CRISI DEL MULTILATERALISMO E NUOVE GEOGRAFIE DEL COMMERCIO: RIPENSARE LA GLOBALIZZAZIONE

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In collaborazione con Fondazione per la Sussidiarietà

Francesco Billari, rettore Università Bocconi, Milano; Riccardo Ercoli, direttore esecutivo per Italia, Portogallo, Grecia, Malta, Albania e San Marino, FMI; Andrea Prete, presidente Unioncamere; Cristina Scocchia, amministratore delegato Illycaffè. Modera Samuele Rosa, economista senior FMI (Fondo Monetario Internazionale) e Fondazione per la Sussidiarietà

La globalizzazione sta attraversando una transizione da “free” a “fair”, puntando su equità, inclusione e coesione sociale. Le sfide demografiche, come l’invecchiamento nelle economie avanzate e i flussi migratori, richiedono nuove politiche di integrazione. Mercati aperti e mobilità possono favorire innovazione e riequilibrare squilibri, ma servono correttivi istituzionali per evitare disuguaglianze. Il multilateralismo deve tornare centrale nel governare questa trasformazione

Con il sostegno di Regione Emilia-Romagna

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SAMUELE ROSA

Buon pomeriggio a tutti, benvenuti a questo incontro del Meeting di Rimini che verte sulla questione del multilateralismo e la globalizzazione: crisi, opportunità e sfida. Sono molto contento di poter moderare questo incontro, il mio nome è Samuel Rosa, sono Senior Economist al Fondo Monetario Internazionale e mi corre l’obbligo di dire subito che quello che dirò e di cui si discuterà certamente non rappresenta necessariamente il punto di vista del Fondo Monetario nel suo executive board. Lo dico a maggior ragione perché, lo dirò in un secondo, abbiamo qua degli ospiti veramente d’eccezione che voglio introdurre brevemente e a cui alla fine della mia breve introduzione daremo un applauso. Abbiamo qui con noi il direttore esecutivo italiano del Fondo Monetario, dottore Riccardo Ercoli. Abbiamo qui con noi il rettore magnifico dell’Università Luigi Bocconi, che poi è anche la mia alma mater, il professor Francesco Billari. Abbiamo il presidente di Unioncamere, l’ingegnere Andrea Prete, che porta con sé un’esperienza eccezionale anche di imprenditoria, come mi ha segnalato anche prima. Innanzitutto un imprenditore che ha dato anche il suo tempo e le sue energie per sostenere il sistema dell’impresa. E abbiamo qui uno che io chiamo uno dei campioni italiani, abbiamo Cristina Scocchia che dirige come CEO Illycaffè, che è un pezzo d’Italia che ci segue ovunque noi si guardi e quindi ha anche una valenza quasi sentimentale, una cosa che ci tocca. Noi vogliamo parlare di globalizzazione e, come dicevo ai miei illustri personaggi, lo faremo dandoci del tu, sapendo che qui e soprattutto chi ci segue online rappresenta un mondo molto variegato ma di tanti giovani e quindi la nostra idea è quella di aiutarci e ad aiutarvi a dare un po’ di strumenti per capire la globalizzazione. Lo facciamo secondo le quattro direttive, le quattro dimensioni che io chiamo: uno, sistema mondo, e quindi la globalizzazione come un fatto di economie integrate e interrelate, sempre di più, e su questo ci aiuterà il direttore esecutivo. Lo facciamo anche per capire come le istituzioni che si occupano, si preoccupano e sono dedicate a fornire ai giovani strumenti di comprensione debbano anche rispondere a queste sfide per aggiornare metodologie e sguardi su questo mondo per i giovani che formano; il rettore della Bocconi ci aiuterà su questo. Secondo me, il sistema di imprese è anche produttore di cultura di impresa e interagisce poi con le istituzioni in maniera virtuosa per posizionare la descrizione delle sfide per poi avere soluzioni più adeguate in un mondo che è sempre più difficile e che cambia più velocemente; su questo ci aiuterà il presidente, l’ingegner Prete. E finalmente, esperienze sul campo, perché Illycaffè opera per definizione in un mercato globale nelle fonti e nelle prospettive di vendite finali e quindi cosa succede, quali sono le sfide, quali sono le opportunità su questo. Globalizzazione e commercio internazionale, brevemente. Gli sviluppi di questi ultimi semestri hanno messo il tema della globalizzazione al centro. Si dirà fra un attimo che la globalizzazione non è una cosa nuova, né le sfide che si pone sono nuove, ma chiaramente ha fatto un po’ più notizia per le questioni di dazi e quant’altro. E io voglio anche dire che vorrei mettere anche il tema che nella descrizione e nella comprensione della globalizzazione si pone quello che chiamo la questione del dividendo sociale, cioè di capire nelle regole del gioco l’impatto che la globalizzazione ha, come governarla perché sia foriera di risultati positivi a livello di occupazione, bilanciata, a livello di dividendo sociale, a livello di impatto sull’ambiente. Quindi l’efficienza è un aspetto, ed è lì dove si trae sviluppo e prosperità per tutti, ma non è l’unico; ci sono anche le dimensioni di equità e voglio anche dire che si è visto dopo il Covid, ma anche prima, che sull’aspetto di equità c’è sempre più tensione. Quindi non solo nella vocazione dell’impresa nei mercati interni di creare valore sostenibile, ma anche nella gestione e definizione di regole comuni c’è sempre più desiderio di partecipazione attiva per vedere l’impatto di queste regole comuni in termini di equità. Cercheremo di ottenere questi quattro livelli della questione, ma sarà una chiacchierata. Io mi rivolgerò ai miei illustri relatori dando del tu e quindi comincerei con il sistema mondo e chiedo a Riccardo, che ripeto è il mio direttore esecutivo e lavora per il Fondo Monetario lì dove la discussione sulle regole del gioco è centrale, anche fisicamente, perché è un board dove c’è tutto il mondo che viene rappresentato. Quindi chiedo a te, Riccardo, se ci aiuti un po’ a capire questo: in un mondo segnato da queste, io le chiamo, nuove geografie, usiamo pure competizioni, se non conflitti, del commercio e crescenti pressioni di tenere in conto le questioni di equità e coesione sociale, come può il multilateralismo, e in particolare il Fondo Monetario che è al centro di questa discussione, evolvere per governare meglio questa transizione? Riccardo, grazie.

RICCARDO ERCOLI

Grazie innanzitutto dell’invito, è la mia prima volta qui al Meeting di Rimini e grazie a voi per essere qui all’una di oggi a parlare di questioni così complesse. Per aiutarmi a illustrare i temi, i compiti che mi sono stati dati, ho preparato delle slide per cercare di rendere più semplice la cosa. Il taglio che ho cercato di dare è il più semplicistico possibile, spero di non essere scaduto troppo nel semplicistico e se invece ho fatto l’errore opposto vi chiedo scusa. SamuelE mi ha fatto la prima domanda ma in realtà i compiti che provo a svolgere in 5 minuti sono in realtà tre: globalizzazione e governance multilaterale; politiche per l’inclusione e la resilienza, cioè quali politiche, quali riforme economiche possono promuovere un modello di crescita più equo, più giusto, sostenibile, capace di dare risposta ai giovani, ne vedo tanti qui, alle imprese e ai paesi più vulnerabili; infine, l’Italia, che ruolo può avere nello scenario internazionale visto che ha una voce importante nelle istituzioni internazionali. Allora vi chiedo un po’ di pazienza, un paio di slide per cercare di guidarvi a vedere come queste nuove geografie del commercio, che in realtà sono le informazioni e gli eventi che stiamo vivendo, siano molto meno bislacche di quello che apparentemente sono. Però se il tema non viene rappresentato nei giusti termini, invece sembra che stiamo vivendo l’inizio di una nuova era. Vi propongo una visione, una lettura, lascio a voi poi il commento se vi convinca o meno, che tutto sommato stiamo vivendo una naturale evoluzione della globalizzazione che conosciamo da sempre. Per inquadrare bene il problema penso che i concetti più semplici e più corretti siano quelli di parlare di surplus o deficit eccessivi. Cosa sono? Scusate, questa è la parte più tecnica, spero possa esservi utile. Ogni paese ha delle partite correnti, esporta e importa, e la differenza tra queste esportazioni e importazioni può essere un surplus o un deficit. Normalmente, nella globalizzazione che abbiamo finora vissuto, surplus e disavanzi delle partite correnti non sono necessariamente un problema. Quando diventano un problema? Quando questi deficit o surplus diventano eccessivi, si creano degli squilibri eccessivi e in quel caso bisogna intervenire. Quindi la domanda è: noi stiamo vivendo un’era di cambiamento della globalizzazione oppure stiamo vivendo un’era in cui dei surplus e disavanzi che finora non hanno creato nessun problema stanno diventando eccessivi? Se diventano eccessivi, sia i disavanzi che i surplus creano dei problemi. Perché? Paesi con disavanzi eccessivi rischiano di incontrare la sfiducia degli investitori e potrebbero gradualmente perdere accesso ai mercati finanziari. Avrete letto ultimamente che la supremazia del dollaro in questo momento, visti i disavanzi eccessivi degli Stati Uniti, può essere messa in discussione e quindi creare uno squilibrio. Ma anche i surplus eccessivi sono un problema, perché di fronte a un Paese che ha un surplus ce n’è un altro che è in deficit, ma soprattutto i surplus eccessivi possono dar adito nel tempo a gravi squilibri settoriali o anche con i partner commerciali o alimentare sentimenti protezionistici. Pensate per esempio a quanta tecnologia è stata ormai prodotta in Asia e come attualmente stiamo ragionando anche a livello europeo di come riappropriarci del termine della sovranità tecnologica, perché abbiamo appaltato troppa tecnologia. Quindi entrambi, surplus eccessivi e disavanzi eccessivi, creano un problema. La cosa interessante è che disavanzi o surplus eccessivi spesso riflettono distorsioni interne, per esempio politiche fiscali troppo espansive, il caso per esempio quello americano, o nei paesi in disavanzo un welfare che è mal calibrato e porta le persone ad aumentare il tasso di risparmio, e quando il tasso di risparmio è eccessivo non c’è leva per lo sviluppo. Adesso con questa premessa arriviamo a vedere qual è la situazione attuale, vi riporto un po’ di dati attuali. Nel 2024 i saldi delle partite correnti globali si sono ampliati per la prima volta in modo significativo di 0,6 punti percentuali. Il grafico qua rappresenta gli squilibri globali; dalla crisi finanziaria del 2008 ad oggi si sono normalmente ridotti, quindi la globalizzazione ha ridotto i deficit e i surplus eccessivi. Potrebbe cambiare qualcosa, il 2024 è un anno di cambiamento e potrebbe essere anche un cambiamento strutturale rilevante. Queste informazioni io le ho prese ovviamente dal Fondo, però tutto ciò che vi dirò, come aveva detto già Samuele, non risponde alla posizione del board e dell’amministrazione, quindi sono idee che ho rielaborato e che vi propongo. Cerco di andare più veloce. Andiamo a vedere questi squilibri che si sono realizzati nel 2024: chi li ha creati? Due terzi di questi equilibri eccessivi vengono dalla Cina che sta producendo di più, dagli Stati Uniti che stanno consumando di più e in misura modesta dall’Eurozona. Quindi un cambiamento degli scambi internazionali potrebbe essere, in termini di politica economica, giustificato dal fatto che stiamo accumulando dei disavanzi eccessivi e questi disavanzi eccessivi devono essere aggrediti. Quindi non c’è un cambiamento di paradigma rispetto alla globalizzazione, è soltanto una fase diversa della globalizzazione e dei disavanzi di cui vi ho parlato prima. Cosa può fare il Fondo Monetario Internazionale? Per chi non lo conosce, è una banca nata dopo la Seconda Guerra Mondiale che ha come clienti i governi, rappresenta tutto il mondo, circa 191 paesi del mondo, raggruppati in un board di 25 persone che prestano dei soldi ai governi che non hanno più accesso ai mercati internazionali. Fanno una sorveglianza multilaterale, quindi controllano ogni anno, fanno l’analisi come dei medici, il check-up totale dell’economia di 191 paesi e in più, se i paesi hanno bisogno di supporto, gli forniscono anche un supporto tecnico. Qual è il ruolo che può avere il Fondo? Questo board di 25 persone, in un mondo così frammentato dove ci sono delle guerre, dei conflitti, normalmente decide tutto all’unanimità, salvo casi eccezionali come per esempio il programma all’Ucraina, dove un solo Paese al mondo, la Russia, ovviamente vota contro, però tutto il resto del mondo vota a favore del supporto all’Ucraina. Questo è qualcosa che non sempre si sa e per chi di voi ha visto la mostra di Giannini qui, un banchiere che prestava dove gli altri non prestavano, ecco un esempio positivo a mio avviso è quello del Fondo che presta ai governi, non alle persone ma ai governi, che altrimenti non avrebbero accesso ai mercati. Quindi esistono delle belle realtà nel mondo in cui viviamo, frammentato come lo conosciamo. Cosa può fare il Fondo Monetario Internazionale? Ovviamente, visto questo rischio di disavanzi eccessivi, sta cercando di porre una maggiore attenzione nelle analisi degli spill-over, cioè quali sono gli effetti degli altri sugli altri paesi nel mondo, e poi di dare maggiore incisività quando fa l’analisi ogni anno dei singoli paesi, di cercare di cogliere come le nuove geografie del commercio possano influenzare gli altri paesi e se stiamo accumulando o non accumulando deficit o surplus eccessivi. Gli ultimi due temi: Italia e Europa nel nuovo ordine globale. Quali sono i rimedi corretti che dovrebbero basarsi per aggredire questi disequilibri? Per l’Europa, l’ha detto anche Draghi qui al Meeting, è quello di aumentare la spesa per le infrastrutture pubbliche, colmare il divario di produttività con gli Stati Uniti e quindi investire più in tecnologia. Per la Cina, per equilibrare l’attività economica a favore dei consumi, perché sta producendo più di quanto consuma. Per gli Stati Uniti, per seguire un consolidamento fiscale. I dazi sono uno strumento per aggredire questi disequilibri? Anche se, come vi ho detto, la cosa più importante è aggredire i disequilibri interni ai Paesi, più che utilizzare i dazi. I dazi, come vedete nel grafico qui a destra, vedete che nella parte alta l’impatto delle tariffe sui disequilibri è molto limitato, mentre invece l’impatto delle riforme strutturali nei processi di aggiustamento dei Paesi è molto più efficace. Voglio solo ricordare e richiamare la vostra attenzione, vivendo negli Stati Uniti, che la politica dell’amministrazione americana non è soltanto quella di imporre dei dazi, ma anche quella di fare accordi bilaterali per attirare la produzione in America. E questo forse ci segnala in particolar modo la differenza di dazi tra Cina e Stati Uniti rispetto a Stati Uniti con il resto del mondo; ci segnala che i dazi hanno una duplice valenza. Da un lato, nei confronti della Cina servono ad aggredire quei deficit eccessivi che l’America ha accumulato negli ultimi anni, e non è un’iniziativa nata adesso con l’amministrazione Biden, era precedente anche con Trump. Mentre invece nei confronti degli altri paesi, dove i dazi sono stati messi a un livello molto più basso, al 15%, servono a coprire il disavanzo che si sarebbe creato in America rinnovando delle agevolazioni che Trump aveva dato nel 2017 e che sarebbero scadute alla fine dell’anno. Quindi i dazi vanno visti con una duplice prospettiva geopolitica: una cosa è verso la Cina, una cosa è verso gli altri paesi. Infine, cosa dovrebbe fare l’Italia per le politiche per l’inclusione e la resilienza, che era la domanda iniziale? E qua scusate, mi sono preso più tempo del dovuto. Queste priorità sono priorità che il Fondo Monetario Internazionale, quando ha fatto lo screening quest’anno, ha evidenziato nel rapporto sull’Italia, ma queste priorità sono anche riflesse nel piano fiscale strutturale che il governo ha presentato in Europa in base alla nuova governance europea. Quindi c’è un certo allineamento su quali sono i problemi e le soluzioni: lotta alla denatalità, capitale umano, istruzione e formazione, tecnologia, perché la tecnologia aumenterebbe la capacità dell’Italia di esportare in Europa e quindi creerebbe un vantaggio in termini di recupero degli squilibri, costi dell’energia, sostenibilità dell’ambiente per ridurre i rischi macroprudenziali. Grazie per l’attenzione. Siete stati coraggiosissimi.

SAMUELE ROSA

Grazie mille, Riccardo. Tra l’altro grazie anche di aver fatto quel parallelo con la mostra di Giannini che avrei ripreso, perché giustamente, come Riccardo dice, ci sono istituzioni, ci sono ambiti a tutti i livelli, in questo caso anche multilaterali, dove ci sono luoghi in cui il lavoro è quello di costruire la fiducia lì dove altri la colgono per far ripartire. E quindi è una nota di ottimismo che è d’obbligo. Non tutti sanno cosa fa il Fondo Monetario e ringrazio molto Riccardo per questo. Quindi denatalità, futuro, grandi trasformazioni. Francesco, cosa fa l’università per preparare i giovani a queste grandi trasformazioni sociali, economiche e anche demografiche? Ho letto un libro bellissimo di Francesco che fa vedere in tanti aspetti come ciò su cui reagiremo oggi riguardi scelte e realtà inerziali che si accumulano in anni e decenni, e questo è importante per formare personalità capaci di responsabilità sui trend di fondo della società. In ogni caso, cosa fa l’Università?

FRANCESCO BILLARI

Grazie Samuele per l’invito, grazie di essere qua. Sono anche molto felice di vedere i nostri studenti presenti, i volontari, e veramente andate a vedere questa mostra su Giannini. Il XXI secolo ha una peculiarità: tra le varie peculiarità è il secolo dell’università. Il XX secolo, dice Claudia Goldin, Premio Nobel, è stato il secolo del capitale umano; ci siamo sviluppati con economie basate sulla conoscenza. Nel XXI secolo l’università diventa cruciale. La demografia contribuisce a questo. Quando ci siamo espansi nell’istruzione c’erano tanti bambini; oggi siamo nel mondo dei giovani. Anche se partiamo dalla denatalità, gli anni tra il 2027 e il 2030 saranno gli unici anni della storia dell’umanità in cui ci saranno più di 2 miliardi di ragazzi sotto i 20 anni. Dopo inizierà a calare anche il numero di giovani, piano piano, poi dipende anche come li definiamo, perché le nascite a livello globale calano dal 2012. Però due miliardi non li abbiamo mai avuti nella storia, questa è un’occasione importante. E perché? Perché il mondo non ha avuto così tanti giovani. Poi ci sono degli squilibri, ci sono degli squilibri anche demografici. Vi faccio due contrasti, senza parlare poi direttamente dell’Italia. Nella parte ricca del mondo, che ha un miliardo e tre di persone, ci sono più morti che nati; c’è una differenza di quasi 2 milioni tra i decessi e le nascite. Nella parte meno sviluppata del mondo, quindi tutto il resto del mondo, i 6,8 miliardi, invece c’è una differenza di 70 milioni ogni anno tra nascite e decessi, quindi ci sono ancora più nati che morti. È un contrasto molto importante tra, se volete, il Nord globale, dove un tema è la denatalità, e il Sud globale, che continua ad avere tanti nati. Nel frattempo cosa succede all’università? Nei paesi ricchi, qua ci sono i dati dell’OCSE e quindi magari una configurazione diversa, nei paesi ricchi il 50% dei giovani oramai ha un titolo universitario. Lo so che sembra strano visto dall’Italia, 47,3% dati del 2022. E se guardiamo le stime a livello globale, non so se sono le stesse approvate dall’IMF, siamo quasi a un quarto dei giovani che hanno un titolo di laurea. Quindi durante questo secolo le università diventeranno sempre più centrali nella formazione dell’umanità e avremo tantissimi giovani. Abbiamo una grandissima occasione, dobbiamo assolutamente coglierla.

SAMUELE ROSA

Grazie mille Francesco. Francesco tra l’altro mi insegna e ci ricorda sempre il potere dei dati, di argomentare dentro una conoscenza dei fatti che lui fa in maniera eccelsa. Bene, Andrea, le imprese e il sistema delle imprese, come stanno reagendo a questa evoluzione della globalizzazione? In che modo si tiene conto del dividendo di equità sociale, ma anche delle sfide che queste competizioni portano all’Italia? Le tariffe sicuramente non fanno bene.

ANDREA PRETE

Grazie per l’invito, anche a me fa piacere essere qui oggi al Meeting di Rimini. È una bella occasione, ho avuto il piacere di esserci in altre occasioni. È un momento molto particolare per il sistema delle imprese. Il sistema camerale che rappresento sono 60 camere di commercio in tutta Italia che hanno il polso di tutte le economie, di tutti i territori e di tutti i settori, perché alle camere di commercio fanno capo tutti i settori merceologici. Quello che si sta vivendo è l’incertezza, la parola clou dell’anno  è l’incertezza. La vicenda dei dazi è stata tirata alla lunga e non sapevamo quando sarebbe stato il vero valore; siamo passati da aprile fino a quando è stato definito questo 15%, siamo passati sulle montagne russe, che non ha fatto certo bene alle imprese che ovviamente hanno rallentato anche gli investimenti in questo periodo, non sapendo quale potesse essere il termine finale. Il 15% a cui bisogna aggiungere la svalutazione del dollaro, quindi probabilmente siamo superiori al 25%. Che cosa significa per il sistema delle imprese italiane? Contestualizziamolo, perché l’allarme c’è stato, la preoccupazione c’è, ma cerchiamo di contestualizzarlo. L’Italia esporta negli Stati Uniti 67 miliardi o poco più di euro, è un paese importante per noi, l’11-12% dell’export globale, però è anche vero che molte nostre produzioni eccellenti probabilmente sono anche immuni dai dazi in alcuni casi. In altri casi ovviamente questa cosa tocca e il rischio non è tanto la competizione di altri, perché i dazi sono uguali per tutti, è il rischio che quei prodotti comincino a costare troppo per cui il mercato americano non li recepisce, pur riconoscendo ai prodotti italiani una qualità maggiore. Pensiamo all’Italian Sounding che è già presente, che potrebbe solo crescere in questo caso. È ovvio che le imprese italiane a questo punto devono guardare diversamente. Noi siamo un paese esportatore, lo dicevamo poc’anzi quando ci siamo incontrati: l’Italia è quarto/quinto, siamo in competizione col Giappone, come paese più esportatore al mondo, quarto o quinto posto. I primi tre sono Cina, Stati Uniti e Germania. Comprendiamo bene quanto sia importante per l’Italia questo ruolo. Una volta ci si diceva che esportavamo perché svalutavamo la lira; sono 25 anni che esportiamo con una moneta forte come l’euro e ciò vuol dire che tra l’altro siamo il paese che diversifica maggiormente il proprio export tra vari settori, vari prodotti e che ha un panel più ampio. Bisogna guardare altrove. L’obiettivo del governo sono 700 miliardi di export nei prossimi anni, credo che guardare altre aree con più intensità sia doveroso. C’è l’accordo Mercosur che dovrebbe partire a breve, quindi parliamo di 200 e passa milioni di abitanti del Sud America. Ci sono i mercati dell’Estremo Oriente e del Medio Oriente, c’è l’India dove la Von der Leyen è stata recentemente per attivare nuovi canali di export per il sistema Europa. Quindi sotto questo aspetto mi preoccuperei meno. Il vero problema dell’anno è stato non sapere; una volta che le cose si sanno, poi gli italiani sono bravi a reagire meglio di tutti, quindi sotto questo aspetto credo che non ci dovremmo preoccupare a dati correnti. Certo, qualche azienda soffrirà sicuramente, e non solo quelle che esportano direttamente negli Stati Uniti, ma noi abbiamo tante aziende che vendono prodotti non finiti, semilavorati che poi sono finiti e che poi vanno comunque negli Stati Uniti. Questo scenario è da prendere con le pinze però non ci deve spaventare.

SAMUELE ROSA

Quindi Italia quarta o quinta potenza mondiale per esportazioni, è capace di esportare anche dentro una valuta abbastanza forte e di tenere la propria leadership in questo, esportazioni molto diversificate. Sono note di realtà che anche ai giovani che stanno studiando economia voglio segnalare, perché non è detto che le si sappia così inquadrare. C’è di che esserne fieri. Ma adesso è  un campione di questo mondo, di questi 5 milioni di imprese di cui una piccola parte comunque tiene un ruolo importante nelle esportazioni. Quindi chiederei a Cristina, veramente, raccontaci un po’ come la tua azienda, l’azienda che tu guidi, sta rispondendo alle sfide che evolvono nella globalizzazione e certamente al problema dei dazi. Ma vorrei chiederti anche un pochettino qualcosa su quello che riguarda la comunicazione sociale. Tu hai consumatori, hai investitori, hai stakeholder, non solo shareholder, so che è una cosa molto importante. Quindi come tieni conto anche del dividendo di equità nelle scelte che fai e come posizioni in questo senso la tua azienda come un’eccellenza in senso globale? Grazie mille.

CRISTINA SCOCCHIA

Grazie, è sempre bello essere invitati perché è bello respirare dal vivo le energie positive, la profondità, l’intensità di queste discussioni che avvengono nelle giornate del Meeting di Rimini e devo dire che questa volta molte delle discussioni sono proprio incentrate sulla crisi del multilateralismo, sulla crisi di quel modello di globalizzazione a cui eravamo abituati in passato. Certamente questo momento è un momento difficile per il sistema economico e per le aziende in generale, perché le condizioni macroeconomiche e geopolitiche sono davvero molto volatili, imprevedibili, difficili. E non ci sono delle ricette valide per tutti, perché la ricetta dipende anche dallo stile di leadership, dipende anche dal portato personale di chi amministra un’azienda. Io personalmente sono dell’idea che di fronte a una difficoltà si debba accelerare. Se ti trovi davanti una grande sfida, se ti trovi davanti una salita, tanto più ripida è la salita, tanto più devi accelerare, è l’unico modo per scollinare. Cosa vuol dire accelerare per un’azienda come Illycaffè? Vuol dire aumentare, incrementare, spingere gli investimenti in innovazione di prodotto, di processo, in capacità produttiva, in espansione internazionale, in M&A. È ovvio che non è facile avere il coraggio di investire quando i margini si comprimono. In questo momento il caffè verde sta vivendo una tempesta perfetta: il costo della materia prima è quattro volte il costo storico, in più abbiamo i dazi su un mercato importante come il mercato americano, quindi è ovvio che c’è una compressione importante dei margini. Ed è qui però che secondo me bisogna trovare il coraggio di spingere sull’acceleratore. D’altra parte gli amministratori delegati non possono essere degli amministratori di paure, devono essere degli amministratori di coraggio. Devono usare l’analisi di contesto non per decidere se affrontare le sfide, ma per decidere come affrontarle, e questo poi è un messaggio più generale che mi piacerebbe passare ai ragazzi, ai nostri giovani. E quindi noi abbiamo deciso di continuare a crescere a livello internazionale, ovviamente modificando però le strategie. L’Italia è il nostro paese principale, con il 30% del fatturato. Qui continuiamo ad investire le nostre migliori risorse umane ed economiche, e questo non cambierà. Gli Stati Uniti sono il secondo mercato con il 20%; negli ultimi 15 anni abbiamo investito tantissimo perché volevamo che quel mercato diventasse il nostro secondo mercato domestico. Continueremo a investire nel mercato americano, ma stiamo rivalutando il mercato europeo. Quel mercato europeo che per noi per anni è stata una seconda priorità, oggi diventa un porto sicuro. Paesi come la Germania, la Francia, l’Inghilterra, la Spagna, diventano per noi una priorità. Lì vogliamo premere sull’acceleratore, investire di più per raddoppiare la nostra crescita. Quindi da una parte rimane l’intenzione di giocare in tutte le aree del mondo, ma dall’altra cambia l’approccio, il peso, la priorità che diamo ai diversi mercati, ai diversi contesti. Cosa rimane immutato in tutto questo? Il nostro compasso morale. Noi siamo una stakeholder company, noi siamo un’azienda che vuole creare e distribuire valore lungo tutta la catena, dai produttori di caffè nei paesi equatoriali, che sono tutti paesi del terzo mondo, economie in via di sviluppo, fino ai paesi di sbocco. Questo non cambierà. Noi vogliamo continuare a distribuire valore non solo agli azionisti ma anche ai collaboratori, alle comunità. Anzi, tanto più difficile è il momento e il contesto storico, tanto maggiori sono le fragilità delle comunità e tanto più secondo me le aziende sono chiamate a fare la loro parte. Noi nel nostro piccolo lo stiamo facendo, ad esempio collaborando con la Lega Italiana per la Lotta contro i Tumori, fornendo delle visite gratuite ai malati oncologici che non si possono permettere, purtroppo, la piaga delle liste d’attesa in Italia. E potrei fare tanti altri esempi, però qui l’obiettivo è sottolineare come tanto più difficile è il contesto, tanto più le persone e le aziende, invece di chiedersi cosa possono fare gli altri per loro, devono impegnarsi in prima persona per fare qualcosa per il bene comune.

SAMUELE ROSA

Grazie mille. Prendo la palla al balzo e esco un po’ dal seminato rispetto alla traccia che abbiamo pensato, chiedendo a te Riccardo: per distribuire valore lungo tutta la catena e non solo pensare agli interessi degli shareholders, bisogna secondo me anche avere una capacità di rischiare, di vedere nelle difficoltà un’opportunità e di immaginare soluzioni. Voglio chiedere proprio questo: in questo senso, personalmente, il paese, il governo che rappresenti, quindi la cultura anche in questi organismi internazionali, secondo te che dividendo ti danno, che capitale ti danno per cercare di immaginare soluzioni dove altri magari vedono solo difficoltà?

RICCARDO ERCOLI

Grazie, mi sta provocando. La domanda è a trabocchetto. Cercherò di essere più neutro possibile. Nella mia esperienza di tanti anni di italiano fuori nelle istituzioni internazionali, prima europee e adesso globali, io credo che gli italiani portino un valore aggiunto, e il valore aggiunto che noi portiamo è questa capacità di vedere le cose da fare più che le posizioni da raggiungere, e quindi avere la capacità pur di fare di assumersi del rischio. Ogni volta, ogni decisione economica è un trade-off, perché il futuro è incerto, tra fare un’azione o non farla. Ogni azione comporta un certo rischio; ovviamente il rischio va controllato perché altrimenti si rischia di perdere il controllo dei processi economici, ma la capacità che gli italiani hanno di assumere una certa quantità di rischio in nome di un obiettivo comune credo che sia parte del nostro DNA. Non ho ancora capito da dove venga, è una ricerca che sto facendo, ma credo che questo distingua il contributo che l’Italia dà nelle istituzioni internazionali, anche e soprattutto a livello di G7. Ancora grande parte della governance mondiale l’Occidente se l’è assunta in una composizione come per esempio il G7, dove credo che sia un privilegio e anche una grande responsabilità dell’Italia di essere dentro questo consesso. Credo che il valore aggiunto che portiamo è questa capacità, a fronte di raggiungere degli obiettivi collettivi, di accettare una soglia di rischio superiore a quello che altre culture o altri paesi sono in grado di accettare. Quando questo rischio lo assumiamo e poi abbiamo ragione, e quindi abbiamo fatto qualcosa che altrimenti non sarebbe avvenuto, io credo che questo è un grande contributo che gli italiani possono dare al mondo e alle istituzioni in cui partecipano.

SAMUELE ROSA

Grazie mille. E di fronte alla globalizzazione come fonte di grande opportunità ma dentro anche grandi incertezze e rischi, formare giovani che sappiano fare questo è capitale.

FRANCESCO BILLARI

Che cosa deve fare l’università nel secolo dell’università? Mi sono segnato tre cose da dire in 5 minuti. La prima, che è la più importante, è che l’università deve essere comunità e deve anche fare comunità. Deve essere comunità come luogo anche fisico dove si incontrano studenti, professori, personale che passa, personale amministrativo e costruiscono le proprie vite. È fondamentale la presenza, la tecnologia non può essere l’unica soluzione, perché oltre alle competenze e conoscenze di tipo cognitivo che trasmettiamo nei corsi e che potrebbero essere trasmesse anche online, con tutti gli studenti che stanno nelle proprie camerette, l’università come comunità sviluppa le capacità sociali ed emotive che tra l’altro servono anche per fare quello che ha detto bene Riccardo, quello che ha raccontato Cristina, quello che ha detto Andrea. Servono per fare impresa, servono per parlare con gli altri, servono per negoziare, quindi tutto questo si impara sul campus come comunità. Poi dobbiamo anche fare comunità perché siamo in luoghi specifici. Parlo per esempio da Bocconi: Bocconi è comunque Milano, con la Camera di Commercio di Milano, Monza, Brianza e Lodi, se sono corretto. E con il Politecnico abbiamo creato una nuova fondazione per spingere l’imprenditorialità a Milano. Per esempio, le startup in Italia non sono particolarmente diffuse, parlo di startup innovative, e vogliamo creare un hub di startup a Milano; lo dobbiamo fare facendo comunità con la nostra città. Quindi, primo aspetto: comunità. Il secondo aspetto: contenuti. La tecnologia diventa sempre più centrale e i rapporti umani anche. Quindi in tutti i corsi dobbiamo sapere molto di tecnologia e di scienza. Noi, per esempio, in Bocconi veniamo da una tradizione in cui si diceva: se fai economia politica studi matematica e dati, se fai economia aziendale studi strategie. E invece tutti dovranno studiare dati, matematica e intelligenza artificiale, perché sennò non saremo a prova di futuro, non studiamo più per una singola professione, studiamo per poter imparare nei prossimi 40 anni. Però allo stesso tempo dobbiamo occuparci della comunità e della società, quindi questo bilanciamento che per esempio è stato storicamente non affrontato nella formazione più tecnica, invece dovrà essere affrontato. Dall’altro lato, la formazione più socio-umanistica dovrà diventare più scientifica. Il terzo aspetto è che è vero che ci sono tantissimi giovani, però siamo in un mondo di longevità. L’altra notizia positiva è che la speranza di vita globale non è mai stata così alta come oggi e, se volete, l’Italia, con 83,4 anni nel 2024, ha il record di longevità, siamo top 5 a livello globale. Abbiamo guadagnato cinque mesi in un anno, che vuol dire che tra il 2023 e il 2024 siamo invecchiati solo di sette mesi. Quindi la vita è lunga, ci sono per la prima volta nella storia tante generazioni, le università si dovranno anche mettere in gioco con le diverse generazioni. Non potremo più limitarci; in realtà Bocconi con SDA Bocconi, non voglio fare troppa pubblicità, si è sempre rivolta ai più stagionati tra noi. Però al sistema dell’educazione superiore toccherà anche occuparsi degli stagionati, perché la tecnologia e il mondo stanno cambiando e non possiamo lasciare indietro nessuno.

SAMUELE ROSA

Grazie mille. Andrea, questo mi porta molto chiaramente al tema seguente. Che cosa fa, che cosa può fare ancora meglio il sistema dell’impresa per accogliere i giovani, formarli a gestire questi cambiamenti, a prendersi questi rischi? E come l’impresa può essere un luogo di crescita nella tua esperienza? Grazie.

ANDREA PRETE

Allora, io su questo rispetto a prima sono un po’ più pessimista, perché il problema demografico per questo Paese è fondamentale. Ben venga l’allungamento dell’età media della vita. Noi siamo un Paese che 50 anni fa era di 56 milioni di abitanti, oggi siamo 59 in decremento con 5 milioni di stranieri che sono cittadini italiani. Il mondo è passato in questi 50 anni da 4 a 8 miliardi. Allora noi abbiamo in questo momento questa situazione: nel 2024 il 40% dei lavoratori è over 50, nel 2004, 20 anni prima, era solo il 20%. Siamo un Paese che sta stressando le persone che grazie a Dio possono continuare a lavorare. C’è un altro dato che ha fatto un po’ rumore ultimamente: l’11% dei capitani di impresa ha più di 70 anni. E quindi uno vede una prospettiva, ovviamente per i giovani, complicata, ma la vede soprattutto perché non ci sono i giovani. Questo è un Paese che demograficamente non ha giovani e quelli che ha, molte volte non riesce neanche a trattenerli, soprattutto se sono ben istruiti, se hanno competenze. Allora noi abbiamo questa scena davanti a noi. Tra l’altro, mensilmente con il sistema Excelsior monitoriamo il mercato del lavoro: un profilo su due ricercato dalle imprese non si trova. Quando parliamo di profili tipo laureati STEM o anche economia, non si trova il 60-70% di quelli che vengono richiesti. Quando dico “non si trova” non è che non si trova per sempre, ma che un’azienda che domani mattina avrebbe bisogno di un ingegnere lo avrà fra 6-7 mesi. Questa differenza è stata calcolata in euro di PIL perso e l’anno scorso è stato 44 miliardi di PIL perso. C’è un problema di giovani che non sono tanti, basta vedere le classi come si sono ridotte negli ultimi anni, c’è un problema di competenze e c’è un problema ovviamente di trattenere coloro che sono bravi. Una politica assolutamente necessaria per contrastare il calo demografico è quella di introdurre più stranieri possibili nel nostro Paese, in maniera regolata, con percorsi di formazione casomai a monte. In ogni modo dobbiamo immaginare che già sono presenti; tra l’altro le regioni del Nord, in primis la Lombardia, sono quelle che fanno maggiori richieste e prevedono in futuro di assumere stranieri più di altri in percentuale. Quindi questo è ineludibile, nonostante ogni tanto ci sia qualche preoccupazione. Però nel rispetto delle regole, i cittadini che arrivano devono rispettare le regole del nostro Paese, ma è chiaro che non ne possiamo fare a meno per continuare a crescere. Per quello che riguarda invece i talenti, devo dire che è indiscutibile che oggi il giovane che lavora non si aspetta più solo il salario, che pure è un tema sul quale poi ritornerò, ma ha anche un approccio diverso alla vita e quindi per esempio la variabile tempo vale molto. Avere del tempo a disposizione, non misurare più il lavoro con l’orologio ma misurare il lavoro soltanto per quello che realmente mi dai, forse è uno schema sul quale dobbiamo ragionare, perché i giovani aspirano a una migliore qualità della vita personale e quindi è chiaro che in questo bisogna assecondarli. Questo soprattutto è capitato dopo il Covid e quindi questo è un ambito sul quale lavorare. Quello dei salari: è indiscutibile che oggi un giovane talentuoso, oggi le aziende prima di guardare a chi prendere guardano a trattenere, e potrebbe avere un appeal notevole da salari più alti. Probabilmente qualche politica fiscale di decontribuzione che consenta di mettere più soldi nelle tasche dei giovani laureati che vengono assunti potrebbe essere utile, perché questo Paese, che casomai una famiglia investe sul figlio, va alla Bocconi, si laurea e poi va all’estero e non torna più, credo che per il Paese non sia un buon investimento per il futuro. Quindi questi sono gli scenari sui quali credo anche noi, nella nostra Camera di Commercio, proprio sui dati Excelsior, cerchiamo di orientare i giovani ai lavori che sono presenti e di cui c’è necessità. Abbiamo riconfermato un accordo l’altro giorno col ministro Valditara che riguarda l’alternanza scuola-lavoro, che in questo Paese a volte viene demonizzata ma assolutamente è un primo passo verso la conoscenza dei giovani del mondo del lavoro, e credo che sotto questo aspetto ci sia molto da fare.

SAMUELE ROSA

Cristina, un commento sul problema della natalità, che è stato uno dei temi che se non sbaglio l’articolo 4 del Fondo Monetario, comunque le discussioni sul sistema Italia, hanno portato alla luce. Ma prima di questo voglio chiedere a te: a un giovane che viene oggi nella tua azienda, a un giovane che comincia un cammino in un’azienda come la tua di respiro globale, che cosa serve per costruire un futuro e contribuire nell’azienda come cittadino e lavoratore responsabile di un’economia più inclusiva, più umana?

CRISTINA SCOCCHIA

Quando mi capita di dare il benvenuto ai ragazzi che arrivano in azienda, quello che mi piace ricordare loro è che le competenze, le conoscenze sono importanti, sono fondamentali, però le puoi acquisire a 20, a 30, a 40, a 50 anni come diceva Francesco. Le puoi acquisire a scuola, all’università, ma le puoi acquisire anche in azienda con programmi di training on the job, upskilling, reskilling. Quello che invece devi costruire dal giorno uno è il tuo stile di leadership. Che tipo di persona, di leader, tu vuoi essere? Io credo che in questo momento, in questo contesto, più che mai sia necessaria una leadership etica e meritocratica. E cosa serve per costruire una leadership etica e meritocratica? Secondo me servono quattro dimensioni diverse, che mi piace chiamare quozienti. Quando tu arrivi in azienda, la prima cosa che devi dimostrare è il quoziente intellettivo: devi dimostrare di saper pensare in maniera analitica, in maniera razionale, devi essere curioso, logico, devi dimostrare di avere pensiero strategico, che poi vuol dire ragionare a 360 gradi con un’ottica di medio e lungo termine. Devi saper prendere decisioni, di nuovo logiche, razionali, trattenendo sulle tue spalle la pressione, senza scaricarla a valle, mettendoci sempre la faccia. Ma tutte queste condizioni, pur essendo importanti, pur essendo necessarie, non sono più sufficienti. Quello che serve oggi a un leader è costruire una squadra: una squadra forte, compatta, motivata, coesa, dove tutti sono portati a dare il meglio di sé non per il successo personale ma per il successo collettivo, perché il “noi” è molto più importante dell'”io”. Ma se tu vuoi spiegare ai tuoi collaboratori che il “noi” è più importante dell'”io”, non devi parlare solo alla loro testa, devi parlare al loro cuore. E per parlare al cuore delle persone hai bisogno di un secondo quoziente, che è il quoziente emotivo. Il quoziente emotivo è fatto di capacità di ascolto, di empatia, ma anche di volontà di mettersi in gioco, di scendere in campo, di ammettere i propri errori. Perché sbagliamo tutti, sbagliano anche i senior, sbagliano anche i leader. È fatto di capacità di trattenere sulle proprie spalle le decisioni difficili, come dicevo prima, ma anche di sapere quando passare la palla. Perché solo se passi la palla, permetti ad altri di giocare, di fare gol, e solo così cresce la squadra, solo così crescono tutti i collaboratori. E se poi con un pizzico di fortuna, tanto impegno, tanta passione riesci a fare la cosiddetta carriera e ad avere responsabilità più grandi, allora inizi a gestire delle squadre più grandi, multiculturali, multifunzionali, più complesse, e allora è importante un terzo quoziente: il quoziente politico, che è la capacità di mediare, di non polemizzare e polarizzare, ma di mediare e trovare dei punti di caduta comune. È l’intelligenza sociale che ti permette di influenzare non solo chi ti riporta, ma anche i cosiddetti stakeholder, i portatori di interesse. Ma alla fine, al vertice della piramide, il quoziente più importante di tutti è il quoziente morale. Perché un leader deve saper integrare il valore con i valori. Il valore è importante, un’azienda deve fare fatturato e profitto, perché un’azienda che non cresce in fatturato e profitto è un’azienda che perde competitività. Ma se l’azienda perde competitività, perde posti di lavoro e nessuno ti dirà bravo o brava se bruci migliaia di posti di lavoro. Quindi il profitto è giusto, ma pur essendo giusto, lecito e sacrosanto, non può essere né il fine ultimo né il fine unico. Deve essere integrato con i valori: con i valori etici, morali, sociali e ambientali, e in caso di trade-off questi ultimi devono avere la priorità, non il profitto. Perché la leadership non è potere, la leadership è responsabilità. Questo è il concetto che cerco di passare ai giovani quando arrivano in azienda con tanta voglia di crescere. La leadership non è potere, è responsabilità. È prendersi cura delle persone. Ed è per quello che vorrei una sorta di giuramento di Ippocrate anche per i manager, anche per i leader, anche per gli amministratori delegati e gli imprenditori. Perché anche noi dobbiamo legare le nostre decisioni e il nostro agire a un codice etico più elevato. Perché dobbiamo ricordare che la carriera, così come la vita, non è uno sprint, è una maratona. Nella maratona ci sono i momenti in cui corri e tutto è facile, tutti ti applaudono. Poi arriva la salita, viene il fiatone, arrivano i crampi. C’è il momento in cui cadi proprio e ti sbucci le ginocchia. Ed è lì che devi trovare la forza e il coraggio di rimetterti in piedi e rimetterti a correre, ma senza che questo diventi un’ossessione. Quando corri, se sei un leader, non devi voler tagliare il traguardo per primo. Devi saperti girare intorno, devi sapere guardare dietro, devi saperti prendere cura delle persone che sono più fragili di te, perché la leadership non è conquistare medaglie, non è tagliare il traguardo per primi, ma è prendersi cura di quelle persone, tante persone, che ciascuno di noi incontra nei 42 lunghissimi, speriamo, chilometri di cui è fatta la carriera e la vita di ciascuno di noi.

SAMUELE ROSA

Decido di chiudere qua chiedendo a Riccardo: dunque, bisogna buttare il cuore oltre l’ostacolo e in questo senso la demografia dice del gradiente di fiducia nel futuro che un paese ha, insieme a tante altre cose. Nella tua esperienza personale, anche come Fondo Monetario, che cosa bisogna fare da questo punto di vista per porre le condizioni di una speranza per gli italiani?

RICCARDO ERCOLI

Ho 35 secondi per rispondere, sarò telegrafico. Nella mia breve carriera in cui me ne sono occupato ho capito tre cose. Che la demografia non è qualcosa… c’è la tentazione di spostare il problema in avanti, perché tanto tutti sanno che per risolvere i problemi demografici ci vogliono anni, decenni, e quindi … la tentazione di scappare dal problema è alta. Quindi qua condivido il libro che ha scritto Francesco sul fatto che va affrontata adesso. La seconda cosa è che credo che ne sappiamo ancora troppo poco delle determinanti della demografia. Alcune ricerche più recenti dicono che si fanno i figli in base a due variabili: spazio e tempo. Tant’è vero che se uno guarda la demografia nelle province medie è molto alta, nelle grandi città e nei piccoli centri è bassissima perché mancano i servizi e mancano gli spazi, perché gli spazi costano molto. Ultima considerazione: se allora vogliamo capire quali sono le determinanti della demografia, dovremmo forse allargare… molto spesso le ricette sono “diamo più soldi”. Paradossalmente, quando eravamo più poveri avevamo più figli. Allora forse bisognerebbe allargare invece una discussione, e questa è la complessità di decidere le politiche pubbliche, coinvolgendo il maggior lavoro delle donne, quindi promuovere il lavoro delle donne affinché le donne possano fare più figli, e guardare a campi di politica pubblica che a volte non vengono chiamati in causa, come per esempio l’istruzione. Quindi a che ora chiudono le scuole? Se le scuole chiudono all’una è difficile per una donna lavorare ed è difficile fare figli. E poi anche altri campi come per esempio, oltre all’istruzione, i servizi o il lavoro. Per esempio, favorire il telelavoro potrebbe essere un elemento di conciliazione lavoro e famiglia. Quindi ecco, bisognerebbe forse avere degli occhi un pochino più curiosi di guardare l’ambito delle politiche pubbliche più generale, e questo ovviamente aumenta il livello di complessità. Ma la complessità la dobbiamo gestire adesso, perché altrimenti non lasciamo nulla alle prossime generazioni.

SAMUELE ROSA

Volevo intanto chiedere a tutti di dare un grande applauso ai nostri relatori perché si sono messi in gioco personalmente. E vogliamo ringraziare voi per l’attenzione e quelli che ci seguono online. Ancora grazie mille per la vostra attenzione e buona giornata.

Data

26 Agosto 2025

Ora

13:00

Edizione

2025
Categoria
Incontri