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ANSIOSI O ASSETATI? GIOVANI IN CERCA DI SENSO
In diretta sui canali digitali di Famiglia Cristiana
Cesare Maria Cornaggia, psichiatra e professore, Università di Milano-Bicocca; Marco Gui, professore, Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale, Università di Milano-Bicocca; Luigina Mortari, professore di Pedagogia Generale e sociale, Università degli Studi di Verona. Modera Mario Ballantini, psichiatra, già direttore Dipartimento di Salute Mentale e Dipendenze di Sondrio
Il fenomeno della “generazione ansiosa”, documentato dallo psicologo Jonathan Haidt nel suo recente bestseller, solleva interrogativi cruciali sul rapporto tra giovani e mondo adulto. Negli ultimi quindici anni abbiamo assistito a una paradossale “riconfigurazione dell’infanzia”: da un lato bambini iperprotetti e privati della libertà di esplorare autonomamente il mondo, dall’altro lasciati soli di fronte agli schermi e ai social media, considerati erroneamente “sicuri”. Questa contraddizione educativa ha generato una generazione che manifesta crescenti disagi psicologici e comportamentali. Ma dietro l’etichetta di “ansiosi” si nasconde forse qualcosa di più profondo: una sete di senso, di relazioni autentiche, di essere davvero visti e ascoltati. Il panel esplorerà una prospettiva diversa: e se l’uso compulsivo dei dispositivi digitali non fosse solo dipendenza, ma il sintomo di un bisogno inascoltato di comunicazione e riconoscimento? E se l’ansia giovanile fosse in realtà una risposta comprensibile all’incuria relazionale subita? Partendo da questo rovesciamento di prospettiva, gli esperti affronteranno la responsabilità del mondo adulto – genitori, educatori, istituzioni – nell’accompagnare i giovani. Non si tratta solo di limitare l’accesso tecnologico o di trovare nuove regole, ma di sviluppare competenze educative più profonde: l’arte dell’ascolto, la capacità di offrire presenza autentica, il coraggio di rimettere al centro la relazione educativa.
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MARIO BALLANTINI
Buon pomeriggio a tutti e benvenuto a questo incontro del Meeting 2025. “Giovani ansiosi o assetati, giovani in cerca di senso”. Nei luoghi deserti costruiremo con nuovi mattoni e l’incontro nasce proprio dalla necessità di costruire con nuovi mattoni, con nuove modalità il nostro approccio al mondo giovanile, cogliendo le criticità, i malesseri delle nuove generazioni, ma anche le grandi potenzialità dei ragazzi. È una costruzione carica di speranza e di responsabilità, di possibilità e di sfide. Ci sono molti elementi che indicano oggi un profondo cambiamento nei giovani con alcuni aspetti sicuramente positivi e incoraggianti, come ad esempio una maggiore apertura a lingue e culture diverse. Oggi i ragazzi viaggiano e studiano all’estero con molta più facilità delle generazioni precedenti, ma anche aspetti che sono inquietanti e sofferti e che richiedono una riflessione attenta. Le manifestazioni di disagio sono evidenti nei numeri in gran parte del mondo. Cito un dato di casa nostra, ma ce ne sono molti altri. L’ospedale pediatrico del Bambino Gesù di Roma ha un pronto soccorso. Nel 2011 lo psichiatra è stato chiamato a consulto in pronto soccorso 155 volte, nel 2021 1824 volte. È un numero che si è moltiplicato per 12. Non si tratta solo di una questione di numeri, è la configurazione stessa del disagio ad essere cambiata. 30 o 40 anni fa, ma anche più recentemente, le manifestazioni erano molto diverse ed oggi prevalgono i disturbi cosiddetti internalizzati, come ansia, depressione, ritiro sociale, disturbi del comportamento alimentare, autolesionismo, pensieri e atti suicidali, naturalmente con diversi gradi di gravità. Come possiamo comprendere meglio questo processo di cambiamento? Che cosa si nasconde dietro questo disagio? Qual è il suo senso? E che cosa possiamo fare? Dobbiamo essere consapevoli fin da subito che non esistono risposte semplici o delle ricette, azioni risolutive, ma certamente dobbiamo mettere a tema la centralità della relazione con l’adulto, un adulto con molti aspetti di fragilità, senza dubbio, ma che è chiamato a porsi come soggetto competente, a costruire una responsabilità e una presenza educativa. Forse è possibile riscoprire la bellezza e il gusto del recupero di questa competenza anche davanti alla drammaticità di certe manifestazioni, lasciandosi interrogare e senza lasciarsi imprigionare nel circolo delle colpevolizzazioni. Ma questo gusto e competenza vanno recuperate anche nella normalità dei rapporti educativi, come ad esempio impostare e gestire l’uso dei dispositivi e dei social in modo sereno e costruttivo. Un tema che suscita grande dibattito, ma che è ancora poco approfondito. Abbiamo il piacere di avere qui degli ospiti che ci aiuteranno a riflettere e a capire un po’ di più di cosa sta accadendo, a partire da punti di vista volutamente diversi, perché la persona umana è irriducibile a un’unica dimensione, sia essa biologica, psicologica o sociale, tutte importanti, ma nessuna esaustiva. Do quindi il benvenuto e ringrazio Cesare Maria Cornaggia, a Marco Gui che è in collegamento video con noi pomeriggio e a Luigina Mortari. Inizierei con il professor Cornaggia. Professore, ma questi ragazzi sono davvero solo un problema?
CESARE MARIA CORNAGGIA
Grazie. Innanzitutto, Mario, grazie a tutti voi. Spero di riuscire a lanciare qualche riflessione in questo contesto così ampio che intimidirebbe qualsiasi persona che si trova a parlare, ma spero anche di lasciare sufficientemente cose insoddisfatte perché, più che trovare risposte, credo che abbiamo a che fare con delle domande. Mi viene in mente mia nipote, una nipote adolescente, la quale è venuta a sapere che avrei parlato di adolescenza qui. Mi ha detto: “Ma voi, riferendosi a noi adulti, perché parlate di adolescenza e non parlate con gli adolescenti?” È una provocazione non da poco. Allora io sono partito da questo e anche dalla mia esperienza professionale, faccio di mestiere lo psichiatra, lo psicoterapeuta, per cercare di capire e riflettere su queste cose. Sì, Mario, è vero. Noi vediamo gli adolescenti spesso come problematici, come diversi, spesso come incomprensibili. Ma io credo che la causa sia e resti nel fatto che siamo noi adulti non capaci di vederli, di riconoscerli. Riconoscere vuol dire conoscere e vedere per come sono, cioè guardarli nella loro totalità. Siamo continuamente tentati di guardare a ciò che fanno come a qualcosa di patologico. Quante statistiche ci sono e anche le organizzazioni internazionali a volte trovano nuove patologie, ma non ci chiediamo invece che un fatto : l’angoscia, l’ansia non sono soltanto un di meno, un errore biologico, ma a volte sono quella che molti autori, da Levinas, tanto per citarne uno, Buber, per citarne un altro, tanti letterati come Leopardi, concepiscono come un segno di riconoscimento della condizione umana, della condizione umana della mancanza. Categorizzare in malattie ci toglie l’impegno di ascoltare o ci può far correre il rischio l’impegno di non accettare. Siamo così noi adulti che, per affrontare l’umano, lo riduciamo ai suoi ipotetici antecedenti biologici e psicologici, per dirla secondo una terminologia di Giussani, costruendoci degli alibi per non ascoltarli e alimentando quelle professioni che il grande scrittore austriaco Ivan Illich chiamava disabilitanti, qualcuno a cui demandare, qualcosa per cui io mi tolgo la responsabilità. Mi viene in mente un esempio accaduto qualche mese fa.
Una professoressa mi raccontò che una sua allieva nelle scuole medie, in un tema in classe, aveva scritto che i suoi genitori si stavano separando e che lei era molto triste e pensava al suicidio. Dopo averne parlato con la sua preside, la professoressa, dietro indicazioni della stessa preside, invitò la ragazza a recarsi da uno psicologo e io mi sono detto: “Ma guarda un po’ questa ragazza, in un colpo solo, uno, non è stata ascoltata dalla persona a cui aveva detto il suo disagio due, si è trovata addosso il marchio di malata.” Pensate a come facciamo fatica a stare davanti all’ansia, all’angoscia dell’altro. Va detto che in un bellissimo recente numero della rivista Vita, che inviterei chiunque non la conosce a prenderne contatto, una bellissima rivista, Matteo Lancini, il responsabile del Minotauro di Milano, ha esordito nella sua intervista affermando che l’unica vera forma di prevenzione del disagio degli adolescenti è la relazione tra adulti e ragazzi. È un’affermazione molto forte, importante, perché è proprio quella che manca. Allora, le due questioni che potremmo porci sono: che cos’è questo disagio, come diceva anche Mario prima, e com’è che si è rotta la relazione tra adulti e ragazzi? Io partirei, se me lo consentite, da questa seconda questione.
Si è rotta la relazione tra adulti e ragazzi, perché i veri fragili siamo noi adulti, con tutto quello che diciamo dei ragazzi. Questo applauso è significativo, credo. Però purtroppo non rende onore né all’uno né all’altro, ma dovrebbe essere lo spunto per un lavoro nuovo. I veri fragili siamo noi adulti perché non siamo più capaci di stare davanti a nostro figlio come un altro da noi, non come una nostra proiezione, e non siamo più capaci di stare davanti al suo vuoto, alla sua angoscia, al suo malessere. Non siamo capaci di resistere. Perché se resistiamo noi, resiste anche lui. Lo stesso Lancini in altre occasioni aveva chiamato questa epoca l’epoca della fragilità dell’adulto e forse aveva proprio ragione. Basta guardarci intorno per questo. Al posto di essere noi adulti a proteggere i ragazzi, a volte e paradossalmente, sono loro che proteggono noi e lo fanno perché sanno che noi non reggeremmo la loro sofferenza.
Mi vengono in mente i ragazzi e le ragazze che magari si tagliano le braccia con le lamette, le avrete viste anche voi o altre parti del corpo, e poi le coprono, le nascondono, non le fanno vedere, ma non per paura di un giudizio, non per vergogna, ma perché sanno che il loro genitore non reggerebbe emotivamente di fronte a quelle ferite. Allora, tornerei indietro alla prima questione. Cos’è questo disagio che vediamo davanti a noi? Le statistiche, certo, ci dicono esattamente quello di cui parlava prima Mario. I pronto soccorsi sono più pieni di situazioni, le neuropsichiatrie infantili vi sono richieste sempre aggiuntive, però io voglio fare un’affermazione e mi sento molto sereno nel farla. Queste statistiche non ci dicono nulla rispetto a che cosa siamo davanti. Proviamo a chiederci: che cosa abbiamo dato a questi ragazzi oltre a un mondo pieno delle nostre paure, spesso un’assenza di sguardo? Li abbiamo davvero guardati? Siamo stati curiosi di loro o abbiamo anteposto un controllo? Forse dovremmo provare, per tornare alla prima questione, a ribaltare il nostro sguardo da adulti, ribaltarlo e non patologizzare, non criminalizzare, ma credo che ciò che manca è quello che insegna Don Claudio Burgio. Pensate, cappellano del carcere minorile di Milano, il Beccaria, dove stanno avvenendo cose terribili. Bene, lui ha scritto un libro intitolato “Non esistono ragazzi cattivi”. Quanto è importante uno sguardo nuovo può nascere anche paradossalmente dal sapere accettare che neanche noi abbiamo in mano la soluzione, che la dobbiamo cercare, però c’è una cosa che possiamo fare fin da subito: stare a fianco e davanti al dolore, davanti al pensiero del suicidio. Possiamo parlare del suicidio. Non tirarci indietro. Possiamo non definire la malattia come se fosse quella che determina il ragazzo, perché non è così, ma cogliere dolore e domanda e chiederci se noi adulti non ci siamo magari dimenticati di quella domanda. Susanna, una ragazzina di 15 anni, in un periodo della sua vita che ne ha fatte davvero di tutte.
Bene, questa ragazzina mi scrive qualche tempo fa: “Noi millennial, come quelli delle generazioni Z, siamo cresciuti in un periodo in cui non c’è l’incontro con l’altro, in cui si adotta il non confrontarsi come strategia per vivere in assenza di conflitto. Voi adulti ci avete tolto il diritto al confronto come costruzione comune e ci avete tolto il diritto di cercare la verità e tutto ciò ci fa sentire soli e spaesati.” In questa epoca che possiamo chiamare post narcisistica o come vogliamo, credo che quello che non ci accorgiamo che noi facciamo è che vogliamo che il figlio sia esattamente quello che noi vogliamo che sia, non quello che lui è. Perché se non è quello che noi vogliamo che sia, allora ci sentiamo noi falliti. Il mandato che noi diamo a questi millennial è spesso pertanto quello di essere ciò che noi vogliamo che loro siano. Per un po’ tengono, magari per un po’ sì, poi non lamentiamoci se un giorno ci tirano un pugno, ci spaccano casa. È perché non abbiamo visto quello che succedeva nel mentre che ci stupiamo. In un’altra occasione io avevo su questo punto posto due riflessioni. La prima è che non possiamo valutare quanto accade con i nostri soli modelli psicologici. Ha detto giusto prima Mario quando ha detto: La patologia non è quella di una volta, ci troviamo di fronte a una situazione diversa e noi come professionisti siamo chiamati a cercare dei nuovi parametri per comprendere quanto sta accadendo. Ma la seconda riflessione è che per affrontare tutto questo abbiamo bisogno di affermare, sento di farlo con chiarezza, determinazione, urgenza, che noi non siamo dinanzi a un’emergenza sanitaria o a un problema educativo, ma siamo davanti a un’emergenza culturale. In quell’occasione ritenevo che quanto vediamo accadere ai nostri adolescenti è l’espressione di un io che sembra dormiente, o meglio, di un io che ha bisogno di un incontro relazionale vero che lo evochi. Mi vengono in mente Leopardi e torno ancora a Levinas, torno a Buber, torno a tanti altri autori per i quali il vuoto e l’angoscia non sono segni di un di meno, ma spie dell’esperienza originaria, esperienza che rivela la struttura dell’esistenza umana non come malattia, ma come verità.
Quindi dobbiamo fare in modo che questa esperienza sia evocata, che si incontrino degli adulti capaci di far evocare questa esperienza. Siamo dinanzi, a mio parere, per tornare alla domanda che si faceva prima, ad adolescenti che cercano. Per farmi capire meglio, torno a Susanna, la quindicenne di prima, quando un giorno successivo mi disse: “A partire dalla mia esperienza, posso dire che noi siamo una generazione che ha un grande desiderio e una grande esigenza di bene, quello che si diceva prima. Noi ci sentiamo però persi e soli, come trasportati nel mare da onde che ci scaraventano di qua e di là nella nostra ricerca con voci che ci dicono ognuna la sua idea di bene, di salute, di soldi, di pilates, di fidanzato, di sballo, di droga. Noi siamo sballottati senza più sapere in cosa consiste il bene che cerchiamo, ma non lo cercheremmo così tanto se non fossimo cresciuti in un mare in tempesta.”
Ascoltando l’acuto uso della ragione, a mio parere, di questa quindicenne, mi viene da concludere queste brevi osservazioni con due piccoli passaggi e poi accennerò a un’ultima cosa. L’io non è riducibile a nessun antecedente, neppure a un’ipotetica malattia che non c’è. L’io ha bisogno di essere evocato nell’incontro con un fascino che provochi, come in Susanna, un sussulto tale da farla emergere. Perché il disagio, quel periodo in cui ne ha fatte di tutte, ha fatto vedere i sorci verdi a tutti coloro, scusate l’espressione, ma rende l’idea, tutti coloro che le erano intorno. È stata l’occasione dello scontro con il limite che ha permesso un approfondimento delle sue domande radicali. Credo che noi adulti non dovremmo continuare a non vedere queste domande profonde, peraltro espresse benissimo, ad esempio, nel rapper Marracash: “100 cose mi tengono in moto, riempio il tempo e non colmo il vuoto.” E tornare a quello che recentemente in un suo intervento a Seveso ci ricordava Julián Carrón, a partire da un dialogo tra Luigi Giussani e Giovanni Testori. Cito Giussani in quell’occasione: “La ripresa di una persona passa dall’imbattersi in una presenza diversa, non solitaria, che può fare allora da reagente, da catalizzatore delle energie ormai latitanti.”
Concedetemi un’ultima sottolineatura perché mi sembra doveroso soffermarmi un istante sull’aggettivo utilizzato da Giussani, “presenza non solitaria”. Questo aggettivo ci richiama a quanto ho detto in precedenza, che l’attuale emergenza è sostanzialmente culturale. Abbiamo bisogno non tanto o non soltanto di un uomo, o di un genitore buono, ma di costruire un contesto culturale, umano, relazionale, capace di rischiare presenze e paternità nuove, capaci di ascoltare, di mettersi in gioco, di reggere il dolore dell’altro e soprattutto capace di dialogare con l’altro con un giudizio senza biasimo. Vi ringrazio.
MARIO BALLANTINI
Grazie. Grazie, Cesare. Adesso chiederei al professor Gui, dal suo punto di vista, dal punto di vista anche dei suoi studi e delle sue ricerche, quali potrebbero essere i fenomeni che stanno alla base di questi cambiamenti che osserviamo nei ragazzi.
MARCO GUI
Buon pomeriggio, grazie di questo invito, di questa possibilità di confronto. Mi pare che siamo tutti d’accordo sul fatto che esista questo disagio. Siamo invece in disaccordo spesso sulle cause di questo disagio. Io penso che, come tutti i fenomeni sociali culturali, come è stato ricordato, questo disagio ha tante cause. Alcune di queste, visto che io mi occupo di media digitali e di impatto di questi sui minori, sono molto lontane anche dal campo dei media digitali, sia nella sostanza che anche nel tempo. Vi faccio un solo esempio: il fatto che durante gli anni ’70, con gli anticoncezionali, i figli siano diventati meno, siano stati posticipati nella vita delle persone, siano diventati parte di un progetto pianificato dei genitori. Questo è un cambiamento che è diventato sempre più esplicito, che ha degli aspetti molto positivi che riguardano le risorse, la capacità di attenzione degli adulti nei confronti dei figli, ma può anche spiegare quella fragilità di cui si parlava prima, perché una volta che un figlio fa parte di un progetto pianificato, ciò che non funziona e ciò che è doloroso nel figlio diventa qualcosa di sbagliato anche nel nostro progetto. Queste sono cause di lungo periodo. Altre cause potrebbero essere la congiuntura economica, ma anche, per esempio, la percezione del futuro con la crisi ambientale. Parlare con un ragazzo oggi che sente tutte queste previsioni fosche per il futuro dà l’idea di cosa può essere prevedere un futuro che si pensa porterà a qualcosa di peggiore di oggi. In questa grande quantità di fattori c’è anche la questione dei media digitali di cui mi occupo e quindi, una volta che noi capiamo che è una delle cause, possiamo metterla nel giusto inquadramento. Però non dobbiamo peccare di benaltrismo, cioè dire: “Ma i media digitali non contano perché ci sono tanti altri fattori”. No, i media digitali contano soprattutto quando si legano agli altri trend di cambiamento che sono problematici e sono importanti dal punto di vista quantitativo perché sempre di più riempiono le giornate dei nostri giovani e anche le nostre. Ora, cosa dice la ricerca scientifica in questo momento sull’effetto dell’uso dei media digitali sul benessere, sulla salute mentale . Se guardiamo all’uso dei media digitali in generale, non troviamo degli effetti causali così chiari, così definiti, così forti sulla salute mentale. Però basta che ci spostiamo ad alcune particolari applicazioni di questi media digitali, per esempio i social, o ad alcune particolari categorie di giovani, per esempio le ragazze preadolescenti, per vedere che nella letteratura questi effetti sono stati dimostrati. Cito per esempio, per quanto riguarda le performance scolastiche, una ricerca ISUP che abbiamo condotto nell’Università di Milano Bicocca con Brescia e altri centri studi e con la collaborazione di INVALSI, che mostra che passare la preadolescenza, gli anni delle medie, con un profilo di social media attivo rispetto a passare questi anni senza questo profilo, ha un effetto, qui si tratta di ricerca di inferenza causale, non solo di correlazioni, ha un effetto negativo sulle performance INVALSI in terza media piuttosto rilevante. Quindi ci sono delle specifiche applicazioni e delle specifiche popolazioni su cui già sappiamo che gli effetti sono più negativi che positivi. Di quali effetti si tratta? Si tratta di effetti dell’uso intensivo di alcune applicazioni che sono disegnate da grandi compagnie del web che spesso non stanno in Italia, quasi sempre stanno in altri paesi del mondo. Sappiamo che adesso c’è anche una questione geopolitica dietro a questa situazione e sono effetti di due tipi. Sono effetti di contenuti che vengono veicolati oppure l’effetto di un’interferenza nella vita quotidiana.
Cosa fare di fronte a questa situazione? Allora, ci sono alcuni che sostengono che bisogna agire solamente dal punto di vista educativo e questo è giusto. Il fatto di agire dal punto di vista educativo è verissimo. Noi abbiamo bisogno di un impianto di formazione chiara che vada al di là dell’educazione civica digitale che è stata introdotta nel 2019, che bene merita, ma che è ancora insufficiente. Abbiamo bisogno di un progetto educativo che segua ragazzi e ragazze nella gradualità della loro entrata, della loro socializzazione nel mondo digitale, ma io penso che anche l’altra questione, la regolamentazione, sia molto importante perché ritengo che una comunità democratica abbia il diritto, forse anche il dovere, di non accettare tutto ciò che l’industria dei media, che sta in paesi stranieri, fuori dall’Europa, molto spesso ci consegna con le regole stabilite da loro. Faccio un esempio pratico. C’è una piattaforma di intelligenza artificiale che si chiama Grok, una società che fa capo a Elon Musk. Ultimamente ha inserito all’interno di questa piattaforma, che loro hanno individuato, il loro target è dai 12 anni in su. In questa piattaforma ci sono degli agenti conversazionali, alcuni dei quali sono vestiti in modo sexy, alludono a situazioni di sfondo sessuale e questo ha fatto molto discutere. Allora, la domanda è: noi come società, come comunità educante, dobbiamo sottostare alle regole imposte da altre entità educative per quanto riguarda questi prodotti nella vita dei nostri figli, oppure abbiamo ancora una parte di potere e di controllo? Io penso che questa parte ce l’abbiamo, però abbiamo bisogno di metterci insieme. Questa regolamentazione non può cadere dall’alto come un’imposizione, ma di questa regolamentazione c’è bisogno. Le famiglie non vedono l’ora che ci siano delle iniziative in cui si decidano delle norme sociali comuni per prendere decisioni molto concrete che tutti i giorni hanno davanti. La condizione per prendere queste decisioni, quindi per unire alla parte educativa anche la parte regolamentativa, è quella che ci sia un confronto tra posizioni diverse che possa avvenire in tavoli multi-attore. Mi viene in mente la famosa parabola del seminatore. Questo incontro si chiama “Ansiosi o assetati” e anch’io vedo molta sete nei giovani di oggi quando ci parlo, quando ci discuto, ma penso anche che quel buon seme che viene lanciato, che viene sparso e che un po’ cade sul terreno sassoso, un po’ cade su un terreno magari troppo esposto al sole e che quindi appena la pianta nasce viene bruciata. Mi sembra che quel terreno, il mantenere fertile quel terreno, sia anche un po’ responsabilità comune. Io vedo la comunità educante anche come un soggetto che deve garantire le condizioni di contesto per cui quella sete possa trovare acqua e non lasciare le condizioni di contesto a degli attori economici che hanno tutt’altre finalità, anche legittime, ma molto diverse da quelle educative. L’esperienza dei Patti Digitali, che è una rete nata qualche anno fa per iniziativa di diverse persone, da universitari, membri di associazioni, mostra che c’è una forte esigenza in questo senso, cioè di ritrovare un accordo comune per costruire norme sociali che in questo momento mancano, norme sociali che regolamentino un po’ i comportamenti, le pratiche delle famiglie. L’idea dei Patti Digitali è molto semplice. Inizialmente delle famiglie si sono trovate insieme localmente per decidere cose molto semplici. A che età diamo il primo smartphone ai nostri figli, cioè a che età permettiamo una navigazione su internet autonoma, senza filtri, perché pochissimi genitori sono in grado di applicare in maniera efficace un filtro alla navigazione e permanente durante la giornata. Sembra una banalità a chi non la vive dall’interno, ma questa è una decisione fondamentale perché segna un passaggio a un’era 2.0 dell’autonomia digitale. Le famiglie si sentono molto in difficoltà nel prendere questa decisione, perché sono in mezzo a opinioni molto diverse. Non c’è una voce istituzionale che possa dare una direzione e quindi queste famiglie hanno cominciato ad auto-organizzarsi. Questa idea si è diffusa molto velocemente. Anche i contenuti di questi patti poi sono cambiati nel tempo. Ad oggi ce ne sono più di 160 in tutta Italia, ma alla base di questa idea c’è che la questione digitale è un’occasione per gli adulti per darsi degli obiettivi educativi comuni che riguardano, come dicevo prima, sia la parte prettamente educativa, ma anche la parte di regolamentazione, di costruzione di norme sociali. Io credo che tenendo insieme queste due parti noi possiamo fare un passo avanti nell’affrontare la questione dei media digitali, di alcune applicazioni dei media digitali che oggi sono così tanto utilizzate dai nostri giovani., è un’occasione per affrontare questo fattore in mezzo ai tanti altri che abbiamo ricordato prima, ma penso anche che il trovarsi tra famiglie vada anche al di là del problema specifico, sia generativo poi per un aumento della qualità del dialogo spendibile in tante situazioni diverse. Quindi io credo che oggi darsi questa possibilità senza tabù nei confronti anche dell’aspetto regolamentativo sarà molto importante, soprattutto per gli sviluppi che nel prossimo futuro vedremo dei vari utilizzi dell’intelligenza artificiale generativa anche nel campo dell’educazione.
MARIO BALLANTINI
Grazie. Grazie, professor Gui, anche lei ci ha dato tanti spunti e avrei tante cose da chiederle. Forse dopo ci sarà il momento per una piccola ripresa. Intanto do molto volentieri la parola alla professoressa Luigina Mortari. Lei ha sentito descrivere uno scenario, anche uno scenario con molte luci, molte ombre e molto complesso. Come vede questo scenario che è stato descritto? E soprattutto, come possono muoversi gli adulti all’interno di questo scenario?
LUIGINA MORTARI
Buonasera a tutti e a tutte, grazie di essere qui. Mette un po’ di timore vedere tutta questa gente, ma soprattutto dopo aver ascoltato i colleghi che sono esperti in campi disciplinari ben precisi. Per chi ama la filosofia parlare è un po’ difficile perché noi non abbiamo mai risposte precise. Come diceva un mio scolaretto delle scuole elementari: “I filosofi sono quelli che rompono le scatole”, quindi non sono quelli che costruiscono, ma a volte decostruiscono. Il tema di questo incontro è sull’ansia e quindi mi sono documentata, sono andata a leggere parecchio, dicendo: “Ma cosa sappiamo di questo?” Sì, lo vedo nei miei studenti che fanno tante domande, vogliono continuamente essere rassicurati. A volte rispondo che ancora in università non abbiamo i dispenser di camomilla, quindi devono sopportare un po’ l’ansia, l’incertezza che si trovano di fronte. Però l’ansia è un problema non solo degli adolescenti e vorrei partire da qua. L’ansia è un problema diffuso, quello che preoccupa tanto è di vederlo nei bambini ed è da qua forse che bisogna pensare. Lo raccontavo prima ai colleghi, un bravissimo educatore che è anche un artista, che ha trasformato la sua scuola dell’infanzia in un luogo veramente d’arte, mi ha chiamato in maggio-giugno per chiedermi di poter dare un aiuto perché lui vede tanta ansia nei bambini piccoli, quindi mi sono fatta spiegare perché e lui mi ha fatto questo racconto di una bambina che doveva svolgere un compito semplicissimo. Sapete, alla scuola dell’infanzia danno compiti di ritaglio anche molto semplici per coltivare la manualità, le capacità manuali e questa bambina si è bloccata e ha cominciato a tremare. Lui, da bravo educatore, non ha insistito, ha aspettato che passasse il tempo necessario, poi le ha parlato e lei ha detto: “Ma io ho paura di sbagliare, non voglio sbagliare perché poi lo sanno, lo sa la mia mamma e il mio papà.” Questo è un caso di ansia che fa molto pensare. Una bambina piccola di 4 anni, della sezione dei medi, si trova di fronte a questa difficoltà e non vuole sostenere questa prova per timore del fallimento. Questo ci deve far pensare al quadro della realtà generale nella quale viviamo, che è uguale per tutti: piccoli, adolescenti e adulti. C’è una società ad alto livello di competitività. A tutti viene chiesto tanto, viene chiesto forse troppo o forse viene chiesto qualcosa che non sta nell’ordine naturale delle cose. Gli antichi usavano un’espressione per dire il giusto di qualsiasi movimento dell’essere. Loro parlavano di “κατὰ φύσιν ” (katà fýsin), cioè agire secondo natura, che non vuol dire agire secondo la spontaneità, ma dice che bisogna agire secondo il metro giusto delle cose. È questo metro giusto forse che noi abbiamo dimenticato in ogni ambito della vita, per cui chiediamo troppo o abbandoniamo troppo. I nostri bambini, i nostri ragazzi spesso sono o lasciati andare sulla base di un’idea di libertà che non ha una misura, perché anche la libertà ha bisogno di un limite, di un orizzonte, di un “frame”, oppure vengono troppo contenuti con troppe richieste e i poeti antichi già dicevano che l’animo umano spesso non sa sopportare troppa realtà. Ma qual è la troppa realtà che non sa sopportare un animo umano? L’animo umano sa sopportare la realtà che vede, che sente e sa sopportare tutta quella realtà che, anche senza un sapere strutturato, vede che sta nell’ordine giusto delle cose, ma non sa sopportare tutto quello che è smisurato, che manca di misura. Non è un caso che gli antichi dicessero che la cosa che ci manca di più, che quindi forse ci mancherà sempre, è quella che Socrate definiva l'”episteme μετρητική (metrētikḗ) “, la scienza del misurare e lo stare nella dismisura che provoca problemi. A questa bambina l’errore non era di chiedere qualcosa, di dare un compito. Veniva richiesto troppo e quindi l’anima a un certo punto non lo sostiene più. Quello che mi ha portato a pensare in questi mesi d’estate in cui ho riflettuto su queste cose è proprio questa continua richiesta che noi facciamo perché la società è diventata molto richiedente, ma richiedente non dell’eccellenza dell’essere, ma è la richiesta di qualcosa che non sta nell’ordine di cui l’anima ha bisogno. Allora poi si fa fatica a sostenere tutto questo. C’è una domanda che pone Socrate ad Alcibiade. Alcibiade era un ragazzetto, un adolescente, che però aveva un’idea ben precisa: voleva diventare un governante ad Atene. Socrate lo incontra e la prima domanda che pone, e ce lo dimentichiamo spesso, anche perché è in uso pensare alla filosofia antica come una filosofia che non si occupa dei sentimenti e non era vero, Socrate gli chiede ad Alcibiade: “Qual è la speranza che ti muove?” Questa è la domanda che fa. Cosa vuol dire sperare? Questo è un tema grande, anche un tema del Giubileo, il tema della speranza, che è un qualcosa sulla quale spesso manchiamo di riflettere. Gabriel Marcel, questo grande filosofo francese, distingueva due tipi di speranza: la speranza immediata e la speranza grande, quella che tiene alti gli orizzonti. Quando lo spiego ai miei studenti dico: “La speranza immediata è quando sperate di prendere 30 e lode”. Ce l’avete lì, volete prendere 30 e lode, oppure di riuscire in una competizione e questo ci sta, sta nell’ordine naturale delle cose. Poi c’è questa speranza grande che è una speranza che ci mette in comunicazione con l’immensità e col mistero, che è però quella speranza che ci sostiene e che sta oltre ogni misura, ogni perdita e ogni guadagno. Non c’è una ricetta perché ci possa essere nell’animo questa speranza. Eppure senza questa speranza grande non sappiamo sostenere i grandi compiti della vita. Quando un’altra filosofa che è Martha Nussbaum, adesso sembra che divaghi, forse divago, Martha Nussbaum a un certo punto dice: “Quando vogliamo capire le questioni grandi, le domande più importanti, i comportamenti più alti delle persone, non ci riusciamo”. In realtà non è vero, non è così, è che spesso ci ingarbugliamo nei nostri pensieri e le risposte sono più semplici. Però quando ci troviamo di fronte a persone che hanno delle grandi speranze e andiamo a chiedere loro da dove vengono, da dove viene questa capacità, spesso, attraverso una ricostruzione delle loro esperienze si scopre che vengono da un’esperienza di vita, soprattutto nei primi anni di vita, che li ha nutriti di qualcosa di grande. E qui viene l’atto fondamentale dell’educazione, a sostenere qualcuno di fronte a qualsiasi realtà difficile da sopportare. C’è qualcosa che ci accade nei primi tempi della vita quando veniamo nutriti di quella che questa grande studiosa Edith Stein chiamava l’energia vitale che c’è nell’anima. Quando c’è questa cosa che noi ci portiamo dentro ci aiuta anche nei momenti più difficili. Non c’è bisogno di spiegarlo con le scienze. C’è qualcosa che sta oltre ogni spiegazione che noi possiamo dare ed è solo un atto di grande fiducia anche che possiamo fare. Però in questi primi anni avviene qualcosa. Ecco perché sono partita da questa piccola, da questa bambina. Platone usa un’espressione a un certo punto. Lui dice “il cuore dell’anima”. È bellissima questa espressione perché già l’anima dà l’idea di qualcosa che è dentro. Quando lui dice “il cuore dell’anima” ci fa pensare a qualcosa di molto più profondo che però ci mette in comunicazione con l’universo e con il sacro. Poi fa notare che cuore in greco antico si scrive “khar” e la materia è “keros”, la cera. Perché fa questa riflessione Platone? Perché noi siamo fatti di cera e i bambini sono fatti di una cera molto morbida perché ancora nessuno ci ha messo le mani. Poi però nei primi momenti della vita, quando loro entrano in contatto con la realtà, cominciano a mettere le impronte. Le persone che stanno vicino a noi quando siamo bambini mettono delle impronte e queste impronte non vanno più via, restano. È su questo che ci avverte Platone. Quindi, prima di tutto, prima di pensare al dopo, pensiamo ai primi anni, quando il cuore è così tenero che le azioni che noi riceviamo rimangono lì, come quando i piccoli lavorano col didò o con l’argilla e la forma rimane. Allora Platone dice: “Abbiamo cura dei primi momenti soprattutto perché nei primi momenti che riusciamo a dare forma all’anima, perché è inevitabile che l’anima prenda una forma perché ciascuno di noi vive in un mondo preciso, ma dare una forma all’anima che consenta all’anima di avere come dei buchi, dei vuoti, delle fessure in cui continua a circolare l’aria e l’aria è l’aria della libertà, l’aria del desiderio, l’aria che ci fa aspirare a qualcosa d’altro, che ci tiene in contatto col mistero della vita.” Quindi dice: “Prima di qualsiasi tempo, anche se l’educazione per lui cominciava quando incontrava Alcibiade, quando incontrava gli adolescenti, però lui ci dice che ci deve essere un tempo prima di cui la società deve occuparsi, altrimenti non si mettono le basi della politica.” Pensate questo grande insegnamento che lui ci dà. Poi ci dice una cosa importante: l’educazione, perché è l’educazione che ci forma. Lui dava una parola a questa educazione che era “paideia”, che però in greco vuol dire coltivazione dell’anima. L’educazione è coltivazione dell’anima. Allora, i nostri bambini, i nostri ragazzi, i nostri liceali che vanno a scuola, i ragazzini delle scuole medie e i bambini delle scuole primarie, quale tipo di offerta viene loro data da questa società? C’è lo spazio per la coltivazione dell’anima o quando loro entrano dentro in questa prima istituzione che rischia di essere governamentalizzante, come diceva Michel Foucault, trovano qualcosa che nutre l’anima? Quello che ci stiamo sfuggendo oggi, che lasciamo perdere, è che non ci accorgiamo che il tempo scuola, che è un tempo fondamentale. Ci sono due grandi istituzioni su cui si fonda una società e sono le istituzioni sanitarie che riparano l’essere quando l’essere si ammala e la scuola che ha il compito di coltivare l’essere. Bene, questa istituzione che è la scuola è diventata un’istituzione di istruzione e istruire ha un significato molto diverso dal coltivare l’anima, perché “instruo” vuol dire portare dentro. Se pensiamo a cosa succede spesso nei contesti formativi, si portano dentro conoscenze nella mente dell’altro e non si lascia all’altro il tempo di respirare e il tempo di coltivarsi per un ulteriore che non c’è. Allora, quando noi teniamo i nostri ragazzini in un contesto dove sempre vengono fatte loro richieste, poi la reazione, penso molto sana in un certo senso, di questa bambina che lo dice, o sano l’educatore che l’ha accolto, ci dice: “Alt, qua c’è un problema.” Non potete chiederci tanto, soprattutto in un senso competitivo, perché quello che viene proposto è una società molto competitiva e sostenere sempre il livello della competizione è molto problematico. Il collega prima citava INVALSI, l’istituto che ci fornisce gli strumenti di valutazione. Pensiamo nelle scuole quanta valutazione c’è, ma quanto stress viene sopportato dai nostri ragazzini quando sono sottoposti a così tanta valutazione? Anche questo dobbiamo mettere in conto. Quante prove, a quante prove vengono messi di fronte e dietro cosa c’è? Che cosa li nutre? Ricordiamoci che “scuola” viene da “scholè”, che in greco antico significava il tempo libero. “Otium”, che non vuol dire non far nulla, ma avere il tempo di nutrire l’anima senza necessariamente essere sottoposti continuamente a delle misurazioni e dei controlli. Ho detto questo non per allontanarmi dal tema degli adolescenti, ma perché a noi, in questo momento, almeno a mio parere, sarebbe richiesto uno sguardo ancora prima allo sguardo che viene dato ai piccoli e poi, attraverso i piccoli, allo sguardo dei genitori. Perché in questa società così richiedente anche i genitori si trovano spesso senza aiuti e spesso soli. I ragazzini sono soli e in questo dilagare dei media mancano del rapporto con l’altro, del rapporto corporeo. Noi siamo una mente, un cuore dentro un corpo, eppure non incontrano più gli amici di persona, quindi soffrono una grande solitudine. Ma gli adulti e i genitori quanto tempo hanno? Certo, ci sono situazioni molto favorevoli, ma quanto tempo hanno per un incontro con l’altro perché si sentano sostenuti? Non ci sono solo gli adolescenti fragili, i bambini fragili. L’essere umano è fragile per definizione, è fragile e vulnerabile. Tutti noi abbiamo, ci portiamo dietro per tutto il tempo della vita, una grande debolezza, la debolezza ontologica. Perché? Perché nasciamo incompiuti e questa incompiutezza ce la portiamo avanti tutto il tempo perché il compito nostro è di dare forma alla vita, di dargli una forma che sia, come dicevano gli antichi, la miglior forma possibile. È un compito grande questo che non può essere sostenuto da soli. Abbiamo bisogno di legami perché proprio perché siamo fragili abbiamo fortemente bisogno degli altri perché tutti noi abbiamo bisogno di qualcosa che solo un altro ci può dare. Questo è il grande dimenticato della nostra cultura, della contemporaneità, perché la filosofia politica quando nasce nell’era moderna, nasce sull’idea dell’adulto come essere autonomo, capace di badare a se stesso, perché quella era l’idea del cittadino.[Ma così facendo, mettendo questa idea al centro, abbiamo nascosto il fatto che siamo fragili sempre e comunque e che tutti hanno bisogno di qualcosa e quindi hanno bisogno gli adolescenti, i bambini e i genitori che non possono essere lasciati nella condizione di sentirsi soli e disorientati quando accade loro qualcosa, quando qualcosa non funziona. Hanno bisogno di un sostegno grande che deve iniziare già da quando istituiscono la loro famiglia. Lo Stato, come istituzione grande che ci raccoglie tutti, ha un compito particolare. Anche questo è un altro dimenticato. C’è un testo di Platone che non viene sempre studiato, è il Politico, dove lui dice che cos’è la politica. A un certo punto lui dice che la politica è l'”epimeleia coiné”, è la cura della comunità. Quindi chi governa, lui dice in questo testo, deve prendersi cura della comunità e usa qui un’immagine che poi nel Vangelo diventerà fondamentale. È il pastore che si prende cura di tutti e deve fare in modo che tutti possano trovare il nutrimento, quello che si riesce a fare, ma comunque questa intenzione ci deve essere, in modo che nessuno si senta solo, deve stare in una comunità. Però per fare comunità, questo è un altro aspetto sul quale spesso nei contesti educativi non prestiamo molta attenzione, e la parola “comunità” che significa trovarci insieme, trovare un sostegno quando c’è bisogno, viene dal latino che è “communitas”. Se si scinde questa parola è “cum munus”, con il dono. Tu riesci a costruire comunità non se chiedi solo, anzi, prima devi fare un’altra cosa: devi arrivare a donare quello che sai, quello che puoi fare. Allora, quando tu fai un lavoro di portare dentro e fare un lavoro di dono, riesci a costruire la comunità. Quando circola il dono si costruisce qualcosa dove tutti possono trovare qualcosa. Questo è il grande dimenticato. Oggi mi fermerei qua. Grazie.
MARIO BALLANTINI
Grazie a me pare che tutti e tre i nostri interventi, gli interventi che abbiamo ascoltato, pur essendo di taglio diverso, rovesciano il problema dagli adolescenti, dai ragazzi e mettono al centro invece il problema dell’adulto, delle sue capacità, delle sue competenze. Anche gli applausi che avete fatto sono stati a conferma di questi. Allora, io rifarei un breve giro coi nostri interlocutori. Ha parlato molto il professor Cornaggia della necessità dell’ascolto e di costruire una relazione autentica coi ragazzi. Ha parlato di adulto fragile, incapace di reggere le loro emozioni. Ha parlato anche della costruzione di un contesto in cui questo si realizza, però credo che il punto per l’adulto non sia tanto contemplare il proprio fallimento o macerarsi nei sensi di colpa, ma aprirsi a un percorso possibile. Qual è, professor Cornaggia, quale potrebbe essere un punto di ripresa per questo adulto fragile che lei ha così ben descritto?
CESARE MARIA CORNAGGIA
Grazie per questa domanda. Debbo subito dire che la mia reazione immediata a questa domanda è che non è facile rispondere, però questo “non è facile” può essere proprio ciò che ci provoca come adulti in questo momento. Io prima avevo parlato di difficoltà di dialogo, di relazione tra gli adulti e i ragazzi. Mi verrebbe però anche da dire: siamo ancora capaci di relazione, di dialoghi tra noi adulti? Credo che sia importante per noi rimettere al centro le nostre capacità relazionali, perché l’uomo fondamentalmente, credo che lo dicesse Hölderlin o, se sbaglio, siamo più o meno lì, diceva: “L’uomo è un dialogo.” Noi siamo un dialogo. Questa è la prima considerazione. In secondo luogo, credo che abbiamo bisogno di assumere consapevolezza, contezza della nostra fragilità, non per crogiolarsi nei sensi di colpa. Il senso di colpa è il meccanismo per cui poter restare legato alla colpa. Quindi no, stacchiamocene. Ma vuol dire prendere consapevolezza che dobbiamo ripartire dalla radicalità di noi stessi, dal nostro cuore, e affrontare l’altro come altro da noi, non sfruttarlo come una nostra proiezione. Mi verrebbe da dire: cosa possiamo ancora fare? Imparare a stare davanti al dolore, perché il dolore c’è, il limite c’è, la morte c’è. Il limite ci definisce perché se noi non avessimo un limite non potremmo neanche dire chi siamo, chi sono io e chi è l’altro. Ciò che definisce chi sono io e chi è l’altro è il confine, è il limite. Ma il limite non è la fine, il limite è anche dal latino “limen”, soglia. La morte stessa è una soglia. Allora, stare davanti al dolore, quindi non prendere solo il dolore come un sintomo da sopprimere, il che non vuole dire che io non somministri anche degli ansiolitici, per l’amor del cielo. Ma non è quello lo scopo primario, ma il dolore non deve essere negato, ma ascoltato, trasformato. E qui tocco l’ultimo punto. Cosa vuol dire “abitare il dolore”? Scusate questa espressione, ma mi è molto cara. Mi viene in mente Rilke nella “Lettera a un giovane poeta”. Leggete Rilke, è meraviglioso. “Forse tutti i draghi della nostra storia sono principesse che aspettano solo di vederci belli e coraggiosi. Forse tutto ciò che ci spaventa, nella sua essenza più profonda, è qualcosa di inerme che chiede il nostro amore.” Il coraggio di avere a che fare con il nostro cuore e col cuore dell’altro, col dolore nostro, da non negare mai, e il dolore dell’altro. Io credo che questo sia un punto da cui partire e, se posso solo un istante, ricordare una mia paziente di nome Cristina, carissima, che aveva a volte dei momenti di depressione anche veramente angosciosa e una volta mi disse: “Professore, ogni volta che mi succede di stare male è come se una ruspa scavasse in me più a fondo della volta precedente. Però, quando mi riprendo, è più grande anche la profondità che ho nel conoscere me e il mondo. È più grande la mia capacità di volere bene.” Io credo che sia importante partire di fronte al dolore dell’altro con questa consapevolezza. E se io in quel momento ho pensato: “Ma io che cosa ho fatto per Cristina?”, mi è venuto in mente una cosa, magari la giustificazione della mia esistenza, ma mi è venuto in mente anche quello che ci ricordava Buber: “Non è importante risolvere, è importante esserci, stare.” E scriveva: “Tutti i veri rapporti si fondano sull’esserci. Io divento io solo nel rapporto con tu.” Dobbiamo imparare a esserci, a starci. Grazie.
MARIO BALLANTINI
La domanda che faceva il professor Cornaggia è: siamo ancora capaci di rapporti tra adulti? Parlava di questo contesto, ma quello che mi incuriosiva molto in quello che ha detto il professor Gui era questa storia dei Patti Digitali, dove sembra che gli adulti riescano a mettersi insieme, a creare un contesto, a creare una sorta di alleanza, direi quasi di coalizione fra di loro, in modo da poter affrontare un problema o i problemi che si pongono rispetto al mondo digitale. Vuole approfondire un attimo questo argomento dei Patti Digitali, professore?
MARCO GUI
Sì, grazie. In questo quadro così alto vedo ancora di più come la questione del digitale è una delle tante questioni che devono affrontare le famiglie e una società, però su questa questione c’è una grande solitudine e le famiglie, come si ricordava prima, sono sole sulla questione digitale di cui mi occupo, ma più in generale su tante questioni, perché il problema è un problema nuovo. Le generazioni precedenti non sanno offrirci particolari esperienze. Le istituzioni non prendono talvolta posizione e c’è poca occasione di incontrarsi, di condividere i propri dubbi. Quindi i Patti Digitali sono nati e sono diffusi proprio perché a mio parere danno una risposta a questa necessità di confrontarsi su questo che è uno degli aspetti e che però è un aspetto molto visibile, è un po’ la punta dell’iceberg, se vogliamo, di tante questioni che sono state discusse oggi. Come ricordavo prima, l’età di consegna di uno smartphone è la punta dell’iceberg di tanti altri problemi, però è qualcosa che impatta fortemente su una famiglia, dove l’indecisione è concreta, è tangibile. Allora il fatto di trovare una modalità per costruire occasioni di confronto tra adulti. I Patti Digitali funzionano con un gruppo di genitori che butta giù delle proposte di impegni nell’ambito dell’educazione digitale che riguardano la gradualità che le famiglie vogliono costruire nell’accesso alla navigazione libera per i propri figli, riguardano la formazione che vogliono dare ai propri figli su questo tema. Riguardano anche gli impegni degli stessi adulti che sono chiamati, mentre devono regolamentare l’utilizzo dei propri figli, a rendersi conto che anche loro hanno un problema e quindi magari ad assumersi degli impegni di miglioramento anche del proprio utilizzo dei media digitali, magari chiedendo agli stessi bambini, bambine, ragazzi e ragazze di aiutarli in questo. I Patti Digitali, che, come dicevo, adesso sono molti, si sono subito resi conto che lo step successivo è quello di coinvolgere le scuole. Faccio un esempio molto pratico. Se io ho deciso che per mio figlio va bene una gradualità di accesso alla navigazione libera e quindi fare delle esperienze digitali ma supervisionate, guidate, protette, non lo posso lasciare a casa tutto il pomeriggio con la connessione a internet da solo, perché la scuola mi chiede di fare tante attività online. Ho bisogno di aprire un canale di dialogo con la scuola e capire che la scuola fa questo perché ha delle buone ragioni per farlo. Ci sono delle attività bellissime che si possono fare sulle piattaforme digitali, ma si può portare anche il punto di vista delle famiglie che si trovano in difficoltà di fronte a questa situazione. Per far fare i compiti a mio figlio, lo devo lasciare tutto il pomeriggio dentro la rete senza una capacità effettiva di costruirgli un percorso, un ambiente protetto. Come faccio? Sono spinto da due decisioni entrambe negative per me: quella di lasciarlo completamente da solo oppure di bloccargli la possibilità di fare i compiti in autonomia. Questo è un esempio di come i Patti Digitali hanno provato a interagire con le scuole e talvolta i compromessi sono compromessi al rialzo. Per esempio, il fatto che i compiti su internet possano essere programmati insieme, programmati in momenti in cui ci può essere la supervisione dell’adulto, magari anche discutendoli con le famiglie. Poi i Patti Digitali si sono rivolti alle istituzioni perché abbiamo capito che oltre alla scuola ci sono i pediatri, ci sono i comuni, ci sono gli allenatori delle squadre e se il progetto educativo, anche quello della gradualità, della costruzione della gradualità non è condiviso, questa missione è molto più difficile. Un caso positivo, secondo me, di dialogo interistituzionale è accaduto a Milano, dove si è creato un tavolo che aveva al suo interno le autorità sanitarie, quelle del Comune, l’ufficio scolastico e i pediatri, alcuni gruppi di famiglie interni ai Patti Digitali e dopo 2 anni di lavoro è stato redatto un documento che si chiama “Raccomandazioni di Milano”. Io vi invito a dare un’occhiata sul web a questo documento perché è una sintesi molto concreta, sono otto punti che per la prima volta però è il risultato di una convergenza tra istituzioni e soggetti diversi. Otto punti per una visione di un patto sociale sull’educazione digitale, cioè che cosa ciascun attore potrebbe fare alle diverse età per costruire un percorso che sia graduale, che offra le competenze giuste al momento giusto e che porti a una maturità digitale fatta di competenze operative, di competenze critiche, ma anche di capacità di usare bene il tempo, di saper, come è stato ricordato prima, trovare un equilibrio tra la relazione in presenza e la complementarietà delle relazioni online. Questo è un esempio che io vi invito a esaminare di un tentativo di rendere l’educazione digitale non più l’onere pesantissimo della singola famiglia o della singola scuola, ma un compito da portare avanti come un coordinamento collettivo e questa è credo una possibilità che ci sarà utile nei risvolti dell’innovazione digitale, ma anche per i molti temi vasti che sono stati ricordati oggi.
MARIO BALLANTINI
Questa cosa è molto importante quello che dice il professor Gui perché dà delle indicazioni e delle declinazioni concrete, ma vorrei tornare con la professoressa Mortari. Il professor Gui parlava della grande solitudine delle famiglie. Dobbiamo capire bene cosa vuol dire che il bene invece è dato dai legami. Ne abbiamo sentito un esempio anche con una declinazione molto concreta e molto bella dal professor Gui, cosa ne pensa?
LUIGINA MORTARI
Questa affermazione, “non c’è bene se non ci sono legami”, la si trova in un passo sempre di Platone. Tutti i testi di Platone sono più o meno direttamente sul concetto di bene e quando lo affronta in modo sistematico nella Repubblica Platone dice: “A questa domanda non c’è risposta. La risposta vera la conosce solo Dio perché è una risposta che supera la capacità della ragione umana”. Però c’è un passaggio spesso dimenticato in cui lui invece dà una risposta, dà una definizione e dà proprio questa definizione: “Il bene c’è laddove ci sono dei legami, dove le persone non sono da sole, dove si sentono in rete, per usare un’espressione contemporanea, si sentono dentro una rete che li tiene. Che cosa ci manca però per fare questo? Torno al tema dell’educazione perché è cruciale nella vita delle persone, perché l’educazione è quello che dà forma. Educare è composto da “e-ducere” che vuol dire coltivare, vuol dire aver cura, aver cura delle persone. Nel lavoro di educazione, il lavoro dell’educare, del coltivare l’essere dell’altro, spesso si trascura tutto quello che fa legame. Sempre Martha Nussbaum ci dice che noi abbiamo dimenticato molte parole. Quando noi dimentichiamo delle parole, dimentichiamo degli sguardi sulla realtà perché con le parole, come dicono gli analitici, si costruiscono e si decostruiscono i mondi. Se noi abbiamo un linguaggio povero, vediamo poco mondo. Se abbiamo un linguaggio ampio, vediamo tante possibilità dell’essere. Quando gli eschimesi per dire il bianco della neve hanno una serie infinita di aggettivi e noi diciamo “bianco”, vuol dire che loro, quando guardano la neve, vedono tante cose. Quali sono certe parole che mancano in modo operativo? Una di queste è “amicizia” e mi veniva in mente mentre parlavano i colleghi prima. L’amicizia è il senso del legame profondo e non capita a caso, capita se noi la coltiviamo. L’amicizia è il legame più alto diceva Aristotele. Senza l’amicizia non si costruisce una città. Ma perché è difficile coltivare l’amicizia? Perché, come diceva il poeta Hölderlin: “Noi siamo un colloquio”, questo grande poeta tedesco. L’amicizia è l’esempio del colloquio vero, che è il dialogo. Noi usiamo la parola “dialogo”. L’amico è colui che vuole il bene dell’altro senza chiedere nulla per sé e quindi è il bene più alto nella più alta espressione, ma essere amici vuol dire essere anche capaci di dire all’altro la verità e sostenere la verità, perché i legami veri si danno quando c’è la capacità di sostenere la verità e non si sta in una finzione. Questo è un altro dei grandi apprendimenti che dovremmo fare, piccoli, adulti, tutti: stare dentro un discorso di verità. Non è un caso che il Vangelo sia la parola della verità. Stare nella verità però è difficile perché una certa parte di narcisismo ci impedisce di sostenere la verità che ci dice. Anche Plutarco, questo grande filosofo dell’antichità, diceva: “Tenete lontano gli adulatori”, perché gli adulatori vi impediscono di vedere quello che siete e solo se state dentro la verità di voi stessi riusciamo a fare una relazione di verità e quindi a costruire legami veri. Connesso a questo aspetto c’è l’altro insegnamento grande che, secondo me, dovrebbe essere ripreso sempre. Quando Socrate viene chiamato davanti ai giudici e deve difendersi, lui fa un discorso sull’educazione, sul coltivare anche le cose più importanti. Dice: “Il problema dei nostri giorni ad Atene – Avanti Cristo – , e guardiamo quanto è contemporanea oggi, “quando io vedo i giovani oggi li vedo troppo presi dalla ricerca di gloria, di ricchezze e di onori. In questa ricerca c’è la dimenticanza delle cose che danno un senso all’esistenza” e lui ne cita altre tre. Il tre è un numero perfetto. Dice: “Quello che ci manca è la ricerca e noi aggiungiamo oggi sostenere l'”aletheia” che è la verità.” La parola greca che dice “aletheia” ha questa alfa davanti, l’alfa privativa che vuol dire la capacità di togliere il velo. Noi a volte non vogliamo che gli altri ci tolgano il velo, ma neanche noi stessi non vogliamo togliere il velo da noi stessi. Stare in una relazione di verità è fondamentale. Poi lui aggiunge altre due cose importanti: le virtù. Dobbiamo imparare a stare in una relazione di virtù e la virtù è qualcosa di molto forte, senza le quali nessuno esiste. E la “phronesis” che è la saggezza, che è la capacità di decidere bene. Questi sono, lui dice, movimenti importanti da far accadere nell’anima perché ciascuno sappia trovare per se stesso ciò che è giusto e ciò che è giusto, perché lui metteva il giusto al primo posto e per lui è il concetto di bene. Se tu stai dentro una relazione di giustezza, sai costruire un legame e l’altro sa dove stare insieme a te. Questa è la grande educazione che però è molto faticosa perché è molto più facile compiacere l’altro che stare in una situazione di rigore, di verità che però è quella che ci fa stare nella misura giusta della realtà. Se tu stai nella relazione di verità con te stesso puoi fare quel movimento di profonda conversione di cui parla sempre Platone nella Repubblica, che è la conversione dell’anima che ti fa trovare quella spinta che muove ciascuno, di cui tutti hanno timore a parlare. Quando si parla di questa cosa si è spesso tacciati di “buonismo”. È la capacità di ascoltare dentro di noi il desiderio del bene, che è un desiderio altissimo e che richiede una grande verità su questa cosa, che richiede una grande severità rispetto alla vita, ma anche una dedizione profonda, stare dentro la necessità del bene. Riscoprire queste cose dentro una relazione di amicizia vuol dire aprire il mondo a una visione che ci faccia riscoprire quella grande fragilità che c’è dentro di noi, ma anche quella grande forza che ci viene depositata nell’anima all’inizio dei tempi e che va però coltivata e nutrita sempre, in ogni momento, piccoli, medi, direbbero i bambini della scuola dell’infanzia e gli adulti. Grazie.
MARIO BALLANTINI
I nostri amici, perché per me oggi sono stati veramente amici, i nostri amici sul palco non ci hanno dato risposte, ci hanno aperto finestre, ma citando Paolo Benanti, proprio da questo palco. Il Meeting è proprio un posto così dove ci si può permettere di fare delle domande senza avere l’urgenza e la necessità di dare subito delle risposte definite. E per questo il Meeting va sostenuto e va aiutato. Ognuno di noi può dare un contributo decisivo al Meeting. Ogni dono è un mattone nuovo per continuare a costruire insieme luoghi di incontro, bellezza e speranza. Lungo tutta la fiera, come avete visto, si possono trovare le azioni del “Dona Ora” caratterizzati dal cuore rosso. Vi ricordiamo che la Fondazione Meeting è un ente del Terzo Settore. Chi sosterrà il Meeting, e speriamo lo facciano in tanti, potrà usufruire dei benefici fiscali al momento della dichiarazione dei redditi. Grazie e buona fine Meeting.










