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1700 ANNI DAL CONCILIO DI NICEA
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S.S. Bartolomeo di Costantinopoli, arcivescovo di Costantinopoli, nuova Roma e Patriarca Ecumenico; S.Em. Card. Kurt Koch, prefetto Dicastero per la Promozione dell’Unità dei Cristiani. Saluto di benvenuto di Bernhard Scholz, presidente Fondazione Meeting per l’amicizia fra i popoli ETS. Modera Andrea D’Auria, direttore Centro Internazionale di Comunione e Liberazione
Il Concilio di Nicea è stata una svolta decisiva nella storia della Chiesa e del mondo. Dopo tante e laceranti controversie sulla figura di Gesù Cristo i vescovi convocati nel 325, nella città di Nicea (oggi Iznik, in Turchia) dall’imperatore Costantino hanno formulato quel Credo che ha ridato l’unità alla Chiesa e viene professato fino a oggi. È una professione condivisa nella sua sostanza dalla Chiesa Cattolica e dalle chiese ortodosse. Da 1700 anni è questa la definizione della fede che apre la vita di ogni battezzato al riconoscimento sempre più vero e sempre più profondo del Salvatore, “vero Dio e vero uomo”.
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BERNARD SCHOLZ
Buon pomeriggio, grazie di essere presenti a questo incontro sui 1.700 anni del Concilio di Nicea. Rivolgo un saluto affettuoso e pieno di gratitudine al Patriarca Ecumenico Sua Santità Bartolomeo di Costantinopoli. Saluto anche le eminenze della sua chiesa che l’hanno accompagnato e le eccellenze della Chiesa Cattolica. È veramente un grande incontro ecumenico. Grazie di essere qua. Sono particolarmente grato al Cardinal Kurt Koch, prefetto del Dicastero per l’Unità dei Cristiani, che ha accolto insieme a noi il Patriarca Ecumenico. Grazie. Santità, siamo molto consapevoli del sacrificio che ha fatto per venire qua da terre lontane e a maggior ragione siamo molto grati della sua presenza. Il Concilio di Nicea fu una svolta storica con un impatto decisivo non solo sulla storia del cristianesimo ma su quella dell’intera umanità. Proclamare che Gesù Cristo è della stessa sostanza del Padre, che il Padre e il Figlio condividono la stessa natura divina, significa riconoscere che Dio stesso è entrato nella nostra storia e nella nostra esistenza. Proprio questo riconoscimento, questa fede, continua a unire fino ad oggi le chiese cristiane. È per questo che abbiamo desiderato che la memoria di questo concilio diventasse un momento ecumenico e siamo lieti e pieni di gratitudine che questo momento si sia potuto realizzare in questo Meeting grazie ai nostri ospiti. Il Concilio di Nicea, ha detto Papa Leone XIV, non è solo un evento del passato, ma una bussola che deve continuare a guidarci verso la piena unità visibile dei cristiani. Penso che oggi sia iniziata una parte di questa visibilità proprio in memoria di questo concilio. Grazie mille. Vorrei cogliere questa occasione per ringraziare anche i curatori della bellissima mostra dedicata al Concilio di Nicea che abbiamo appena visitato con Sua Santità, in particolare l’Università Santa Croce di Roma e l’Associazione Patres. Ringrazio il professor Leonardo Lugaresi, il professor Giulio Masperò, il professor Paolo Prosperi e Ilaria Vigurelli. Grazie alla loro dedizione e passione, questa mostra ci permette una vera immedesimazione in come questo grande evento incida a livello non solo storico ma anche esistenziale nella vita di ognuno di noi. Passo la parola a Don Andrea D’Auria e lo ringrazio per la sua disponibilità ad accompagnarci in questo incontro. Grazie di nuovo a tutti e buon ascolto.
ANDREA D’AURIA
Buon pomeriggio a tutti e benvenuti anche da parte mia. Saluto tutti voi qui presenti, in particolare i relatori: Sua Santità Bartolomeo, arcivescovo di Costantinopoli, Nuova Roma e Patriarca Ecumenico. Sua eminenza reverendissima il cardinale Kurt Koch, prefetto del Dicastero per la promozione dell’unità dei cristiani. Saluto anche tutte le eminenze e le eccellenze qui presenti. 1.700 anni dal Concilio di Nicea è il titolo del nostro incontro. Il Concilio di Nicea, oggi Iznik, una città dell’attuale Turchia, tenutosi nella primavera dell’anno 325, fu il primo concilio ecumenico della storia della Chiesa, cui parteciparono, secondo la tradizione, 318 vescovi, principalmente orientali. Il concilio fu convocato dall’imperatore Costantino I e aveva come obiettivo principale quello di risolvere le dispute teologiche, in particolare sull’Arianesimo, una dottrina che negava la divinità di Cristo, e stabilire un’unità dogmatica nella cristianità. Il Concilio di Nicea definì la natura divina di Gesù Cristo, affermando la sua consustanzialità con il Padre, Homoousios, e condannò l’Arianesimo, eresia che considerava Gesù Cristo una creatura subordinata al Padre. Il teologo Ario sosteneva infatti che il Verbo non sarebbe stato generato ab eterno dal Padre e a lui uguale, ma da lui creato in un certo tempo. Per l’Arianesimo Gesù non è Dio, bensì un suo inviato, un semplice mediatore tra Dio e l’uomo. Ario pensava in questo modo di salvare l’assoluta purezza e trascendenza di Dio. Tale eresia in realtà ebbe notevole successo tra i cristiani del IV secolo. Appariva infatti come una rielaborazione affascinante della dottrina su Gesù Cristo, soprattutto presso quelli provenienti dal giudaismo e coloro che erano di cultura ellenistica. In sintesi, il concilio elaborò una dichiarazione di fede, il Credo Niceno per l’appunto, che afferma la divinità di Cristo. Inoltre, il Concilio di Nicea stabilì la data della Pasqua. Fu decretato infatti che la Pasqua dovesse essere celebrata la prima domenica dopo il plenilunio successivo all’equinozio di primavera, in modo che non coincidesse con la Pasqua ebraica. Il Concilio di Nicea segnò una pietra miliare nella storia del cristianesimo, contribuendo a definire la dottrina della divinità di Cristo e a creare un’identità comune per i cristiani. La formulazione dogmatica del Concilio di Nicea fu sicuramente fu un punto di arrivo nello sviluppo del dogma, come avrebbe poi detto con linguaggio più moderno Newman, all’interno della tradizione della Chiesa, ma altresì un punto di partenza per ulteriori approfondimenti riguardanti il mistero di Cristo e del suo rapporto col Padre. Il dogma di Nicea non è un fatto del passato, non è una statuizione astratta, ma qualcosa che ha da fare in modo profondo e inscindibile con la nostra fede oggi. Qualcosa che interessa il nostro rapporto con Dio, col nostro prossimo e con noi stessi, in sintesi, il significato della nostra esistenza. Vorremmo approfondire questi temi oggi pomeriggio negli interventi che adesso ascolteremo. Vi ringrazio e cedo la parola al Cardinal Koch.
KURT KOCH
Santità, eminenze, eccellenze, cari responsabili e membri della comunità di Comunione e Liberazione, autorità civili e religiose, cari fratelli e sorelle. Il movimento ecumenico non conosce solo strade principali che, ampie e lineari, conducono a un futuro luminoso. Esso incontra spesso anche strade secondarie, più strette, così come deviazioni e svolte. Naturalmente, non mancano occasioni ed eventi particolarmente favorevoli che si rivelano fruttuosi per il futuro. Un momento d’oro per l’unità ecumenica per tutta la cristianità è certamente il 1.700° anniversario del primo concilio ecumenico tenutosi a Nicea nel 325. La commemorazione di questo evento significativo per la storia della Chiesa offre importanti impulsi ecumenici, soprattutto sotto tre punti di vista. In una prospettiva ecumenica, le questioni dottrinali che il Concilio dovette affrontare in quel periodo sono di primaria importanza. Esse furono sollevate all’inizio del IV secolo, principalmente nella parte orientale dell’Impero Romano, dal presbitero alessandrino Ario. Questo teologo difendeva un monoteismo rigoroso nello spirito del pensiero filosofico di allora, guidato dalla convinzione che potesse esserci soltanto un unico Dio. Secondo Ario, quindi, Gesù Cristo non poteva essere assimilato a Dio perché facente parte del creato, sebbene fosse una creatura del tutto speciale. Di conseguenza, nella visione di Ario, Gesù Cristo non era Figlio di Dio nel vero senso della parola, ma solo un essere intermediario di cui Dio si serviva nella creazione del mondo e nelle sue relazioni con l’umanità. Questa situazione mostra che a quel tempo la questione di chi fosse Gesù Cristo per i cristiani era diventata un problema fondamentale. La disputa ruotava principalmente intorno alla possibilità o meno di conciliare la professione di fede in Gesù Cristo, quale Figlio di Dio, con la fede altrettanto cristiana nell’unico Dio conforme alla confessione monoteistica. Poiché questo grave problema di fede non poteva essere risolto nei sinodi locali della Chiesa di Alessandria, l’imperatore Costantino convocò i vescovi in un sinodo di tutta la Chiesa nella città di Nicea, in Asia Minore. Dei 1800 vescovi invitati, solo 200-250 parteciparono, tra cui Nicola di Mira, ancora oggi molto venerato, e Atanasio, in seguito riconosciuto dottore della Chiesa. Nella lettera del Sinodo di Nicea agli egiziani, i vescovi annunciarono di aver deciso all’unanimità di considerare anatema la dottrina contraria alla fede di Ario, così come le affermazioni e gli appellativi blasfemi con cui insultava il Figlio di Dio. I vescovi rifiutarono così il modello di monoteismo strettamente filosofico sostenuto da Ario, opponendo ad esso la professione di fede secondo cui l’unico Signore Gesù Cristo è il Figlio di Dio, nato dal Padre come unigenito, ovvero dalla sostanza del Padre, Dio da Dio, luce da luce, Dio vero da Dio vero, generato non creato della stessa sostanza del Padre, per mezzo del quale tutte le cose sono state create in cielo e sulla terra. L’espressione chiave in questa confessione cristologica è il termine greco homoousios, che significa che Gesù Cristo, in quanto Figlio di Dio, è consustanziale al Padre Celeste. I padri conciliari espressero così la loro ferma convinzione di fede, secondo cui la natura di Gesù Cristo è decisamente associabile a Dio e non al creato. Egli è quindi veramente unigenito Figlio di Dio. I padri conciliari riconobbero dunque con estrema precisione l’aspetto incomparabilmente nuovo e unico che si manifesta nella relazione tra Figlio e Padre. La confessione cristologica al Concilio di Nicea avrebbe potuto porre fine alla controversia del IV secolo. Tuttavia, la storia mostra che la disputa si riaccese dopo il concilio. Anche i successori dell’imperatore Costantino, in particolare suo figlio l’imperatore Costanzo, contribuirono in modo significativo a ciò, perseguendo una decisa politica di allontanamento dal credo del Concilio di Nicea. Inoltre, la confessione cristologica di Nicea rappresenta una tappa importante ma non ancora il traguardo sul cammino verso il grande Credo di Costantinopoli del 381. Infatti, il Concilio di Nicea definì la fede in Gesù Cristo, ma la professione di fede nello Spirito Santo fu fissata solo dal Concilio di Costantinopoli, che definì il dogma della Divina Trinità nella forma specificamente cristiana del monoteismo. Nel Credo Niceno-Costantinopolitano risiede il fondamento della fede comune a tutti i cristiani. Mentre il Credo Apostolico diffuso nella Chiesa d’Occidente non ha trovato accoglienza liturgica nelle Chiese orientali, il Credo Niceno-Costantinopolitano è stato accettato all’unanimità nella cristianità ortodossa, cattolica e protestante. Pertanto, esso è legato a una pretesa di validità ecclesiale universale ed è stato accolto anche dalla Chiesa primitiva come vincolante per tutti i cristiani. Esso rappresenta quindi il più forte vincolo ecumenico della fede cristiana ed il segnavia decisivo verso l’unità della Chiesa. Per il ripristino dell’unità della Chiesa è necessario un accordo sul contenuto essenziale della fede, non solo tra le Chiese e le comunità ecclesiali di oggi, ma anche tra la Chiesa di oggi e la Chiesa del passato, e soprattutto le sue origini apostoliche. L’unità della Chiesa non potrà mai essere altro che unità nella fede apostolica, in quella fede che viene trasmessa e affidata a ogni nuovo membro del Corpo di Cristo nel Battesimo. Il Concilio di Nicea assume inoltre una particolare importanza ecumenica per il fatto di essersi svolto in un’epoca in cui la cristianità non era ancora ferita dalle numerose divisioni che si verificarono in seguito. La sua professione di fede cristologica è quindi comune a tutte le chiese e le comunità ecclesiali cristiane e le unisce tutt’oggi nella confessione condivisa. Grandissima è pertanto la sua rilevanza ecumenica. È quindi auspicabile che il 1.700° anniversario del Concilio di Nicea venga celebrato da tutta la cristianità nello spirito ecumenico e che il suo credo cristologico venga riaffermato nella comunione ecumenica. La riflessione sul Concilio di Nicea non può naturalmente essere solo di interesse storico. Piuttosto, la sua confessione cristologica ha un’importanza duratura nella situazione attuale della Chiesa e dell’ecumenismo. Chiunque guardi con onestà al mondo di fede odierno deve riconoscere che ci troviamo in una situazione simile a quella del IV secolo, nella misura in cui è constatabile una forte ricomparsa delle tendenze ariane. Infatti, non pochi cristiani, anche cattolici, oggi sono toccati da tutte le dimensioni umane e storiche della figura di Gesù di Nazareth, oppure la confessione di fede secondo cui Gesù di Nazareth è l’unigenito Figlio del Padre, presente tra noi come risorto, ovvero la fede cristologica della Chiesa, è per loro fonte di grande difficoltà. Ravvivare la professione di fede in Gesù Cristo per imparare a vederlo di nuovo in tutta la Sua grandezza e bellezza è dunque un comandamento dell’ora presente che dobbiamo adempiere nella comunione ecumenica. Il Concilio di Nicea riveste una particolare importanza dal punto di vista ecumenico anche perché, oltre al Credo, affrontò tematiche canoniche e disciplinari, presentate in venti canoni che forniscono preziosi spunti relativi a problematiche pastorali e difficoltà canoniche della Chiesa all’inizio del IV secolo. La questione pastorale più significativa fu quella della data di Pasqua. Ciò mostra che la data di Pasqua era controversa già nella Chiesa primitiva e che i cristiani di diverse regioni celebravano la Pasqua in date diverse. Soprattutto in Asia Minore, i cristiani festeggiavano la Pasqua il 14 di Nisan, parallelamente alla Pasqua ebraica. Per questo venivano chiamati quartodecimani. In Siria e in Mesopotamia la celebravano invece la domenica successiva alla Pasqua ebraica ed erano detti protopaschisti. Alla luce di tale situazione, al Concilio di Nicea va riconosciuto il merito di aver tentato di trovare una regola uniforme per la data della Pasqua, come viene evidenziato nella lettera del Sinodo di Nicea agli egiziani con le seguenti parole: “Tutti i fratelli e le sorelle d’Oriente che finora hanno celebrato con gli ebrei, d’ora in poi celebreranno la Pasqua in accordo con i romani, con voi e con tutti noi che l’abbiamo mantenuta con voi da tempo immemorabile”. Una nuova situazione rispetto alla data di Pasqua si verificò nella storia della cristianità quando nel XVI secolo Papa Gregorio XIII introdusse il calendario gregoriano, che prese il suo nome, con una riforma fondamentale del calendario. Le chiese in Occidente calcolano la data della Pasqua conformemente ad esso, mentre le chiese in Oriente celebrano ancora in gran parte la Pasqua secondo il calendario giuliano in uso nella Chiesa prima della riforma gregoriana. Nel corso della storia, fino ad oggi, sono state discusse varie proposte per superare la diversità delle date di Pasqua e per stabilire una data comune. Per quanto riguarda la Chiesa cattolica, essa aveva già preso posizione durante il Concilio Vaticano II in un’appendice della Costituzione sulla Sacra Liturgia Sacrosanctum Concilium, dichiarando di non avere nulla in contrario a che la festa di Pasqua venga assegnata ad una determinata domenica nel calendario gregoriano, purché vi sia l’assenso di coloro che ne sono interessati, soprattutto i fratelli separati dalla comunione con la Sede Apostolica. Da allora Papa Francesco e più recentemente Papa Leone XIV si sono espressi al riguardo con la stessa apertura. Gli sforzi compiuti per trovare una data di Pasqua comune corrispondono a un’importante priorità pastorale, soprattutto nei matrimoni e nelle famiglie di diverse confessioni e in considerazione della grande mobilità delle persone al giorno d’oggi. In particolare, una data di Pasqua comune potrebbe essere un segno più credibile della profonda convinzione di fede cristiana, secondo cui la Pasqua non è solo la festa più antica, ma è anche la festa più importante della cristianità. Il 1.700° anniversario del Concilio di Nicea offre dunque un’occasione proficua per rinnovare gli sforzi volti a trovare nella comunione ecumenica una data di Pasqua comune e per riflettere nuovamente sulla decisione del Concilio di Nicea al riguardo alla luce delle condizioni attuali. La regola fondamentale dovrebbe essere quella di pervenire a una data comune senza provocare nuove tensioni e divisioni all’interno delle singole chiese e all’interno della comunità ecumenica. In una prospettiva ecumenica, il Concilio di Nicea è significativo anche perché documenta il modo in cui furono discusse e decise le controverse questioni di allora intorno al credo e alla disciplina ecclesiastica. Il credo del Concilio di Nicea non fu semplicemente il risultato di una riflessione teologica, ma fu piuttosto l’espressione dello sforzo comune compiuto dai Vescovi in maniera sinodale per trovare una formulazione ortodossa e dossologicamente adeguata della fede cristiana. Pertanto, il Concilio di Nicea può essere considerato l’inizio a livello di Chiesa universale del metodo sinodale applicato alla deliberazione e al processo decisionale. Il 1700° anniversario del Concilio di Nicea dovrebbe quindi essere inteso anche come un invito e come una sfida a imparare dalla storia della Chiesa e, nella comunione ecumenica, ad approfondire l’idea sinodale, a radicarla nella vita ecclesiale e a renderla feconda negli sforzi ecumenici. Infatti, il movimento ecumenico può progredire sulla via dell’unità della Chiesa solo se questa via viene intrapresa insieme e dunque in modo sinodale. D’altra parte, l’attuale rivitalizzazione della dimensione sinodale della Chiesa può essere potenziata anche attraverso relazioni ecumeniche. Poiché la sinodalità è stata e continua ad essere sviluppata in modi diversi nelle varie Chiese e comunità ecclesiali, possiamo imparare molto gli uni dagli altri al riguardo nei dialoghi ecumenici. L’odierno approfondimento dello stile di vita sinodale può essere arricchito dalle esperienze e dagli sforzi di riflessione teologica delle varie chiese. Ciò vale, in particolare, per il dialogo cattolico-ortodosso, che ha portato alla pubblicazione dell’importante documento “Le conseguenze ecclesiologiche e canoniche della natura sacramentale della Chiesa: comunione ecclesiale, conciliarità e autorità” durante l’Assemblea plenaria di Ravenna del 2007. Questo ponderoso documento rispecchia la duplice convinzione teologica secondo la quale sinodalità e primato sono interdipendenti, nel senso che non può esserci primato senza sinodalità e non può esserci sinodalità senza primato, e che questa interdipendenza deve essere realizzata a tutti i livelli della Chiesa: locale, regionale e universale. Il documento di Ravenna va considerato come una pietra miliare sulla cui base sono stati elaborati e pubblicati altri due importanti documenti: “Sinodalità e primato nel primo millennio: verso una comune comprensione del servizio all’unità della Chiesa” a Chieti nel 2016 e “Sinodalità e primato nel secondo millennio e oggi” ad Alessandria nel 2023. Sulla via del ripristino dell’unità della Chiesa in Oriente e Occidente, si possono compiere ulteriori passi importanti se Oriente e Occidente si impegnano entrambi ad avvicinarsi, mostrandosi disposti a imparare gli uni dagli altri. Non si tratta di trovare un compromesso basato sul minimo comune denominatore, piuttosto si tratta di far dialogare i punti di forza di una parte con quelli dell’altra nel desiderio di apprendere dalle esperienze altrui. In questo senso il gruppo di lavoro ortodosso-cattolico Sant’Ireneo ha indicato sinteticamente un’importante via da seguire nel suo studio “Al servizio della comunità”. Cito: “In particolare le Chiese devono impegnarsi a raggiungere un migliore equilibrio tra sinodalità e primato a tutti i livelli della vita ecclesiale, soprattutto rafforzando le strutture sinodali nella Chiesa cattolica e accettando da parte della Chiesa ortodossa un qualche primato all’interno della comunione mondiale della Chiesa”. Spetta alle Chiese ortodosse indicare come intendono rispondere a questo postulato. Da parte della Chiesa cattolica è chiaro che essa ha imparato molto dalle Chiese ortodosse nel potenziare uno stile di vita sinodale. Papa Francesco si è detto convinto che la pratica della sinodalità e la riflessione su di essa, anche nella Chiesa cattolica, debbano svolgersi in una prospettiva ecumenica, essendo l’impegno a edificare una Chiesa sinodale gravido di implicazioni ecumeniche. Papa Leone XIV ha espresso la sua intenzione di proseguire su questa strada, già nella sua prima benedizione dopo l’elezione al Soglio Pontificio, con la seguente assicurazione: “Vogliamo essere una Chiesa Sinodale”. Non può essere altrimenti, se prendiamo sul serio quanto affermato dal dottore della Chiesa, Crisostomo, secondo cui Chiesa è un nome che indica un cammino comune, e Chiesa e Sinodo sono quindi sinonimi. In sintesi, l’importanza ecumenica del Concilio di Nicea risiede nell’opportunità di rinnovare e approfondire la sua professione di fede, nello sforzo pastorale di trovare una data comune di Pasqua e nella rivitalizzazione di uno stile di vita sinodale all’interno delle varie Chiese. Se queste priorità saranno perseguite con determinazione, il 1.700° Anniversario del Concilio di Nicea, di per sé una pietra miliare nella storia della Chiesa, si rivelerà un momento d’oro per l’unità ecumenica. Allora, come ha sottolineato Papa Leone XIV, il Concilio di Nicea non sarà solo un evento del passato, ma una bussola che deve continuare a guidarci verso la piena unità visibile dei cristiani, soprattutto tra Oriente e Occidente. Grazie per la vostra attenzione.
ANDREA D’AURIA
Grazie Eminenza per questa sua relazione così illuminante e completa. Adesso invito Sua Santità al podio.
S.S. BARTOLOMEO DI COSTANTINOPOLI
Grazie. Buon pomeriggio a tutti e buona pazienza. Vostra eminenza, signor Cardinale Kurt Koch, eminenze, eccellenze, illustri autorità, fratelli e sorelle, figli amati nel Signore. L’anno 2025 può essere considerato a ragione l’anno in cui l’intero mondo cristiano riflette sulle conseguenze storiche, ecclesiologiche e teologiche derivanti dal Grande e Santo Concilio di Nicea tenutosi nell’anno 325. Sebbene l’approccio contemporaneo a tale avvenimento sia diverso nelle singole chiese e comunità cristiane, resta l’evidenza che questa assise svolge un ruolo primario di adesione stretta alla Sacra Scrittura e di manifestazione della tradizione del pensiero ecclesiastico che si stava formando nelle comunità apostoliche. Resta innegabile il fatto che questo confronto sta producendo innumerevoli correnti di pensiero, alcune condivisibili, altre meno, che potranno svolgere un ruolo attivo per meglio comprendere questo concilio e la sua attualità per le Chiese del XXI secolo nel cammino ecumenico. La Chiesa ortodossa resta saldamente ancorata a questo concilio e a quanto rappresenta nella vita della Chiesa in una dimensione atemporale. “E Gesù, avvicinatosi, disse loro: Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra. Andate dunque e ammaestrate tutte le genti, battezzandole nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato”. Questo brano del Vangelo di Matteo è alla base dell’insegnamento dei catecumeni, fin dalla Chiesa nascente. D’altra parte, le chiese dei primi secoli sentono la necessità della stretta adesione e corretta interpretazione dell’annuncio di Cristo attraverso i diretti attori di quella rivoluzione. Sin dall’epoca apostolica, due erano i principali canali attraverso i quali si dava l’interpretazione autentica della rivelazione della nuova fede. Da un lato gli apostoli ancora vivi nel primo secolo dell’era cristiana e dall’altro i loro successori, presbiteri o vescovi, cioè i direttori spirituali delle comunità fondate dagli apostoli. I secondi, come diretti interpreti della fede apostolica, formavano, quando ciò si rendeva necessario, sinodi e concili, seguendo la prassi apostolica che troviamo negli Atti. Questo modo di agire davanti ai problemi sia di fede sia disciplinari che le prime comunità dovevano affrontare, aveva anche lo scopo di dimostrare la comunione intercomunitaria del corpo ecclesiale che essi rappresentavano, aumentando l’autorità della loro testimonianza nel mondo in cui vivevano. In tali concili, prima locali e poi più generali, non si riunivano semplicemente per discutere i problemi che affliggevano la Chiesa promulgando una verità riguardo alla fede oppure introducendo una prassi disciplinare fin allora inesistente. La verità è indiscutibile per la Chiesa perché la verità è Cristo, poiché Cristo stesso si è definito come via, verità e vita. Quindi la verità della Chiesa si è manifestata già, anzi è continuamente presente, vive e guida i fedeli. Perciò la Chiesa non discute attorno alla verità, ma viene chiamata a rispondere quando essa si altera. Pertanto, nella coscienza della Chiesa esiste salda la fede e la Chiesa non agisce autonomamente come qualsiasi altro organismo mondano, né le sue decisioni sono frutti di una maggioranza, ma opera sotto la guida dello Spirito Santo. Ecco perché i sinodi e i concili non sono semplici riunioni di stampo assembleare o parlamentare, ma veri capisaldi della tradizione, che codificano la verità della fede già espressa da Cristo e custodita nella Chiesa. Ciò si evince anche dal fatto che per esporre meglio la fede i padri antichi non si sono basati sulla filosofia, nonostante non disdegnino di utilizzarla. Loro fondamento sono i simboli battesimali che sintetizzano la fede della Chiesa, espressa nella vita liturgica. Ciò che l’uomo vive liturgicamente è proprio la fede della Chiesa, e la Chiesa preserva intatta nella vita liturgica la certezza della retta fede. Prima del primo concilio ecumenico, i simboli battesimali esprimevano la fede universale che gli stessi apostoli avevano affidato ai loro successori. Con Nicea ci troviamo davanti ad un cambio epocale. Si stabilisce il principio secondo cui la Chiesa ha bisogno di un simbolo battesimale universalmente riconosciuto. In questo modo i decreti dei concili ecumenici diventano per l’intera Chiesa di Cristo criteri di ortodossia della fede. Non ci soffermeremo particolarmente sulla questione cardine del Concilio di Nicea, il pensiero di Ario, ma non possiamo esimerci prima da un accenno fondamentale del contesto più profondo che la Chiesa nascente in tutte le sue dimensioni cerca di approfondire oltre i simboli battesimali, cercando una risposta definitiva. È la domanda di Filippo (53:50 frase in lingua) “Signore mostraci il padre e ci basta” La risposta del Signore a Filippo dimostra tutta la sua pazienza, la misericordia, la lunga sofferenza e che sarà poi la stessa risposta a Nicea. (54:19 frase in lingua) “Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre. Come puoi dire: mostraci il Padre?”. Nella risposta del Signore c’è l’invito ai Suoi discepoli ad entrare nel mistero della Trinità, mistero che troverà il Suo contesto razionale e linguistico a Nicea e nei concili successivi. La Chiesa del IV secolo si trova davanti ad un cumulo di problemi teologici e disciplinari, che disperatamente necessitano di una soluzione. Alla fine del III secolo, sotto l’influenza delle correnti neoplatoniche sviluppatesi soprattutto ad Alessandria d’Egitto, che in quel tempo dominava la scena economica e culturale dell’Impero, si creavano nuove professioni di fede. Alexander Vasiliev, infatti, considera l’emergere dei nuovi concetti dogmatici proprio in questa città. Mentre nella coscienza della Chiesa nascente si era già formata la Dottrina Trinitaria, come tre ipostasi distinte e non confuse, ad Alessandria si pongono tutti i presupposti necessari per una nuova interpretazione dell’insegnamento dogmatico tradizionale ma non perfettamente ancora codificato. Questa nuova visione della teologia dogmatica ha avuto come protagonista Ario, chierico della chiesa alessandrina, capace e militante, studioso e con capacità diplomatiche, che viveva una vita ascetica. Ario iniziò a sviluppare la sua dottrina Trinitaria, poi chiamata Arianesimo, che metteva in discussione il preesistente insegnamento Trinitario della Chiesa. Il problema che affliggeva il pensiero teologico di Ario era la pre-eterna nascita del Logos di Dio. Egli insegnava quindi che il Figlio non è né per natura né per essenza vero Dio come il Padre. Come sua eminenza ha già detto. Questo Logos è stato creato da Dio Padre in un certo momento, sempre nel tempo. Ario e i suoi seguaci utilizzavano rigorosamente il metodo storico-grammaticale della scrittura seguendo i principi ermeneutici della scuola antiochena, volendo preservare la monarchia assoluta di Dio Padre, la natura creata del Figlio-Logos e la sua creazione da parte del Padre insieme con la superiorità morale del Figlio. A confutare per primo l’insegnamento di Ario fu il patriarca di Alessandria Alessandro, con l’aiuto del suo discepolo Atanasio e successivamente suo successore sulla cattedra alessandrina. In realtà, Atanasio fu l’unico oppositore dell’insegnamento ariano, ma non riuscì ad ammonire e a correggere il fondatore di questa dottrina. Si è ritenuto necessario quindi convocare un concilio in cui i Vescovi ariani e lo stesso Ario potessero esporre la loro dottrina. Così la Chiesa avrebbe avuto la possibilità di formulare correttamente l’insegnamento riguardo la pre-eterna, immutabile, perfetta consustanzialità del Padre con il Figlio. All’inizio si pensava a un concilio locale, ma la partecipazione di vescovi sia occidentali che orientali e la definizione teologica della dottrina trinitaria gli conferirono un carattere ecumenico. Questo concilio è il primo concilio ecumenico della Chiesa di Cristo che si svolse nel 325 a Nicea in Bitinia e fu convocato dall’imperatore Costantino I. Il simbolo di Nicea e le sue conseguenze nella comprensione Trinitaria. Il Concilio di Nicea apre la strada alla Chiesa, dandole la possibilità di codificare il parlare su Dio, cioè il teologizzare, con degli atti che per la prima volta hanno un valore universale. Il confessare la fede in Gesù Cristo non viene rivolto più in modo pregnante ai catecumeni, ma il simbolo che il Concilio esprime, contenente i primi sette articoli di fede, diviene fondante per la Chiesa cristiana. Questa confessione, le cui basi divengono la pietra angolare per l’annuncio nei 17 secoli successivi, vuole manifestare in modo evidente il legame tra il kerygma annunciato al mondo dagli apostoli e il dogma conferito al mondo come estrapolazione di questa predicazione dai padri e dai santi della Chiesa. Predicazione degli Apostoli e insegnamenti dei Padri edificano così il corpo di Cristo. Il Sinodo condannò Ario, il suo insegnamento, insieme con i tre scismi ecclesiastici: quello novaziano, quello di Paolo di Samosata e quello di Melezio, che da anni turbavano la pace interna della Chiesa. Emanò il Credo Niceno, che dichiarava che il Figlio è consustanziale al Padre, cioè coeterno e vero Dio secondo natura. Il termine homoousios fu usato per descrivere meglio la relazione del Figlio con il Padre. L’inclusione di questo termine nella bozza del simbolo significava in modo chiaro la condanna dell’Arianesimo. Il Credo, cioè questa confessione o simbolo di fede che venne redatto in quel luogo, proclamava con assoluta chiarezza la fede in un solo Dio, che esiste in tre persone consustanziali e uguali: il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. La Trinità di Dio non era un concetto filosofico astratto, ma una realtà viva che permeava e definiva l’intera esistenza cristiana. Dio è diventato accessibile all’uomo in modo esperienziale come Padre, come Parola Incarnata e come Spirito che compie ogni cosa. La Santissima Trinità è l’archetipo di ogni vera unità e comunione, il modello su cui ogni aspetto della vita ecclesiastica è chiamato a plasmarsi. La Dottrina Trinitaria nicena pone le basi per una comprensione radicalmente nuova di Dio e della sua relazione con il mondo. In contrasto con il distante e inaccessibile motore immobile della filosofia antica, la Chiesa ha proiettato l’immagine di un Dio personale e relazionale, che ama e si prende cura della sua creazione. Il Dio uno e trino non è una forza impersonale, ma una comunità d’amore che chiama l’uomo alla partecipazione e all’unione con lei. Venne inoltre ribadita l’incarnazione, morte e risurrezione di Cristo in contrasto alle dottrine gnostiche che arrivavano a negare la crocifissione. Questo cardine ha prodotto, come dicevamo, ulteriori definizioni, iniziando dai padri cappadoci e dagli altri padri della Chiesa, che si sono battuti per difendere ed interpretare le dottrine di Nicea, costituendo una svolta fondamentale nella storia del pensiero cristiano e determinando in larga misura il corso della teologia e della spiritualità nei secoli successivi. Il Concilio di Costantinopoli nel 381 ha poi maggiormente definito il ruolo dello Spirito Santo. La Chiesa Ortodossa riconosce sette concili come ecumenici, ma successivamente sono stati tenuti altri concili generali e locali, tra i quali ricordiamo il quarto di Costantinopoli nella lotta tra Fozio e Ignazio, i concili per definire la Dottrina dell’Esicasmo nel 1350, quello unionista di Ferrara-Firenze alla metà del 1400, i concili di Costantinopoli contro l’etnofiletismo alla fine del 1800 e il Santo e Grande Concilio di Creta nel 2016, oltre ad altri importanti concili locali. Il comune denominatore resta sempre il Concilio di Nicea. Anche oggi, il pensiero teologico ortodosso attinge continuamente alla fonte di Nicea, cercando di utilizzarne il tesoro nel dialogo con le correnti di idee contemporanee e con le esigenze esistenziali dell’uomo. Il ruolo dell’imperatore Costantino e la Chiesa. L’imperatore Costantino il Grande ebbe un ruolo decisivo nella convocazione e nello svolgimento del Concilio di Nicea. Fu lui a invitare i vescovi, a coprire le spese di viaggio e a mettere a disposizione lo spazio per l’incontro: il suo palazzo. Inoltre, è intervenuto attivamente nei lavori del sinodo, pronunciando il discorso di apertura e sollecitando il consenso. Costantino vide nel concilio un mezzo per consolidare l’unità della Chiesa e, per estensione, la coesione dell’Impero. Tutto questo si è prestato ad una successiva interpretazione negativa del ruolo imperiale nella Chiesa, sposando la tesi che i mali mondani della Chiesa nascano da questa ingerenza, idealizzando come un periodo d’oro gli anni che hanno preceduto Nicea. Già il Concilio di Gerusalemme nel 49 d.C. conosce dissidi e diverse interpretazioni dell’annuncio o modi di comportamento diversi che saranno presenti in tutti i primi tre secoli della Chiesa nascente. Certamente l’autorità imperiale comprende che la coesione religiosa dei cristiani – al tempo di Costantino i cristiani erano circa il 10% dell’intera popolazione – può essere propedeutica all’unità dell’impero, cosa che l’antica religione, priva di una propria teologia e spesso sincretica, non favoriva. Tuttavia, gli imperatori non entrano nel teologare e quando lo fanno vengono fermati o condannati. La sinfonia Chiesa-Impero non implica una subordinazione totale della Chiesa allo Stato, né viceversa. Si tratta di un rapporto in cui entrambi i poteri, pur distinti, collaborano per il bene comune, con la Chiesa che mantiene la sua autonomia spirituale. L’Impero Bizantino è stato spesso considerato un modello di sinfonia, dove l’imperatore era visto come protettore della Chiesa e la Chiesa come guida spirituale per l’impero. La caduta dell’Impero Romano d’Occidente ha prodotto una relazione diversa in Occidente; pensiamo a Carlo Magno e a tutto il Medioevo. I cui effetti hanno successivamente influenzato la relazione Chiesa-Impero nel Rus con Pietro il Grande, con le conseguenze percepibili nell’epoca sinodale, poi sovietica, e che intravediamo ancora oggi nella sinfonia del potere temporale e religioso nella Russia moderna, che tradisce lo spirito niceno. Sinodalità, triarchia, pentarchia e primato. Il primo concilio ecumenico si definì “il Santo e Grande Concilio”, espressione che troviamo già in uso dal sinodo locale di Ancira del 314. Forse oggi questa espressione ha perso il suo significato originario, ma esprime l’autocoscienza dei partecipanti a questi concili di rappresentare nel loro insieme l’unico corpo di Cristo, presente tra di loro invisibilmente come capo, mentre lo Spirito Santo è la loro unica guida. La prassi liturgica della Chiesa ortodossa e soprattutto la Divina Liturgia, sia nel modo in cui viene celebrata che nel suo spirito, è sempre stata il prototipo dell’esperienza vissuta dell’intera vita ecclesiastica. Fondamentalmente la celebrazione liturgica della Chiesa non è una parte isolata della sua vita, ma il centro, il nucleo, è la base della costituzione di tutta la Chiesa. È sintomatico che l’iconografo, quando scrive le icone dei concili ecumenici, si basi sull’icona della Pentecoste, dove i discepoli ricevettero lo Spirito Santo. In questa prospettiva, l’intera vita ecclesiale e il ministero pastorale della Chiesa funzionano secondo il modello eucaristico, sinodalmente e gerarchicamente, essendo un’estensione del banchetto pasquale. Infatti, non ci può essere separazione tra la vita sacramentale e quella amministrativa della Chiesa. La Chiesa a livello sinodale e pastorale ha come base l’altare, da dove trae il suo agire ed il suo essere. La costituzione della stessa vita spirituale opera sinergicamente, poiché Dio è l’agente attivo mentre l’uomo è il cooperante attivo ricevitore. Cristo compie la deificazione, mentre l’uomo la completa, partecipando ad essa in vari gradi. Sinodalità e carisma ministeriale si intercalano reciprocamente quando la Chiesa si riunisce in sinodo, esperienza ed estensione della divina liturgia. Il Vescovo non soltanto celebra i misteri della Chiesa, ma li presiede, manifestando nello spazio e nel tempo il Sommo Sacerdozio di Cristo. In questo senso si parla di episcopocentrismo della Chiesa, che però non deve essere interpretato come assolutismo gerarchico. È significativo che i sacri canoni facciano riferimento al modo in cui ciascuno di noi partecipa alla divina liturgia. La disposizione assembleare della celebrazione presuppone che i presbiteri e i diaconi, che stanno al di sotto della cattedra del Vescovo ma non al livello dei laici, concretizzi una gerarchia di doni e di carismi affidati da Cristo a ciascun celebrante, non come mera potestas, ma come esplicito servizio personale verso la comunità orante. È evidente che la partecipazione dei vescovi ai sinodi e ai concili non si limita a trasmettere la saggezza del popolo, ma parlano illuminati dallo Spirito Santo secondo il grado della loro personale condizione spirituale. Il Vescovo partecipa della grazia del Sommo Sacerdozio di Cristo, che non è un’aggiunta esterna di qualche energia, ma una grazia speciale di Dio su colui che ha il grado e che corrisponde alla condizione spirituale del soggetto, messo dallo Spirito Santo come guida del popolo di Dio. Naturalmente il dono del Sommo Sacerdozio funziona indipendentemente dalla perfezione spirituale e da come i sacramenti vengono normalmente celebrati. Però, se il carisma spirituale interiore è attenuato, si verifica una mancanza nel modo in cui i fedeli vengono guidati. Se il popolo è in uno stato spirituale di illuminazione e divinizzazione, la sua opinione deve essere trasmessa al sinodo. Altrimenti una parola secolarizzata del popolo non può avere un posto nelle decisioni dei sinodi. Ecco perché nei concili ecumenici c’erano alcune figure dominanti che determinavano sia le decisioni che la terminologia. Queste riunioni della Chiesa, locali o ecumeniche, che hanno assunto decisioni riguardo la sua fede, hanno acquisito un’autorità universale e sono diventate viva testimonianza dalla quale le guide spirituali conformano il loro insegnamento dottrinale e disciplinare. La Chiesa ha attribuito ad esse un solo compito: quello di tramandare ai credenti la fede corretta che la Chiesa stessa ha ricevuto da Cristo e trasmessa dagli Apostoli. I loro successori, avendo ereditato il potere di legare e sciogliere, possedendo la pienezza dei carismi dello Spirito Santo ed essendo vescovi delle chiese locali in unità di fede e di vita sacramentale tra di loro e rappresentando le chiese locali, venivano considerati veri rappresentati autorevoli delle loro comunità ai concili ecumenici. Per questi motivi, i vescovi, quando si riuniscono in sinodo o concilio, hanno acquisito, per grazia dello Spirito Santo, il potere di esprimersi infallibilmente in nome della Chiesa una, santa, cattolica ed apostolica. Sebbene per l’ortodossia i concili ecumenici siano l’autorità suprema nella Chiesa, i padri, come persone e come membri dei concili, sono i protagonisti e le fonti dei decreti conciliari. Certamente i padri non sono infallibili come singole persone, ma quando si riuniscono in sinodo o concilio, guidati sempre dallo Spirito Santo, si esprimono senza commettere errori (aplanos) e ineffabilmente (alathitos). Questi due termini caratterizzano tutta la tradizione conciliare della Chiesa. Quindi i sinodi e i concili, quando si riuniscono, si pronunciano aplanos e alathitos, come affermerà anche il Sesto Concilio Ecumenico. Ciò che dobbiamo assolutamente sottolineare a questo punto riguardo il sistema sinodale adottato dalla Chiesa è che mai la decisione di un concilio ecumenico è stata il risultato di un accordo di alcuni vescovi. Tutti dovevano essere prima informati delle decisioni finali. Se tutti i rappresentanti delle diocesi avessero partecipato, allora avrebbero informato il clero e il popolo; altrimenti ciò sarebbe avvenuto tramite lettere sinodali. Il processo di ricezione di un sinodo da parte della coscienza ecclesiale avveniva per iniziativa dello stesso concilio ecumenico, che con lettere sinodali annunciava il contenuto delle sue decisioni a tutte le diocesi o sedi patriarcali, e formulava la sua esortazione, rivolta a tutto il clero e al popolo, di queste Chiese ad accettare l’unanime dichiarazione della verità della fede e le sue decisioni sinodali. Quindi le decisioni del Concilio ecumenico dovevano essere accettate da tutte le diocesi o sedi patriarcali. Questa prassi, che trae le sue origini proprio dal primo concilio ecumenico di Nicea, continuerà ad essere seguita anche in futuro, perché la verità non è mai la posizione di una singola persona. Pertanto, affinché le decisioni di un concilio contengano davvero il concetto di universalità, deve rappresentare tutta la Chiesa, essere riconosciuto come ecumenico da tutta la Chiesa che si trova in ogni angolo della Terra e, naturalmente, le sue decisioni devono essere accettate come infallibili, anche se implicitamente, da tutto il pleroma della Chiesa. Il Concilio di Nicea riunì assieme vescovi dai quattro angoli del mondo. Gli occidentali, anche se pochi, avevano in Ossio di Cordova uno dei maggiori esponenti e tra i vescovi uno che teneva stretti legami con l’imperatore. Il concilio manifesta il camminare insieme, syn-odos, determinando un sistema ecclesiologico che troverà nei concili successivi e nei secoli successivi piena attuazione. Tra i canoni ecclesiologici sono di particolare interesse per noi: primo, l’ordinazione di un vescovo in presenza di almeno tre vescovi della provincia subordinata alla conferma da parte del Vescovo Metropolita; secondo, la preminenza dei Vescovi di Roma e Alessandria; e terzo, il riconoscimento di particolare onore (timé) per il Vescovo di Gerusalemme. Dopo l’editto di Milano, la Chiesa esercita il suo ruolo nel mondo anche attraverso le strutture del mondo. La suddivisione metropolitana e diocesana, e poi patriarcale, della Chiesa riflettono le amministrazioni civili. La triarchia e poi pentarchia con Costantinopoli, Nuova Roma e Antiochia esprimono la pienezza della sinodalità così come viene intesa in Oriente, corrispondente alla prassi stabilita dal primo concilio ecumenico di riunire i vescovi di una regione almeno due volte l’anno sotto la presidenza del loro protos. Un sinodo è una riunione deliberativa di Vescovi, non un’assemblea consultiva clero-laicale. Non può esserci un sinodo senza un primate (protos), e non può esserci un primate (protos) senza un sinodo. Come ha detto già sua eminenza. Il primate (protos) è parte del sinodo, non ha un’autorità superiore al sinodo, né ne è escluso. La concordia (omonia) che si esprime attraverso il consenso sinodale riflette il mistero trinitario della vita divina e, attraverso questa pratica della sinodalità come descritta dai canoni apostolici e dai canoni del primo concilio ecumenico, la Chiesa ortodossa è stata amministrata nel corso dei secoli fino ai giorni nostri, sebbene la frequenza e la costituzione dei sinodi possano variare da una chiesa locale autocefala all’altra. I Canoni. Il Concilio di Nicea ci lascia per la prima volta un corpus di venti canoni, che avranno valore per l’intera cristianità, a differenza di quanto avveniva prima di Nicea, dove le regole potevano avere valore o influenzare una o più chiese locali. Nicea afferma che l’intera tradizione canonica è sostenuta dalla fede data dagli apostoli. Questa fede ovviamente è ciò che è stato rivelato dai profeti e dalla predicazione apostolica. I canoni, pertanto, sono scritti con intento esegetico, di comprensione e applicazione delle Scritture e della fede della Chiesa nella vita dei fedeli. L’autorità, il prestigio e la statura della fede e dei canoni del Concilio di Nicea continueranno a crescere nel corso dei secoli fino ai nostri giorni. Questi canoni hanno un posto preminente nella tradizione canonica e quindi occupano un posto importante nella vita della Chiesa. Possiamo paragonarli all’importanza della lettura del Libro della Genesi per comprendere l’intera Bibbia o del prologo per un libro; così i canoni di questo concilio forniscono i termini, il vocabolario, le definizioni ai concili successivi. Inoltre, numerosi canoni si riferiranno successivamente a questi canoni confermando o spiegando le decisioni esposte in essi. Nei canoni dobbiamo vedere lo stesso e unico spirito, lo spirito che dà vita, perché la tradizione canonica è una tradizione vivente, viva in ogni epoca e fino ai nostri giorni, e i canoni di Nicea sono a capo di questa tradizione vivente. Tra i canoni di particolare importanza per le chiese del XXI secolo, per noi tutti oggi, è quello relativo alla data della Pasqua. Il Concilio stabilì che la Pasqua si festeggiasse la prima domenica dopo il plenilunio successivo all’equinozio di primavera e dopo la Pasqua ebraica. Al vescovo di Alessandria spetta da allora in poi di stabilire la data e poi di comunicarla agli altri vescovi. Questa questione pastorale è importante e insieme più attuale perché dimostra che la data di Pasqua era già controversa nella Chiesa primitiva e che quindi esistevano datazioni diverse. Alcuni cristiani, soprattutto in Asia minore, celebravano sempre la Pasqua in concomitanza con la Pesach ebraica il 14 del mese di Nissan, indipendentemente dal giorno della settimana. Per questo sono stati chiamati quartodecimani. Altri cristiani, soprattutto in Siria e in Mesopotamia, celebravano invece la Pasqua la domenica successiva alla Pesach ebraica. A loro è stato quindi dato il nome di protopaschiti. In questa difficile situazione, il merito del primo concilio ecumenico di Nicea è aver trovato una regola uniforme in base alla quale tutti i fratelli e le sorelle d’Oriente che fino ad oggi hanno celebrato la Pasqua con gli ebrei, d’ora in poi celebreranno la Pasqua in accordo con i Romani, con voi, e con tutti noi che l’abbiamo celebrata con voi fin dai primi tempi. Benché gli atti originari di questo concilio non esistano più, rapporti successivi documentano che esso impartì uno slancio decisivo alla ricerca di una data comune di Pasqua tra tutte le comunità cristiane dell’impero in quel momento, stabilendo come data per la celebrazione Pasquale la domenica successiva al primo plenilunio di primavera. Poiché allo stesso tempo fu deciso che la Pasqua dovesse essere celebrata dopo la festa della Pesach ebraica, venne abbandonata la data comune di Pasqua tra cristiani ed ebrei. Una nuova situazione si è prodotta nella storia del cristianesimo nel XVI secolo con la fondamentale riforma del calendario di Papa Gregorio XIII che introdusse il calendario gregoriano, secondo il quale la Pasqua si celebra sempre la domenica successiva al primo plenilunio di primavera. La conseguenza di questa decisione è che da allora le chiese in Occidente calcolano la data di Pasqua secondo tale calendario, mentre le chiese in Oriente continuano a celebrare la Pasqua secondo il calendario giuliano che era usato in tutta la Chiesa prima della riforma del calendario gregoriano e sul quale si era basato anche il Concilio di Nicea del 325. Ci sono state numerose proposte per riportare i cristiani a celebrare la Pasqua in un unico giorno, segno tangibile di annuncio della Resurrezione di Cristo, ma tali sforzi avranno bisogno ancora di studio e analisi per non alimentare nuove divisioni. Preghiamo. Concludiamo. Il primo concilio ecumenico di Nicea non fu solo un evento storico isolato, ma una svolta decisiva nel cammino della Chiesa cristiana. Le decisioni e le dottrine ivi formulate furono destinate a plasmare in modo decisivo la fisionomia dell’ortodossia e a costituire un punto di riferimento senza tempo per la fede e la vita dei fedeli. L’importanza del Concilio di Nicea per la Chiesa Ortodossa non può essere sopravvalutata. In un periodo di confusione e tumulto teologico, il Concilio riuscì a delineare in modo chiaro e completo le verità fondamentali dell’insegnamento cristiano e pose le fondamenta su cui fu edificato l’edificio della teologia e del culto ortodossi. Il Primo Concilio Ecumenico di Nicea non risolse magicamente tutti i problemi e le contraddizioni che affliggevano la Chiesa del IV secolo. Le dispute teologiche e gli scontri dottrinali continuarono per molti decenni, con ariani e ortodossi che si scontrarono in un campo che si estendeva dalle sale imperiali alle celle monastiche ai deserti dell’Egitto. Tuttavia, il Concilio aveva gettato le fondamenta e tracciato la strada su cui la Chiesa avrebbe camminato da quel momento in poi. Le sue decisioni costituirono una pietra miliare e un punto di riferimento stabile per i teologi e i padri successivi, che intrapresero il compito di difendere e approfondire la fede ortodossa. Personaggi come Atanasio il Grande, Basilio il Grande, Gregorio il Teologo e Gregorio di Nissa, con i loro scritti e la loro opera pastorale, hanno messo in luce l’eredità di Nicea in tutta la sua profondità e ampiezza. L’impatto del Concilio di Nicea non si limitò ai ristretti limiti temporali e geografici del IV secolo. Le sue decisioni e dottrine costituirono una svolta fondamentale nella storia del pensiero cristiano, determinando in larga misura il corso della teologia e della spiritualità nei secoli successivi. Il Credo Niceno, soprattutto dopo la sua elaborazione durante il primo concilio di Costantinopoli nel 381, divenne patrimonio comune e confessione di tutta la cristianità. Oriente e Occidente, nonostante le successive divergenze e la dolorosa separazione ecclesiastica, hanno riconosciuto e continuano a riconoscere nel Credo Niceno-Costantinopolitano il sigillo dell’autentica tradizione apostolica. Nello stesso tempo, il trinitarismo e la cristologia di Nicea costituirono il fondamento su cui si sviluppò la successiva teologia ortodossa. Concetti come la separazione delle tre persone, la deificazione dell’uomo, la distinzione dell’essenza e delle energie in Dio, vennero illuminati e arricchiti grazie alle conquiste dottrinali di Nicea. Anche oggi, il pensiero teologico ortodosso attinge continuamente alla fonte di Nicea, cercando di utilizzarne il tesoro nel dialogo con le correnti di idee contemporanee e con le esigenze esistenziali dell’uomo. Grazie alla guida illuminata dello Spirito Santo e alla sapienza spirituale dei Padri, il Concilio riuscì a formulare con ineguagliabile precisione e profondità le dottrine fondamentali della fede cristiana. In questo modo, egli ha protetto la Chiesa dalle eresie e dalle distorsioni e le ha consentito di procedere nel suo cammino storico. L’inestimabile eredità di Nicea rimane viva e attuale, chiamando ogni generazione di credenti ad appropriarsi creativamente dei suoi insegnamenti e a trasformarli in esperienza personale e testimonianza ecclesiale anche nelle questioni contemporanee e nelle implicazioni pastorali, liturgiche, sociali, ecclesiologiche, ecologiche ed escatologiche. Grazie per la vostra pazienza e la vostra attenzione.
ANDREA D’AURIA
La ringraziamo, Santità. Il dogma di Nicea ha statuito la divinità di Cristo e, come ci insegnava Don Giussani, il dogma rimane in sé qualcosa di misterioso, non facilmente comprensibile o afferrabile dalla nostra ragione umana, tuttavia è qualcosa senza cui la nostra vita e la nostra fede rimarrebbero assolutamente oscura. Spero che l’incontro di questo pomeriggio sia stato un mattone posto nella comune costruzione e nel riconoscimento di un’unità, di una casa comune. Infine, vi invito ad un gesto di generosità, donando laddove lungo i padiglioni del Meeting vedete il cuore rosso che pulsa. Grazie Santità, grazie Eminenza e grazie a tutti voi.










