40 ANNI DI MEETING. In occasione dell’uscita del libro di Salvatore Abbruzzese - Meeting di Rimini
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40 ANNI DI MEETING. In occasione dell’uscita del libro di Salvatore Abbruzzese

Salvatore Abbruzzese, Docente di Sociologia della Religione all’Università degli Studi di Trento; Antonio Polito, Vice Direttore de Il Corriere della Sera e scrittore. Introduce Emilia Guarnieri, Presidente Fondazione Meeting per l’amicizia fra i popoli.

 

40 anni di Meeting. In occasione dell’uscita del libro di Salvatore Abbruzzese

Salvatore Abbruzzese, Docente di Sociologia della Religione all’Università degli Studi di Trento; Antonio Polito, Vice Direttore de Il Corriere della Sera e scrittore. Introduce Emilia Guarnieri, Presidente Fondazione Meeting per l’amicizia fra i popoli.

 

EMILIA GUARNIERI:

Buonasera, siamo all’ultimo incontro di questa 40ma edizione del Meeting e lo abbiamo voluto dedicare a questo libro che l’amico professore Salvatore Abbruzzese ha scritto, un libro importante, come adesso vedremo, che il professor Abbruzzese ha scritto su questi 40 anni di Meeting. Un’analisi da sociologo, come dopo ci verrà detto, quindi un esame fatto proprio attraverso testi, documentazioni. Abbiamo voluto chiudere così questa 40ma edizione, e abbiamo voluto che fosse una modalità viva, reale, non solo la presentazione di un libro. Del professor Abbruzzese dico pochissime cose, perché è un amico del Meeting, non è la prima volta che viene e ci è nota la sua attività accademica. Abbruzzese insegna all’università di Trento Sociologia dei processi culturali e Sociologia delle religioni, è studioso del cattolicesimo, dei movimenti ecclesiali, di fenomeni che in qualche modo hanno a che fare anche con il Meeting. Tantissime cose potremmo dire di lui, ma essendo un amico ed essendo noto, vado velocemente su Antonio Polito, che già abbiamo avuto l’occasione di ascoltare ieri. Polito è Vicedirettore ed editorialista de Il Corriere della Sera, si è cimentato con i temi dell’educazione anche recentemente, con testi molto belli e interessanti che abbiamo letto. Perché abbiamo invitato Polito su questo libro? L’abbiamo invitato perché di Polito ci continuano a colpire queste analisi sempre molto fresche, mai scontate, questa capacità di dare giudizi taglienti, a me colpisce questo, ma al tempo stesso accoglienti. Tu tagli ma non uccidi mai, e questo mi colpisce sempre di quello che scrivi. E allora abbiamo detto: facciamo un bel dialogo tra Abbruzzese e Polito. Io mi permetto solo di dare l’avvio a questo dialogo che poi loro faranno, perché Polito ci ha chiesto di fare il giornalista, di fare lui le domande ad Abbruzzese, e questo ci consente di ascoltare la sua vivacità e la puntualità della sua interrogazione. Io mi permetto solo di sottolineare, attraverso un paio di esemplificazioni, un aspetto del libro che mi ha molto colpito perché mi ha fatto capire di più quello che abbiamo vissuto e quello che stiamo vivendo. Abbruzzese prima mi chiedeva: «Ti ci ritrovi? Ti sei ritrovata nel libro?». Io dico ancora di più di essermi ritrovata: questo libro mi ha fatto proprio cogliere ancora di più quello che stiamo vivendo, quello che è il Meeting. Credo non sia poco. Ci sono due o tre passaggi che vorrei condividere con voi che rappresentano proprio questa sintonia tra il vissuto e il ritrovato nel libro. Dopo il Meeting del 1980, dopo il primo Meeting, don Giussani aveva individuato nella forza del soggetto Meeting, cioè nella forza di chi lo faceva, l’elemento cardine del Meeting. Don Giussani aveva detto: «Il Meeting è un luogo dove si incontra un soggetto e questo soggetto è in grado di creare una espressione culturale all’altezza della sfida dei tempi». Questo era don Giussani. Nel libro di Abbruzzese, ho ritrovato questo: «Il Meeting è come l’umano straripare nel mondo di una esperienza formativa che, avendo cambiato la vita del singolo, dilaga in tutti gli ambiti. Una fede adulta non può esimersi dal dirsi e dall’attivarsi, dall’appassionarsi per il mondo e impegnarsi in esso». Assolutamente non diverso da quello che abbiamo vissuto, cioè, un umano straripare nel mondo di una esperienza formativa che ci ha cambiato e continua a cambiarci e che proprio per questo dilaga in tutti gli ambiti. Mi ha colpito questa sintonia, detta con altre parole, il riconoscimento che la forza del Meeting è questo umano straripare nel mondo di un’esperienza educativa vissuta. Un’altra cosa è estremamente geniale da parte di chi l’ha intuita, nota da parte di chi l’ha vissuta ma geniale da parte di chi l’ha intuita. La genialità consiste in questo: Abbruzzese coglie il nesso che c’è stato tra la ripresa avvenuta all’interno della storia di Comunione e liberazione a cui noi appartenevamo, dopo il ’68, e in qualche modo l’origine del Meeting. Il ’68 era stato un momento in cui l’esperienza cristiana, l’esperienza di Cl cui noi appartenevamo, aveva avuto una bella botta, diciamo così. Per tante ragioni, Rimini era stato il punto in cui forse – questo almeno don Giussani ha sempre detto e questo abbiamo ritrovato nei documenti – questo punto di arresto dell’esperienza era stato più forte. E proprio il gruppo, il nucleo che riprende nel ’68 insieme a don Giussani l’esperienza cristiana è lo stesso – ci sono le stesse persone, non tutte uguali ma alcune sì, in totale eravamo sei o sette persone – che dieci ani dopo darà origine al Meeting. Questo Abbruzzese lo coglie attraverso i documenti e questa è assolutamente la realtà: estremamente interessante. Vi leggo ancora una volta dal libro. Dice Abbruzzese: «Proprio là a Rimini, laddove la contestazione aveva quasi di fatto dissolto l’intero movimento di Gs, don Giussani rende esplicita quella che sarebbe stata la strategia per il nascente movimento di Comunione e liberazione. Non si sarebbe trattato di fare né tantomeno di agire quanto di far precedere entrambe queste dimensioni dal vivere e dell’essere del soggetto stesso». Il tema del soggetto sarà poi alla base di quello che nascerà dieci anni dopo, nell’estate del 1979: il Meeting. L’ultimo passaggio che vorrei velocemente sottolineare e che mi ha molto colpito proprio per la ragione che vi dicevo prima, cioè che questo libro mi sta facendo capire meglio quello che stiamo vivendo, è l’individuazione di come quel soggetto costruisca un luogo di dialogo e di libertà. Quello che anche in questi giorni abbiamo sottolineato come valore dell’esperienza del Meeting, essere questo luogo di libertà, di incontro e di dialogo, che Abbruzzese così individua: «Ancora una volta, riemerge il tema del Meeting come luogo di una esperienza di riconciliazione con se stessi e con gli altri che coincide con un recupero delle proprie potenzialità, nella piena consapevolezza della propria identità e della propria cultura. Una riconciliazione con gli altri che accade nella consapevolezza della propria identità e della propria cultura». Tantissime altre sarebbero le consonanze fra l’esperienza che stiamo vivendo e quello che Abbruzzese ha scritto ma mi premeva sottolineare queste perché sono il punto che all’inizio del Meeting e durante tutto il percorso abbiamo fortemente sottolineato: quello di un soggetto che crea un luogo e questo luogo diventa luogo di riconciliazione per tutto. Adesso lascio la parola a Polito che fa il suo lavoro di abilissimo giornalista, intervistatore e non solo.

 

ANTONIO POLITO:

Grazie per avermi invitato. Io in realtà vi proporrò una lettura più esterna del libro di Abbruzzese sul Meeting. Mentre tu hai descritto le consonanze e la capacità di Abbruzzese di guardare dentro le vostre scelte e la vostra storia, naturalmente io ho letto il libro come un osservatore esterno e sono rimasto molto colpito perché si tratta di un lavoro veramente imponente per la mole di fonti e di documenti che conosce, consulta e dice. Inoltre, è denso di comprensione e di capacità di inserire la storia del Meeting dentro la storia dell’Italia perché il Meeting fa parte della storia dell’Italia, da un certo punto in poi come protagonista. La cosa che invece ho cercato nel libro – cercata anche da Abbruzzese – è capire la ragione di un successo così duraturo. Quarant’anni non li ha più nessuno nell’esperienza pubblica italiana, nel senso che forse il Meeting è una delle esperienze più consolidate: sono defunte nel frattempo tante forme di manifestazioni pubbliche, di dibattito e confronto organizzate da partiti e movimenti. Ma il Meeting no! E quel tentativo di attribuire il successo del Meeting alla sua adesione a particolare vicende di coalizione politica, di premier e di movimenti, in realtà non può spiegare come sono andate le cose, Molte di quelle sono finite e il Meeting è ancora qua, per cui vuol dire che c’è qualcosa di intrinseco. E questa cosa l’ho trovata – aiutato da Abbruzzese – in una cosa molto semplice: mi è venuto in testa, stupidamente e all’improvviso, che la parola Meeting vuol dire incontro! La cultura dell’incontro è il cuore, la ragione di questo successo. Quando dico incontro non intendo banalmente dialogo, che già il dialogo sarebbe una cosa importante nell’Italia di oggi, perché qui non si parla più nessuno. Il concetto che due persone si possano parlare e alla fine uno cambi idea è purtroppo escluso dal dibattito italiano. Ma qui c’è qualcosa di più: non è tanto un confronto tra idee e opinioni diverse ma tra persone e storie diverse. E questo colpisce. La laicità del Meeting mi colpisce in modo particolare, così come scrive Abbruzzese: «Il Meeting si rivela come punto di approdo di un cammino a partire dal quale il dialogo con il mondo assume una forma ben diversa da quello del confronto tra opinioni, scuole filosofiche e strategie politiche. Al posto del confronto, c’è l’impatto con esperienze nate con la domanda originaria di verità, ciascuna delle quali può potenzialmente costituire un’occasione di riflessione per l’uomo e una domanda di senso che lo abita». Questo secondo me è il punto: ciò che veramente unifica le esperienze che si incontrano al Meeting, è che mettono insieme persone secondo le quali il vero esiste, che sono alla ricerca della verità. Il modo con cui la cercano è paradossalmente più importante dell’esito e il Meeting è il contenitore di questa ricerca. È molto bello l’episodio che riguarda proprio Emilia citato nel libro: ad un certo punto, lei è a un incontro con papa Wojtyla ed è presente un’amica del Papa, una psichiatra polacca che rimprovera il Meeting perché non si occupa della famiglia, dell’aborto. Ma il Papa dice di non starla a sentire perché il compito del Meeting è quello di essere una cultura di frontiera. Questo è secondo me il cuore del successo del Meeting: l’incontro. La domanda che vorrei fare ad Abbruzzese per cominciare la nostra conversazione è: il Meeting presuppone una passione, una curiosità, non si decide razionalmente a tavolino di impegnarsi in un’opera così. Volevo capire se c’è qualcosa che noi non sappiamo, un movente superiore a quello dell’intellettuale o dell’accademico.

 

SALVATORE ABBRUZZESE:

Innanzitutto, grazie di cuore ad Antonio Polito per questa domanda, grazie a Emilia Guarnieri, grazie al Meeting per questa bellissima accoglienza. C’è qualcosa, c’è un movente, ebbene sì, il movente c’è perché io ho conosciuto il Meeting nel 1990, quando mi hanno invitato per la prima volta in conseguenza di un libro che avevo pubblicato in Francia su Comunione e liberazione. Non avendo nessun rapporto con il movimento, al di là dei rapporti formali che intrattenevo col responsabile delle Relazioni esterne che a quel tempo era Alberto Savorana, avevo fatto alcune interviste in Italia. Il libro era stato particolarmente apprezzato e mi hanno invitato al Meeting. E io fui colpito da quella accoglienza che è ancora quella di oggi, ne fui molto colpito: mia figlia aveva poco più di tre anni, adesso ne ha molti di più. Ero rimasto molto colpito da quell’accoglienza e da quella letizia. E non me le sapevo spiegare, perché vedevo chiaramente che non erano di circostanza, c’era qualcosa che non quadrava. Non erano nemmeno di interesse, non potevo interessare. Quel libro non avrà che una sola recensione, mi pare su un quotidiano di Rimini e basta, non ne parlerà nessuno, quindi ero veramente l’ultimo, non era quello il problema. Quell’accoglienza aveva un’altra radice, non era di convenienza, non era strategica: questa cosa mi colpì. Abituato a vivere nel mondo della razionalità strumentale, abituato da anni a vivere in un mondo di scambi, di durezza, di affari, di convenienze, di strategie, non mi convinceva. Ma non mi convinceva dentro, non mi convinceva nel cuore e vivevo questa divaricazione tra una bellezza e una letizia e una sincerità che incontravo e tutto il mio disincanto laico. Il vero disincantato ero io, a quel tempo proveniente da una vita, da una biografia – che vi risparmio – che me la rendeva poco accettabile. Mi sembrava strano, e ci ho messo anni per scuotermi, per arrivare a capire che era vero, che noi vediamo la bellezza e non ci crediamo, ci fermiamo e diciamo: questo è un trompe l’oeil, è un trucco, una strategia… Io non la vedevo ma la percepivo. Mi hanno invitato l’anno successivo, ancora peggio, ancora di più. Nel ’91 sono tornato e ho cominciato a venire al Meeting anche quando non mi invitavano. Spesso mi avete visto con la cartella su e giù, sembravo un testimone di Geova. Ho continuato a venire anche quando non mi invitavano perché era una cosa bella anche quando non avevo nessun titolo, non svolgevo nessun colloquio: era una cosa che dovevo capire. E allora, c’è un punto che ha fatto scattare il laico che è in me, è stato l’indignazione. Voi sapete che tra laici ci si indigna. E l’indignazione, qual era? L’indignazione era tra questa esperienza che io vivevo e potevo dimostrare attraverso le testimonianze, i testimoni, le mostre, i volontari, tutto questo mondo, e la riduzione semplicistica che trovavo sui quotidiani la mattina del giorno dopo, roba da far venire l’ulcera perché, in realtà, parlavano solo del politico che era passato e di quello che aveva detto. Stop. Di cosa si occupasse il Meeting, zero, di quale fosse il titolo, zero, di quale logica ci fosse dietro, zero. Se non magari un po’ per dileggiarla. E questa cosa mi ha mandato su tutte le furie. Ho cominciato a ruminare, a ruminare fino a quando, un bel giorno, finalmente ho detto basta e ho cominciato a scrivere questo libro, a riordinare i fili della mia analisi. Io faccio il sociologo, quindi per me è stato logico ricostruire il contesto, capire da dove era iniziato. Devo ringraziare anche la fortuna di arrivare tardi, perché ho avuto la possibilità di beneficiare del libro scritto da Alberto Savorana, Vita di don Giussani, che mi ha aiutato tantissimo. Arrivare dopo è una fortuna, trovi lavori già fatti: non ci fosse stato il libro di Alberto Savorana, avrei faticato di più, non ci fosse stato il lavoro di don Massimo Camisasca, avrei faticato molto di più. Invece, questo è stato il punto di avvio, il primo colpo di manovella.

 

ANTONIO POLITO:

La fortuna di arrivare dopo e anche la fortuna che ci siano giornali che ti indignano. Perché alla fine i media hanno una funzione positiva anche nel male, perché ti hanno indignato e ti hanno spinto a scrivere. Volevo chiederti una cosa, tu ne parli abbondantemente nel tuo libro: il Meeting nasce alla fine di un decennio, forse nel punto più alto della secolarizzazione, del processo di secolarizzazione del Paese. Gli anni Settanta sono il decennio del divorzio e dell’aborto, di due battaglie perse dal mondo cattolico in Italia, in un momento in cui sembra molto difficile organizzare, far vivere il senso religioso nella vita pubblica e nella vita civile. E però, allo stesso tempo, non nasce come una forma di resistenza al mondo, tutt’altro. Anzi, sembra – e questo sorprende tutti noi osservatori esterni – lanciarsi nella modernità, sembra quasi provocarla. E tu, addirittura, dici che tutto sommato la ragione della crisi del ’68 a cui facevi prima riferimento sta in una concorrenza, nel fatto che in qualche modo c’è una contiguità tra lo spirito di inquietudine e di ribellione che anima Cl, e questo sentimento di inadeguatezza della società che sta venendo fuori. Per esempio, la critica al consumismo, è abbastanza contigua con quella dei movimenti protestatari del ’68. Ecco, tu dici alla fine che è questo desiderio di senso che muove la nascita del Meeting e citi Giussani quando dice: «Le forze che muovono la storia sono le stesse che fanno l’uomo felice». Alla fine, il felice connubio del Meeting sta in questo. Come, secondo te, che contributo ha dato il Meeting alla dimostrazione della possibilità di agire nella storia del senso religioso? Perché questa è stata un po’ la caratteristica di questi quarant’ anni.

 

SALVATORE ABBRUZZESE:

Diciamo che certamente il Meeting, la storia che porta al Meeting, nasce dentro questo grande fenomeno che è stato la contestazione studentesca degli anni Sessanta: nasce come una denuncia dell’assenza di senso. C’è qualcosa che unifica: eravamo tutti degli insoddisfatti, non bastava, non funzionava, c’era qualcosa che non quadrava, non perché si voleva di più ma perché in qualche maniera ci veniva dato qualcosa che non avevamo chiesto, mentre invece l’essenziale tendeva a sfuggire, tendeva ad essere dichiarato come non esistente. Il problema della squalifica del senso: ancora oggi ho colleghi belli convinti che il problema del senso sia una fesseria, non c’è. Ed è su questo l’interrogativo sul senso dell’esistenza. Accidenti, c’è, eccome. E questo fu il terreno comune, sul quale paradossalmente, ma nemmeno poi tanto, Comunione e liberazione viaggerà per gli stessi lidi, per gli stessi spazi, con grande rabbia dei miei amici dei gruppi extra-parlamentari che detestavano questa contiguità, la vedevano come ambigua, pericolosa. Per certi versi, un movimento protestatario che paradossalmente non è antimoderno manco per niente, non è vero, è anzi un accusatore, un qualcuno che denuncia la pretesa della modernità di avere risolto il problema del senso, è un movimento che denuncia la falsa promessa in cui in qualche maniera ci è stato detto che si poteva vivere anche senza porsi il problema del senso. Il problema del senso era roba da adolescenti, roba da ragazzini. Don Giussani su questo sarà furioso, quando dirà quella famosa frase: «Le forze che muovono la storia sono le stesse che muovono il cuore dell’uomo» nella versione «che rendono l’uomo felice». Cosa diamine vuol dire, se non che c’è un cuore, un desiderio di felicità, un desiderio di vita in abbondanza che devono essere legittimati di nuovo e che venivano puntualmente scansati, eliminati sotto quello che era l’acidità della razionalità strumentale? Quindi, su questo, paradossalmente, come fa il Meeting ad avere successo? E qui c’é quello che ho chiamato “il peso delle circostanze”. Perché dietro questo nucleo che si muove ci sono delle circostanze forti, ce ne sono almeno due. La prima è che, a tre settimane dall’edizione del Meeting ’80, abbiamo l’attentato più triste, più squallido, la strage di Bologna. La strage di Bologna, per chi se la ricorda, mi pare che fosse il 2 agosto, fu una cosa terribile, veramente il massacro degli innocenti. E poi, un’Italia oramai completamente fuori dai gangheri, nel vero senso della parola. Andatevi a rileggere il commento con il quale viene accompagnato il titolo del primo anno, l’ho citato, in cui c’è proprio scritto che il vero problema non è adesso rincorrere le colpe dell’uno e le colpe dell’altro, ma cercare la verità. Questi sono stati gli aspetti fondamentali, ma ce n’è stato un altro ancora più potente, di effetto delle circostanze: l’occupazione dei cantieri navali di Danzica da parte degli operai di Solidarnosc, che in qualche maniera, volentieri, rivolti verso la Chiesa, hanno evitato lo scontro frontale e praticavano un tipo di contestazione mite, nel silenzio di tutte le cancellerie europee. Ci fu l’intervento del ministro Colombo qui al Meeting e disse: «Vediamo con calma». Il terrore era che ci fosse una nuova Praga. Un pontefice, Giovanni Paolo II, che dice: «La verità è la forza della pace». Non è vero che la pace si fonda sulla giustizia, certo che si fonda sulla giustizia, ma la giustizia si fonda sulla verità, è la verità il primum mobile. Ristabiliamo il vero delle cose. E cosa succede? Succede che Jaruzelski riconosce Solidarnosc. Riconosce Solidarnosc implicitamente: va bene, apriamo le trattative. Immaginate che cosa vuol dire che il Meeting aveva invitato tutti gli scrittori dissidenti dell’Est: improvvisamente, paradossalmente, questo gruppo di entusiasti di Cl sono quelli che erano presenti a questo appuntamento della storia. Stavano lì, dovevi andare a Rimini per capire cosa stava succedendo in Europa: quelle che chiamo le circostanze! Poi c’è stato il riconoscimento pieno di Giovanni Paolo II, che è stato una grazia. L’amicizia di Giulio Andreotti, che è particolare, non va banalizzata. Ci sono pagine su Andreotti sulle quali io mi interrogo: ma per quale motivo, Andreotti? Per quale motivo? Ma veramente vogliamo ridurlo ad una storia di clientele? Ma dai! E basta con ‘sta roba, c’è qualcosa di più profondo, non regge, non funziona, non riesco a spiegarmelo, il Meeting, se lo lego ad un gioco clientelare. Ma quante sono le associazioni clientelari in Italia, ma quante sono le adesioni associative che abbiamo fatto per dei gruppi di potere, per delle alleanze e per delle carriere? Dove stanno adesso? Zero. Non hanno prodotto nulla, ma veramente nulla. E qui invece non è zero, sant’Iddio, c’è un mondo che fiorisce, quindi non era su quella chiave. Io cerco di capire il feeling tra Andreotti e il movimento del Meeting, la realtà del Meeting, come qualcosa di meno banale, di più profondo, di più sostanziale, che faceva sì che ci fosse il dialogo paradossale, per certi versi, tra queste due realtà.

 

ANTONIO POLITO:

Ma su questo poi, magari, sul tema del rapporto con Andreotti, e più in generale con la politica, magari ci ritorniamo. É vero, quello che dici è interessante, questo fatto che in realtà la nascita del Meeting casca in un crinale che è la fine del decennio del lungo ’68, quel decennio che poi è durato, ahimè, fino alla tragedia di Moro, insomma al ’78, ma anche all’inizio del decennio che porterà alla caduta del muro di Berlino, cioè all’inizio del decennio che poi libera l’Europa dalla divisione, dalla frattura che aveva determinato il comunismo, l’affermarsi, il dilagare del comunismo in Europa centrale e orientale. Però questo tema del senso religioso che abbiamo affrontato prima non entra secondo me nella storia d’Italia e nella storia del Meeting come una riflessione storica o spirituale. Quello che caratterizza, a mio modo di vedere – ma tu lo dici bene -, è invece la prevalenza che viene data all’esperienza, che viene data al fatto che è quasi come se si inciampasse in Cristo, nel senso che non è che uno sceglie di ragionare su queste cose, ci inciampa, non sulla base di un ascetismo, di una proposta ascetica, di separazione, di riflessione, ma piuttosto come una presenza storica e concreta. Insomma, più un appello a una presenza che alla tradizione, al recupero di una tradizione. E da qui nasce giustamente, acutamente, l’eclettismo di sfide del Meeting, perché il Meeting è una cosa strana anche per come si svolge, per quello che c’è dentro. Tu dici: «Se il senso religioso, una volta inteso come risposta agli interrogativi fondamentali dell’esistenza, anima vite concrete – ecco l’esperienza -, che finiscono col produrre opere e contenuti visibili, ampiamente reperibili, lo scenario va ben al di là delle esperienze religiose esplicitamente riconosciute, ma si apre un universo che andrà da Sofocle a Shakespeare, da Leopardi a Flannery O’Connor fino ad arrivare ad aree interamente secolarizzate del mondo contemporaneo, come può essere la musica rock, perché questo fa parte integrante dell’intera modernità del Meeting».

 

SALVATORE ABBRUZZESE:

Sì, se c’è una cosa che mi ha sconvolto, perché potete immaginare come per me non fosse facile frequentare questi argomenti, è questa affermazione di positività del reale. «E la vita diventa un’immensa certezza» è un titolo del Meeting. Questa capacità di lasciarsi colpire, di lasciarsi meravigliare dalla realtà, che poi, attenti, non è una posizione filosofica, è un aspetto esistenziale. C’è questo essere guardati sempre, è il caso mio ma è il caso di chiunque qua dentro, come l’esperienza di qualcosa di vero, qualcosa di non banale. Non c’è nulla di banale. In un mondo che mi predica il relativismo più totale, che – come dire – mi fa sfiorire tutto, perché «non c’è nessuna sorpresa che duri più di tre giorni». Ecco, appunto, noi abbiamo questo recupero dell’umano che si svolge a due livelli: recupero della realtà, della verità che l’altro si porta dentro, perché scoperta del vero vuol dire anche che ciascuno di noi si porta un cuore di verità al suo interno. E importante è saperlo ascoltare e saperlo riconoscere, quindi una rivoluzione di tipo esistenziale, ma è anche vero come opera. Qui ho trovato tante corrispondenze. La prima – e cito un autore che ha citato Polito ieri – è Tocqueville, quello che per primo dice: «Guardate che la dimensione religiosa è quella che veramente fa realizzare delle cose splendide». C’è un momento in cui effettivamente questa passione dell’uomo per il vero, per l’autentico, per ciò che è destinato a durare, lo trascina al di fuori di quella che è la banalità della vita quotidiana e lo lancia verso la costruzione di opere, di quello che è destinato a durare. Lo lancia a costruire per esempio una cattedrale che chi la costruisce non vedrà mai finita perché morirà prima: incredibile, e non è l’unico. Ci sono dei passaggi nel libro, ad esempio Leo Moulin, uno dei miei grandi amici, uno degli autori citati, che dirà: «Guardate i cistercensi, sono quelli che cento anni prima della Magna Charta Libertatum avevano messo nero su bianco la democrazia, perché avevano fatto del capitolo generale il luogo in cui era possibile qualsiasi decisione, anche quella di cambiare la regola». Cento anni prima della Magna Carta Libertatum. Questo mondo di esperienza, questo mondo in azione: tutti i primi Meeting dedicati al monachesimo questa cosa la fanno vedere molto bene. Questo mondo che si muove e che produce dei modi di essere nel mondo, ma anche pratici. Voi sapete perfettamente tutte le rivoluzioni agricole che i benedettini hanno introdotto in Europa, ma c’è anche una rivoluzione di tipo politico, micidiale. Ma questo non vuol dire affatto che allora bisogna restaurare, non è questione di restaurazione, è questione di ridare dignità alla domanda e rispettare la ricerca di senso che ogni santo uomo e ogni santa donna si pone nella sua vita come qualcosa che va riconosciuto e rispettato. Questo è il punto nodale per cui il Meeting è veramente questo motore che di fatto rilancia costantemente in un’epoca in cui, come voi ben sapete, uscendo fuori da qui regna il disincanto. Questo è l’elemento che a mio avviso garantirà la capacità del Meeting di vivere anche quando la Dc non ci sarà più, di vivere anche quando Giovanni Paolo II tornerà alla casa del Padre, di vivere anche quando i partiti politici resteranno un lontano ricordo. Adesso c’è un mondo strano, non ben identificabile: resisterà anche quando l’economia non sarà più facilmente controllabile. Ieri ci è stato detto come certe dinamiche a livello globale sono così potenti che non è più facile lavorare come prima. Ecco, in un mondo profondamente cambiato questa verità sull’uomo continua ad avere tutta la sua veridicità, la sua attendibilità.

 

ANTONIO POLITO:

Tu hai introdotto il tema, perché poi, tra le cose concrete nell’esistenza, c’è la politica, la vita civile, la vita pubblica. Il Meeting ha avuto un rapporto molto intenso con la politica, tu stesso hai detto che è stato spesso confuso con la politica; c’è stata più di una confusione per cui il tuo modo di indignazione nasceva appunto dalla incapacità di capire che cosa voleva dire quel confrontarsi sui temi politici. Ci parli un po’ della dimensione politica del Meeting? Da un lato, un estremo interesse alla vita pubblica e quindi anche alla dimensione della politica, dall’altro, però, una notevole barriera nei confronti dell’illusione che la politica possa cambiare il mondo.

 

SALVATORE ABBRUZZESE:

Assolutamente, la politica non può cambiare il mondo, diciamo che l’interesse per la politica è un terreno – come dire, scusate la parola – prepolitico, è la passione per la città, la politica come passione per la polis, per la città che tutti abitiamo per cui, come cristiani, come credenti ci sentiamo in dovere di esserci, di cercare di capire, di cercare di contribuire, con tutta la parzialità che possiamo avere. Perché non ci sono solamente i cattolici, ci sono i laici, ci sono i socialisti, c’è un mondo variegato.

 

ANTONIO POLITO:

C’erano.

 

SALVATORE ABBRUZZESE:

C’erano. Va bene, Polito è più preciso di me.

 

ANTONIO POLITO:

I socialisti, poverini, non ci sono più, ci sono stati e sono stati importanti.

 

SALVATORE ABBRUZZESE:

Ecco, diciamo questo mondo di pluralità, l’interesse prepolitico, quando qui dentro è stata fatta la mostra sui 150 anni dell’unità di Italia, o quando è stata fatta la mostra sui quaranta anni della repubblica e si è cercato di ricostruire il filo rosso di un tessuto sociale e civile che si ricostruisce, che si organizza. Io penso all’opera dei Congressi in ambito cattolico, naturalmente alla fine del 1800, ma è un mondo intero: si pensi alle cooperative, si pensi alle casse di mutuo soccorso, si pensi, anche nel Novecento, alle realtà sindacali, alle realtà di partito che facevano anche opera di contatto con la società, di legame fra società e istituzioni, di mediazione. Non a caso, avevamo un tasso di partecipazione alle elezioni che superava il novanta per cento.

 

ANTONIO POLITO:

Questo, quando i corpi intermedi non facevano ribrezzo, diciamo così, quando non venivano considerati il male.

 

SALVATORE ABBRUZZESE:

Da questo punto di vista, il Meeting è per il recupero sostanziale di questa attenzione, sensibilità, che non è solamente rispetto ma che è veramente affezione alle istituzioni. E non è un caso che qui alla fine arrivino i presidenti della Repubblica, prima dei presidenti del Consiglio, prima dei capi di partito. Ma ve lo siete mai chiesto? Com’è che arriva la massima autorità dello Stato? E quest’anno, se Mattarella non è venuto, è semplicemente perché, essendo venuto prima, non poteva venire tutti gli anni, quindi ha mandato il numero due, la massima autorità che c’era. Perché le istituzioni vengono al loro massimo livello e non vengono i capigruppo? Vengono anche quelli ma non hanno lo stesso peso. E dei presidenti della Repubblica, non ne è mancato uno: dopo Carlo Azelio Ciampi, gli altri sono venuti tutti qui a tenere un discorso, a visitare le mostre. É importantissimo visitare le mostre! Scusate, per chiarirci, io faccio il sociologo, allora mi metto sempre nei panni dell’altro. Se vengo qui per un tornaconto politico, mi conviene stare qua, stare seduto, parlare con voi, fare un incontro con la stampa, consumo un pasto frugale con Emilia e qualcun altro, poi riprendo la mia automobile e torno a Roma. Non vado a perdere due ore del mio tempo per guardare la mostra con tre ragazzi che me la spiegano e nessun giornalista al seguito, ma che senso ha? Non ha senso, ha senso stare qui, ci guadagnano, ma andare a vedere una mostra, no! Invece, vanno a vedere la mostra, vi rendete conto? E questo vuol dire una partecipazione, un riconoscimento che c’è stato tra il Meeting e le istituzioni.

 

ANTONIO POLITO:

Tu parli proprio di consapevolezza istituzionale, di costituente culturale: questo è un fenomeno veramente originale ma comprensibile, perché il bene comune alla fine è incarnato nelle istituzioni. Alla fine, cosa ci resta in tutto questo terremoto continuo?

 

SALVATORE ABBRUZZESE:

Sì, assolutamente, ci restano le istituzioni. Infatti, con il termine “costituente culturale” intendevo anche il ricapitolare, quasi il riscrivere, alcuni passaggi, innanzitutto della nostra storia nazionale. Ci sono state delle dichiarazioni di Oscar Luigi Scalfaro in questa sede, e di Francesco Cossiga – sono tutte sul libro, non vi preoccupate, è tutto messo lì, nero su bianco, virgolettato, quindi potete recuperare tutto – che sono emozionanti per il carico di esperienza. Oscar Luigi Scalfaro parlerà degli anni dopo la seconda guerra mondiale e del confronto fra fascisti e antifascisti, del dover cercare di riconciliare un Paese. Francesco Cossiga parlerà degli anni di piombo e di cosa voleva dire riconciliare un mondo che era arrivato ad assassinare Aldo Moro. Questa è prepolitica, queste sono le basi della ricostruzione, queste sono le basi di un sentire comune. E avviene qui. Questo mi pone il problema, perché non è banale, non è una passerella. Qui si sta giocando con le parti forti, con i pilastri fondamentali della nostra democrazia. Non c’è nulla di banale in tutto questo, altro che passerella. Ma questo avviene, non a caso, qui dentro, nel Meeting: di fatto, è proprio questa dimensione di sensibilità all’altro che diventa un clima morale. Io parlo di un vero e proprio clima morale, che comincia con i volontari. Forse i volontari sono un discorso a parte.

 

ANTONIO POLITO:

Voglio parlare dei volontari perché, per un esterno, è uno dei grandi misteri del Meeting, è una delle cose che più ti sorprendono. Ma prima di arrivarci, e stiamo arrivando alla fase finale della nostra conversazione, prima ancora volevo parlare di Rimini, perché i problemi che tu affronti, anche qui sorprendendomi, perché non ci avevo mai pensato, dicono perché un incontro del genere non si fa in montagna, che è un posto più congruente con la riflessione, con la spiritualità, oppure in una città d’arte, oppure ad Assisi, come sarebbe di pragmatica. Tu dici da un lato che non va trascurata la volontà di essere presenti nel cuore della società secolare, in un posto dove la cultura della vacanza disimpegnata e vagamente libertina si afferma al suo massimo nell’estate. Però la scelta non è motivata da questo, non è motivata da una forma di reazione, anzi, piuttosto, se Rimini d’estate è il luogo della vita, della totale libertà dagli impegni, è proprio alla realizzazione di un tale desiderio che il Meeting vuole rispondere. Questa mi sembra un’osservazione molto acuta, si tratta di competere in pienezza di vita, e poi c’è anche una storia che forse potresti accennare sulle ragioni del gruppo fondatore o del gruppo ideatore, non so come chiamarvi, del Meeting, che è di Rimini.

 

SALVATORE ABBRUZZESE:

Mi è piaciuta molto, scusate se intervengo subito, questo “competere in pienezza di vita”. Questa non è l’antiRimini, qui non ci sono i contestatori di viale Regina Elena, qui è la Rimini che compete. C’è quella cosa? Benissimo, perfetto, perché no, è una meraviglia, confrontate quale delle due porti più lontano, quale delle due sia più bella, quale delle due sia più attraente, quale delle due ti faccia ritornare meglio la sera a casa. Perché il vero problema è quando si rientra, è quando ci si risveglia il giorno dopo e si fa il bilancio del giorno prima, quello è il vero problema. E si è felici se il giorno prima si è capito, si è compreso, si è abbracciato qualcosa, ci si è riempiti il cuore e l’anima; o invece, se il giorno prima si è fatta una grande scorpacciata e si hanno problemi di digestione. Sono due cose completamente diverse, tra i tanti piaceri possibili. Quindi, questo confronto in qualità della vita: il Meeting è anche questo, non è un rifugio fuori dal mondo, è nel mondo per viverci meglio. I volontari ci vengono perché ci stanno meglio.

 

ANTONIO POLITO:

Tu dici che al Meeting è facilmente reperibile anche la dimensione festosa del lavoro condiviso: questo mi pare il cuore della cosa… I volontari sono una cosa per cui noi, che veniamo da fuori, rimaniamo veramente molto sorpresi. Io ho conosciuto anche forme di volontariato politico, la passione politica, però qui c’è qualcosa di diverso, intanto per la qualità anche umana dei tanti ragazzi che lavorano qua. Prima, venendo, ho chiesto alla persona che mi accompagna, alla signorina che mi accompagna: «Poveracci, quelli che stanno fuori sotto il sole tutto il giorno ad accogliere, con la maglietta verde! Quelli, che fate, li sorteggiate? Perché, poverini, cos’è, una punizione?». Allora lei mi ha detto: «No, no, sono loro che lo chiedono perché lo hanno fatto anche gli anni scorsi e chiedono di rifarlo». «Perché?». «Perché sono felici di essere i primi ad accogliere, quelli che fanno l’accoglienza». Ecco, questa serie di motivazioni veramente ti colpisce, è sorprendente perché dà proprio il senso di una dimensione festosa del lavoro condiviso, che poi stasera si scatenerà nella festa finale, dopo la chiusura della fiera. Questo punto a me pare di estrema importanza. Per noi che venivamo da fuori e cominciavamo a frequentare il Meeting e a occuparcene sui giornali, fu probabilmente la prima cosa che ci colpì, ci sembrava del tutto impossibile che in una dimensione non politica, non di militanza politica, ma invece di testimonianza di fede, di impegno civile, anche, si potesse stimolare un tale desiderio volontario di lavoro, di impegno, ecc. Questo mi pare un aspetto veramente cruciale del Meeting, avevo anche un passaggio cruciale del tuo testo che volevo citare, ma ovviamente l’ho perso, quindi ti chiedo di dirlo tu quello che volevo citare, con le tue parole.

 

SALVATORE ABBRUZZESE:

Sui volontari devo confessare che mi sono veramente accanito, nel senso che ho cercato tutte le possibili spiegazioni di razionalità strumentale: cosa ci guadagnano? In termine di relazione, in termini di ritorno nelle comunità, ho fatto le pulci ed è effettivamente qualcosa di sbalorditivo. Ci sono passaggi che mi hanno completamente sconvolto, perché i volontari fanno un lavoro impegnativo, fanno un lavoro faticoso, fanno un lavoro duro e non te lo fanno pesare, hanno ritmi pazzeschi, non si riesce a capire. Ma voi sapete che qua in mezzo c’è gente che la sera a mezzanotte deve prendere il pullman per andare a finire magari in un albergo di quelli sperduti, che paga lui, tra l’altro, che manco glielo pagano, lo paga lui per non pesare? Adesso hanno cominciato a contribuire perché i prezzi sono diventati così alti che il Meeting entra per moderare la spesa, per fare in modo che questi ragazzi, queste ragazze, questi uomini e queste donne che vengono e lavorano gratis, e pagano anche la settimana, si pagano anche le cose che consumano, abbiano comunque degli accessi moderati. Ma non è finita, sapete qual è la cosa più divertente? Che questa gente vuole ritornare l’anno dopo!

 

ANTONIO POLITO:

Esatto!

 

ANTONIO ABBRUZZESE:

Eh no, perché io posso sbagliarmi una volta ma, se ritorno l’anno dopo, qualcosa non quadra, qui le cose non funzionano. Posso sbagliare nella vita, può capitare una volta ma dopo, col fiocco che ci rivado! E invece no, ci rivanno, si fa addirittura a gara per riandare: «Quest’anno volevo andare e non mi hanno ancora dato la possibilità di andare». Cose pazzesche! Ho avuto una hostess tre giorni fa che mi ha detto: «Se io non venissi a fare la volontaria al Meeting, veramente non riuscirei a viverlo». Allora, scusate, ragioniamo seriamente su questa cosa, perché se tutto questo è vero, vuol dire che questi ragazzi e queste ragazze e questi uomini e queste donne sono portatori di una domanda così alta e così sensibile e così potente, che non solamente riesce a reggere la fatica ma trovano anche una risposta, altrimenti non tornerebbero. Come sei stato al Meeting? «Ah, bellissimo». «Che facevi?». «Ma veramente, pulivo i tavoli, però è stato bellissimo». Qual era la domanda dietro? Guardate in fondo, per favore, vi scongiuro, andate a guardare fino in fondo a questa feritoia sul reale che c’è. La sociologia, la vera sociologia è questo. Guardate bene, cosa vuol dire, che domanda c’era? Una domanda di relazione. Ma che gli manca alla relazione, con tutte le spiagge a disposizione, i vari locali, il Pellicano, quello che vuoi… Di tutto e di più. Siamo nella società della libertà assoluta, quindi, che cosa c’è dietro? Ma lo capite che c’è una domanda fortissima? Ma lo capite che i volontari sono lo specchio che apre la porta sull’infinito? Questa è la verità. Apre la porta sull’infinito. Apre la porta sull’infinito in una società di disincantati, in una società in cui regna il disincanto, le lotte per il potere, la spartizione delle poltrone. Si può fare di tutto e di più. Sono così contento di avere una persona come Antonio Polito davanti, perché lui sa, lui che è un analista politico sa perfettamente cosa sto dicendo. E guarda caso, proprio qui che c’è veramente la situazione più lontana, lontana anni luce da quel mondo della relazionalità strumentale, tu hai tremila persone che vengono ogni anno. Io sono stato cattivo. Siccome so che erano diminuiti, c’era difficoltà… «Com’è che sono diminuiti? Sta arrivando, è arrivata la crisi». No! Sai perché sono diminuiti? Perché molte università, mettendo l’esame a settembre, creano per questi ragazzi dei problemi grossi a venire alla fine d’agosto. Capite qual è la verità per chi la vuole cercare? Quindi, la domanda è rimasta, è una domanda potente. Signori, siamo nel 2019, non nel 1967! Perché nel 1967 questo poteva essere ancora tollerabile, ma nel 2017, 2019, quando tutto è caduto, capite che la domanda è una domanda così potente che attraversa le epoche e attraversa le generazioni? E allora, vi dicevo, un qualcosa di fondamentale sulla società nella quale viviamo. E il Meeting è una porta attraverso la quale io riesco a capire le domande che nessun questionario rivelerà mai, che nessuna indagine sui valori permetterà mai di fare emergere, che sono testimoniate dalla presenza di queste persone che lavorano dalla mattina alla sera e cercano di ritornare l’anno dopo.

 

ANTONIO POLITO:

Non c’è dubbio, il volontariato è in generale, oltre che al Meeting, una delle finestre sul reale della nostra società meno comprese, meno frequentate, probabilmente anche meno studiate. E anche quelle più dense e cariche di speranza, di futuro. Volevo chiudere con una domanda: rubiamo un po’ il mestiere a Emilia, perché spetterà a lei dare la risposta autentica. Ma al sociologo, a uno che ha studiato quarant’anni di Meeting così approfonditamente, forse vale la pena chiedere che cosa può essere il Meeting nei prossimi dieci anni, cioè, nell’Italia di oggi, nell’Italia un po’ disossata, spappolata dal punto di vista della vita pubblica, senza quelle strutture di coagulo, di coesione, che in fin dei conti erano i partiti, le organizzazioni politiche, le organizzazioni sindacali, un’Italia che a noi pare anche un po’ vecchia e superata ma che comunque diciamo aveva uno scheletro, una struttura che reggeva il corpo. Oggi il Paese sembra smembrato e anche, se posso dire la mia opinione, pericolosamente mobilitabile, gestibile, facile da accendere in una direzione o in un’altra, la politica ce lo dimostra. Insomma, ormai abbiamo pletore di politici che raggiungono il 40 per cento e poi, come la rana di Esopo, scoppiano perché non sanno che fare. Si gonfiano talmente tanto e poi scoppiano che sembra che non sappiano più usare il consenso che hanno avuto. È successo a Renzi, probabilmente sta succedendo a Salvini, è successo in fin dei conti a Berlusconi: secondo me, questo deriva da questa caratteristica un po’ gelatinosa che ha preso la società italiana dopo tanti colpi subiti da quelli che generalmente vengono definiti come “corpi intermedi”. In questo tipo di Paese, che presenza può avere il Meeting, che rapporto può ancora avere con la politica, che seme può continuare a piantare nella società civile italiana?

 

SALVATORE ABBRUZZESE:

Allora, io su questo faccio due considerazioni di ordine generale che mi possono aiutare nella strada. La prima considerazione di ordine generale, di carattere empirico, è che siamo dinnanzi a cinque, sei, sette anni di grande reattività. Perché è crollato un sistema, sono crollate delle assicurazioni, delle guarentigie, delle difese di carattere economico-occupazionale, generando veramente una grande preoccupazione. Esistono famiglie che perdono il posto, marito e moglie. E devono restituire alla banca la casa che avevano appena comprato con un mutuo, tanto per fare un esempio banale. Un Paese di questo tipo, signori: non siamo nel 1927, siamo nel 2019. Siamo in un’epoca del benessere, in un’epoca dell’effervescenza, della piena libertà: quindi, questo è traumatico. C’è una dimensione reattiva fortissima che non dobbiamo mai togliere dal quadro. Io ricordo i forconi ai tempi del governo Monti, come se ci fosse questa dimensione fortissima, questa rabbia per un mondo che si era perduto. Abbiamo fatto un passo indietro di cinquanta anni come niente. I figli dei nostri amici che lavorano in banca non lavoreranno in banca. I figli dei nostri amici che lavorano nelle ferrovie non lavoreranno nelle ferrovie. I figli dei nostri amici che stanno nei ministeri e nelle Poste non staranno nei ministeri e nelle Poste. Si torna indietro, saranno commessi della Conad, faranno altre cose, non è roba da poco. E noi su questo non possiamo, dalle nostre analisi, non vedere questa dimensione reattiva, anche scomposta, che dura poco, tra l’altro. Perché poi la gente, sono convinto che è sempre intelligente. Se la persona dà risultati, bene, altrimenti non c’è problema, dal 40 per cento, contrordine compagni, e si va indietro, si va al 17, al 18 per cento. Per i 5 Stelle, idem. Ci hanno messo un attimo, lo diceva anche Vittadini, non lo dico solo io, il consenso conquistato rapidamente può andare via anche rapidamente. Ma la prima dimensione è una dimensione reattiva. Questo è il primo elemento. Secondo elemento, fondamentale, anche qui di carattere sociologico, un pochino più propositivo. Come può essere il Meeting nei prossimi dieci anni? Io parto dall’idea che una società così non ci sarà nei prossimi dieci anni. Non possiamo reggere. Per forza deve cambiare, non può reggere così. E cambierà sicuramente in meglio, non può cambiare in peggio. Perché nel peggio già ci stiamo, non è possibile proseguire in questo delirio. È ovvio che la società recupererà. Di questo, io sono profondamente convinto. Non può reggere una società a colpi di canapa e di una cultura dello sballo. Non vai da nessuna parte. Non si può, non funziona! E questione di tempo, non esiste. Non esiste lo Sfera Ebbasta con le famiglie che devono portare i ragazzi di undici, dodici anni, per vivere quel desiderio di vita che hanno e che non si riesce a risolvere se non in quella cosa lì. E non hanno altri passaggi e non hanno altre vie d’uscita. Non può tenere una società così. Così come non può tenere un commercio di poltrone che è quasi delirante. Io non posso più accendere il cellulare e guardare i giornali online perché è un delirio, ogni venti minuti cambia la copertina, c’è qualche novità. Antonio Polito, ma come fai a reggere un ritmo così terribile? Ma sei un santo!

 

ANTONIO POLITO:

Tanto poi torno sempre al punto di partenza, come nel gioco delle sedie.

 

SALVATORE ABBRUZZESE:

I famosi “rimpasti” della Prima repubblica, con la differenza che la Prima repubblica aveva uno sviluppo di PIL che non è quello di oggi, aveva un mondo di benessere che non è quello di oggi, aveva una società globale che non è quella di oggi. In qualche maniera, anche i “governi balneari” ai nostri tempi non erano una cosa carina.

 

ANTONIO POLITO:

Certo, meglio i giorni balneari che le crisi balneari.

 

SALVATORE ABBRUZZESE:

Assolutamente. Ma ti ricordi che razza di mondo felice era, in cui si approvava la finanziaria del mondo precedente? Te lo ricordi? Voi non lo sapete, i più giovani. Nel 2019 si approvava la finanziaria del 2018. Abbiamo fatto così per anni, tranquillamente. Io ricordo, in quegli anni stavo al Censis, ma quella società non c’è più. E in questo momento la crisi si paga cara: c’è un passaggio che dice che è aumentata la percentuale di diplomati che non si iscrivono all’università. Sono dati ISTAT. Questa percentuale, che aveva raggiunto il 75 per cento di diplomati che proseguivano, è scesa, scesa. Nonostante avessimo cambiato, avessimo messo la riforma, avessimo messo la triennale, nonostante facciamo di tutto e di più nelle università, con le giornate di accoglienza degli studenti e internet e le informazione e le borse di studio per l’estero! Stiamo facendo di tutto, i salti mortali, per avere iscritti. Adesso siamo scesi al 49 per cento, “però abbiamo ripreso”. Sono tre anni e siamo saliti al 50,5 per cento, una grande vittoria! Un tempo era il 75 per cento. Non possiamo continuare, mi pare evidente che c’è bisogno di una ripresa, ma non perché lo dico io, è nella logica delle cose. C’è bisogno assolutamente di una ripresa. Quindi, come sarà, cosa sarà il Meeting fra dieci anni? Sarà quello che garantisce la ripresa, sarà il luogo nel quale si ricomincia o, almeno, uno dei luoghi nei quali si ricomincia.

 

ANTONIO POLITO:

Devo dire che è un ottimismo della ragione, perché in realtà c’è già stato più di un esempio nella storia in cui società anche più complesse di quella nostra, come l’impero romano, crollarono e rinacquero vivificate in fondo dal cristianesimo, dalla cultura cristiana che avviò un’epoca nuova. Speriamo sia ben fondato. Io ringrazio molto Salvatore Abbruzzese e ringrazio voi che mi avete invitato a fare questo dialogo e mi avete dato anche l’occasione di leggere un libro veramente stra-fuori dal comune, straordinario. Ridò la parola ad Emilia per le conclusioni. Grazie.

 

EMILIA GUARNIERI:

Concludo rapidamente, ringraziando Abbruzzese e Polito per quello che ci hanno regalato oggi, credo un approfondimento, io almeno così l’ho vissuto, bello e anche molto gratificante, per certi aspetti. Vi ringrazio anche di questo perché, insomma, quando nella vita fai qualcosa di utile e qualcuno riconosce che fai una cosa utile, non è che uno sia indifferente a questo. Quindi, vi ringrazio anche per questo. Vorrei concludere proprio prendendo spunto da quello che dicevate. Che cosa può essere il Meeting nei prossimi dieci anni? Non lo so, non per le ragioni che avete detto: non lo so anche perché alla mia esperienza di questi quarant’anni appartiene una assoluta incapacità di programmare. È paradossale che io dica questo, può sembrare paradossale, una assoluta incapacità di programmare nel senso che il Meeting, in questi quarant’anni, è venuto su e sta continuando a venire su rispondendo alle provocazioni della realtà, rispondendo a ciò che succede. Rileggevo adesso quella citazione che qualcuno di voi qui ha fatto sulla nota di presentazione del 1980. A pochi giorni dalla strage di Bologna, noi allora dicevamo che «in troppe parti del mondo la dignità e la vita di milioni di uomini sono offese e calpestate. Questo dolore vogliamo assumere e condividere prendendo su di noi la responsabilità di essere costruttori di pace». Che cosa avrebbe potuto significare questo? Secondo me, noi non lo sapevamo. Quello che era vero è che di fronte a quello che stava succedendo in quel momento, di fronte a quello che era successo in quel momento, lo ricordo bene, ricordo il punto esatto in cui ero, davanti agli uffici di allora, nel momento in cui arrivò la notizia della strage di Bologna, era la tarda mattinata, no? Tutti ricordiamo il famoso orologio che ci fanno vedere tutti gli anni. Io ricordo benissimo che ero lì fuori e fumavo una sigaretta dove una volta si fumava, e io fumavo. E arrivò questa notizia e mi ricordo bene la percezione di quel momento, l’esperienza di quel momento, il disorientamento assoluto, il dolore, l’accorgersi anche che c’erano dei miei amici lì in mezzo, dove questa cosa era successa. Ma anche la consapevolezza molto, molto intensa, molto partecipata, molto forte che quello che stavamo facendo, in qualche modo, che cos’era, ancora embrionalmente, perché il primo Meeting doveva ancora partire? Quello che stavamo facendo non poteva non essere una risposta, non poteva non essere una assunzione di responsabilità anche di fronte a quella strage di cui, in quel momento, non sapevamo nulla: non sapevamo i mandanti, no, zero. Però c’era la coscienza di quello che eravamo, che la passione, che l’impeto, che la libertà di costruire qualcosa di buono nel mondo, nella società, per tutti, era qualcosa che in quel momento poteva tenere anche di fronte a quello che stava accadendo. Io credo che questa sia stata e sia tuttora l’esperienza più forte, più intensa. Cioè, la coscienza che quello che siamo, quel famoso soggetto di cui dicevamo prima, non sappiamo come -per questo dicevo che non so come sarà il Meeting nei prossimi dieci anni -, ma la forza della esperienza personale è tale per cui la sera si va a letto dicendo: «questo è bene». Come dicevate prima, la forza della esperienza personale è tale che io ho la certezza che quello che siamo, in modi che non so quali saranno, è per stare di fronte a questo mondo, per stare di fronte a questa realtà. Non potrebbe essere altro che così di un gesto come quello del Meeting, di una esperienza come quella che viviamo, che si moltiplica a latitudini diverse, in Paesi diversi. Ci sono qui che lavorano in un ristorante ragazzi da Taiwan, ragazzi che vengono dall’Africa, persone che vengono da tutte le parti del mondo, da tutte le parti dell’Italia. Che cosa tiene? Perché questo succede? Perché abbiamo questa certezza che quello che siamo può reggere di fronte a qualunque contraddizione? Non può vincere, può reggere, che è un’altra cosa. Non sappiamo le modalità con cui questo reggere si manifesterà ma quello che siamo regge di fronte all’urto della storia e di fronte all’urto di quello che accade. Perché? Lo diceva Abbruzzese sollecitato da Polito sul tema dei volontari: perché è così? Perché l’esperienza che i volontari vivono, cioè la gratuità, il dare sé e il proprio tempo, il proprio denaro, il dare sé per l’ideale, è una porta aperta sull’infinito, perché questa io credo al fondo sia la grande questione della vita: che possa esserci una porta aperta sull’infinito, perché senza l’infinito, senza altro da quello che noi siamo, senza altro da questi dolori, da queste contraddizioni che noi viviamo, in cui tutti comunque siamo immersi, la vita non regge. Quello che regge è la possibilità di una porta aperta sull’infinito. Il titolo del Meeting del 2020, che si terrà dal 18 al 23 agosto, sarà: «Privi di meraviglia, restiamo sordi al sublime». Non vogliamo restare sordi al sublime. Vogliamo che la porta sull’infinito continui a restare aperta. Grazie, arrivederci al prossimo Meeting. Uno dei modi per cui possiamo aiutarci a sostenere anche questa piccola realizzazione, perché le porte dell’infinito non si chiudano, è continuare a sostenere il fundraising, e quindi recarsi alle postazioni di fundraising che ancora ci sono. Questo perché un gesto come il Meeting possa continuare. Grazie ancora, buon ritorno e arrivederci a quest’altro anno.

Trascrizione non rivista dai relatori

 

 

Data

24 Agosto 2019

Ora

17:00

Edizione

2019

Luogo

Auditorium Intesa Sanpaolo B3
Categoria
Incontri