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DE-STATALIZZARE LA CULTURA
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Alessandro Giuli, ministro della Cultura; Davide Rondoni, poeta; Pierluigi Sacco, professore di Economia della Cultura, Università di Chieti-Pescara. Modera Irene Elisei, giornalista finanziaria, SkyTg24 e Value24
Al centro di questo dibattito, la necessità di ridefinire il modello di sostegno alla cultura in Italia, spesso legato a finanziamenti statali che, sebbene essenziali, potrebbero non essere sufficienti per garantire una crescita sostenibile del settore. Tra le tematiche chiave: il ruolo del mecenatismo privato, il crowdfunding culturale, l’incentivazione fiscale per le imprese creative e la possibilità di una maggiore autonomia gestionale per le istituzioni culturali. Il dibattito si inserisce in un momento di grande trasformazione per il sistema culturale italiano. Da un lato, la necessità di garantire un sostegno pubblico efficace e capillare, dall’altro, l’opportunità di sperimentare modelli innovativi di finanziamento che possano rendere il settore più autonomo e resiliente.
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Irene Elisei
Buonasera e bentrovati. Ringrazio chi ci segue in streaming e chiedo a chi è in platea di prendere posto per questo che è uno degli ultimi incontri di questa prima giornata della 46° edizione del Meeting di Rimini. “Nei luoghi deserti costruiremo con mattoni nuovi” è il titolo di questa edizione, e io credo che valga la pena ricordarlo all’incipit di ogni incontro, perché non ci sarà un momento di dialogo in questa edizione in cui non cercheremo di legarci a questo desiderio di prendere iniziativa per portare una novità, senza presunzione di riuscita immediata. Lo abbiamo ascoltato anche nell’incontro di questa mattina, per chi l’ha potuto seguire, un momento di dialogo tra due madri, una palestinese e una israeliana. Seppur in modo differente, sicuramente vogliamo provare a capire in che modo si può costruire nei vari ambiti che ci interessano e che ci coinvolgono. Oggi parliamo di cultura, con un titolo particolarmente sfidante e per questo ringrazio chi si è messo in gioco nel rimetterlo al centro: destatalizzare la cultura. Ne abbiamo bisogno? In che modo lo si può fare? Qual è l’obiettivo reale e perché possiamo costruire in modo nuovo qualcosa che in realtà ci riguarda tutti? Ne parlavamo con il professor Sacco, tra brevissimo ve li presento. Dicevamo, forse la cultura viene in qualche modo, in questo momento, di fronte a tante dinamiche geopolitiche, di fronte all’aumento della spesa in difesa di cui continuiamo a parlare in continuazione, forse è in qualche modo bistrattata, eppure è il nostro tentativo di portare un contributo. Perché vogliamo costruire? Per portare un contributo rispetto al lavoro che facciamo, rispetto alla coscienza che abbiamo, cuore e mente di cui la cultura si sazia. Allora, di che cosa abbiamo bisogno oggi per rimettere al centro la cultura e per capire quali sono i nuovi modelli di sostegno alla cultura del nostro Paese? Ringrazio e vi presento gli ospiti con noi: Alessandro Giuli, Ministro della Cultura, che accogliamo con un grande applauso. Grazie Ministro. A dialogare con Alessandro Giuli abbiamo il professor Pier Luigi Sacco, professore di economia della cultura all’Università di Chieti Pescara e, non da ultimo, accanto a me, il poeta Davide Rondoni. Davide, parto da te per le ragioni di questo incontro. Facevo riferimento alla possibilità, alla necessità di ridefinire i modelli di sostegno alla cultura. Allora, perché è auspicabile un cambio di passo oggi? Iniziamo a raccogliere alcune suggestioni e poi le poniamo al Ministro.
Davide Rondoni
Intanto buongiorno, grazie per l’invito agli amici del Meeting. Partirei da una cosa di fondo da cui, secondo me, conseguono poi alcune delle cose che proverò a dire, o almeno a buttare come contributo. La questione di fondo la prendo da Manzoni, grande scrittore che tutti conoscete, almeno di nome, che finisce i Promessi Sposi con una scena meravigliosa dove ci sono finalmente i due che si sono trovati, Renzo e Lucia, dopo una serie di casini infiniti. E sono lui e lei, lui che guarda Sky la partita e lei che stira, e fanno un dialogo fra di loro, un dialogo molto bello sul fatto che i guai vengono anche da soli, quindi non basta essere bravi a evitarli. E Manzoni usa un’espressione molto bella perché dice che i due tirano il sugo della storia. Ecco, che cos’è la cultura? È tirare il sugo della storia, personale, collettiva, individuale, comune. Ed è molto interessante che Manzoni fa tirare il sugo della storia non al direttore del Corriere della Sera o di Repubblica, ma a due ragazzi del popolo qualsiasi. Questa è la prima cosa da cui parto, perché credo che prima di tutto ci sia bisogno di un’idea, non è nuova, Manzoni e anche altri prima di lui, per cui la cultura non è il possesso degli intelligenti o, peggio, degli intellettuali o di quelli che hanno scritto molti libri o molti giornali, ma è il sugo della storia che anche due del popolo, che non hanno mai letto un libro come mia nonna, possono tirare se mettono in moto un senso critico su quello che hanno vissuto. Lo stesso Don Giussani usava questa espressione: la cultura è il senso critico, non è aver letto venti libri. Io non penso di avere più cultura di mia nonna solo perché ho scritto 25 libri e lei nessuno, perché il sugo della storia a volte lo tirava lei meglio di me. Questo è il primo elemento, perché cosa comporta? Prima conseguenza, così vengo a rispondere alla tua domanda: che la cultura è qualche cosa, come dice la Costituzione, la Repubblica deve sostenere la cultira. Il problema è come la Repubblica deve sostenere la cultura. Oggi lo Stato raccoglie i soldi ai cittadini e in qualche modo li distribuisce. Cioè dice: “Cari cittadini, non mi fido di come voi tirate il succo della storia, date i soldi a me, Stato, e io li redistribuisco”, magari anche attraverso le Regioni, i Comuni, eccetera. Credo che bisogna rovesciare il cannocchiale.
Irene Elisei
Però aspetta, aspetta, se no così mi anticipi troppo. Ci arriviamo per gradi, perché qua già vuoi fare una proposta su questo. Vuoi già fare una proposta su questo, abbiamo parlato di strumenti.
Davide Rondoni
La prima cosa è che bisogna mettere in chiaro un’idea di cultura, perché altrimenti qualsiasi ragionamento sulla cultura diventa vago e anche inutile. Per me la cultura è il senso critico che può tirare chiunque sulla propria esistenza. Favorire questo è un valore, un compito della Repubblica. I dati ci dicono che così com’è non va bene, quindi bisogna cambiare.
Irene Elisei
Quell’articolo 9 della Costituzione a cui faceva riferimento Davide, “La Repubblica promuove la cultura”, e prosegue così, evidentemente ci porta a non voler parlare di privatizzare la cultura, non è questo de-statalizzare, evidentemente. Allora che cosa si intende proprio per il titolo del nostro incontro? Così mettiamo i puntini sulle “i” dopo la partenza di Davide e poi parliamo anche con il professore, con il Ministro. Prego.
Pierluigi Sacco
Sì, allora, in realtà il tema della statalizzazione e de-statalizzazione della cultura è molto legato al problema dell’agenzia. Chi decide cosa? Qual è la differenza tra dei sistemi nei quali noi abbiamo un’imposizione fiscale, il cui gettito viene usato per finanziare pubblicamente determinati tipi di attività, e per esempio dei sistemi di esenzione fiscale nei quali parte di queste tasse non vengono raccolte nella misura in cui si spende per attività, che in questo caso sono quelle culturali? Alla fine in tutti e due i casi si ha a che fare con delle tasse raccolte o non raccolte che vanno a finanziare un certo tipo di attività. Quello che cambia è chi decide chi lo fa. Perché nel momento in cui lo Stato raccoglie centralmente e decide di finanziare questo piuttosto che quello, hai un modello. Nel momento in cui lo Stato rinuncia a raccogliere nella misura in cui tu finanzi e decidi chi finanziare, purché sia nella lista chiaramente delle destinazioni che tu consideri valide, di fatto tu hai un progetto nel quale l’agenzia viene lasciata a chi dona, a chi finanzia. Da questo punto di vista, quindi, lo stesso Stato può essere in un certo senso percepito come una forma di mecenatismo pubblico, perché tecnicamente questo è. È esattamente la situazione che si verifica quando nascono i moderni Stati nazioneDe, nei quali prima il mecenate era una persona. Lorenzo il Magnifico si svegliava la mattina e diceva: “Poliziano, te mi stai simpatico, ti do i soldi, scrivi”. Improvvisamente, nel momento in cui c’è lo Stato nazione, non c’è più una persona che decide a chi dare sulla base di suoi gusti personali, ma si crea una vera e propria burocrazia, un vero e proprio sistema di esperti che sulla base di regole decide chi finanziare. De-statalizzazione può voler dire: mettiamo in discussione questo tipo di logica, cioè non è detto necessariamente che ci debba essere una burocrazia che decide chi finanziare sulla base di un sistema di regole, nella misura in cui le burocrazie, come sappiamo, hanno anche i loro limiti e le loro difficoltà di funzionamento.
Irene Elisei
Ministro, questi auspici, queste sollecitazioni che abbiamo appena ascoltato, anzitutto partiamo da qui, le condivide?
Alessandro Giuli
Sì, ovviamente sì, con qualche postilla. Lasciatemi intanto ringraziare voi tutti e tutto il popolo di CL. Io apro e chiudo una parentesi introduttiva per ringraziare gli organizzatori del Meeting. Per me è un ritorno questo. Lasciatemi dire una cosa: soltanto in contesti come Atreju, per dire dove sono i giovani del partito che esprimo, ho visto e ho conosciuto la potenza della militanza. I militanti e i volontari di Comunione e Liberazione sono un esempio meraviglioso da seguire. E ha a che vedere, la gratuità del dono e del donarsi ha a che vedere con questo panel, al di là di tutto ciò che noi stiamo per dire di tecnico o meno tecnico, ricordiamocelo sempre. Tra i militanti e i volontari, lasciatemi salutare in modo speciale gli amici di Tempi, il settimanale che ho avuto l’onore di dirigere nel 2017 ereditandolo da quella straordinaria figura che è stata Luigi Amicone, al quale dedicherei un applauso amorevolissimo. Chiusa la mozione degli affetti. Concordo con la sollecitazione. Quando abbiamo presentato per la prima volta al Ministero della Cultura con Davide il tema della de-statalizzazione culturale, io ho detto che è apparentemente una formula agghiacciante, ed è questa la forza comunicativa del tema che andiamo ad affrontare, perché è potentissimo dire “de-statalizzare la cultura”. Perché, ovviamente, noi siamo, come tutte le democrazie liberali, come tutto il mondo libero, siamo uno Stato fiscale. Qui il professore mi può dare torto o ragione, ma io qui sono l’indagato, cioè quello che deve dare delle risposte a loro. Allora, qual è la prima linea difensiva nel dare ragione alle sollecitazioni? Lo Stato fiscale è uno Stato, sostanzialmente, in cui il cittadino che paga le tasse ha diritto di pretendere dei servizi, ed è su questo che si gioca la sfida della cultura in particolare. Proprio ieri in un altro dibattito dicevamo: dove manca lo Stato fiscale, ovviamente, ci sono i dispotismi, perché il cittadino non paga le tasse ma allo stesso tempo non ha il diritto di pretendere non soltanto dei servizi, perché quelli li ottiene sulla base di un’erogazione da parte di uno sceicco, da parte di una casa regnante, ma al tempo stesso i diritti civili non sono un dato acquisito, sono un punto interrogativo. Lo Stato fiscale è una necessità della storia, ma al tempo stesso quando uno Stato fiscale diventa non soltanto un grande apparato di burocrazia di carriera, e questa è una definizione gramsciana, la burocrazia di carriera è l’ossatura su cui si costituiscono gli Stati, ma quando la burocrazia di carriera sovrasta il decisore politico, che deve mettere semplicemente le persone che pagano le tasse nelle condizioni di poter ricevere il servizio in funzione del quale pagano determinati contributi allo Stato, qui si inceppa il meccanismo. Quindi è vero, i soldi per la cultura non basteranno mai, e credetemi, non è una questione del montepremi culturale a disposizione. Dopo molti incontri con il commissario europeo alla cultura, Michaleff, il budget europeo ragiona già per grandi spazi, perché poi io spero che al termine di questo nostro ragionamento si arrivi a uscire dai confini nazionali e a riprendere anche un po’ il filo che ci ha lasciato Mario Draghi poco fa, in quel bell’intervento che ha fatto proprio qui. 8,6 miliardi nel prossimo quadriennio, erano molto meno negli anni precedenti. Il punto è come si usano, che cosa se ne fa, in che misura si mettono in condizioni i soggetti culturali di disporre presto e bene di tutto ciò che la cultura ha a disposizione attraverso il Ministero dell’Economia e attraverso le vostre e le nostre tasse. Su questo, bella la metafora del “tirare il sugo della storia”. Feuerbach diceva: “L’uomo è ciò che mangia”. Allora noi che cosa diamo da mangiare dal punto di vista culturale ai nostri concittadini? Secondo me il cibo migliore che si può dare dal punto di vista culturale si chiama libertà di scelta. Libertà di scelta. Il Ministero della Cultura che cosa fa? Il Ministero della Cultura intitola a un imprenditore illuminato, precursore della grande idea della sussidiarietà e delle autonomie territoriali nella disposizione e nella gestione dell’intrapresa privata nel rapporto con il pubblico, cioè Adriano Olivetti, che mette al centro l’idea di persona, l’idea di comunità, l’idea di territorio. E cosa fa? Il Ministero mette a disposizione, mai abbastanza, ma mette a disposizione dei soldi, in questo caso parliamo di oltre 54 milioni di euro. Dove li mette? Li mette là dove esistono delle persone che hanno la conoscenza, la competenza, il rapporto con il genio del luogo, del territorio, e possono utilizzare queste risorse senza l’intermediazione burocratica dei livelli intermedi, attraverso le biblioteche, che sono non già dei luoghi dove si leggono e si comprano dei libri soltanto. Ovviamente serve comprare i libri e mettere le biblioteche nelle condizioni di farlo, ma devono diventare dei soggetti attivi dal punto di vista culturale, che promuovono un’offerta integrata di cultura e di rigenerazione dei borghi, delle periferie, dei luoghi dove non arriva. Gli olivettiani parlano di “siccità culturale”. Poi restituisco la parola, indicando attraverso dei misuratori che hanno una attendibilità scientifica, che noi abbiamo studiato, noi studiamo, prendiamo appunti anche quando facciamo i panel, perché è giusto imparare dalle sollecitazioni. Ecco, noi oggi stiamo mappando tutta quella che è la cosiddetta siccità o il fabbisogno culturale degli enti locali. E quando dico enti locali intendo le periferie metropolitane non meno che i borghi che vanno spopolandosi, tentando di fare cosa? Di mettere a disposizione dei soldi che non siano un sussidio, ma che mettano i privati, i soggetti che hanno energie latenti e magari scoraggiate dall’assenza dello Stato, in condizioni di contribuire in una partnership pubblico-privato che è la chiave per dare questa libertà di scelta. Quindi lo Stato deve intervenire, non in senso banalmente redistributivo. Lo Stato deve fare poche scelte mirate e attivare l’intelligenza della libertà laddove c’è l’esigenza di accesso alla cultura. Grazie.
Irene Elisei
Allora, iniziamo a costruire quindi il pensiero e il messaggio di questo incontro. Davide iniziava già nel primo giro a lanciare una proposta molto concreta. Il ministro ci ha raccontato del piano Olivetti, di qualcosa che è in qualche modo concretezza, o almeno inizia ad esserlo. Davide, quando diciamo che “de-statalizzare” non fa rima con “privatizzare”, ma può far rima invece con “defiscalizzare”, cioè uno strumento fiscale, il professore aveva già iniziato ad accennare questo, ci fai capire qual è quella modalità per cui può esserci una maggiore libertà di scelta delle persone che quella Repubblica la formano?
Davide Rondoni
I tecnici sono loro, l’hanno già introdotto. Credo che la descrizione fatta sia dal professor Sacco che dal Ministro abbia dato delle indicazioni e anche una via di esperimento come il piano Olivetti. Il tema vero è appunto, io vorrei fare un gioco. Possiamo fare un gioco? Qui c’è un sacco di gente che fa cultura, vedo qualche faccia di persone. Alzino le mani quelli che si sentono scoraggiati dalla burocrazia a fare quello che fanno.
Irene Elisei
Ecco, per chi non vede la platea, diciamo quasi una metà.
Davide Rondoni
Allora, è chiaro che non è una retorica facile contro la burocrazia. Non so se… Costantino, hai alzato la mano D’Orazio? Tu l’hai alzata, lo sapevo io, perché tu appartieni alla burocrazia. A parte le battute, lo dico perché chi conosce un po’ di cose sa benissimo che una delle frustrazioni maggiori è che devi lavorare tre mesi per partecipare a dei bandi complicatissimi che poi sembrano decisi da algoritmi, con uno sforzo immenso per fare cose che sarebbero più facili. Allora, torno al tema. Si tratta di rovesciare il cannocchiale secondo i modelli descritti, che non sono uno meglio dell’altro, io su questo sono molto realista, il paradiso in terra non esiste, però quello che è stato fatto fino ad adesso non va bene, non ha prodotto l’uscita dalla siccità culturale, come diceva prima il Ministro. Quindi, se c’è la siccità culturale e i dati sono paurosi, vuol dire che quello che è stato fatto fino ad adesso poteva essere anche ben intenzionato, ma non va bene. L’Istat ci ricorda che usciti dalla scuola, e credo che il tema scuola in qualche modo vada considerato, perché è inutile fare la cultura di un Paese se la scuola è morta, l’Istat ci dice che i ragazzi italiani che escono da scuola non hanno più voglia di fare cultura, c’è un crollo dei consumi culturali, non leggono più niente. I dati sono pazzeschi, sono pubblici dell’Istat. Allora, di fronte a questa crisi di un modello usato fino adesso, credo che sia responsabilità di chi fa politica, ma anche di chi vuole pensare liberamente, di provare a immaginare degli altri modelli. Il rovesciamento del cannocchiale: non darmi i soldi perché io li distribuisca, parla lo Stato, ma ti metto nelle condizioni, il ministro stava già dicendo qualcosa del genere, io lo forzerei di più ovviamente, i poeti sono più estremisti dei ministri, ma mi fido di te. Mi fido di te, cittadino, per cui la libertà di scelta non è nemmeno sul menù che io ti propongo, perché se io ti propongo un menù e ti lascio libero di scegliere nel menù, è una libertà condizionata. Ma ti dico: “Guarda, guardati intorno nella tua città, c’è un museo, un teatro, un gruppo musicale, un gruppo di giovani che fa cultura in un modo che tu ritieni interessante, valevole per mille motivi, ma mi fido di te”. E siccome mi fido di te, dico: “I tuoi soldi, dagli a loro. Dagli a loro”. Ci sono stati gli esperimenti in questo senso, chi lavora ai ministeri lo sa, il 2 per mille, che è una specie di cugino povero del 5 per mille, che era appunto destinato agli enti di cultura, è stato fatto e ha avuto anche un grande esito come il 5 per mille, perché la gente, quando gli dici “usa i tuoi soldi”, non è che non li usa, li usa. Solo che nel 5 per mille c’è un casino tale per cui non puoi dare i soldi dalla Scala di Milano alla bocciofila di Caltanissetta in maniera indistinta, quindi forse qualche categoria andrebbe specificata. Nel 2 per mille ci fu una grossa risposta, peccato che quei soldi sono fermi dal 21-22, qui c’è il dottor Merlino che sa meglio di me, perché poi il ministero decise di essere il controllore di 450 mila enti a cui questi soldi potrebbero essere dati. E se tu fai una legge in cui dici che un ufficio di 20 persone deve controllare 450 mila enti prima di dargli i soldi, vuol dire che non la vuoi fare quella cosa, evidentemente. Vuoi tenere comunque il boccino in mano? È solo per fare un esempio che non c’è, a mio avviso, lo dico anche per l’amicizia con Alessandro, non c’è un problema ideologico oggi sul tema che io chiamo de-statalizzare la cultura, cioè una maggior libertà nella scelta dei cittadini rispetto a quello che vogliono come cultura. C’è un problema di processi. C’è un problema di mettere a fuoco dei processi diversi. Perché, l’ho scritto anche in un articolo, che Alessandro giustamente ha letto, rivolto a lui e a Valditara, dicendo: “Avete due possibilità, cari ministri: o siete coraggiosi o sarete inutili. O coraggiosi o inutili”. Non c’è un’altra possibilità. Se non cambiano i processi, saranno ministri inutili. Siccome in qualche modo Alessandro, anche perché ha scritto poesie da giovane, gli voglio bene, perché ama la poesia anche scritta, io spero che lui non sia inutile, ma l’inutilità dipenderà dai processi che si mettono in campo, non appena dall’affermazione di principio. Siamo d’accordo, maggiore libertà culturale. Rovesciamo il cannocchiale. Bene, quali processi mettiamo in campo? Perché non basta cambiare qualche figurina per rendere migliore la libertà in Italia. Non basta mettere Dybala al posto di Totti. Bisogna cambiare lo schema di gioco e questo è importante. Ed è non facile, lo dico perché ho ammirazione per Alessandro, per tutte le persone che sono amici e sono impegnati. Capisco che è difficile, però bisogna farlo e ci vuole qualcuno che rompa i coglioni e lo ricordi spesso. Il problema è fiscale. O si va verso una nuova impostazione del 2, 5, 10 per mille per cui i cittadini possono decidere la loro spesa culturale. L’Art Bonus è un ottimo esempio come strada, andrebbe poi allargato come platea di possibilità. Andrebbe dato il permesso a chi fa l’Art Bonus di mettere il proprio marchio. Voi sapete che oggi non è possibile. Se io ho un’industria e voglio aiutare la Pinacoteca, la Galleria Nazionale diretta dal mio amico Costantino D’Orazio, gli do dei soldi, però lui nei cataloghi delle mostre non può mettere il marchio della mia azienda, la legge glielo vieta. Ma che cos’è possibile una cosa del genere? È chiaro che disincentivi la gente a dare i soldi. Il problema è inventare dei processi, cambiare qualche legge che renda possibile questa maggiore libertà e questo rovesciamento del cannocchiale. Prima il Ministro citava Gramsci, che infatti ce l’aveva con Manzoni, perché Manzoni pensava che il sugo della storia la possono tirare anche due sfigati come Renzo e Lucia. Gramsci e tutti quelli che hanno la sua idea pensano che ci debba essere l’élite che guida e gli altri, le pecore, dietro. L’élite l’hanno fatta coincidere con l’apparato dello Stato, ma non è vero. Mia nonna capisce più di cultura del direttore del Corriere della Sera.
Irene Elisei
Davide non le manda a dire, per fortuna che siete amici, perché altrimenti il ministro non so che stilettate tirava.
Alessandro Giuli
Una citazione di Jünger, Ernst Jünger, diceva: “Se volete sapere che cosa pensa il popolo, non cercate tra gli scrittori, non cercate tra gli intellettuali, girate tra le persone comuni, tra le nonne”.
Davide Rondoni
Infatti io, scusa, l’unica volta che ho incontrato la Premier Meloni le ho detto: continua a rompere le scatole la cultura di sinistra in Italia. Se fosse così, non sarebbe al governo. Se ci fosse la cultura di sinistra in Italia, la Meloni non sarebbe al governo. Cosa vuol dire? Che c’è una prevalenza di una certa cultura, chiamata di sinistra per modo di dire, in certi apparati, in certi ruoli, in certe evidenze della cultura in Italia, ma se ci fosse la cultura d’Italia dominante a sinistra, non ci sarebbe la Meloni al governo. Quindi bisogna forse anche rivisitare un certo modo che abbiamo di pensare alla cultura in modo schematico, destra, sinistra, sistemi, eccetera.
Irene Elisei
Io aggiungo solamente un elemento, il fatto che al di là delle proposte di defiscalizzare in un certo modo, le abbiamo rimesse al centro, ma ci sono, adesso arriva lei professore, diverse proposte, ma lì largo alla creatività, cerchiamo di rimetterle al centro. Qui i mattoni nuovi con cui cerchiamo di costruire invece il discorso è il fatto di andare fuori dai pregiudizi, perché per quello di cui ha raccontato Davide, piuttosto che il ministro, si parte da una stima per la persona e lì già è un mattone nuovo rispetto ai tanti pregiudizi che abbiamo. Tanto in Italia è un magna magna, tanto è difficile riuscire a dare questo tipo di libertà perché poi chissà che cosa si fa con quei denari. Già lì è un cambio culturale che probabilmente sarebbe già un passo in avanti notevolissimo. Professore, lei, ho fatto riferimento ovviamente alla carica di professore, ma non è fermo a Pescara, anzi, si muove moltissimo, è stato assieme al presidente della commissione Juncker, sempre in ambito culturale, vorrei chiederle su questo se ci sono degli esempi all’estero che possono in qualche modo aiutarci ad essere creativi nelle soluzioni di risposta.
Pierluigi Sacco
Mi fa molto piacere che prima il Ministro abbia dato già una finestra sulla prospettiva europea, perché in effetti da questo punto di vista l’Europa sta lavorando da qualche anno a un progetto molto ambizioso. Come ricordava prima Irene, io dal 2017 al 2019 sono stato il consigliere del commissario europeo della cultura nella commissione Juncker e noi abbiamo in quel periodo lanciato quella che è l’attuale agenda di politica culturale europea, la cosiddetta Nuova Agenda Europea della Cultura, che ha introdotto un concetto nuovo che in questo dibattito, secondo me, porta una prospettiva interessante, quello dei cosiddetti “cross-over culturali”. Cioè il fatto che la cultura in realtà in questo momento dà il meglio di sé nella misura in cui è in grado di co-evolvere con alcune delle grandi sfide sociali del nostro tempo: il tema della salute, il tema delle disuguaglianze, il tema del cambiamento climatico, il tema dell’innovazione. La cultura da questo punto di vista può produrre degli effetti molto più interessanti e complessi di quelli che noi pensiamo. Noi siamo abituati a pensare alla cultura come intrattenimento. Ma l’idea che la cultura è intrattenimento è un’idea estremamente recente, di fatto risale alla seconda metà del XVIII secolo ed è legata a una certa visione della borghesia che doveva legittimare se stessa e lo ha fatto attraverso la cultura. Io vi limito a ricordarvi un paio di cose. Uno dei più importanti teatri greci dell’antichità, il Teatro di Epidauro, è al centro del complesso del Tempio del Dio della Medicina. Non è un caso. La cultura nasce, per esempio, in rapporto con la cura. Il teatro nasce alla fine delle processioni che servivano alle città-stato greche a portare gli ospiti al centro dell’agorà, della comunità, nella quale, simbolicamente, si mettevano in atto delle vere e proprie operazioni di coesione sociale, di scambio sociale e politico con l’altro da sé. Cioè, la cultura ha sempre avuto degli obiettivi estremamente pratici che non sviliscono minimamente la sua creatività e non sviliscono minimamente il suo valore. In che senso questo ci può aiutare in un dibattito come questo? Pensate per esempio a questo: se effettivamente, come oggi noi sappiamo, e poi magari approfondiamo dopo, la cultura è in grado, e abbiamo ormai evidenze molto importanti che ce lo dicono, per esempio, di migliorare la salute mentale e fisica delle persone che invecchiano. L’invecchiamento attivo legato alla cultura produce eccezionali benefici, noi oggi sappiamo per esempio come rallentamento dei processi di invecchiamento cerebrale e di insorgenza della demenza, la salute cardiovascolare, addirittura la risposta immunitaria. Nel momento in cui noi, per esempio, offriamo, con la logica di cui parlava prima Davide, liberamente alle persone la possibilità di fare esperienze culturali che rispondono alle loro curiosità, ma che a tutti gli effetti li stimolano cognitivamente ed emozionalmente, queste persone sicuramente in media, poi le storie individuali sono tutte diverse, ma queste persone in media andranno meno in ospedale e prenderanno meno medicine. Qual è in questo momento la principale voce di costo del nostro bilancio pubblico? Il welfare sanitario. Se noi anche immaginassimo una cosa del genere, se siamo in grado di certificare che determinati tipi di progettualità culturali abbassano il conto del welfare sanitario, una piccola frazione di quella roba lì la destiniamo a finanziare la cultura e siamo in una situazione in cui la cultura ha tutti i soldi che gli servono, si risparmia sulla voce di costo più importante del nostro bilancio sociale e allo stesso tempo facciamo stare meglio le persone. Questo è un esempio apparentemente sorprendente ma molto rappresentativo di questa nuova logica. Cioè, se non pensiamo che l’unica fonte di finanziamento della cultura sia sempre e solo necessariamente quella familiare che conosciamo, questo ci può aprire non solo a nuove possibilità di sostenibilità, ma soprattutto alla capacità di fare della cultura, come sempre è stato in realtà nella storia umana, e questa miopia è abbastanza recente per noi, una delle principali fonti di welfare e di fioritura umana, perché questo è il punto, quindi di sviluppo delle capacità e delle competenze umane di cui disponiamo.
Irene Elisei
La convenienza della cultura rimessa al centro. Davide, confermi che aiuta a invecchiare bene la cultura?
Davide Rondoni
No, è che giustamente la cultura è fatta di forme composte: quadri, musica, eccetera. La composizione è il contrario della decomposizione, quindi è chiaro che la cultura è una forza vitale, sempre. Ma questo succede anche se uno ascolta una musichetta da poco. Forse vedere una mostra di Bacon non fa benissimo alla salute, ma fa benissimo a un altro tipo di salute, che è l’ultima salute, come diceva Dante. Giustamente il professore richiamava anche l’elemento sacro della cultura, il teatro greco, eccetera. L’uomo è fatto così: ha bisogno di stare bene e ha bisogno di mettersi in rapporto con il destino in qualche modo sacro che pensa di avere. La cultura è su questi due binari, non è l’intrattenimento borghese. Questa riduzione della cultura a intrattenimento borghese è una delle crisi della cultura e della crisi di fame di cultura. Dante si attacca a Virgilio nella selva, quando pensa di essere a rischio. Se sei seduto sul divano e devi scegliere solamente che canale guardare, se non rischi l’anima, cosa te ne fai di Virgilio, di Leopardi, di Bacon? Cioè è il sentirsi a rischio che muove la cultura, rischio di salute e rischio di senso della vita. Se noi facciamo sparire il senso di rischio dell’esistenza, perché un ragazzo di 18 anni deve leggere Leopardi? Per prendere 100 all’esame di maturità non basta.
Irene Elisei
Ministro, c’è una bella sfida qui, perché sembriamo parlare di cose tanto alte e poi di parlare magari di defiscalizzare. In realtà vanno di pari passo perché l’obiettivo è comune. Di questa proposta che cosa ne pensa?
Alessandro Giuli
Intanto lasciatemi dire che le considerazioni che hanno appena fatto Davide Rondoni e il professor Sacco sarebbero piaciute tanto ad un’altra amica del Meeting, Marta Sordi, una grande storica dell’antichità. I riferimenti che hanno fatto sono molto importanti perché io penso realmente che la defiscalizzazione sia un fattore fondamentale, ovviamente. Cioè, che cosa abbiamo fatto noi, anche grazie ovviamente al Parlamento, alla Commissione Cultura, a quella che si definisce la centralità del Parlamento, perché noi siamo il potere esecutivo, dovremmo eseguire, ma al tempo stesso interagiamo per scrivere insieme delle buone o meno buone cose? Abbiamo abbassato dal 22% al 5% l’IVA sulla compravendita delle opere d’arte e questo è un dato storico. È una battaglia storica che viene fatta da un mondo, diciamo così, banalmente liberale senza alcuna connotazione eccessivamente politica, però è una cosa su cui il partito che rappresento, la coalizione che rappresento, da anni si batte storicamente. Questo genererà un indotto in presenza di uno schema, una relazione tecnica sulle coperture, perché ci devono essere delle coperture quando uno abbassa le tasse. La Ragioneria Generale dello Stato questo pretende, il ministro Giorgetti, che sempre sia benedetto, ovviamente questo vuole. Ebbene, il fatturato del comparto è destinato ad avere dei ricavi superiori fino al 50%. Quindi è ovvio che l’obiettivo è quello di abbassare la pressione fiscale sul mondo che fa cultura. Ma tutto questo può avvenire in presenza di una qualità sempre maggiore nell’offerta di servizi. Perché quando tu aumenti un fatturato è un gettito fiscale che aumenta e di cui si riappropria lo Stato fiscale. E ritorniamo al punto di partenza: che ci fai? Come lo organizzi? Perché Costantino D’Orazio non ha alzato la mano? Perché Costantino D’Orazio ha un passo politico, culturale, burocratico capace di rendere reversibile il problema, perché conosce la materia, perché studia. Noi dobbiamo incoraggiare, e vengo al punto fondamentale, incoraggiare da parte dei direttori, dei dirigenti, dei funzionari del Ministero della Cultura lo studio di tutti quelli che sono i processi, le procedure, gli insiemi regolatori per riscriverli. In Italia abbiamo avuto un Ministero della Semplificazione, vi ricordate degli improvvisati, simpatici roghi di leggi che andavano o abolite o quintessenziate. Non siamo riusciti ad ottenere l’obiettivo, era un governo di centrodestra tra l’altro, quindi non sto facendo un ragionamento pro domo mea. Il punto vero è agire attraverso la conoscenza. Come si fa ad agire attraverso la conoscenza e la competenza affinché un direttore generale del Ministero della Cultura sia in grado di riscrivere meglio le regole del gioco? Bisogna farlo insieme agli altri ministeri, e vengo alla sollecitazione di Davide Rondoni. Davide Rondoni giustamente dice, e non è il solo, anche Cacciari mi ha sollecitato allo stesso modo sulla Stampa, tanti intellettuali dicono: “Giuli, la prego, esondi”. E io dico: “No, non posso esondare, ma devo coinvolgere”. La fortuna vuole che abbia un eccellente rapporto con il ministro Valditara, con la ministra Bernini, con il ministro Schillaci. Noi ci dobbiamo opporre, e credetemi, lo stiamo facendo, ci sono già degli appuntamenti, noi dobbiamo creare un laboratorio interministeriale sul rischio educativo. Questa formula ci è familiare e vi è familiare, e sapete bene che o noi vinciamo la sfida del rischio educativo attraverso il Ministero della Cultura, dell’Università e della Ricerca, dell’Istruzione e del Merito e della Salute, lavorando insieme su un processo condiviso di iniziative di semplificazioni e di riformulazioni dell’insieme dell’offerta culturale integrata, oppure ci allontaneremo dal teatro di Epidauro, ci allontaneremo dalla salute che è strettamente collegata realmente all’offerta culturale. Da presidente del MAXI ho lavorato per un protocollo con il Gemelli sulla base di studi scientifici sulle aspettative di vita perfino dei malati terminali nei reparti di oncologia. Che cosa si deve dare? E anche qua torniamo alla sollecitazione primaria di Davide. Ma che cosa si dà al malato, che sia terminale o auspicabilmente non terminale? Che cosa gli si dà? Gli si dà un contesto artistico di intrattenimento mentre si sta curando? Sì, già esiste questo e già produce dei risultati. Ma io insisto con l’idea, che è scientificamente validata da studi accademici, che è la libertà di interazione con la cultura che attiva delle aree neuronali, che attiva delle energie perfino spirituali per chi ci crede, che apportano salute. Questo è il nostro dovere: non preconfezionare un prodotto arrogandoci il diritto di dire “questo ti fa bene”, ma offrire al malato, e il discorso si deve estendere ai sani affinché i malati siano sempre meno, la libertà di interagire con l’arte. Nel caso specifico è molto meglio offrire a una persona in lungodegenza, nelle condizioni date dalle strutture cliniche esistenti, la possibilità di scegliere come dialogare con l’arte. E in questo la tecnologia, l’intelligenza artificiale, cioè ciò che può disanimare, trova invece un nuovo senso, perché diventa uno strumento attraverso il quale si decide di offrire una possibilità di scelte, di interazione con diverse forme d’arte da parte di persone che altrimenti dovrebbero subire la mia scelta artistica, i miei quadri, i miei paesaggi.
Irene Elisei
Con gradualità lei sposa in qualche modo la proposta di Rondoni che dice: più che scegliere tra una rosa di proposte, lasciare maggiore libertà. Perfetto. Allora aggiungo un altro elemento. Quando lei mi parlava del laboratorio sul rischio educativo, questo progetto interministeriale…
Alessandro Giuli
Il tema dei temi: come uscire dall’omologazione del mondo contemporaneo e liberarci dalla schiavitù del conformismo.
Irene Elisei
Si può fare un laboratorio sul rischio educativo interministeriale. Giussani partiva dal fatto che aveva una stima per la persona, per cui poteva rischiare su quella persona e sull’educazione della persona. E qui torniamo al fatto di una stima per il cittadino che può scegliere autonomamente di poter sostenere un’attività piuttosto che l’altra. E mi ricollego allora a un altro elemento, così aggiungiamo l’ultimo elemento di questo panel, cioè la possibilità di un’alleanza trasformativa di cui stiamo parlando, che passa sì da una collaborazione tra i ministeri, ma passa anche da un rapporto che vede assieme, nello stesso momento, una collaborazione tra Stato, mondo profit e terzo settore. Perché allego anche questo terzo elemento? Perché il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ad aprile scorso, è stato insignito del primo Premio della Sussidiarietà. Nel suo discorso, nel momento in cui ha ricevuto il premio, ha detto che la sussidiarietà è un principio che lega e rafforza il rapporto tra istituzioni e società. È strettamente connessa con due valori di grande rilievo: la libertà della persona e la solidarietà che esprime nell’ambito della comunità in cui vive e realizza la propria esistenza. Cioè la cultura come laboratorio, e qui riprendo il suo termine, di un’alleanza strategica e di innovazione tra questi tre attori: mondo profit, Stato e Terzo Settore. Ne abbiamo parlato molto con il professor Sacco in preparazione di questo incontro. Lui mi diceva che in realtà è qualcosa di difficilissimo da realizzare. È uno dei compiti più difficili del nostro tempo la costruzione di questa alleanza strategica per la cultura, che potrebbe essere un laboratorio di innovazione da questo punto di vista. Professore, perché?
Pierluigi Sacco
Allora, qui c’è in realtà una formula che sta cominciando a diventare anche molto popolare, molto diffusa, che riassume molti di questi elementi. Ed è l’idea del welfare culturale, cioè il fatto che noi non percepiamo il welfare come qualcosa di riparativo, cioè qualcosa che viene fatto solo per contenere un danno, ma è oggi soprattutto un modo di promuovere la nostra capacità di esprimerci come persone. Uno degli elementi che noi soffriamo di più è il fatto che abbiamo ancora in molti casi, quando parliamo di cultura, una visione della fruizione culturale passiva. Noi siamo spettatori e spesso spettatori, come è stato detto, di cose che non scegliamo neanche noi. Voi pensate alla deportazione di queste povere scolaresche portate in certe visite guidate in musei dove non è che ci sia un’atmosfera particolarmente elettrica o di interesse. In realtà, per tanti motivi, ma questo è uno anche degli effetti positivi della digitalizzazione, oggi le giovani generazioni concepiscono la partecipazione culturale quasi esclusivamente come partecipazione attiva. Se non c’è una loro agenzia, se non c’è una loro capacità di partecipare alla narrazione, la cosa fondamentalmente gli interessa molto meno. Ma questo che cosa vuol dire? Vuol dire che quando parliamo di welfare culturale, oggi per esempio si parla molto di meccanismi di prescrizione sociale: il medico di famiglia ti prescrive una visita al museo, ti prescrive una serata a teatro. Ma se questa prescrizione è semplicemente “vai a vedere qualcosa” ma facendolo come spettatore passivo, quasi sicuramente grandi risultati non ne otterrai se non si accompagna a qualcosa di diverso. Prima parlavamo del problema della dimensione educativa. Noi stiamo sperimentando per esempio come Università una serie di protocolli sviluppati con l’Università di Harvard che partono proprio da un qualunque tipo di testo come occasione per delle forme di creatività collettiva, non competitiva e non giudicante. Cioè usi il testo non come qualcosa da leggere, da interpretare, magari cercando di indovinare cosa voleva dire l’autore, ma letteralmente come un menù per la tua possibilità di creare a partire da questo testo. Abbiamo visto due cose straordinarie. Primo, la motivazione delle persone ad approfondire non solo il testo ma anche l’autore aumenta esponenzialmente nella misura in cui le persone possono fare proprio questo materiale, possono farlo diventare uno strumento della loro espressione. Secondo punto, ci sono dei benefici straordinari in termini di salute mentale. Addirittura abbiamo fatto dei test clinici randomizzati su adolescenti con problematiche depressive medio-gravi e abbiamo visto che attraverso queste forme di espressività collettiva, non competitiva e non giudicante, il contrario di quello che accade sui social dove c’è una competizione drammatica per l’attenzione, dove tutti hanno paura di essere aggrediti per quello che dicono, quindi una situazione di espressione libera, gli effetti sulla salute mentale, in particolare sulla depressione, erano formidabili. Tanto che questo trial clinico, tra l’altro condotto in condizioni di estremo disagio sociale ed economico, neanche in Italia ma in Africa, l’abbiamo pubblicato su Lancet Clinical Medicine perché è diventato a tutti gli effetti un nuovo benchmark su cui ragionare su delle forme non farmacologiche di promozione della salute mentale. Quindi non solo possiamo fare questo lavoro creando una nuova alleanza educativa con le giovani generazioni, ma lo possiamo fare dando molto più spazio, perché di questo secondo me si tratta, alla loro agenzia culturale. Non li dobbiamo pensare come spettatori, ma li dobbiamo pensare come co-narratori e in un certo senso tutto quello che sta avvenendo oggi, l’evoluzione in tutte le arene culturali, va in questa direzione.
Irene Elisei
Prima di tornare dal Ministro, Davide, volevo sentire anche te perché quando il professore parla di welfare culturale intende il fatto che i tre stakeholder di cui ho fatto riferimento, a partire dal mondo non profit, possono inserirsi dalla programmazione alla progettazione e poi realizzazione culturale. Insomma, un attore fondamentale anche per quel progetto di cui parlava il Ministro.
Davide Rondoni
Intanto io spero di non vivere in un posto dove il medico mi dia come ricetta di andare a vedere un museo. Perché dico questo? Non per togliere nulla al valore di quanto è stato detto fino ad adesso. Però credo che la cultura non ha come scopo quello di far bene alla salute. Quello è un corollario. Spero che la cultura serva a una società di sani anche, non solo di malati. Non per quello che dicevi tu adesso, ma perché vedo troppa arte-terapia in giro, troppa roba che non è cultura e si appoggia su un aspetto terapeutico per spacciarsi come cultura. Ce n’è abbastanza in giro. Io questo lo voglio evitare per un motivo molto semplice: che, come si diceva prima, la cultura, io lo penso, è il senso critico, non è la ricerca del benessere. Se no, tra andare a vedere una mostra di Perugino e andare a fare un massaggio non c’è molta differenza. E invece c’è molta differenza, perché andare a vedere la mostra di Perugino ti pone una serie di problemi, anche scomodi, che andare a fare il massaggio no. Allora io sono d’accordo con la giusta intenzione che il professore diceva prima, allarghiamo il campo, allarghiamo il campo, perché se non si allarga il campo si continua su questa strada che non va bene. Quindi mettiamo in campo anche altre energie. Il tema del benessere riguardo all’attività culturale è perfetto, però attenzione, leggere Baudelaire non fa benissimo alla salute, però forse fa molto bene all’anima, se uno pensa di averla. E questo è un tema, perché è chiaro che la cultura è un bene spirituale, è innanzitutto un bene spirituale. Se lo cominciamo a ridurre solamente a uno dei beni materiali che possiamo avere, travestiamo questo. Capisco che è rischioso. Non so se ho la risposta alla tua domanda, ma è lo stesso. Ti arrabbierai, ma è lo stesso. No, per questo dico che c’è un grande lavoro da fare, anche grazie a queste cose che il professore diceva di allargamento del campo, ma per tornare al centro della questione. E il centro della questione che diceva il Ministro prima è la libertà. Ma perché la libertà? Perché è importante la libertà nella cultura? Perché la cultura è esattamente la messa a fuoco del proprio senso critico riguardo il destino della propria vita. Riguarda il destino della propria vita. La cultura è interessante per quello, non è che è interessante perché è come un massaggio o è come un intrattenimento. Perché se questo non c’è, assistiamo, e un po’ lo stiamo assistendo, a una cultura in cui intanto è difficile distinguere tra cultura, intrattenimento, spettacolo, comincia a essere difficile, lo sappiamo. Sono tanti soldi che vengono spesi per la cultura, che in realtà sono spesi per lo spettacolo. Certo che lo spettacolo ha anche un valore culturale, ma anche il purè della mia nonna aveva un valore culturale, quindi attenzione. La cultura è un campo che aiuta il formarsi del senso critico, non l’intrattenimento. Questo è difficile, fare il Ministro della Cultura è un mestiere difficile, anzi forse non ci dovrebbe nemmeno essere il Ministro della Cultura nella mia idea, proprio abolito. Nel senso che secondo me è un complesso di cose, mi è stato detto da gente più intelligente di me, di forze e di vettori molto complicato, molto ricco. Perché cos’è la cultura di un Paese? Quanti libri si leggono? I libri di Totti, della Clerici, cosa? Come faccio a misurare la cultura di un Paese? Quanti dischi si comprano? Quante entrate in un museo? Cioè, siccome c’è un problema che inizia, come accennavo prima, dall’idea di cultura e come la misuriamo? Perché, l’ho detto con una metafora abbastanza semplice, se non hai cultura, puoi anche credere che sia stato un pipistrello a fermare il mondo. Se non hai senso critico, ti fanno bere che è stato un pipistrello a fermare il mondo. Puoi anche aver letto 50 libri, ma se non c’è senso critico, ti possono convincere che la guerra è nata improvvisamente. Infatti oggi il problema è il senso critico. Poi, leggere qualche libro faccia bene, però non è detto. Allora secondo me, torno al punto di partenza, la cultura è un grande lavoro sul senso critico. Per questo ha ragione il Ministro, il lavoro educativo è fondamentale. Nella nostra scuola questa cosa è fallimentare oggi. Abbiamo degli ottimi ragazzi che, come vedete, stanno vincendo un sacco di medaglie d’oro in tutti gli sport, quindi i nostri ragazzi sono bravi se si punta sul loro talento, se lo Stato punta sul loro talento e se si misura realmente. Nella maggior parte del mondo che i giovani incontrano, non si punta sul talento e non si misurano realmente, per questo prendono su e possibilmente vanno via.
Irene Elisei
Quando ti chiedevo del fatto di poter inserire anche il mondo no profit o altre realtà, è proprio il fatto che per poter ascoltare hai bisogno di qualche interlocutore che ti permetta di arrivare ad ascoltare quello di cui parlavi tu adesso.
Davide Rondoni
Tu prima citavi Mattarella. Se anche Mattarella arriva a parlare di sussidiarietà, vuol dire che è veramente importante. Cioè, se è veramente un tema forte, se lo dice Mattarella proprio ci sono arrivati tutti. La questione vera è cosa si intende per sussidiarietà nel metodo applicativo, perché la parola è bella. Ci si può anche cullare per 40 anni sulla parola sussidiarietà.
Alessandro Giuli
Il punto vero è che non ci deve essere un lavoro di supplenza nei confronti della cosa pubblica, perché la cosa pubblica è una cosa sacra per definizione. Deve esserci un’attenzione da parte della cosa pubblica alla cosa privata, alla libertà. Questo è il cuore del problema. Spesso la sussidiarietà è “dove non arriva lo Stato, cavatevela”. Attenzione, non funziona così e non può funzionare così. Lo Stato e il decisore politico devono mettere i cittadini nelle condizioni di esercitare, come dicevamo, la propria libertà. È evidente che la prima delle libertà è la libertà di scelta, che si basa sul senso critico, come diceva Rondoni. Il senso critico significa la facoltà di esercitare un giudizio di merito sulle cose. Per esercitare un giudizio di merito sulle cose, non insisteremo mai abbastanza, serve la formazione, serve il lavoro sulla scuola e la ricerca, e questo è l’articolo 9 della Costituzione, che parla perfino della ricerca scientifica, che non va demonizzata perché è scienza. E la scienza, se è vera, dubita di se stessa. Il concetto di crisi, che viene dal verbo “krino”, giudico, il senso critico è proprio il metodo della scienza, quella vera, perché bisogna dubitare sempre di sé stessi e delle proprie certezze per acquisire dei dati condivisibili e statisticamente validi dal punto di vista epistemologico, come dicono quelli che hanno studiato più di me. Io resto dell’avviso che il punto centrale di questo nostro dibattito nasce da una sollecitazione che non è materiale. E insisto su questo tema: esistono cose che non si misurano sulla base della quantità. La cultura non sempre si conta, ma si deve pesare a volte, se ne deve pesare come si pesava l’anima nei miti antichi, come qualcosa che ha un valore immateriale che rende la vita comunitaria di ciascuno di noi più ricca e più autentica. Se non si parte da una concezione spirituale dell’esistenza, non si potrà mai fare buona cultura. E questo deve essere chiaro a tutti noi. È stato chiaro anche a chi ha fondato il Ministero della Cultura 50 anni fa, Giovanni Spadolini, che non a caso lo ha chiamato il Ministero dei Beni Culturali e dell’Ambiente, perché riguarda il paesaggio, riguarda il rapporto tra l’uomo e la natura. Io sono convinto che ogni sollecitazione, che sia per de-statalizzare o per utilizzare meglio lo Stato nel suo rapporto con i cittadini nell’ambito culturale, si debba partire da un dato profondo: che la cultura non è mai soltanto un bene materiale. Non è mai la celluloide di un libro, non è mai un film e basta. È l’anima che si dà alla cultura, che veramente qualifica ciò che facciamo. Faccio un indiretto omaggio alla nostra moderatrice citando la farfalla che sta al centro della tomba di Giacomo Leopardi a Napoli, nel Parco Vergiliano. La farfalla, la parola “anima” è stata pronunciata più volte in questo discorso. La farfalla è il simbolo dell’anima, ma è anche il simbolo di qualcosa che si produce in una forma, diciamo così, di sforzo volontario, spesso impersonale. È l’anima di un popolo, non è soltanto l’anima individuale la farfalla, è l’anima di una cultura, è l’identità. E chiudo con Dante, che per l’appunto diceva, molto prima che noi comprendessimo forse il senso di questa frase: “Non v’accorgete voi che noi siam vermi nati a formar l’angelica farfalla?”. È con questi versi che Dante ci insegna il senso istituzionale che noi rivestiamo come politici, come professori accademici, come poeti, perché “ciò che resta lo fondano i poeti”, ricordiamocelo sempre, anche loro hanno una responsabilità pubblica. La nostra responsabilità è quella di non considerarci come i depositari assoluti di un insegnamento da trasmettere, ma noi siamo quelli che devono mettere i giovani, le nuove leve, ciò che è verde, nelle condizioni di rappresentare l’angelica farfalla. E in questo la cultura riveste un ruolo profondamente spirituale.
Irene Elisei
Il Ministro fa riferimento alle mie origini recanatesi, per questo Leopardi. Tutto questo poi andrà messo anche a terra, sicuramente poi con le proposte, mi permetta di ritornare al punto giornalistico. Un’ultima battuta rispetto a quell’Art Bonus di cui si potrebbe estendere la platea, il 2 per mille a cui faceva riferimento Davide, i decreti attuativi ci sono, insomma, in pipeline novità? Ce lo dica in ultima battuta, abbiamo ancora un minuto.
Alessandro Giuli
Oltre all’angelica farfalla, c’è la realtà delle cose, che non è più reale dell’angelica farfalla. Noi abbiamo realizzato dei decreti attuativi che ora sono nella Conferenza Unificata. Abbiamo realmente scritto una parte dei nostri compiti, la legislatura arriverà a compimento e ne faremo molti altri. E quindi stiamo impegnando dei fondi, non soltanto sulle biblioteche, anche nella semplificazione, questo è molto importante, dello spettacolo dal vivo, che non è soltanto intrattenimento. Ma, posso dirvelo come testimone e parte in causa, la magnifica lettura del Cantico dei Cantici che facevamo insieme al MAXI con il poeta Giuseppe Conte, un altro amico di famiglia. Stiamo lavorando su questo, l’Art Bonus. L’Art Bonus è un’altra storia di successo che va incoraggiata, ovviamente, perché significa coinvolgere delle energie di persone, mecenati, amanti del bello, dell’arte e della cultura, in investimenti che producono altrettanta bellezza e cultura. Però io vi dico questo e poi mi taccio: non esiste più, e non è detto che sia un male, l’idea del mecenate puro, perché ci sono meno soldi, perché prima bisogna vivere e poi filosofare, direbbe qualcuno. Ma devono esistere delle buone idee su cui coinvolgere i mecenati e tutti quelli che nell’Art Bonus possono donare qualcosa alla collettività. Un esempio banalissimo: vengo da un viaggio in Versilia dove ho visto un grandissimo lavoro fatto a Marina di Pietrasanta da due straordinarie donne con uno straordinario curatore all’interno della villa del parco. Non cito le aziende che rappresentano, ma sono delle grandi potenze dal punto di vista anche culturale, perché hanno un côté culturale forte, che operano in un contesto municipale, che quindi risente di una scala minore rispetto a ciò che, per esempio, il Ministero della Cultura può fare. A pochi chilometri di distanza, laddove a Marina di Pietrasanta si lavora sull’arte contemporanea, c’è Villa Bertelli, dove c’è un patrimonio straordinario di arte moderna, l’arte moderna periodizzando a spanne è quella che grosso modo finisce con il secolo scorso. Che cosa si deve fare? Il mecenate, l’Art Bonus, deve intervenire ispirato dal decisore pubblico e dal Ministero della Cultura affinché si possano federare, superando anche un po’ di rivalità territoriali, due soggetti che rappresentano un piano sequenza straordinario della bellezza e della qualità culturale e artistica italiana. E federarsi in un unico progetto che renda possibile a due signore altrimenti ingaggiate da un municipio e basta di erogare dei soldi che vogliono mettere a disposizione del benessere, che non è soltanto la salute, è la bellezza della cultura e della formazione. Grazie all’intervento di un potere pubblico che semplicemente mette ordine e collega due realtà, creando una linea di contatto tra il moderno e il contemporaneo, facendo arrivare giovani nelle residenze d’artista di un luogo straordinario e facendo rete, creando un sistema comunitario, torniamo ad Olivetti, reticolare, in cui l’Art Bonus allora diventa sul tavolo del Ministero dell’Economia la carta che vince.
Irene Elisei
Olivetti era il primo che aveva a cuore il fatturato e assieme il benessere delle persone, il bene dei lavoratori, quello era il suo modello. Ringraziamo i nostri relatori, il ministro Davide Rondoni, Davide Rondoni, Pier Luigi Sacco. Grazie a voi e buon Meeting.










