COSTRUIRE QUANDO TUTTO VIENE DISTRUTTO

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Konstantin Gudauskas, cittadino kazako; S.E.Mons. Pavlo Honcharuk, vescovo di Kharkiv-Zaporizhzhia dei Latini. Introduce Bernhard Scholz, presidente Fondazione Meeting per l’amicizia fra i popoli ETS

È difficile immaginare la sofferenza di chi vive sotto incessanti attacchi e minacce violenti, di che è ferito dalla guerra nel corpo e nell’anima, di chi ogni momento implora la pace e la giustizia senza percepire una risposta. Com’è possibile vivere una tale drammaticità senza cedere ad un odio rancoroso, cosa può sostenere la passione per la vita quando muoiano parenti ed amici, da dove può nascere la forza di aiutare chi sta disperando? Su queste domande vogliamo ascoltare due testimoni che costruiscono instancabilmente dove tutte viene distrutto, che sperano “contro ogni speranza”.

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BERNARD SCHOLZ

Buon pomeriggio, benvenuti a questo incontro. A questo Meeting dove abbiamo l’onore, la gratitudine, ma anche la responsabilità di accogliere due ospiti che costruiscono sotto missili e bombe. Saluto e ringrazio Sua Eccellenza Pavlo Honcharuk, vescovo cattolico di Kharkiv-Zaporizhzhia Konstantin Gudauskas, cittadino kazako (dopo capiremo perché sottolineiamo questo aspetto), che vive in Ucraina e ha fondato un’organizzazione per aiutare le vittime della guerra. Io vorrei iniziare questo incontro con una poesia di una donna ucraina che trovate anche nella mostra e dice questo: “Porto il mio dolore in un fagotto per una strada affollata. Il dolore grida rombante, disturba i passanti: faccia stare zitto il suo dolore, basta rombare. Gli metta una coperta e gli dia da mangiare, lo mette a dormire. È solo un dolore. Tutti ci sono passati. Il dolore appoggia al mio petto la sua fronte calda. Ha negli occhi centinaia e migliaia di noi giustiziati qui ed ora. Romba mio dolore, romba mio dolore”. Ecco, noi siamo qua per quanto possiamo di accogliere questo dolore e di cercare di medesimarci come è possibile vivere con dignità, con libertà, con positività in queste condizioni di una guerra che giorno e notte minaccia la vita di tanti. E chiedo quindi a Sua Eccellenza qual è, in questa situazione che per noi è anche molto difficile immaginare, qual è in questa situazione il compito della Chiesa, come lei vive la sua responsabilità pastorale in una diocesi attraversata dal confine della guerra.

S.ECC. PAVLO HONCHARUK

Buongiorno. Sia lodato Gesù Cristo. La ringrazio molto per questa domanda, però prima di rispondere voglio ringraziarvi per questo invito, per il fatto che mi avete dato la possibilità di prepararmi a questa domanda. La leggerò, leggerò la risposta, l’ho scritta di mio pugno e voglio sottolineare che quando è incominciata la guerra io e i miei sacerdoti non ce ne siamo andati. Abbiamo portato fuori dalla guerra famiglie, persone, le famiglie dei nostri parrocchiani, le nostre sorelle e siamo rimasti per poter servire. Per questo la mia risposta non sarà una risposta teorica, è quello con cui viviamo. Rispondendo alla vostra domanda (qual è il compito della Chiesa?): in primo luogo stare accanto alle persone che soffrono. La Chiesa in Ucraina è ferita, sofferente perché è composta dai cittadini di un Paese che è stato attaccato dalla vicina Russia con l’intento di uccidere e distruggere. I cittadini del nostro paese con le armi in mano difendono i propri cari da un nemico maniacale, dall’odio verso Dio e l’uomo. Quindi la Chiesa, come corpo di Cristo, vivendo il proprio dolore alla luce della parola di Dio, va incontro alle altre persone per aiutarle. In questo modo la Chiesa è le mani di Dio con cui egli aiuta l’uomo. Fin dall’inizio della guerra la Chiesa organizza e fornisce vari tipi di aiuto dalle zone pericolose: accoglienza nelle case della Chiesa per le persone che fuggono dalla guerra, generi alimentari, vestiti, medicine, articoli per l’igiene personale e altro ancora. Ricordo che una signora anziana, dopo aver ricevuto un pacco di generi alimentari, con le lacrime agli occhi, disse: “Dopotutto, Dio esiste nel mondo”. Sì, a volte si sente dire “Ma dov’è Dio?”. E Dio chiede: “Dove sei Adamo? Dove sei uomo?”. È proprio attraverso gli occhi degli uomini che il Signore vuole guardarti, attraverso le mani degli uomini che vuole toccarti. Il cuore dell’uomo è la porta di Dio in questo mondo e il mondo è come il cuore dell’uomo. Il secondo ambito di attività della Chiesa in Ucraina è l’attività educativa, volta a far conoscere alle persone come la guerra influisca sulla fisiologia e sulla psiche, quali cambiamenti avvengono nei militari, nei prigionieri, nei civili che si trovano nella zona dei combattimenti. Cosa provano coloro che hanno perso i propri cari, che sono dispersi o prigionieri. Cosa succede alle famiglie che la guerra ha diviso. E molti altri aspetti che influenzano la qualità della comunicazione e della vita. Queste conoscenze sono necessarie per essere in grado di stare accanto a un’altra persona e amarla. Vengono inoltre organizzate diverse forme di riabilitazione per le persone che sono state mutilate e traumatizzate dalla guerra. Si tratta del primo complesso di assistenza rivolto alla dimensione fisica e psichica dell’individuo. Il compito successivo, più profondo, è quello di aiutare l’uomo a incontrare Dio e con l’aiuto della parola di Dio e dei sacri sacramenti, in particolare attraverso il battesimo, la confessione, l’Eucaristia, contribuire a far sperimentare l’amore di Dio che si riversa nell’anima umana con grande pace, gioia e amore. Proprio questa esperienza di Dio – amore – è ciò che risveglia pienamente nell’uomo il senso della dignità umana, la grandezza di essere uomo. L’apostolo Pietro sul Monte Tabor espresse questo sentimento con le parole: “Signore, è bello per noi essere qui”. E nel giorno di Pentecoste questa gioia ha vinto la paura della morte. È proprio l’esperienza dell’amore di Dio che apre all’uomo quella prospettiva per la quale è stato creato, ma che rifiutando Dio, cioè attraverso il peccato, ha perso. Ha perso questa prospettiva, è immerso nella solitudine e nella tristezza. Nel 2017, come membro di un gruppo di volontari, ho visitato i militari in prima linea e i civili nella zona di confine, in un villaggio dove non era rimasta in piedi nemmeno una casa e dei 4.000 abitanti ne erano rimasti solo 25, in questo villaggio c’era un gruppo di persone che per qualche motivo ci odiava terribilmente. Erano aggressivi nei nostri confronti, nonostante noi dessimo loro pane e acqua. Quando ci trovavamo vicino a quella zona era inverno e c’era un metro di neve. I militari mi hanno chiamato e mi hanno chiesto se potevo organizzare un funerale. Ho risposto di sì. Quando siamo arrivati sul posto ho visto che eravamo arrivati proprio dalle persone che ci odiavano. Sono entrato nel seminterrato perché vivevano in un semiinterrato. Ho visto sotto il muro, su delle scatole di munizioni, il corpo di una donna morta coperto da un telo. Poiché non c’era elettricità, la stanza era illuminata solo dalle candele che le persone tenevano in mano. Quando ho guardato i volti delle persone che stavano davanti a me, illuminati dalla luce delle candele, mi sono sentito a disagio. Ho visto occhi vuoti come voragini. Leggendo dal tablet il testo della preghiera per i defunti, ho chiesto al Signore di aiutare queste persone che stavano davanti a me. Quando ho finito la preghiera e siamo usciti con queste persone nel cortile, mi hanno chiesto con le lacrime agli occhi: “Per favore, legga ancora una volta la preghiera”. “Perché?” ho chiesto e una di queste donne ha risposto: “Perché quando ho letto la preghiera mi sono sentita così bene nell’anima. Non ho mai provato un tale calore in tutta la mia vita”. Ho detto: “Allora facciamola insieme”. E loro mi hanno risposto: “Ma noi non sappiamo come si fa”. “Allora ripetete dopo di me”, ho detto io. E così ripetendo dopo di me hanno recitato la preghiera, la preghiera del Padre nostro. Dopo la preghiera mi hanno abbracciato e mi hanno chiesto di non dimenticarle mai. Il Signore ha toccato i loro cuori vuoti e amareggiati e li ha trasformati in cuori umani. Una persona senza amore di Dio è vuota, priva di significato profondo, sola, triste e infelice, forse sazia, ma non appagata. Per questo il Signore ha posto nella Chiesa il pane della vita, il pane disceso dal cielo, il vero e unico nutrimento in grado di placare la fame dell’anima umana e rivelare il senso della dignità umana. Solo nel Signore l’uomo riconosce pienamente la propria dignità e comincia a capire chi è. E quando l’uomo sa chi è, sa come deve essere. Allora i comandamenti dell’amore di Dio e del prossimo non sono una sorta di limitazione, ma una via, una ricetta per essere uomo, per essere se stessi. Altrimenti l’uomo cade in una spirale di autodistruzione dove deve costantemente dimostrare a se stesso e agli altri che è qualcuno. Pertanto il compito della Chiesa è quello di prendersi cura dell’uomo e della sua interezza e aiutarlo a percorrere questa vita lasciando tracce dell’uomo creato a immagine e somiglianza di Dio, tracce di amore.

E c’è anche un altro tema molto importante, il perdono. Mi viene chiesto spesso perché è un argomento molto attuale. Prima di tutto bisogna distinguere tre dimensioni: la prima il perdono, la seconda le scuse e la terza è la riconciliazione. Per quanto riguarda il perdono, si tratta di un processo che avviene nella persona che ha subito o sta subendo un torto. Le scuse sono quando chi ha causato il torto viene a chiedere perdono. Qui vale la pena ricordare il percorso verso il perdono che consiste in cinque condizioni per una buona confessione e infine la riconciliazione che è il risultato delle due fasi precedenti. Torniamo al primo. Il perdono. È un atto di volontà e di ragione, non di sentimenti. Il perdono è la comprensione di ciò che è meglio e il desiderio che ciò si realizzi. Ad esempio, qualcuno è diventato uno strumento del male e compie il male, cosa sarebbe bene? Sarebbe bene che questa persona fosse strappata dalle catene del male e intraprendesse la via del bene. Quindi il mio desiderio è proprio questo e lo chiedo al Signore: “Signore, libera queste persone dalle catene del male”, perché è così importante? Per l’uomo non è naturale compiere il male e desiderare il male; forse all’inizio prova un certo sollievo, ma poi arriva la tristezza, la sensazione di vuoto, la rabbia e l’aggressività. Quindi il perdono non distrugge l’individuo dall’interno e rende il suo cuore una prigione per l’offensore, dove gli impone sempre nuove catene fatte di odio e rabbia, amplificate dal ricordo dell’offesa. Ma in realtà il colpevole non è nel cuore. Lì ci sono solo catene che gradualmente distruggono l’umanità. Quindi il perdono è una scelta e il desiderio di ciò che è meglio, di quello che libera. È il desiderio che Dio, il bene, trionfi in quella persona. È il desiderio che il colpevole rinsavisca e smetta di fare il male. Quando trafissero il cuore di Gesù, da esso sgorgarono sangue e acqua, e il soldato che trafisse il cuore di Gesù fu guarito da quel sangue. Così è l’amore. Quando lo trafiggi, da esso sgorga la vita. E che dire del sentimento di rabbia? Facciamo un paragone: il cuore umano è come un autobus. I sentimenti di dolore, paura, odio, rabbia e collera hanno il diritto di essere presenti in questo autobus, ma il loro posto non è mai al volante. Al volante del cuore umano deve sempre sedere l’amore. Amare è una decisione in cui l’uomo, con la sua mente e la sua volontà, sceglie ciò che è buono, giusto ed equo. Grazie al Signore sappiamo ciò che è buono, giusto ed equo. Il Signore non solo ci dà la conoscenza, ma anche la forza di metterla in pratica. Quindi non è possibile costringere al perdono. È un processo che avviene nella persona stessa e richiede maturità. La via più breve per il perdono è l’esperienza dell’amore di Dio che accende il desiderio di salvezza in ogni anima umana. Dio non desidera la morte del peccatore, ma che questi si converta e viva. E se il peccatore non si converte, allora sceglie la morte e ne è responsabile. Se colui che è autore dell’offesa riceverà il dono del perdono dipende da lui stesso, dal fatto che farà tutto il necessario per ottenerlo. E voglio aggiungere in questo momento che quando ho incontrato soldati e ho avuto la possibilità di parlare con loro, nessuno di loro vuole uccidere, è una necessità; il desiderio dei soldati e di quelli che sono tornati dalla prigionia è che i russi tornino a casa loro, che se ne vadano dalla nostra terra, e anche in questo senso possiamo dire che questa è una come una forma di perdono. Noi siamo un popolo che ha un volto umano e siamo un popolo con un cuore umano. Vogliamo vivere, difendiamo la nostra vita, è il nostro diritto, il nostro dovere e la Chiesa aiuta proprio a capire tutta la profondità: perché esiste il male, perché nel mondo c’è così tanto male e come facciamo a vivere per non diventare vittime del male e non diventare ministri del male? Per questo la Chiesa ha il compito, il compito splendido, e ringraziamo Dio per la Chiesa. Grazie.

BERNARD SCHOLTZ

Grazie, Eccellenza. Mi permetto di ringraziarla molto anche per il realismo che ha espresso in questa metafora dell’autobus, perché non è una richiesta moralistica di buonismo, ma un realismo, che dice che noi viviamo tanti sentimenti e la cosa più importante è chi sia il volante della nostra vita, quindi non vuol dire censurare nulla, ma dare un orientamento a tutto. Grazie di questo perché ci aiuta molto. Konstantin Gudauskas è stato chiamato dal giornale “l’angelo di Bucha”. Adesso, sinceramente, un angelo molto robusto, ma normalmente gli angeli sono un po’ più snelli. Però questa forza che esprime è stata anche di grande aiuto per quello che lui ha intrapreso, perché se uno viene chiamato Angelo, ha sicuramente fatto qualcosa di molto buono, di molto straordinario e quindi le chiediamo di raccontare quello che lei ha fatto a Bucha e quello che da lì è nato come sua opera.

KONSTANTIN GUDAUSKAS

Buongiorno, ringrazio molto per la possibilità di essere qui oggi. Ringrazio lei per l’invito. Ringrazio Dio per la possibilità di essere qui. Dall’infanzia sono nato e cresciuto in una famiglia cattolica. Ero un bravo ragazzo, un bravo bambino. Ero obbediente, non ho mai bevuto alcol, non ho mai fumato sigarette. Ascoltavo sempre i miei genitori e obbedivo. Pensavo che sarei capitato in paradiso per forza, che avevo fatto già abbastanza. Nel 2019 sono arrivato in Ucraina, sono andato a vivere a Bucha, la mia vita sembrava felice. Avevo un business di successo, avevo dei begli amici. E una mattina mi sono svegliato per via delle esplosioni. A 3 km da casa mia scoppiavano le bombe. All’inizio non credevo, non ci ho creduto. Ho pensato che fossero dei fuochi d’artificio. Poi ho capito che era incominciata la guerra. Pregavo Dio che mi salvasse, perché mi salvasse. Però lui mi ha risposto che aveva bisogno delle mie mani per salvare altre persone. Non conoscevo nessuno prima delle persone che ho incontrato quando sono arrivato nella zona occupata dai russi. Nel mio dialogo con loro dicevo: “Non posso garantirvi che non vi succederà nulla, ma chi mi ha inviato a voi vi promette una cosa, che non vi succederà nulla. Però, perché questo succeda, dovete pentirvi, riconoscere i vostri peccati e riceverlo, accoglierlo come il vostro Signore”. Nessuna persona di queste a cui ho detto questa cosa si è rifiutata. Tutti quanti ripetevano con me la preghiera dell’atto di misericordia. E nessuna di queste persone che ha pregato con me è morta nella mia auto. Quando sono arrivato per la prima volta dal comandante russo, Garadiof, un comandante, con la richiesta di permettermi di salvare queste persone. Lui si è avvicinato, mi ha puntato il fucile alla testa e mi ha chiesto: “Cerchi la morte?”. Gli ho detto: “No, sto cercando Dio”. Lui mi ha detto: “Qui non c’è Dio”. Io gli ho risposto: “Dio è là dove ci sono persone che pregano lui. Io sono cristiano, forse anche tu sei cristiano. Io sono uno straniero in questa terra e anche tu sei arrivato qui in questa terra. Permettimi, per favore, in nome di Cristo, di salvare queste persone”. Lui ha schiacciato il grilletto e non c’era la pallottola dentro, però in quel momento è morta la mia paura. Non ho più avuto paura. Sapevo che Dio aveva compiuto la sua promessa. Pregavo con le preghiere di Davide, con i salmi di Davide e dicevo: “Attraverserò la valle della morte e non avrò paura del male, perché tu sei con me”. Ho visto tante volte come altre persone vengono uccise. Il mio cuore si strappava, si lacerava dal dolore. Non è facile per me adesso parlarvene, ma so che è molto importante perché è una testimonianza delle opere di Dio in questa terra. Bucha è stata un vero e proprio inferno. È stato l’inferno incarnato sulla terra. Quando camminavo per le strade e trovavo corpi di persone morte per la strada e che i cani che erano stati abbandonati dalle persone mangiavano le loro facce. È stato orrendo. Però il Signore ha detto: “Questo è il tuo deserto, devi attraversarlo. Mi sono necessarie le tue mani”. Ogni storia di ogni salvataggio è una testimonianza di come Dio ama ognuno di noi. Per questo lui ha consegnato a noi suo figlio, perché dalla nascita noi non abbiamo nulla di buono. Noi diventiamo buoni soltanto attraverso Cristo.

Oggi, mentre ora sono seduto qui con voi e parlo con voi, in Ucraina, nelle loro case e nei loro appartamenti, muoiono delle persone. L’indifferenza è quello che è diventato molto di moda adesso nel mondo. Il Signore dice: “Tu non sei né caldo né freddo”. E lo dice perché noi cerchiamo di allontanarci da quello che vediamo succedere attorno a noi, perché noi passiamo accanto al dolore ignorandolo. Perché osserviamo come altre persone muoiono? Cosa può fare una persona semplice? Dare le proprie mani a Dio, diventare una voce perché tutti sentano, perché attraverso le sofferenze e attraverso il dolore noi possiamo rendere grazie a Dio salvando le vite e le anime delle altre persone. Ringrazio Dio per il fatto che oggi posso parlare di queste cose a voi perché Lui lo vuole. Lui vuole che i vostri cuori servano la sua gloria, perché soltanto le opere dicono di chi siamo figli. Non è abbastanza andare a messa la domenica perché Dio ha bisogno del nostro servizio. Io sono una persona felice perché ho ricevuto questa rivelazione da Dio. Grazie.

BERNARD SCHOLTZ

Grazie, grazie Constantin. Una domanda per Sua Eccellenza. È difficile per noi immaginare cosa vuol dire vivere in queste condizioni, ma soprattutto come i giovani vivono questa continua minaccia e non avendo neanche una minima prospettiva per il loro futuro. Come questi giovani o anche i bambini vivono questo momento così di per sé traumatizzante.

S.ECC. PAVLO HONCHARUK

Grazie per questa domanda. Spesso incontro dei bambini, spesso in strada e molto spesso nei seminterrati. Ci sono bambini che sono nati durante la guerra perché la guerra in Ucraina va avanti dal 2014 e la guerra su larga scala è incominciata nel ’22. E voglio sottolineare che i bambini hanno una concezione molto chiara di cosa succede. Dicono che questo è il nostro paese e dobbiamo vincere. Scusate, io ve lo dico proprio come me l’ha detto una bambina. Dice: “Mi ha detto, quel diavolo deve morire”. Sono parole di un bambino, ma sono molto semplici. Una persona che perde il volto di Dio incomincia ad assomigliare al diavolo. I bambini lo capiscono, lo vedono molto bene e gli danno un nome. Ma voglio sottolineare che i bambini credono che arriverà la vittoria, si fidano dei loro padri che sono al fronte e come i bambini fanno quello che possono, per esempio, disegnano, fanno dei disegni e li fanno arrivare ai loro padri. I bambini pregano e in modo molto eroico sopportano la sofferenza che li incontra.

BERNARD SCHOLTZ

Grazie. Grazie per questo racconto così diretto, immediato. Lei ha costruito intorno a sé anche una specie di rete di aiuto.

KONSTANTIN GUDAUSKAS

In verità di mio c’è poco lì in quest’opera. C’è tanto di Dio. Dai primi giorni tutte le persone che salvavo diventavano miei volontari, diventavano amici e volontari e i loro amici diventavano pure volontari. Le persone che mi seguivano sui social, non parlavo di me stesso, parlavo delle opere di Dio, perché Dio ha bisogno di opere. Una volta durante l’occupazione ho portato fuori da Bucha una famiglia che aveva molti bambini. Dopo un po’ di tempo mi è arrivato da me il loro padre e mi ha detto: “Ogni sera entro nella stanza dei miei figli per augurargli una buonanotte. I miei bambini stanno in ginocchio e pregano per te, per il loro papà e per l’Ucraina. Non hanno mai fatto questa cosa prima, non l’abbiamo proprio mai fatto in famiglia, però la preghiera che abbiamo fatto insieme durante l’occupazione è rimasta per sempre con quei bambini. E io credo che questi bambini diventeranno adulti e serviranno Dio e gli uomini.

BERNARD SCHOLTZ

Grazie. Chiedo a tutti e due, come conclusione di questo Meeting, di commentare o di spiegarci questa frase che Konstantin Gudauskas ha detto una volta, che dice: “La guerra finirà. Tutte le guerre finiscono. L’importante è non perdere se stessi mentre la guerra infuria, mentre ci sei dentro”. Cosa vuol dire per voi non perdere voi stessi quando tutto sembra essere distrutto?

S.ECC. PAVLO HONCHARUK

Non perdere se stessi significa non perdere il senso della propria vita. La guerra uccide tutto, distrugge tutto, tutto quello sul quale si può fare affidamento. Attraverso la guerra in questo modo si fa come una grande pulizia nel proprio cuore. E questa pulizia del cuore aiuta per trovare e conservare il tesoro che rimarrà con te dopo la morte, dopo la morte del corpo. Quindi noi in realtà abbiamo soltanto quello che rimarrà dopo la morte e non perdere se stessi, per me significa non perdere il contatto con Dio e ancor di più scoprirlo per essere nella sua luce. Io sono chiamato a essere in questa luce e vivere in questo mondo come una persona. E quindi in questo modo Dio potrà servirsi di me. E allora vedrò alla fine della vita, dirò: “Ho servito Dio” e non c’è una gioia più grande, non c’è una gioia più grande di vedere quando Dio veramente ti usa, usa le tue mani. Io penso che in questo modo si possa non perdersi.

KONSTANTIN GUDAUSKAS

Grazie. Vorrei aggiungere qualcosa a quello che ha detto il vescovo. Però per me, avendo visto ogni giorno così tanto male, così tante morti, rimanere umano, una persona che non abbia odio, una persona dominata dall’amore, non è facile. Molto poco tempo fa ho seppellito, ho dovuto seppellire tante persone. Erano giovani, non erano soldati, sono morti in casa loro. Tra di loro c’erano dei bambini e proprio in quel momento è importante mettersi in ginocchio e non maledire, ma pregare. Pregare per le persone che hanno ucciso questi bambini, perché soltanto Dio può cambiare i loro cuori, soltanto Dio può liberarli. Questa è una missione importante per ognuno di noi e per ognuna delle persone che vive ora in Ucraina per non diventare esattamente come le persone che sono venute ad ucciderci. E io ogni giorno chiedo perdono a Dio. Ogni giorno chiedo a Dio di perdonarmi per una parola che ho detto in un momento in cui ero molto turbato, per i pensieri cattivi e chiedo che mi perdoni e chiedo che perdoni tutti i nostri nemici. Io so che Dio compirà la sua promessa. Sia gloria a Dio.

BERNARD SCHOLTZ

Fra pochi giorni tornerete nella guerra. La nostra gratitudine sarà quella di accompagnarvi con le nostre preghiere. Grazie.

Data

25 Agosto 2025

Ora

15:00

Edizione

2025

Luogo

Auditorium isybank D3
Categoria
Incontri