AFRICA: CONFLITTI DIMENTICATI - Meeting di Rimini
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AFRICA: CONFLITTI DIMENTICATI

Partecipano: Carl Bildt, Ministro degli Affari Esteri della Svezia e Presidente di turno dell’Unione Europea; Franco Frattini, Ministro degli Affari Esteri Italiano; Mario Mauro, Presidente dei Deputati del Popolo della Libertà al Parlamento Europeo; Bernard Kamilius Membe, Ministro degli Affari Esteri della Repubblica di Tanzania; Amama Mbabazi, Ministro della Sicurezza della Repubblica di Uganda e Segretario Generale del NRM; Raila Amollo Odinga, Primo Ministro della Repubblica del Kenya; Alhaji Abu Bakarr Sidique Sam-Sumana, Vice Presidente della Repubblica della Sierra Leone. Introduce Roberto Fontolan, Direttore Centro Internazionale di Comunione e Liberazione. In occasione dell’incontro intervento di saluto di Antonella Mularoni, Segretario di Stato per gli Affari Esteri della Repubblica di San Marino.

 

ROBERTO FONTOLAN:
In questi trent’anni il Meeting è stato compagno della storia del mondo. I grandi eventi, i grandi testimoni, i grandi protagonisti sono stati di casa tra noi. Abbiamo guardato a tutti i continenti, a tutte le culture, a tutti gli uomini per conoscerci e diventare amici. E’ la vocazione del Meeting fin da quando, trent’anni fa, un gruppo di amici riminesi si trovarono in una pizzeria e si lasciarono incantare dalla grande idea di un incontro per l’amicizia tra i popoli. Sembrava impossibile che anno dopo anno e Meeting dopo Meeting saremmo potuti arrivare fino a qui, ma il Meeting è la straordinaria documentazione di quel che il cuore dell’uomo, quel cuore teso alla verità, all’amore, alla bellezza che don Giussani ha fatto riscoprire all’umanità moderna, è capace di immaginare e di costruire. Così oggi, in questo incontro inaugurale del trentesimo Meeting, è bene ricordare questa storia, questa nostra storia. Nel cammino di quest’anni abbiamo trovato tanti amici, ma uno dei più fedeli, dei più attenti, dei più sensibili è Franco Frattini. Come voi sapete, è il Ministro degli Esteri del nostro paese, dell’Italia. E il protocollo esige che lo presenti così. Ma a me piace, e credo che a tutti noi piaccia, salutarlo come un amico di quelli veri. Grazie a lui in questi anni al Meeting si sono create occasioni di incontro e dialogo impensabili. Mi piace citare qui l’incontro tra il Ministro degli Esteri di Israele e il Ministro degli Esteri dell’Autorità palestinese che, pensate, si incontrarono qui dopo più di un anno che non si vedevano. Ed è grazie a lui che oggi apriamo il Meeting con questo incontro che davvero ha pochi precedenti nel panorama internazionale e che meglio non poteva segnare il nostro trentennale percorso. Quattro altissimi esponenti di paesi dell’Africa: il Presidente di turno dell’Unione Europea, Mario Mauro, il quale però è quello che ha fatto meno fatica per arrivare qua, bisogna dirlo, insieme al Ministro Frattini per discutere di Africa, della sua realtà, dei suoi drammi, dei suoi conflitti, delle sue speranze, della sfida che l’Africa è per il mondo sviluppato, dell’aiuto che possiamo dare e soprattutto di come lo possiamo dare: su questo, infatti, la discussione in tutto il mondo è sempre aperta. Ma c’è anche da dire che quando parliamo di Africa gli schemi e gli stereotipi sono molto diffusi. Sono certo che il dialogo diretto e leale di oggi porterà delle sorprese. Per certi versi è, questo 2009, l’anno dell’Africa: il viaggio del papa, il G8, l’incontro di oggi, il prossimo sinodo speciale dei vescovi. Vedete come anche in questa edizione il Meeting è compagno del mondo! E allora, dando ancora una volta il benvenuto più caloroso e intenso ai nostri ospiti e amici di oggi – già li chiamo così – che hanno fatto un lungo viaggio per essere qui e che poi presenterò uno per uno, desidero prima invitare il Segretario di Stato agli Esteri della Repubblica di San Marino, la signora Antonella Mularoni, ad aprire il nostro incontro con il consueto saluto. Grazie.

ANTONELLA MULARONI:
Grazie. Porto innanzitutto il saluto al Meeting di Rimini della Repubblica di San Marino che, dal momento della nascita di questo grande evento culturale, di cui ricorre quest’anno il trentesimo anniversario, ha beneficiato di una fruttuosa collaborazione col Meeting stesso, e auguro il pieno successo di questa edizione. Il tema dell’incontro odierno mi ha fatto fare immediatamente una considerazione rispetto all’Africa. Non sono solo i conflitti ad essere dimenticati, è la realtà africana nel suo complesso ad essere tutto sommato poco conosciuta. Mediaticamente, non sembra esserci un grosso interesse rispetto agli eventi riguardanti questo continente, quello fra l’altro a noi geograficamente più vicino, se non in qualche sporadica occasione. I soli eventi mediatici che ricorrono con regolarità e che ci fanno pensare all’Africa sono gli sbarchi dei clandestini. L’Africa è un continente immenso e variegato, vi sono paesi che hanno compiuto negli anni grossi passi in avanti in termini di stabilità politica, di democrazia, di buon governo, di riconoscimento e protezione delle libertà e dei diritti umani, altri che invece non hanno fatto passi in avanti in questa direzione, o ne hanno fatti indietro, o continuano ad essere insanguinati da conflitti feroci che a noi europei appaiono cosi difficili da comprendere. Il mio paese ha cercato negli anni di aiutare, nei limiti delle sue possibilità e con un impegno più significativo che sarà attuato dal presente governo, il continente africano mediante il sostegno a giuste cause nelle sedi internazionali, il contributo finanziario alle missioni di pace organizzate sotto l’egida dell’ONU o a iniziative portate avanti da associazioni, organizzazioni non governative o singole persone per la realizzazione di obiettivi molto concreti. O ancora, sostenendo la partecipazione di cittadini ad iniziative umanitarie sul continente africano. Noi abbiamo relazioni diplomatiche con un numero molto ridotto di paesi africani. Ci è spesso difficile, dunque, capire esattamente cosa sta avvenendo all’interno di tali paesi, le dinamiche e le ragioni sottostanti agli eventi. Il prossimo primo ottobre sarà nostro ospite relatore a San Marino, in occasione della cerimonia di insediamento dei Capitani Reggenti, i nostri capi di stato, in una cerimonia molto seguita da tutti i cittadini, il direttore generale della FAO. Questa sarà certamente un’occasione per approfondire i temi legati alla persistente povertà di vaste aree dell’Africa e ciò che il mondo cosiddetto sviluppato può fare per aiutare questo continente meraviglioso a percorrere la strada dello sviluppo che si coniuga necessariamente con la pace, la stabilità, la democrazia, il rispetto dei diritti fondamentali dei singoli e dei popoli. Quello di oggi è dunque un interessante momento di approfondimento anche per me e per il mio paese, al di là della conoscenza degli eventi, grazie alla loro presentazione da parte di chi li vive quotidianamente con responsabilità di primo piano. La giornata di oggi ci permetterà di capire cosa possiamo fare in più, rispetto a ciò che facciamo ora, per aiutare paesi che in alcuni casi da decenni sono tormentati da conflitti che sembrano non finire mai. Parafrasando una celebre dichiarazione, è certo che il contributo che ognuno di noi può dare come singolo, come appartenente ad una comunità o come rappresentante di uno stato, può sembrare piccolo, una goccia nell’oceano. Ciò si applica a maggior ragione nel mio caso, considerate le dimensioni di San Marino. Tuttavia sono proprio le gocce a dare spesso un senso alla nostra vita e, nel caso di uno stato, a dare un senso alla presenza internazionale di un paese che non ha un peso in termini economici o militari, ma che può invece dare il suo contributo per l’affermazione e la promozione della pace, dei diritti, delle libertà fondamentali e dello sviluppo. E’ con questo spirito che mi accingo ad ascoltare con estremo interesse gli interventi che saranno fatti e ad assicurare all’Africa, a tutta l’Africa, il pieno sostegno del mio paese nelle sedi internazionali in questa direzione. Grazie, buon lavoro.

ROBERTO FONTOLAN:
Bene, prima di dare la parola al Ministro Frattini vorrei presentarvi questi nostri ospiti, amici: il Ministro degli Esteri della Svezia e Presidente di turno dell’Unione europea, Carl Bildt, un uomo, come sentirete, di grandissima esperienza internazionale; il vicepresidente della Sierra Leone, Sam-Sumana; Il Primo Ministro della Repubblica del Kenia, Raila Odinga; il Ministro degli Esteri della Tanzania, Benard Kamilius Membe; il Ministro per la Sicurezza dell’Uganda, Amama Mbabazi. Di Mauro Mario abbiamo già detto e penso che lo vorrete tutti salutare. Ecco, questi amici, ospiti, da questi paesi hanno fatto un lungo viaggio, qualcuno di loro è arrivato veramente pochi minuti fa e si è trovato immerso in questa calorosa accoglienza. Sono paesi che in parte conosciamo attraverso amici che molti di voi hanno, che vivono lì e lì operano già da molto tempo, ai quali ci legano affetti profondi. In parte li conosceremo, impareremo a conoscerli e ad amarli oggi, ma certamente avete tutti chiaro che questa è veramente un’occasione straordinaria e di grandissimo significato per l’apertura del nostro Meeting. In tutti i casi, Signori Presidenti e Signori Ministri, siamo tesi e desiderosi di ascoltarvi. E allora adesso vorrei dare la parola al Ministro Frattini. Grazie.

FRANCO FRATTINI:
Grazie, grazie di cuore. Torno ancora una volta davvero tra amici, l’ho detto qualche tempo fa al presidente del Meeting ma lo voglio dire adesso, dinanzi a tanti amici qui a Rimini e ai nostri speaker di oggi che sono venuti da lontano, che ci onorano con la loro presenza, dall’Africa e dall’Europa, che noi davvero consideriamo il Meeting come un pezzo del sistema paese, come un pezzo del sistema Italia. Ci sentiamo veramente di poter dare, con incontri come questo, un contributo importante ormai universalmente riconosciuto, trenta anni dopo il primo incontro che il dottor Fontolan ha giustamente evocato. A me, qualche breve introduzione sul significato di questo incontro. Perché parlare oggi di Africa, è chiaro a tutti per le ragioni che sono già state indicate, ma anche se guardiamo alla situazione internazionale di oggi, senza timore di essere smentiti, è paradigmatico perché l’Africa è davvero il paradigma delle sfide che il XXI secolo deve affrontare. E’ sicuramente il paradigma per affrontare la sfida per lo sviluppo sostenibile, è un paradigma per trovare il modo di dare voce ai più vulnerabili e ai più poveri, per realizzare quale sia davvero la dimensione umana di questa crisi economica. Noi abbiamo parlato molto spesso di PIL, abbiamo parlato di dinamiche di inflazione, di dinamiche di recessione, non abbiamo sempre adeguatamente sottolineato che questa crisi economica globale è una crisi che tocca milioni e milioni di persone, di esseri umani che soffrono ancora di più per la povertà. L’Africa certamente è un continente dove la dimensione umana di questa crisi si deve sempre meglio, sempre più approfonditamente studiare, conoscere e poi ovviamente fronteggiare. Abbiamo in sostanza un grande problema, che è un problema politico, istituzionale e morale, davanti a noi. Quando parliamo di Africa, noi parliamo della vita dell’uomo sulla terra, parliamo delle condizioni per la sua dignità, per la sua esistenza, per la sua crescita e per il suo sviluppo. Ecco perché dobbiamo considerare questo momento di incontro come un momento paradigmatico. Certamente, l’Africa è anche il continente dei conflitti dimenticati ed è un aspetto su cui i nostri autorevolissimi relatori si soffermeranno. Non sono i conflitti, le guerre tradizionali tra stati, che pure in Africa ci sono state e hanno provocato milioni di morti e persone che hanno sofferto enormi tragedie. Parliamo di quei conflitti, come diremmo con un’espressione italiana, che covano sotto la cenere, che ci sono, toccano la vita quotidiana di milioni di persone ma non prendono la prima pagina dei giornali e le aperture delle televisioni, e sono ciò nonostante fonte quotidiana di tragedie. Pensiamo al Ciad, pensiamo al Darfur, pensiamo alle situazioni terribili che si determinano in Somalia con gli attacchi continui a cui il governo della Somalia che noi sosteniamo sta cercando fortemente di reagire. Sono conflitti dimenticati perché sono conflitti che ogni giorno alimentano la criminalità organizzata, alimentano il traffico della droga e il traffico delle armi. Sono conflitti che si collegano poi alla nascita di fenomeni drammatici che anche l’Italia ha conosciuto: pensiamo alla pirateria davanti alle coste della Somalia. Questi problemi non si risolvono con le conseguenze, si risolvono con le origini del problema. Io ho detto qualche volta che il problema della pirateria in Somalia lo dobbiamo risolvere a terra, non in mare, pattugliando le coste del golfo di Aden. E poi questi conflitti dimenticati portano con se le violazioni più drammatiche dei diritti fondamentali della persona umana. Pensate ai bambini vittime di conflitti veri e propri o di conflitti che in qualche modo colpiscono intere popolazioni, intere etnie. Pensate alle violenze di massa contro le donne, agli stupri di massa, alle pulizie etniche. Questi sono gli aspetti dei conflitti dimenticati, di cui la stampa internazionale si occupa poco. Allora il dovere della comunità politica, delle istituzioni, ma anche, e voi del Meeting lo sapete meglio di me, della società civile, dello straordinario volontariato che moltissimi di voi fanno in Africa, è dire quanto sia importante non dimenticare ogni giorno queste situazioni di tragedia che toccano persone che non sono numeri, sono essere umani, persone che soffrono mentre noi stiamo parlando in questa bellissima città di Rimini. E allora è chiaro che dobbiamo parlare di specifici temi, ma anche capire quali siano le soluzioni. Ho accennato alla Somalia. Il tema della Somalia lo dobbiamo affrontare davvero con un impegno comune della comunità internazionale. Vi sono paesi dell’Africa – uno è qui presente, rappresentato dal suo Primo Ministro, il Kenya – che sono estremamente impegnati per ricercare con la comunità internazionale una soluzione al problema della Somalia che è un problema di povertà, di mancanza di una riconciliazione interna tra tutti i gruppi, di penetrazione dell’estremismo, del fondamentalismo e del terrorismo. L’Africa ha conosciuto e conosce problemi di questo genere, ma abbiamo il dovere di occuparcene. Lo dico alla presenza del collega e caro amico Carl Bildt, estremamente impegnato su questo. E’ necessario, indispensabile che sulla Somalia l’Europa non soltanto parli una voce sola ma, come la presidenza ha proposto di fare, come io credo faremo, che si studi la nomina di un inviato speciale europeo per la Somalia, di qualcuno che possa essere il punto di riferimento costante dell’intera Unione Europea che rappresenta ventisette grandi, piccoli e medi stati membri. Io oggi ho soltanto cinque titoli che sono delle frasi, dei messaggi, che credo possano essere uno spunto anche per la riflessione che si farà. Il primo spunto è: cari amici dell’Africa, il futuro, il vostro destino, è anzitutto nelle vostre mani. Non possiamo essere noi europei, noi occidentali a dettare, a indicare, ad obbligare verso delle strade. Quella che con un termine inglese si chiama ownership: la strada per il vostro destino è nelle mani dell’Africa. E il secondo messaggio è quello che deve venire da paesi come l’Italia, paesi industrializzati, membri e presidenti del G8: l’Africa non deve essere lasciata sola in questo. E’ evidente che il vertice G8 che si è tenuto a L’Aquila ha dato un segnale di forte innovazione e di forte cambiamento. Dobbiamo confermare i nostri impegni, non possiamo ritirarci dall’impegno di aiutare l’Africa anche economicamente perché e solamente perché c’è la crisi economica globale. E’ vero, c’è la crisi, ma è una ragione in più per comprendere che paesi più poveri soffrono ancora di più questa crisi: paesi ricchi e industrializzati hanno un dovere anche morale di non lasciare l’Africa sola in un momento così difficile. E’ chiaro che questo vuol dire aiuto pubblico, ma vuole dire anche dare all’Africa delle opportunità per rilanciare, ad esempio, il commercio mondiale. Abbiamo deciso a L’Aquila che si deve sbloccare e concludere il negoziato per il commercio internazionale: il cosiddetto Negoziato di Doha. Dobbiamo rinunciare a molti egoismi nazionale e fare sì che con un commercio senza barriere i paesi produttori quali sono i paesi africani abbiano una maggiore opportunità di commercio e una maggiore libertà sulla scena internazionale. Abbiamo, ancora, a L’Aquila segnato un passo in avanti sulla sicurezza alimentare. Abbiamo promesso venti miliardi di dollari per un programma triennale per venire incontro al problema dei problemi: la fame. Al problema di quel miliardo di persone che ha fame, che rischia di morire di fame. Questo non è un problema lontano da noi, deve essere sentito come un problema nostro. E il G8 per la prima volta ha ritenuto, credo che abbiamo fatto bene, di associare l’Africa all’assunzione delle decisioni. Non è stato soltanto un meeting dove l’Africa ha ascoltato, è stato un Consiglio, quello del G8 de L’Aquila dove l’Africa ha partecipato, i leader africani hanno partecipato – ed è il terzo messaggio che credo debba restare – come soggetto politico. L’Africa non ha bisogno della nostra beneficenza, l’Africa ha bisogno di essere considerata un interlocutore politico rilevante sulla scena internazionale, con cui prendere le decisioni in spirito di eguaglianza. Di questo ha bisogno l’Africa. Dobbiamo superare il vecchio concetto dei paesi ricchi donatori e dei paesi africani che soltanto ricevono il denaro dei paesi ricchi. L’Africa deve incidere sulle decisioni politiche e internazionali, a cominciare dalla riforma dell’ONU, a cominciare dalla riforma del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, a cominciare dalle grandi strategie di partenariato come quella che opportunamente l’Europa ha stabilito nel 2007 con l’Africa. E il penultimo punto, il quarto punto, l’Africa dei diritti e delle opportunità. L’Africa, come ho detto, sarà il paradigma anche per una sfida a cui noi italiani, io personalmente, il governo italiano, teniamo particolarmente. Una sfida per i diritti. Se vi è la povertà, se vi è la disperazione, se non vi è un governo globale dell’economia, allora è chiaro che la dignità umana di milioni e milioni di persone è in pericolo. La salute, l’educazione, la sicurezza alimentare, i cambiamenti climatici, sono tutte armi di distruzione di massa se non le governiamo e non le disinneschiamo prima, se non interveniamo ad esempio sui cambiamenti climatici che mettono assai più in pericolo il continente africano di quanto non si possa pensare. Ecco perché parliamo, lo ha detto bene il ministro Mularoni, di Africa con riferimento all’immigrazione. Sarebbe sbagliato pensare solo al dramma di quei disperati che arrivano sulle coste della Sicilia. Sono persone, sono donne, uomini e bambini che non sono felici di andare via dalla loro patria. Sono obbligati perché sono disperati, perché hanno fame. Quindi vi è un dovere assoluto da parte dell’Italia e da parte dell’Europa. Primo, aiutare tutti coloro la cui vita è in pericolo: questo è il primo dovere morale. Ed è chiaro che il secondo dovere è che l’Europa consideri come suo affare, di tutta l’Europa, il problema dell’immigrazione. L’immigrazione non è un problema dell’Italia o di Malta, è un problema dell’intera Europa. Ma accanto a questo, l’altra faccia della medaglia è evitare che i flussi della disperazione continuino. Se noi non aumentiamo lo sviluppo locale, se non investiamo sui progetti agricoli, se non riduciamo il costo indegno delle rimesse dei migranti che mandano il denaro a casa e pagano il 10% per mandare il salario alle proprie famiglie, se non lavoriamo su tutto questo, noi non incidiamo sui fattori che determinano i flussi migratori. Ed ancora, un’Africa dei diritti è un’Africa dei bambini che vanno a scuola, non dei bambini soldato, è un’Africa dei bambini che crescono e che possano diventare classe dirigente. Io ho trovato in Africa classi dirigenti estremamente qualificate, estremamente preparate, progetti universitari, progetti a cui l’Italia concorre con profonda convinzione. E poi, vedete, il tema delle donne. L’Africa e le donne vittime delle violenze di massa, vittime delle pulizie etniche. Ho proposto a tanti colleghi ed ho trovato un sostegno straordinario in paesi che sono qui, oggi, rappresentati intorno a questo tavolo, paesi africani che sosterranno una proposta che l’Italia formulerà: avviare un’iniziativa all’Assemblea Generale dell’ONU per bandire finalmente come reato internazionale le mutilazioni genitali femminili. E’ una cosa su cui dare un messaggio ultimativo. Diciamo no, in conclusione, a quello che molti hanno chiamato l’afro-pessimismo: l’Africa è un problema, l’Africa delle guerre, l’Africa delle violenze. Io dico no, ribelliamoci a tutto questo, facciamo dell’Africa una grande, straordinaria opportunità. Vi ringrazio.

ROBERTO FONTOLAN:
Allora, ora vorrei dare la parola a Carl Bildt, presidente di turno dell’Unione Europea, nonché Ministro degli Esteri della Svezia. Grazie.

CARL BILDT:
Grazie per avermi dato la parola. E’ vero che dovremmo parlare di più di Africa e di questioni globali. E’ chiaro che ci sono questioni molto importanti che chiamano in causa l’Unione europea, il punto di vista dell’Europa. Come ha già indicato il collega Franco Frattini, queste questioni sono molto importanti per noi europei. L’Africa è un nostro vicino, quello che succede in Africa ci riguarda, ci colpisce: e poi ci sono grosse opportunità globali. Siamo il principale partner commerciale dei paesi dell’Africa, tra l’altro, e siamo molto importanti quando si parla di aiuti per uscire dalla povertà e per risolvere i problemi dell’Africa. Insieme alle Nazioni Unite stiamo portando avanti tutte le operazioni di pace e sicurezza in diverse parti di quel continente. E poi, chiaramente, abbiamo anche tanti legami storici, che sono fortissimi tra l’Europa e l’Africa, più forti senz’altro che con qualunque altra parte del mondo. Quello che si dice nei media è spesso il problema: cioè, tutto dipende da come i media parlano dell’Africa. Però, diciamo che in Africa le cose sono migliorate, c’è stata crescita economica, 6% all’anno, più o meno. Abbiamo visto come la globalizzazione ha cominciato ad aiutare l’economia di parecchi dei paesi africani. Abbiamo visto il numero dei conflitti ridursi, diminuire, nonostante i problemi che continuano ad esserci. E quello che abbiamo anche visto è che c’è stato un progresso nel problema molto critico della governance: adesso, più della metà dei paesi dell’Africa sono governati in modo democratico, sono sulla strada della democrazia. Rimangono comunque tante cose da fare, negli anni a venire. Penso che quello che accadrà in Africa dipenderà senz’altro dalla capacità dell’Africa di andare avanti in due modi diversi: sulla via della democrazia e sulla via della crescita e della trasformazione economica. Entro il 2025 ci saranno altri 350 milioni di persone al di sotto del Sahara, quindi un miliardo di persone in più, con una pressione demografica spaventosa. Come ha detto giustamente il ministro Frattini, cominceremo anche a sentire gli effetti del cambiamento climatico se non riusciremo a frenarlo. Ci saranno impatti sulla produzione degli alimenti e l’Africa sub-sahariana è quella più in pericolo, se non riusciamo a porre fine al processo di surriscaldamento globale. Ci sono stime che dicono che si potrebbe arrivare ad altri 200 milioni di africani con carenza di acqua, soprattutto in paesi che dipenderanno solo dalle piogge, per quanto riguarda le loro coltivazioni. Il vertice di Copenhagen sarà fondamentale per l’Africa. La diplomazia verde europea farà tutto quello che può per affrontare questi problemi, però è chiaro che serve un contributo costruttivo dell’Africa stessa. Oltre a questo, c’è il bisogno di una seconda rivoluzione verde che possa aumentare la rendita dei terreni, delle coltivazioni, in Africa. Serviranno migliori politiche ma anche migliori investimenti in nuove tecniche, così come infrastrutture, che consentano il passaggio a sistemi più efficaci di produzioni alimentari in gran parte dei paesi dell’Africa. Qui l’Unione europea si è già assunta grossi impegni. Abbiamo stanziato un miliardo di euro per la sicurezza alimentare in Africa per il prossimo triennio, direttamente a beneficio dei paesi ma anche delle ONG e di tutte le organizzazioni internazionali che aiuteranno in questo sforzo. Importante per l’Africa, ma importante anche per il mondo: nel prossimo decennio dovremo aumentare le produzioni di alimenti nel mondo di almeno il 50%, per far fronte alle sfide che abbiamo davanti. Dovremo anche parlare dei problemi economici, Franco ne ha già parlato prima di me, abbiamo ricordato le discussioni dell’Aquila: la recessione che dovrà arrestarsi, ci dovrà essere crescita e l’Africa avrà quest’anno una crescita dell’1,5%. E speriamo che continui. E’ chiaro che la demografia continua ad essere una grossa sfida: l’Unione europea sarà senz’altro alla guida di questo sforzo internazionale, però l’Africa deve riformarsi. C’è un fatto abbastanza triste che voglio citare: se si va a vedere in tutte le regioni del mondo, la regione dove il clima per gli affari è il peggiore è proprio quello dell’Africa sub-sahariana. Se si va a vedere la lista della Banca mondiale dei dieci paesi che di più hanno riformato negli ultimi anni, ci sono tre paesi africani: il Senegal, il Burkina-Faso, il Botswana. Va anche detto che ci sono tre paesi post-crisi, che hanno avuto successi: Liberia, Sierra Leone e Rwanda, che stanno facendo enormi progressi per creare un migliore ambiente per la crescita economica. Va anche detto che, visto che la situazione a livello globale è così negativa per l’Africa, il potenziale di cambiamento e miglioramento è enorme. Quando le cose vanno male si può solo migliorare, ci saranno effetti senz’altro positivi, prima o poi. Va anche detto che i paesi africani non hanno molti scambi commerciali tra di loro, molto meno di quello che avviene nelle altre parti del mondo. Se ad esempio si va a vedere l’esperienza europea, o adesso l’esperienza asiatica, gli scambi regionali dentro il continente sono importanti e fanno molto bene all’economia del territorio: anche su questo si dovrà lavorare, in Africa. Tutto ciò è fattibile: bisognerà lottare contro il surriscaldamento, bisognerà portare avanti la seconda rivoluzione verde, far avanzare ancora la globalizzazione, fare un salto avanti per le riforme economiche e l’integrazione regionale. Sono cose che l’Africa può fare con l’aiuto e il contributo dell’Unione europea e di tutto il resto della comunità internazionale.
Sappiamo però che tutto ciò non basta, non è sufficiente: ci sono criticità e conflitti che vanno assolutamente affrontati. Va fatto per le persone che sono direttamente coinvolte dai conflitti, ma anche perché c’è il rischio che, se non facciamo qualcosa, lo sviluppo positivo nel resto dell’Africa venga negativamente colpito, e i benefici annullati. C’è poi un processo di erosione statale in gran parte dell’Africa occidentale, dove da molto tempo sono in corso conflitti. Ad esempio, dal punto di vista europeo c’è il problema della migrazione, del contrabbando, dei traffici illeciti, del narcotraffico, eccetera. Conosciamo tutti le criticità nella regione del Corno d’Africa e alcune cose sono particolarmente gravi per l’Unione europea, come ha detto Franco. Dobbiamo riconoscere che il futuro del Sudan, che è il più grande paese dell’Africa, sarà senz’altro in gioco nei prossimi anni, e abbiamo un interesse enorme che il Sudan ce la faccia. Tutta la regione dei grandi laghi, che ha visto tante gravi tragedie, continua ad essere molto fragile: richiederà lo sforzo europeo. E non dobbiamo neanche dimenticare tragedie umanitarie auto-imposte, come le politiche che hanno fallito in Zimbabwe, dove il regime ha causato una catastrofe umanitaria: sono cose che non vanno dimenticate. Quanti più problemi affronteremo, quanto più aiuteremo gli africani a fare per sé, con un ruolo crescente dell’organizzazione per l’unità africana, se faremo lavorare tutti per le cose che vanno fatte, allora non dovremo più guardare solo ai titoli negativi, alle tragedie. Avremo invece la possibilità di verificare il potenziale e attingervi. Parliamo di un continente ricchissimo di risorse, di materie prime, di opportunità agricole, un continente dal potenziale umano sconfinato, una ricchezza che va sfruttata e utilizzata quanto prima per il beneficio dell’Africa stessa, e anche, diciamolo un po’ egoisticamente, per il beneficio della nostra Europa. Noi siamo il partner numero uno dell’Africa, i primi vicini: possiamo beneficiare enormemente dall’aiutare l’Africa a raggiungere il successo che tutti auspichiamo e che è senz’altro possibile. Quindi, grazie di cuore: lavorando alla presidenza dell’Unione europea, dobbiamo occuparci di un sacco di cose nello stesso tempo, quindi devo subito partire per occuparmi di altro. Lascerò la sala tra un paio di minuti. Ringrazio per avermi invitato e dato l’opportunità di fare queste osservazioni su un argomento così importante. Grazie.

ROBERTO FONTOLAN:
Bene. Grazie al presidente Bildt, anche per il quadro che ci ha fornito. Ci ha dato veramente alcune essenziali chiavi di comprensione. Come ha già anticipato, tra qualche minuto ci lascerà, quindi lo salutiamo. Ma intanto vorrei dare la parola a Sam-Sumana, Vice Presidente della Sierra Leone, uno dei paesi che proprio il ministro Bildt ha citato poco fa tra quelli che stanno dando risultati di sviluppo. Prego, mister Vice Presidente, grazie ancora per essere qui con noi.

ALHAJI ABU BAKARR SIDIQUE SAM-SUMANA:
Grazie. Presidente, eccellenze, capi di governo, capi religiosi, ospiti, signore e signori, desidero portarvi i saluti e le congratulazioni del mio Presidente, Ernest Bai Koroma, del governo e del popolo della Sierra Leone. Presidente, desidero in primo luogo ringraziarvi di aver invitato la Sierra Leone a partecipare a questa famiglia di paesi riunita qui in Italia, per interesse reciproco e collaborazione a livello mondiale. E’ gratificante notare che sono presenti tanti capi di stato e di governo di Stati africani. Questo Meeting ci darà l’opportunità di analizzare la situazione nel nostro continente, anche per quanto riguarda i conflitti dimenticati dell’Africa. I conflitti si sono verificati in Africa a partire dagli anni ’70, e negli anni ’90 sono arrivati al culmine. Alcuni conflitti hanno ricevuto poca attenzione internazionale e sono stati scarsamente riportati dai media ufficiali. Mentre la maggior parte dei conflitti africani sono arrivati ad una risoluzione, alla pace, come nel Mozambico, nella Sierra Leone, nella Costa d’Avorio, in Liberia, in Angola, ci sono conflitti che si protraggono in Africa, in Somalia, nel sud del Sudan, nel nord dell’Uganda, nella Repubblica democratica del Congo, nel sud del Marocco, nel Ciad, e hanno ricevuto poca copertura da parte dei media, rispetto magari all’Iraq, all’Afghanistan e al conflitto israelo-palestinese. Si potrebbe dire che molto spesso in Africa le vittime del conflitto siano rimaste nascoste. La scarsa attenzione per i conflitti e l’intervento internazionale piuttosto debole, in certo qual modo hanno contribuito a creare un ambiente dove c’è stata una escalation della violenza e molte difficoltà nel negoziare la pace, una pace sostenibile. Gli interessi geo-politici delle potenze occidentali e problemi di governance hanno sicuramente esacerbato la situazione. Quanta copertura venga data ai problemi reali è ancora oggetto di dibattito, però vale la pena dire che ci sono problemi ancora poco riportati dalla stampa: le violenze sulle donne, i bambini rapiti, i bambini soldato, i senzatetto, i profughi interni, il traffico di armi, il traffico di esseri umani. I media devono riferire di più su queste problematiche, che sono diventate conflitti dimenticati dell’Africa. I motivi della scarsa attenzione a questi problemi sono di varia natura, però si potrebbe supporre che un fattore determinante sia lo scarso effetto che alcuni di questi conflitti hanno sulle società occidentali. In questa era di globalizzazione, con il miglioramento delle comunicazioni e dei trasporti, il potenziale di trasferimento degli effetti dei conflitti in paesi lontani è molto alto. Il numero di profughi africani che cercano di entrare in Europa attraverso la Spagna e l’Italia è un indicatore della situazione. Il ruolo dei pirati somali nel golfo di Aden, per esempio, è indicativo dell’effetto che questi conflitti, se non vengono tenuti sotto controllo, possono esercitare sul commercio internazionale e sull’economia globale. Gli interessi geo-politici, soprattutto nella nuova era di globalizzazione, sono diventati un fattore che determina il grado di copertura e di risposta internazionale al conflitto, ai singoli conflitti. Il ruolo di certi governi non africani che sopportano il governo del Ciad e il governo di transizione in Somalia, è una chiara manifestazione dell’interesse geo-politico di questi paesi non africani. Considerando l’impatto umano, fisico, sociale ed economico di questi conflitti nella regione africana, è necessario cercare delle soluzioni prudenti: una necessità, questa, che va ripetuta, reiterata. La storia ha dimostrato l’effetto positivo del duplice approccio a livello internazione per la ricerca di soluzione ai conflitti: il Sudafrica, il Mozambico, la Sierra Leone, la Liberia sono esempi in questo senso. Adottare un approccio di questo tipo verso i conflitti dimenticati dell’Africa è importantissimo. E’ evidente che il conflitto nel sud del Sudan necessita di negoziati a livello mondiale e di una maggiore copertura da parte dei media e delle organizzazioni non governative. La pubblicità delle atrocità commesse in Sierra Leone nel periodo 1991/2002 ha ricevuto supporto pubblico a livello mondiale. Tanti sforzi internazionali sono stati compiuti per porre fine al conflitto, il ruolo dei media nel cercare giustizia è stato determinante. Invece una scarsa attenzione, un ritardo nell’intervento internazionale, potrebbero portare a conseguenze disastrose. E’ stato dimostrato che ci potrebbe essere un aumento dell’intensità della violenza. Il non intervento potrebbe dare segnali sbagliati alle parti in conflitto e rappresentare una ulteriore minaccia per le vittime di questi conflitti. Il ritardo dell’intervento da parte della comunità internazionale nel genocidio del Rwanda, negli anni ’90, ha peggiorato la situazione delle vittime di guerra.
Risolvere i conflitti è una cosa problematica già di per sé: a maggior ragione, quando le parti in causa nel conflitto hanno poco interesse alla risoluzione dello stesso. Molto spesso si è arrivati ad un isolamento dei paesi in conflitto, da parte della comunità internazionale. Il mancato raggiungimento di una pace sostenuta e il ripetersi delle violenze potrebbero portare ad una situazione molto difficoltosa dal punto di vista umano, una situazione di isolamento con conseguenze poco auspicabili, come in Somalia. L’isolamento prevede pochi legami ufficiali col resto del mondo, per esempio con i canali diplomatici, una riduzione dei collegamenti, dei trasporti aerei e marittimi, delle attività commerciali, degli scambi educativi: questo potrebbe portare a uno stato di paria, come è avvenuto in Somalia, dove i signori della guerra hanno lasciato il paese in una condizione perpetuo di caos e di violenza. Il ciclo di violenza che è stato portato avanti per tanti anni ha portato a fattori poco auspicabili, che hanno minacciato il commercio internazionale e la sicurezza attraverso le attività della pirateria. Le guerre, i conflitti si sono estesi per tanti anni, 35 nel Sahara occidentale, 22 nel Sudan, 18 in Somalia. Protraendosi il conflitto, le fazioni in guerra stabiliscono dei rapporti con reti illecite per il traffico di droghe, minerali e altre risorse necessarie, che servono loro per finanziare le attività. Cercano di catturare sempre più territori e di rafforzare la loro posizione. Una soluzione militare, dove una delle parti emerge vittoriosa sul fronte di battaglia, non è auspicabile, molto meglio arrivare ad una soluzione negoziale. La complessità dei conflitti aumenta quando questi riguardano gruppi etnici, minoranze, giovani, donne, gruppi religiosi: si tratta di fattori che spesso complicano la situazione, a livello di negoziato. La Somalia ne rappresenta un esempio perché ci sono tanti signori della guerra. Il protrarsi dei conflitti potrebbe anche portare alla perdita di interesse pubblico nei confronti dei milioni di vittime che sono state uccise in Africa. Al tempo stesso, però, il protrarsi dei conflitti potrebbe favorire il supporto per arrivare al termine del conflitto stesso. I conflitti dimenticati dell’Africa molto spesso portano con sé una serie di effetti negativi per il continente, tra cui per esempio flussi di persone nei paesi circostanti, rischi per la sicurezza delle comunità di immigrati e di profughi che vivono in condizione costante di paura, maggiore rischio di violazione dei diritti umani, politici, economici e sociali. Vengono messi a rischio anche i servizi sociali, gli alloggi, l’educazione, l’approvvigionamento idrico, la salute, e le opportunità economiche dei paesi dove i profughi si recano. Tutto questo può portare anche alla proliferazione del traffico di piccole armi, che rimane un grosso rischio per il continente.
Per concludere, i conflitti dimenticati dell’Africa hanno posto gravi sfide alla stabilità e alla crescita del continente. Il ruolo dei media nel rappresentare questi conflitti è ancora dubbio. Ricostruire una società stabile dopo il conflitto richiede un grosso contributo in termini di risorse umane e finanziarie, e l’impegno di tutti i settori. La risoluzione dei conflitti, la costruzione della pace e della governance devono arrivare grazie ad una precoce risoluzione dei conflitti, rafforzando i principi democratici nei nostri paesi. Presidente, eccellenze, signore e signori, vi ringrazio per la vostra attenzione.

ROBERTO FONTOLAN:
Molte grazie per questo approfondimento e per questa riflessione sul tema dei conflitti e sulle possibili vie di uscita. Ora vorrei presentarvi e invitare a parlare il Primo Ministro del Kenya, mister Raila Odinga. Grazie.

RAILA AMOLLO ODINGA:
Grazie eccellenze, Ministro Frattini, signore e signori. Prima di tutto ringrazio gli organizzatori per averci invitato qui a Rimini, leader africani insieme a leader europei, in questo grande ed importante Meeting, per questa discussione sull’Africa e soprattutto sui conflitti dimenticati dell’Africa. Noi africani non possiamo e non vogliamo dimenticare i conflitti civili, i tumulti politici e i conflitti armati che abbiamo vissuto nel nostro continente, però questo argomento è importante, tanti di questi conflitti vengono dimenticati da politici, da cittadini del G8 o di altri paesi ricchi, che stanno vivendo la recessione più grave da quella della Grande Depressione del ’29. Io sono un afro-ottimista anziché un afro-pessimista, credo profondamente nella capacità degli africani di far crescere il loro continente. Sono passati 52 anni da quando il paese, e gran parte dei paesi africani, ha raggiunto l’indipendenza. Il primo paese è stato il Ghana, 52 anni fa, poi altri paesi l’hanno seguito, e per gli anni ’60 gran parte dei paesi africani si sono resi indipendenti. Cinquant’anni sono tanti per la storia di un paese o anche di una persona. Allora, perché poi accade che l’Africa, il continente più ricco in termini di risorse e materie prime, rimanga purtroppo il più povero per quanto riguarda lo sviluppo? La risposta non sta nel passato coloniale dell’Africa bensì nel modo in cui l’Africa è stata governata dopo che i paesi hanno avuto l’indipendenza: è un problema di governance.
Con l’indipendenza, molti paesi africani hanno ereditato strutture democratiche di governo: ci sono sistemi multipartito, c’è una chiara separazione dei poteri tra l’esecutivo, il legislativo e il giudiziario. Però, subito dopo l’indipendenza, si è sviluppata una corrente di pensiero nel continente secondo la quale il multipartitismo era estraneo alla società tradizionale africana. Si è detto che la società africana tradizionale consentiva la risoluzione dei conflitti tramite il consenso e che altri sistemi per risolvere i conflitti erano estranei all’Africa. Quindi, i padri fondatori dell’indipendenza africana si sono fatti sentire in modo molto eloquente e hanno sostenuto che il compito enorme della costruzione di una nazione richiedeva sforzi congiunti attraverso una serie di misure. La coercizione, il ricatto, la corruzione, l’intimidazione hanno trionfato, l’opposizione è stata fatta sparire, ed è così che si sono sviluppati il sistema africano e la suddivisione dei poteri. Ciò che è poi avvenuto, in molti casi, è stata la dittatura di un unico partito, e successivamente, in alcuni paesi, anche le dittature militari. Non c’è una separazione dei poteri equilibrata: di conseguenza, la corruzione è diventata all’ordine del giorno, il nepotismo, il trialismo sono diventati centrali in Africa. Gli africani hanno nuovamente dovuto darsi da fare, lottare per ottenere quella che adesso noi chiamiamo la seconda liberazione dell’Africa. Nell’era della guerra fredda, non contava nulla come si governava un paese purché si fosse alleati dell’occidente e contro il comunismo. Nessuno badava a come stavi gestendo il tuo paese. E’ stata un’era molto oscura nella storia del continente africano, con tanti dittatori. Solamente dopo il crollo del Muro di Berlino, nel 1989, hanno cominciato a soffiare venti di cambiamento anche sull’Africa. Un vento che è riuscito a sgretolare dittature, regimi a partito unico e a fare spazio al multipartitismo e a sistemi più democratici di governo: i problemi dell’Africa vanno visti in questo contesto storico. Abbiamo sempre avuto conflitti e i conflitti sono sempre derivati da un cattivo governo del continente africano. Vicino al Kenya abbiamo la Somalia, il nostro vicino che è stato governato male da Siad Barre, il dittatore che alla fine è stato obbligato a lasciare il paese. Da allora, la Somalia non ha più avuto un vero governo. Ci sono poi problemi nella regione dei Grandi Laghi: i problemi del Rwanda, i problemi del Burundi, quelli della Repubblica Democratica del Congo, del Sudan. Li conoscete. Però, grazie alla lotta della gente africana, i cambiamenti stanno pian pianino andando avanti, all’orizzonte si sta delineando una nuova epoca. Siamo in una fase di transizione che promette bene. Molti paesi africani hanno organizzato elezioni democratiche con tanti partiti, la società civile sta emergendo come una nuova forza e c’è una stampa sempre più libera e vivace che si fa sentire. Sarà dunque possibile sfruttare sempre più le risorse umane e naturali dell’Africa. Abbiamo poi un grave problema in Somalia, dove ci sono gruppi di miliziani armati che si chiamano Al Shabab e godono dell’aiuto di organizzazioni terroristiche internazionali. La situazione è così grave in Somalia che serve assolutamente una risposta internazionale coordinata, anche perché ha generato instabilità in tutto il Corno d’Africa, in tutti i paesi circostanti. Con tanti atti di pirateria, c’è un esodo in corso dalla Somalia, tutti cercano di fuggire verso il Kenya, entrano dalle nostre frontiere, per cui abbiamo tutti questi profughi da gestire nel nostro paese. Un campo che era stato pensato per contenere 90 mila persone adesso ne ospita 270 mila, con gravi ripercussioni sulla sicurezza del nostro paese. Ci sono molte armi, munizioni che vengono contrabbandate nel nostro paese e che possono finire nelle mani sbagliate. C’è poi il problema dei cambiamenti climatici: l’Africa è purtroppo una vittima di questi cambiamenti e delle azioni che vengono decise altrove, soprattutto nel mondo sviluppato, e sta pagando un alto prezzo per le azioni responsabili che sono state stabilite, con effetti però devastanti per il nostro continente. In Kenya avevamo un ghiacciaio in cima alle nostre montagne, il Kilimangiaro: queste calotte glaciali si sono sciolte a causa del surriscaldamento globale, dell’aumento delle temperature. Adesso abbiamo un aumento di epidemie di malaria, una malattia che si chiama “la malaria degli altipiani”, che non era mai esistita prima. La malaria era sempre stata limitata alle zone più basse, paludose, a livello del mare, però, man mano che aumentano le temperature, si estende causando moltissime vittime tra la popolazione. Stiamo vivendo questi due disastri: la siccità estrema è spesso seguita da grandi alluvioni. E’ difficile portare avanti le coltivazioni e avere generi alimentari per la popolazione, il bestiame sta morendo, migliaia di capi sono già morti di sete: è una situazione che richiede una grande attenzione da parte della comunità internazionale. C’è poi il problema della migrazione, flussi migratori che dall’Africa vanno verso l’Europa: io non sono d’accordo con il ministro Frattini quando dice che è un problema europeo. Sì, è un problema europeo ma è anche un problema africano, è un problema che possiamo risolvere solo congiuntamente. Perché le persone scappano dall’Africa per venire in Europa? Perché tutti cercano pascoli più verdi, una vita migliore: dobbiamo rendere le condizioni di vita in Africa migliori, dobbiamo rendere l’Africa vivibile affinché gli africani possono rimanere in Africa. Fintanto che la situazione in Africa rimane così pesante, insopportabile, le persone non potranno far altro che correre rischi enormi e cercare di venire in Europa. Nessun esercito, nemmeno quello di Napoleone, nessuna armata potrà bloccarli e impedire loro di venire in Europa. Adesso abbiamo finalmente regimi responsabili, al governo in Africa. Ciò di cui l’Africa ha bisogno è il capitale, capitali per trasformare le risorse che abbiamo in ricchezza. L’Africa non ha bisogno della carità di nessuno! Non ha bisogno della carità, l’Africa, ha bisogno di commerci e di investimenti. Dateci l’accesso ai vostri mercati, in modo che possiamo vendere quello che produciamo in Africa. Vogliamo invitare gli europei ad investire sul continente africano. Abbiamo bisogno di questi stimoli, di questi incentivi, per rimettere in moto la nostra economia in modo da avere un impatto anche sul surriscaldamento globale e sullo scioglimento dei ghiacciai. Sono sicuro che il G8 e gli altri paesi ricchi troveranno le risorse che riusciranno a fare la differenza per l’Africa. Dobbiamo lavorare insieme come partner in modo da rendere questo mondo e questo globo un luogo migliore per tutta l’umanità. Grazie, grazie.

ROBERTO FONTOLAN:
Grazie perché nel suo intervento abbiamo capito la sua parola di esordio, cosa vuol dire essere afro-ottimista contro l’afro-pessimismo di cui aveva parlato il ministro Frattini. Ora vorrei invitare a parlare il ministro degli Esteri della Tanzania Bernard Kamilius Membe, prego.

BERNARD KAMILIUS MEMBE:
Presidente, prima di tutto devo ammettere una cosa, questo è il pubblico più grande davanti al quale io abbia mai parlato fuori dall’Africa. Mi sento un po’ impaurito, ma sono anche orgoglioso. In secondo luogo, colgo l’opportunità per ringraziare il vicepresidente della Sierra Leone e anche il Primo ministro della Repubblica del Kenya per aver fatto delle presentazioni molto dettagliate che mi hanno facilitato il compito. Vorrei soltanto sottolineare alcuni problemi che secondo me sono di particolare importanza. A livello generale, è gratificante, soddisfacente il fatto che questo dibattito sui conflitti dimenticati, sulla pace, sulla democrazia, sui diritti dell’uomo in Africa, si svolga adesso, in questo preciso momento, qui in Europa, quando tutti noi, voi, abbiamo bisogno di capire bene che cosa sta succedendo proprio in Africa, perché è sapendo quello che succede nel nostro continente che si permette a voi di cambiare qualcosa in Africa. Presidente, la Somalia è un paese un po’ ignorato, è uno stato che ha praticamente un triangolo di crisi: ci sono la povertà, i conflitti civili, e anche la pirateria. Queste crisi tutte insieme hanno bisogno di una risposta collettiva a livello globale. C’è un governo, e qui abbiamo appunto un rappresentante del Kenya, sappiamo qual è la situazione della Somalia e dobbiamo mostrare tutti simpatia e compassione verso quel paese. L’Unione africana ha deciso di mandare 8.500 truppe in Somalia per risolverne le problematiche, però fino ad oggi soltanto l’Uganda ed il Burundi hanno inviato 4.000 truppe, mancano ancora 4.000 soldati a terra. Paesi tipo Nigeria, Ghana, Senegal, Malawi si sono impegnati a dare il proprio contributo, però non è che questo debba portare le Nazioni Unite a dimenticare le proprie responsabilità. E’ dovere dell’ONU essere presente anche lì. L’Africa non è un’alternativa, anche le forze dell’Onu devono essere presenti. C’è un secondo problema che io vorrei porre alla vostra attenzione: la causa militare in Africa. Probabilmente ricorderete che nel corso degli anni ’60 e ’70, e anche nella prima parte degli anni ’80, ci sono stati 32 colpi di stato in Africa, sono stati assassinati tantissimi capi di stato di governo. E’ stato un grosso problema, questo. Lo scorso anno, Mauritania, Guinea-Bissau e Madagascar hanno subito colpi di stato militari che vennero chiamati “colpi di stato per una giusta causa”. Ma anche l’Europa ha sempre detto che erano colpi di stato, non ci sono colpi di stato buoni o cattivi, devono essere condannati tutti quanti. Quindi mi rivolgo all’Unione Europea affinché sostenga l’Africa nel suo impegno di porre fine a questi colpi di stato militari. L’Europa deve imporre sanzioni veramente forti ai regimi che non sono rispettosi della democrazia: questa è la strada da percorrere. Vorrei anche sollevare un punto relativo alle riforme delle Nazioni Unite. Come tutti sapete, l’Africa è un continente di 53 paesi che però non è ancora rappresentato in termini di membri permanenti nel Consiglio di Sicurezza. Il 62% di tutte le problematiche discusse a livello del Consiglio di Sicurezza riguardano l’Africa: e allora, vedete, c’è una contraddizione. Di certo l’Africa ha bisogno di avere almeno un membro permanente a livello di Consiglio di Sicurezza per due motivi, in particolare uno: il 60% e oltre dei problemi trattati a livello del Consiglio di Sicurezza riguardano l’Africa, l’unico continente che non è ancora rappresentato. Quindi, affidiamo all’Italia e a tutti i paesi membri dell’Unione europea la domanda di unirsi a noi per richiedere un membro permanente nel Consiglio di Sicurezza. Infine, vorrei sottolineare quello che già il primo ministro kenyota ha detto relativamente alla malaria che colpisce i paesi africani e uccide milioni di bambini, anno dopo anno. Soltanto in Tanzania, i decessi dovuti alla malaria colpiscono i bambini con 110 morti per 100 mila nascite. Ma la malaria uccide anche le mamme: su 100 mila donne incinte, 587 muoiono per la malattia. Abbiamo bisogno di uno sforzo collettivo, congiunto, da parte della comunità internazionale, non solo per curare la malaria in Africa ma per porre fine alla malaria, una volte per tutte. Bisogna fare una distinzione a questo riguardo: c’è la medicina che cura la malaria e ci sono aziende farmaceutiche a livello internazionale che, per arricchirsi, vendono i farmaci contro la malaria e non hanno nessun interesse a porre fine al problema, anzi, fanno tutto quello che possono per impedire all’ Africa di sradicare questa malattia. Non è equo, non è giusto. Alcuni paesi del mondo sono riusciti ad arrivare allo sradicamento della malaria, hanno posto fine a questa malattia: perché l’Africa deve continuare ad essere la cavia per nuovi farmaci, senza che mai si arrivi a risolvere il problema alle radici? Faccio appello a tutti quanti voi, aiutate l’Africa non solo a combattere la malaria ma a combattere le aziende farmaceutiche che stano impedendo lo sradicamento della malaria. Grazie, presidente, grazie a tutti per l’attenzione.

ROBERTO FONTOLAN:
Grazie, allora vorrei dare la parola al ministro per la sicurezza dell’Uganda, Amama Mbabazi. Prego, signor ministro.

AMAMA MBABAZI:
Grazie presidente, eccellenze, cari colleghi, signore e signori. Prima di tutto vi porto i saluti del presidente che era stato invitato di persona e che, a causa di altri impegni, non ha potuto essere presente e ha mandato me a sostituirlo. Poi voglio ringraziare gli organizzatori di questo grande Meeting, che spero porterà all’Africa l’attenzione che merita da parte dell’Italia e di tutto il mondo. Credo di essere l’ultimo oratore, essere l’ultimo non è mai facile però ha dei vantaggi. Quando si parla per ultimi, gran parte delle cose sono già state dette, quindi uno ha la possibilità di dire se è in disaccordo o d’accordo con tutto ciò che è stato detto. Comunque, fatemi dire un paio di cose a cui tengo, spero di essere d’accordo con ciò che hanno detto i colleghi prima di me. I conflitti, ovunque si verifichino, non succedono nel vuoto, nel nulla. I conflitti hanno luogo all’interno di un contesto sociale, storico, economico, politico, in un contesto ben concreto e le loro cause, le loro origini, per quanto dinamiche, possono essere individuate, studiate e comprese. Questo vale per tutti i conflitti nel mondo e anche per i conflitti africani, ovviamente. I conflitti sono anche un fattore elementare nello sviluppo: per decenni l’Africa è stata coinvolta in conflitti, tutta la narrativa sull’Africa è stata strutturata su questa idea secondo la quale i conflitti africani sono endemici, radicati. Si dice che gli africani non riescono vivere pacificamente, senza entrare in conflitto, e che il resto del mondo deve insegnare agli africani a stare in pace e convivere. Effettivamente, la comunità internazionale deve venire in aiuto all’Africa da molti punti di vista, ma non per perché noi non riusciamo a vivere in pace insieme. Questo non è vero. Il motivo principale, invece, è che la genesi dei conflitti africani si radica in fattori, in parte interni, in parte esterni. Come saprete, abbiamo avuto conflitti correlati al traffico degli schiavi, alla resistenza verso il colonialismo, conflitti di tanti tipi. Le cause dei conflitti in Africa possono essere raggruppate prevalentemente in tre famiglie: il sottosviluppo, i conflitti interculturali e, più recentemente, una lotta per l’autodifesa nei confronti del terrorismo internazionale. Se parliamo di sottosviluppo, quello che esiste oggi in Africa, sono certo che, se esistesse in Europa avreste gli stessi conflitti. Ho studiato molto bene la storia europea e non mi sorprenderebbe se i conflitti dell’Africa di oggi fossero stati gli stessi dell’Europa di qualche secolo fa. Se veniste colonizzati, che cosa fareste? Cosa fareste se i diritti umani non venissero rispettati nel vostro paese? E’ un fenomeno naturale, lottare per difendere i propri diritti. In Africa ha preso piede la corruzione, il cattivo governo e la bancarotta. L’Africa sprofondava sempre più in questa degenerazione politica. Lì è emerso un nuovo tipo di conflitto, dove si cercava di creare le condizioni che avrebbero preparato la strada per un nuovo atteggiamento, per nuove regole nel continente africano. Questi conflitti possono essere descritti come lotte il cui fine era quello di sbarazzarsi del retaggio post-coloniale che stava spingendo l’Africa in una stagnazione perpetua. Sono d’accordo con il primo ministro kenyota quando dice che l’Africa deve fare da sé, lavorare senza dare la colpa al retaggio post-coloniale. Oggi siamo dei paesi indipendenti e autonomi, ma è vero che abbiamo una storia coloniale, abbiamo avuto governi tremendi, abbiamo vissuto cose che si radicano e interagiscono col colonialismo. Prendiamo l’esempio dell’Uganda e Idi Amin, come esempio. Idi Amin era appunto un soldato coloniale, al tempo in cui l’esercito era guidato da ufficiali europei e i soldati di manovalanza erano africani. Quando abbiamo raggiunto l’indipendenza, gli ufficiali europei se ne sono andati e sono rimasti i poveri soldati africani come Idi Amin, Mobutu Seko e quello della Repubblica Centro Africana, Bokassa. E’ come decapitare qualcuno, si toglie la testa e rimane un corpo senza nessuno alla guida, un corpo scoordinato. Idi Amin non era un ufficiale, non era mai stato un leader: è chiaro che il colonialismo non era il metodo migliore per insegnare la democrazia. E quando i capi, gli esperti europei di colonialismo se ne sono andati, con gli ufficiali militari, chi è rimasto a comandare? E quando ha preso poi il potere, sapete cosa ha fatto Idi Amin? Vi sorprende che una persona di quel tipo, di quel genere, si sia comportato cosi? Non sorprende, non siete affatto sorpresi. Vi stupisce che un uomo come Mobutu abbia fatto le cose terribili che ha fatto? Non stupisce, perché nessuno gli aveva insegnato ad essere migliore di come è stato. Quindi, quello che dobbiamo fare, quello che abbiamo tentato di fare in Uganda, è rovesciare completamente la struttura coloniale, ristrutturarla profondamente e ri-orientare i nostri pensieri, le nostre azioni, i nostri atteggiamenti, per diventare un nuovo stato africano, profondamente nuovo, privo di qualunque distorsione coloniale. La seconda causa dei conflitti è quella interculturale. Andate a vedere il caso della Somalia, o il caso più conosciuto del Sudan. In Sudan il conflitto è stato portato avanti da persone che avevano resistito al tentativo fatto da altri di assimilarli completamente. Una manciata di arabi in Sudan ha tentato di arabizzare completamente il paese. Non si tratta di un conflitto religioso, la situazione del Darfur dimostra che è un conflitto culturale: persone che hanno un identità che viene minacciata da parte di un altro gruppo, hanno il sacro santo diritto di difendersi e di resistere. Il terzo tipo di conflitti è la difesa dal terrorismo internazionale: il caso più eclatante è quello della Somalia. Mi dicono di concludere: quando si parla di conflitti in Africa, a cosa ci si riferisce? Secondo me, non è che dei conflitti non si parli nei media, non è che la gente non sia informata. Forse sanno del conflitto, sanno le ragioni, le sa anche la comunità internazionale e sa cosa fare, ma si tira indietro, non agisce. Lascia che le persone vengano distrutte, devastate dai conflitti: il problema è questa non azione da parte della comunità, e spesso non si fa nulla per risolverlo. In Uganda, che cosa è successo? Abbiamo voluto cambiare lo stato, fare uno stato nuovo, abbiamo investito moltissimo nel capitale umano, abbiamo istruito la nostra gente, in modo che tutti sappiano quali sono i propri diritti, in modo che tutti possono farli valere con efficacia, come peraltro succede in tutto il resto del mondo civile. Vi ringrazio.

ROBERTO FONTOLAN:
Grazie. Adesso sono sicuro che siete rimasti qua in tanti anche per poter festeggiare Mario Mauro, per salutarlo dopo la sua bellissima campagna elettorale in Europa, per ascoltare le sue parole.

MARIO MAURO:
Ringrazio l’organizzazione del Meeting e il ministro Frattini, perché danno la possibilità all’Europa intera, con questa iniziativa, di porsi di fronte al proprio operato, un operato lungo più di 50 anni. Se qualcuno di voi va con la memoria ai filmati, a ciò che passava in televisione, a ciò che si poteva leggere sui giornali, quando la presenza europea in Africa passava attraverso la strettoia di una presenza di stampo coloniale, e soprattutto agli anni dilanianti della guerra dell’Algeria, nessuno allora avrebbe pensato fosse necessario coinvolgere l’opinione pubblica europea in un approfondimento di ciò che l’Africa era. L’Africa ci interessava perché in Africa prendevano forma molti dei nostri progetti di potere da quando, per ragioni esplicitamente politiche, conseguenti alla grande devastazione che l’Europa ha subito con la seconda guerra mondiale, dell’Africa ci siamo dimenticati. In questi dieci anni io sono andato in Africa 64 volte, 20 volte nelle zone di conflitto. L’Africa di cui vorrei parlarvi oggi è quella che conosco, il Sudan, ad esempio, dove 37 anni di guerra civile hanno fatto 2 milioni e 700 mila morti, e in Europa non lo sa ancora nessuno. Il Burkina Faso, il Malawi, il Burundi, che fino a trenta anni fa avevano un reddito pro capite superiore a quello della Cina. Perché voglio raccontarvi tutto questo? Perché noi abbiamo commesso – parlo soprattutto alla coscienza degli europei – un errore madornale, pensando di poter sostituire la logica coloniale con la logica degli aiuti. Sono membro della Commissione bilancio del Parlamento europeo, quindi mi sono preso la briga di fare i conti in tasca ai governi e anche alle istituzioni europee: in questi quaranta anni, abbiamo veicolato verso l’Africa 300 miliardi di dollari, che hanno reso un tasso di crescita medio dello 0,2% l’anno. Che cosa significa? Che in una logica sbagliata, con un concetto sbagliato di solidarietà, ciò che abbiamo prodotto risulta oggi, alla nostra coscienza, come un pugno nello stomaco. Perché è come se avessimo ulteriormente aggravato le condizioni di quello che da molti viene descritto come un malato gravissimo. Ma io do ragione al premier Odinga, non è il caso di essere euro o afro pessimisti. E’ invece il caso di essere afro realisti, e di cercare di comprendere come possiamo realmente dare una mano. Perché, se la logica dell’aiuto, la cultura dell’aiuto diventa quella che permea la musica pop, lo sfogo dei megaeventi rock, il solidarismo terzomondista, che è diventato parte dell’industria dell’intrattenimento, dove le star della Tv e del cinema fanno propaganda per gli aiuti e i governi vanno dietro per paura di perdere popolarità, l’Africa e i suoi problemi diventano un accessorio elegante da sfoggiare nelle serate di gala. Ma nella sostanza tutto questo non ha la capacità di incidere e di essere reale alternativa alla vecchia logica coloniale. Perché ci possa essere una loro logica, dobbiamo capire bene dove sbagliamo nel meccanismo degli aiuti, capire cioè che gli aiuti internazionali, se finanziano governi corrotti, e se poi questi governi corrotti ostacolano lo sviluppo della libertà civile e la nascita d’istituzioni trasparenti, si scoraggiano non solo gli investimenti nazionali e delle istituzioni internazionali, ma soprattutto si scoraggia ogni singola persona dell’Africa dal diventare protagonista del proprio destino. Allora, quando scegliamo di dare una mano all’Africa, dobbiamo avere la consapevolezza di ragionare come ragionava Manzoni, il grande letterato italiano che ci ha spiegato che la storia che si compie è, sì, la storia dei progetti dei grandi, dei potenti, ma è soprattutto la storia degli umili, perché nel compimento della vita personale di ognuno, di quel desiderio che caratterizza ognuno che la propria vita cambi, sia migliore, che si avveri un destino buono per mio figlio, per mia figlia, per i miei amici, per il mio paese, in quella singola storia, quando succede quel cambiamento, allora avviene realmente il miracolo della trasformazione di una società, di un continente, la realizzazione cioè del bene comune. Per essere veramente incisivi su questa benedetta o maledetta logica degli aiuti, noi europei ci dobbiamo chiedere che cosa vuol dire oggi essere colonialisti perché – lo ha detto bene il ministro Frattini -, noi colonialisti non vogliamo essere. C’è però, ad esempio, un paese di cui chi è uomo di governo non si può occupare, non può parlare. Ma io sono membro del Parlamento europeo, una istituzione che dovrebbe gridare il bisogno del povero di scoprire che serve a qualcosa: e allora, c’è un governo, la Cina, che attraverso le proprie imprese ha comprato in Africa territori, terreni per una estensione pari all’Italia. Questo governo, fa investimenti o colonialismo? Lo si capisce un po’ di più se si va in Sudan, perché laddove il terreno l’hanno comprato imprese cinesi, per 100 km intorno ad un pozzo di petrolio le persone, i villaggi, devono andare via. Perché non devono vedere e non devono essere in qualche modo coinvolti in quella operazione che, sicuramente, sviluppa grande risorse economiche, ma non necessariamente le mette a disposizione del popolo. Allora, amici miei, questo è investimento o è colonialismo? E noi dobbiamo stare a guardare? Noi, che responsabilità abbiamo? E guardate che la nostra responsabilità non è dare lezioni ai governanti africani. Io sono stupito e ammirato per la testimonianza di coloro che hanno parlato qui oggi, perché possiamo scommettere su una generazione di classe dirigente che può rappresentare per i propri popoli una opportunità. Ma cosa vuole dire dar loro una mano, se non, intanto, cominciare a dire la verità? Che cosa vuol dire dare una mano, se non, intanto, nel momento in cui ci mettiamo al loro fianco perché gli investimenti ci siano, guardare il nostro modo di fare i bilanci? Perché pochi lo sanno, ma l’Unione europea, che è quel grande donatore verso l’Africa di cui ho parlato prima, è una istituzione internazionale, che investe moltissimo e aiuta alcuni paesi a produrre banane, riso e zucchero, e investe dieci volte di più per impedire a quei paesi di vendere quei prodotti sul nostro mercato. Questo è un problema che in qualche modo chiama in causa il senso stesso di quello che stiamo facendo. E allora, è bene che si parli di più dell’Africa in Europa, ma è anche bene che noi europei, guardando alla nostra storia, al nostro destino, a quello che stiamo facendo perché ci sia il bene dell’Europa, ci chiediamo con molta sincerità e lealtà che cosa abbiamo a cuore di realizzare, chi siamo, che cosa vogliamo. Perché, altrimenti, se per qualcosa di meno di una ragione vera impediamo a uno di sbarcare sul nostro territorio, vuol dire che ci guida non l’amore per l’uomo ma una forma di carità pelosa che non è capace di schierarsi per il diritto della persona umana, che non è capace di amare la persona fino in fondo. Noi dobbiamo avere passione per l’Africa, che vuol dire, in concreto, avere affezione per ognuna delle persone che vivono lì. Dice bene il ministro ugandese, investimento nel capitale umano: vale a dire, mirare a comprendere che siccome la risorsa più grande sono esattamente quelle persone che oggi vivono una condizione di disagio, a loro spetta tirare quel continente fuori dai guai. E a noi, cosa spetta? Il dovere, allora sì, di una solidarietà vera, di una attenzione ai problemi di quel continente, che si fa capace di investire risorse serie, avendo però uno scopo chiaro. E questo scopo chiaro è quel famoso bene comune che è interesse non solo dell’Africa ma anche di tutto il mondo. Vi ringrazio.

ROBERTO FONTOLAN:
Bene, Mario si merita certamente il nostro applauso. Però vorrei interromperlo per affidare le conclusioni di questo bellissimo incontro di oggi – per il quale veramente ringrazio i nostri ospiti che hanno fatto grandi viaggi, grandi sforzi per essere qui, in tempo per questa giornata inaugurale, per i contenuti veri che ci sono stati comunicati, dati, informazioni e testimonianze che ci hanno fatto conoscere questo continente fratello e forse hanno acceso il desiderio di una responsabilità nuova, sicuramente di una amicizia nuova -, al ministro Frattini. Grazie.

FRANCO FRATTINI:
Grazie, sarà veramente un flash di un minuto. Abbiamo imparato molto, abbiamo imparato a conoscere davvero quali sono le situazioni reali, con la testimonianza di grandi leader africani che, come Mario ha giustamente detto, ci rassicurano, ci confortano sul futuro di una classe dirigente nuova nel continente africano, da cui molto abbiamo appreso oggi. Abbiamo capito tutti, credo, io per primo, che il futuro dello sviluppo dell’Africa e il nostro futuro sono indissolubilmente legati. Non potremo mai dire che il problema è di qualcun altro, è il nostro, è il problema della nostra vita, dei nostri figli, delle nostre generazioni: crescere insieme a questo grande continente africano. In conclusione, ho un ringraziamento speciale da fare: noi stiamo elaborando un nuovo concetto di aiuto allo sviluppo, condivido pienamente quello che Mario ha detto, abbiamo parlato molte volte della necessità di cambiare il concetto di aiuto allo sviluppo. Vogliamo che al centro della politica di aiuto sia il destinatario, la persona umana, quello che vede o non vede il beneficio concreto di ciò che noi abbiamo speso e vogliamo continuare a spendere. Quando leggiamo i dati secondo i quali le spese della Commissione europea per l’aiuto allo sviluppo vengono distribuite in modo tale che soltanto 30 euro su 100 arrivano al destinatario finale, e il resto va in burocrazia, in viaggi costosi, in corruzione, in spese distribuite male, io dico che questo non è attenzione al destinatario. Cambiamo, ecco il mio ringraziamento, puntiamo di più su chi è più vicino alla gente che ha davvero bisogno, quella azione straordinaria della società civile, del nostro volontariato, di quelli che con una bandiera Italiana e con l’amore per l’Italia sono in giro per il mondo a fare il bene di coloro che hanno bisogno. Io vi posso dire questo è un grande merito che fa onore all’Italia: in ogni parte del mondo – ora parliamo dell’Africa -, fa onore agli italiani. Ai religiosi o civili che si impegnano per il bene di chi ha più bisogno, dico: potete contare su di noi, potete esser certi che la rete delle ambasciate, dei consolati, della cooperazione allo sviluppo italiana sarà sempre di più accanto e vicina a quelli di voi che sono e saranno più vicini alla gente che ha bisogno. Grazie molte.

(Trascrizione non rivista dai relatori)