a quell’obiettivo.

Quindi sul digitale anche noi dobbiamo concorrere a fare in modo che il digitale non trasformi la nostra società in una serie di processi meccanici. Quando leggo che qualcuno interroga ChatGPT dicendo: “Ho conosciuto Tizio, ma quello è bravo? Posso continuare ad uscirci la sera o no?”, che cosa vuol dire? Che quella persona non ha nessuno a cui parlare, altrimenti non sentirebbe ChatGPT per sapere se è giusto uscire con quella signora o con quel signore. E come superiamo le solitudini? Costruendo comunità, cercando un rapporto umano con le persone. E per questo motivo, a mio avviso, dobbiamo cominciare a pensare, ne parlavamo prima insieme con il professor Magatti e con Andrea, al problema di concorrere, di costruire una civiltà digitale. Cioè la nostra civiltà, il nostro modo di vivere, è molto condizionato dal digitale. Però stiamo attenti che non è il digitale che deve condizionare la nostra civiltà. Deve essere la nostra civiltà a condizionare, a guidare il digitale. Qui dobbiamo avere consapevolezza di cosa vuol dire essere persone umane, cosa vuol dire mettere l’uomo al centro, la persona al centro dei processi, cosa vuol dire impegnarsi a conoscere e a capire.

Guardate, siamo obbligati a conoscere e a capire, altrimenti le cose ci piovono addosso. Quei ragazzi che hanno detto: “Io ci passo, c’è gente che passa persino 10 ore”, e uno ha detto: “Io mi vergogno a dirlo ma sono dominato da questi meccanismi”. E qui tiro fuori infine una parola vecchia, essendo io vecchio posso usarla: la pedagogia. Ci vuole una pedagogia del digitale, insegnare l’uso del digitale, insegnare ai ragazzi che quella roba lì, il digitale, è uno strumento utilissimo se usato bene. E dobbiamo insegnare ad usare bene. In questo senso io penso che dobbiamo recuperare questo concetto di civiltà digitale, di civiltà basata sulla capacità di governare i processi digitali. Governare non dal punto di vista di chi governa il paese, ma di tutti quanti insieme. Tutti quanti insieme, perché altrimenti si è vittima, si è uno strumento del digitale. Dobbiamo essere noi a utilizzare il digitale, non deve essere il digitale a utilizzare noi. Per questo dobbiamo stare molto attenti a quello che ci perviene sul telefonino, sui social. Questo è fondamentale perché se non lo facciamo, guardate, è inevitabile che prevalgano i meccanismi o di tipo politico o di tipo imprenditoriale-industriale di cui parlava prima il professor Carozza. Siamo noi che dobbiamo difendere noi stessi. Questo voglio dire, siamo noi che dobbiamo difendere noi stessi, dobbiamo capire un po’ meglio cos’è quella roba e sviluppare, ecco mi viene un’espressione che non è mia ma di un’altra persona, un coraggio cognitivo.

Cosa vuol dire coraggio cognitivo? Il coraggio di far prevalere la conoscenza sull’impressione, la conoscenza, cioè cercare di capire, di conoscere. Occorre coraggio, bisogna superare una soglia, la soglia dell’indifferenza, la soglia della fatica. Come diceva Capograssi, la terribile fatica dell’inizio dell’azione. Cominciare un’azione è faticoso sempre. Ecco, noi abbiamo bisogno di mettere in piedi questo. Soltanto un coraggio cognitivo ci può aiutare a dominare il digitale e a non essere dominati dal digitale, questa è la mia impressione.

MAURO MAGATTI

Le macchine celibi e il destino che abbiamo davanti è la fase radicale dell’individualizzazione se non riusciamo a costruire questa civiltà digitale. Allora io do questo contributo, parto da un’analogia. L’analogia è questa: quando c’è stata la rivoluzione industriale, cos’è successo? È successo che gli umani hanno imparato a catturare l’energia fisica e hanno realizzato delle macchine che svolgevano delle azioni che sostituivano il lavoro dell’uomo, la fatica dell’uomo, e anche molto più potenti delle nostre braccia, delle nostre gambe. L’idea era che le macchine avrebbero sostituito le persone ma soprattutto avrebbero ridotto la fatica del lavoro. In effetti noi oggi, due secoli dopo, facciamo molta meno fatica fisica, ma in realtà quella rivoluzione ha avviato la grande trasformazione che è arrivata con l’industrializzazione. Il risultato è che noi oggi facciamo meno fatica fisica, ma lavoriamo molto di più. Noi lavoriamo molto di più, perché si è innescato il processo produzione e consumo, tante cose, lavoriamo molto di più.

Allora adesso cosa sta succedendo? Siamo in un momento in cui gli umani hanno inventato delle macchine che sono capaci di catturare l’energia cognitiva. E guardate, il nostro cervello sta alle macchine digitali come le nostre gambe stanno all’automobile o all’aereo, cioè è inutile che dici “corro, corro” perché quello va più forte, punto, non c’è storia. L’idea qual è? L’idea è che queste macchine, come allora, ci solleveranno da tutta una serie di compiti, funzioni, attività che facevamo direttamente noi. Ma il tema sarà realizzare una società dove saremo più capaci di pensare. Noi abbiamo bisogno di creare e di immaginare una società che pensa molto di più.

Allora bisogna fare un altro passaggio. Che cosa è il pensiero? Non posso farlo in due minuti, ma dico l’essenziale. La modernità, e il digitale è un passo in avanti, ha grandissimi meriti, tutti noi occidentali siamo orgogliosi di far parte di questa storia, ma si porta dietro anche un riduzionismo. Il tema di Ratzinger, quando diceva, e anche di Habermas, “stiamo attenti perché la ragione si sta restringendo, diventa ragione strumentale, diventa calcolo”. Leibniz, filosofo importante, diceva: “Verrà il giorno in cui non discuteremo, calcoleremo”. Siamo qua. Cioè noi abbiamo ridotto sempre più il pensiero a ragione e ragione calcolante, ragione strumentale, problem solving, raggiungimento dello scopo e abbiamo dimenticato che il pensiero nella nostra cultura, nei greci e nei latini e anche nella cultura medievale, si appoggia su questa dimensione strumentale, sulla nostra capacità logica, sull’intelletto, ma si appoggia anche sulla dimensione spirituale. L’umano pensa spiritualmente, questa dimensione l’abbiamo completamente dimenticata.

E che cos’è lo spirito? Lo spirito non è qualcosa che aleggia da qualche parte stranamente. Lo spirito ha due elementi dentro cui si radica. Primo, il corpo. Lo spirito non è il contrario del corpo, come diceva Cartesio. Lo spirito è incarnato nella nostra esperienza di viventi. La differenza tra noi e la macchina è che noi siamo viventi e noi pensiamo sentendo, avvertendo e volendo bene o odiando gli altri, la realtà. Questo è il primo elemento che ha a che fare con il tema dello spirito. E la seconda dimensione è la sorpresa, la domanda, la meraviglia, la curiosità, il sapere che non tutto può essere messo sotto controllo, il tema intorno a cui le religioni hanno lavorato.

Quindi noi abbiamo bisogno, per andare nella direzione della civiltà digitale, di una società che pensa di più, che vuol dire: quali scuole, quale educazione, quali organizzazioni, quale pubblica amministrazione, quale sistema di informazione. Dobbiamo fare noi una società che pensa di più, tenendo presente che la dimensione del pensiero ha a che fare con l’elemento della razionalità strumentale, della razionalità comunicativa, adesso non complichiamo il discorso di Habermas, e con quella che possiamo chiamare razionalità spirituale. Perché non è che lo spirito non è ragionevole, lo spirito è certamente ragionevole, non è riducibile all’idea di ragione dell’Illuminismo o del riduzionismo tecnocratico. Quindi abbiamo davanti, da certi punti di vista, un’enorme sfida, ma un’enorme sfida in positivo. Naturalmente nessuno può nascondersi che fare questo passaggio è molto impegnativo considerato lo stato delle nostre società. Ci impiegheremo tempo, ci saranno anche tante sofferenze e tanti dolori, ma io credo che questa strada sia una strada positiva su cui possiamo già da oggi cominciare a lavorare.

ANDREA SIMONCINI

Grazie Mauro. Luciano, a te. Da tempo ci hai lanciato un po’ quest’idea di non il digitale che detta la nostra civiltà, ma noi costruire una civiltà digitale. Come? Come possiamo noi informare questo mondo della tecnologia e non il viceversa?

LUCIANO VIOLANTE

Bisogna studiare, che è sempre importante. Studiare, capire. Guardate, come si diceva prima, sono processi velocissimi questi, veloci. Quello che abbiamo studiato l’anno scorso non serve più per quello che sta verificandosi oggi. Noi dobbiamo riflettere insieme attorno a una nuova etica del digitale. Guardate, c’è un tema che non abbiamo trattato e non rientra tra noi: il digitale nella guerra. Sono armi potentissime che si stanno sviluppando, che se si sviluppano senza regole globali finiscono per cambiare completamente la faccia del mondo. Faccio un esempio molto semplice: i missili ipersonici. Prima ti arriva il missile e dopo qualche secondo senti il rumore, tanto per capirci, perché sono più veloci del suono. Quindi non te ne accorgi.

Secondo, alcune di queste armi scelgono l’obiettivo. Nel senso, è impostato per colpire dove ci sono dieci divise verdi, ma se poi quel drone vede che c’è un posto dove ce ne sono 100, va dove ce ne sono 100 perché ha capito che quello è un nemico e lo fa con una velocità tale che l’uomo non può intervenire, anche se vicino a quei 100 ci sono una scuola o un supermercato e così via. Allora c’è tutto un problema che si sta ponendo dell’etica del digitale. Ormai non è più, l’abbiamo affrontato questo problema cinque o sei anni fa, adesso è un altro problema. Lo statuto etico dell’intelligenza artificiale di oggi è una delle grandi questioni che dobbiamo affrontare. Ora non mi metto qui a dettare regole, però dobbiamo stare attenti che laddove una macchina sfugge totalmente al controllo della persona umana, lì c’è un rischio.

Allora dobbiamo, al fondo di tutto, costruire strumenti scientifici e limiti tali che evitino quello che accade. Guardate, quando ci fu il nucleare, ci fu un trattato sulla non proliferazione nucleare per la deterrenza. Deterrenza cosa vuol dire? Che io e te abbiamo gli stessi strumenti e quindi il primo che li usa autorizza anche l’altro ad usarli e quindi si distrugge il mondo. Ecco, bisogna arrivare a un sistema, un’intesa internazionale che riguarda un trattato internazionale, perché salva tutti, non è che salva uno soltanto, sui limiti alla confezione, all’uso e alla conservazione di questi strumenti di altissima tecnologia. Perché altrimenti rischiamo, noi non sappiamo adesso che cosa sta succedendo in alcuni paesi del mondo da questo punto di vista. Cosa sta facendo la Cina? Cosa sta facendo l’India? Non lo sappiamo.

Allora, cosa dobbiamo fare? Dobbiamo porre questa questione che non si sta ponendo, di una nuova etica del digitale, perché questo digitale è diverso da quello di cinque anni fa. Il chatbot non esisteva, i missili ipersonici non esistevano, le macchine da guerra autoguidate non esistevano. Tutto questo pone problemi nuovi, perciò io penso che l’impegno nostro oggi è quello di ricostruire e dare un contributo alla costruzione di un’etica del digitale di oggi. E guardate che poi tra 10 anni dobbiamo tornare a rifletterci, perché quello che avremo deciso non servirà più, perché ci sarà un altro livello delle cose. Ma l’importante è star dietro, non farci schiacciare dalle innovazioni, questa è la mia opinione.

ANDREA SIMONCINI

Grazie. Io ringrazio di cuore i nostri interlocutori questa sera, il professor Carozza dagli Stati Uniti, il professor Magatti e Luciano Violante. Ho trovato, per chiudere, una frase da uno scrittore francese, a molti di noi caro, Georges Bernanos, gennaio 1945. Quindi sicuramente non è di stringente attualità, o perlomeno. “Il pericolo non è nella moltiplicazione delle macchine, ma nel numero continuamente crescente di uomini abituati fin dall’infanzia a desiderare ciò che le macchine possono elargire. Il pericolo non è che le macchine vi rendano schiavi, ma che la vostra libertà venga indefinitamente ristretta in nome delle macchine, della manutenzione, del funzionamento, del perfezionamento. Il pericolo non è che voi finiate per adorare le macchine, ma che vi mettiate a seguire ciecamente la collettività, il dittatore, lo stato, il partito, che possiede le macchine e ne dispone, concedendovi o rifiutandovi la loro produzione. No, il pericolo non è nelle macchine, perché non c’è altro pericolo per l’uomo che l’uomo stesso. Il pericolo è nel tipo d’uomo che questa civiltà si sforza in ogni momento di formare“.

Io trovo questa frase, questo pezzo, particolarmente impressionante. Il grande merito di questo dibattito, del dibattito sulla tecnologia digitale, è che ci sta costringendo a porci la domanda: ma c’è qualcosa dell’umano che non è sostituibile? C’è qualcosa di noi che non possiamo delegare ad un meccanismo? E questa domanda è la domanda che sospinge la civiltà. Cos’è propriamente umano? Quello che abbiamo ascoltato oggi, il tema della dignità che Paolo ha suscitato. Quello che posso dire è che il fattore che aiuta di più questa irriducibilità, cioè il fatto che la persona non accetti di ridurre il proprio desiderio, è una relazione, è un rapporto, è una comunità, per usare una parola che in questi giorni è spesso tornata. Penso che questo legame, che luoghi che continuamente ci sollecitano a non ridurre il desiderio… Queste macchine sono progettate per dare le risposte. Quello che ci salverà sono le domande. Grazie a tutti, grazie di nuovo per questa bella opportunità. Proseguiamo il Meeting. Mi raccomando, dove trovate la possibilità di donare al Meeting, ricordo a tutti che l’unica forma di sostentamento è quella. Grazie ancora, buonasera.

Data

23 Agosto 2025

Ora

19:00

Edizione

2025
Categoria
Incontri